I

Questa è la casa in cui vivevano i miei padri

e le madri

vestite di nero e d'oro di mezzogiorno.

La conservo nella memoria,

in mezzo a una neve di rose bianche e gelsomini

e ai petali di geranio incandescenti,

nonostante in tutta la mia vita

io non l'abbia mai vista.

 

Credo che le aquile di pietra

abbiano preso il volo,

che sia cresciuta erba nera

tra le crepe dei muri,

che i fantasmi della sera

abbiano abbandonato gli specchi e gli orologi

e che da allora, in ogni stanza,

siano penetrati la cenere e il tempo.

 

E' morto il padrone

perché non riusciva più a cantare.

 

Io abito le stanze silenziose

a pochi passi dall'infinito,

i fuochi della città cadente

fremono e si contorcono dietro me.

 

 

 

VII

Tra la pigra Fortuna

- dai prosperosi seni

ardenti,

sanguinosi -

madre di tutti i padri

e di tutti i loro figli,

e Disperazione tenace

- che prosciugato ventre

fieramente mostra -

il villaggio degli idioti

danza la danza dei sogni.

 

 

 

XIV

Obliquamente ricade,

scuote dal pelo di lupo delle riserve

cristalli di sale

fluttuanti nell'aria.

 

Scroscio di biglie sul pavimento.

Pensieri senza musica di sottofondo.

Grida ritmiche contratte mute.

 

I tamburi della rivolta

annunciano la pioggia invernale,

i tamburi della rivolta

battono e ribattono il tempo,

chiusi nel cassetto del generale.

 

 

 

XXXVI

Rosso pudore di mela

trito tra trasparenze ritrovate.

Sanguigno cielo lampeggiava

sulle cicche spente

nel tappeto dell'Eden.

In verità vi dico:

il pittore morì

prima di toccare col pennello la tela.

E fu così che noi non esistemmo mai.

 

 

 

LII

All'eco della voce di chi stabilì l'appartenenza

rispose di nuovo il silenzio di grammatiche arcane.

Danzai con le tue ombre al suono della luce

e oltrepassai per te tutto il mio coraggio

fino ad arrivare al centro esatto della paura.

La verità non nasconde a lungo

il più prezioso degli inganni.

 

 

 

LVI

Disegnate mentre dormo sul mio viso,

disegnate con le unghie e con le spine.

Non sono più schiava

di scettro e corona

e condivido lo specchio

col poeta e l'assassino.

Forse ignori che recisi le braccia

al tessitore di sogni

- e la stanza restò vuota

dei suoi stupidi teatranti -

se lasci rose ogni mattina

sugli attrezzi dell'anestesista.

Non vedi, non vedi

che il sogno dell'aquila cammina

su zampe rosse di piccione.

 

 

 

LX

L'amore comprato dalle nigeriane sotto il ponte

ti porterò in dono

quando il cappio avrà smesso di oscillare.

E lembi di fuoco dipinti sulla carta

e la lunga vita della quercia nera.

La strada sterrata che porta alla radura,

il grande salto dei tigrillos d'Amazzonia,

l'ubriachezza del Cile,

la lingua rotonda dei portoghesi,

l'amore comprato dalle nigeriane sotto il ponte.

Il mio amore il tuo amore, dal cuore debole,

è crollato sconfitto da un nemico assente.

 

 

 

LXIV

Se gli orchestrali non fossero tutti ubriachi

danzeresti con me

sulla piana di cristallo inclinato?

 

Non potresti dire

il colore degli occhi e dei capelli

di chi passeggia scalzo

sull'orizzonte degli eventi.

 

L'attrazione di una stella morente

sposta gli idoli di pietra

gli sguardi del passante

il sogno del cane addormentato.

 

Camminavo

prima di andare carponi

prima di nuotare senza coda

nel ventre della vacca

sbranata dal giaguaro.

 

 

 

LXV

Adesso distendi le meraviglie del bosco

sotto ali di cera di candele rosse.

Sono anima nera senz'occhi

in volo cieco su pendii di rame.

Vestimi con la pelle del serpente a sonagli,

portami in dono tutto il sonno dell'equatore,

lascia per sempre le sue enormi braccia

intorno al mio piccolo piccolo seno.

Iridescenti fuochi nella gola della notte

bianche, adorne, le vedove di Bali

danzano in fiamme ai piedi del mio letto.

 

 

 

LXVI

Ecco,

la tua mano gettata trasparente,

incisa nell'ombra,

segretamente si accresce.

Lascia traccia moltiplicata nel giorno

del silenzio e dello stupore.

E il tuo pensiero immobile

muta in carezza sulle mie foglie,

arriva sorgente sotterranea

alle mie radici.

Pronunci al risveglio

il fonema afono della celebrazione.

Degna sepoltura,

sotto sillaba di madreperla scritta,

al sogno vivente,

da amore e morta vita

giustiziato.

E ancora la mia parola ti giunge arcana,

icona e grafia del principio,

con lettera di vento tra i rami. 

 

 

 

LXVII

(A Marco)

Non ho che la sapienza

di questo nugolo d'insetti

che abita il pianeta,

l'ozio della sudditanza,

l'inganno del poeta,

l'impulso dell'equilibrista.

Non eri negli incensieri

o nell'omelia del prete.

Penso a te.

E i continenti migrano

alla velocità del pensiero.

 

 

LXVIII

Fatta di solo pensiero scompari

nell'immobilità di acque salmastre.

Il giorno accoglie il tuo passo

e tutte le albe di settembre

tessono uragano e teoria

tra i tuoi capelli neri

-i tuoi capelli di chicchi d'uva

che fanno sempre buon vino

quando passano carezze-

Gli steli d'autunno ormai si intrecciano

come volta erbosa

sulla tua nuda sostanza di petalo.

E da lì -lo so- non si sente

la voce infantile dei pianeti.

 

 

 

LXIX

Attimo di rosa

e scomparsa.

Tregua,

assenza continua,

apparizione e morte.

Goffa realtà

nell'assurda pretesa

di esistere,

come esiste un sogno.

 

 

 

 LXX

Lungo la strada

verso i colli di miele,

verso i torp del Baltico

o le torpedini del Mediterraneo,

qualche volta ho rivisto

la tua testa di tartaruga

spuntare liscia, verde,

pensierosa,

dal guscio di amianto.

Ma non è più preda

il mio istinto di insetto.

E vado sola.

 

 

 

LXXI

Te ne stavi, chiglia sonnolenta,

su pendii erbosi innevati di salsedine,

e parlavi teneramente di piccole cose

-fortuna e istinto

di nascere sotto un castagno

e morire su di un'isola tropicale.

Come possiamo parlare del futuro

-mercanteggiammo destini

per uno sguardo da turisti

sulle religioni orientali-

se abbiamo una sola parola

per definire minuti e temporali?

I poeti parlano solo del tempo e delle stagioni

sole luna foglie e brezza sferzante

sul muro di cinta.

I poeti non sanno del tuo volo di cavalletta

che sorprende il futuro

un attimo prima che passi.

 

 

 

LXXII

Ridi -finalmente-

e si frantuma l'armonia

del tuo pensiero logico

in mille rumorose

apparenze di divinità.

 

 

 

LXXIII

E' ora. Non lasciarti ingannare

dal silenzio nella voliera

o dalla morte del pendolo.

Esistono altri soli nell'universo

-con altri declini

e misteriose accelerazioni-      

che adesso stanno sorgendo,

in segreto,

per dirti di andare.

Fatti ladro bugiardo vagabondo

molesto chiaroveggente ubriaco

fuggitivo doppio, scrittore.

Impara la menzogna.

Non tornare più da me.

Tu possiedi il cuore e puoi farlo.

Il mio cuore enorme di elefante

nel becco giallo del canarino.

 

 

 

LXXIV

Ho creduto di vederti stasera

tra i rigattieri e i guitti tarantolati del porto

come anima sbarcata dal nulla

per apprendere il mestiere della gioia,

e umida disperazione di donna.

Con occhi devoti di soldato,

la vita passa, disabitata.

Dapprima la nebbia ti rende rifugio

poi, sul tremore della terra ferma,

ti paralizza e t'accoglie

la calemma di un giorno qualunque.

Avrei riconosciuto quel tuo passo ovunque,

incerto e vacillante come di ubriaco,

e ti ho seguito, rincorrendoti, a lungo.

Ho inseguito la tua schiena, per la verità,

conoscendola meglio del tuo sorriso.

Poi un salto un grido un sorso

la vita passa,

il mestiere della gioia s'impara,

e ti ho perduto.

Ma, a pensarci bene, forse non eri tu.

Lo sappiamo com'è quando si muore:

diventa più difficile incontrarsi per strada.

La vita passa,

il mestiere delle gioia s'impara,

un salto un grido un sorso

e ti ho perduto.

Ma la sabbia resta immobile

nel tempo di clessidre orizzontali.

 

 

 

C'è un ponte sospeso sul latrare dei cani

e una città è nascosta dalle perplessità del vento.

So solo andare per mare, o precipitare

nel buco profondo dell'aria, sopra la testa

 

La mia mente è un inganno

e gli uomini non esistono.

 

La barca insonne percuote l'onda

naviga lo guardo attonito della luna sull'acqua,

informe.

La trama è di sogno ma non posso dormire

la verità mi spezza e mi ricompone inversa.

 

Il tuo cuore è un inganno

e gli uomini non esistono.

 

Segnasti il mediterraneo col tuo elemento terroso,

con l'abilità e la sapienza di mercanti di spezie

dell'Africa Mediorientale.

Ma davvero sospetti delle distanze liquide

prive di rotta, nel moto cieco dei fondali?

 

La mia vita è un inganno

e gli uomini non esistono.

 

 

 

Lentamente risale la corrente
-vascello abitato di sogni-
il mio desiderio o enigma di te.
E va per le alghe spettrali,
e i pesci sorridenti,
dall'oceano ai monti d'ombra
dove gelano gli scheletri dei rami
che un tempo furono navi azzurre.

Questo è il moto di vento contrario
che la vita imprime con soffio
nel mio scuro senso di legno.
E la pancia che navigava gravida
quel lontano giorno d'acqua
ora torna alle radici gialle
di cui fui pure pianto e foglia.


 

 

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