PERCORSO TURISTICO di FOSSATO

 

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1) Monastero di Santa Maria del Fonte

Appartiene all'ordine benedettino. Tra i ben cinque insediamenti monastici del Medioevo fossatano,è l'unico ad essere sopravvissuto come tale, nella sua clausura trasformatasi nel frattempo da papale a vescovile(nel territorio medievale fossatano sono presenti anche i Templari^ che però non sono monaci, con la loro chiesa di Santa Croce de Cullano, cioè di Collina di Purello, chiesa tuttora esistente e che è stata l'unica templare della vasta diocesi di Nocera). L'atto di fondazione, del 1292, dice che è da costruire iuxta castrimi (vicino al castello, non dentro, per sottolineare anche in questo il distacco dal mondo) e per l'esattezza iuxta fontem dicti castri, quello poco a sud chiamato le fontanelle e sepolto di rovi lungo la salita che dalla Flaminia antica - in vocabolo Turcone - porta al castello.
Da questo fonte, che la rubrica CXI dei due - trecenteschi Statuti fossatani definisce fontis sancte marie, ha mutuato il nome: dunque dal Fonte di Santa Maria a Santa Maria del Fonte. Tra le tipiche funzioni medievali di questo monastero, sono da citare quella riferita dalla rubrica CCLIIII degli Statuti, relativa all'istituzione comunale di un democratico cippo prò lamentelis chiuso cum tribus serraturis et tribus clavibus, una delle quali, appunto, era custodita dall'abatissam sancte marie de fontis (le altre due dai monasteri di S. Caterina e S. Benedetto) e quella riferita dalla Riformanza dell'll febbraio 1400, che proibisce di lavorare il sabato dopo il vespro e precisamente postquam pulsaverit campana ecclesie sancte marie de foxato ad vesperas (dopo che avrà suonato a vespro la campana della chiesa di S. Maria di Fossato). Tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento incorpora il monastero di Santa Caterina, sorto nel 1314 nei pressi del Colle di Fossato e nel luogo che, dopo la sua totale scomparsa, ne conserva tuttora il toponimo; il monastero di Santa Caterina ^una cui modesta farmacia in noce è stata usata in Santa Maria del Fonte fino agli anni cinquanta del XX secolo - nel 1431 aveva a sua volta incorporato la citata chiesa di Santa Croce. 11 monastero, i cui antichi documenti sono purtroppo ormai ridotti al lumicino, non ha poi vissuto altri grossi fatti, se si eccettua la ristrutturazione edilizia dal 1961 in poi, che invece di applicarsi al necessario restauro conservativo, si è esibita nel riuscito tentativo di distruggere un po' alla volta tutto l'antico,splendidq ordine medievale, sostituito nell'indifferenza generale da anonime strutture moderne, indicibilmente tristi ed amorfe per chi aveva conosciuto quelle vecchie.
Nelle foto a lato: sopra, la vecchia e semplice facciata in un'immagine del 1960 e, sotto, una arlecchinesca facciata degli anni '80, successivamente ancora cambiata.

2) San Benedetto
Chiesa abbaziale dei silvestrini, di osservanza benedettina, sorta forse nel '200, anche se su una pietra del portale d'ingresso è incisa a caratteri gotici la data 1337. Come membro del monastero di Monte Fano o San Silvestre, sovrastante Fabriano, nel 1341 e 1344 (ma per altri nel 1383 e1384) ospita due capitoli generali della Congregazione. In questo secolo o nel precedente davanti ad essa inizia un mercato domenicale con i mercanti forestieri (rubrica CXXXXVIII degli Statuti medievali di Fossato:
... iuxta et ante eccle.sia.rn sancti benedicti), a cui almeno un membro di ogni famiglia del castello è obbligato a partecipare cum aliqua rè vel merantici, testimonianza dell'avvenuto superamento della chiusa economia curtense ed anche della centralità viaria del nostro castello. Questi mercanti venivano ospitati neWhospitale trivii de strato, che sorgeva a pochi metri di distanza, a metà fila dei garages ottenuti nel 1986 con l'abbattimento di orti, stradina, muretti a secco; tale hospitale, cadente, fu demolito nel XIX secolo, insieme alla cinquecentesca chiesina di Santa Lucia che gli era addossata, mentre negli anni 1950 c'è stato Io sventramento del colle sul lato opposto della chiesa, per ricavare la struttura che è andata ad aggiungersi alla parte abitativa dell'abbazia.-Il 23 dicembre 1426 il notaio Aschanius lohannis, su richiesta del priore frater Silvester Dominici de Talentino iscrive a catasto 41 terreni posseduti dalla Chiesa, la quale nel 1522 viene data in commenda al monaco Girolamo di Domenico - poi confermato nel priorato dal vicelegato di Perugia e dell'Umbria con un reddito annuo di 12 ducati d'oro - e nel 1569 da inizio a quel Libro delle terre e lavoratori de santo Benedetto de Fossato, tuttora conservato, da considerare una preziosa testimonianza dei contratti mezzadrili di fine medioevo (è da notare che nel 1573 i monaci di San Benedetto sono ridotti a due). Soppressa da Innocenze X nel 1652 ed assegnati i suoi beni al seminario diocesano di Nocera Umbra, nel 1865 la si vede ancora officiata da un cappellano, che in un suo manoscritto - per riferire una curiosità - vuole che dovranno attaccarsi le corde del campani-
le al Ferro a muro, perché non possano tirarsi su dal ripetuto campanile derubbandole, come è avvenuto più volte... Dopo di che si incontra la parte abitativa adibita a più riprese a vari usi e la chiesa saltuariamente officiata. Artisticamente la facciata, bella anche perché integra, si caratterizza per il semplice rosone, i due portali ogivali, la monofora trilobata e il campanile che divide la chiesa dalla parte abitativa, mentre all'interno sono da notare la navata centrale a tutto sesto, le due cappelle laterali a crociera ed i residui affreschi tré - quattrocenteschi; motivi, questi, per. i quali la chiesa costituisce monumento nazionale.

3) Le Rughe
Un raro e suggestivo esempio di architettura castellana duecentesca, che risolve in un'unica soluzione i problemi della viabilità e della difesa lungo il perimetro interno della cinta muraria di ponente, sulla quale si apre la portam castri (rub. CCXXVIII degli Statuti due - trecenteschi di Fossato) che, sotto la torre merlata, è tuttora l'ingresso principale del castello. Ma siccome sono le esigenze di difesa a prevalere su quelle di viabilità, la strada livellata che si vede oggi, allora non esisteva ed era invece un percorso a saliscendi, per così dire, su alcuni punti del quale confluivano,
passando sotto le case, brevi discese provenienti dalla parallela immediatamente superiore, detta lo stradone ed oggi Via Roma, evidentemente allo scopo di favorire il movimento difensivo dei castellani verso la cinta muraria e la portam castri. Il vuoto che casualmente è apparso nell'estate 1993 sotto il pavimento stradale della Ruga ed al di sotto di casa Cascioli, una decina di metri a nord della Torre d'ingresso, è appunto dovuto al collegamento che esisteva tra la Ruga e Via Roma nel sotterraneo di casa Cascioli, come riferisce d'altronde un documento dell'Archivio Storico Comunale del 15 giugno 1851 che parla della necessità di chiudere la comunicazione di detta strada (Via Roma) colla sottostante altra strada detta la Ruga, precisamente nell'arco situato sotto la casa di L. Cascioli e che ci informa come il Comune - a metà del XIX secolo ed agli sgoccioli dell'età pontificia - decida di rendere comodamente transitabili ai carri ed altri legni da vettura le strade principali del paese - a cominciare dallo stradone livellandole, togliendosi all'uopo diversi ridossi ed irregolarità che vi esistono e perciò dovendo indispensabilmente abbassare in qualche punto il piano delle medesime ed in qualche punto riempire. Il fatto che le Rughe confluiscano dalle opposte direzioni sullo slargo dietro la torre d'ingresso, così come da altre tré direzioni fanno anche Via Roma, Via del Municipio e Via della Piaggiola, costituisce ancora un esempio di urbanistica medioevale, avente in questo caso il duplice scopo militare di disorientare quel nemico che fosse riuscito ad entrare nel castello superando la portam castri e conscguentemente di favorire il passaggio dei castellanin alla controffensiva (la strada d'ingresso che fiancheggia la torre, è stata aperta soltanto ad '800 inoltrato). Nelle Rughe, infine, sono da notare le
coperture con volte in pietra a tutto sesto o con tavolato, i potenti archi acuti o a tutto sesto che le sorreggono, le feritoie da cui prendono luce e che nel Medioevo erano anche luogo di difesa'dagli attacchi estemi su questo fronte, grazie anche all'aiuto che veniva ad esse dalle strutture che vi poggiavano sopra e che sui quattro tratti rimasti tuttora poggiano.

4) Torre e Palazzo Comunale
Nel Medioevo sono rispettivamente la bertesca del castello - che permetteva defensam in muro comunis de super et de suptus, come voluto dagli Statuti - e la sua annessa domus, integrata con unam domunculam pròstantia custodum; per incrementare l'armamento difensivo, ogni Vicario uscente, dopo i sei mesi di mandato, lasciava al Comune unam balistam et unam rotellam del valore di due fiorini d'oro. Sulla bertesca lo stemma cum armis comunis et cum grifone, quello perugino in segno di dominio e
protezione. Di tutte le bertesche che gli Statuti vogliono lungo la cinta muraria, con uguali caratteristiche e fini, si conserva quest'unico esemplare, che lungo la cinta è anche una delle turres - presenti già in atti della metà del Duecento - tramandateci in numero di 14 dalla più antica mappa fossatana che si conservi, quella del 1734.
La merlatura in mattoni appare successiva al XIV secolo, mentre è datata 1536 l'ultima robusta porta, di cui si conserva un'anta, del goticheggiante arco d'ingresso, sotto il quale si vedono ancora cardini; questa porta, di cui si conserva la chiave, risulta vigilata, come le altre porte di Fossato, da custodes ad portas giorno e notte (cera, armatura, stantiam paleam et Ugna fomite dal Comune a spese dei contribuentes, i quali devono provvedere anche prò pane vino et similis) ancora negli anni cinquecenteschi che precedono - e seguono di poco - la sottomissione allo Stato pontifìcio del 1540, duramente segnati per Fossato da aggressioni, tradimenti, pestilenze e disagi di ogni genere, come già altre volte in passato e di fronte ai quali ha sempre reagito con la sua leggendaria capacità di sopravvivenza e di difesa.
I custodes impedivano l'ingresso anche ai contribuentes abitanti fuori delle mura del castrum, se sprovvisti dell'apposita l^centia del sindaco e dei suprastantes addetti all'organizzazione della guardia alle porte; era l'unica porta d'accesso, infine, su questo fronte ovest dell'insediamento murato e per la sua particolare importanza era protetta - come si vede ancora in una raffigurazione di Fossato del 1817 - da due porte che controllavano l'accesso alla piazzetta stessa antistante la torre merlata e che erano collegate alle due torri che oggi sono le due strutture civili davanti alla torre merlata stessa e che, aggiunte alle 14 già citate, portavano il totale a 16: quella a nord della piazzetta, in fondo alla scalinata che scende verso
San Benedetto, era la portam veterem (rubrica CCLXV degli Statuti) e quella a sud della piazzetta, tra la casa isolata con l'orologio sei-settecentesco sulla facciata e la casa dirimpetto, era la porta sancii petri (rubrica CXXVI).

 

5) San Pietro
È la più antica chiesa di Fossato, eretta in origine a monastero de' monaci oamaldolesi come riferiscono manoscritti (e secondo la tradizione, dal nocerino San Rinaldo), nonché possesso del benedettino monastero di Santa Maria d'Appennino (di cui restano alcune pietre sul confine appenninico tra Fossato e Fabriano) in una bolla di papa Adriano IV del 16 marzo 1156 o 1157. Potrebbe essere sorta però nel secolo precedente, se si riferisce ad una chiesa in questo luogo la pergamena del 1080 in cui Biligarda - in redenzione dell'anima sua e del marito defunto - cede al monastero di Santa Maria d'Appennino una terram loco qui dicitur fosato posila insta sancto potrò (una terra in un luogo che si chiama Fossato, posta vicino a San Pietro - è la più antica carta in cui si conservi il nome del castello); in questo caso l'architettura che si conserva sarebbe un rifacimento ed infatti certe sue severe forme gotiche, diffuse dai Cistercensi,
in particolare la pianta e la volta a botte in pietra a sesto lievemente acuto, appartengono al periodo a cavallo tra XII e XIII secolo. È certo comunque che ha preceduto la costruzione di Fossato, anche perché come chiesa principale non si trova al centro del castello - come invece era quasi regola quando nasceva un insediamento murato - ma sulla sua cinta muraria e al punto da trasformare un suo transetto in un fortilitium che, su questo lato sud della cinta muraria, quello più esposto ad attacchi, andava ad affiancarsi ad altri quattro. Scavata nella roccia a est e a nord, sormontata dall'abitazione degli antichi monaci (cui si accede anche dall'interno della chiesa per una ripida scala ancora scavata nella roccia), si affaccia su una piazzetta dalle caratteristiche ancora medievali. Come testimoniano le residue pietre con la croce sui muri antistanti e i documenti d'archivio, la chiesa è stata il grande cimitero del territorio fossatano dalle origini fino agli anni settanta del XIX secolo. Caduta in totale abbandono in tali anni per spostamento della pievania alla chiesa di San Sebastiano, che ha assorbito parte delle sue numerose ricchezze, è stata restaurata e riaperta al culto esattamente un secolo dopo, lasciando in evidenza alcune tracce di affreschi, un avello ed altri elementi ed aggiungendo all'intemo un seicentesco stemma in pietra del fossatano cardinale
Gherardi, il rocco di colonna dorica sorreggente l'altare proveniente dagli scavi del 1868 in Aia della Croce (Borgo di Fossato) e la bella acquasantiera in pietra bianca, appartenuta in precedenza alla chiesa duecentesca di San Cristoforo, rinvenuta dallo scrivente m una stalla di Fossato e donata alla chiesa di San Pietro. Da citare infine lo spettacolare lavatoio in
pietra di età pontifìcia, che sta al di sotto della chiesa di San Pietro e subito al di là del muro di cinta.

 

6) La Piaggiala
Monolocale duecentesco con volta a botte e quattro arcate accennate a
movimentarlo, definito Chiosino, di Santa Maria della Piaggiala, nella rela-
zione di L. Carattoli del 1869, definizione ripresa nel 1900 da Alfieri nel
suo libro, ormai introvabile, Fossato di Vico - Memorie storiche. Ma come
chiesa non la si incontra mai nelle carte storiche, anche se qualche sua
funzione religiosa non è da escludere. È stata anche definita sede del
Monte di Pietà, ma di sicuro lo è stata solo in qualche epoca e non per e-
sempio intomo alla metà dell'Ottocento, quando pure di monti Fossato
ne aveva due, quello pio frumentario contiguo ad un altro dei pegni (è no-
tevole, in proposito, come la creazione di un Monte di Pietà sia stata de-
cisa a Fossato, con novantacinque voti contro sette, da una delle sue ulti-
me arenghe, quella dell'11 aprile 1540, un mese esatto prima della sotto-
missione allo Stato pontifìcio; in Comune si conserva un pergamenaceo
Statuto del Monte di Pietà in trentatre punti, del 1681). Il ciclo pittorico
della Piaggiola è ormai attribuito dai critici all'eugubino Ottaviano Nelli -
nato intomo al 1370 ed autore di questo ciclo presumibilmente nel 1405 -
e non più a suo padre Martino, come voleva una tradizione fatta propria
anche dall'Alfieri, del quale si ignora anche, aggiungono i critici, se fu ve-
ramente pittore. Certo è che lavori di Ottaviano, tra i maggiori esponenti
del movimento detto gotico internazionale, si trovano un po' ovunque
nell'Italia Centrale (a Gubbio soprattutto, ma anche ad Assisi, Foligno,
Urbino, Fano, a Roma nel museo di Palazzo Venezia, a Perugia nella
Galleria Nazionale dell'Umbria, a Firenze in una collezione privata,
ecc...). Circa il committente degli affreschi della Piaggiola, riferisce
Carattoli nella sua citata relazione di aver letto sotto la scena della
Crocifissione, la seguente iscrizione purtroppo mutila: hoc opus fecit fieri
dna Francisca filia quondam... Iniziando ad ammirare gli affreschi dalla
parete destra, essi rappresentano: un San Michele Arcangelo ed un Cristo
crocifisso sull'albero della vita; segue lo stupendo Madonna con il
Bambino in trono fra le sante Anna e Caterina d'Alessandria, con la scena
dello Sposalizio mistico di S. Caterina, al dito della quale Gesù infila un a-
nello; segue una Pietà ai piedi della croce; sulla lunetta di fondo , ciò che
resta di una Crocifissione a cui sono presenti San Francesco e un altro
santo, oltre ai soliti dolenti ed angeli. Passando alla parete sinistra seguo-
no: una Madonna e Bambino in trono ed a lato S. Giovanni Battista; S.
Antonio Abate e S. Onofrio; una Madonna del Latte ed un Cristo Morto nel
Sepolcro, che per G. Donnini sono di un allievo della scuola del Nelli. Al
centro della volta si notano cieli con stelle ed in un tondo il Cristo
Benedicente.

 

7) Via del Forno
La più caratteristica delle vie che da ovest ad est risalgono il castello in
pendio, attraversato da nord a sud da cinque comode direttrici, antistanti
le file delle case, che per questo avevano tutte - e per lo più lo hanno an-
cora - due ingressi, uno sulla strada superiore ad est, uno sulla strada in-
feriore ad ovest, quest'ultimo immittente sempre in interrati - scavati nel-
la roccia - cioè nella metà inferiore di una casa concepita per svilupparsi
in altezza. Nessuna di queste risalite da ovest ad est aveva scale (quella
che qui si vede è stata costruita nel 1989), mentre tutte erano delimitate
da quelle pietre a spina di pesce di cui qui si conservano tracce e destina-
te a favorire il deflusso delle acque. Altri quattro elementi sono degni di
nota lungo la breve ma spettacolare via: l'evidenza di un castello costrui-
to in pietra, il forno del pan venale che gli da il nome, la volta a botte in
pietra che in cima la conclude e ravvolgente camminamento iniziale a
copertura lignea, così protettivo e a misura umana da costituire come il
salotto di chi vi passa e delle abitazioni circostanti, rispetto alle quali
sembra un prolungamento. Circa il cotto che, accanto alla pietra, compa-
re talora sui muri di Fossato, non è da credere - come spesso accade - che
sia tutto successivo al secolo XIV, perché gli Statuti due - trecenteschi di
Fossato dimostrano il contrario, ad esempio nella rub. CUOCHI dedicata
ai locali magistri copporum tegularum mactonum seu laterum, maestri di
coppi, tegole, mattoni o laterizi. Per quanto riguarda la pietra, presente
anche sotto quei brutti cementi che ricoprono certe facciate, è quella cal-
carea proveniente dalle cave locali dalla morfologia litica a falde di picco-
lo spessore e dunque la più facile da estrarre e da utilizzare in muratura
(la pietra bianca proviene dalle quote più alte, quella rosa dalle zone sot-
tostanti). Tuttavia trattare la pietra era duro anche nel Medioevo, tanto
che la rubrica CLXXII degli Statuti ordina democraticamente che ognu-
no si procuri da sé le proprie pietre e che nessuno possa ricevere pietre
che un altro abbia fatto o tagliato. Lungo Via del Forno, infine, è da nota-
re il breve ed intimo vicolo cieco che su essa si affaccia: non tutti sanno
che sul vicolo si affaccia, a sua volta, una delle uscite del sotterraneo -
scavato in gran parte nella roccia - iniziante in casa Baffi sulla piazza
centrale. Esso è da ritenere, come altri sotterranei della Fossato medieva-
le, tanto un nascondiglio, come una via di fuga nei momenti di pericolo;
anche certe porte - quelle strette e lunghe che oggi si possono vedere mu-
rate su certe facciate delle case di Fossato e talora rialzate rispetto al pia-
no terra - avevano nel Medioevo una funzione difensiva: permettevano di
salire al piano superiore ove si svolgeva la vita collettiva, tramite scalette
mobili, facilmente ritirabili in caso di pericolo.

 

8) Forno del "pan venale"
La definizione, di epoca pontifìcia, sta per pane a pagamento; qui il pani-
cocolo (fornaio) lo faceva e lo vendeva, dandone da vendere anche allo
spaccio del pan venale e il tutto era regolato dal Comune. La sua costru-
zione nel sotterraneo del duecentesco palazzo comunale è ordinata da u-
na rubrica della Riformanza del 22 settembre 1406: Construantur duo
forni prò comune foxati [...] acti ad quoquendum panem e l'altro dei due -
quello più grande dalla lunga e stupenda volta a botte in pietra, separato
da un muro da questo più piccolo - ha l'ingresso dalla parte opposta del
palazzo. Nel Duecento e Trecento, non esistendo questi due forni, il pane
si faceva in altri locali del castello o dello stesso palazzo comunale, nei
quali il panifacola (fornaio) operava sotto le direttive di due massari! elet-
ti in consiglio comunale, che curavano in particolare Xasseptum panis se-
cundum valorem grani (rubrica CXLIX degli Statuti); ma naturalmente e-
ra possibile cuocere il pane anche sul focolare di casa propria. Capitoli
del Conduttor del Forno di fìne '600 stabiliscono regole come il divieto alle
donne di sferruzzar lana nel forno, come l'obbligo per il fornaio di ben
cuocere il pane, di non allontanarsi dal forno durante la cottura, di non
serrare la porta della stanza, di cuocere pan di grano e di non mischiarlo
con il pan cattivo, di regalare al Commissario una soma di fascine o legno
di Carnevale et un altra di Natale', contengono inoltre la distinzione tra il
Forno del pan venale, che appunto fa il pane e lo vende, ed il Forno dei
Particolari, quello più grande, che cuoce il pane che le massaie portano
da casa (entrambi vengono dati in affìtto dal Comune una volta all'anno e
per un anno).
Il Forno del pan venale è stato in funzione fino agli anni della prima guer-
ra mondiale e l'altro fino al 1953, cioè fino alla morte dell'ultimo fornaio
fossatano che lo gestiva, Mariano Merollini. Fino a questa data le fami-
glie andavano a macinar grano al molino e le massaie facevano il pane in
casa, avvertite da Mariano circa l'ora in cui dovevano portare il pane al
forno, per turni di cottura che cominciavano anche alle due di notte e si
protraevano fino a mezzogiorno; era sempre Mariano che andava di not-
te per il pane a dare la sveglia a qualcuna, a riscaldare il forno con legna
propria, a pagare al Comune una cinquantina di lire all'anno per l'affìtto
del forno, a riscuotere dalle massaie il fomatico, fatto ora di centesimi
per ogni fila di pane che era stata cotta, ora di un po' di pane di quello
cotto, quando dalle saccocce non saltava fuori nean@he un centesimo.
Quando il pane usciva dal forno, il suo profumo si sentiva per tutto il
paese.

 

9) Vecchio Palazzo Comunale
È il palatium comunis castri fossati della cui edificazione in loco et casoli-
no ubi nunc est si legge negli Statuti medievali del castello, avvenuta nel
Duecento in quanto il palazzo risulta esistente il 4 giugno 1290 per un at-
to che un notaio vi roga in tale data e relativo a rapporti di lite tra il
Comune e il monastero di Santa Maria d'Appennino; l'anno, invece, in
cui per la prima volta appare citato per Fossato il Comune, è il 1266. È la
rubrica CCXVII degli Statuti, De palatio comunis edificando, a descrivere
come il palazzo venga costruito ad honorem augumentationem et statum
comunis fossati (ad onore, accrescimento e dignità del Comune di
Fossato), a volerlo bonum et pulchrum (robusto e bello), a prevedere la
costruzione in tempi relativamente lunghi, a incaricare un capomastro
della dirczione dei lavori per un anno - affiancato da quattro consulenti
rinnovati ogni sei mesi - e così via di anno in anno fino alla conclusione
dei lavori, per pagare i quali ogni anno, a gennaio, viene istituita una tas-
sa di unus denarius prò qualibet libra di terreno posseduta, denari dei
quali il capomastro rende conto al Comune ogni sei mesi (alle spese di
costruzione concorre anche quanto entra nelle casse comunali a titolo di
condepnationum, cioè delle condanne pecuniarie decise per le varie infra-
zioni dal Vicario del castello). Come luogo delle funzioni rappresentative
della comunità, è ubicato al centro del castello, su un angolo della sua
piazza maggiore (ma non nel Medioevo, quando davanti a sé aveva tutta
una grande piazza, perché l'attuale chiesa di San Sebastiano allora non e-
sisteva) e sul punto di confluenza delle strade inteme; la dolce struttura a
copertura lignea, immittente al piano superiore del palazzo e poggiante
sulla volta di pietra a tutto sesto che sovrasta Via del Forno, è la logia ha-
bitationis di cui si legge nella Publicatio statutorum degli Statuti di
Fossato, avvenuta il 13 maggio del 1386, cioè la loggia dell'abitazione del
Vicario del castello, che lì, alla presenza di testi, espone e rende noto a
tutti il completato e grande Corpus iuris che il libero Comune si è dato. Il
palazzo nel Medioevo ospitava anche la curia, nella quale il Vicario am-
ministrava due volte al giorno giustizia a porte aperte (...hostia... aper-
ta...), mentre era proibito stare presso il palazzo (iuxta palatium comu-
nis), salvo pagare una piccola pena di due soldi, quando in esso erano in
corso il Consiglio o la correptio statutorum e quando in esso si facevano
la distribuzione del salario o l'imposizione della colletta, cioè la tassazio-
ne. Nel 1957 fu stoltamente abbattuto quel teatrino presumibilmente set-
tecentesco e dal pavimento ai palchi interamente ligneo, che nel pianter-
reno del palazzo aveva trovato posto. Oggi si pensa a destinazioni cultu-
rali dell'intera struttura, come ad esempio un Museo del territorio.

10) Le Carceri
Si tratta di tré locali forse duecenteschi, intercomunicanti, scavati nella
roccia che in alcuni pùnti si vede ancora affiorare dal pavimento, caratte-
rizzati dalla pietra con cui sono costruite le spesse pareti e le robuste vol-
te, recuperati negli anni 1970 dall'abbandono in cui giacevano da oltre
un secolo; è in quell'occasione che si sono messe mattonelle su un pavi-
mento che prima era di nuda terra (dopo di che hanno ospitato l'Archivio
Storico Comunale fin verso la fine degli anni '80). Mentre è certa la fun-
zione da cui prendono il nome per l'età pontifìcia (1540 - 1860), è solo i-
potizzabile una eventuale identica funzione nei precedenti tré secoli circa
di età comunale, quando Statuti e Rifonnanze di Fossato parlano di per-
sone da condurre in fortiam comunis o da custodir! in palatio o - in un ca-
so - da mettere in cippis comunis; è la Riformanza del 1425 a parlare e-
spressamente della possibilità di carcerare aliquem habitatorem di Fossa-
to. Il fatto che in età medievale prevalgano pene pecuniarie, come testi-
moniano gli Statuti due - trecenteschi di Fossato, mentre in età pontifìcia
prevalgono pene corporali, indica nel primo caso tempi di prosperità e
nel secondo caso tempi di crisi. È inoltre da notare come in età pontifìcia
si possa finire talora in carcere anche per un innocuo gioco. Citando un
esempio qualsiasi tratto dall'Archivio Storico Plebanale, il 17 luglio 1853
si vede la Curia Vescovile di Nocera ordinare al Vicario Foraneo di Fos-
sato che Domenica Marinangeli la si faccia stare tré giorni in coleste carce-
ri in solo pane ed acqua, e poi si dimetta, perché da un esposto dell'8 lu-
glio aveva appreso che la giovane Domenica, figlia della vedova... di Fos-
sato, mentre era intenta nei giorni precedenti e con altra gente a zappare i
granturchi in un terreno, niente di meno si fece lecito prender libertà di pa-
role troppo inoltrate con Simone Bucefalo di Fossato stesso ammogliato e
quindi giunse fino a lottare con questi, per cui dette non poco di scandalo...
La povera Domenica a pane ed acqua, all'umido, al buio e sulla nuda ter-
ra (mentre per Simone suo compagno di giochi non vi sono pene), dove-
va comunque trovarsi in carcere già dal 9 luglio, data in cui dalla Curia
se ne ordina l'arresto: // Sign. Comandante la Brigata de Gendarmi Ponti-
fìci... allorché sarà di perlustrazione in Fossato farà eseguire l'arresto di Do-
menica Marinangeli e ponendosi d'intesa col Sign. Vicario Foraneo di Fos-
sato la depositarci nelle Carceri locali di Fossato istesso. Ma dalle Carceri
qualcuno riesce anche a fuggire; per esempio il panicocolo (fornaio) del
paese, arrestato per aver frequentato in Fossato la casa di una donna
chiacchierata: ...è accaduto che il carcerato Nasoni è sortito dal carcere
senza sapere in qual modo, giacché la porta era chiusa ed inchiavata, riferi-
sce il 26 settembre 1826 il caporale P. Benni al Vicario Foraneo.

11) San Sebastiano
La prima notizia, che riferisce di un capelloni s.ci Sebastiani, è del 1502 e
perciò la chiesa, comunale, è di probabile origine tardo - quattrocentesca
e contemporanea al sorgere del culto del santo che proteggeva dalla pe-
ste, che anche a Fossato lasciavano dietro di sé eserciti e bande mercena-
rie ad ogni passaggio; prima di San Sebastiano, che dunque è il protetto-
re di Fossato dalla seconda metà del '400, erano protettori di Fossato San
Giovanni Battista e San Pietro, come si legge ad esempio nella
Riformanza del 22 settembre 1406: ...beati lohannis baptiste ac beati petri
appostali protectorum et defensorum comunis et hominum castri foxati...
Ma non era la chiesa che si vede adesso, bensì una cappella - forse ubica-
ta nelle sottostanti carceri - al di sopra della quale si facevano le comuna-
li arenghe o adunantie dei capifamiglia maschi di tutto il territorio ancora
sul finire del Medioevo (vedi ad esempio quella del 7 aprile 1538 che av-
viene, appunto, in sala palatii dicti comunis posila supra Capelloni dica-
tam divo Sebastiano ubi similia fieri solent). In quell'epoca, oltre ai riti, vi
si facevano pubbliche promesse di dote alle maritando in robbe o denari,
vi si incontravano capre a girovagare (per ben tré volte il 20 settembre
1525) ed altro ancora; è anche da citare come nel primo '500 appaiano
collegate a San Sebastiano due chiese che ora non esistono più, quella di
San Rocco - ubicata nella valle di San Martino - e quella della Fraternità,
interna alle mura castellane. S'incontra poi un rescritto del 1617 del ve-
scovo di Nocera, che vuole che la chiesa si riedifichi ed ingrandisca, ma
non pare che sia stato eseguito, finché - dopo sporadici interventi a più
riprese - negli anni sessanta del XIX secolo si trasforma nell'attuale strut-
tura, che architettonicamente straripa sconvolgendo l'antico ordine cir-
costante (innalzamento al di sopra della linea dei tetti, occupazione con
l'invadente e scialba facciata di tutto un lato della piazza, restringimento
di via della Portella per ricavare la cappella delibi Madonna delle Grazie,
abbattimento di una casa all'incrocio tra via Campo dei Fiori e Portella,
abbattimento del voltane - un camminamento medievale coperto - tra
Portella e attuale via Mazzini, per ottenere abside e sagrestia, creazione
di un appoggio al vecchio palazzo comunale per ottenere la cappella del
Sacramento). È in quell'occasione che dall'antichissima San Pietro - con-
siderata inadeguata, ma che tuttavia gli fornisce molte sue ricchezze - vi
si trasferisce la pievania, con formale capitolato tra questa e 41 Comune in
data 24 ottobre 1863, mentre l'apertura al culto è del 3 settembre 1871.
Pregevoli nel presbiterio alcune restaurate tele seicentesche e, sovrastan-
te l'ingresso, un settecentesco organo a canne dai mantici a corde.

 

12) San Cristoforo
Chiesa abbaziale del Duecento, perciò coeva alla costruzione di Fossato
ai piedi del primitivo maniero, sitam intus castrum fossati, nonché mem-
brum abbatte sitrie, come la definisce il 6 marzo 1566 il vescovo nocerino
Mannelli durante la sua visita pastorale, aggiungendo che è non mattona-
temi ed inoltre cum undecim sepulturìs muratis e 5 altari (contempora-
neamente riferisc& che la chiesa di San Sebastiano è cum duo altarìbus et
quinque sepulturìs, quella extra castrum di San Benedetto con tré altari e
due sepolture, quella di San Pietro con 5 altari e 26 sepulturìs muratis).
La più antica notizia che di essa ci pervenga è del 24 giugno 1304 ed è in
un atto pergamenaceo rogato nella chiesa di San Pietro dal notaio Petrus
Venturelle de castro fossati, citante il cappellano della chiesa di San
Cristoforo: Marco di Marnicelo. Come membro del Monastero di Fonte
Avellana, di dantesca memoria, apparteneva all'ordine dei Camaldolesi -
come già i monaci di San Pietro - uno dei più benemeriti della nostra sto-
ria per la protezione delle foreste, per la trascrizione dei codici, ecc. I
monaci abitavano nella casa contigua, cui si accede anche dalla conser-
vata base del campanile, sovrastante il caratteristico vicolo che fiancheg-
gia la chiesa stessa (il campanile è caduto da tempo ed il citato Mannelli
già nel 1573 vuole che esso resarciatur); la dipendenza di San Cristoforo
dall'Avellana significa che era questa a procurare gli arredi sacri e a no-
minare di volta in volta il titolare. San Cristoforo fu sede di una delle due
parrocchie di Fossato e non perché aveva un suo territorio, ma soltanto
quoad animas, era infatti la parrocchia gentilizia, all'interno di quella di
San Pietro che comprendeva tutti gli altri. Fu abbandonata nel 1876 ed il
suo titolo finì alla chiesa di Borgo costruita negli anni 1920; la chiusura
definitiva al culto avvenne con Decreto del 28 ottobre 1915, mentre la
cessione gratuita al Comune della chiesa, con annessi orto e casa canoni-
ca, da parte della Dirczione Generale del Fondo per il Culto, è del 1936.
Conserva i primitivi avelli per le sepolture - nel caratteristico pavimento
in leggera discesa - copertura (restaurata) a capriate lignee, abside poli-
gonale gotica (seminterrata), un transetto laterale (di quello sulla parete
opposta, che permetteva una pianta della chiesa a croce latina, resta la
traccia dell'ampio arco ora murato), frammenti di affreschi tré - quattro-
centeschi, un altare di stile settecentesco, tracce di un restauro del 1820.
Appartiene ad essa - portatale anticamente dai monaci dell'Avellana - an-
che la stupenda croce trecentesca ora in provvisoria custodia della par-
rocchia di Borgo: è alta cm. 51, ha cinque stupende figure in rilievo su o-
gnuno dei due lati e reca la scritta "tempore domini bartoli marìani recto-
rìs sancii loannis ..." (ultima parola non decifrata).

 

13) Torre pubblica
Quest'isolata costruzione in pietra sovrastante la piazza centrale e sor-
montata da arcate a tutto sesto, nel Medioevo aveva la funzione di scan-
dire il tempo attraverso il suono manuale della campana, utilizzata anche
per le più varie segnalazioni, e così indicava l'inizio e la fine della giorna-
ta per distinguere le attività diurne dalle notturne, obbligava il sabato al-
la cessazione del lavoro dopo che aveva a sua volta suonato a vespro la
campana di Santa Maria del Fonte, convocava Arenghe squillando in un
certo modo a tutto il territorio la sera precedente, suonava ad martellimi
per segnalare pubbliche situazioni d'emergenza e così via (ancora nella
seconda metà dell'Ottocento la si vede, nelle solennità religiose, armoniz-
zata con il doppio della chiesa di San Sebastiano).
La funzione cronologica è perfezionata sul finire del Medioevo, grazie al-
la famiglia più creativa della storia fossatana, quella dei Gricci, i quali,
presumibilmente nel 1516, avviano anche l'attività di costruttori di orolo-
gi da torre per iniziativa di Martino (nato nel 1470), un nipote del quale,
Tiziano nato nel 1545 dal Giovanni di cui in Comune si conserva un ri-
tratto ad affresco, porterà quest'arte ai massimi livelli, operando richie-
stissimo in tutta l'Italia centrale e naturalmente in Fossato, per la cui tor-
re costruisce insieme a suo figlio Claudio quell'orologio che ha scandito
le ore fino agli anni settanta di questo secolo, quando è stato sostituito,
per conservarlo come prezioso documento, da un congegno elettrico; su
un fascione di ferro dell'orologio si legge ancora la scritta "TITIANUS
GRICCIUS FOSSATENSIS FACIEBAT ET CLAUDIUS FILIUS EIUS
PERFECIT NEL ANNO 1603", come dire che Tiziano costruì nella secon-
da metà del '500 (o comunque prima del 1603) questo orologio, poi perfe-
zionato dal figlio nel 1603.
Nel Medioevo, comunque, questa torre ubicata al centro del castello na-
sce come perno del sistema difensivo: dalla sua sommità si potevano ve-
dere e militarmente coordinare, durante gli attacchi dall'esterno, tutte le
14 torri disseminate lungo la cinta muraria e le due antistanti la torre
merlata o ingresso principale del castello, per un totale dunque di 16 tor-
ri.
È per tale ragione militare che questa torre pubblica è stata costruita non
sul Palazzo pubblico e come sua appendice - come si vede nella grande
maggioranza dei palazzi pubblici italiani del Medioevo - ma separata da
esso e posta più in alto a dominare tutto.

 

14) Roccaccio
È il rudere del primitivo castrum fossati, sorto bizantino (il greco fossa-
ton, fortificazione in altura) m funzione antilongobarda a difesa della
Flaminia e delle popolazioni sopravvissute, dopo la scomparsa della ro-
mana Helvillum (attuale Borgo), avvenuta presumibilmente durante la
guerra goto - bizantina del VI sec. d.C.; tombe di quest'epoca barbarica
sono state trovate nel 1963 (v. foto di scavo) un 30 metri a sud del rudere
(ma caratteristiche del sito autorizzano sospetti di insediamenti anche
preistorici). Strategica ed inespugnata Rocca di frontiera, unico e solita-
rio baluardo di tutto il nord - est umbro per circa sei secoli (metà dei
quali, a partire dall'anno 850, come feudo dei conti di Nocera, vicari im-
periali di stirpe longobarda), nel '200 vede sorgere ai suoi piedi il burgus o
secondo castrum fossati o attuale paese centro storico, nella cui cinta
muraria viene inglobata, ed a cui trasferisce, come un padre al figlio, le
funzioni che erano state sue. L'innestarsi del secondo, comunale e basso
medievale, sulla realtà del primo, feudale ed alto medievale, stabilisce l'o-
mogeneità culturale fra i due e rivela quale sia la continuità tra le due
grandi epoche - per altri versi così diverse fra loro - del nostro Medioevo
(l'insieme dei due, burgum et castrum, per un atto del 27 giugno 1259 è
quello che castrum totum verum dictum est - meno di un mese dopo, il 20
luglio, in roccha dicti castri il notaio Bonagura roga l'atto di consegna del
castello di Fossato a Perugia, piuttosto che a Gubbio, da parte di Città di
Castello arbitro nella lite fra le due città). Un'idea sulla sua custodia ce la
danno i Capitula arcis sive Rocche Foxati redatti in latino ed in volgare
nel 1508, nei quali il Comune affida per un anno la Rocca al fossatano
Perantonius ed alla sua famiglia, ricompensati con 18 monete della
Marca e nei quali costui promette e giura, presenti due garanti, di bene et
fìdeliter dictam arcem custodire et bonam custodiam facere una cum suis
filiis de die et nocte e di rispettare i Capitoli, sotto pena di 100 ducati d'o-
ro in caso d'inosservanza; questi prevedono che il custode metta di notte
due guardie, che non possa dar recepto ad alcun bandito o condannato da
Perugia, ne ad alcuno che non fosse subiecto alki corte de fossato... socto
pena de perditione de tucti li soi beni, che la Rocca non possa essere aper-
ta dopo il suono serale dell'Avemaria e fino all'aurora. Nel 1672 si vedono
30 scudi da spendere per le sue mura che minaccian mina, nel 1701 viene
inserita per l'ultima volta tra le voci comunali di spesa (60 scudi), nel
1817 compare in un disegno, ancora in piedi, con tanto di mastio o casse-
ro. Poi, dopo oltre un millennio di storia, l'abbandono a se stessa ed alla
rovina, fìno al patetico rudere attuale, per il quale si auspica, a futura
memoria, un restauro conservativo.

 

Non compreso nella guida si consiglia, in quanto si trova lungo il percorso, di visitare l'interessante CENTRO MUSEALE della CIVILTA' CONTADINA