FIORETTI

 

 Per chi si confessa senza prepararsi.

 

Un teste riferisce: "Una vicina della mia casa, a nome FORTUNA, penitente del Servo di Dio, ripetute volte mi raccontava che il predetto Venerabile non confessava coloro che non erano disposti bene a confessarsi" (Positio super fama sanctitatis, pag. 48).

 

Se ti ruba qualcuno, cosa fai?

 

Almeno, se è povero, pensa a don Domenico: "Una persona rubò con destrezza in casa di lui (cioè del Lentini) un orologio; il giorno dopo il Servo di Dio la fa chiamare, e coi modi più soavi ed ameni le usò gentili espressioni: - Vedi, fratello, tu hai bisogno di denaro? E perché non dirmelo? Io volentieri lo avrei dato. Prenditi questa sommetta per i tuoi bisogni. Pigliar le cose poi senza dirlo al padrone, fratello carissimo, questo non sta bene…- La persona a quella così dolce paternale si commosse tanto da piangere dinanzi a lui con lagrime del vero ravvedimento, come un figlio dinanzi al padre; anzi ringraziò pure e molto il Servo di Dio per i soavi avvertimenti, facendogli nel contempo la restituzione dell'orologio, ed accettando quel denaro in forma delle obbligantissime maniere del generoso offerente" (Pisani, Le Prediche, pag. 62).

 

A proposito di raccolte pro cancro, ecc.?

Non si condannano le giornate per raccolte varie. Il Lentini però dinanzi ai mali che affliggono l’uomo e la società si rivolge a Chi può correggere le radici infette perché è sempre il Creatore, l’Onnipotente, Colui che ama l’uomo ed è venuto ad insegnarci la via per riparare e guarire uomo e creato: è la riparazione della Croce. Ecco come il Lentini si comporta e cosa fa a S. Elia per la pioggia o al Cafaro per i peccati del popolo che sono all’origine di ogni male:

"Una volta tutto il popolo, guidato dal Venerabile, andava alla Cappella di S. Elia situata su di una rupe poco lungi da questo abitato per implorare la pioggia. Il Venerabile celebrò la Messa e dopo, quando tutto il popolo pregando si percuoteva il petto, egli disse:- Sono io che debbo battermi! – e cominciò aspramente a disciplinarsi. Il cielo che sino allora era stato sereno, improvvisamente si coprì di nubi, e venne giù una pioggia dirotta. Inoltre di notte spesso si portava a far penitenza fuori dell’abitato, ed una volta l’ingegnere D. Gennaro Rossi Direttore dei lavori della strada delle Calabrie, lo trovò di notte nella contrada Caffaro , ed avendogli domandato come si trovasse colà, rispose: - Sono venuto a piangere i peccati che quivi si commettono" (Positio, super fama sanctitatis, pagg. 8-9).

 

I nostri conti in Banca e i poveri.

Conserviamo i titoli per farli fruttare o per il futuro e quando si avvicina un marocchino, lo mandiamo al quel paese o lo accontentiamo con qualche spicciolo. Il nostro caro Lentini, che pur diciamo di amare, non conosceva investimenti in Banche terrene, ma nella Banca del Cielo attraverso la semplice operazione del povero:

" La fama sulla sua carità è cosa indicibile perché arrivava anche a privarsi delle cose necessarie per la sua vita, onde sovvenire i tapini (= bimbi poverelli) che ricorrevano alla sua speciale carità…. Specialmente quando andava a predicare, non ismetteva punto la sua abituale carità verso i bisognosi, anzi la moltiplicava col somministrare ai poveri oltre dello stipendio che riceveva dalla predicazione, dava ai bisognosi anche parte dei suoi abiti - (ivi, pagg. 9-10).

Per chi tampona e scappa

Nessuno è santo, ma ognuno può esserlo, ma bisogna provarci anche nelle piccole cose. Anche il Lentini non è nato santo, ma quando ha gustato il sapore dolce della santità, l’ho ha mangiato tutto e non ha lasciato di riparare neanche il male passato perché sapeva che per spiantare gli alberi nocivi bisogna togliere ogni sua radice.

Dice il teste VI, il commerciante Vincenzo Guerrieri: "Era un ragazzo vispo ed allegro, ma poi, inoltratosi negli anni,, si fece serio e dignitoso. Mi fu raccontato dal defunto mio genitore che il Venerabile nella sua fanciullezza ruppe una lastra di una finestra ad una famiglia, ma, fatto grande, andò a pagarne il valore" (ivi, pag. 44). Don Gaetano Cosentino aggiunge qualche particolare in più: "Quando era piccolo, si divertiva cogli ragazzi, e che in preferenza andava trovando nidi di uccelli, come pure ho sentito dire che quando era piccolo, ruppe un vetro di una finestra di un certo Zaccaro, alias il Mancius, ma che poi giunto ad una certa età, andò a pagarlo al doppio" (Positio, 1927, pa. 252).

 

L’ugola santa del Lentini

Chi opera il bene, rimane vivo in terra. Del Lentini, oltre la fama di santità, rimase vivo l’organo della sua bella voce, quella che aveva ovunque e sempre richiamato alla fede. Così il 31/10/1908 ricorda il farmacista Giovanni Grisostomo Alagia: " Fu tanto valente nella predicazione, che il Signore volle preservare da corruzione l’organo della voce, ed infatti nella ricognizione del cadavere (1892, ndr. ) si trovò intatta la laringe, come mi fu riferito da mio fratello e da mio figlio medico chiamato Pietro, che fu uno dei medici osservatori e che ne ricompose le ossa " (ivi, pag. 49).

 

Al prete che passa, che fai?

Qualcuno tocca ferro. Altri ricordano qualche cosa non gradita. Quasi tutti oggi non lo osservano. Come sono cambiati i tempi! E’ colpa dei preti che non si fanno rispettare? Direi meglio che è scomparso il ricordo delle parole di Gesù che, parlando dei suoi discepoli, disse che ogni cosa che avessero fatto a loro, veniva fatta a Lui, a Gesù.

I tempi del Lentini era diversi e quando passava lui, era come se passasse la processione di un santo. Il negoziante Giuseppe Maria Curzio, lascia agli atti canonici: "Era zelantissimo della gloria di Dio, inculcando a tutti nei dì festivi ad ascoltare la santa Messa, ed inoltre quando qualcheduno avesse giuocato in qualche bettola, al sentire che passava il Venerabile Servo di Dio per quel luogo, smetteva il giuoco o si componeva al massimo rispetto verso di lui" (ivi, pag. 50).

Per chi vuole sempre ragione e non sa sottomettersi

Il Lentini eccelle in obbedienza a tutti. Rispetta Superiori e obbedisce alle leggi civili purché non siano contro la Legge di Dio. Ma sa sottomettersi anche ai simili. Lo ricorda Fr. Angelo da Lauria, con cui si vedeva spesso al Convento dei cappuccini: "Era ubbidiente anche verso i suoi uguali, e questo pure lo osservava, essendo le sue espressioni abituali: - Come voi volete" (Positio, 1927, pag.310).

 

Per non essere espulso in campo e per gli insegnanti che, offesi dagli alunni, reagiscono con il manico dell’autorità

L’Avvocato e Notaio Matteo Messuti seppe dal nonno e fratello del nonno che erano stati alunni del Lentini:

"Si addisse al ministero d’insegnante, essendo stati alunni suoi tanto il mio avo, che il fratello suo. I quali mi riferivano ancora che una volta il Servo di Dio ricevette uno schiaffo da un uomo a cui il Venerabile faceva delle giuste avvertenze; ma esso, oltre che non si risentì per questo affronto, come vero seguace del Vangelo, offrì l’altra guancia al percussore" (ivi, pag. 51).

 

Se bestemmi, il Lentini ti minaccia ancora!

Il Lentini in vita non tollerava la bestemmia. Quando non riusciva con le parole, annunciava castighi al bestemmiatore incurante. Quel Lentini ascolta dal Cielo le tue bestemmie. Le ripara, prega, ma ti avverte come in vita.

L’imprenditore Gaetano Viceconti nel 1908 riferisce agli atti:

"Egli a due giocatori che bestemmiavano orribilmente, predisse all’uno che sarebbe morto gettando sangue, e all’altro che non avrebbe potuto ricevere il Santo Viatico; predizioni che si verificarono, come suol dirsi, a capello" (ivi, pag. 56).

Il citato farmacista G. G.Alagia, aggiunge qualche particolare:

"Il Servo di Dio passando per un punto di questa Lauria fuori dell’abitato, sentì che in certe fornaci taluni giocando bestemmiarono; il Servo di Dio preannunziò la loro fine col dire all’uno che sarebbe morto buttando sangue, ed all’altro che sarebbe morto senza potere poter ricevere il Viatico; profezie furono queste che si verificarono a punto" (ivi, pag. 57).

Per chi ascoltava il rimprovero si ricorda:

"Una volta un uomo, non so perché, bestemmiava terribilmente. Il Servo di Dio, lo sentì ed andò a riprenderlo. Ma, vedendo che non cessava, si prostrò al suolo e pregava quell’uomo di calpestargli la faccia. Quest’uomo, vedendo quell’atto del Servo di Dio, non solo che cessò dalle bestemmie, ma ne restò commosso e edificato" (Novissima Positio, pagg. 27-28).

 

Attualissimo: Ciò che non è tuo, non sia mai tuo!

E’ un piccolo episodio, ma molto significativo e attuale per tutti: Ciò che non è tuo, non sia mia tuo. E’ tra le cose ricordate da Giovanni Grisostomo Alagia:

"Un giorno una persona divota si recava con un po’ di frumento in casa di un sacerdote per farsi dire delle messe; ma via facendo cambiò di pensiero e si portò a darle al Servo di Dio. Questi all’offerta che quella persona gli faceva delle messe, le disse: - No, no, non posso riceverle, andate a portarle a quel sacerdote dove era diretta" (ivi, pag. 56).

L’episodio fa capire il dono che il Lentini aveva nello scrutare l’animo delle persone. Ma più ancora indica la correttezza del Lentini sul rispetto delle cose altrui. Se avesse accettato, non ci sarebbe stato nessuno furto, ma non avrebbe rispettato l’intenzione primaria dell’offerente, che per la fretta la cambia e voleva darla a lui. Chiunque avrebbe accettato. Lui no, perché l’offerta esterna era scorporata dalla vera offerta: quella interna, cioè l’intenzione che c’era di portarla all’altro Sacerdote. Non ci sarebbe stato un corpo di reato, ma un furto dell’intenzione. Che santità! E che lezione per chi abusa del denaro altrui o di denaro che ha altre destinazioni. E’ evidente il richiamo a chi abusa di tangente. Non meno lo è per chi nella Chiesa e Istituzioni connesse, si appropria o usa del denaro dato con precise intenzioni. Non è nemmeno corretto impiegare per cose anche sante, offerte date per SS. Messe. La lezione invita a rispettare l’intenzione sul denaro ‘sacro’ anche nelle feste religiose. Quando si dà un’offerta ad un Santo, diventa proprietà del Santo, e allora noi quaggiù, come amministratori, dobbiamo chiederci: Che farebbe S. Antonio o il Beato Lentini di queste offerte? Quello che fecero in vita e non certo per cantanti e cose di questo mondo.

 

Nei terremoti e altre calamità

Funesto fu per Lauria l’incendio di venerdì 8 agosto 1806. Che fece il Lentini? Riferisce Eugenio Giordano:

"Dopo l’incendio della mia casa nell’universale incendio della patria avvenuta gli otto agosto mille e ottocento, mi mandò di nascosto carlini sei e gli scanni del letto, ed in quella stessa giornata mandò carlini sei ad una mia cognata bisognosa" (Novissima Positio a Responsio ad Animadversiones, pag. 10).

 

Il cuore del Lentini

Verso Dio

"Il Servo di Dio, dice il teso 49, amava tanto Dio quanto è capace un cuore di amarlo, egli di Dio parlava nelle private conversazioni; si accendeva tanto parlando di Dio, che sembrava un Serafino, e aveva sempre in bocca Dio, per infiammare tutti del Divino Amore" (Novissima Positio, pag. 22). E il teste 55 aggiunge: "Dalle parole che egli diceva e dai fatti della sua vita si vedeva chiaro che non aveva che Dio nella bocca e nel cuore e null’altro raccomandava che l’amore di Dio" (ivi, pag. 22).

Verso il prossimo

Ci vorrebbe un capitolo a parte per trattarlo. Anna Riccio l’ha trattato come sua tesi presso ISR di Tursi-Lagonegro. Spero che lo pubblichi. Qui ricordo solo quanto dice il teste 47 e la II.

La teste 47:"La carità del Servo di Dio Domenico Lentini era tale e tanta verso il prossimo che non ho termini sufficienti a poterla esprimere. Egli restava digiuno, scalzo e nudo per aiutare e soccorrere il suo simile, privandosi di ogni cosa e di ogni mezzo necessario alla vita, da destare ammirazione in tutti quelli che venivano a conoscenza di tali fatti eroici" (ivi, pag. 22).

La teste II: "Quando andava a predicare e riceveva qualche emolumento, se lo faceva dare in monete spicciole, perché doveva darlo ai poveri, ritornando in casa povero come era partito" (ivi, pag.24).

 

Il Tappa-pane di Latronico

Lo racconta Nicola Viceconti (Positio, 1927, pag. 228): "Una delle volte essendo andato a predicare al vicino paese di Latronico, andò colà a rilevarlo il vetturale Giambattista Di Lascio, ora defunto, suo discepolo, col mulo del suo padrone Don Giulio Luglio, pure defunto. Arrivato a Latronico, il Di Lascio si recò subito alla casa ove abitava il Servo di Dio per domandarlo sull’ora in cui doveva partirsi nel dì seguente e trovò che il Servo di Dio discorreva con un tale, di cui non ricordo il nome, ma aveva l’agnome (soprannome) Tappa-pane. Nel mattino appresso, ritornato il Di Lascio all’abitazione del Servo di Dio nell’ora indicatagli per vedere se era comodo per la partezza vi trovò novellamente Tappa-pane (II volta), ed il maestro disse al Di Lascio: - Andate ad approntare il mulo, perché io vado a celebrare la Messa e poi scenderò al piano del paese per poter partire -. Il Di Lascio adempì agli ordini del suo caro maestro, il Servo di Dio, ed aspettandolo nel luogo designato si accorse che il Servo di Dio era seguito dal ripetuto Tappa-pane (III volta). Per questi accompagnamenti il Di Lascio pensò che il Servo di Dio, a quello che lo seguiva, avesse voluto dare parte dei suoi abiti, conoscendo appieno, il surriferito vetturale che il Servo di Dio era solito di ripartirsi spogliato. Quando il Servo di Dio si avvicinò a lui, gli disse: - Fratello, avviatevi pian piano col mulo, perché io dovrò fare un’altra visita e vi raggiungerò -.Bastò questo per confermare il Di Lascio nei suoi sospetti e cominciò a camminare. Ma arrivato ad una svolta di una strada fuori dell’abitato, si nascose col mulo dietro una siepe, e scaltramente guardando vide che il Servo di Dio si avvicinava, e ad un dato punto si tolse il cappotto e lo diede al cennato Tappa-pane (IV volta). Fece il Di Lascio passare il suo maestro senza farsi vedere, e poi di tutta corsa raggiunse quello scroccone, e gli tolse a viva forza il cappotto, ed in cambio gli assestò una buona quantità di percosse con un palo di vigna, indi ritornò e raggiunse il Servo di Dio, che vedendolo gli disse:- Fratello, dove sei stato?- Il Di Lascio rispose: - Signore Maestro, camminate che poi ve lo dirò -. Ma quando il Servo di Dio si accorse che portava il cappotto, dissegli: - Fratello, fratello, che cosa hai fatto? Quello è un poveretto con cinque figli nudi e senza camicie! – Al che il Di Lascio rispose volgarmente: - Eh! Vi sono, Maestro, poveri più di te? e parli di poveri … -" Non si dice del cappotto, perché il Tappa-pane si era allontanato, per evitare altre botte del Di Lascio!

Per studenti e insegnanti

Tutta la sua vita, a parte i momenti ministeriali e apostolici, è scuola: come studente e come insegnante.

Lo studente Lentini

Così lo ricorda il chirurgo Nicola Giordano (Positio, 1927pag. 30): "Ho conosciuto il Servo di Dio fin dalla mia fanciullezza, mentre eravamo compagni di scuola, e allora quando ci recavamo dal maestro, se io dicevo qualche parola poco decente, Egli mi avvertiva, e mi esortava ad essere più modesto nel parlare. Se qualche intendeva fare qualche scherzo puerile, mi diceva le seguenti parole: - Impariamo prima i versi, che intendeva dire la lezione, e poi ci divertiremo -. Mi trovavo presente più volte quando il padre lo chiamava, e ben mi ricordo, che volava per fare l’ubbidienza. Nella scuola poi stava più di tutti gli altri più modesto, rispettoso e attento in modo che non mi ricordo di essere stato ripreso dal nostro maestro"

La scuola del Lentini

Perché si diede alla Scuola?

In quei tempi lo facevano quasi tutti i Sacerdoti. Era supplenza sociale in tempi di poca o nulla Scuola dello Stato. Il Lentini la iniziò presto. Dei Gentiluomini gli ottennero la licenza a continuare gli studi teologici a Lauria e aprire contemporaneamente una scuola per i giovani. Sarà un prete operaio: come S. Poalo che viveva della concia di pelli. Lo fece per le circostanze di povertà dice un suo esimio alunno, Carlo Viceconti (Positio, 1927, pag. 217): "Egli per i suoi bisogni faceva scuola per vivere avendo perduto anche la porzione della Chiesa, avendola assegnata ai creditori di suo padre".

Testimonianze sul Maestro Lentini

Don Michele Forastieri: "Era sua massima nella scuola e che ripeteva frequentemente ai suoi alunni la seguente: - Vani sunt omnes homines in quibus scientia Dei non subest -, come mi assicuravano i suoi discepoli, ed in preferenza il dottissimo Don Carlo Viceconti".

Don Domenico Scaldaferri (Positio, 1927, pag. 34): "Ho conosciuto Don Domenico Lentini dalla mia fanciullezza come mio maestro, nel resto dei giorni miei come fratello Sacerdote servendo la stessa Chiesa. Fui con lui alla scuola per anni due, da cui ne appresi la lingua latina e soprattutto ne appresi lezioni di sana morale e buoni costumi, e c’imparò a temere Dio, fuggire il peccato ed odiare il vizio".

Il suo tempo libero con i giovani

Perfezionava l’educazione religiosa con i giovani attraverso le Congregazioni di Spirito, che teneva all’Assunta o nel vicino S. Vincenzo. Ma anche il tempo libero lo passava spesso con loro per portarli di sera dopo le lezioni in visita al Santissimo, preferibilmente al Convento oppure durante la giornata all’Assunta e al suo santuario preferito, S. Elia, dove faceva sentire loro le prediche preparate prima di andare in missione per la Quaresima.

Ai Sacerdoti

Era sempre pronto

Domenico Alagia (Positio, 1927, pag. 251): "Chiamato al confessionale accorreva in qualunque ora e non mai si stancava di udire le confessioni. Chiamato a predicare, non mai trova difficoltà a predicare".

Consigli fraterni ai Sacerdoti

 

Basta quanto dice il Pisani (cit, pag.56): "Ai sacerdoti, in generale ed individualmente, dirigeva le espressioni seguenti e con frequenza: "Fratelli, ricordiamoci sempre che siamo sacerdoti; abbiamo il santo timore di Dio, e rispettiamo i superiori, che fanno le veci di Dio. Ascoltiamone con riverenza le loro voci, che sono le stesse voci di Dio".

L’efficacia della sua predicazione

 

Si preparava e prima di andare a predicare per il confessionale faceva la confessione generale: "La grazia tutto muove, ed il Servo di Dio per attirarsela in abbondanza faceva sempre precedere alle sue prediche quadragesimali una sua confessione generale fatta ordinariamente col Rev. Don Giuseppe Ielpo" (Pisani, cit. pag.37).

Pregava Vergine e Santi e soprattutto adorazione eucaristica, che era il centro della sua pietà, come dice Fr. Angelo da Lauria (Positio, 1927, 154): "Egli era devotissimo della Vergine e dei santi, ma la sua devozione più particolare mi sembrava che fosse stata verso l’Augusto Sacramento dell’altare, perché verso di quello e dinanzi a quello mi sembrava proprio un Serafino".

Saliva a S. Elia per raccomandarsi al Grande profeta dove, oltre a ripetere qualche predica agli alunni, faceva un po’ di penitenza. La penitenza accompagna i giorni della sua predicazione: penitenza pubblica, come allora era in uso in predicazione, e penitenza nascosta. Dormiva per terra o su luoghi scomodi, come per Rivello ha scritto l’amico Biagio Ferrari in Don Domenico Lentini a Rivello, pag.33. Non predicava per lucro. Partiva povero e povero ritornava. Le offerte ricevute andavano ai poveri del paese dove aveva predicato, come il Tappa-pane di Latronico.

L’ amabilità verso i confratelli

 

Don Mattia Forestieri, ricorda un caro episodio raccontatogli da don Carmelo Mitidieri, novello Sacerdote, e don Nicola Luglio (Positio, 1927, pag. 299): "La casa del Servo di Dio era vicinissima alla Cappella di San Vincenzo Ferreri, così quando i Sacerdoti di questo Clero si recavano nella vigilia della festa di detto Santo (5 aprile) in detta Cappella per cantarvi il Vespro, il Servo di Dio, finite le funzioni ecclesiastiche, invitava i fratelli Sacerdoti nella sua casa, ove li complimentava di quelle cose che gli erano state date dalle famiglie dei discepoli di scuola. Poscia prendeva la pignata, non aveva più che grana quindici, ed il Sevo di Dio disse che quella era la sola messa che si trovava in quell’anno, e la dette al più giovane fra i Sacerdoti presenti e fu il riferito Don Carmelo Mitidieri". La pigna era la sua cassaforte: "La moneta per il Servo di Dio era tenuta in nessun conto e quanto ne aveva ne conserva in un pignatto di creta" (Novissima Positio, 1934, Responsio ad novissimas animadversiones, pag. 18).

 

Stimato dai Sacerdoti

 

Il Cestari si meraviglia che alle esequie del Lentini furono solo 17 su circa 40/50 Sacerdoti del Clero di S. Nicola a celebrare Messa quasi a concludere che non godeva la stima di tutti. Qualcuno certamente non lo sopportava e lo calunniò anche. Altri non furono presenti perché molti erano anziani e per malattia o freddo non andarono al funerale. Altri potevano avere impegni inderogabili di Messa altrove e, pur volendo, non non era allora permessa la binazione. Il 17 dunque è già un buon numero. A deporre, invece, nel 1842 per l’Introduzione della sua Causa di Beatificazione furono in 28: "In Processo Ordinario Informativo iam octo et viginti sacerdotes excussi fuere, quos inter Parochi, Abbates, Archipresbyteri, Vicarii foranei et canonici eminebant, qui omnes concordes fuere in sanctimonia Dei Servi celebranda" (Poistio super fama sanctitatis, Responsio ad animadversiones, 1915, pag. 6)

La carità che chiedeva

Aiutarlo a soffrire con Gesù. A Chiara, una sua fedelissima, dopo averla confessata, chiese: "Figlia, vorresti farmi per Gesù Cristo una carità e farmi acquistare una virtù che io amo acquistare per Gesù Cristo." "Sì, padre, rispose la penitente, farò quello che voi vorrete." Allora il Servo di Dio le disse: "Io mi sdraio per terra, tu mi passerai coi piedi sopra e mi pesterai il capo" (ivi, 21-22).

Così pure chiese ad un’altra penitente: "Figlia mia, tu questa mattina devi farmi la seguente carità: io mi lego al piede una fune, mi sdraio per terra e tu mi trascinerai per la chiesa per soffrire un poco come soffrì Gesù Cristo" (ivi). E visto che si negò "egli si pose a piangere dicendo che Gesù Cristo aveva sofferto l’affronto atrocissimo di essere trascinato per i suoi peccati ed egli non aveva ancora sofferto questo medesimo affronto per lei" (ivi).

 

Il desiderio del missionario prima di morire: Andare in missione!

Non è andato in missione il Lentini. Ma fu missionario e la sua morte, un giorno di domenica, fu proprio così: correre a predicare il suo Gesù. Pisani (cit. pag. 123) scrive: "Nei parossismi della sua infermità manifestava di volersi vestire con gli abiti talari dicendo: - Lasciatemi vestire, perché debbo andare a predicare la sacrosanta fede di Gesù Cristo".

Così invece lo ricorda D. Gaetano Calcagno (ivi, pag. 34): "Talune volte si voleva vestire, e diceva: - Io devo andare a predicare la fede di Gesù Cristo –. Rimasto digiuno durante tutto il tempo della sua infermità, domandò alcune volte alla sorella un po’ di biscotto, che non volle darsi all’infermo perché vietato dai medici, ed Egli diceva : - Sia fatta la Divina volontà –. Dal Venerdì sino alla Domenica a sera (1) che trapassò, si pose in un medesimo sito, volle scoperta un’immagine del Crocifisso, che teneva difronte al suo letto, e si pose le mani in forma di croce, e le tenne così fino a che spirò".

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(1) Conferma la mia tesi detta altrove: morì di sera ed era Domenica. A sostegno della morte avvenuta il 24, è pure Carlo Fr. Scaldaferri: "Finì di vivere in età di 58 anni nel dì 24 dello scorso febbraio" (ivi, pag. 40). Del resto così si legge nell’iscrizione fatta per la sua tomba e conservata negli Archivi di Policastro: "… tandem apostolicis fractus laboribus, in osculo Domini diem supremum clausit hora octava cum dimidio noctis (8.30 di notte), advenientis diei vigesima quinta (prima dell’arrivo del giorno 25) febbruarii millesimi octingentesimi vigesimi octavi 1828".

 

La grande scienza dei lumi e la morte del Lentini

Ieri, come oggi, tanta scienza non è scienza e si uccide. Capitò così anche al Lentini. Gli curarono una semplice febbre con gli ultimi ritrovati: salassi e bagni freddi e divieto di cibo. Come si comportò in quei giorni il povero Lentini che i medici del tempo martirizzarono lentamente e in nome della scienza?.

Dice Carlo Viceconti (ivi, pag. 36): "avendo ricevuto un salasso abbondante pare che si fosse aggravato, poi gli ordinarono i bagni freddi, proibendogli il cibo. Egli era restio a gettarsi nel bagno freddo nel mese di febbraio, ma quando gli si diceva che Gesù era stato alla Colonna, Egli vi si tuffava immediatamente".

Carlo Francesco Scaldaferri (ivi): "Il Servo di Dio non voleva usato alcun rimedio, e quando il suo nipote sacerdote ora defunto, Don Venanzio Sarubbi, l’obbligava a mettersi nel prescritto bagno, Egli lo domandava: - Venanzio, il bagno è per martirio o per salute? – E quando il nipote gli diceva che il bagno era per martirio, allora il Servo di Dio si metteva in orazione, e poscia tutto allegro per il martirio, si buttava nel bagno, ed uscendone ritornava all’orazione al genuflessorio presso il letto, indi si coricava".E alle volte nell’andare a questo bagno-martirio aggiungeva: "Gesù nell’Orto, Gesù nell’Orto"(Pisani, cit., pag. 121).

Ma un giorno per andare gioiosamente e in fretta verso il suo boia, il tino con l’acqua fredda, questo si ruppe. Ricorda così il fatto Don Mattia Forestieri: "La malattia durò nove giorni,…Faccio notare che Egli riluttava prendersi i bagni gelati, non credendoli né utili né necessarii, però non appena gli parlavano di ubbidienza e di martirio, si rassegnava volentieri, anzi una volta nel prendere un bagno si sfondò il tino, e l’acqua non inondò punto la stanza, ma dirittamente se ne scese nel piano terreno, come per un canale posto colà appositamente" (ivi, pag. 37). Ma ne portò i segni il nipote don Venanzio: "Infatti, nel prendere un bagno urtò coi gomiti il tino che si sfasciò e morse il suo nipote D. Venanzio che lo assisteva nel bagno" (Positio, 1927, pag. 369).

 

A chi ama fermarsi sui cattivi pensieri pensando di non fare niente di male

Non la pensava così il Lentini: "Cacciateli, cacciateli subito! Quando una pagliuzza va sui vostri vestiti, non ve la togliete al momento? Fate lo stesso con i pensieri vani" (Pisani, cit. pag. 32).

 

Il testamento per i suoi penitenti e devoti di sempre

Ai fratelli, sorelle e nipoti lasciò come ricordo le sue cosette o meglio cianfrusaglie. Ma il vero testamento, il suo tesoro di sempre, quello spirituale più lo lasciò alla sua penitente Fortunata Faraco e attraverso di lei a tutti noi: "Figlia, io ti lascio, non ti dimenticare di amare Gesù Cristo, non me l'hai da offendere, per carità ti prego a non perderti, se non vuoi che ti accusi avanti il tribunale di Dio quando darai conto dell’anima tua" (Positio super virtutes, 1927, pag. 331).