Il Tunnel

Saggio su Renato Milleri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL TUNNEL

atto unico

di Reno Bromuro e Viviana Buzzòli

 

Personaggi

Lui

Lei

Scena 1°

(Buio assoluto. Si odono dei passi di corsa e respiro affannoso. Passi e respiro hanno un effetto cattedratico: ci troviamo in un tunnel. I passi rallentano e il respiro affannoso aumenta; poi la voce di un uomo, rotta dalla mancanza di ossigeno nei polmoni, sempre correndo)

Lui
Dio mio! Non gliela faccio più!… Ma quando abbandoneranno l’insegui-mento?… Ma cosa vogliono da me? Non so neanche quando è cominciato e perché?… (I passi di corsa dopo aver raggiunto un crescendo parossistico, decrescono lentamente e si fermano) Dio mio, aiutami! Non ne posso proprio più! Mi scoppia il petto. Mi fermo e sia quel che deve essere. (Silenzio. Una flebile luce illumina solo il volto dell’uomo) Ma quando finisce questo tunnel? Sembrava tanto breve quando l’ho imboccato. Si vedeva la luce dall’altra parte… ora invece è buio pesto. (Pausa. Si mette seduto ansante: respira a fatica) Qualcuno mi ha detto prenda il tunnel… poi quelle persone che mi rincorrevano gridando: prendetelo, prendetelo, è lui! Mi sono messo a correre come un pazzo, pieno di terrore. Che cosa volevano e perché gridavano: prendetelo, prendetelo? (Solo il respiro ansante dell’uomo e il battito del cuore)

Lei (Un faro illumina solo il volto della donna)

Ce l’avevano con te?

 

Lui

Penso di si, ma non so perché… Tu, chi sei?

Lei
C’era il terremoto, correvo e mi rincorrevano… gridando: è lei, è lei prendetela, prendetela! Poi qualcuno mi suggerì il tunnel. Mi disse che era il posto più sicuro. Non ricordo più da quando tempo sto camminando verso l’uscita opposta…

 

Lui

Allora non c'è speranza! E’ un tunnel senza fine!?

 

Lei

No, Perché escludi a priori, la salvezza?

 

Lui

Tu l'hai detto!

 

Lei

Ho detto che non ricordavo da quando sto camminando, non che è senza fine. Dev'esserci l'altra uscita, poiché ci sei entrato tu.

 

Lui

e se sono entrato dallo stesso ingresso?

 

Lei

E’ impossibile. Ho sentito che i tuoi passi mi venivano incontro.

 

Lui

I tuoi non li ho sentiti, come mai?

Lei
Fino a un secondo fa ero certa di uscire. Tu mi hai fatto dubitare. Ora dubito, capisci? Perché l'hai fatto?

Lui
Che cosa?

Lei
Ad inculcarmi il dubbio.

 

Lui

... Già era in te. Non dire fesserie! Ma chi ti ha suggerito di salvarti nel tunnel?

 

Lei

Non lo ricordo. E a te?

 

Lui

Magari lo sapessi! Ero terrorizzato dal terremoto. Un solo pensiero martellava nella mia mente: andare, andare dal mio amore che, se morte doveva essere, volevo morire con lei. Allora, mentre saltavo da un masso all'altro, ho visto un rivolo d'acqua, avevo la gola secca, per la corsa, mi sono fermato un attimo a bere. E’ stato allora che una voce mi ha suggerito di prendere il tunnel, sarei giunto prima.

 

Lei

Anch'io ho udito una voce, mentre mi "bagnavo le labbra in un rivolo d'acqua". Allora ho preso il tunnel, per salvarmi, mi ha detto la voce,

Lui

Allora siamo entrati dalla stessa parte!

 

Lei

Non è possibile! Però è strano che non si veda la luce in fondo al tunnel…

Lui

...Forse perché siamo in una curva.

Lei

…Oppure è notte. Sto camminando da tanto! Tu da quanto cammini?

 

Lui

… Non lo ricordo! Non ricordo, eppure vorrei ricordare almeno il tempo.

 

Lei

… Sembra si sia fermato e mio figlio ha ancora tanto bisogno di me. Forse sta piangendo! Mi sta cercando!

 

Lui

…A me mi aspetta una donna incantevole, bella, comprensiva, intelligente: tanto cara. Tuo figlio non è solo! La mia donna, invece...

Lei

...Mio figlio è solo. Sono io il papa e la mamma!

Lui

… Perché non è con te?

 

Lei

...Ero uscita per andare a lavorare. Sapessi com'è difficile trovare un lavoro! Per una ragazza madre, poi?! ...le insidie a cui va incontro, i pregiudizi che deve combattere!

 

Lui

Ma siamo nel ventunesimo secolo!

Lei

… E questo ti meraviglia?

 

Lui

Certo, iI mondo si è evoluto. Ma come? Siamo riusciti ad abbattere tabù veramente preoccupanti, che sembravano mura insormontabili, come il sesso, I’omosessualità, l’eterosessualità, l'amore di gruppo! Viviamo in una società che ha accettato tutto questo, compreso il divorzio... Ora mi vieni a dire che, questa stessa società, rifiuta le ragazze madri?

Lei

Che credi,che tè lo dica per avere la tua compassione? Ti sbagli! Mio figlio l'ho voluto con tutte le forze, nessuno lo voleva, forse neanche suo padre. Ho lottato e lotto contro una società ipocrita, non perché mi piace la lotta, anzi sono molto remissiva e…solitaria, ma per mio figlio perché credo in un mondo migliore.

 

Lui

Ci sarà?

Lei
Certamente. Vedi? Io non mi curo - anche se ci soffro, ovviamente - se le gentili signore, che abitano nello stesso stabile in cui abito anch'io, appena mi vedono si portano sotto il muro, per paura della contaminazione; e se mio figlio si avvicina ai loro, quasi scappano.

 

Lui

Ma viviamo nel 2000! Non siamo nel medio Evo!

 

Lei

Ti dico di più. C'è stato un periodo in cui mio figlio si era attaccato ad un uomo, si volevano tanto bene al punto che lo chiamava papa. A me non dispiaceva, anzi. Veniva spesso a casa, portava mio figlio a spasso con lui, anch’io, qualche volta, uscivo con loro. Le nobili signore dello stabile mi ossequiavano, quasi si prostravano ai miei piedi, e sai perché? Avevo un uomo, anche se non era il mio. Mio figlio aveva un padre, anche se non era il vero. Un giorno, una delle più nobili signore, si portò via quell'uomo meraviglioso... Da allora, io e mio figlio, siamo una persona sola; anche se sono costretta per lavorare, a tenerlo all'asilo fino a pomeriggio inoltrato. Ma la sera! Sai la notte dormiamo poco per recuperare il tempo che stiamo lontani! Così anche noi rubiamo la felicità che ci spetta, alla vita.

 

Lui

E’ meraviglioso allevare un bambino! Ricordo che avevo un'amica che aspettava un bambino. La gioia che provavo quando questa mi faceva sentire i movimenti del feto, nel ventre. Oh, Dio! Ma perché non ricordo più i nomi? eppure, almeno questo dovrei ricordarlo! Lo devo. L'unica amica vera! Come si chiamava? Pioveva a dirotto, quella sera, come se Dio volesse un secondo diluvio universale.

 

Scena 2°

 

Pioggia a catinelle. Il pianto di lei, giunge ovattata dall’interno di un’automobile in sosta: è disperata. Lui bussa sui vetri e la portiera si apre.

Lui (Bussando sui vetri)

Posso essere utile?

 

Lei (Aprendo la portiera)

Entra ti bagni tutto. (Richiude la portiera)

 

Lui

Hai bisogno di qualcosa?

 

Lei

Se non sei un puritano... Ho bisogno di te.

 

Lui

Di... me?

 

Lei

Sì, di te.

 

Lui

Sei certa? Proprio di me?...

 

Lei

Te o un altro! Voglio un uomo! Un uomo con cui parlare e fare l'amore.

Lui

Fare?... L'amore?

Lei

Sì, ho necessità di sentirmi viva.

 

Lui

E tu pemsi che, facendo I’amore? Non è il modo migliore per sentirsi vivi. Dopo potresti sentirti peggio!

Lei

Perché, non sei maschio?

 

Lui

Lo sono, certo. Ma!... Accolta... Non è facendo l’amore col primo che capita che risolvi il problema.

 

Lei

Voglio precisare, prima di risponderti. Voglio che sia chiaro tra noi che non sono una puttana.

 

Lui

Non l'ho neanche pensato. Se soltanto mi avesse sfiorato questo pensiero non mi sarei fermato,

 

Lei

Allora chiarito questo perché dici e con sicurezza anche, che non facendo l'amore col primo che capita che risolvo il mio problema? Che ne sai tu?

Lui
Ho una certa esperienza. 0gni volta che mi capita di litigare con mia moglie faccio la pace facendo I’amore e non per questo ho risolto o risolvo i miei problemi.

Lei

Ma tu, la conosci veramente tua moglie?

 

Lui

Non lo so, non me lo sono mai chiesto. Ogni cosa che ho fatto,

nella vita, l'ho fatto esclusivamente per vederla contenta.

 

Lei

Sono stata due anni con un uomo e dopo due lunghi anni di dedizione e di amore mi ha scacciata dicendomi che non può assolutamente continuare a vivere con un essere che non capisce: non capisce perché non lo conosce, non l'ha mai conosciuto….

 

Lui

Sono cose che si dicono, poi ci si pente. Forse ti sta cercando. Dove abiti? Vuoi che ti accompagni?

 

Lei

Non ne vale la pena. Tu saresti capace di dire alla tua donna, mentre ha tanto bisogno di cullarsi, per un minuto solo, tra le tue braccia "non mi scocciare, non vedi che mi sto facendo la barba"?

Lui

Se l’amassi, no. Di certo no, non lo direi.

Lei

Eppure lui non solo l'ha detto, ma quando ho insistito mi ha scacciato. Mi ha preso per mano e mi ha accompagnato alla porta, l’ha aperta e mi ha buttato fuori. Ma io lo incendio, quel porco!.

 

Lui

Ma che dici?

Lei
Non lasciarmi sola! Ho bisogno di vivere, devo vivere! Non mi abbandonare: aspetto un figlio!

 

Lui

A lui, l’hai detto?

 

Lei

Volevo. Non me ne ha dato il tempo. Ora penso che abbia capito e sapendo che non avrei mai abortito, mi ha cacciata…

 

Lui

Senti, io non ho molto da offrirti. Se vuoi la mia casa è tua però devi abituarti al chiasso: a casa mia si grida sempre, anche per chiedere un bicchiere d'acqua…

 

Lei

Voglio soltanto vivere. (La pioggia torrenziale decresce e sciama). Non piove più.

 

Lui

Questo è buon segno. Vieni a casa mia?

 

Lei

No. Vado via. Forse vado in albergo. Ti terrò informato… (Avverte una fitta al ventre) Oh, Dio!

 

Lui

Che cosa c’è?

 

Lei

Ho avvertito un colpo (Indica la pancia) qui.

 

Lui (Che non ha visto il gesto della donna)

Dove?

 

Lei

Qui. Dammi la mano, mettila sul ventre, non ti mangio mica. Ascolta.

 

Lui (Con la mano poggiata con delicatezza sulla pancia della donna)

E’ il feto che si muove. Sai, è la prima volta che sento un fenomeno così bello!

 

Lei

Non hai figli?

 

Lui

Sì, uno.

 

Lei

E non hai mai?…

 

Lui

Mia moglie non me lo ha mai permesso…

 

Lei

Che sciocca tua moglie! Sa almeno della fortuna che gli è toccata?

 

Lui

Non lo so

 

Lei (Improvvisamente irritata)

Vai. Vai a casa. Ritorna tutto intero al calduccio del tuo letto!

Lui
Perché sei cattiva, ora?

 

Lei

Non o vero. Sto dicendo solo la verità. Gli uomini non sapranno mai la fortuna che possiedono se non dopo averla perduta,.,

Lui

Ti riferisci a mia moglie?

 

Lei

Ciao, vattene. Non piove più. Ti telefono. A proposito dammi il numero… Ed ora ciao. (Apre la portiera dell’automobile lo fa scendere di fretta quasi lo scaccia e avvia il motore partendo a razzo, con uno stridio di gomme sull’asfalto. Dissolvenza in chiusura)

3° Scena

(Dissolvenza in apertura dentro al tunnel dove si odono solo passi che camminano quasi con ritmo uguale, che si avvicinano sempre di più. La luce da tenue si rischiara illuminando i due ancora distanti uno dall’altro).

Lui

Già vedevo il piccolo nato; sentivo nelle mani la sua testina tenera come polpa di pane che cede sotto le dita. Quanto avrei voluto allevare quel bambino! Ma la vita è strana! (I due fari che seguono i personaggi sembrano impazziti, roteano prima lentamente poi sempre più veloci, proprio come un treno che lascia la stazione, accelera e poi si ferma alla stazione di arrivo)

 

Lei

L'uomo, amico di mio figlio se lo è preso la morte. (Pausa, lampeggio ininterrotto dei fari, poi buio)

Lui

Che ora sarà? (Una luce fioca, lascia intravedere i due appena appena percettibili)

Lei

Non ne ho la più pallida idea.

 

Lui

Vogliamo incamminarci?

 

Lei

E per quale direzione?

 

Lui

Non ricordo neanche da dove sono entrato, in questo tunnel.

 

Lei

Ormai il terremoto, sarà finito! (Dissolvenza in chiusura subitanea)

4° Scena

In casa Illuminazione a giorno. Lui è in piedi accanto alla finestra, con il gomito appoggiata alla maniglia. La donna è intenta a rammendare. Dal grammofono giunge la musica del primo tempo della sinfonia n° 9 di Beethoven.

Lui
II crepuscolo! Tra poco sarà sera, poi…

Lei

Hai detto qualcosa?

 

 

Lui

Niente di importante. Stavo… Pensavo ad alta voce.

 

Lei

Ti sei accorto che, da qualche tempo, non parliamo più? Mi domando, perché continuiamo a stare ancora insieme?

 

Lui

Perché ci amiamo, è ovvio.

 

Lei

Per te, è ovvio? Ma che cosa è ovvio? Vivere come talpe, ciecamente, oppure preferisci come - topi, con la paura di uscire dalla tana perché fuori c'è un gatto in agguato?

Lui
Da qualche tempo mi parli solo per offendermi e lo fai volutamente, per ferirmi. Sai benissimo ciò che sento per te, ma rifiuti di accettarlo e ti difendi accusandomi di chissà quali empietà neppure lontanamente pensate. E ferisci a morte.

Lei
E spegni quel… coso! O ascolti Beethoven. o me.

Lui
Che cosa ti prende, adesso?

Lei
Sono stanca di questa solitudine opprimente, ancora più pesante per la tua presenza assente. E basta con questa musica. (Lui a malincuore si avvicina al grammofono e lo spegne. La musica tace. Silenzio pesante) La tua presenza è ancora più affossante della nostra stessa esistenza.

Lui
Che tu stai buttando via, calpestando finanche la purezza della vita.

Lei
La purezza! Ma la purezza di che? (Pausa fatta di silenzio irreale) Ecco che si chiude come un riccio e non parla più!

Lui
Per dire che? Ti tendo la mano e la mordi, se faccio una carezza, ti allontani inorridita, neanche avessi la lebbra. Risponderti? Ma fammi il piacere! Parli di solitudine opprimente e angosciosa e offendi e accusi? Hai mai pensato, almeno una volta, seriamente alla solitudine per capirla e vincerla? Non fai niente se non per essere sempre più sola. In quest’ultimo periodo, che mi accusi di essermi allontanato da te, di essermene andato chissà dove, ti sei domandata sopra quale ponte mi trovassi alla ricerca di un'immagine riflessa dallo specchio, per un raggio di sole, nell'acqua limpida dell'unico fiume pulito che io conosca: il nostro amore? Disperatamente t'ho cercata, ma tu mi hai paragonato finanche ad un topo, pur sapendo che non lo sono. Hai pensato solo e soprattutto a te stessa ed io non ho avuto la forza di abbattere questo muro per rientrare dentro di te, se qualche volta ci sono mai stato, visto che hai sempre detto che in ognuno di noi vi è un cerchio riservato alla nostra volontà, dove teniamo celate le cose più segrete e dentro il quale permettiamo di entrare soltanto alle persone che riteniamo degne. Sinceramente, mia cara, non so se ho avuto questa fortuna. (pausa) Ti cerco, amore mio, ma quando tu mi scacci ho paura. Paura di poter morire e lasciarti angosciata nel rimorso che forse è stato il tuo comportamento a far spezzare il filo. Allora taccio e mi chiudo come il riccio, come dici tu. (pausa) Vuoi una sigaretta?

Lei
Non posso crederci. Sì, dammela una sigaretta! Per favore, l'accendi? Ma allora? Adesso mi spiego tutto! I tuoi slanci affettuosi colmi di tenerezza, la tua ilarità improvvisa…Sai che li scambiavo per senso di colpa nei miei confronti, perché magari eri stato con un'altra donna?

Lui

Sapevo della tua insoddisfazione, ma non posso niente, amore mio, ho paura anch'io! Tremo al pensiero di finire per strada, ed essere lasciato, magari per una settimana, accanto ad una cabina telefonica prima che si accorgano che si tratti di un morto. Il tuo orrore della solitudine mi sconcerta perché penso a certe donne che si prendono un amante, più per il terrore di essere sole che per bisogno fisico; donne che non sanno divertirsi da sole, che non hanno niente di loro, hanno preso in prestito tutto: fede, ardore, idee, la forza stessa e godono di avere in permanenza, un appoggio morale; e spesso, molto spesso, confondono queste forme di parassite pseudodipendenze con l'orrore della solitudine. E mi sorge ancora un dubbio atroce che per vincere la solitudine tu abbia confuso questo orrore con l'amore. Allora sì, che il coccio di specchio in fondo al fiume non ha più ragione di essere! Nulla ha più ragione di riflettere la mia immagine.

Lei
Allora,avrei speso tanti anni della mia vita, per un’illusione? E se è vero quello che stai dicendo, la mia esistenza è ancora più tragica. Tu sei sul punto di lasciarmi!

 

Lui

Se dipendesse da me, non ti lascerei mai.

 

Lei

Ma io ti amo veramente e ho sentito dire che l'amore…

 

Lui

L'amore? Ma c'è veramente?

 

Lei

Spiegati meglio. A volte mi tratti come fossi una nemica.

 

Lui

Una… nemica? Forse…

 

Lei

Ma che dici? Ti pesa la mia presenza?

 

Lui

Sei cattiva. Perché mi umili a tal punto?

 

Lei

Ma dove sei?

 

Lui

Non sono andato da nessuna parte e devi smetterla di offendere... Sei autolesiva! Mia cara la tua vita è come uno specchio rotto i cui pezzi incollati insieme rifrangono, ognuno di esso, una tua immagine diversa. Un’immagine che avrebbe potuto essere e che non è stata ed ogniqualvolta pensi a queste tue immagini disparate ti accanisci, contro chi ti ama veramente. E' necessario che tu esca, finalmente dal tunnel amore mio, altrimenti... (Stacco)

5° Scena

(Buio nel tunnel. Silenzio e respiro ovattato dei due, alternato dai battiti del cuore. Un filo di luce illumina le loro sagome. Appoggiate al muro come fossero incollate)

Lei

Ma tu, tremi ?

 

Lui

Appena ho imboccato il tunnel ho sentito dei passi che mi rincorrevano, ma, non ricordo più perché?

 

Lei

...Anch'io, dopo sentita la voce che mi suggeriva di entrare nel tunnel, per giungere prima da mio figlio, tante persone mi rincorrevano gridando, non ricordo quali parole.

 

Lui

… Almeno cerchiamo di ricostruire quello che stavamo facendo prima del terremoto. Io ricordo che ero con una donna e non era la mia, di certo, altrimenti non sarei fuggito per correre da lei, dal mio amore.

 

Lei

Io stavo lavorando pensando, ovviamente, all'ora dell'uscita. All'ora in cui avrei abbracciato e coccolato mio figlio, il mio angelo! Quando il proprietario mi ha afferrata alla vita, ha tentato di baciarmi, mi ha strappato anche i calzoni. Gli ho dato una spinta è caduto e poi, mentre scappavo c'è stato il terremoto. Poi quella voce! L'entrata nel tunnel e le voci delle persone che mi rincorrevano…

 

Lui

Suggerisco di muoverci. Almeno all'uscita potremo sapere la verità. Non possiamo vivere nel dubbio! Tu stai pensando che forse ti inseguivano perché hai malmenato il tuo principale, io non ricordo che cosa ho fatto a quella donna. Dammi la mano e andiamo, ad un certo punto il tunnel dovrà pur finire, ti pare?

Lei (Corre verso l’uomo, si prendono per mano. Come si toccano il tunnel s’illumina a giorno. Lei per aggiustarsi una ciocca sulla fronte che le copriva gli occhi lascia la mano di lui ed subito buio pesto)

Ma dove sei, non ti vedo?

 

Lui

…Sono qui. Dammi la mano! (Si riprendono per mano e si leva una musica Gregoriana,mentre una luce solare li illumina) Vedo una luce Là!...

 

Lei

...Anch'io la vedo!... Ma l'uscita è vicina! ...Perché prima non la vedevamo? Andiamo! Ma dove? (Le mani si staccano ed è subito buio ancora una volta). Dove sei? dammi la mano. Solo se siamo insieme, per mano, la vediamo…

 

Lui

... E’ vero. Ma che significa?

 

Lei

Credo di capire. Da soli cammineremo sempre in un tunnel buio e senza uscita. Se invece rimaniamo uniti… (Dissolvenza in chiusura: buio)

6° Scena
(Fuori dal Tunnel. Cade una pioggia a catinelle, ma fatta di musica)

Lei

…Ma piove! Com’è bello purificarsi sotto la pioggia!

 

Lui

...Balliamo?
Lei

Sotto la pioggia?

 

Lui

...Sì, mi è sempre piaciuta la pioggia: l’amo! La pioggia è musica, non trovi?

 

Lei

E che musica! Fra poco abbraccerò mio figlio. Mio figlio! Questa parola è musica eterna. Mio Figlio! (Pausa. Silenzio improvviso)

Perché ti sei fermato? Che guardi?

 

Lui
Ci sono solo macerie. Macerie e null’altro!

 

Lei

E la pioggia? Non dirmi ch’era un’illusione!

 

Lui

Le pietre sono asciutte, non è mai piovuto. E poi non vedi che non c'è nessuno?

 

Lei

Vuoi dire che?

 

Lui

…Sì. Siamo soli.
Lei (Grida con disperazione)

No. Non è possibile! Dove sei andato a finire? Noooool (Stacco Buio. Al Buio il pianto di un bambino che ha avuto un incubo. Dopo una pausa di silenzio la donna con sollievo) Figlio mio, amore mio. Mio grande tesoro! (Il pianto del bambino lentamente sciama ma rimane il singhiozzo in sottofondo. Luce luminosissima di un colore viola sull’Uomo che bussa energicamente ad una porta chiusa)

Lei (Di dentro)
Chi è?

Lui
Sono io, amore. Mi apri?

 

Lei (Apparendo sotto la porta)

Lui
O Dio, quel tunnel non finiva mai!

 

Lei (Meravigliata)

… Il… Tunnel?

 

Lui

…Sì.Qualcuno mi aveva suggerito di prenderlo per giungere prima da te.

Poi molte persone che mi rincorrevano...

 

Lei

Amore, ho avuto tanta paura!

 

Lui

Come mai? Lo sai che ti amo. Ma tu, perché non aprivi?

Lei
...Mi ero perduta in un tunnel! (Si abbracciano mentre arriva il buio in una dissolvenza in chiusura lenta)

f i n e

Stampato in proprio il 4 giugno 2000

per essere ri-rappresentato il 17/6/200

dalla "Compagnia di prosa I Corinti"

© - 2000 Reno Bromuro

Via castel di Ieri, 21 – 00155 Roma

 

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LA NOSTRA CITTA' VIOLENTA

poesie

di

Remil                             (Renato Millèri)

 

            Più leggo quest’opera «La nostra città violenta» di Remil (Renato Millèri), scritta nel 1986, e più mi convinco che sto facendo il viaggio dantesco a ritroso. Mi spiego: Dante dal peccato sale attraverso il monte del Purgatorio per raggiungere il Paradiso, per mondarsi, in questo modo, dei peccati giovanili; Remil fa il viaggio in senso opposto, dalla spensieratezza giovanile (il Paradiso) vissuta scorrazzando per la sua città amata (Roma) all’Inferno in cui oggi Roma vive: violentata, diffamata, stuprata in continuazione; e come Dante divide la sua Commedia in tre Cantiche lui canta l’amore – odio per Roma «La nostra città violenta» in cinque parti: L’Amore, la morte del sole, il sereno, il binario e il posto dell’amore. Ma andiamo con ordine.

            Apre la raccolta una considerazione che titola «Amore»

            “Quando la città è buona

nascono sovente pagine d'amore

che riempiono l'aria

di misteriosa armonia”.

per i romani quest’armonia misteriosa nasce dal Gianicolo e si espande sulla città, ancora mezza assonnata, che sbadigliando si gode l’armonia che l’avvolge, dal Borgo alle estreme periferie da Sud Est a Nord Ovest: armonia d’ogni ceto sociale.

            Ho parlato di un viaggio dantesco in senso inverso ed eccolo che inizia, l’armonia che ha avvolto la città, come il cielo da un orizzonte all’altro, comincia a dissolversi e mi ritornano alla memoria i versi di Dante:

...« lo mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, ed a quel modo

Che ditta dentro, vo significando ».

Proprio questa definizione assoluta, dell'essenza vera della poesia e dell'arte, noto nella raccolta di Remil.

            Rivedo dinanzi agli occhi l’incontro di Dante con Bonagiunta Orbicciani da Lucca, nel balzo del VI canto del Purgatorio e questi gli chiede se lui abbia iniziato la nuova poesia « Le nuove rime » con la canzone della Vita Nova « Donne che avete intelletto d'amore ». Dante non risponde direttamente; dice solo: Io son uno che, quando sento qualche cosa dentro di me, ascolto attentamente ed esprimo quel che sento, con tutta sincerità. Ecco perché mi sento di affermare che il canone fondamentale con cui Remil dichiara:

            «Quando la città è buona

nascono sovente pagine d'amore…»

 Con questi versi egli definisce e spiega il concetto del suo principio, che potrà essere accettato come un giudizio, per definire il comportamento della “sua” Città.

Remil non è un Poeta artificioso, retorico come oggi se ne vedono e in grandissima quantità, specialmente in Internet, non c’è Web o Sito che non faccia spazio a questo tipo di pseudo poeti (grafomani, in verità), che hanno sempre nelle loro opere qualche cosa che finisce col disturbare, con lo stancare. Remil è convinto che, come la sincerità è la prima e più pregevole dote dell'uomo, così dobbiamo dire che deve essere il fondamento di ogni poesia e di qualsiasi manifestazione artistica.

Remil è straordinariamente sincero. Nella «Nostra città violenta» ha espresso sempre con gran forza e con meravigliosa immediatezza quel che sentiva dentro il suo animo. La stessa cosa, io credo, che si debba dire di tutti i veri grandi poeti che noi conosciamo.

La limpidezza del verso mi riporta alla scorrevolezza dell’ottava ariostesca, mentre il contenuto a "Il Principe" del Machiavelli che, per quanto scritto in prosa, è una vera e propria creazione della mente e della fantasia.

De «La nostra città violenta» mi attrae proprio la straordinaria sincerità con cui l'autore espone le sue esperienze, la vita degli uomini, il modo di come violentano la sua amata – odiata città, le conclusioni e gli insegnamenti che va traendo da esse.

Quello che mi piace di più è la chiarezza della sua espressione, l’evidenza delle descrizioni, l’immediatezza con cui esprime tutto quello che passa nel suo animo. La stessa dote che lo avvicina molto al Petrarca le cui poesie hanno il profumo della sincerità, sia che egli esprima il sentimento che lo lega a Laura, sia che ci faccia sentire gli scrupoli da cui è tormentato il suo spirito.

«Un giorno ti porterò con me

a conoscere le acque buone e sapienti

dell'amore felice.

Anche le terre aride del silenzio

dove abbiamo costruito la nostra casa

troveranno le parole

che non sono state mai dette

nel lungo gioco delle assenze.

Vedrai amore

un giorno verrai con me

fino a conoscere

la luce bianca dell'infinito!»

            Il discorso è ripreso dopo aver detto al suo amore che il sole sta morendo. E’ stato solo un attimo di incertezza che subito stacca gli occhi dall'astro e ripensa che anche le terre aride del silenzio, troveranno le parole.

In quel medesimo istante egli si sente trasumanato e inizia effettivamente, senza accorgersene, il volo attraverso gli spazi infiniti. Solo avverte un'armonia mai sentita:

            «Vedrai amore

un giorno verrai con me

fino a conoscere

la luce bianca dell'infinito!»

e si trova immerso in un lago di luce. L’amore gli viene incontro come la primavera agli uccelli.

L'interesse evolutivo del Canto è costituito soprattutto dalle immagini che sono veramente poetiche: le acque buone e sapienti, le terre aride del silenzio troveranno le parole che non sono state mai dette.   

Questa poesia è di argenteo nitore. Basta soffermarci a considerare i versi già accennati per perderci nell’immensità delle immagini che in essi appaiono. Sono immagini tanto limpide che ci si può smarrire in quella luce bianca dell’Infinito.

«Anche l'ultima lacrima

raccoglie l'azzurro del giorno

dei fiori il sole giallo

e del vento

l'ultimo tormento dei capelli

che muovono verso l'addio».

Sono immagini concepite serenamente e rese nella scelta delle parole colla medesima serenità con cui sono state immaginate. Il verso è così semplice e nello stesso tempo così scultoreo, da farci balzar vivo davanti agli occhi il tormento del vento nei capelli e l’ultima lacrima che raccoglie l’azzurro del giorno.  Le facce attonite che guardano la lacrima, l’ultima, che raccoglie l’azzurro del giorno, stanno effettivamente davanti a noi, balzate fuori all'improvviso per virtù del verso semplicissimo con straordinaria evidenza. Allo stesso modo, sempre con la medesima semplicità di mezzi, dal gruppo il poeta fa spiccare in netto rilievo la figura del treno fermo al binario numero 21, un binario gelido, dove

«C'e' un treno in arrivo

e tanto amore che attende.

C’e’ un’arancia tra le mani

e tanto freddo.

E le mani sbucciano l'arancia, piano,

come una carezza sulla pelle».

Com’è bella quest’immagine in piena luce invernale, che pur raggelando le mani non vieta il caldo al cuore che sente “quelle” mani come una carezza sulla pelle; ed è luce dal sorriso dolce e folgorante nello stesso tempo.

Gli ultimi due versi sono di meravigliosa potenza nei quali si esprime la grandezza dell’amore, principio e fine di ogni cosa e come sempre datore unico della vera pace.

 

L’ILLUSIONE

 

«Quando la città delude

spesso ci abbandona al sogno

e la speranza sostituisce l’amore

e la vita non e’

che continua illusione».

 

MI SONO IMMERSO DI CIELO

 

«Mi sono immerso di cielo

e coperto di nubi.

Ho piovuto lacrime di mare

salate come il vento

che le asciugava sul volto

(…)

E da questa terra

e’ nato il fiore dell'amore

e mi sono abbracciato

cercando la vita di un sole caldo

e l'ho trovato nel colore di un'ape

corsa a baciare il fiore.

Il suo sapore

era il miele dei miei sogni

e mi sono nutrito del suo nettare

fino a quando la notte della luna

m'ha piegato gli occhi».

Superbamente splendide sono poi le immagini pittoriche e luminose che si scatenano a prendere la parte di sole più lucente per essere coccolati e letti, per rimanere impressi nella memoria: soprattutto per la nitidezza di queste immagini che Remil continua a rappresentarci:

«Il suo sapore

era il miele dei miei sogni

e mi sono nutrito del suo nettare

fino a quando la notte della luna

m'ha piegato gli occhi».

Si pensi al miele dei sogni nutrito dal nettare dell’amore. Questa immagine del “nettare” dei sogni incolla sugli occhi un caleidoscopio per farci vedere la vita sotto un altro aspetto: immersa in una miriade di colori.

Quella di Remil è una pittura piena di luce e, nello stesso tempo, delicatissima. Appunto per questo esercita sul lettore un grande fascino e può giungere ad effetti straordinari. Penso, per esempio, a quando le mani ghiacce sbucciano l’arancia e avvertono come una calda carezza sul cuore. E' evidente che le mani, in attesa dell’arrivo del treno, stanno a dimostrare quanto l’ansia non dava sosta all’attesa spossante. Qui la semplicità della poesia di Remil tocca veramente il sublime.

Come ho già detto, il Poeta sta compiendo un viaggio che lo deve portare dallo stato di beatitudine alla travolgente peccaminosità in cui vive la sua città, perché convinto che questo è l’unico modo per salvarla dal peccato in cui si troverà. E’ cosciente che per arrivare al possesso della grazia, cioè alla felicità e quindi a Dio, questo viaggio dev'essere compiuto solamente da lui, in modo che sia la sua parola testimonianza e documento per le future genti, poiché il poeta scrive non solo per se ma anche per i suoi fratelli, per gli altri uomini che, leggendo, si sentiranno spinti a fare lo stesso. In che cosa consiste questo raggiungimento? Noi sappiamo che la risposta è amare e servire Dio in questa vita e andarlo poi a godere nell'altra. Quindi, fondamento della vita spirituale è il conoscere, il sapere. Non c'è nessuna cosa che tanto degradi l'uomo quanto l'ignoranza.

Remil ha fatto sua questa concezione dantesca della fede nei confronti dell’umanità, ha capito che la verità non si presenta tutta intera e immediata a noi fin dal primo momento nel quale abbiamo incominciato ad aver contatti con essa. Spesso, dopo che l'uomo ha raggiunto una verità, o meglio un nuovo aspetto della verità, ecco che nel suo cuore sorgono dei dubbi: se la nostra mente, davanti a quei dubbi, si ferma o stanca o sfiduciata o angosciata, non giungerà mai alla verità. Il dubbio non deve far piombare l'uomo nello scetticismo o, peggio, nell'indifferenza e nella negazione. Il dubbio non è nient'altro che una delle tante difficoltà che si oppongono all'uomo nel cammino della sua esistenza. La virtù consiste proprio nel superare le difficoltà a mano a mano che si presentano. Noi dobbiamo adoperare la nostra intelligenza per risolvere i dubbi, rendendocene ragione, e cavando dal nostro ragionamento nuovi argomenti per illustrare al nostro spirito, sempre meglio, l'essenza del vero. La storia dell'umanità è tutta intessuta di queste lotte contro il dubbio. Se Cristoforo Colombo avesse ceduto ai dubbi che dovettero spesso nascere nella sua mente nel sentire le argomentazioni e le irrisioni dei dotti ai quali esponeva le sue teorie, la partenza da Palos non sarebbe mai avvenuta e la verità intorno alla forma, alla grandezza di questo nostro globo non ci sarebbe mai apparsa in tutta la sua luce.

La verità è come una piramide: la base è formata dalle verità minori, diremo così, più facilmente accessibili. Quanto più si sale e la piramide va restringendosi, le verità da conquistarsi diventano più ardue e richiedono un maggiore impegno. Per chi sale la stanchezza è un grande pericolo. perché potrebbe far nascere la sfiducia. Sta nella potenza del volere, superare queste crisi di sfiducia e salire sempre, finché si è raggiunta la vetta della piramide dov'è la verità assoluta. La conquista dell’amore sarà possibile solamente se noi avremo approfittato del dubbio per elevarci sempre più. E' questa la grande lezione che il poeta ci vuole dare per mezzo di queste stupende immagini che sono di per se stesse già una grande verità umana. Noi dobbiamo tendere al vero; esso e raggiungibile, perché, se non lo fosse, il genere umano cesserebbe di potersi dire creato a immagine e somiglianza di Dio.

Nella verità l'uomo trova attuata compiutamente la sua missione e la sua natura, perché senza la verità ogni altro bene umano cesserebbe di essere un bene reale e sarebbe pura e semplice apparenza contingente e transeunte.

Il dubbio è il mezzo che la natura ci offre per fare della verità un bene essenziale, un elemento costitutivo della nostra natura.

«Ho visto

qualcuno spostarsi e poi sparire

E’ forse il gioco d'ombre dell'anima

o forse è soltanto la solitudine

unica eterna compagna

che non t'abbandona mai».

Nella opprimente solitudine notturna, quando appena si vede arrivare il mirabile riflesso dei propri pensieri e ci si sente pellegrini, Remil, si stacca dal punto dov'era e viene a porsi proprio davanti, per parlarci di sé, per dirci il suo dolore, la sua preoccupazione, il suo amore e la sua repulsione per questa sua città, che perde giorno dopo giorno la propria dignità e la sua potenza, e forse anche il ricordo della gloria passata; ma non si arrende poiché il dubbio o la speranza? Lo fa ancora cantare:

«Forse in fondo alla via

o in fondo al cuore,

nel fondo d'un bicchiere colmo di vino…

(…)

dovrà pur esserci

da qualche parte.

(…) voglio abbandonarmi

lasciando che il vento mi consumi

e mi trascini via

e che per caso

trovi qualcosa che conosco

o qualcuno che mi riconosca
questo è importante».

Queste parole sono quelle che esaltano la santità del ricordo, la santità dove vorrebbe ancora abbandonarsi per ritrovarla nell'antica vita familiare. Questi a mio avviso sono tra i più bei versi della raccolta, perché il poeta comincia a tentennare sulla forza infallibile e potente della sua poesia e vorrebbe lasciarsi abbandonato per farsi consumare dal vento e nello stesso tempo desidera che qualcuno lo riconosca ancora, specialmente se fosse sua madre: questo è importante. In questo modo egli parla a tutte le mamme, lui che

«ha perduto tutto,

stupidamente,

bussando alla porta dei sogni»

aspettando per anni forse che qualcuno aprisse una porta per farlo entrare, affinché potesse far svanire i sogni e realizzare la vita, perché

«E' un uomo

che non ha più un ricordo

perché il tempo che manca

per raggiungerlo

va sempre più in fretta

e tra non molto

nelle nostre città

non ci sarà più posto

per nessun ricordo.

Lui è un uomo

che odia tutto questo

ma non ha niente

per darne un prezzo,

perciò ogni sera

attende l'amante del paradiso»

Ora invece, l’amante del paradiso non appartiene più alle antiche e oneste donne del passato quando la città era abitata dai galantuomini.

Roma un tempo era piccola e, nello stesso immensa, tanto aveva esteso il suo impero, ma la gente che l'abitava era onesta; oggi appare grande e ricca, ma la ricchezza e la potenza derivano dalla confusione delle persone, dall'immigrazione in città del contadiname arricchito che non è ancora riuscito a liberarsi degli abiti rozzi la cui stoffa era stata tessuta al telaio a mano; dal puzzo del concime portato dalla campagna. La ricchezza ha generato l'ambizione e da questa sono nate le violenze e gli stupri, gli eccidi e gli infanticidi; i fratricidi e i matricidi.

Il poeta si cosparge il capo di cenere e continua a parlarci di sé e delle sue aspirazioni, che sono poi, le stesse che vorrebbe per la sua città.

Ma forse è giusto lasciare la parola al poeta che meglio di me esprime i propri sentimenti, palesa le sue ansie, confessa il suo desiderio di un amore come quello che ha perduto: gli anni giovanili e le scorribande infantili per le vie acciottolate di quella Roma amata e al godimento provato nel sentire il suono roboante dei suoi passi sui sampietrini, che il silenzio notturno faceva echeggiare fino all’inverosimile, come l’eco del cannone sparato a mezzogiorno sul Gianicolo.

«Quando la città è amara

dimentichi tutto, anche

l'amore

e la voglia di andarsene

diventa

l'unico credo di una

ribellione

senza speranza»

giacché il destino decreta che egli deve correre il rischio di vivere… bere fino in fondo il calice amaro della delusione se vuole che il suo canto si libri libero e diventi il canto di tutte le genti; per questo non deve cercare alcun rifugio; e d'altra parte, se volesse riferire tutto quello che serra in una morsa la sua anima facendola sanguinare deve necessariamente soffrire.

Ho detto in principio che il protagonista di questa raccolta di versi di Remil (Renato Millèri) è il viaggio a ritroso dal Paradiso all’Inferno, ebbene l’Inferno il Poeta lo sta sopportando con fede, cosciente che il suo canto riuscirà a scuotere gli animi e vedrà gli uomini guardarsi ancora dentro per ritrovare se stessi e il proprio amore per sé e per i figli dei figli.

  Come abbiamo visto Egli è attaccato alle tradizioni, ma non contrario alle novità, però desideroso di un affratellamento dell’umanità inspirato all'amore, al rispetto per le leggi, alla libertà e all'accettazione della suprema legge morale. Ed è tanta la passione personale con cui il poeta parla che a un certo momento irrompe in un grido di dolore tanto forte che par di udire le trombe di Gerico:

«Dove vai Pietro?

Là non c'è posto per nessuno.

Dove corri ora?

E’ tutto pieno

come un vagone di seconda classe.

Lascia stare,  che serve andare?

I benpensanti annoiano ancora di più

sui loro trampoli di soldi raffinati

e basta inciampino un istante

per vederli coperti di merda.

Pietro

per te forse non c'è posto

su questa terra

ma non morire,

aspetta!

Se quelli come te muoiono

dimmi

chi resta a cantare la pazzia acuta

che vive il nostro tempo?»

L'elemento fondamentale del mondo poetico di Remil è l’amore – odio per la sua città martoriata dal caos della modernità e da quello più deleterio dell’urbanistica. Senza questo sentimento «La nostra città violenta» o non ci sarebbe stata o sarebbe stata ben diversa.

Reno Bromuro

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