'SAN GIROLAMO': L'EREMO DI
MONTE CUCCO

Le boscose pendici orientali del Monte Cucco sono incise da
un profondo solco limitato da pareti strapiombanti e percorso
da un torrente che da vita lungo il suo corso a cascate spumeggianti,
profonde pozze d'acqua, laghetti, è la ormai nota forra
di Rio Freddo (posta a confine tra Marche e Umbria), inaccessibile
per il normale escursionista a causa dei numerosi salti verticali.
Percorrendo queste pendici si attraversano estesi boschi di faggio,
si raggiungono suggestivi punti panoramici, si incontrano affioramenti
rocciosi di quel calcare purissimo in cui si sviluppa uno dei
complessi ipogei più importanti ed estesi d'Italia, un
ricco campionario insomma degli aspetti più salienti del
paesaggio del Monte Cucco.
Occorre però aggiungere che il fascino di questa valle
ha subito qualche duro colpo nel corso degli ultimi anni.
E' andata perduta per sempre la suggestione delle antiche rovine
dell'eremo di S. Girolamo, abbarbicato tra gli strapiombi della
forra e raggiungibile con uno stretto ed erto sentiero, al suo
posto oggi c'è una devastante strada asfaltata ed un voluminoso
"palazzo" risultato di uno sciagurato restauro che molto
ha aggiunto e poco conservato.
Le piste forestali, pur necessarie all'economia di questa zona,
hanno raggiunto gli angoli più nascosti della valle con
realizzazioni poco attente all'integrità dei luoghi ed
in alcuni casi di dubbia utilità.
IL BEATO PAOLO GIUSTINIANI
Il fondatore dell'eremo di Monte Cucco, in senso giuridico, storico
e canonico, è il Beato Paolo Giustiniani, eremita contemplativo.
Era figlio della nobile famiglia Giustiniani di Venezia.
Vi nacque il 15 Giugno 1476.
Dopo essere diventato superiore maggiore nell'eremo di Camaldoli
fino al 1520, ottenne da Leone X il permesso di fondare un nuovo
istituto eremitico, il quale da principio fu chiamato la "Compagnia
di San Romualdo".
Più tardi ebbe il nome canonico di "Congregazione
degli eremiti camaldolesi di Monte Corona" anche detti più
brevemente "Montecoronesi".
Tra gli eremi cui dette vita, dopo quello di Monte Cucco, che
fu il primo eremo ad accoglierlo, vanno ricordati tra gli altri
quello delle grotte di Cupramontana e quello di San Silvestro
sul Monte Soratte.
A Macerata fu imprigionato per amore e difesa degli eremiti.
Trovandosi a Roma nel 1527, cadde prigioniero dei Lanzichenecchi,
in quel terribile sacco.
Fu torturato insieme a San Gaetani da Thiene, ma ne scampo riacquistando
la libertà.
Nella primavera del 1528 contrasse la peste a Viterbo. Non perfettamente
guarito si rimise in viaggio alla volta di Roma per ricevere in
donazione l'eremo del Monte Soratte.
Ma proprio in quell'eremo morì di peste ancora giovane
di 52 anni, il 25 Giugno 1528.
L'EREMO
Il fenomeno dell'eremitismo avvenuto intorno agli anni 900 - 1000
e 1100.
In quell'epoca furono molti gli uomini che fuggirono il mondo,
si votarono a una solitudine volontaria, a colloquio con Dio,
nel silenzio. Furono i solitari cristiani, gli anacoreti o eremiti
di tutti i secoli, per i quali secondo l'insegnamento di San Girolamo
"la città è prigione; la solitudine, paradiso".
Fu un fenomeno particolare nella chiesa, iniziato dopo la caduta
dell'impero, e fiorito splendidamente intorno al 1000. I nostri
Monti si popolaron
o di
questi solitari. Essi vivevano in piccole celle, costruite in
luoghi selvaggi e impervi, fatte con pietre e frasche, o in grotte
naturali.
L'insieme delle celle separate formava l'Eremo. Alcuni però
sentivano il bisogno di una sede comune, ed ecco sorgere il Monastero,
per la vita insieme, con le celle attigue, oratorio, chiesa e
talora il chiostro, refettorio, capitolo, biblioteca e scriptorium.
Così avvenne in diversi tempi a Santa Maria D'Appennino,
a Sitria, a Congiuntoli e in forma celeberrima a Fonte Avellana.
L'Eremo sorge nella parte orientale del massiccio di Monte Cucco,
(m.1566), e precisamente dietro il Monte Le Gronde (m. 1363).
E' nel Comune di Scheggia, diocesi di Gubbio, ai confini del Comune
di Costacciaro, sull'Appennino Umbro Marchigiano. E' a 656 m.s.l.m.,
è detto Eremo di San Girolamo di Monte Cucco o Eremo di
Pascelupo, nel cui territorio si trova.
Il primo abitatore, storicamente accertato dell'Eremo di Monte
Cucco è il Beato Tomasso da Costacciaro, che vi ha dimorato
per quasi 65 anni, e vi è santamente spirato nel 1337.
LA VITA DEGLI EREMITI
Vivevano sempre soli, da eremiti, pur stando dotto lo stesso tetto
Non potevano mai recarsi nelle celle altrui : tuttalpiù
potevano giungere al limite delle altre celle. Era consentito
loro parlare due volte alla settimana, quando uscivano fuori della
clausura; nel recinto, era permesso parlare sotto voce. Avevano
un culto inviolabile del silenzio, per essere sempre raccolti.
Nei giorni di astinenza, il cibo si prendeva seduti per terra
con i piedi nudi. Nell'Eremo non si mangiava mai la carne. Durante
la Quaresima nemmeno i latticini (uova, latte, formaggi ecc
).
Si poteva mangiare la carne solo quando si era malati, o in viaggio.
Dormivano sempre con la tonaca, su tavola, o su pagliericcio durissimo.
Si dedicavano al lavoro manuale, secondo le proprie capacità
: zappavano, sarchiavano, potavano, muravano, trasportavano pietre
le squadravano, facevano il pane, la cucina, gli abiti, racconciavano,
scrivevano, componevano. Avendo grande cordialità per gli
ospiti e per i poveri. Quando erano malati, venivano trasportati
in infermeria. I morti venivano sepolti in chiesa, o nel cimitero
attiguo all'Eremo, o nel cimitero di Pascelupo. Gli eremiti erano
italiani, austriaci, spagnoli, francesi e di altre nazioni, in
maggioranza erano polacchi. Questo avvenne perché nel 1605,
la riforma del Giustiniani entrò in Polonia e il nobile
uomo polacco Nicolò Wolski fondò un Eremo presso
Cracovia. Quest'Eremo dette un buon contingente di vocazioni anche
per altre fondazioni. A Monte Cucco, oltre il B. Paolo, che dopo
Camaldoli, qui si rifugiò e preparò quest'Eremo
per i suoi seguaci, sono vissuti uomini insigni per santità
e scienza, da ricordare tra gli altri il B. Girolamo da Sessa
Arunca (1556) che fu archiatra dei sommi Pontefici Giulio II e
Leone X, poi divenne eremita. Il Ven Doroteo Zuccari di Fabriano
(1783) di lui è stata scritta una biografia. Il suo corpo
conservatosi incorrotto, è sepolto nella chiesa di S. Croce.
Uno degli ultimi eremiti fu mons. Girolamo Bianchi, già
cameriere segreto partecipante di S. Pio X e di Benedetto XV.
ESPANSIONE DELL'EREMO
Dal giorno in cui il B.Paolo prese possesso di Monte Cucco. L'Eremo
fu continuamente migliorato per la vita eremitica. I religiosi
si misero al lavoro con gran lena, pure inesperti a quelle fatiche.
Ricavarono piccoli orti fatti a terrazze a gradoni, protetti da
muriccioli di pietra per sostenere i terrapieni. Abbatterono a
metà la torre che era al centro del fabbricato, e nella
base di essa ricavarono lo spazio per costruirvi la chiesa interna
dell'Eremo. La chiesa ebbe infatti, 7, 40 metri di lunghezza e
4, 36 di larghezza. Mons. Manciforte Vescovo di Gubbio, consacrò
l'antico oratorio il 25 settembre 1709, consacrò nello
stesso giorno anche la chiesa interna dell'Eremo, dedicata ai
Santi Girolamo e Romualdo, apponendo nell'altare le reliquie dei
Beati Magno e Benedetto, Martiri. E poiché la pietra sacra
dell'altare maggiore proveniva dal vetustissimo oratorio di Girolamo,
per tale memoria vi fece sopra scrivere la data MDCCIX. La chiesa
era aperta ai soli uomini sempre nelle domeniche e festività.
Alle donne della comunità di Sassoferrato, fu concesso
di poter accedere all'Eremo di San Girolamo due sole volte all'anno,
e cioè il martedì dopo Pasqua di Marzo, e il 30
settembre, festa di San Girolamo. Il campanile dell'Eremo aveva
tre campane, con suini distinti :"una per annunziare il mattutino
(a mezzanotte); l'altra per le Laudi (all'alba), la terza per
il Vespro al tramonto.
Un locale funzionava da fucina per il fabbro eremita. Nell'interno
si pensò all'appartamento per i superiori in visita religiosa
o pastorale per i Vescovi e per le altre personalità. C'era
la biblioteca, dove si studiava e si apprendeva la scienza, e
dove si tenevano adunanze capitolari per le decisioni di circostanza.
I fornici furono divisi in due piani : ne ricavarono magazzino,
dispensa, sartoria e cantina. Si costruì il refettorio,
l'infermeria e la foresteria, che aveva quattro stanze e una saletta.
Interessante fu la tecnica idraulica, che ancora oggi desta meraviglia
: sotto la cascata delle acque si trovava un raccoglitore tutto
in pietre, ancora perfettamente conservato; l'acqua veniva condotta
alla prima cisterna, detta anche fiasca, realizzata nel 1531,
posta tra il fienile e la fucina del fabbro e serviva per innaffiare
i vari orticelli; aveva un pozzetto di decantazione per le impurità.
L'altra parte dell'acqua veniva condotta alla seconda cisterna
più lontana e più antica per alimentare lavatoio,
cucina e stanze. All'esterno sul cortiletto, c'era una fontanella
molto graziosa costruita nel 1735 come leggevasi su una pietra
apposta sopra, più in alto.
ABBANDONO E DESOLAZIONE
Nel 1583 gli eremiti furono lì lì per abbandonare
la casa.
C'erano due grossi p
ericoli
: i massi cadenti dall'alto, minacciavano di travolgere l'eremo,
i ladri dalle grotte vicine, facevano scorrerie e ruberie.
Infastiditi e intimoriti si rivolsero al Papa Sisto V per avere
il permesso di andare in luoghi più accessibili.
"Restate!, rispose il Papa, dai massi vi libererà
Dio, dai ladri vi libererò io".
Obbedirono e così avvenne.
Nessuna disgrazia dai massi, anche se uno cadde, ma si fermo innocuo
dinanzi alla porta della chiesa interna, e nessun disturbo dai
ladri, che furono scacciati per sempre.
Venne poi la soppressione e demaniazione dell'eremo e fu ben grave
come conseguenza, ma non tale da volerne la fine, infatti gli
eremiti resistettero a Monte Cucco.
Circa il 1920, Don Beda, padre maggiore della congregazione di
Monte Coronese, vedendo che in Italia la situazione non era tranquilla,
pensò di chiudere diversi eremi, tra cui questo di Monte
Cucco, allo scopo di concentrare i religiosi in pochi eremi, per
la maggiore vitalità della congregazione.
Tra molte esitazioni, si giunse così fino al 1925, quando
fu presa definitivamente la decisione di chiudere l'eremo.
L'ultimo eremita di quell'epoca fu Don Mariano Kizek, nato in
Slesia nel 1888, morì a Frascati nel 1974.
L'eremo fu chiuso iniziò la rovina e la desolazione, ciò
che ancora era utile fu asportato : i tetti rimasero senza coppi
e senza travi, il portale settecentesco della chiesa interna fu
portato via, perfino le pietre squadrate delle finestre furono
rubate.
Piogge nevi e tramontane fecero il resto.
Piante e rovi infestarono il luogo da renderlo impervio.
Tuttavia durante la guerra 1939 - 1944 il povero eremo fu ancora
cercato dal popolo di Pascelupo e Perticano come rifugio contro
i colpi di artiglieria e dell'aviazione.
Una cinquantina di persone venute anche da Fabriano, stettero
per oltre mezzo mese, alloggiate quassù cercano rifugio
nella sacrestia della chiesa che era rimasta intatta e nelle grotte
della montagna.
Passata la furia della guerra, il cammino di distruzione si accelerò,
e l'eremo divenne un cumulo pauroso di macerie.
EREMO E BADIA DEI S.S. EMILIANO
E BARTOLOMEO IN CONGIUNTOLI
Lungo la strada che da Scheggia attraverso l'aspro e selvaggio
passo del Corno, porta a Sassoferrato, dopo 13 Km,si trova sulla
destra un'antica Badia Benedettina. La Badia sorge ai piedi di
Monte Aguzzo, sulla confluenza dei fiumi Rio Freddo e Sentino.
Viene chiamata Badia di Congiuntoli, proprio per la vicina congiuntura
die due fiumi. A causa della perdita dell'archivio del monastero
non è possibile stabilire in quale anno fu fondato ne tanto
meno chi fu il fondatore.
Nel 1235 Bentivoglio di Trasmondo retrocede all'eremo di Fonte
Avellana molti beni. Abate di S.Emiliano era allora Giacomo, il
quale reggeva il castello della Leccia , in territorio di Serra
S. Abbondio (Pesaro). Nel 1274, i conti Atti di Sassoferrato,
donarono alla Badia di S.Emiliano, mentre era Abate Mainardo,
tre castelli: Liceto,Montelago ed un terzo castello sugli appennini
non megli identificato. Un autore anonimo sassoferrarese, in "storia
della città di Sentino", anno 1753 sostiene che nel
monastero di S.Emiliano vi stettero monaci cistercensi fino al
1596, quando l'eremo fu soppresso, perche vi erano rimasti solo
4 monacie l'abate. Nel 1439 i beni di Congiuntoli furono annessi
al Capitolo Cattedrale di Urbino. Dopo varie vicessitudini arrivò
la soppressione napoleonica, anno 1810, la Badia fu spogliata
di tutto. Ma fu per breve tempo, perché Pio VII , tornato
dalla prigionia, la reintegrò nel possesso. Pochi anni
dopo nel 1836, con la bolla "inter multiplices", Gregorio
XVI volle annettere la Badia a Fonte Avellana. Finchè il
regio Commissario per l'Umbria, Gioacchino Pepoli, mise fine alla
vita della Badia , con decreto dell'11 dicembre 1860 sopprimeva
il monastero, e ne vendeva ai privati le terre, i boschi, ogni
proprietà ad eccezione della chiesa e del campanile.
EREMO E ABBAZIA DI S. MARIA
DI SITRIA
Nella stretta valle del torrente Artino ai piedi del Monte
Nocria m.867 nascosti e silenziosi, chiusi nei fianchi della valle,
sorgono Monastero e chiesa di Sitria. Circa 5 Km più avanti
sta il celebre monastero di S. Croce di Fonte Avellana, poggiato
su un fianco del Monte Catria e nelle vicinanze del fiume Cesano
(anticamente detto Suasano perché bagnava la valle di Castellone
di Suasa). Mentre l'Artino dopo qualche Km. Si getta nel Sentino
nei pressi di Isola Fossara, il Cesano (detto anche fiume "Reale"
perché non è affluente di nessun altro) corre dritto
e solo al Mare Adriatico. Anche Dante Alighieri classifica "Reale"
un Fiume non affluente.
Il fondatore della Abbazia di Sitria fu S. Romualdo, l'anno 1014
costruì l'Eremo consistente in piccole celle, fatte in
pietra e legname. Poi intorno all'anno 1020 vi fondò il
cenobio. S. Romualdo nacque a Ravenna nel 952 da un duca longobardo.
A vent'anni lasciò casa e ricchezze e si fece monaco nel
monastero di classe. Fu consacrato sacerdote nel 978. Da questa
data cominciarono le sue perenigrazioni mosso dal desiderio di
fondare monasteri ed eremi per le numerose vocazioni pronte ad
osservare la regola benedettina. Nel 1500 fu a Val di Castro nei
dintorni di Fabriano : vi fondò il Monastero. Tre anni
dopo nel 1800 fondò un Monastero a Orvieto. Nel 1012 fondò
gli Eremi di Monte Purano vicino Cagli e quello di Acquabella
sui monti di Fabriano. Nel 1014 fondò un Monastero a Vallebona
e poi tornò finalmente a Sitria. Dice il suo biografo :
"Cum Appenninum desereret, montem Sitriae habitaturus ascendendit".
Dopo il 1023 presso il Monte Amiata, eresse i monasteri del Vibo
e di San Benedetto, in seguito fondò quello celebre di
Camaldoli, e ritornò
a Sitria. Recatosi infine a Val di Castro, si fece costruire una
cella solitaria e il 19 Giugno 1027 morì santamente. Le
sue spoglie dal 1481 riposano nella chiesa dei SS. Biagio e Romualdo
in Fabriano.
Nell'Eremo, le cui celle furono visibili fino al '700, e monastero
di Sitria vissero uomini illustri per santità e dottrina
: oltre il fondatore S. Romualdo vi dimorarono S. Pier Damiano,
il Beato Mainardo, il Beato Tomasso da Costacciaro che vi prese
l'abito monastico e poi si ritirò come eremita tra le balze
di Monte Cucco, San Pier Loricato, S. Albertino da Montone priore
di Sitria dal 1275. Gloria di Sitria fu anche l'Abate Sigismondo
di Sassoferrato che nel 1288 per meriti di vita e dottrina divenne
Vescovo di Senigallia. Nel 1448 Pandolfo degli Atti di Sassoferrato,
che fu l'ultimo Abate claustrale. Nel 1861 con la nuova soppressione,
ordinata dal Governo italiano, i restanti beni di Sitria, chiesa
compresa, passarono in mano privata. La chiesa diventò
casa colonica, l'antico fonte battesimale fu portato nel 1580
nella chiesa parrocchiale di Isola Fossara dove è tutt'ora.
La chiesa è del secolo XI è tutta in pietra squadrata
con volte a botte. Fu restaurata nel secolo XVI, e ultimamente
nel 1972, per cura dei monaci di Fonte Avellana cui appartiene
come proprietà. E' di linee eleganti, romanico-gotiche,
eretta in periodo di transizione di stile, ha una sola navata
a Croce latina con presbiterio elevato al quale si accede per
una scala di otto gradini. Sotto l'altare maggiore c'è
un'interessante cripta romanica, sorretta da una colonna con capitello
proveniente probabilmente dall'antica Sentinum.
L'ABBAZIA BENEDETTINA DI S.ANDREA DE "INSULA FILIORUM MANFREDI"
A poca distanza da Costacciaro e quindi anche da Costa S. Savino,
sull'alto di un colle aprico, da cui si ammira un panorama incantevole,
c'era l'Abbazia di S. Andrea di insula filiorum Manfredi. Quel
luogo e l'edificio sono detti ancora la Badia. Se ne ha memoria
fin dal 1130. Dipendeva dall'eremo di Fonte Avellana.
Nella storia di Costacciaro, si legge "nel 1130 Salagrinus,
figlio di Daniele, dona alla canonica di S. Mariano di Gubbio
un pezzo di terra in Col Martino, lungo la Scirca, che confina
con i beni di S. Andrea di Insula. Papa Innocenzo II, Gregorio
VIII, Celestino III, Innocenzo III prendono sotto la loro protezione
l'eremo di S. Croce di Fonte Avellana confermandone i possessi,
tra i quali il monastero Di S. Andrea dell'isola dei figli di
Manfredo.
Nel 1571 il vescovo durante la visita pastorale, ordinò
di rifare il campanile. Dalla visita del 1635 apprendiamo che
la chiesa era lunga tredici passi e larga otto.
Oggi, della chiesa non c'è traccia, esiste solo una cappellina
che fu ufficiata fino a qualche anno fa, e che si dice sia stata
la sacrestia della chiesa conventuale, Restano in piedi due grossi
fabbricati che sono serviti, durante gli anni passati a case coloniche,
quindi il vecchio monastero passò in mani private. Oggi
è della famiglia eredi di Vittorio Fantozzi. Resta in piedi
il pozzo, in mezzo alle due ali dei grossi fabbricati : intorno
è tutto prato.
IL PRIORATO BENEDETTINO DI S.CASSIANO
Sorge ai piedi del Monte Testagrossa (m.1175), dalla parte
marchigiana, in Val Bognola e Olivella. Val Bognola era in origine
Valle Bagloni, valle del piccolo bagno. Olivella è il nome
volgare delle piante della famiglia oleacea, molto frequenti nei
nostri boschi e siepi. La valle è poco assolata , ma ricca
di vegetazione e di
acque
famose, forse le più salutari del massiccio del Monte Cucco.
Da questa valle partiva la strada per il passo Di Chiaramonte,
il celebre diverticulum con strada corrente come la chiamano i
fabrianesi, o strada romana come è detta sul posto che
da Fossato conduceva attraverso l'Appennino ab Helvillo Anconam.
Il monastero di S. Cassiano non è stato un Eremo e nemmeno
una badia. Fu un priorato, forse per il numero esiguo di monaci
che ospitò nei secoli.
La fondazione si fa risalire secondo documenti non più
esistenti sin dagli anni 1119 - 1153 il documento che ancora si
conserva e lo attesta è del 1177 ma non si può escludere
l'ipotesi che sia sorto all'epoca d'oro degli eremi e delle badie
cioè intorno al 1050. Molti fogli riguardanti S. Cassiano
si conservano ora nell'archivio di S. Nicolò di Fabriano.
Nel secolo XV nel priorato non restò che un monaco, per
questo il Papa Eugenio VI, con bolla del 1441 unì e incorporò
S.Cassiano alla chiesa di S. Venanzo di Fabriano ( non ancora
Cattedrale Basilica). Lo stesso Papa nel 1455, la unì San
Nicolò di Fabriano, unione che diventò definitiva
nel 1456. S. Nicolò che entrò in possesso di tutti
i beni del priorato curò l'ufficiatura della chiesa fino
al 1860 quando per legge avvenne la soppressione statale. I beni
allora furono venduti a privati e passarono di anno in mano. Dal
alcuni anni i monaci dell'erem
o
di S. Silvestro di Monte Fano sopra Fabriano, ne hanno acquistati
una cospicua parte dandogli una forma moderna e ricavandone nove
appartamenti che vengono occupati soprattutto durante il periodo
estivo. L'interesse maggiore è costituito però dalla
splendida chiesa romanico-gotica tutta in pietra con bellissima
abside esterna elegante per 5 monofore a tutto sesto, dodici archetti
tronchi, due colonne, con mensole centrali zooforme. E' di stile
purissimo. La facciata e il portale a sesto acuto. Questa mescolanza
di stile romanico con il gotico fa supporre che la chiesa sia
stata edificata probabilmente intorno al secolo XI, tenuto conto
della cripta, poi completata o rimaneggiata nella metà
del secolo XIII.
L'interno della chiesa è a tre campate. Il presbiterio
a copertura a crociera e visi sale attraverso sette gradini. In
brevissimo spazio, il progettista è riuscito a contenere
la tribuna e la cripta in mdo originalissimo. Alla cripta che
ha anch'essa il soffitto a crociera, si accede per mezzo di una
scala in pietra. Ciò fa supporre che la chiesa primitiva
sia stata edificata intorno al 1000, poiché successivamente
andò scomparendo l'uso della cripta.
IL MONASTERO DI SANTA MARIA D'APPENNINO
L'Abbazia benedettina di S.Maria d'Appennino è certamente
la più antica tra tutte quelle collocate tra li Monte Catria
e il Monte Cucco è anche quella che fu fondata più
in alto di tutte, ebbe la prima
sede sul valico dell'Appennino, nella parte alta a sinistra di
chi transita per il valico di Fossato, verso Fabriano, a 832 m.s.l.m.,
a fianco del "diverticulum Ab Helvillo Anconam" in località
che ha conservato a tutt'oggi, dagli agricoltori di Campodiegoli,
il toponimo di "Monastio". Nella metà del sec.
XII, i monaci lasciarono la vecchia sede delle alture e aprirono
un nuovo monastero nella valle sottostante, in località
detta Abbazia nelle Marche, dalla parte di Fabriano presso le
cascate del Fiume Giano. Se nel 1264 (come si ricava da una lapide
nella villa Serafini di Albacina) furono apportati al nuovo monastero
nella valle notevoli restauri, possiamo pensare con una certa
probabilità che i monaci vi si trasferissero un secolo
prima, almeno intorno al 1150 ma è una congettura non suffragata
sufficientemente nemmeno dalla costruzione del monastero ormai
in gran parte decaduto in fondo valle. Una bolla di Adriano VI
del 1156 ci avverte che il Papa prende sotto la sua diretta protezione
il monastero di santa Maria D'Appennino
e i suoi possedimenti.
Il 27 luglio 1441 con bolla papale Eugenio IV unì in perpetuo
le rendite di S.Maria d'Appennino alla Collegiata (ora Cattedrale-Basilica)
di S.Venanzo di Fabriano: essa infatti non aveva rendite sufficienti
per alimentare 20 fra preti e chierici destinati all'ufficio divino.
Perduta l'indipendenza economica, il monastero andò verso
la decadenza l'abbandono e la fine. L'importanza di S.Maria d'Appennino
è testimoniata anche dalle numerose opere d'arte che custodiva,
capolavori del Maestro di S.Biagio in Caprile (Campodonico) sec.
XIV e Allegretto Nuzi sec.XIV massimi esponenti della importantissima
scuola pittorica del trecento fabrianese. Il definitivo crollo
del Monastero avvenne dopo un abbondante nevicata il 30 dicembre
1982.