Mi scuso per la presenza di immagini un po' sbiadite e/o sciupate a causa del tempo

Si dovrà pensare che nella Sardegna di cent'anni fa fermentassero diffusi impulsi di ribellione, oscuri risentimenti, sotterranei desideri di rivalsa: del resto non né mancavano i motivi. Da che altro, se no, avrebbe potuto avere origine l'idealizzazione della figura del bandito, nel quale veniva visto il vendicatore d'ogni torto e il depositario di tutte, o quasi tutte le virtù , eccettuate, naturalmente, quelle della mitezza e della clemenza? 

Accadeva che i torti che il bandito vendicava finissero per identificarsi con quelli che in quest'isola ciascuno -chiunque, si vuol dire, non disponesse di ricchezza né di potere- per un verso o per l'altro era costretto a subire. La vendetta, così, diventava atto di giustizia, di generale riparazione, di riscatto collettivo. Ed ecco allora, formarsi l'immagine del bandito coraggioso e spietato però giusto, per di più saggio e, quando se ne presentava l'occasione, coraggioso al punto di gettarsi in un fiume per salvare il carabiniere che nell'inseguimento vi era caduto. Ne nascevano suggestioni alle quali non era facile sottrarsi. Lo stesso ANTONIO GRAMSCI ammetteva di aver subito, da ragazzo, il fascino dei banditi GIOVANNI TOLU e di FRANCESCO DEROSAS.

E nemmeno lo scrittore SEBASTIANO SATTA non riuscì a nascondere una certa ammirazione per i banditi 'belli feroci prodi'.

Resta però da vedere se, e fino a che punto, questa immagine lusinghiera rispecchiasse la realtà.

Il deputato FRANCESCO PAIS SERRA qualche dubbio doveva pure avere se nella relazione conclusiva della sua inchiesta sulle 'Condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna' scriveva: 'Anche oggi il leggendario bandito sardo, forse più favoloso che vero, attrae in quel misto di romantica forza, di bruttale vendetta ed insieme di cavalleresca generosità le menti ingenue del popolo; e un'aureola di simpatia ingenua, ma tenace, circonda il capo di colui che, solo e debole, si crede combatta non contro il diritto della Società, ma contro la pretesa violenza e prepotenza personale e dell'autorità: egli sa usare l'astuzia contro la forza, trarre esemplare e feroce vendetta di chi l'osteggia, ma protegge, chi debole come lui, lo protegge e lo difende'.

E un fatto che la violenza e la prepotenza ,esercitate così dai singoli, come dall'autorità non dovevano essere un dato immaginario: non foss'altro perché la povertà diffusa, ora aggravata dalla crisi, esponeva i più ai soprusi di coloro i quali detenevano la ricchezza e il potere. I tempi difficili che la Sardegna viveva avevano ristabilito una condizione sostanzialmente feudale, poiché avevano reso più pesanti i vincoli della dipendenza dei più poveri dai più ricchi.

Foto segnaletiche di malviventi

Lo scrittore GIROLAMO SOTGIU, nella sua 'Storia della Sardegna dopo l'unità' chiama in causa la 'struttura del potere che esigeva nei villaggi' dove 'un ristretto gruppo di proprietari con un elementare ma efficiente sistema di ricatti imponeva il suo volere alla comunità. Era da essi, infatti, che la grande maggioranza delle popolazione, contadini e pastori, potevano avere terre e lavoro, e ad essi perciò era giocoforza ubbidire se si voleva avere materialmente la possibilità di vivere '.

Ma non disponevano soltanto della terra. 'Erano essi -aggiunge Sotgiu- che amministravano il Comune e che perciò nominavano personale di loro gradimento in posti di responsabilità; che compilavano i ruoli delle imposte. Al loro potere era perciò pressoché impossibile sottrarsi '.

Secondo una delle idee correnti, non immune, però, dal peccato della semplificazione il bandito era il povero che si ribellava all'arbitrio dei ricchi e che così ne scardinava il sistema di potere. Fu così, in effetti, in più di un caso. GIOVANNI TOLU -probabilmente il più famoso tra tutti i banditi sardi- si diede alla macchia dopo aver ridotto in fin di vita il parroco del suo paese (Florinas) dal quale, probabilmente non senza motivo, si riteneva perseguitato e che gli impediva di sposare la ragazza che teneva in casa come domestica e che in realtà pare fosse la figlia del pio uomo di chiesa, incline a svaghi non precisamente mistici.

VINCENZO FANCELLO, lo spietato 'BERRINA' che impose all'intera Dorgali l'assoluta obbedienza ai suoi decreti (una mattina su un foglio affisso ala porta della chiesa si lesse: 'Guardate bene , paese di Dorgali: nessuno voglio di andare a servire a possessione del signor Dore Antonio, nessuno voglio di portare bestiame alla sua pastura per niente, guai al servo che entra in casa di Dore. Se avete volontà di passare la vostra vita con piacere fate il vostro dovere'), Vincenzo Fancello, si diceva, si diede alla latitanza in seguito alle accuse mossegli da un ricco  possidente: Antonio Dore appunto.

GIOVANNI MONI GODDI, di Orune, divenne bandito per aver reagito ad un atto ingiusto: uccise infatti un tale che si era impossessato di un suo capo di bestiame; e fu bandito di ferocia senza limiti, che dopo aver ucciso un suo nemico, non esitò a squartarne e decapitarne il cadavere per farne rotolare la testa ai piedi del padre.

Ma non sempre il bandito era il povero che si ribellava alla prepotenza dei ricchi. Poteva anche accadere, e in effetti accadde in più di un caso, che tra latitanti e possidenti  si instaurasse un rapporto di alleanza e di mutuo sostegno largamente vantaggioso per entrambe le parti: il bandito diventava, se si può dire così, il braccio armato del possidente, ne tutelava gli interessi e i beni, ne scoraggiava i nemici e in cambio ne aveva la protezione che a chi vive alla macchia è sempre necessaria.

MICHELE MORO (ma ebbe maggior fama come 'TORRACORTE') coltivò amicizie potenti; intervenne anzi, in qualche campagna elettorale a sostegno di questo o di quel partito, intimidendone gli avversari e minacciando gli elettori riluttanti. Ciò che non gli impedì di esercitare un'ordinaria attività brigantesca e di mettere insieme un patrimonio consistente con le rapine e le estorsioni.

Ma alla prepotenza dei singoli si aggiungevano la prepotenza e l'arbitrio e in qualche caso la corruzione, dell'autorità. Lo storico ELETTRIO CORDA, nel libro 'LA LEGGE E LA MACCHIA', ricorda un caso a dir poco significativo.

Nel 1874 furono condannati a pene pesantissime perché riconosciuti, pare sulla base di testimonianze false, due nuoresi che appartenevano alla ricca famiglia dei MANCA CARRONI, soprannominati MALASPINA, e due fratelli di Orune, PIETRO e SAVERIO SANNA. Accadde poi che i due Malaspina, valendosi delle loro relazioni influenti, riuscissero a ottenere in breve tempo la libertà, mentre i Sanna, sebbene la loro posizione processuale fosse sostanzialmente identica, dovettero restare in carcere, dove uno di loro, Saverio, morì dopo qualche anno. Il caso destò scandalo, tanto che nel 1893 il consiglio comunale di Orune indirizzo al re un ordine del giorno del quale, riaffermando l'innocenza di Pietro Sanna, sollecitava a suo favore un provvedimento di grazia. L'apparato giudiziario, in definitiva, non distingueva soltanto fra colpevoli e innocenti, ma fra ricchi e poveri, fra potenti e umili. Non si può supporre che ne traessero vantaggio il prestigio e l'autorità della legge.

E certo che il fenomeno del banditismo non poteva essere fatto risalire a un modo di amministrare la giustizia ben lontano dall'essere assolutamente limpido. Ma è altrettanto sicuro che i vizio dell'apparato giudiziario, che non erano pochi né tutti lievissimi, non incoraggiavano alla fiducia; così a darsi alla latitanza poteva essere non solo il colpevole, ma anche l'innocente che colpito da un'accusa ingiusta, sapeva di aver ben poche possibilità di scagionarsi.

Non stupisce, così il fatto che il numero dei banditi andasse aumentando, in Sardegna si giunse a contarne poco meno di trecento, alcuni dei quali non esitavano a imporre uno spietato dominio sul territorio prossimo alle città; era il caso dei fratelli SERRA SANNA  a Nuoro e di FRANCESCO DEROSAS e del suo compagno PIETRO ANGIUS  a Sassari. L'11 novembre 1892 Derosas e Angius uccisero nelle campagne di Banari un agricoltore GIOVANNI ANDREA SALE, che ritenevano fosse un informatore dei carabinieri.

Il bandito Corbeddu

L'uomo visti da lontano due banditi, fuggì; fu inseguito e infine stremato si arrese. "Il Sale -riferì l'indomani 'LA NUOVA SARDEGNA'- vedendo che non vi era più via di scampo per lui, si arrese piangendo, supplicando i due banditi che lo perdonassero. Ma i due assassini, non ascoltandolo spianarono i fucili e lo uccisero. Quando il Sale fu ucciso, Derosas e Angius, presero a sassate il cadavere e dopo aver compiuto il misfatto, Derosas consegno a GIUSEPPE CHERCHI, che era l'amico che si trovava in quella campagna con Sale, un bigliettino nel quale si dichiaravano i veri assassini del Sale".

I banditi costituivano una minaccia della quale nessuno poteva sentirsi al riparo: a questo stato di cose, che non poteva più essere tollerato, occorreva mettere rimedio, anche con mezzi eccezionali.

In un articolo sulla Nuova Sardegna del 18 novembre 1892, il giornale riportava che si dovesse considerare atto di legittima difesa l'uccisione, da parte di chiunque, del bandito che, processato con ogni garanzia e condannato all'ergastolo, non si costituisce.

Non bisogna esagerare nelle astrazioni -scriveva 'autore dell'articolo- ne fare del sentimento a proposito. Non si dica che il legislatore armerebbe il braccio dei cittadini e approverebbe l'omicidio dei latitanti'.

Il principio che si voleva così affermare o, piuttosto, la pratica che si intendeva legittimare era quella della caccia all'uomo. Era probabilmente, una proposta prematura: i tempi della caccia all'uomo, che sarebbe stata vastissima e spietata, sarebbero venuti soltanto di lì a qualche anno.

 

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