Lotta cruenta
tra il rospo
e la regina.
Lo stagno incantato
dei sensi
ne traccia i confini.
Oscura affinitā
tra il rospo
e la regina.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Accarezzo senza fretta
le corde 
dei sospiri notturni. 
La vita ci ascolta
senza ascoltare. 
Una, due, cento foglie
cadono sul tuo seno nudo.
Beviamo il nettare
rosso dei fuochi 
che illuminano le stelle.
Fragranza di grano,
ebbrezza d'uva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sfuggo, sfuggi
alla linfa che,
severa,
nutre i tronchi
dalle radici incenerite.
Ingabbi,
con un soffio di ghiaccio,
le sequenze della pellicola
d'erbe rampicanti.
Amo, ami
senza ragioni.
Con la rabbia e l'amore
di chi ama 
per amare.
Amo, ami
e le equazioni
dell'algebra impenetrabile
non avranno uscita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disteso
su un tappeto d'argilla,
ti raggiungo.
Ho ingannato
il tempo e lo spazio;
e respiro
l'essenza d'estate
del tuo corpo.
Ho ingannato 
il tempo e lo spazio;
ma č giā iniziata
la caccia
degli austeri segugi.
Amore,
domani tornerō.
E domani ancora.
Fino a rimanere
dentro di te.
Suadenti note
dell'armonia salina.  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Passeggio 
su ponti invisibili
d'ossigeno scuro.
Reti di rugiada 
catturano
il risveglio 
della terra brumosa.
 
Passeggio spedito.
E lento,
ritorno
all'isterico sibilar 
del mio batter d'ali;
alle tue parole,
sanguinanti
di comprensibile
incomprensione. 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

Irridente
cipria abbagliante
nevicō
sui fianchi
spogli di spine.
"Il tuo cuor
d'uva ottobrina
non sento pių" -
sussurrō 
dal trono
intarsiato d'ortiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ondeggio
tra i rumori della vita
e il silenzio
eterno.
Non c'č calma
se non nell'idea
di un lucido
muro senza tempo.
Non c'č amore
se non nell'amara
certezza
dell'amore.
Per me.
Per te.
Per chi
non č ancora fuggito 
dai candidi miasmi
della messinscena. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gocce di canapa
migrano sul cuscino d'orzo
di un mondo che dorme. 
La sola rabbia
ti solleverā
dal filo spinato. 
C'č solo odio
nel canto
del lago incantato.
Parti e giā corri.
Per poi arrampicarti sulle viti 
di un oceano senza vento. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Legāti.
Si, legāti.
E alle mie spine
légati.
Legāti.
Si, legāti.
E dai miei sassi
slégati.
Rināti.
Si, rināti.
Senza dioperdono,
āmami.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sembrano
pulcini neri
nei campi
erbosi
d'ocra manto…

Sono pulci
ansiose
di zampe dure
di piacere
estorto.

E morto. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

S'č preso gioco di noi.
Le bolle di sapone
non volano,
impietrite
in un guscio d'aria solida,
irrespirabile.
S'č preso gioco di noi.
Le impronte 
dei tuoi passi
indelebili
disegnano l'asfalto,
ansimante. 
S'č preso gioco di noi.
Dovrei capirlo,
ma continuo a cercarti
in un dedalo d'attimi,
scivolosi inafferrabili
inutilmente vivi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dormi
e un fruscio di ruscelli
viscerali
rimbomba
nelle strade strette
dal sonno.
Ho graffiato
d'argento gli occhi
coi quali m'abbracciavi.
M'abbracci
e desto dal resto
dei giorni
raccolgo
lucciole 
dai canti accecanti.
 
Ho donato 
un manto d'acciaio
alla terra del sogno.
Sogni
e bagni la fame
di linfa vitale, 
danza
sensuale 
dal ritmo casuale.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il caldo azzurro dei sorrisi
illumina
la tavola imbandita del tempo.
E' ingordigia la tua.
O semplice noia,
noiosamente semplice
come i profumi 
di una domenica mattina.
Come i tuoi seni vividi 
per l'occasione.
Ma vecchi di un'insanabile 
passione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine, se ci penso, la sabbia dorata
sovente, inclemente 
abbraccia la grigia roccia sbiadita.
Alla fine, se ci pensi, č la luna a guidare
distante, imponente
gli altalenanti umori delle onde.
Alla fine, ci penso, una notte
ebbra, invitante
puō invadere, cullare i fondali oscuri del mare.

 

 

 

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