Mi scuso per la presenza di immagini un po' sbiadite e/o sciupate a causa del tempo

"La pubblica sicurezza va male -si leggeva nell'articolo di fondo apparso sulla 'Nuova Sardegna' il 1° febbraio 1899- come non potrebbe andare. E va male non solo perché col disaggio economico e morale l'ambiente resta immutato, ma altresì perché la polizia si occupa di tutto fuorché della ricerca degli assassini e dei ladri. I delinquenti possono osare qualunque impresa; la delinquenza può raddoppiare. Il governo non se ne incarica purché il popolo ignori molte cose, purché non si dica che l'Italia ha il primato dell'analfabetismo e della delinquenza, il governo è tranquillo".

In effetti in quel momento, a pochi mesi dalla fine del secolo, lo stato d'animo della pubblica sicurezza in Sardegna era il peggiore che si potesse immaginare. Per rendersene conto sarebbe stato sufficiente voltare la pagina; infatti, vi era una breve notizia il cui testo era il seguente:'Ignoti malfattori, nella regione Prato, poco distante da Nuoro, hanno assassinato EGIDIO CAGGIU di 33 anni. Si ritiene che si tratti di un'altra vendetta di latitanti, i quali supposero che Caggiu facesse il confidente'. Si seppe poi che le cose stavano proprio così: gli stessi assassini, i fratelli GIACOMO ed ELIAS SERRA SANNA, compiuto il delitto, avevano detto ad alcuni pastori, che ne erano statti atterriti testimoni, di aver ucciso Egidio Caggiu perché era una spia. Ma ai 2 banditi neppure questa dovette apparire vendetta sufficiente, poiché qualche tempo dopo irruppero, nell'ovile del fratello dell'ucciso e costrinsero i servi ad andarsene, diffidandoli dal ritornarvi. In breve tempo il Caggiu superstite fu costretto a vendere la sua proprietà.

In quegli anni Giacomo ed Elias Serra Sanna esercitavano un dominio assoluto nelle campagne di Nuoro.

Non sembra dunque che la 'Nuova Sardegna' sbagliasse di molto, quando affermava che lo stato della sicurezza pubblica in Sardegna era il peggiore che si potesse immaginare. Né valevano a migliorarla di molto gli occasionali successi che i carabinieri (erano in tutto 400: non molti di più dei latitanti, che giunsero ad essere 285)riuscivano ad ottenere.

Uno dei pochi successi che ottenne la campagna di repressione del banditismo fu il 7 febbraio 1899 quando nel territorio di Oliena, non lontano dalle fonti di 'su Cologone', i carabinieri uccisero il bandito ANTONIO MULAS: aveva 29 anni, era latitante da 3, era accusato di 9 omicidi, oltre che di un numero di tentati omicidi e di danneggiamenti.

I carabinieri si divisero  in due pattuglie formate da tre persone ciascuna e a poca distanza l'una dall'altra. Alle otto precise i famigerati latitanti ANTONIO MULAS e GIUSEPPE PAU mentre scendevano dal monte si incontrano con la pattuglia composta dai carabinieri GIOVANNI MARIA LORIGA, MICHELE CHIABAI e CARLO PORCU. In un attimo ne nacque un conflitto a fuoco tra questi e i latitanti dei quali il noto Mulas, colpito da ben 16 mandati di cattura, rimaneva cadavere e l'altro inseguito da Loriga e da Porcu, avendo approfittato della posizione, mentre fuggiva colpi in pieno petto e all'avambraccio il Loriga.

Qualche giorno più tardi, La Nuova Sardegna fece l'inventario di quello che si era trovato addosso al bandito ucciso: 1 splendido binocolo, 2 scapolari al petto con una preghiera a Gesù Bambino, parecchie lettere e il fucile a retrocarica che portava impresse nel calcio le parole 'o vincere o morire' , particolari molto importati che fecero pensare.

Foto segnaletica di un bandito

Ma la pura repressione era una risposta insufficiente e un rimedio inadeguato  a quel che in quegli anni avveniva in Sardegna. Non valeva infatti a mutare le condizioni oggettive che consentivano, né le specifiche cause che determinavano, il moltiplicarsi del numero di banditi, i quali potevano continuare a esercitare il loro potere tirannico su interi paesi o su vasti territori di quest'isola.

Per quanti latitanti si uccisero, per quanti se ne catturassero, gli omicidi, gli episodi di violenza, le razzie di bestiame, le rapine, la devastazione delle proprietà, lo sterminio degli armenti, continuavano ad essere vicende d'ogni giorno.

Quella che così si manifestava era, nella sostanza, una ribellione all'autorità dello Stato: ribellione che, sotto la spinta di inclinazioni e di impulsi individuali, faceva affiorare una violenza che era stata per lunghissimo tempo una componente costante, se pure non necessaria, della società tradizionale sarda. Decadeva in definitiva, il prestigio dello stato non soltanto nella coscienza dei singoli più riottosi, ma anche in aree sociali non sempre esigue. Il sociologo VILFREDO PARETO, suo 'TRATTATO DI SOCIOLOGIA GENERALE' scrisse: 'Dove è debole l'opera della podestà pubblica, si costituiscono piccoli Stati entro il grande Stato, piccole società entro la maggiore. Similmente, dove viene meno l'opera della giustizia pubblica, si sostituisce quella di una giustizia privata, settaria', e indicacome esempio le vicende della sanguinosa FAIDA DI ORGOSOLO (una trentina di omicidi fra il 1903 e il 1917).

In quel che allora avveniva vi erano dunque gli effetti di tutto questo: della presenza debole e dell'opera lenta dello Stato, dell'azione incerta, in qualche caso iniqua, dell'apparato giudiziario.

Ma vi era altro ancora: non si può pensare che non avessero riflessi anche sullo stato della sicurezza pubblica il diffuso disaggio economico e il disordine sociale, ai quali nessuno si preoccupava di porre fine, meno d'ogni altro il potere pubblico, che anzi li aggravava con una repressione fiscale insostenibile per la maggior parte dei sardi.

Vale la pena di ricordare alcuni esempi.

Nel 1899 in Sardegna furono messi all'asta i beni espropriati per il mancato pagamento delle imposte.

Si trattava di mettere sul lastrico 121 famiglie. E a dir poco dubbio che tanto valesse a suscitare sentimenti di devozione nei confronti dello Stato e della legge.

 

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