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News 23-05-2012

 

In Sicilia una famiglia su 4 è povera, salari fermi al '92

Famiglie  italiane più povere rispetto a 20 anni fa con un potere  di acquisto pro capite in calo e inferiore del 4% rispetto al 1992. E’ la fotografia che emerge dal Rapporto annuale 2012 dell’Istat. “Complessivamente – si sottolinea – dall’inizio della  recente crisi economica, cioè dal 2008, le famiglie hanno visto crescere del 2,1% il reddito disponibile in valori correnti, cui è corrisposta una riduzione del potere di  acquisto, cioè in termini reali, di circa il 5%. Se poi si considera la dinamica crescente della popolazione residente, nel 2011 il potere di acquisto delle famiglie per abitante e’ del 4% inferiore a quello del 1992, mentre, in termini reali, il consumo di beni e servizi per abitante e’ del 12% più alto del livello rilevato nel 1992. Nel corso degli ultimi quattro anni il potere di acquisto pro capite ha perso circa il 7%, mentre la quantità di beni e servizi sono diminuite del 3%”. 11% FAMIGLIE SONO POVERE, AL SUD UNA SU 4 -Resta ampio il divario territoriale: al Nord l’incidenza della povertà e’ al 4,9 per cento, sale al 23 per cento al Sud. Particolarmente grave risulta la condizione delle famiglie residenti in Basilicata, Sicilia e Calabria, dove nel 2010 il fenomeno riguarda più di una famiglia su quattro. E’ inoltre peggiorata la condizione delle famiglie più numerose. Nel 2010 risulta in condizione di povertà relativa il 29,9 per cento delle famiglie con cinque e più componenti (più sette punti percentuali rispetto al 1997). Nelle famiglie con almeno un minore l’incidenza della povertà è del 15,9 per cento. Complessivamente sono un milione 876mila i minori che vivono in famiglie relativamente povere (il 18,2 per cento del totale); quasi il 70 per cento risiede nel Mezzogiorno. SALARI REALI FERMI IN 20 ANNI, GIU’ POTERE ACQUISTO – I salari reali sono rimasti al palo in Italia negli ultimi 20 anni. “Tra il 1993 e il 2011 – spiega l’Istat – le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno”. Negli ultimi due decenni, evidenzia il rapporto, “la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta a ritmi più sostenuti del loro reddito disponibile, determinando una progressiva riduzione della capacità di risparmio. Complessivamente dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento.  1,8 MLN GLI SCORAGGIATI CHE NON CERCANO LAVORO - Sono più di un milione e 800.000, in Italia, gli “scoraggiati” ossia coloro che pur non avendo un lavoro non lo cercano perchè pensano di non trovarlo. PRECARI AL TOP DAL ’93, OLTRE 35% TRA 18 E 29 ANNI – Nel 2011 l’incidenza dei precari sul complesso del lavoro subordinato e’ al top dal 1993. “Dal 1993 al 2011 gli occupati dipendenti a termine – sottolinea l’Istat – sono cresciuti del 48,4 per cento (+751 mila unità) a fronte del +13,8 per cento registrato per l’occupazione dipendente complessiva. Nel 2011 l’incidenza del lavoro temporaneo sul complesso del lavoro subordinato e’ pari al 13,4 per cento, il valore più elevato dal 1993; supera il 35 per cento (quasi il doppio del 1993) fra i 18-29enni”. UN GIOVANE SU 5 ‘NEET’ NON STUDIA NE’ LAVORA, 1 SU 3 A SUD – In Italia più di un giovane su 5 dai 15 ai 29 anni non studia ne’ lavora: i cosiddetti Neet sono 2,1 milioni (22,1 per cento). La quota dei Neet nel 2011 è più alta nel Mezzogiorno, 31,9 per cento, un valore quasi doppio di quello del Centro-nord, con punte massime in Sicilia (35,7 per cento) e in Campania (35,2%). La cifra italiana è sensibilmente superiore alla media europea (15,3%) e molto simile a quella della Spagna, che con il 20,4% si piazza al quint’ultimo posto dei Ventisette.

 

Risparmio e potere d’acquisto: così in 10 anni siamo diventati poveri

Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato ai livelli del 2001. In termini pro capite tra il 2000 e il 2011 si è ridotto del 3,1%. Per quanto riguarda la propensione al risparmio, negli anni scorsi si è ridotta perché si cercava di mantenere lo stile di vita dei tempi floridi. Adesso, col peggiorare della crisi, è tornata a salire, ma si tratta di risparmo precauzionale.  Nella seconda metà del 2011 i consumi delle famiglie hanno mostrato una marcata contrazione (-0,8% rispetto al semestre precedente). La debolezza della spesa per consumi, protrattasi nei primi mesi dell’anno in corso e caratterizzata dalla decisa flessione degli acquisti di beni durevoli, è stata determinata da una progressiva riduzione del potere di acquisto delle famiglie: se nella media d’anno la contrazione è stata pari allo 0,5%, nell’ultimo trimestre del 2011 la flessione è stata dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,9% rispetto al corrispondente periodo del 2010. Di conseguenza, alla fine dell’anno scorso il potere d’acquisto delle famiglie è tornato sui livelli dell’inizio del 2001. In termini pro-capite tra il 2000 e il 2011 il potere d’acquisto si è ridotto del 3,1%. Nel 2011 la propensione al risparmio delle famiglie (definita dal rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile) si è attestata al 12%, il valore più basso dal 1995, registrando una diminuzione di 0,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Nel quarto trimestre la propensione al risparmio, calcolata sui dati destagionalizzati, è stata pari al 12,1%: 0,3 punti percentuali in più rispetto al trimestre precedente. Nei confronti del corrispondente trimestre del 2010 la diminuzione è comunque pari a 0,8 punti percentuali. La riduzione del tasso di risparmio prodottasi con la crisi è senza precedenti, ma va notato come essa sia iniziata prima del biennio 2008-2009 ed appaia legata alla lunga stasi del potere d’acquisto delle famiglie registrata in tutti gli anni Duemila. Sul piano congiunturale, se negli anni scorsi queste ultime hanno cercato di mantenere il tenore di vita attingendo ai risparmi, con il deterioramento della situazione verificatosi a metà 2011 sembra essere intervenuto un mutamento dell’atteggiamento psicologico, in corrispondenza del peggioramento del clima di fiducia. In questo quadro, il leggero aumento della propensione al risparmio registrato a fine anno sembrerebbe più coerente con i comportamenti degli altri Paesi europei, dove nel corso della crisi si è assistito ad un aumento del risparmio precauzionale. Non a caso, considerando l’indagine mensile sul clima di fiducia dei consumatori, negli ultimi mesi del 2011 si osserva un aumento non solo della quota di chi dichiara di erodere i risparmi o di indebitarsi (segno evidente della difficile situazione in cui versano molte famiglie), ma anche del gruppo di chi riesce a risparmiare, mentre si restringe il gruppo di chi si considera in condizione di “quadrare il bilancio”. La polarizzazione dei comportamenti si conferma nei primi mesi del 2012, con un leggero recupero dell’incidenza di chi si ritiene in grado di risparmiare e una diminuzione di chi non lo è. Peraltro, l’indicatore del clima di fiducia dei consumatori, dopo aver segnato un qualche recupero rispetto ai minimi di dicembre e gennaio, è tornato a scendere fortemente in aprile, con un peggioramento particolarmente marcato per la componente delle attese sullo scenario economico. Naturalmente, in un momento di debolezza congiunturale il tentativo di ricostituire il risparmio può avere un effetto depressivo sul sistema economico, alimentando un circolo vizioso con effetti difficilmente quantificabili al momento. Da questo punto di vista appare importante ristabilire al più presto un clima economico positivo, in grado di fornire prospettive durature di aumento dei redditi familiari, nonché sostenere le famiglie in grave difficoltà economica, al fine di evitare effetti negativi sulla tenuta complessiva del tessuto sociale. Fonte: Linkiesta

 

Messina: Galleria Vittorio Emanuele, i perché del sequestro

Un provvedimento scattato dopo le verifiche e gli “appostamenti” effettuati negli scorsi mesi dalle forze dell’ordine. Necessario al più presto trovare una soluzione per ridare decoro al prestigioso spazio   “Da anni, sia pure nella successione dei titolari delle azienda che gestiscono i ritrovi, viene perpetrata una stabile occupazione dello spazio interno la Galleria Vittorio Emanuele attraverso l’estensione abusiva delle attività autorizzate all’interno dei locali mediante la collocazione di sedie, tavoli, ombrelloni” ... E ancora “La richiesta formulata dal pm afferente il sequestro dei locali andava rigettata posto che le attività all’interno sono state regolarmente autorizzate. I reati per i quali si procede, afferiscono ad attività che si svolgono solo all’esterno”.  Sono questi i passaggi salienti dell’ordinanza siglata dal Gip Maria Teresa Arena sulla base della quale, nella notte fra sabato e domenica, gli uomini della squadra decoro della polizia Municipale, hanno effettuato un blitz in cinque locali delle Galleria verbalizzando occupazioni abusive del suolo ed effettuando sequestri preventivi. Una “visita”, quella degli uomini di Biagio Santagati, che come ben si intuisce dal provvedimento del giudice, è però da ritenersi tutt’altro che inaspettata. Da oltre un anno, infatti, i gestori dei locali erano stati “attenzionati” dalle forze dell’ordine per via del posizionamento di arredi esterni e in alcuni casi anche per intrattenimento musicale non autorizzato fino a tarda notte, con buona pace dei condomini le cui abitazioni affacciano nello spazio di piazza Antonello. Proprio quest’ultimi hanno più volte sollecitato l’intervento delle autorità preposte, che a propria volta avevano già sanzionato i gestori. Gli ultimi controlli prima dell’operazione dello scorso fine settimana, sono stati condotti il 14 e 15 gennaio: “Il personale del Nucleo Decoro coadiuvato dall’Arpa – si legge nel dispositivo della Procura – ha effettuato dei rilievi fonometrici in alcune abitazioni che affacciano all’interno della Galleria Vittorio Emanuele e ha appurato che all’interno quattro esercizi pubblici aperti si svolgeva attività di intrattenimento musicale”. Da qui la decisione del giudice di procedere anche al sequestro anche di amplificatori e strumentazione sonora. Una vera e propria giungla quella riguardante le occupazioni di suolo pubblico, che nel caso della Galleria Vittorio Emanuele ha trovato la sua massima manifestazione: il preciso divieto di “colonizzare” porzioni si “terreno” comunale, è previsto sia dal regolamento di condominio che dal regolamento comunale. In particolare l’art. 15 “elenca le finalità per le quali è consentita l’occupazione temporanea di alcune piazze  e strade del centro storico cittadino e tra queste anche della Galleria e ne disciplina le modalità, escludendo però che possano autorizzarsi occupazioni temporanee mediante tavoli, sedie e gazebo”. L’esatto opposto di quanto avvenuto. Un silenzio assenso, quello mantenuto fino ad oggi, che ha però finito col rendere automatici meccanismi e abitudini in realtà non contemplabili.  E tuttavia, pur nel mancato rispetto delle regole che ha prodotto evidenti danni patrimoniali alla casse del Comune per incassi da occupazioni suolo mai riscosse, gli esercizi commerciali hanno contribuito ad animare uno spazio che, almeno nei mesi successivi l’inaugurazione post-restauro, ha rappresentato il salotto buono della città. Quello che, a tutti i costi, deve tornare ad essere. Difficile, almeno al momento, immaginare una soluzione: per i titolari, alla luce dei divieti che di conseguenze riducono anche il numero dei posti a sedere e quindi dei clienti, diventa sempre più complesso coprire costi d’affitto decisamente onerosi. Tuttavia una soluzione va individuata. E’ necessario trovare un punto d’incontro che da una parte tuteli l’interessi dell’amministrazione e preservi il valore storico-architettonico della struttura, e d’altro rappresenti un incentivo per le attività dei piccoli imprenditori. Il recupero della Galleria, ora più che mai, passa dalla volontà degli “attori” cittadini. Nel frattempo ai turisti di passaggio non rimane che essere spettatori di uno spettacolo veramente pietoso: dove il nulla si unisce al niente poca fiducia

 

Messina: Vertenza Triscele, cresce la tensione tra i lavoratori

All’incontro indetto questa mattina da Cgil, Cisl e Uil, presenti Buzzanca, Ricevuto e Panarello. I sindacati chiedono l’aiuto della politica, che non perde occasione di offrire massima disponibilità. Scettici ed esasperati i 42 dipendenti cassintegrati E’ trascorso più di un anno dal giorno in cui è “esplosa” quella diventata in pochi mesi la vertenza simbolo della città, che porta il nome, anzi il marchio di Triscele. Il 20 marzo 2011 il gruppo Faranda comunica ai sindacati, e quest’ultimi ai lavoratori, il blocco dell’attività. Tanti gli incontri, i cortei, le manifestazioni organizzate in questi mesi per cercare di smuovere la città, di svegliare le coscienze ma soprattutto di “sollecitare” la politica. E non è stato diverso l’incontro svoltosi questa mattina al Salone degli Specchi della Provincia, su iniziativa della organizzazioni di settore di Cgil, Cisl e Uil. Un appuntamento voluto per fare il “punto” sull’iter per il cambio di destinazione d’uso dell’area dove attualmente sorge lo stabilimento ex-birra Messina e dove dovrebbe sorgere il complesso residenziale Trinacria. Un passaggio obbligato per consentire alla società la monetizzazione necessaria alla delocalizzazione dell’impianto e, come promesso, la ripresa dell’attività. Tutto facile a parole, molto meno nella pratica. E le parole, quelle “belle”, non sono mancate neanche questa mattina da parte di Buzzanca, di Ricevuto e del deputato regionale Panarello, unico rappresentante messinese componente dell’Ars che ha risposto all’invito sindacale. Tutti si sono detti pronti e disponibili a “fare squadra” per garantire un futuro al prestigioso birrificio, partendo innanzitutto dalla riacquisizione del marchio “birra Messina”, al momento di proprietà dell’Heineken, che ne continua la produzione nello stabilimenti di Massafra (Brindisi): “Mi consulterò con i legali della Provincia per capire se anche noi, come istituzione, possiamo dare un supporto all’azienda nel contenzioso che la vede contrapposta all’Heineken per riappropriarci del marchio, vessillo della città”. Vede il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto (forse anche per l’inconfondibile gusto delle bollicine messinesi) il primo cittadino: «Faremo il possibile per accelerare l’iter di cambio di destinazione d’uso al Comitato regionale urbanistica (Cru), entro la fine dell’anno speriamo che la vicenda possa essere risolta». Dichiarazioni, quelle rilasciate in volata da Buzzanca e Ricevuto, che però non convincono tutti: mentre i sindacati definiscono l’incontro odierno un «successo per la grande disponibilità mostrata dai due esponenti politici», ben diverso è il giudizio dei lavoratori, che certo non dimenticano le promesse mancate dell’ultimo anno: «Basta con le passerelle – afferma con rabbia uno dei 42 dipendenti che ha preso parte all’incontro – non crediamo più alle loro parole. Il sindaco e il presidente della Provincia non dovevano andare via, dovevano ascoltare tutte le nostre richieste e intervenire dopo». Uno sfogo, quello del signor Mimmo, che inutilmente colleghi e rappresentanti sindacali hanno cercato di placare. Perché quando il timore di non arrivare a fine mese prende il sopravvento, la razionalità perde “terreno”. Parole condivise anche da altri dipendenti, che prima ancora del recupero del marchio, ritengono prioritario avere garanzie per la delocalizzazione dell’impianto: «In attesa che il Cru si pronunci – affermano – bisogna iniziare a parlare di piano industriale per non arrivare impreparati a dicembre (quando scadrà il periodo di cassa integrazione in deroga)». Un data che sembra ancora lontana, ma che invece arriverà in men che non si dica. E a quel punto le “belle parole” avranno fatto il loro tempo.

 

 

News 22-05-2012

 

Messina: Blitz del nucleo decoro alla Galleria Vittorio Emanuele

Chiusi tutti i locali. Su uno delle saracinesche degli esercizi un ultimo messaggio: “Abbiamo chiuso per colpa dei soliti messinesi intoccabili”. Il cancello semi aperto, le saracinesche chiuse, le immancabili bottiglie abbandonate “ai piedi” degli scalini. E’ questo ciò che rimane della Galleria Vittorio Emanuele, ed è questo ciò che rimarrà per chissà quanto tempo. Il nucleo Decoro della polizia Municipale, su precisa disposizione della Procura, ha fatto piazza pulita di ciò che rimaneva delle attività di ristorazione all’interno di quello spazio che, nei progetti, avrebbe dovuto rappresentare un secondo salotto buono della città. Quello che si ha oggi davanti agli occhi è uno spettacolo spettrale, ancor più di quanto visto negli ultimi mesi. Niente più tavoli, niente più sedie, né più tavolini, niente più “vita” all’interno di uno spazio che, all’indomani della sua inaugurazione, aveva fatto sperare nella possibilità di una vera rinascita. Un sogno svanito in poco tempo. Eppure a quanto accaduto l’altra notte nell’ormai deserta Galleria Vittorio Emanuele, c'è chi da una spiegazione ben precisa e lo scrive a chiare lettere, lasciando un ultimo messaggio di “arrivederci”, anzi di “addito”: “Abbiamo chiuso per colpa dei soliti messinesi intoccabili”.

 

Filicudi: La biglietteria aliscafi a 12 km dall’approdo!

Lipari - Nell’Isola di Filicudi per acquistare un biglietto di aliscafo bisogna recarsi nella biglietteria di Filicudi-porto, ossia a circa dodici chilometri dall’attuale approdo che è quello di Pecorini a mare. Al porto sono in corso i lavori di rifacimento del molo ma a residenti e turisti le compagnie di navigazione non hanno dato una soluzione provvisoria alternativa. Con l’aggravio per i turisti di doversi sobbarcare 20 euro di servizio taxi, se si trovano dall’altro lato dell’isola. Sino alle elezioni il problema era “superato” con i biglietti pre-stampati che venivano “gestiti”, su una biglietteria di fortuna ubicata al porto di Pecorini. Dopo le elezioni le cose sono mutate e nei muri sono comparsi gli avvisi con la nuova comunicazione. Comprensibilissima l’indignazione generale. Anche perché basterebbe un gazebo-biglietteria nei pressi del molo o fare il biglietto direttamente a bordo.

 

Sicilia: Sanità sciopero contro i tagli sui fondi

2.500 malati di talassemia le rifiuteranno per protesta il 29/5. Lo 'sciopero delle trasfusioni' e' stato indetto in Sicilia dalla Lega italiana per la lotta contro le emopatie e i tumori dell'infanzia per protestare contro ''i drastici ridimensionamenti del personale e organizzativo'' dei centri di talassemia. Il 28 maggio prossimo i malati talassemici rifiuteranno le trasfusioni e l'associazione presentera' alla Regione, in forma simbolica, il ricorso contro il nuovo piano sanitario. I malati di talassemia in Sicilia sono 2.500.

 

Caro Monti, facciamo due conti

Il presidente del Consiglio ha invitato gli italiani a segnalare gli sprechi da eliminare. La campagna Sbilanciamoci! ogni anno pubblica una “controfinanziaria” con proposte per evitare gli sprechi e usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente. Ecco qualche consiglio a Monti: Legalità e giustizia fiscale: Tassa patrimoniale In questa crisi i ricchi non stanno pagando alcun prezzo, e il peso della crisi ricade interamente sulle fasce più povere della popolazione. Proponiamo perciò una tassa patrimoniale del 5 per 1000 sui patrimoni oltre i 500mila euro, con alcune correzioni di carattere progressivo (possibile grazie alla registrazione dei beni sulla dichiarazione dei redditi) sul prelievo. In questo modo potrebbero entrare nelle casse dell’erario una somma intorno ai 10 miliardi e 500 milioni di euro. Progressività. Il nostro sistema fiscale ha perso in questi anni un carattere di vera progressività. Non si tratta solo di raccogliere più risorse, quanto di dare un maggiore senso di giustizia fiscale. Per questo Sbilanciamoci! propone l’aliquota del 45% per i redditi al di sopra dei 70.000 euro e al 49% l’aliquota oltre i 200.000 euro. Si potrebbero recuperare così 1 miliardo e 200 milioni che sarebbero soprattutto (per il 77%) a carico dei contribuenti al di sopra dei 200.000 euro annui. Rendite. Oggi gli interessi sui depositi bancari vengono tassati al 27%, mentre gli interessi sulle obbligazioni, le plusvalenze e i rendimenti delle gestioni individuali e collettive subiscono un prelievo di appena il 12,5%. L’unificazione delle rendite finanziarie ha rappresentato per anni una delle priorità di politica fiscale promossa da Sbilanciamoci! e rappresenterebbe un importante risultato per la giustizia fiscale nel nostro paese. È possibile portare la tassazione di tutte le rendite al 23%, una soglia che ancora resta allineata con i grandi paesi europei e che non presenta quindi rischi di fughe di capitali. In questo modo sarebbe possibile ottenere almeno 2 miliardi di euro. Tassare i diritti televisivi per lo sport spettacolo Come per la pubblicità, il business dello sport-spettacolo ha effetti distorsivi sul mercato e distoglie risorse dallo sport per tutti. Si propone pertanto di adottare il metodo francese di tassazione dei diritti televisivi per finanziare lo sport per tutti e la costruzione di impianti pubblici polivalenti. Con un’aliquota del 5% sul totale dei diritti versati si potrebbero raccogliere circa 40 milioni di euro. Tassare la pubblicità Gli investimenti pubblicitari in Italia sono circa 10 miliardi di euro. Nell’era della grandi concentrazioni dei media e delle agenzie pubblicitarie nessuno può negare l’effetto distorsivo che questa ha su consumi, stili di vita e sulla stessa regolarità della concorrenza tra le imprese. La proposta, dunque, è di frenare i margini di profitto dell’intero comparto pubblicitario aumentando del 5% il prelievo sugli utili, con il duplice obiettivo di ridimensionarne l’invadenza e di drenare risorse da dedicare alla scuola e ad attività culturali per tutti. L’introito atteso è di circa 500 milioni di euro. Tassa automobilistica sull’emissione di CO2 Fino ad oggi la tassazione dei veicoli avviene sulla base della cilindrata e dei cavalli fiscali. Chiediamo che la tassazione sui veicoli avvenga in modo progressivo sulla base dell’emissione di CO2 che colpirà progressivamente i veicoli più potenti ed ecologicamente inefficienti (come i Suv o i veicoli di vecchia immatricolazione). Le maggiori entrate derivanti da questo diverso modo della tassazione dei veicoli ammonta a 500 milioni di euro. Misure fiscali penalizzanti per la produzione e il commercio (consentito dalla legge), delle armi La proposta è una sovrattassa del 4% sul fatturato dell’industria bellica e di un aumento di 200 euro per le licenze (oggi sono oltre 50.000) di armi per la difesa personale; queste misure potrebbero portare un ricavo di circa 270 milioni di euro.  Ambiente e sviluppo sostenibile: Riduzione stanziamenti grandi opere Si propone l’abbandono della logica delle grandi opere – costose e incerte sotto il profilo attuativo - a favore della ottimizzazione delle reti esistenti e del loro uso (con i necessari adeguamenti e potenziamenti). In particolare proponiamo la cancellazione del finanziamento di 1,543 miliardi destinati dalla Legge di Stabilità 2012 alle grandi opere. Eliminazione finanziamento all’autotrasporto di merci Si propone di cancellare le misure previste dalla Legge di Stabilità del 2012 di 400 milioni di euro a favore dell’autotrasporto merci, che invece andrebbe disincentivato a favore di forme di trasporto più sostenibile (intermodalità, autostrade del mare, uso del trasporto su rotaia) delle merci per il paese. Disarmare l’economia, costruire la pace: Riduzione delle spese militari Chiediamo la riduzione di 3miliardi di euro della spesa militare. Questo potrebbe avvenire grazie alla riduzione degli organici delle forze armate e a un’integrazione – con economie di scala – dentro la cornice europea e delle Nazioni Unite, naturalmente prevedendo un ruolo delle Forze Armate legato ad autentici compiti di prevenzione dei conflitti e mantenimento della pace e rifiutando ogni interventismo militare. Eliminazione e riduzione dei programmi d’arma (per gli F35 e non solo) Chiediamo al governo italiano di non firmare il contratto per la produzione dei 90 cacciabombardieri Joint Strike Fighter. Chiediamo di cancellare i finanziamenti previsti per il 2012 per la produzione dei 4 sommergibili FREMM, dei cacciabombardieri F35, delle due fregate “Orizzonte”. Risparmio previsto: 783 milioni di euro. Per un'analisi più dettagliata sui costi per gli F35, si veda:www.sbilanciamoci.org. No ai militari nelle città Chiediamo di concludere l’esperienza della presenza e del pattugliamento delle nostre città ad opera di personale delle forze armate e chiediamo che gli stessi fondi (72 milioni di euro) vengano impiegati per pagare gli straordinari al personale delle forze di pubblica sicurezza. Ritiro dall’Afghanistan Chiediamo il ritiro delle truppe italiane dalla missione in Afghanistan (il ruolo e la presenza dell’Isaf sono strettamente intrecciati ad Enduring Freedom in una funzione bellica e di lotta militare al terrorismo) e da tutte quelle missioni internazionali che non abbiano la copertura e il sostegno delle Nazioni Unite. Questa misura farebbe risparmiare 616 milioni di euro alle casse pubbliche Cancellare il programma “Vivi le Forze Armate. Militare per tre settimane”. Chiediamo che questa nuova iniziativa del Ministero della Difesa venga cancellata e le risorse risparmiate (20 milioni di euro) vadano ad incrementare il fondo per il servizio civile nazionale. Festeggiare la Festa della Repubblica del 2 giugno senza la parata militare Negli anni passati abbiamo calcolato un costo medio della Parata militare di circa 10 milioni di euro, cifra con la quale sarebbe possibile far partire 1.700 giovani per il servizio civile che fanno attività utili per la comunità, aiutando in questo modo più di 10mila persone in stato di bisogno: anziani, disabili, senza fissa dimora, bambini. Welfare, diritti sociali e formazione: Chiusura dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) Con i 174 milioni previsti nella legge di bilancio per il 2012 per l’attivazione, la locazione e la gestione di nuovi Cie si potrebbe finanziare un programma nazionale di inclusione sociale, tra cui: corsi pubblici e gratuiti di insegnamento della lingua italiana, soluzioni abitative dignitose per i Roma, un sistema nazionale di protezione contro il razzismo, l’inserimento scolastico dei bambini e dei giovani di origine straniera, borse di studio per i giovani di origine straniera, spazi interculturali e risorse per i giovani “figli dell’immigrazione”. Per altre informazioni: www.cronachediordinariorazzismo.org. Abolizione dei fondi alle scuole private e del buono scuola Si risparmierebbero 700 milioni di euro dall’eliminazione dei sussidi pubblici alle scuole private. Si tratta di utilizzare le stesse risorse per rilanciare la scuola pubblica, intervenendo su quelle che sono le emergenze del sistema pubblico: il diritto allo studio, l’edilizia scolastica, la qualità dell’offerta formativa. Copy left Sbilanciamoci! propone l’adozione del software libero da parte di amministrazioni centrali e locali potrebbe portare risparmi molto ingenti. Si otterrebbe un risparmio attorno ai 2 miliardi di euro l’anno sui costi delle licenze (di cui 680 milioni solo per le soluzioni Microsoft). I vantaggi non sarebbero solo economici ma anche quelli di un eccezionale strumento di trasparenza amministrativa e di controllo della spesa. Fonte: Sbilanciamoci

 

 

News 21-05-2012

 

Barcellona rubata la grande campana in bronzo della chiesa dei Basiliani

Mani ignote, nella notte tra il 17 e il 18 Maggio, hanno rubato la grande campana in bronzo della chiesa dei Basiliani sulla collina di Monte Croce a Barcellona. Indisturbati, nonostante la collocazione nella torre campanaria, hanno potuto staccare il manufatto dalla sua sede e trafugarlo altrove. Probabilmente su commissione. Ma questo è solo l’ennesimo furto sacrilego perpetrato ai  danni della chiesa settecentesca. Infatti nel 1991 è stato rubato il preziosissimo tondo gaginesco con la Madonna e il Bambino, e nel 2010 è stata asportata la croce greca fissata sulla sommità della facciata. Oggetti d’arte e di devozione mai più ritrovati perché, forse, mai veramente cercati. Ora che poco resta da rubare (ricordiamo che tutto l’arredamento, i libri e le suppellettili sacre erano già scomparse negli anni in cui l’attiguo convento ospitava il Liceo Classico) ci chiediamo: possibile che tutto questo avvenga nella più banale normalità, senza che nessuna autorità assuma una forte posizione? Il patrimonio artistico e culturale di Barcellona Pozzo di Gotto, seppur negli ultimi anni faticosamente riscoperto e valorizzato da molte associazioni cittadine, rischia – nell’indifferenza – di privarsi definitivamente di alcuni dei suoi pezzi più importanti. Ma questo non possiamo permetterlo. Per questo chiediamo al Nucleo Tutela dei Beni Culturali dell’Arma dei Carabinieri di prestare maggiore attenzione al territorio barcellonese e di porre in atto tutti gli strumenti necessari affinché si scoprano gli artefici dei furti (ma tutte le chiese cittadine sono state bersaglio di numerosi furti) e si riesca a restituire alla cittadinanza barcellonese quanto fa parte del proprio corredo storico, sociologico e memoriale. Al contempo chiediamo alla nuova Amministrazione Comunale di predisporre quei minimi accorgimenti (adeguata illuminazione, telesorveglianza) per evitare in futuro il perpetrarsi di ulteriori fatti delittuosi, che rappresentano vere e proprie spoliazioni di opere che appartengono all’intera comunità, con grande e vero dolore di chi dedica la propria vita alla cultura, all’arte, al bello e alla legalità. Comunicato Stampa a firma del Presidente della Pro Loco Andrea Italiano e del Presidente dell’Associazione Culturale “Genius Loci” Bernardo Dell’Aglio.                                          

 

Messina: Settimana di protesta dei lavoratori dei servizi sociali

Si comincia domani con lo sciopero, per l’intera giornata, di sei cooperative. Mercoledì pomeriggio manifestazione di fronte palazzo Zanca. Le proteste della scorsa settimana sono state solo un antipasto, perché i i lavoratori dei servizi sociali, sono intenzionati a fare ancor più sul serio. Si comincerà domani con lo sciopero del settore. Ad incrociare le braccia saranno i lavoratori di i sei cooperative. Nuova Presenza , Azione Sociale, Nuove Solidarietà , Le Gardenie. Progetto Vita, Faro 85. Una decisione legata alla mancata risposta, da parte dell’amministrazione, sul pagamento degli stipendi, come spiegano Clara Crocé Segretario Generale della Fp Cgil e Angela Passari responsabile del settore. “I lavoratori – aggiungono - non percepiscono gli stipendi dal mese di Febbraio mentre altri dal mese di gennaio, sono allo stremo e da parte del sindaco non arriva nessun segnale , come se il problema non lo toccasse minimente”. Ma come detto, il dissenso avrà altre manifestazioni: i dipendenti, infatti, riprenderanno i servizi ma a turno il personale libero manterrà il presidio davanti a palazzo Zanca . La mobilitazione culminerà il 23 maggio a partire dalle ore 17 .con un sit-in di protesta, stesso giorno in cui il primo cittadino ha convocato le organizzazioni sindacali.  “Nel corso dell’incontro - continuano Crocè e Passari - senza tenere conto dei lavoratori dei servizi sociali che da giorni protestano e scioperano . L’atteggiamento di misogino incolpevole assunto dal sindaco a questo punto potrebbe apparire come un accanimento persecutorio nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che rivendicano un pezzo di pane per le loro famiglie. Da tempo chiediamo un serio confronto , in merito ai servizi sociali sia al Sindaco che all’Assessore Caroniti - spiega ancora Crocè - nulla di fatto. Abbiamo appreso che l’Assessore Caroniti, nei giorni corsi ha incontrato le associazioni delle cooperative escludendo dal tavolo le organizzazioni sindacali. E’ comodo continuare a garantire i servizi alle fasce più deboli con le tasche e sulla pelle dei lavoratori. E’ arrivato il momento di cambiare rotta- conclude Crocè - se Buzzanca ha qualche problema , ha il dovere di spiegarlo ai cittadini messinesi”.

 

Messina: Vertenza Palumbo il 23 maggio sit-in di fronte la Prefettura

Tra le vertenze che infiammano la città non manca all’appello quella dei lavoratori dei cantieri navali Palumbo. Mercoledì 23 maggio si terrà di fronte la prefettura un sit-in organizzato dai metalmeccanici, compatti per rivendicare dignità e diritto al lavoro. I dipendenti non sono soli. Grande solidarietà è stata loro mostrata dai lavoratori dell’Atm aderenti all’OrSa e alla Cub Trasporti, che auspicano “l’unità della classe lavoratrice, ad oggi troppo frammentata, per sostenere l’attacco frontale di chi detiene il potere e vorrebbe far pagare lo scotto della crisi e dei fallimenti solo ai lavoratori salariati”. La vertenza ha causato finora 12 licenziamenti, un numero che in una città come Messina, dove il diritto a lavoro rappresenta ormai una chimera, costituisce l’ennesima sconfitta sociale.

 

Il consigliere Lombardo Ricevuto: «politicamente è un bugiardo»

La richiesta di dimissioni, formalizzata dall’esponente di Sicilia Vera in Consiglio, nasce da un fatto scatenante, ma poi viene supportata da un elenco di “fallimenti” collezionati dal presidente della Provincia e puntualmente elencati. Pippo Lombardo contro Nanni Ricevuto. Il primo è il consigliere e il portavoce provinciale di Sicilia Vera , il secondo è, ormai dal 2008, il presidente della Provincia. In questi quasi cinque anni di amministrazione provinciale, tra i due non sono mancati momenti di  forte scontro politico,  che oggi culminano con la richiesta di dimissioni di Ricevuto da parte dell’esponente d’opposizione di Palazzo dei leoni. Nanni Ricevuto dovrebbe lasciare la poltrona di presidente perché «bugiardo» . Così lo ha definito espressamente il consigliere Lombardo nel corso dell’ultimo Consiglio provinciale. Come in ogni guerra c’è un causus belli:  «il Presidente continua ad eludere le richieste del consiglio sulla gestione delle somme urgenze negli ultimi quattro anni, affidati sempre alle stesse ditte e sempre utilizzando il massimo consentito per legge, eludendo le procedure di evidenza pubblica, causando all’Ente un danno erariale non indifferente,  considerato che sono stati affidati oltre dieci milioni di euro» Questa, dunque la causa scatenante che ha indotto Lombardo a chiedere le dimissioni immediate del Presidente Ricevuto, ma tante altre le motivazioni per cui lo vorrebbe vedere fuori da palazzo dei Leoni. Motivazioni elencate, una per una, in un documento, fatto diramare dall’Ufficio stampa, secondo cui Ricevuto: «ha fallito sulla viabilità provinciale, dove sono stati sprecati 120 milioni di euro senza nessun risultato evidente; ha fallito sulla edilizia scolastica, non riuscendo a mettere in piede nessun procedimento per realizzare almeno un nuovo plesso scolastico; ha fallito sul ridimensionamento delle partecipazioni azionarie della Provincia bruciando milioni di euro sulla società dell’aeroporto dello stretto;  ha fallito sull’unica grande infrastruttura necessaria per il rilancio economico della nostra provincia e cioè l’Aeroporto del Mela; ha fallito sulla pianificazione territoriale non riuscendo in quattro anni ha portare una proposta deliberativa sul Piano territoriale; ha fallito sulle politiche turistiche ed in particolar modo sulla gestione del comitato Taormina Arte causando un buco di oltre tre milioni di euro e compromettendo seriamente la stagione 2012; ha assunto impegni che non ha mantenuto sul rilancio della cittadella fieristica di Messina ; ha fallito sulla gestione finanziaria della Provincia mettendo in discussione la sopravvivenza stessa dell’Ente». Ma c’è una ragione che ha pesato più di tutte nella decisione del consigliere Lombardo  di chiedere  le dimissioni del Presidente Ricevuto: «perché politicamente è un “Bugiardo”, e non è idoneo a continuare a ricoprire un ruolo che richiede prima di ogni cosa, al di là delle competenze, onestà intellettuale nei confronti di tutti i cittadini della provincia di Messina».

 

Finanziamenti ai partiti: via libera ai tagli, ma in Aula solo 20 deputati

In Parlamento la Commissione di Montecitorio ha approvato la proposta di legge per la riforma dei finanziamenti ai partiti, ma alla prima presentazione del relatore in Aula ben pochi deputati erano presenti. Il Parlamento in questi giorni è al lavoro su uno degli argomenti più delicati del momento, il taglio dei finanziamenti pubblici ai partiti più volte evocato dai partiti e chiesto dai cittadini, ma ancora mai realizzato. Anche due giorni fa alla Camera dei deputati all'ordine del giorno c'era la discussione sulla proposta di modifica di alcuni dei temi centrali della vicenda come la riduzione dei rimborsi elettorali, la rinuncia all'ultima tranche dei rimborsi del 2008 e la trasparenza sui conti dei partiti, ma a prendere parte alla discussione, dopo la presentazione da parte del relatore, vi erano appena venti deputati su oltre seicento. La cosa diventa più sorprendente se si pensa che la proposta di legge approvata in Commissione è bipartisan, come dimostrano i relatori dei due maggiori partiti in Parlamento, Pdl e Pd. L'assenteismo cronico – Certo non era l'ultima discussione sul tema ma solo una prima introduzione da parte del relatore e non si votava, ma in un periodo come questo dove la necessità di intervenire sui rimborsi elettorali sembra ormai ben accettata dalla maggioranza dei partiti, ci si aspettava una partecipazione da parte degli onorevoli leggermente più ampia. Le assenze in Parlamento da anni sono uno dei problemi della nostra Assemblea legislativa da più parti condannato ma che non trova soluzioni valide anche a nome dell'indipendenza di valutazione dei singoli parlamentari. Le proposte della riforma sui finanziamenti ai partiti - Vediamo nel dettaglio quali sono le proposte di questa riforma dei finanziamenti ai partiti così come approvata dalla prima commissione della Camera che per molti sarà una vera e propria rivoluzione del sistema. Innanzitutto ci dovrebbe essere una riduzione del 50% dei contributi a carico dello stato sui rimborsi elettorali, ma cambierà anche il sistema del cofinanziamento pubblico, più legato alle effettive spese sostenute, e ci sarà un limite ai costi per le campagne elettorali europee. Novità importanti anche per la trasparenza sui conti dei partiti e sui controlli, con l'obbligo di sottoporre i bilanci a società di revisione e la creazione di una commissione ad hoc che possa valutare e imporre sanzioni. Infine viene lasciato al Governo l'onere di adeguare la legislazione per gli sgravi di chi dona al partito a quella delle onlus. Fonte: Linkiesta

 

 

Notizie 20-05-2012

 

Brindisi muore una 16enne e si indaga sulla matrice del vile attentato

Una ragazza di sedici anni dilaniata dallo scoppio di un ordigno, un'altra gravissima, tre ragazze con ustioni su tutto il corpo, due delle quali in gravi condizioni e una probabilmente perderà gli arti inferiori, altre cinque persone colpite in maniera meno grave: è il bilancio di un attentato compiuto dinanzi a una scuola brindisina, l'Istituto professionale di Stato per i servizi sociali 'Francesca Laura Morvillo Falcone' di Brindisi, che conta 600 alunni. La ragazza morta è Melissa Bassi di Mesagne, paese della provincia. Era figlia unica. Il papà è un operaio, fa il piastrellista, e la mamma è una casalinga. Le persone in condizioni meno gravi sono tre studenti e due passanti, curati perché colpiti da otalgie a causa dello scoppio. Un attentato, quello di stamattina a Brindisi, diretto contro la scuola, secondo i primi accertamenti degli investigatori. Si sarebbe trattato di un ordigno confezionato artigianalmente con un innesco collegato a due bombole di gas. Le tre bombole di gas, probabilmente collocate anche a un timer, erano state collocate su un muretto vicino a un cancello secondario della scuola. L'esplosione ha coinvolto alcune studentesse che erano appena scese da un autobus urbano e stavano raggiungendo l'edificio scolastico. Il timer era bloccato, secondo indiscrezioni, sulle 7.55 ma l'esplosione dell'ordigno rudimentale è avvenuta intorno alle 7.45. "Potrebbe non essere una organizzazione mafiosa ad aver compiuto l'attentato", ha detto il procuratore della Repubblica di Lecce, Cataldo Motta, parlando con i giornalisti al termine della riunione in prefettura. "Stento a credere che possa essere stata la mafia a compiere l'attentato di Brindisi - queste le prime considerazioni del commissario antimafia Alberto Maritati, il senatore del Pd con una lunga esperienza di magistrato in Puglia, la sua terra -, perché a noi componenti della Commissione antimafia non risultava alcun allarme o preallarme su rischi del genere: occorre capire se lo strano tentativo di suicidio di Bernardo Provenzano, subito sventato nel carcere di Parma, sia stato un segnale dato all'esterno. Ma nella valutazione di questo crimine efferato che colpisce i nostri giovani, che sono gli affetti più cari delle famiglie, bisogna essere cauti". Il preside della scuola dà fiato al tremendo timore e orrore che serpeggia nelle teste di tutti, via via che si delineano i particolari dell'attentato: "E' stato fatto per uccidere: a quell'ora - dice il prof. Angelo Rampino - le ragazze entravano, proprio a quell'ora. Fosse accaduto alle 7.30 non ci sarebbe stata nessuna conseguenza". D'altro canto, ha rilevato poco dopo l'attentato il neosindaco, Mimmo Consales (in carica da una settimana), sono troppe le "coincidenze" perché il pensiero non corra subito ad un attentato mafioso di forte valenza simbolica: è stato colpito l'istituto intitolato alla moglie di Giovanni Falcone, a pochi giorni dal ventesimo anniversario della strage di Capaci, e nel giorno dell'arrivo a Brindisi della Carovana antimafia. Anche il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è sul posto. L'assessore regionale alla Protezione Civile, Fabiano Amati: "Ci sono i vigili del fuoco - racconta -, non ci sono studenti, un muro della scuola è completamente annerito e ci sono detriti ovunque. E' un disastro". Vendola e Amati andranno poi nell'ospedale per incontrare i feriti. Il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri segue personalmente la vicenda, in contatto con il prefetto e dice: "Non si può pensare di militarizzare il territorio, serve potenziare l'intelligence".

 

“Equitalia? È il simbolo di uno stato senza legittimità”

Equitalia è sinonimo di ingiustizia, di cartelle pazze, di violenza. Alcuni, rispondono con altrettanta violenza. Ma cosa è successo perché la situazione diventasse così grave? Perché su Equitalia si concentra l’odio dei cittadini? E che cosa significa, Equitalia? Linkiesta ne ha discusso con Carlo Lottieri, filosofo liberale e fondatore del centro studi Istituto Bruno Leoni. E spiega che Equitalia è il nervo scoperto di uno stato che ormai è fallito. L’Italia in rivolta si lancia contro Equitalia. A Napoli un assalto, a Milano due esattori vengono aggrediti. A Roma arriva un pacco bomba. E poi minacce, insulti, odio. Equitalia catalizza tutto questo, tanto che i suoi dipendenti, adesso, hanno davvero paura. Il fisco e gli esattori, dalla notte dei tempi, non sono mai piaciuti a nessuno. Ma la situazione è inaudita, e non è nemmeno da ricondurre alle inefficienze amministrative o alle cartelle pazze, come spiega a Linkiesta Carlo Lottieri, filosofo liberale italiano e uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni. Secondo lui la questione è più complessa e senz’altro più grave. Perché c’è tutto questo odio contro Equitalia? Equitalia è una parte del sistema fiscale italiano, molto complesso e stratificato (basti dire che nel sistema fiscale vi è anche la Guardia di Finanza, che è parte dell’esercito). Di per sé, il problema non è Equitalia. O meglio, Equitalia è solo la manifestazione di una questione più profonda, che rinvia all’estrazione di risorse da parte del potere politico. Nel corso della storia, l’imposizione fiscale si è affermata grazie a quell’insieme di condizioni culturali e istituzionali che, nel tempo, è riuscita a consolidare. E che ora in Italia stanno venendo meno. Cioè? L’imposizione fiscale è sempre stata legata alla rappresentanza: “no taxation without representation”, come recitavano i coloni americani in rivolta con il Parlamento britannico. Ma ancor prima, quando lo stato moderno ha mosso i suoi primi passi lo stato moderno (al tempo del cosiddetto “stato dei ceti”), l’imposizione fiscale si è affermata grazie a una negoziazione tra il monarca e i rappresentanti dei gruppi sociali da cui lo stato poteva ottenere risorse. Essenzialmente, in quella fase, per condurre le guerre. Ma ora le cose sono molto cambiate, soprattutto in Italia. Cosa è cambiato? In primo luogo la rappresentanza, che non c’è più. Alla base della protesta contro Equitalia c’è uno scollamento che discende dalla delegittimazione della classe dirigente nel suo insieme. Questo mi pare il punto cruciale. Non si riconosce più il motivo, la ragione, la giustizia del prelievo fiscale. Anche perché, nel corso del Novecento, stato e tassazione sono cresciuti in maniera abnorme, mentre allo stesso tempo si sono progressivamente erosi i pilastri ideologici che reggevano il potere e le narrazioni che lo portavano ad autocelebrarsi. Se guardiamo ai nostri nonni, vediamo una differenza enorme: loro, per lo Stato, erano disposti a morire. E spesso sono effettivamente morti. Chi di noi lo farebbe, oggi? La sensibilità è molto cambiata: la retorica dell’unità, della nazione, ora non funziona, anzi. Non sarà solo una questione di disincanto? No, ma anche quello è forte. Le ragioni comunque sono molte. L’Italia, come la Germania, è arrivata assai tardi a darsi una formazione statale compiuta: lo sappiamo bene. L’avvento del nazionalismo, che ha avuto il suo apogeo con il fascismo, ha prodotto i disastri che conosciamo. Con questa eredità alle spalle, è difficile che da noi s’imponesse un’idea di nazione. Non dimentichiamo, per giunta, che i nostri sono tempi di una globalizzazione che ci pone in continuo contatto con stranieri venuti in Italia e che in questo contesto la logica della solidarietà interna, tra persone di diverse regioni italiane, non regge più. Non è facile capire perché dovremmo essere più solidali con un connazionale che neppure conosciamo e non con un amico che ha un passaporto diverso. Ma questo che c’entra con Equitalia? È il punto iniziale: il terreno della coscienza nazionale, in Italia, è instabile. Direi fragilissimo: e su di esso non si può costruire nulla. Soprattutto, lo stato non può chiedere sacrifici appellandosi a questo. Nemmeno la Costituzione è in grado di funzionare da collante. Anzi, direi che è un imbroglio: perché si fonda sul fatto che il popolo detenga un potere costituente. È così. Non proprio. Il potere è stato esercitato, in forma mediata e con la mediazione di rappresentanti, sessant’anni fa. Da lì in poi è stato tolto al popolo, che ora è vincolato da decisioni prese da altri e nel passato. Ad esempio non può chiedere referendum in materia fiscale o per decidere sul distacco di una parte del Paese. Per questo, dico, questa democrazia è quanto meno zoppa. Ma lo stato agisce, in ogni caso, per il bene collettivo. Forse dovrebbe essere così, ma certo le cose vanno in altro modo. Ma all’inefficienza dei servizi pubblici e all’utilizzo assai disinvolto delle risorse provenienti dalla tassazione, bisogna aggiungere che manca una classe governante che abbia sincerità di dire: “le cose sono state gestite male e in modo ingiusto. Adesso cerchiamo di farlo in modo davvero diverso”. Questo ceto differente e nuovo non c’è. Nemmeno i tecnici (che non sono tecnici, ma in molti casi soltanto politici in pectore di uno scenario tutto da definire), hanno l’intenzione di cambiare lo status quo: smettendo di penalizzare i tax-payers, cioè chi paga le tasse, i produttori, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti del privato, e iniziando a penalizzare i tax-consumers, cioè chi vive sulle tasse pagate dagli altri. Abbiamo insomma dinanzi a noi uno squilibrio insano e gravissimo, che chi è strutturalmente penalizzato dal sistema non vede compensato nemmeno dai risultati della spesa pubblica, dai servizi, dalla buona amministrazione. E qui arriva Equitalia. Esatto, è lo snodo, il nervo scoperto di tutte queste dinamiche. Lo stato esercita la sua pressione non chiedendo più la vita dei cittadini (come accadeva in passato), ma introducendosi nelle loro proprietà in modo sempre più invasivo e violento. Per giunta, agli occhi di larga parte dei produttori non appare più legittimato a farlo. E tutto questo porta al punto essenziale: e cioè al fatto che la mancanza di senso dello stato, la scarsa efficienza dell’impiego delle risorse acquisite con il prelievo fiscale e la totale delegittimazione (anche formale) delle istituzioni statali sono fattori che si intrecciano, portando a Equitalia. Il braccio fiscale del Leviatano, diciamo così, finisce per essere al centro delle pulsioni, dello scontro, della rabbia dei cittadini. Ma sia chiaro: ogni forma di violenza nei confronti delle persone che lavorano per Equitalia è sbagliata. Si tratta di un attacco nei confronti di innocenti. È il sistema che va cambiato. Insomma, con Equitalia lo stato ha violato il patto con i cittadini? Sì, soprattutto perché quel patto – se mai è esistito – ora si è del tutto dissolto. Per giunta il paese a questo punto è spaccato. La società è sempre più divisa tra tax-payers (quanti danno più di quello che ricevono) e tax-consumers (quanti ricevono più di quello che danno). Da un lato crescono le pulsioni di odio contro Equitalia (e sono i tax-payers) e, dall’altro lato, in via parallela, quelle contro gli evasori (e stavolta sono i tax-consumers). Cartelle pazze e blitz a Cortina. Per certi aspetti, sebbene in forma imperfetta, questa tensione tra danneggiati e beneficiari è anche una contrapposizione geografica: Nord e Sud. Va pure aggiunto, e questo spiega molto, che tra Milano e la Calabria c’è da una distanza economica che non si ritrova in nessun’altra parte d’Europa. Niente di nuovo, quindi. Solo che ora, in mezzo a tutto ciò c’è Equitalia. Fonte: Linkiesta

 

Teseos il 22 maggio incontro tra sindacati e il commissario dell’Asp 5

Dopo l’ennesima manifestazione tenutasi di fronte i cancelli di via La Farina i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil sono riusciti ad ottenere risposta. Dopo l’ennesima manifestazione di fronte i cancelli dell’Azienda Sanitaria di via La Farina e l’ennesimo incontro mancato con il commissario Francesco Poli, i sindacati riescono ad avere finalmente una risposta. Il dirigente della struttura, infatti, il prossimo 22 maggio, incontrerà i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil e una delegazione della Teseos, per affrontare il problema riguardante il futuro occupazionale del personale. La cooperativa, che fa parte di Ssr, la società di servizi riabilitativi che opera per conto dell’Asp5 di Messina, aveva avviata nel 2010, ma da allora nonostante le ripetute richieste all’Assessore alla Sanità Massimo Russo e ai vertici dell’ASP di Messina, nulla si è mosso. Il Prefetto dietro sollecitazione del sindacato ha chiesto all’Asp di relazionare, senza ad oggi avere notizie. I rappresentanti sindacali sperano di ottenere soluzioni positive e definitive per chiudere una querelle che dura da troppi anni, scongiurando ogni ulteriore azione che in un momento così delicato potrebbe registrare punte di alta esasperazione da parte dei lavoratori che da troppi anni vivono nell’incertezza per la paventata perdita del loro posto di lavoro e del loro salario.

 

Provincia somme destinati ai Comuni alluvionati rimasti nella "cassaforte"

Il capogruppo dell’ MPA Cerreti punta il dito contro il numero uno di palazzo dei Leoni e chiede perché non siano stati spesi i fondi in favore delle famiglie e delle imprese deliberati dal Consiglio provinciale ed immediatamente spendibili. Doppio senso di marcia alla Provincia nella spesa dei fondi. A Palazzo dei Leoni, infatti,  da un lato si “sperpera” -  vedi caso  aumento indennità,  poi ridimensionato dalla rinuncia dei beneficiari; dall’altro si fa economia. Anche quando, invece, le somme in cassa andrebbero spese. In una interrogazione indirizzata al presidente Nanni Ricevuto, il  capogruppo  dell’ MPA,  Roberto Cerreti,  denuncia la mancata utilizzazione delle somme stanziate dal Consiglio Provinciale, grazie ad un maxi emendamento al bilancio,  in favore delle famiglie bisognose e delle imprese delle zone colpite dagli eventi alluvionali degli ultimi anni. Ottocento mila euro tondi tondi, di cui - secondo quanto  riportato nel documento dall’esponente autonomista -  sarebbero stati spesi solo  200 mila euro,  «polverizzati in contributi per gli eventi natalizi nei comuni alluvionati». Gli altri 600 mila euro sarebbero rimasti nella cassaforte del presidente Ricevuto perché, «anche se iscritti nella rubrica dell’Assessorato ai Servizi Sociali, risultano nella spesa di esclusiva competenza della Presidenza della Provincia regionale». Cerreti punta, dunque,  il dito contro il numero uno di palazzo dei Leoni , reo di avere perseverato in «un’azione amministrativa inefficace, insensibile verso le reali criticità del territorio e non convincente», soprattutto se si considera  «la comprovata spendibilità dei fondi previsti nel maxi emendamento, in quanto somme prelevate dall’Avanzo di Amministrazione, per spesa unica ed irripetibile». Eppure, quei 600 mila euro sarebbero serviti eccome alle zone alluvionate, viste le finalità per cui erano stati stanziati: «€ 300.000,00 per iniziative nel campo della solidarietà sociale - costituzione fondo per sostegno alle famiglie bisognose residenti nelle zone colpite dagli eventi alluvionali e di disseto idrogeologico dal 2008 ad oggi; altri € 300.000,00 Istituzione fondo di garanzie attraverso i confidi, finalizzato al sostegno economico per le imprese ubicate nelle zone alluvionate e colpite da dissesto idrogeologico del territorio provinciale messinese».Alla luce di quanto scritto nel documento, Cerreti ha deciso di interrogare Ricevuto  «per conoscere quali sono state le motivazioni politiche ed amministrative che hanno indotto l’Amministrazione a non utilizzare i € 600.000,00 deliberati dal Consiglio Provinciale in favore delle famiglie bisognose e delle imprese delle zone colpite dagli eventi alluvionali dal 2008 ad oggi, nonostante il tragico periodo che il nostro territorio ed il nostro Paese attraversano».

 

 

 

News 19-05-2012

 

Regione Sicilia le consulenze non si fermano mai

Ha poco più di trent’anni l’ultimo consulente esterno nominato dalla Regione siciliana. Si tratta di Andrea Ciulla, chiamato dall’assessore alle Attività produttive Marco Venturi, appunto, come “Consulente giuridico per le materie di pertinenza dell’Assessorato regionale Attività Produttive”. Per Ciulla, l’attività inizierà domani e si concluderà il 17 agosto prossimo. Per tre mesi circa di lavoro, il giovane esperto guadagnerà 6.197,46 euro lordi. Avvocato classe ‘81, Ciulla lavora nello studio legale dell’attuale presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato Giovanni Pitruzzella, dove ha anche completato il suo praticantato. E l’avventura nella pubblica amministrazione siciliana, per lui, non è un’assoluta novità. Anzi. Ciulla è uno di quelli che si possono definire ormai, per quanto riguarda quest’ultima legislatura, uno dei consulenti “di lungo corso”. Il suo primo incarico, sempre all’assessorato Attività produttive (e da questo ramo dell’amministrazione arriveranno anche i successivi incarichi), risale infatti al febbraio del 2010. Da allora, una serie di rinnovi. Alla fine le consulenze saranno sei in poco più di due anni. Costate alle casse della Regione circa 45 mila euro lordi. Quella del giovane avvocato, è solo l’ultima di una serie di nuovi incarichi, richiesti da un governo che ha già annunciato la fine anticipata della legislatura, e che addirittura riceve le accuse all’Ars dall’opposizione per la scelta di “assentarsi in massa” in occasione della seduta d’Aula nella quale si sarebbe dovuto discutere sulla questione dei lavoratori Forestali. Ma l’esecutivo, che ha già fatto partire un mini-rimpasto con l’addio di Sebastiano Di Betta, continua a sfornare consulenti. Solo nell’ultimo mese, infatti, gli incarichi pubblicati sul sito della Regione sono ben sette: uno ogni quattro giorni. Per un costo complessivo di circa 71mila euro.

 

Stato e Regioni, la spesa inutile va tagliata ovunque

Stato ed enti locali: chi spreca di più? La retorica delle “regioni virtuose” rispetto a uno stato centrale sprecone non regge il confronto coi numeri, esposti qui da Enrico Zanetti, direttore di Eutekne.info. Tuttavia, anche lo Stato centrale è chiamato a tagli e risparmi, e a contribuire a un nuovo sistema di spesa efficiente. Come? Ecco alcune tracce di riflessione.  Secondo quanto comunicato nei giorni scorsi, i tagli di spesa che il Governo intende programmare per il 2012 con la spending review ammonterebbero a poco più di 4 miliardi di euro. Per non varare l’aumento dell’IVA a partire dal prossimo ottobre, servono 3,3 miliardi sul 2012, 13,1 miliardi sul 2013 e 16,4 miliardi sul 2014. Questo è il target minimo che è lecito attendersi dal Governo per una spending review che, se incapace di consentire una riduzione della pressione fiscale già oggi esercitata sul Paese, deve quanto meno scongiurare la concreta attivazione dell’ultimo e più significativo degli aumenti messi a bilancio nell’ambito delle manovre 2011. Che riuscirvi sia una impresa tutt’altro che semplice, non vi è dubbio alcuno. Ancora più arduo sarà però evitare l’ennesima revisione al ribasso delle stime sul PIL se questo obiettivo non verrà centrato. Inoltre, così come non è mai semplice tagliare, è difficile anche pensare che non esistano margini di manovra nell’ambito di una spesa pubblica che, rispetto a quella del 2000, risulta cresciuta in termini reali di 124 miliardi sul 2011 e, sulla base dei dati del Documento Economico Finanziario recentemente approvato, sul 2014 continuerà ad essere maggiore in termini reali di 110 miliardi. Questo inopinato aumento, generatosi per intero tra il 2001 e il 2006, può e deve essere riassorbito con maggiore decisione e celerità. In particolare, spicca l’incremento della voce per consumi intermedi, ossia gli acquisti di beni e servizi. Rispetto al 2000, questa voce risulta cresciuta in termini reali sul 2011 di 63 miliardi e, nonostante le manovre, l’aumento sul 2014 continuerà ad essere di 57 miliardi. Non stupisce quindi che, sempre nella giornata di ieri, il Governo abbia focalizzato la propria attenzione proprio su questa voce, annunciando la nomina di un commissario per la razionalizzazione della spesa sugli acquisti di beni e servizi nella persona di Enrico Bondi, vero e proprio “supertecnico”, non fosse altro perché, con questa nomina, diviene sulla materia il tecnico dei tecnici. Al netto delle facezie, il problema è che il grosso del lavoro da fare su questo fronte non è a livello centrale. Qui, infatti, la retorica delle regioni e degli enti locali virtuosi, in contrapposizione allo Stato centrale spendaccione, segna il passo, perché, conti alla mano, circa l’82% della spesa per consumi intermedi è riconducibile ai primi e solo il 18% restante al secondo. Ciò non toglie che anche lo Stato debba fare la sua parte, cosa che fino ad oggi ha fatto in misura veramente minima. L’insieme delle manovre varate nel 2011 ha inciso per complessivi 81,3 miliardi, di cui 53,6 miliardi di maggiori entrate (66%) e 27,7 miliardi di euro di minori spese (34%). A loro volta, le minori spese sono “nominalmente” riconducibili per 4,2 alle amministrazioni centrali, 13,1 a Regioni ed Enti locali e 10,4 alle gestioni previdenziali. In realtà, se si raffrontano i dati del DEF 2011 (prima, quindi, delle manovre) e quello del DEF 2012 approvato nei giorni scorsi, emerge con chiarezza come sul 2014 lo Stato si ritroverà appena 0,5 miliardi in meno di spese, regioni ed enti locali 16,3 miliardi in meno e le gestioni previdenziali 11,3 miliardi in meno. Considerato che, le minori spese delle gestioni previdenziali sono sostanzialmente coincidenti con i risparmi derivanti dagli interventi sui trattamenti pensionistici, si può ben dire che, ad oggi, lo sforzo di riequilibrio dei conti pubblici grava per il 79,42% sui cittadini contribuenti e pensionati, per il 19,88% sulle regioni e gli enti locali, per lo 0,7% sullo Stato. È evidente che così non può funzionare e che non sono certo 4 miliardi di euro che possono cambiare squilibri distributivi dei sacrifici così marchiani. Fonte: Linkiesta

 

Patti:Sit in a dei lavoratori Ato 2 da sei mesi sono senza stipendio

Un interesse legittimo dell’ex impresa che gestiva il servizio. Ma a farne le spese, in una contesa che riguarda l’Ato Messina 2 e l’azienda Carruter, a rischiare di rimare stritolati, sono i lavoratori. Una settantina in tutto che da sei mesi non percepiscono lo stipendio. Alla base della vicenda che mette in ginocchio gli operai, il personale di ufficio e le rispettive famiglie, c’è il pignoramento che la Carruter ha legittimamente ottenuto dal Tribunale per servizi resi ma non pagati dall’Ato 2, quello che copre i centri fra Villafranca e Brolo. Così, proprio per chiedere ai giudici di autorizzare l’Ambito territoriale almeno ad utilizzare una parte dei soldi per gli stipendi, i lavoratori hanno presidiato il tribunale di Patti.

 

Messina:Aborto spontaneo o malasanità? Interviene la commissione

La vicenda relativa al presunto caso di malasanità che ha interessato ancora il Policlinico di Messina è giunta sino a Roma. La storia riguarda una donna residente a Rometta in stato di gravidanza che, dopo ripetute visite al Pronto Soccorso lo scorso 29 febbraio, è stata rispedita a casa dove poi ha espulso il feto morto alcuni minuti dopo. La Commissione Parlamentare di Inchiesta sugli errori in campo sanitario, presieduta da Leoluca Orlando, ha scritto all'assessore regionale alla Salute Massimo Russo chiedendo di acquisire ogni dato utile a conoscere lo svolgimento dei fatti ed in particolare una relazione recante ogni elemento importante ai fini dell'accertamento della verità, sia in termini di responsabilità strutturali e organizzative che individuali. E non è da escludere l'ennesima visita degli ispettori presso il nosocomio messinese.

 

 

 

News 18-05-2012

 

L’ADASC diserta i festeggiamenti della Raffineria e commemora i morti

Associazione per la Difesa dell’Ambiente e della Salute dei Cittadini in merito ai festeggiamenti per i 50 anni di attività della Raffineria di Milazzo dirama il presente comunicato. Non possiamo accettare, e non è la prima volta, che si presta la nostra città al colosso industriale che ha arrecato danno a Milazzo, ai suoi milazzesi ed agli abitanti di tutto il Comprensorio della Valle del Mela. Festeggiano 50 anni di LORO attività sulle spalle della gente. La cosa alquanto grave che il calendario delle manifestazioni è patrocinato dal comune di Milazzo, una scelta molto contestabile visto quello che ha prodotto e continua a produrre la raffineria nella quasi totale indifferenza dell’ente locale. L’industria ha degli spazi di proprietà dove organizzare feste, eventi, come mai hanno deciso le nostre piazze? Le nostre strutture? Per gettare altro fumo negli occhi? Ci bastano già i loro veleni!! I milazzesi non hanno bisogno di concerti ma di opere utili alla popolazione per cercare di riparare anche i guasti prodotti anche dalla loro attività e di infrastrutture per il rilancio turistico del nostro territorio visto che è ben marchiato da tonnellate di ferro e cemento visibili a chilometri di distanza. In occasione dell’iniziativa fabbrica aperta organizzata dalla stessa raffineria abbiamo proposto ufficialmente la realizzazione di: un centro di eccellenza oncologico, un centro grandi ustionati, un centro di ricerca scientifico- ambientale, un centro per patologie cardio-respiratorie, un centro per il monitoraggio ambientale e sanitario ma anche opere con lo scopo di incentivare il turismo nella nostra città. A tutt’oggi non abbiamo ottenuto nessuna risposta. Si invita la popolazione a disertare queste iniziative e di commemorare tutti i nostri cittadini che non sono più tra noi per patologie ambientali e di aiutare bambini, giovani, donne ed uomini che combattano giornalmente la battaglia più difficile e dolorosa, quella per la vita, contro la morte!

 

Regione Sicilia: una infornata di nomine

Una ventina di nomine. A quattro-cinque mesi dalla “presunta” chiusura della legislatura, annunciata per l’autunno. Alla faccia della smobilitazione, il governo Lombardo è più vivo che mai. Anzi, soprattutto il “sottogoverno” Lombardo, popolato da presidenti, commissari, direttori e consulenti. Molti dei quali sono stati nominati appena nell’ultimo mese. Negli stessi minuti, insomma, in cui il governatore parlava di elezioni anticipate, firmava nuovi incarichi. E pensava addirittura a un rimpasto, a un governo “primavera-estate”. Intanto, una nomina e una “designazione” arrivano proprio nei giorni a cavallo delle elezioni amministrative palermitane. Un riferimento non casuale, perché due dei “nominati” nei giorni di campagna elettorale si sono molto spesi per il candidato sindaco Aricò, nella coalizione che comprendeva anche Mpa, Fli e Mps. L’ex difensore civico di Palermo Antonio Tito, che nel day-after dell’imputazione coatta al presidente Raffaele Lombardo dichiarava di non nutrire “alcun dubbio sull’infondatezza delle accuse al governatore”, è stato infatti nominato presidente di Siciliacque. Per lui, come detto, un impegno “diretto” in campagna elettorale, con i “Movimenti civici ” legati alla lista dell’Api. Per l’ex assessore alle Provincia di Palermo e coordinatore cittadino dell’Mpa Marcello Caruso, invece, è arrivata la “designazione” alla carica di presidente dell’Istituto regionali “Vini e Oli” (l’ex Vite e vino). Adesso, prima che l’indicazione del governo diventi una vera nomina, bastano i passaggi prima in giunta, che dovrà deliberare, infine nella Commissione Affari istituzionali all’Ars. Passaggi soltanto formali, nella stragrande maggioranza dei casi. Il 24 aprile scorso, invece, è arrivata la nomina di Mariano Pisciotta a dirigente generale dell’Ufficio speciale autorità di Audit dei programmi cofinanziati dalla Commissione europea. Uno di quegli uffici considerati da molti assolutamente inutili, e spesso utilizzati per “riciclare” dirigenti vittime dello spoil system. Altro dirigente generale, ma di un ufficio dal peso certamente maggiore, è Luciana Giammanco, nominata nella stessa giunta del 24 aprile al vertice del dipartimento delle Autonomie locali. Per lei si tratta però di un ritorno, dopo la parentesi dell’interim di Giovanni Carapezza. Cambia il vertice anche all’Aran Sicilia. Uno di quegli enti che inizialmente era stato indicato tra quelli “da sopprimere”. Alla fine l’ente è rimasto in piedi, “costerà appena trecentomila euro l’anno – assicurava Lombardo nei giorni della discussione della Finanziaria – quanto sarebbe costata la convenzione con l’Aran nazionale”. Adesso a guidare l’ente c’è un commissario, l’avvocato e magistrato Claudio Alongi. Una nomina che rientra proprio nella logica del contenimento dei costi, visto che Alongi acquisirà le funzioni del Comitato direttivo (di cui faceva parte) e del presidente uscente Girolamo Di Vita. Alongi, tra le altre cose, era stato consulente legale anche di alcune partecipate regionali come la Beni culturali spa, Multiservizi e il Consorzio autostrade siciliane. Infine, ecco una nuova nomina per Angela Antinoro, nuovo commissario straordinario del Crias. Negli scorsi mesi, invece, la Antinoro aveva svolto per la Regione il ruolo di commissario straordinario dell’Asi di Palermo. All’Asi di Gela l’ex presidente  Giuseppe Pisano, è stato nuovamente nominato commissario straordinario dell’ente in liquidazione che dovrà confluire nel nuovo Istituto regionale per lo sviluppo delle attività produttive. Pisano si aggiunge a una lista di “nominati” nelle Asi (tra presidenti e Commissari) nella quale non mancano i nomi direttamente legati a partiti o esponenti attualmente al governo. È il caso di Alfonso Cicero, segretario particolare di Marco Venturi, e incaricato di seguire il processo di liquidazione di tre consorzi: quelli di Agrigento, Enna e Caltanissetta. C’è invece un segretario provinciale dell’Mpa alla guida dell’Asi di Trapani. Si tratta di Gaspare Noto, che in passato è stato anche commissario dell’Istituto autonomo case popolari di Trapani. Il segretario particolare dell’assessore all’Istruzione e alla Formazione Mario Centorrino, invece, è il commissario liquidatore del consorzio Asi di Messina: Salvatore Lamacchia era già stato commissario di quell’ente, prima di essere sostituito da Domenico Battaglia, vicino all’ex segretario regionale del Pd Francantonio Genovese. Non mancano, ovviamente, nonostante la fine della legislatura sembri davvero in vista, incarichi di consulenza che in alcuni casi giungono ben oltre la data individuata per le possibili nuove elezioni. All’assessorato Economia, ad esempio, Aurelio La Corte è stato incaricato di occuparsi di “attività istituzionali riferimento all’attuazione di accordi programmatici” . Dal 2 maggio al primo novembre, guadagnerà 12.394,98 euro lordi. Che si aggiungono ad altre due consulenze di pari importo e durata conferite nell’ultimo anno e mezzo. Rinnovata anche la consulenza per Federico Guido Vagliasindi: continuerà a occuparsi di gestione integrata dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati. Anche per lui, circa 12.400 euro lordi per sei mesi di lavoro (fino al 10 novembre). E se Maria Virgilito ha accettato un incarico di consulenza gratuita all’assessorato della Famiglia, per occuparsi delle “attività di supporto alle competenze dell’assessorato per diffondere la cultura dell’infanzia e dell’adolescenza. Collaborazione per il riordino della materia delle adozioni”, all’assessorato Istruzione e Formazione, nell’ultimo mese, ecco una “doppietta”: per Pietro Cami, incarico addirittura annuale (fino all’aprile del 2013) come consulente del Sepicos (per lui compenso di quasi 25 mila euro lordi) e Giuseppe Italia, “consulente sulle problematiche della pubblica istruzione alla luce della normativa statale di riforma del settore”, per lui 6.200 euro lordi per un impegno che va dal 23 aprile al 22 luglio. Altre “piccole” nomine, invece, erano state ratificate dalla prima Commissione legislativa dell’Ars proprio un mese fa: alla presidenza dell’Ente parco minerario ‘Floristella Grottacalda’ di Enna è andato l’ingegnere Giuseppe Lupo; Concetto Trombetta, è stato scelto come componente effettivo del collegio dei revisori dei conti della Cassa regionale per il credito alla imprese artigiane; Agatino Rizzo nel collegio dei revisori della Camera di commercio di Caltanissetta; Pierfrancesco Donato nel collegio dei revisori della Camera di commercio di Messina; Nunzio Lo Votrico nel collegio dei revisori della Camera di commercio di Siracusa; Enza Giordano, presidente del collegio dei revisori dell’Azienda speciale servizi alle imprese della Camera di commercio di Trapani; Rosalba Mirante, presidente del collegio dei revisori della Promoten, azienda autonoma speciale della Camera di commercio di Enna; Salvatore Zappalà, componente della sezione consultiva del Consiglio di giustizia amministrativa (altro uomo vicino a Lombardo, visto che è cognato di Antonio Scavone, ex manager dell’Asl etnea, fedelissimo del governatore). Per Claudio Raciti, nomina a direttore dell’Arsea, l’agenzia della Regione per le erogazioni in agricoltura, nata nel 2006 e mai entrata in funzione, nonostante fino al 2011 in  bilancio  fosse stata stanziata la somma di 800 mila euro. Per lui anche un passato da assessore provinciale in quota Mpa e una candidatura alle ultime regionali con una lista legata a Lombardo. E mentre una serie di tasselli concorrono a riempire i “vuoti” del sottogoverno, ecco liberarsi anche qualche poltrona eccellente. È quella, ad esempio, della presidenza dell’Irfis. L’ex presidente Enzo Emanuele infatti è stato appena nominato direttore generale, lasciando scoperto un posto che in tanti, negli scorsi mesi, avevano indicato come il naturale approdo di Gaetano Armao, magari in seguito a un rimpasto di governo che alleggerisca la giunta dall’apporto di alcuni “tecnici”. Già, un rimpasto. Un nuovo governo. A quattro-cinque mesi dalle possibili elezioni. Un governo “primavera-estate”, mesi in cui, altre nomine, quasi certamente, salteranno fuori dai cassetti di Palazzo d’Orleans.

 

Messina:trasporti, ex Servirail in presidio alla stazione

La rabbia degli ex Servirail è sfociata nuovamente nel blocco del treno diretto a Roma-Termini. Attendono ancora il tavolo nazionale con i vertici di Fs e garanzie sul riassorbimento come accaduto in altre parti d'Italia. Non si placano le proteste dei lavoratori Servirail, dopo mesi ancora in presidio ai binari della stazione di Messina. Stamattina un gruppo di ex dipendenti ha bloccato i binari della stazione non consentendo la partenza del treno diretto a Roma Termini. Sono stanchi di promesse senza certezze e attendono ancora la convocazione del tavolo tecnico nazionale per risolvere la vertenza messinese, dopo la notizia appresa a Palermo sul ripristino di un treno notte.  I lavoratori non hanno certezze sull'effettivo reimpiego delle unità di personale licenziate. Esternando tutta la loro sfiducia nella classe politica e sindacale messinese e affermando che fino ad oggi i toni della svariate manifestazioni che si sono susseguite in questi mesi sono rimasti "contenuti", gli ex Servirail annunciano di voler proseguire i presidi alla stazione con forme ancora più eclatanti di protesta.

 

A giudizio per tangenti

L’ex deputato europeo del Ppe ed ex assessore regionale alla Sanità, Sebastiano Sanzarello, è stato rinviato a giudizio per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dell’Associazione assistenza spastici di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Giuseppe Verzera della Dda, avrebbe percepito tangenti per 500 mila euro in sei anni, dal 1998 al 2004. Con Sanzarello a giudizio anche Oreste Casimo, funzionario della Regione. Il processo si terrà l’11 ottobre. Nella stessa data sarà giudicato, col rito immediato, Luigi La Rosa, commercialista, anche lui accusato di corruzione. Il quarto indagato, Sebastiano Messina, vicepresidente dell’Aias, ha beneficiato della prescrizione sino al 2005 e dell’assoluzione per non aver commesso il fatto nei periodi successivi.

 

 

News 17-05-2012

 

L'Ast taglia le corse, a rischio 180 posti di lavoro

Previsioni nere per le autolinee regionali. I tagli previsti nella finanziaria porteranno al licenziamento di molti lavoratori, la riduzione delle corse degli autobus e conseguenti disservizi per i cittadini. L’Azienda siciliana Trasporti ha infatti annunciato, dopo un incontro con i sindacati,  tagli alle corse che metterebbero a rischio 180 posti di lavoro. Nel nuovo piano d’impresa ad essere dismessi saranno oltre 4 mila e 800 chilometri. A farne le spese, secondo fonti sindacali,  oltre ai lavoratori che verranno messi in mobilità già dalla prossima estate, saranno gli utenti. Quindi pendolari, studenti e turisti avranno meno corse a disposizione. E visto il continuo aumento del carburante, c’è da aspettarsi anche un aumento del costo dei biglietti. In particolare si prevedono tagli ai collegamenti da Palermo a Marsala, Trapani e le altre delle città della provincia, nonché Catania, Agrigento, Licata, Messina e i capoluoghi siciliani. Nel corso degli ultimi mesi, l’Azienda Siciliana Trasporti ha registrato un calo vertiginoso del numero di corse. La causa? La mancanza di gasolio e il mancato pagamento degli stipendi. Il problema è legato alla mancata erogazione dei fondi da parte dei Comuni e della Regione e anche a  uno spreco di risorse da parte della dirigenza.  La Corte dei conti contesta a Vincenzo Giambrone, ex direttore generale Ast, all’avvocato Tanina Maniscalchi e al direttore  Emanuele Nicolosi la somma complessiva di 48 mila euro. Somma che riguarda utilizzo di carburante ad uso proprio, noleggio di auto per la consulente (10 mila euro in tutto) e non ultime le indennità degli autisti per altri 20 mila euro. Nel dettaglio la dismissione dei servizi urbani  riguarderà le città di Acireale, Augusta, Caltagirone, Chiaramonte Gulfi, Gela, Lentini e Carlentini Ragusa, Gela, Salemi e Siracusa. Saranno ridotti invece del 20% i servizi a Barcellona Pozzo di Gotto, Modica, Paternò e Scicli. Saranno dismesse anche altre linee extraurbane in provincia di Catania, Enna, Ragusa, Trapani e Palermo.Situazione critica anche a Milazzo dove l’Ast si prepara a ridurre del 20% le corse urbane e a cancellare la corsa tra la città del Capo e Catania. “E’ un piano d’impresa che critichiamo fortemente e da rivedere”, spiega la Fit Cisl. L’Azienda si è impegnata a portare avanti la riorganizzazione più efficace e a rivedere la condizione del parco auto. “Riteniamo utile – aggiunge il sindacato – accelerare il processo di fusione per incorporazione in modo da stabilire una sorte di regia pubblico-privato. E per la riduzione dei costi, siamo dell’idea che all’Ast occorrano per una gestione snella all’insegna dei risparmio, solo tre dirigenti”.

 

Ance Sicilia: "Le P.A. vendano patrimonio o pignoriamo tutto"

Da anni vantano crediti per circa un miliardo di euro nei confronti delle  pubbliche amministrazioni  siciliane. Stanche di aspettare le imprese isolane delle costruzioni lanciano un ultimatum: “Le amministrazioni siciliane vendano il loro patrimonio o pignoriamo tutto”. “Non essendo più nelle condizioni di attendere oltre”, anche le aziende dell’Ance Sicilia sono pronte ad ottenere per vie legali il recupero delle somme tramite decreti ingiuntivi, aderendo così alla mobilitazione nazionale del mondo delle costruzioni contro i ritardati pagamenti della Pubblica amministrazione, avviata ieri a Roma con il “D-Day dell’edilizia”, che vede riuniti insieme i costruttori dell’Ance e tutto il comparto delle costruzioni. Primo di compiere questo passo drastico, “che porterebbe al dissesto la Pubblica amministrazione “, l’Ance Sicilia lancia un invito preventivo al governo regionale per “coordinarsi con quello nazionale” e “varare subito due provvedimenti organici” che consentano, il primo, di vendere gli immobili pubblici e quelli confiscati alla mafia o di ottenere finanziamenti garantiti da questo patrimonio, e di utilizzare il ricavato per pagare i debiti con le imprese; e, nel secondo caso, di autorizzare la deroga verticale al Patto di stabilità per le spese in conto capitale, cioè quelle relative a investimenti in infrastrutture e servizi che generano reddito per l’economia locale. “Solo così – dice il presidente dell’Ance Sicilia, Salvo Ferlito – le imprese edili, gravate dalla mancanza di commesse, dalla stretta creditizia e dall’aumento di imposizione fiscale sugli immobili invenduti, potranno evitare la chiusura. In assenza di risposte immediate, saremo costretti ad attivare i nostri legali: a quel punto sarebbero le pubbliche amministrazioni a chiudere”.

 

Messina: dimenticati dietro le sbarre

Il vice-segretario Osapp chiede l’intervento del Ministero della Giustizia. Secondo quanto denunciato dal rappresentante sindacale, alle carenze di personale si aggiungono anche quelle di mezzi e risorse economiche “Alla casa circondariale di Messina mancano uomini, mezzi e risorse economiche”. Il vice segretario dell’Osapp, Domenico Nicotra, non manca di ricordare quel mondo che vive e lavora dietro le spalle. Il rappresentante del sindacato, così come fatto tante volte da due anni a questa parte, torna a parlare delle condizioni di avvilimento in cui versa la struttura carceraria, ribadendo la necessità di porre fine a questa fase di stallo con il necessario intervento del Ministero della giustizia “Nello specifico - continua il sindacalista - cercando di soddisfare le richieste di incremento d'organico che ormai da anni vengono reiterate dal Sindacato ai vertici dell'Amministrazione sono rimaste sempre inascoltate lasciando sempre più sull'orlo del baratro il Personale del corpo di Polizia Penitenziaria.” La recente apertura di una nuova unità operativa a Papardo, ha infatti ulteriormente indebolito una situazione già di per sé carente: “A questo si deve aggiungere – afferma il rappresentante Osapp - che adesso scarseggiano anche i mezzi e le risorse economiche necessarie per la loro efficienza. L'assenza di autovetture – conclude Nicotra - si ripercuote anche su quel personale che giornalmente viene impiegato presso l'ospedale Papardo che a volte, appunto per l'assenza di automezzi, si trova costretto ad assicurare il proprio servizio anche per 9 ore continuative con evidenti disagi per il personale stesso oltre che per l'erario che comunque deve pagare quelle prestazioni di lavoro straordinario effettuate perché l'Amministrazione non può contare su automezzi da destinare a questo importante servizio.”

 

Perché esplode il lavoro nero

Semplice: perché sono crollate le ispezioni dell'Inps nelle aziende. E anche in modo impressionante: erano più di 114 mila nel 2007, ora sono 21 mila l'anno. Così, tra l'altro, sul mercato prevalgono gli imprenditori disonesti. Crollano le ispezioni nelle aziende. E scende il recupero di contributi. E' questo da alcuni anni il trend di questa importante attività, che fa capo al ministero del Welfare e serve a verificare che nelle aziende sia tutto in regola, non ci siano lavoratori in nero e vengano effettuati i versamenti previdenziali e assicurativi. Un'attività fondamentale in un Paese come l'Italia dove l'economia sommersa raggiunge livelli da record europeo: secondo le ultime stime dell'Istat, il "nero" vale circa il 17 per cento del Pil e probabilmente, sotto i colpi della crisi, negli ultimi tempi è ancora aumentata. Per rendersi conto di quanto l'attività ispettiva sia importante basta ricordare che nelle aziende controllate nel 2011 ben il 40 per cento dei lavoratori è risultato irregolare o del tutto in nero, e questo dato è sostanziale costante nel tempo. Di fronte a questo fenomeno il ministero che cosa ha fatto? Ha ridotto il numero delle ispezioni, che dalle 343 mila del 2007 sono crollate a 244 mila nel 2011, mentre le somme riscosse in seguito a questi accertamenti sono scese, nello stesso periodo, da 1,855 a 1,225 miliardi di euro. A dirlo è lo stesso ministero, che ogni anno pubblica un "Rapporto sull'attività di vigilanza in materia di lavoro e di legislazione sociale". Evidentemente, però, non sono in molti a leggere questi documenti, visto che finora nessuno aveva fatto rilevare che cosa stava accadendo. Se n'è accorto Ferruccio Pelos, ex sindacalista e dirigente di cooperative, attualmente consulente di economia aziendale, cooperativa e del Terzo settore, che sta scrivendo un saggio sul mercato del lavoro. Colpito da quanto ha scoperto, ha scritto una "lettera aperta" al ministro del Lavoro (pubblicata sul sito www.eguaglianzaeliberta.it) per chiedere come mai stia accadendo una cosa del genere. Perché, chiede Pelos, questa riduzione dell'attività ispettiva? E come mai nei rapporti si dice che le somme riscosse sono circa il 20 per cento rispetto all'evasione accertata? E ancora: per quale motivo i rapporti parlano di "circa 2 milioni di aziende esistenti, censite presso gli istituti previdenziali", mentre dai dati Istat (Archivio statistico delle imprese attive, anno 2010) risultano presenti in Italia 4.470.748 imprese? Elsa Fornero, ministro del Lavoro "L'Espresso" ha girato queste domande al ministero. "Il numero di 2 milioni di aziende citate dal rapporto è evidentemente riferito a quelle con dipendenti. Resta fuori tutto il mondo degli autonomi, delle partite Iva e comunque degli imprenditori senza dipendenti e dei datori di lavoro non imprenditori", dice Paolo Pennesi, direttore generale per le attività ispettive. "Per quanto riguarda la differenza tra accertato e riscosso, la domanda dovrebbe essere rivolta a Equitalia, che si occupa di gestire la fase dell'esecuzione. Ma bisogna considerare che molte volte, nonostante la correttezza degli accertamenti, non è possibile incassare effettivamente le somme accertate per le ragioni più diverse, che vanno dal fallimento dell'impresa al fatto che si tratta delle cosiddette "aziende fantasma", gestite da cinesi o comunque da extracomunitari molto spesso irrintracciabili". Non si capisce però perché i rapporti non parlino di questi controlli sulle micro-aziende, che comunque occupano quasi il 15 per cento della forza lavoro e dove è sicuramente più elevato il tasso di irregolarità. E stupisce che il ministero appaia passivo sulla performance di Equitalia, che riesce a riscuotere una percentuale così bassa dell'accertato. Quanto all'Inps, dove il crollo delle ispezioni è stato particolarmente accentuato (dalle 114.360 del 2007 alle 21.201 del 2011, con importi recuperati scesi da 1,5 miliardi a 981 milioni), l'Istituto ammette che ci sono stati problemi in questa attività per le novità normative introdotte dal "Collegato lavoro" del 2010, per l'andata in pensione di circa 300 ispettori su 1.300 (che non sono stati rimpiazzati subito, ma solo l'anno scorso), per il blocco del turn-over e per le lungaggini del concorso nazionale. "Le nostre riscossioni totali sono comunque sempre aumentate", fa sapere l'Istituto, "passando tra il 2007 e il 2011 da 2,7 a 8,6 miliardi". Si tratta, ovviamente, di un dato sull'attività complessiva dell'Istituto, che va ben oltre le ispezioni. Fonte: L’Espresso

 

 

News 16-05-2012

 

Perché la Casta non molla

I numeri parlano chiaro: senza i contributi pubblici, i partiti perderebbero oltre il 70 per cento dei loro introiti. E con la loro attuale crisi di credibilità, non riuscirebbero mai a ottenere contributi volontari, come in America. Quindi resistono a oltranza (e peggiorano la crisi di credibilità). Pia illusione pensare che i partiti italiani possano fare a meno di forme di finanziamento pubblico. I partiti sono macchine complesse che macinano continuamente attività politica; e tutto ciò costa, dal mantenimento delle sedi all'acquisto di materiale, dalle spese di comunicazione e advertising allo stipendio o al rimborso delle centinaia (oppure migliaia) di persone che lavorano per il partito, e così via. Detto questo, va però sottolineato che, in questi ultimi anni, grazie alla "generosità" dello Stato, molti partiti hanno accumulato avanzi di bilancio. Quindi, una contrazione delle dotazioni pubbliche non li ridurrebbe sul lastrico. Soprattutto farebbe tornare in auge l'idea, forse romantica ma certo non disprezzabile, che la politica non è un "mestiere" redditizio. Tanto per fare un esempio, oggi riuscire ad entrare in un "listino" alle elezioni regionali significa assicurasi un reddito da 100 mila euro netti all'anno per cinque anni, magari solo per essere esperte igieniste dentali. A causa di questi emolumenti la classe politica della seconda Repubblica, in continuità con la degenerazione del Psi di rito ambrosiano, gode di uno stile di vita da "privilegiati", lontano dagli standard delle persone comuni. La professione del politico è stata vissuta da tanti eletti come un opportunità di arricchimento economico e non come un servizio. Ora, di fronte alla protesta montante i partiti "dovrebbero" tagliare le risorse pubbliche che ricevono. Sgombriamo però il campo dall'idea che possano vivere solamente di contributi volontari: negli ultimi quindici anni la componente delle entrate non statali si colloca sul 25-30 per cento del totale, con una tendenza generale al calo. La Lega Nord si differenzia da tutti gli altri partiti per la capacità di autofinanziamento nettamente superiore (ma chissà cosa pensano oggi i militanti leghisti dei loro soldi andati a finanziare l'ingordigia e le spese allegre della "Family"). E' comunque vero che esistono diverse strategie e modalità per convincere i cittadini a versare soldi ai partiti. Una recente ricerca in merito di A. F. Ponce e S. Scarrow, ("Who Gives? Partisan Donations in Europe") conferma che il tax benefit, oggi invocato da molti, non è né diffuso né rilevante. Piuttosto valgono due aspetti: l'enfasi che il partito stesso mette sulla richiesta di sovvenzioni ai privati, e "l'immagine" del partito presso l'opinione pubblica, la sua credibilità e stima. Sul primo aspetto gli autori notano che, nonostante il grande successo della campagna di fund raising di Barack Obama alle presidenziali del 2008 (tanti, piccoli contributi), i partiti europei disdegnano questa possibilità: la maggior parte dei loro Web-site non danno indicazioni su come contribuire al partito e non citano nemmeno i relativi benefici fiscali. Questa pigrizia lascia presumere una certa preoccupazione da parte dei partiti di "esporsi" al pubblico per chiedere soldi, per il semplice motivo che sono consapevoli che la loro immagine non è tale da far mettere mano al portafoglio (se non per precisi interessi). E si torna al punto dell'immagine dei partiti. Quella dei partiti italiani è così deteriorata che difficilmente sollecita donazioni. Senza indulgere nel pauperismo, altro atteggiamento estremo da evitare - i politici sono pur sempre, a giusto titolo, parte della classe dirigente di un Paese - i partiti devono scendere dal loro mondo esclusivo e "dorato". Solo così possono recuperare credibilità e forse motivare qualcuno a finanziarli. Fonte: L’Espresso

 

Elezioni: a Barcellona non ci sarà riscatto e non esiste alcuna parte sana

In primo luogo perché non esiste alcuna parte sana, e non ci sarà alcuno scatto d’orgoglio perché siamo “condannati” dall’esperienza di anni e anni di pseudo elezioni,  in cui il risultato è già pronosticabile, al cento per cento, anni prima.  Io sono un cittadino che non appartiene a nessuna parte politica, né saprei a quale appartenere, in quanto non esiste “parte politica”, ma solo una! Avrebbero potuto candidare anche un cavallo o un oggetto a sindaco: il risultato è così scontato, ma non da oggi, da sempre, che nessuna sorpresa è possibile: questa voi la chiamate democrazia?  In una città in cui l’alluvione è solo “colpa” di qualche albero distratto (e la gente ne è pure convinta) ,  in una città in cui la mattina ti alzi e respiri aria di merda, quando dovremmo essere la  Sicilia dei profumi e dei fiori; in una città in cui la mafia dicono che non esista, in cui tutto va bene ufficialmente, ma poi  in privato tutti si lamentano, voi cercate lo scatto d’orgoglio? E da parte di chi? Da parte di coloro che saranno “costretti” a dare il voto al dottore, al pediatra, all’avvocato di turno, e dovranno vendere la propria dignità di voto per avere tappato un buco di strada, o per una promessa di lavoro per il figlio?  Provate ad invitare una persona  del nord a Barcellona: lui si aspetterebbe certo la Sicilia degli stereotipi, della mafia ecc., ma certo non quella sporca e maleodorante che mostra questa città. Ah, dimenticavo, noi barcellonesi siamo pronti a difendere l’indifendibile quando qualcuno di fuori ci fa notare il degrado in cui viviamo, invece di ammettere che c’è non si può nascondere,  come si dice in dialetto: u suli ca riti.  A mio parere esiste una sola parte politica, in quanto, se diamo uno sguardo ai candidati a Sindaco, entrambi i contendenti, o sfidanti più accreditati, fino a qualche ora fa, appartenevano alla stessa parte politica. La quarta candidata… chi mi garantisce che sia diversa? In fondo lo sfidante dell’attuale Sindaco, delle precedenti elezioni, non parteggia adesso con colui contro il quale mi chiedeva il voto cinque anni fa? Un tifoso interista e uno milanista che cambiano squadra folgorati sulla via di Damasco? Io sarei veramente felice se un certo modo di agire, nell’elezione dei nostri rappresentanti, subisse un repentino cambio di mentalità, ma ne dubito e per questo io, ritengo di aver già dato il mio voto: andando al mare nel giorno dell’elezione; e non per non avere voglia di combattere, come sostengono i miei amici (o futuri consiglieri che mi chiedono il voto, adducendo che così favorirò la parte a loro avversa: ma se non c’è nessuna parte!), ma perché con queste mie dichiarazioni, sono convinto di contribuire più di un mio anonimo e inutile voto che favorirebbe, inutilmente, un consigliere piuttosto che un altro: ma perderei per sempre la mia dignità e venderei la mia intelligenza; e magari guadagnerò pure un minuto in più nella mia vita, godendo, di quel poco di natura che ancora non hanno lottizzato del tutto. Un peccato che paesaggi così meravigliosi, che ci circondano, non abbiano un riscontro in altrettante idee cristalline e nuove, che possano volare al di sopra dei vuoti interessi momentanei e che costituiscono un degrado per le prossime generazioni. di Nino Isgrò

 

L’ira degli operai Fiat: “Uccisa la nostra dignità”

Sono stanchi, esasperati, e chiedono solo un loro diritto, il lavoro. Più di 400  ex operai della Fiat di Termini Imerese e Indotto  nella mattinata di oggi hanno cominciato il presidio davanti villa Malfitano a Palermo dove si è celebrato l’anniversario della nascita dello Statuto siciliano: “Chiediamo il lavoro, quello che ci hanno promesso tutti i politici siciliani e nazionali e invece ci hanno preso in giro – riferisce Tommaso Mirabelli ex operaio Fiat-.  Lo Stato ci ha tradito. Abbiamo un programma firmato dal Ministro Passera ma ad oggi nessuno si fa sentire. In tre anni non sono riusciti a trovare una soluzione per Termini Imerese, siamo stati abbandonati. L’unica persona che ci può ascoltare in questo momento è Dio, siamo disposti anche ad occupare la chiesa, solo il Papa può aiutarci.  Se non si chiude l’accordo, a partire dal 31 dicembre, quando terminerà la Cassa integrazione saremo tutti licenziati. Non abbandoneremo il presidio fino a questa sera”. Presenti alla protesta le sigle sindacali Fiom, Fim e Uilm: “Ad oggi non abbiamo avuto nessuna risposta – riferisce Calogero Guccia delegato Fiom – da parte del Ministero delle Attività produttive. Siamo ancora fermi all’accordo del 1 dicembre 2011. Siamo attualmente tutti in Cassa integrazione, ma per 600 operai che attendono il prepensionamento ancora la situazione e ferma. Oggi siamo qui per far sentire la nostra voce e per dire basta a questa politica scorretta che sta gettando sul lastrico migliaia di persone. Intanto presidiamo villa Malfitano ma ci saranno forti disagi al traffico e la strada verrà bloccata”. E’ una vergogna per la Sicilia. Oggi non è la festa della Sicilia ma la vergogna della nostra isola – dichiara Michele Russo Rsu Fim Cisl -. Nessun onorevole e quantomeno il presidente della Regione si fa trovare, è latitante. Noi vogliamo andare a lavorare così come ci hanno promesso”. Un grido di disperazione quello degli ex operai della Fiat che chiedono garanzie per il loro futuro e le loro famiglie: “Siamo pronti ad azioni eclatanti  dichiara Imburgia Giuseppe ex Magneti Marelli -. I sindacati nazionali hanno firmato per la chiusura dello stabilimento. Dove accade che i sindacati fanno tutto questo e buttano in mezzo alla strada migliaia di persone? Alzeremo il tiro, vogliamo sapere quello che ci attende se dobbiamo continuare a lavorare o dobbiamo andare a rubare. Noi al contrario di quello che sta accadendo nel resto dell’Italia diciamo no al suicidio e rendiamo onore a tutte le famiglie colpite da questa tragedia, in realtà non si tratta di suicidi ma di omicidi di stato. Tutti i partiti ci hanno deluso, nessuno dei deputati siciliani ha detto una parola”. Per molti ex lavoratori Fiat e indotto la situazione è ancora più drammatica. Molti, infatti, sono coloro che essendo lavoratori interinali attualmente hanno perso il lavoro e non percepiscono nessun ammortizzatore sociale. È il caso di Pirrone Salvatore ex lavoratore interinale BN Sud:”Dal 31 dicembre sono disoccupato e non percepisco nulla essendo un lavoratore interinale dopo 5 anni di servizio.  Lo Stato ci ha ucciso l’anima, non abbiamo più dignità. Noi vogliamo colpire lo Stato, non si deve più guadagnare su di noi. Non ce la facciamo più, 2192 persone in Cassa Integrazione e altri licenziati. Oggi ho rotto un vetro e domani che devo fare devo uccidere un politico? Ci stanno uccidendo”. Per quanto riguarda le prossime azioni le tute blu promettono forti azioni in tutta l’isola e  addirittura proprio in vista del ballottaggio che si terrà a Palermo il 20 e 21 maggio preannunciano un possibile presidio davanti la casa del candidato a sindaco dell’Idv Leoluca Orlando. Intanto i sindacati fanno sapere che l’assessore regionale all’economia Gaetano Armao incontrerà oggi i lavoratori.  La riunione tra l’esponente del governo regionale e una delegazione di rappresentanti sindacali e dei lavoratori è appena cominciata: “Chiederemo ad Armao -ha detto Vincenzo Comella segretario provinciale Uilm- che si impegni per esercitare le giuste pressioni affinche’ l’accordo tra i firmatari venga rispettato e chiederemo il motivo di questi ritardi”.

 

Il 28 maggio nuovo blocco dei trasporti

Gli autotrasportatori siciliani si fermano ancora. Le associazioni di categoria ed i comitati spontanei hanno infatti proclamato per il prossimo 28 maggio un nuovo blocco dei trasporti nella nostra regione. “Ci rivolgiamo agli imprenditori, ai commercianti, agli studenti ed a tutti i cittadini per partecipare e dimostrare tutto il disagio con cui conviviamo – si legge nel comunicato stampa diffuso dal movimento Forza D’urto – il fermo dei servizi dell’autotrasporto non è un danno alla nostra economia o al popolo siciliano. Il trasporto si ferma per il bene di tutti. Non possiamo lottare da soli, battiamoci insieme per riconquistare il futuro.”

 

La mappa del mare cristallino bandiera blu a cinque spiagge

Sono Vulcano e Lipari nelle Eolie, Ispica, Pozzallo, Marina di Ragusa e Menfi. Esce dalla classifica una spiaggia del Catanese. Nessun riconoscimento dal Fee a Palermo e Trapani. SONO le località balneari che nell'Isola hanno superato per quattro anni consecutivi i controlli sulla qualità delle acque, hanno adeguati servizi di salvataggio e promuovono il turismo con iniziative culturali o enogastronomiche. Lipari e Vulcano nelle Eolie, le spiagge di Santa Maria del Focallo e Ciricà a Ispica, Pozzallo e Marina di Ragusa in provincia di Ragusa e Menfi nell'Agrigentino conquistano quest'anno la Bandiera Blu, che premia ogni anno, dal 1987, le spiagge più pulite d'Italia. Una sorta di "bollino di qualità" del mare assegnato dalla sede italiana dell'organizzazione internazionale Fee Fondazione per l'educazione ambientale. Per l'edizione 2012, la numero 26, la Sicilia ottiene cinque vessilli, che premiano altrettanti comuni e le loro spiagge più belle. New entry nella mappa del mare doc per l'isola per Vulcano e la spiaggia di Ciricà a Ispica, per le altre località è una riconferma mentre viene bocciata la spiaggia di Marina di Cottone a Fiumefreddo di Sicilia nel Catanese, l'anno scorso tra le premiate. Solo cinque bandiere in Sicilia, contro le 18 della Liguria su 246 sparse in tutta Italia: nessuna nel Palermitano e nel Trapanese. Sono le amministrazioni locali a candidarsi ma devono superare la valutazione della fondazione. E la selezione è molto dura. Tanto che parecchi comuni rinunciano a candidarsi. "I nostri standard di qualità sono elevati  -  spiega il presidente di Fee Italia, Claudio Mazza  -  tanto per fare un esempio, molte spiagge siciliane non sono dotate del numero di bagnini previsto dalla legge. Oppure, non si trovano all'interno di territori che superano il 15 per cento di raccolta differenziata. Dalla Sicilia abbiamo ricevuto ogni anno una ventina di candidature".  Oltre alla qualità delle acque di balneazione, altri criteri selettivi sono la presenza di impianti di depurazione delle acque reflue, l'accessibilità delle spiagge ai disabili, i servizi turistici. I tratti di costa devono essere infine lontani da discariche. Non hanno presentato istanza le amministrazioni di San Vito Lo Capo e Ustica. "Abbiamo ricevuto i moduli dalla Fee  -  spiega Aldo Messina, sindaco di Ustica  -  ma non abbiamo abbastanza personale per completare un iter lungo e complicato. Ma il mare di Ustica ha superato i controlli dell'Asp e attira ogni anno migliaia di turisti". Per Menfi, invece, è il sedicesimo vessillo blu e per Ragusa, il quarto. "Anno dopo anno lavoriamo alla valorizzazione di quest'area della Sicilia  -  spiega il sindaco di Menfi Michele Botta  -  il nostro territorio è stato premiato anche per le rassegne che promuoviamo, come quella dell'ultimo weekend di giugno, Inycon, che coniuga il mare con le produzioni vinicole". Soddisfatto anche il sindaco di Ragusa Nello Di Pasquale: "Per ottenere questo riconoscimento  -  dice  -  abbiamo lavorato sodo e investito oltre 2 milioni di euro nella realizzazione del raddoppio dell'impianto fognario e dal restyling del lungomare".

 

 

News 15-05-2012

 

Quanti errori, professor Monti

Ha sbagliato i conti sugli esodati. Si è lasciato intimidire dalle lobby. Ha promesso di mettere mano alla Rai poi si è tirato indietro. Ha imposto il ticket sanitario ai disoccupati poi l'ha tolto parlando di un refuso. Per non dire del gran casino sulle aliquote Imu. Era stato chiamato per riparare i danni dei politici, ma ora chi riparerà i suoi? Mario Monti. Immaginiamo un governo politico, di destra o di centro o di sinistra, che l'8 gennaio promette di mettere mano alla Rai "entro poche settimane" e poi non fa nulla per tre mesi e mezzo, anche dopo che il 28 marzo è scaduto il Cda; si dice "disponibile a un decreto" per tagliare i fondi pubblici ai partiti e poi non muove un dito; annuncia che le province saranno abolite, poi si scopre che restano, ma i consiglieri non li eleggono più i cittadini, bensì li nominano i consiglieri comunali; alza l'età pensionabile a 68 anni mentre ogni anno decine di migliaia di lavoratori vengono rottamati a 50, e poi s'accorge che così centinaia di migliaia di lavoratori restano senza stipendio né pensione; annuncia che gli "esodati" sono 65 mila perché i soldi bastano solo per questi, salvo scoprire che sono 350 mila; ripristina la tassa sulla prima casa (Imu), esentando le fondazioni bancarie, ma non le case di vecchi e invalidi ricoverati in ospizio; divide l'Imu prima in due poi in tre rate e annuncia aliquote più alte ma senza fissarle, gettando i contribuenti nel caos e beccandosi l'accusa di incostituzionalità dai tecnici della Camera. Ma non è finita: abolisce le imposte sulle borse di studio fino a 11.500 euro, ma non per i 25 mila medici specializzandi scippandogli il 20 per cento di quel poco che lo Stato concede loro per finire gli studi; abolisce dall'articolo 18 il reintegro giudiziario per i licenziati ingiustamente con la scusa dei motivi economici, poi annuncia che la riforma è immodificabile, infine fa retromarcia alla prima minaccia di sciopero; lancia il decreto liberalizzazioni e poi lo lascia svuotare in Parlamento dalle solite lobby, mentre la Ragioneria dello Stato segnala la mancanza di copertura finanziaria per alcune norme; dà parere favorevole a un emendamento Pd che cancella le commissioni bancarie, salvo poi accorgersene e cancellarlo con un altro decreto; lascia passare un altro emendamento Pd che tassa gli alcolici per assumere 10 mila precari della scuola, poi lo fa bocciare in extremis; annuncia la ritassazione dei capitali scudati, ma senza spiegare come si paga, così nessuno riesce a pagarla nemmeno se vuole; tassa le ville all'estero, ma si scorda quelle intestate a società, che sono la maggioranza, così non paga quasi nessuno; toglie ai disoccupati l'esenzione dal ticket sanitario e poi la ripristina scusandosi per il "refuso". E ancora: vara il decreto "svuotacarceri" per sfollare le celle, col risultato che i detenuti aumentano (66.632 fine febbraio, 66.695 fine marzo); annuncia la tassa di 2 centesimi sugli sms per finanziare la Protezione civile, poi se la rimangia e aumenta le accise sulla benzina; annuncia due volte nella Delega fiscale un "fondo taglia-tasse" per abbassare le aliquote e abolire l'Irap coi proventi della lotta all'evasione, ma due volte lo cancella; depenalizza le condotte "ascrivibili all'elusione fiscale" con "abuso del diritto" che vedono imputati Dolce e Gabbana, indagati dirigenti di Unicredit e Barclays e multati dal fisco Intesa Sanpaolo per 270 milioni e Montepaschi per 260 (lodo salva-banche); inventa una tassa sulle barche di lusso, ma cambia tre volte le regole così pochi la pagano e quasi tutti portano gli yacht all'estero ("lodo Briatore"); nella riforma della Protezione civile scrive che "il soggetto incaricato dell'attività di previsione e prevenzione del rischio è responsabile solo in caso di dolo o colpa grave", rischiando di mandare in fumo il processo in corso a L'Aquila contro la Commissione grandi rischi per omicidio colposo e le indagini sulla mancata prevenzione nel sisma del 2009 (lodo salva-Bertolaso & C.); nel pacchetto anticorruzione Severino cambia il nome e riduce la pena (e la prescrizione: da 15 a 10 anni) alla concussione per induzione, reato contestato a Berlusconi nel processo Ruby (lodo salva-Silvio). Ecco, in uno a caso di tutti questi casi, che si direbbe di questo governo politico? Che ci vogliono dei tecnici per ripararne tutti i guasti. Ma se questi guasti li fa il governo tecnico, chi li ripara? Fonte: L’Espresso

 

Aprile inflazione stabile ma aumenta il carrello della spesa

Ad aprile l’inflazione fa segnare un aumento dello 0,5% rispetto al mese precedente e del 3,3% nei confronti dello stesso mese del 2011 (lo stesso valore registrato a marzo). Lo rende noto l’Istat, spiegando che il dato definitivo conferma la stima provvisoria. L’inflazione acquisita per il 2012 e’ pari al 2,7%. L’inflazione di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, resta al 2,3%. Al netto dei soli beni energetici, il tasso di crescita annua dell’indice dei prezzi al consumo e’ stabile al 2,2%. I prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza (e che compongono il cosiddetto “carrello della spesa”) aumentano ad aprile su base mensile dello 0,4% e il tasso su base annua sale al 4,7% dal 4,6% di marzo. L’Istat definisce “di particolare rilievo” il rialzo del prezzo dell’energia elettrica (+3,7%), il cui tasso di crescita annua, ad aprile, scende all’11% dall’11,2% di marzo. In aumento rispetto al mese precedente risulta anche il prezzo del gas (+1,5%), che cresce su base annua del 15,1% (era +15,6% a marzo 2012). Per quanto riguarda il comparto non regolamentato, forti rialzi mensili dei prezzi di tutti i carburanti. Il prezzo della benzina aumenta del 3,2% sul mese precedente, e il tasso di crescita annua sale al 20,9% (in sensibile accelerazione dal 18,6% di marzo). Il prezzo del gasolio per mezzi di trasporto segna un rialzo su base mensile dello 0,9% e cresce su base annua del 20,5% (dal 22,5% del mese precedente). Un rincaro mensile marcato si registra per il prezzo degli altri carburanti (+4,4%), il cui tasso di variazione annua accelera ulteriormente e sale al 12,5% (dal 7,7% di marzo). Infine, il prezzo del gasolio per riscaldamento aumenta dello 0,4% sul mese precedente e del 10,1% su quello corrispondente del 2011 (era +11,7% a marzo).

 

Catania: Blitz all'Agenzia delle Entrate di Forza Nuova

La federazione provinciale di Forza Nuova Catania comunica che nella notte tra il 13/04/2012 ed il 14/04/2012 alcuni attivisti del movimento politico hanno effettuato un blitz presso lo stabile dove è situata l'Agenzia delle Entrate in Viale Ulisse a Catania e nella sede di Acireale (CT) della Serit spa in V.le P.pe Amedeo. L'azione di protesta forzanovista è stata quella di posizionare delle piccole sagome impiccate e degli striscioni con scritto "Italiani non suicidatevi. Ribellatevi!". Il responsabile provinciale di Forza Nuova Catania, Gaetano Bonanno dichiara: "Tale azione inserisce nel più vasto quadro della campagna che Forza Nuova conduce nel merito della battaglia relativa all'attuale situazione economica. Sempre più lavoratori e piccoli imprenditori sono portati ad effettuare gesti estremi, il numero dei suicidi sta toccando soglie di allarme sociale. Questo governo nazionale di tecnici asserviti alle logiche finanziariste , non riesce a dare il giusto peso alla bomba sociale che sta per scoppiare, mantenendo sempre più una posizione prepotente su piattaforme antisociali" Continua ancora Bonanno: "Forza Nuova vuole essere un balurado di speranza per tutti i connazionali che si sentono abbandonati e disperati, il nostro movimento continuerà a portare avanti e a far conoscere le proprie ricette per la soluzione a questa gravissima situazione. Tra esse l'uscita della BCE, l’istituzione alla moneta di popolo, la nazionalizzazione delle banche, la produzione nazionale e lo scardinamento dell'attuale classe politica. Nè destra nè sinistra nè grillini, Forza Nuova movimento di popolo per la Ricostruzione Nazionale"

 

I 50 miliardi nei conti svizzeri che il Governo non vuole riprendersi

Nelle banche elvetiche si stimano oltre 150 miliardi di euro evasi dai nostri connazionali che con un accordo con Berna potrebbero essere tassati. Il Governo italiano invece, ancora indeciso, non segue quanto già fatto da Germania e Gran Bretagna. Uno dei  Paesi a cui i nostri connazionali evasori si affidano più spesso per depositare i loro soldi è la Svizzera, sui conti delle banche elvetiche si stima siano presenti oltre 150 miliardi di euro evasi da italiani che, se  tassati in accordo con il Governo locale, potrebbero rappresentare un grosso introito per le casse dello Stato soprattutto in tempo di crisi. Eppure il Governo italiano nicchia, antepone questioni giuridiche e legislative e per il momento non ha avviato alcuna iniziativa in merito. La Svizzera ha già trovato l'accordo con altri Paesi comunitari - In realtà come rivela il Fatto Quotidiano ormai le motivazioni addotte dall'Esecutivo appaiono molto deboli, in quanto anche dalla Commissione Europea è stato dato il via libera agli analoghi accordi tra Berna e gli altri Paesi comunitari come Germania e Gran Bretagna. Nelle scorse settimane infatti vi è stato un susseguirsi di patti bilaterali tra il Governo svizzero e altri Paesi europei affinché i capitali evasi e depositati nelle banche elvetiche vengano sottoposti direttamente a tassazione in Svizzera e poi consegnati ai legittimi Stati. Un accordo che soddisfa anche la Svizzera – Una sorta di condono fiscale insomma che però prevede aliquote molto alte come il 41% deciso dalla Germania che, oltre a scoraggiare future evasioni, sono ossigeno per le casse pubbliche in deficit. Certo bisognerebbe trattare direttamente con Berna per stilare un accordo soddisfacente per i due Governi, con la Svizzera che ormai messa alle strette dagli organismi internazionali sulla trasparenza, punta a mantenere il segreto bancario in cambio del lavoro di esattore per conto terzi. Le motivazioni del Governo sono deboli - Il Governo Monti invece  ha sempre ritenuto pericoloso un simile accordo perché a rischio di infrazione in ambito Ue e non in linea con le regole Ocse, come ribadito più volte dai Ministri interessati. L'unica via possibile per il Governo è un accordo collettivo con la Svizzera a livello comunitario, ma se questo forse era vero in precedenza, ora con le dichiarazioni del commissario europeo alla Fiscalità, Algirdas Šemeta le cose cambiano e non poco. In fondo l'interesse a che almeno una parte di quei capitali evasi rientrino in Patria è interesse di tutti e in Europa non faticheranno a trovare un accordo. I partiti ora aprono all'accordo - Dal mondo politico è un susseguirsi di inviti al Governo ad agire immediatamente per un accordo con la Svizzera. Antonio di Pietro da tempo lamenta la sordità del Governo in merito alla questione ma ora con le dichiarazioni del Commissario europeo anche le altre forze politiche chiedono di muoversi. Il capogruppo a senato del Pdl Maurizio Gasparri e l'ex Ministro Paolo Romani dicono che “non ci sono più giustificazioni a non sottoscrivere un patto con la Svizzera per la tassazione dei capitali occulti” e in questa direzione anche i commenti del Pd e della Lega, ora si attendono solo le nuove mosse dell'Esecutivo. Fonte: Fanpage

 

 

News 14-05-2012

 

La Casta: da mesi annunciano tagli, poi tutto rimane come prima.

Dagli stipendi ai vitalizi, dai portaborse ai voli gratis. Ecco, voce per voce, i privilegi a cui la politica non riesce a rinunciare, mentre il sistema sta crollando La Casta è come un marinaio. Di cento promesse fatte, ne mantiene al massimo mezza. Soprattutto quando si parla dei soldi pubblici sprecati dalla politica: di tagli annunciati ce ne sono stati mille, di fatti concreti ne sono arrivati davvero pochi. Se il premier del rigore Mario Monti qualche giorno fa ha confermato lo stop ai voli di Stato e alle consulenze (per dare un esempio ai ministeri), creando una task force per sforbiciare i conti del governo, finora la sbandierata decurtazione degli stipendi è stata millesimale, e la riduzione dei privilegi sembra rimandata, sempre e comunque, "alla prossima legislatura". Un flop anche l'eliminazione delle Province e delle comunità montane, mentre altri risparmi milionari sono finiti in leggi "da ratificare più avanti". Chissà quando, si chiedono gli italiani tartassati dalla crisi e dalle tasse anti-crisi. Per i sacrifici dei politici è invece tutto un rinvio, un eterno posticipo. I rimborsi elettorali? Nonostante gli scandali della Lega Nord e della Margherita, nessuno vuol farne a meno. Il dimezzamento del numero dei parlamentari, chiesto a gran voce anche da Pier Luigi Bersani? Già bocciato. Per ora sulla carta c'è solo un accordo tra i partiti della maggioranza per tagliare - al massimo - il 20 per cento dei seggi. Le auto blu? Sfrecciano con i lampeggianti accesi. I politici di ogni schieramento sembrano dunque aver imparato la lezione, e per ribattere agli attacchi dei giornali e dell'opinione pubblica, si sono specializzati in una tecnica. Quella della dilazione, che si basa sulla strategia dell'annuncio solenne seguito da una ritirata alla chetichella. Un modo per placare l'indignazione del popolo e mantenere, contemporaneamente, lo status quo. Proprio così: "l'Espresso" ha scandagliato bilanci e leggi, promesse e dichiarazioni solenni scoprendo che, dopo anni di polemiche su sprechi e privilegi di deputati e consiglieri regionali, i costi della Casta sono rimasti praticamente invariati.  Stipendi: Tagli fantasma alla busta paga. La promessa di tagliare le indennità dei parlamentari è arrivata lo scorso 13 dicembre. A formalizzarla il presidente della Camera Gianfranco Fini e quello del Senato Renato Schifani: entro fine gennaio verranno sensibilmente ridotte le buste paga del Parlamento, quei 14 mila euro netti che gli onorevoli percepivano fra indennità (11.283 euro lorde alla Camera, 11.555 al Senato) e benefit vari. Ed ecco che, il 31 gennaio 2012, il Parlamento vara puntale un pacchetto di norme per introdurre l'austerity a Palazzo. All'italiana, però. L'ufficio di presidenza della Camera decide, infatti, una riduzione di 1.300 euro lordi, pari a poco più di 700 euro netti. Pochi davvero, potrebbe pensare qualcuno. E invece è ancora peggio. Perché, nonostante il taglio, il netto della busta paga di deputati e senatori è rimasto praticamente identico. Come mai? Nello stesso giorno della riforma è stata varata anche una novità in materia di vitalizio: "Come tutti i cittadini", spiegò Fini, "anche i parlamentari passano dal sistema retributivo a quello contributivo". Un passaggio che permette agli onorevoli di risparmiare un bel gruzzolo di contributi, cessando di versare obbligatoriamente una quota di stipendio all'ente di previdenza. Quanto risparmiano? Guarda caso proprio 700 euro. Alla fine della fiera, il saldo è zero, la stessa cifra del taglio. E così lo stipendio è salvo. Persino la Commissione Giovannini, che da mesi lavorava per confrontare gli stipendi italiani con i colleghi europei s'è dovuta arrendere: "I vincoli posti dalla legge, l'eterogeneità delle situazioni riscontrate negli altri Paesi e le difficoltà incontrate nella raccolta dei dati non hanno consentito alla Commissione di produrre i risultati attesi".   Portaborse: Più controlli, niente riduzioni. Tanto fumo e poco arrosto anche per i benefit. A partire dal taglio delle spese per i portaborse degli onorevoli. Rispetto agli annunci di metà dicembre, che parlavano di cancellazione, s'è arrivati a un compromesso: il contributo fisso resta invariato (3.690 euro al mese), ma solo la metà verrà erogata a scatola chiusa. Per ottenere l'intera cifra il deputato dovrà portare i giustificativi delle spese per i collaboratori: secondo gli ultimi dati ufficiali solo un onorevole su tre si avvale di un aiutante, ma molte inchieste hanno dimostrato che i parlamentari spesso pagano il portaborse al nero. Fonte: L’Espresso

 

Noi paghiamo l’Iva al 21%, i partiti al 4%

I partiti, oltre a godere del finanziamento pubblico, hanno anche una tassazione agevolata per le spese elettorali: IVA al 4%, come per il pane, il latte e gli altri beni primari. Anche la propaganda via posta gode di un regime di favore. E se la politica risparmia, per lo Stato il costo è enorme. Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, ha lanciato nei giorni scorsi la proposta di dimezzare i rimborsi elettorali ai partiti. Finalmente, avranno commentato non pochi elettori del Pd, ai quali deve essere parso proprio poco coraggioso il ddl concepito dallo stesso Bersani assieme a Casini ed Alfano sul tema del foraggiamento pubblico ai partiti. Se però l’obiettivo è quello di dare seriamente una sforbiciata alle cospicue risorse che direttamente o indirettamente finanziano la improduttiva politica nostrana, i margini di intervento sono ancora ampi. In primo luogo perchè Bersani, al pari di Alfano e Casini sa o dovrebbe sapere che una legge vecchia di quasi 20 anni prevede un assoggettamento ad IVA di netto favore (4 per cento) su tutto “il materiale, attinente alle campagne elettorali, commissionato dai partiti e dai movimenti, dalle liste di candidati e dai candidati". Per effetto di disposizioni contenute in una legge ad hoc approvata dal Parlamento nel 2004 (“Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo ed altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell'anno 2004), l’ambito applicativo dell'aliquota agevolata è stato peraltro notevolmente esteso. Cosicché, come confermato da una circolare interpretativa dell’Agenzia delle Entrate di quell'anno, il primo effetto dell'innovazione normativa è stato che l’aliquota del 4 per cento ha assunto una portata generale, tale da riguardare la generalità delle competizioni elettorali; secondariamente, la forte riduzione dell'IVA riguarda “materiale tipografico, inclusi carta e inchiostri in esso impiegati, l'acquisto di spazi d'affissione, di comunicazione politica radiotelevisiva, di messaggi politici ed elettorali sui quotidiani e periodici, l'affitto dei locali e per gli allestimenti e i servizi connessi a manifestazioni”. Tutto ciò, “nei novanta giorni precedenti le elezioni della Camera e del Senato, dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia nonché, nelle aree interessate, dei presidenti e dei consigli regionali e provinciali, dei sindaci e dei consigli comunali e circoscrizionali". È allora doveroso richiamare due questioni – che non dovrebbero sfuggire alla politica - in virtù della quale appare fuori luogo la permanenza, così come è formulata, di una previsione normativa di tale favore. La prima investe l’opportunità di lasciare l’aliquota IVA sugli acquisti dei partiti allo stesso livello di quella che si paga sui beni alimentari di primaria necessità, come ad esempio il pane, il riso, la farina, il latte fresco, il burro, l’olio d’oliva. La politica è un fatto importante, ma anche solo immaginare di porla sullo stesso piano del pane è davvero una provocazione. Il secondo aspetto, di natura squisitamente contabile, riguarda il fatto che, viste le centinaia di competizioni elettorali svoltesi negli ultimi 20 anni e il numero abnorme di formazioni politiche spuntate come funghi in occasione di esse – sono addirittura 70 i partiti che nel 2011 hanno presentato il proprio rendiconto all’ufficio di Presidenza della Camera – la norma sull’IVA al 4% ha prodotto da 1993 ad oggi un buco all’erario di svariate decine di milioni di euro. Ciò peraltro senza che la qualità della vita democratica del Paese ne abbia tratto particolare vantaggio. Un’altra “paccata” di milioni di euro a carico della collettività riguarda invece i risparmi prodotti a beneficio dei partiti grazie alle agevolazioni tariffarie sulle spedizioni di materiale elettorale. Anche in questo caso, una legge di venti anni fa stabilisce che “per le elezioni politiche per il rinnovo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, dei rappresentanti italiani al Parlamento Europeo, per le elezioni dei Consigli delle Regioni a statuto ordinario e, in quanto compatibili delle Regioni a statuto speciale, per le elezioni dei Consigli Comunali e Provinciali, del Sindaco e del Presidente della Provincia” la spedizione di plichi di peso non superiore a 70 grammi avvenga ad una tariffa postale super agevolata, pari a 0,04 euro. Il fatto che possa essere inviata da parte di ogni candidato una quantità notevole di materiale elettorale - “un numero massimo di copie pari al totale degli elettori iscritti nel collegio per i singoli candidati, e pari al totale degli elettori iscritti nella circoscrizione per le liste di candidati” recita la legge - ha così prodotto un costo enorme: 550 milioni dal 2005 al 2011. Tale cifra è il risultato della somma dei crediti di Poste Italiane nei confronti del Ministero delle Finanze, iscritti ogni anno a bilancio alla voce “riduzioni e agevolazioni tariffarie spettanti ai candidati delle campagne elettorali”: si tratta di una media annuale di 80 milioni di euro, con punte di 110 milioni nel 2009, anno di svolgimento delle elezioni europee. Visto poi il ritardo, di almeno 12 mesi, con cui il ministero onora il proprio debito, su tali poste maturano anche gli interessi, che, sempre negli ultimi 7 anni, sono stati pari a circa 10 milioni di euro. Una situazione, questa, che pare stia per giunta aggravandosi, poiché, come si legge nella relazione finanziaria 2011 di Poste, “compensi per circa 155 milioni di euro sono privi di copertura finanziaria nel Bilancio dello Stato ed il pagamento di circa 10 milioni di euro risulta, ad oggi, sospeso in attesa di specifici provvedimenti”. La domanda, tutt'altro che condita di qualunquismo, sorge spontanea: ha ancora senso mantenere agevolazioni di questo tipo in un contesto che, da un punto di vista comunicativo, è profondamente diverso da quello in cui, quasi venti anni fa, la lettera costituiva l'unico mezzo per far giungere il materiale elettorale a casa degli italiani? E ancora, è mai possibile che alla politica sfugga come la travolgente era digitale abbia allargato in modo considerevole la piattaforma di canali comunicativi con l'elettorato, per giunta a costi in tanti casi prossimi allo zero? Alfano, Casini e Bersani converranno con il Presidente della Repubblica sulla necessità di non dar fiato alla demagogia dell'antipolitica e che ci si debba impegnare “perché i partiti ritrovino lo slancio degli ideali senza abbandonarsi alla cieca sfiducia": quale migliore occasione dunque che quella di riformare sostanzialmente e non già a spizzichi e bocconi, l'ambito dei costi della vita politica dei partiti, a cominciare da quelli relativi a sempre più onerose campagne elettorali. A meno che ABC non siano dell'idea secondo cui l'uso del denaro pubblico è ben finalizzato, continuando - a costi irrisori per i partiti ma enormi per gli italiani - a permettere che le nostre cassette delle lettere siano inondate di “santini” che ormai nessuno più guarda, che le città siano tappezzate di manifesti densi di belle promesse, che i principali siti web siano occupati con logori slogan e che i programmi radio e tv siano interrotti da poco accattivanti spot.


L'agricoltura dimenticata

Le politiche anticrisi dimenticano un settore fondamentale dell'economia, l'agricoltura, che produce ricchezza effettiva, beni e servizi e rimane il primo gestore del capitale naturale. I riferimenti martellanti che ci rimbalzano addosso in questi ultimi mesi sullo sviluppo, sulla crescita e su come misurarla con il Pil e con gli strumenti attuali della contabilità nazionale sono inutili. Su questo rimando all’abbondante letteratura esistente, conosciuta anche dal governo dei tecnici[1], o, per chi volesse un rapido compendio, all’articolo “Measuring What Matters: GDP, Ecosystems and the Environment” (aprile 2010) di John Talberth, che in particolare ci ricorda come “il Prodotto interno lordo non ci dica nulla sulla sostenibilità” né “sull’intrinseca insostenibilità di un’attività economica finanziata dal debito”. Quel che è più rilevante mettere in evidenza è il fatto che, malgrado le misure – come i dati sul valore aggiunto appena resi pubblici dall’Istat – siano scarsamente capaci di catturare l’insieme del valore dell’agricoltura italiana (chi misura il valore dei servizi ecosistemici? E quelli del sequestro del carbonio?[2]) – l’agricoltura italiana continua a resistere ed esistere. L’agricoltura è dunque il primo vero e potente gestore del capitale naturale e potrebbe essere il più importante fornitore di servizi ecosistemici, oltre che di cibo e materie prime. Quella italiana non fa eccezione, quel che fa eccezione è la drammatica marginalità in cui il mercato delle politiche confina, sia a livello nazionale che regionale o locale, questo settore dell’economia. La ripresa del valore della produzione nel 2011 (molti i fattori che vi hanno contribuito) viene erosa dal valore dei consumi intermedi che continuano a crescere in modo più che proporzionale rispetto al valore della produzione. Negli ultimi anni (2008-2011) gli occupati si mantengono intorno alle 900.000 unità, a cui va aggiunto una quota di lavoro non intercettata dalle statistiche o dalle indagini. A cui vanno sommati gli apporti della famiglia del conduttore/conduttrice. L’agricoltura dunque ancora fornisce una massa di lavoro che non solo è tra le più importanti ma che, caratteristica assolutamente non marginale, produce ricchezza effettiva, beni e servizi. Già allo stato attuale, se una parte di questa ricchezza non fosse sequestrata dalla concentrazione del potere di mercato nelle mani di pochi attori della commercializzazione e della trasformazione, essa potrebbe tornare nei campi sotto forma di investimenti per la conversione sostenibile e lo sviluppo rurale. È bene ricordare che, in agricoltura, i primi e più importanti investitori sono proprio i “coltivatori diretti” che anno dopo anno, ad ogni annata agraria, “investono” il loro lavoro, quello di una parte della loro famiglia, una parte dei loro risparmi oltre che – dove possibile – una parte della stessa produzione aziendale. Disgraziatamente una parte di queste risorse finisce per pagare quei consumi intermedi il cui costo sfugge completamente al controllo dell’agricoltore. Eppure, sia quando il governo è espressione dei partiti sia quando è espressione dei tecnici, la questione rimane la stessa: cosa ne è dell’agricoltura? Quale sviluppo perseguire? Forse i tecnici sono facilitati nella comprensione del settore, se non hanno davanti agli occhi la benda nera del liberismo e del modello agricolo minerario. Oggi comunque il dubbio che neanche il professor Monti riesca a vedere il settore agricolo di questo paese come una risorsa e non come un problema è più forte di quando questo governo di salvezza nazionale ha preso la responsabilità di guidare il paese oltre la catastrofe, senza mai dire una parola sulle responsabilità della catastrofe. Fonte: Linkiesta

 

Il fallimento collettivo della Seconda Repubblica

Il fallimento della Seconda Repubblica è più complesso di quanto crediamo. Non è il fallimento di questo o quel partito politico come tenta di farci credere Bersani all’indomani delle elezioni amministrative; stavolta è toccato al centrodestra, la prossima volta sarà il Pd a essere annientato. E’ il fallimento di una intera generazione, di una classe dirigente – politica, ma non solo - inconsistente e inadeguata a guidare il Paese nel confronto che non sarà altro che globale. Certo è il fallimento di partiti politici, come la Lega e il Pdl. Gli italiani hanno tirato una linea netta sulle inutili ampolle padane, sul dio Po, sulle escort di palazzo, su personaggi improbabili come Scilipoti e Calearo, sulle trote analfabete, sui gattopardi della prima e della seconda repubblica, sui Lusi e i Belsito e, soprattutto, sullo scempio che viene quotidianamente fatto dei loro soldi. Ma è pure il fallimento di quanti, nell’impresa, nel sindacato, nelle professioni, nelle migliaia di posizioni di potere pubblico e privato continuano a mantenere la barra sulla conservazione delle rispettive rendite di posizione. Se fosse solo un problema di classe politica l’Italia – settima economia mondiale - non sarebbe al 43° posto per grado di competitività secondo il WEF (World Economic Forum). Oggi siamo circondati da macerie fatte di partiti vecchi, corrotti e incapaci di rinnovarsi, recessione economica, uno stato pesantissimo e inefficiente, una tassazione insopportabile. Urgono scelte per la crescita, perché i problemi di bilancio non si affrontano con maggiori tasse, come hanno fatti i governi di destra e di sinistra della Seconda Repubblica, ma col taglio drastico della spesa pubblica improduttiva, con l’innovazione (estensione delle banda larga e riduzione della burocrazia su tutti) e con l’apertura dei mercati. Mentre una classe dirigente autoreferenziale si ostina a indicare ricette nonostante per vent’anni si sia lambiccata sul nulla, l’interesse del paese è rappresentato oggi – come afferma autorevolmente Luca Ricolfi - più dalle innumerevoli persone che tentano disperatamente di resistere sul mercato, senza arrivare al ritirarsene, che non da un governo che preferisce l’ennesimo aumento della pressione fiscale piuttosto che toccare il totem della spesa pubblica. Nessuno degli attori attualmente sulla scena è realmente in grado di avviare quel cambiamento di mentalità di cui abbiamo bisogno come l’aria. Il rischio reale è che le tensioni accumulate ed espresse in modo molto parziale con il recente voto amministrativo, ci portino in breve all'ingovernabilità della Grecia. La tragedia sarebbe ben più ampia dei nostri semplici destini. Perché, come ha sottolineato a gennaio il commentatore della Cnn Fareed Zakaria, quello che quest’anno succede in Italia avrà riflessi sull’intera eurozona e, di conseguenza su tutti i mercati mondiali.

 

 

 

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ultimo aggiornamento 23/05/2012

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