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Un
dibattito sul ritorno dell'Albania a protettorato italiano è stato
riaperto nella stampa italiana (più precisamente nel quotidiano
"La Stampa"), un'idea che secondo il giornale circola negli
ambienti della Farnesina. L'esperto del giornale della famiglia Agnelli
ritiene che negli anni della transizione gli albanesi stiano dimostrando
scarse capacità di strutturare il loro stato e che forse sarebbe
una buona idea tornare nuovamente alla soluzione del protettorato (una
concetto che era stata menzionato anche dall'ex primo ministro Fatos Nano
di fronte alla stampa italiana).
Questa idea è circolata anche negli ambienti diplomatici di Tirana.
"Come prendererebbero gli albanesi un amministratore del tipo di
Westendorp?" è una domanda che è stata posta alle sue
controparti albanesi da un importante diplomatico di un'ambasciata. E
infatti, in un articolo pubblicato dalla rivista "Limes" viene
suggerita proprio la nomina di un commissario internazionale, che dovrebbe
coordinare tutti gli aiuti civili, militari e finanziari, ivi inclusi
gli aiuti all'amministrazione. Questa idea suona quasi come la nomina
di un moderno Principe Wied in Albania [il principe Wied era stato nominato
dalle grandi potenze nel 1912 re d'Albania, carica che egli non è
mai riuscito nei fatti a esercitare - N.d.T.], che oggi assomiglia al
ruolo che stanno svolgendo l'ambasciatore OSCE Dan Everts e il gruppo
di diplomatici chiamati "Amici dell'Albania". "L'idea di
un protettorato per l'Albania non è nuova. Molte prominenti figure
italiane, tra cui il giornalista Montanelli, sono andate addirittura più
in là". Parlando di Albania, i fautori di tale soluzione giungono
a formulare l'idea che l'Italia e l'Austria abbiano compiuto un errore
quando hanno creato lo stato albanese nel 1912, perché gli albanesi
non erano in grado di gestire questo regalo, come starebbero dimostrando
da quasi un secolo. Intervistati da "La Stampa", sia Fasini
che Reiner hanno respinto l'idea di un protettorato. Almeno in pubblico,
essi hanno dichiarato che l'Albania è uno stato sovrano e che quello
di cui vi è bisogno è ristabilire la fiducia nella classe
politica albanese.
Tuttavia, è da escludersi che l'idea di un protettorato possa essere
approvata in Italia o altrove, se si tiene conto anche solo delle posizioni
dei partiti italiani di sinistra che sono saldamente e tradizionalmente
contrari alla colonizzazione e ai protettorati. Ma la sola apertura di
un dibattito è un fatto essenziale per comprendere come gli albanesi
vengono visti dagli stranieri.
Si tratta di una cosa utile per gli albanesi, soprattutto riguardo ai
momenti storici che si trovano ad affrontare in Kosova. A livello emozionale,
ogni singolo albanese si sente offeso e umiliato anche dalla sola menzione
di questa idea e la prima reazione tradizionale è quella dell'indignazione,
che individua dietro a questi piani i nemici dell'Albania e reitera l'epiteto
dell'Europa come "la puttana". Al fine di comprendere meglio
la posizione e la politica di quest'ultima e di mettere a punto una strategia
presente e futura basata sulla ragione e la realtà e non solo su
una retorica pseudopatriottica, gli albanesi dovrebbero mettere da parte
le loro emozioni e analizzare questo dibattito in modo razionale. Addentriamoci
maggiormente nell'attuale posizione dell'Albania per vedere se è
uno stato sovrano o un protettorato.
Gli albanesi hanno aperto il 1991 con la convizione quasi religiosa che
l'Occidente fosse una terra promessa, un paradiso sulla terra. Chiunque
venisse dall'Occidente veniva visto stereotipamente dagli albanesi come
un "angelo di dio", interminabilmente buono e privo di errori.
La scena dei baci all'automobile del Segretario di Stato USA Baker da
parte di una folla come quella che si vede nelle congreghe di fedeli musulmani
alla Mecca è stata il culmine dell'esaltazione per la religione
chiamata Occidente. Se si tiene presente la devastazione spirituale ed
economica dell'Albania si potrebbe dire che dopo la caduta del comunismo,
gli albanesi hanno guardato al'Occidente come un uomo malato guarda al
suo salvatore. L'appoggio dell'Occidente è diventato la prima forza
motrice dei movimenti politici in Albania.
"Noi governiamo e il mondo ci aiuta" era lo slogan che Berisha
usava ripetere per mantere la propria presa sul potere. I partiti albanesi
hanno condotto le loro campagne politiche durante il periodo del pluralismo
affidandosi a chi godeva dell'appoggio dell'Occidente. Uno dei maggiori
sforzi messi in atto dalla propaganda dei partiti era quello per persuadere
la gente comune di chi godesse effettivamente dell'appoggio estero. "Il
Partito Democratico (PD) è stato ammesso all'Unione Democristiana
Europea", "Il Partito Socialista (PS) è stato ammesso
all'Internazionale Socialista", questi erano i titoli cubitali che
apparivano sulle prime pagine della stampa albanese.
Una dichiarazione di un burocrate occidentale, per quanto irrilevante,
riceveva molta più attenzione di una buona cosa che veniva fatta
all'interno del paese e quindi otteneva anche molti più minuti
in televisione. La mentalità dell'era socialista prevaleva non
solo tra la gente comune, ma anche tra coloro che si erano assunti il
compito della creazione di un nuovo sistema politico ed economico albanese.
Gli aiuti cinesi e russi venivano ora sostituiti dagli aiuti occidentali.
Venivano gestiti dallo stato, con i funzionari statali che facevano la
parte del leone. Questa mentalità ha esercitato una grande influenza
sulla mancanza di motivazioni, tra gli albanesi, per costruire il proprio
paese e il proprio stato per conto proprio, lasciandoli in una posizione
vergognosa di inferiorità materiale e spirituale. Allo stesso tempo,
seguendo una tradizione di governo ormai classica di figure come Ali Pasha,
Ahmet Zogu, Enver Hoxha, gli albanesi non sono stati molto fedeli ai loro
leader.
IL DUALISMO BIZANTINO
Gli uomini al governo avevano bisogno del sostegno occidentale per dominare
meglio i loro cittadini, per assicurarsi gli aiuti occidentali e aumentare
la loro autorità, rendendo più ricca la fazione dei loro
sostenitori fino a quando la loro permanenza al potere non era minacciata.
Berisha ha vinto le prime elezioni con l'ambasciatore americano Rayerson
al suo fianco durante la campagna elettorale. Ha utilizzato il sostegno
politico degli Stati Uniti per eliminare i suoi oppositori, ma quando
gli americani lo hanno rifiutato, non ha esitato di accusarli di cospirare
contro l'Albania, come aveva fatto Hoxha con i sovietici in passato. Inoltre,
questo tipo di politici, più diventava servile, più parlava
di dignità nazionale e di orgoglio nella propria propaganda.
Questo dualismo bizantino era la principale caratteristica della politica
albanese nelle relazioni con il fattore straniero. A causa di tale bizantinismo,
l'Albania non sembra essere né un protettorato né uno stato
sovrano. I fattori predominanti in questo dualismo, data la continuità
del fallimento economico che fa sì che lo stato albanese sopravviva
esclusivamente affidandosi agli aiuti stranieri, sono stati il servilismo
e la sottomissione. Berisha, per esempio, non ha conservato la propria
animosità nei confronti degli USA a causa della sua avidità
di potere e dell'incapacità di raggiungere i suoi obiettivi senza
il supporto dell'Occidente e di conseguenza è tornato alla compiacenza
e alla retorica del "grande amico dell'Albania".
Il caso più evidente è quello del 14 settembre dell'anno
scroso, quando egli è stato eletto presidente, ma ha dato immediatamente
le dimissioni quando ha ricevuto delle telefonate dall'estero con le quali
gli è stato detto che non lo avrebbero sostentuto. I politici dell'attuale
coalizione al potere stanno dimostrando la propria subordinazione in maniera
forse ancora maggiore rispetto a Berisha. La loro principale preoccupazione,
da quando sono giunti al potere, è stata quella di condurre una
politica conforme alle preferenze dei burocrati occidentali. Questi burocrati,
non sapendo nulla dell'Albania ed essendo privi di ogni senso della storia,
sono arrivati con formule già pronte applicate in altri paesi dell'Europa
Orientale. Prima di tutto hanno preso in considerazione gli interessi
dei loro paesi (in alcuni casi gli interessi di determinate lobby nei
loro paesi) e i politici albanesi dei partiti al governo hanno eseguito
le loro istruzioni con grande servilità, una cosa che è
stata non solo umiliante, ma anche in contraddizione con gli interessi
a lungo termine dell'Albania.
Uno degli esempi più evidenti di questa servilità è
stato il consiglio occidentale di tenere una riunione con Berisha nel
momento in cui quest'ultimo aveva violato tutte le leggi previste dal
Codice Penale e non si meritava altro che essere espulso a lungo termine
dalla politica. In conseguenza di questo consiglio, l'Albania è
sprofondata nell'anarchia e inveve di un pluralismo politico la politica
è rimasta in un terrificante pluralismo di kalashnikov; se si aggiunge
inoltre la perdita di ogni moralità, la situazione complessiva
ha creato tra la gente un profondo senso di sfiducia nei confronti della
politica e dei politici. Dall'altra parte, anche la subordinazione dei
politici della sinistra è un imbroglio. Seguendo la strada dei
loro predecessori della destra e attraverso un altissimo tasso di corruzione,
essi hanno proseguito la tradizione di non lavorare per l'Albania o per
mettere in atto le idee dei loro protettori, ma semplicemente per se stessi,
il proprio potere e la propria ricchezza.
UNO STRUMENTO PER ESPERIMENTI
Si può arrivare alla conclusione che l'Albania non è né
uno stato sovrano né un protettorato anche guardando alle cose
da angoli diversi. L'Albania, per esempio, non è uno stato sovrano
perché le decisioni più importanti sono state prese da stranieri.
Inoltre, nel 1997 l'Italia ha imposto l'intervento di eserciti esteri
in Albania, perché questo era l'unico modo per fermare l'emigrazione,
una decisione che è stata alla fine sottoscritta da tutti i partiti
politici albanesi. Oppure il fatto che dopo il colpo di stato del 14 settembre,
quando Berisha ha raggiunto il culmine delle proprie sconsideratezze,
l'ambasciatore italiano ha minacciato con incredibile arroganza il governo
albanese, il 17 settembre, che l'Italia avrebbe cessato di consegnare
aiuti nel caso in cui Berisha fosse stato arrestato. (Se si tengono presenti
questi fatti, risulta evidente come siano ridicole le dichiarazioni retoriche
di questi politici riguardo alla prontezza dello stato albanese di dichiarare
la guerra alla Serbia per proteggere i fratelli albanesi in Kosova).
Ma vista da un altro angolo, l'Albania allo stesso tempo non è
un protettorato. I fattori stranieri che decidono per l'Albania non hanno
una strategia coerente e a lungo termine perché spesso hanno interessi
differenti in Albania, come nel caso dell'Italia e della Grecia, e soprattutto
non si prendono alcuna responsabilità per le proprie azioni politiche
nel paese. Possono fare ogni sorta di esperimento e successivamente negarlo
o raccontare agli altri circoli diplomatici le cose stupefacenti che hanno
visto in Albania. Da questo punto di vista, un vero protettorato sarebbe
più utile di questa situazione che vi lascia nella convinzione
di essere uno strumento per esperimenti di cui nessuno si prende la responsabilità.
LA LIBERTA' NON SIGNIFICA NULLA SENZA UNO STATO SOVRANO
Dopo otto anni di aiuti e di intensa presenza dell'Occidente, gli esperti
occidentali dicono che la situazione in Albania "è simile
a quella in Somalia o in Algeria, sprofondate in uno stato di devastazione
che ha perso ogni senso di orientamento e indulge in ogni tipo di vendetta
atavica, violenza ed emigrazione" (Limes). Nei fatti, il mondo ha
oggi realizzato che l'Albania non sta passando attraverso una guerra civile,
ma che invece ci sono gruppi in Albania che vogliono conquistare il potere
mediante la guerra, utilizzando gli squadroni armati come strumenti di
guerra. La conseguenza è che è emerso "un nuovo tipo
di democrazia", quello delle fazioni rivali per controllare le dogane
e aumentare la propria ricchezza tramite le risorse statali.
Trovandosi ad affrontare questa situazione l'Occidente si pone domande
ciniche: Cosa fare di loro? Imporgli l'ordine quando sembra che vivano
eccellentemente nell'anarchia e vi trovino perfino godimento? Appoggiare
un clan contro un altro, consentendogli di rafforzarsi così tanto
da imporre agli altri una pace costruita con la violenza e la repressione?
Creare un'amministrazione più efficiente con personale che ha studiato
all'estero e con una rete di consulenti che stia dietro di loro in un
ruolo di mediatori? Dopo avere cercato tutto questo senza ottenere grandi
successi, ora viene la proposta di un protettorato che a volte assume
la forma degli "Amici dell'Albania" e altre volte quello del
Commissario Internazionale o altro ancora.
Giungendo a questo punto non si può lasciar passare inosservata
una cosa: senza alcun dubbio la principale responsabilità per la
situazione in Albania è della classe politica albanese, che ha
dato prova di mancanza di capacità, di mancanza di motivazioni
patriottiche e di un grado di corruzione tra i più alti, nonché
del popolo albanese che non è stato capace di generare una classe
politica migliore. Ma non si può non osservare nemmeno, nonostante
il paradosso, che sebbene l'Occidente sia stato più che presente
e determinante nella politica albanese, i fallimenti della politica albanese
sono stati grandi. Come spiegarsi il fatto che i politici occidentali
non esaminano i propri errori, ma cercano invece tutte le colpe nella
parte albanese? Il Ministro degli esteri italiano Lamberto Dini non ha
forse responsabilità per avere sostenuto il distruttore dello stato
albanese, Sali Berisha, nel momento in cui quest'ultimo stava creando
e difendendo le "piramidi" e dopo che aveva manipolato le elezioni
del 26 marzo 1996? E ancora, successivamente, quando voleva fuggire dall'Albania
con i suoi più stretti collaboratori, oppure dopo il colpo di stato
del 14 settembre?
Comunque, questo è soprattutto questione loro. Gli albanesi devono
invece porsi la domanda, che è allo stesso tempo una sfida: la
nostra alternativa deve proprio essere quella di continuare a vivere nel
caos e nell'anarchia oppure fuggirne? E se ne vogliamo davvero fuggire,
come lo faremo - prendendo la via di schiavitù di un protettorato,
di un sistema autoritario sostenuto dall'estero, oppure camminando con
coraggio verso la democrazia e uno stato di diritto, ovvero prendendo
la strada della libertà?
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