IL SUO TEMPO

 

Fu un tempo difficile. Era il tempo dell'Illuminismo, della Rivoluzione Francese, del Decennio Napoleonico, della Restaurazione e delle Società Segrete. Tutto questo giunse, e come, anche a Lauria, centro oggi di 14 mila abitanti e allora di 7 mila. Lauria, tra Calabria, Puglia, Campania e Golfo di Policastro, è stato sempre un crocevia di comunicazioni e di interesse strategico per le classi dominanti. Questo spiega il flusso delle idee che, nelle varie epoche passate, fece di Lauria il Paese di uomini illustri come, per citarne uno, il Cardinale Lorenzo Brancati. Questo spiega l'interesse strategico che vi troveranno Francesi o Spagnoli tanto che, questi ultimi in particolare, cioè gli Aragonesi, daranno a Ruggero di Lauria il titolo di Duca di Lauria e l'incarico di sorvegliare le sorti tirreniche. Il nostro Ammiraglio lo farà così bene da conquistare agli Aragonesi tutte le coste del sud. Stessa importanza avrà Lauria nell'epoca del Lentini. I contrasti che vi sorgeranno escono da quello che è connaturale ad ogni epoca di transizione. A Lauria invece esplode il terrorismo e la violenza perché non c'è dietro l'interesse spicciolo di briganti ladri locali, ma visioni e interessi delle lotte che si facevano in campo europeo Francia, Austria, Inghilterra e Chiesa.

 

Come il Lentini visse i contrasti di conservazione e mutamenti di quel tempo?

 

Non sarà un assente. Non sarà un politico nei suoi interventi. Sarà sempre e solo l'uomo della Croce che invita alla pace, alla non violenza, agli effetti negativi che i mutamenti portano in campo morale, soprattutto in mezzo ai giovani.

Il 1799 a Lauria

 

L'avvento della Repubblica Partenopea (25.1.1799) fece nascere il movimento sanfedista di rimettere sul Trono di Napoli lo spodestato Ferdinando, che proprio nella sua fuga verso Palermo si fermò e fu accolto a Lauria. Per questo piano Mons. Ludovici viene trasferito da Crotone a Policastro per dirigere il movimento di riconquista del Trono di Napoli ai Borboni. Non è un caso che, come collaboratori, Mons. Ludovici sceglie due laurioti: Nicola Lentini e il parroco di S. Nicola Francesco Antonio Cosentino. E non è nemmeno un caso che quello stesso anno a Commissario della Repubblica Partenopea è ancora un lauriota: Nicola Carlomagno che il 13 luglio, nell'entrata a Napoli delle truppe del Cardinale Ruffo, sarà decapitato.

In questo contesto di forze e di interessi, Lauria visse momenti difficili. I turbolenti, briganti o meno, che venivano anche da paesi vicini ed erano protetti e collegati agli interessi diversi di Trono, Altare e degli Inglesi, creavano rappresaglie e terrore.

L'Albero della Libertà, innalzato in piazza Fontana nel Rione Superiore, fu l'inizio della prima grossa esplosione di massa. I Monarchici volevano che l'Albero si abbattesse e crebbero i tumulti.

Dai balconi circostanti la gente non violenta, credo da una parte e dall'altra, si gustava queste diatribe che potevano essere come quelle usuali tra due tifoserie di squadre opposte. Penso che le diatribe durarono più giorni. E in uno di questi vi andò il Lentini con la Croce.

Gli storici divergono sul giorno: chi lo mette nel giorno in cui la gente veniva alle mani e chi nei giorni successivi quando già vi era ritornata la calma. Penso che il Pisani (pagg. 59-60 del suo libro: Le Prediche) esageri nel riportare l'episodio perché appare evidente il suo tifo per i Borboni. Così lo descrive: "I Monarchici, e con molta ragione, chiedevano di atterrarsi quell'albero simboleggiante la Repubblica, i partigiani di questa, rispettato lo volevano. Ma ecco che, continua il Pisani, in quei momenti di prossima ed inevitabile lotta, sorge in mezzo a loro quell'angiolo visibile, il tutelare della patria, l'eroe della pace e della concordia, che con la sua grandiosa imponenza principiò ad arringare in quel punto. La pace proclama, la fraternità evangelica impone, ed in virtù di quella energica perorazione si calma il furore; il vessillo è atterrato, quel vessillo, che per Lauria divenuto era quel giorno il pomo della più fiera discordia: fa trasportare la base di esso su di un prossimo rialto e vi fa piantare una Croce che tuttora esistono (base e croce, ndr) allo stesso punto. Rivoltosi egli poscia alla gente non più divisa ma amica, coronò la sua nobile arringa con queste parole: Fratelli, questo è l'Albero della nostra Redenzione, l'Albero dell'umano riscatto, quell'Albero solo dobbiamo adorare. Ciò detto, costui e tutto il popolo piegarono la fronte a quel sacro vessillo, e ciascuno se non con le labbra, certo col cuore ebbe a ripetere: O Crux, ave spes unica; e così nel popolo tornò la pace, la concordia e la perfetta armonia".

Se i fatti andarono come dice il Pisani, l'abbattimento dell'albero fu fatto su invito e predica del Lentini. In un clima come quello, per poter ottenere l'effetto come descritto dal Pisani, porta a concludere che il Lentini, dopo appena cinque anni di Messa, gode già di stima universale a Lauria, ma lascerebbe sotteso l'invito politico a ritornare ai Borboni, anche se, come si vedrà altrove, lui è un Paolino: se crede di intervenire, non pensa se è opportuno o non opportuno. Lo storico di Lauria, Viceconti (Vicende storiche della Città di Lauria, pagg. 49-50), attribuisce l'abbattimento ad un certo Pizzuto e rimanda la predica del Lentini ad un altro giorno: "Mentre alcuni proponevano dovesse svellersi ed altri recidere, ecco un tale Pizzuto, armato di scure. In pochi minuti l'albero cedette ai colpi e cadde. Cadde accompagnato dal festante clamore dei convenuti: mentre quei fautori del cessato regime repubblicano, i quali abitavano le case circostanti, ove si erano rifugiati e rinchiusi, attraverso i cristalli delle finestre, videro scomparire anche il vessillo di un'epoca prestamente declinata, ricca d'idealità generose e di fervide speranze. Di lì a qualche giorno il sacerdote Domenico Lentini, cui la santità della vita ha assicurato gli onori dell'altare, fece asportare sulla collina di San Vito la grossa pietra, nella quale era stato conficcato l'abbattuto albero, e nel foro di essa volle s'impiantasse una croce, tuttavia esistente, a segnacolo permanente di ben più alti e durevoli ideali".

Sono due scrittori, il Pisani e il Viceconti, che raccontano fatti a distanza di quasi 100 anni. E' chiaro che i particolari possano divergere ed essere amplificati secondo le proprie visioni. Ma proprio perché lo ricordano dopo tanti anni, significa che il fatto è successo. L’intervento de Lentini ci fu: in questo convergono i due storici e la tradizione orale. Non fu però politico: nel senso che non fu da sanfedista. Lui, anche nel politico e sociale, punta sempre in alto. Sa che tutto il suo popolo conserva ancora la fede nella Croce e sa pure che adesso sta perdendo uno dei beni principali della Fede e della convivenza civile: la pace. Ecco, l'intervento del Lentini, è un intervento per la pace in nome della Croce. La gente capisce. Accetta la predica e accetta l'invito a mettere una croce sulla stessa base dove era l'albero della libertà. Questo, non tanto in senso di disprezzo ai richiami dell'albero della libertà, ma per dare pienezza alla libertà e soprattutto per significare che la Croce non è un fatto di cimiteri o di edifici sacri, ma a dire: La Croce deve stare in piazza e deve guidare anche il nostro tempo e la storia umana. Il particolare sull’abbattimento dell’albero, se fatto dal Lentini o dal Pizzuto, se suggerito dal Lentini e fatto dal Pizzuto o se fatto una prima volta dal Pizzuto e poi, essendo stato rimesso, fatto abbattere dal Lentini, è secondario.

Il suo, dunque, fu un intervento solo per la pace. Lo conferma il fatto che una cosa simile avvenne nel 1815, anche se con meno clamore perché i tempi erano cambiati e le forze di mutamento iniziavano a camminare in modo segreto e carbonaro. Così dice il Pisani: "Identico fatto avvenne verso il 1815 dopo le tristi vicende del decennio, quando il vecchio Ferdinando Borbone rientrò in Napoli: anche il servo di Dio prefulse col suo eroico esempio, acchetando i tumulti e rinnovando la concordia fra gli animi, che si era già spenta per i diversi partiti insorti in questa città" (ivi).

Domenico Alagia (Positio, 1927, pag. 264) così ricorda l’episodio dell’Albero della Libertà: "Egli non guardava distinzione di persone, ma riprendendo nelle occasioni chiunque fosse stato, di qualsiasi condizione. Affrontò l’impeto di una moltitudine che si litigava attorno all’albero della libertà, ordina che quell’albero sia battuto, ed insieme col piedistallo, lo fa trasportare sulla collina di S. Vito. Ivi ne fa piantare una croce ed esclamò: - Questo è l’albero del riscatto e della nostra salute, quest’albero solo dobbiamo adorare che ci può dare la vera libertà -. E’ una versione che sposta il discorso sulla Croce alla collina di S. Vito, ma l’Alagia, come lui stesso dice, non testimone oculare ma si fonda sulla tradzione orale." Tutto questo mi è stato riferito alla pubblica voce e fama" (vi). Le tre fonti, Alagia, Pisani e Viceconti, si fondano sulla tradizione orale, che, come sempre, diverge o manipola i particolari. Quello che è importante è la nota dell’Alagia: " Egli non guardava distinzione di persone, ma riprendendo nelle occasioni chiunque fosse stato, di qualsiasi condizione". Il Lentini sente in coscienza di intervenire e correggere, e, ricordando l’opportuno o inopportuno di S. Paolo, lo fa dal pulpito della piazza come se fosse in chiesa e senza compromessi o interessi di parte.

L'incendio di Lauria del 8 agosto 1806

 

Della grande lotta che si visse a Lauria nei giorni dell'agosto del 1806, non si hanno tracce sul Lentini. Massena, su ordine di Napoleone, deve recuperare i paesi che dietro la marcia trionfale del Cardinale Ruffo si erano ribellati. Deve andare soprattutto in Calabria da dove era partita la marcia e dove c'erano agguerriti i vari Fra Diavolo e briganti. A Lauria chiede solo di passare con le truppe. Ma Lauria resiste, non per un fatto romantico e in difesa della patria, ma perché Lauria, come dice il Rambaud, faceva parte del Progetto Smith: una scelta strategica delle forze borboniche e inglesi per opporsi ai francesi. Non c'era a tale scopo un paese come Lauria che, con i suoi torrenti e dirupi, si prestasse a fare da Castello di resistenza. A Lauria vi arrivano così i peggiori briganti ed estremisti monarchici delle zone limitrofe e della Calabria in particolare. Lauria sarà messa al fuoco. C'è in quei giorni a Lauria anche Mons. Ludovici che fa la parte di Geremia. Fa capire che la resistenza è inutile e suicida e invita i Sacerdoti di Lauria a stare per quel giorno nel suo palazzo. E' probabile che ci sia stato un approccio con Massena.

Era con il Vescovo il Lentini? Dipende da come era l'invito del Vescovo: invito o ordine. Se era un ordine, anche il Lentini era nell'Episcopio. Certamente non era per le strade a combattere, come faranno gli Osservanti di Lauria Inferiore che andranno incontro ai Francesi per fermarli con la Croce e morirono 12 frati Zoccolanti. Se vi fosse stato anche il Lentini da qualche parte, non poteva non essere ricordato da qualcuno. Se non era in Episcopio con gli altri Sacerdoti, doveva essere a casa a fare penitenza oppure era a casa ammalato. Si parla infatti che sia stato ammalato per un certo tempo, tanto che interruppe la scuola e anche la predicazione. Non si sa però l'anno e potrebbe essere proprio il 1806.

Altri momenti storici

 

Altri momenti che richiamano al sociale e politico sono: a) la lotta ai briganti; b) il giuramento da fare alla Costituzione; c) le società segrete.

I briganti

 

Tutti, anche i preti, dovevano armarsi con mezzi propri e andare in cerca dei briganti nei vari boschi del territorio di Lauria. L'ordine lasciava liberi di armarsi. Lui ha la sua: il Crocifisso! Ha pure le sue munizioni: penitenza e preghiera. Così lo trova un compagno della sua squadra in una zona del monte Sirino: "La comitiva nel giungere ad una contrada detta Serino, fece sosta per rifocillarsi ed in quel mentre il Servo di Dio si diresse per le balze di quei dintorni. Apprestato già il desinare, mandaron (messo, ndr) per lui, che fe' rispondere di ricongiungersi tosto con loro. E siccome temporeggiava, ed i compagni pel sommo rispetto che di lui avevano, non volevano senza di lui desinare, così spiccarono altro messo, il quale tornò coll'anteriore risposta. Lo attesero per altri momenti, ma invano. Allora sorse fra quelli un certo di cognome Stoduto, il quale promise di farlo immantinente ricongiungere con loro, ed andò per lui. Lo trovò a piè di una scoscesa, che pareva un S. Gerolamo, flagellandosi il petto con una pietra in una mano e col Crocifisso nell'altra mano. Restò molto compreso al vederlo in quel modo; ma pure lo chiamò e non lasciò di avvisarlo d'essere atteso con premura da quella gente. Ma il Servo di Dio non facilmente voleva dimettersi da quella per lui dolce e santa occupazione. Allora quell'altro, che sapeva qual bottone elettrico premer doveva per farlo muovere, disse: Vedete, D. Domenico, se voi non volete venire ora, io mi metto a bestemmiare. Ciò bastò per farlo alzare nell'atto stesso ed al tempo stesso rispondergli: Zitto, zitto, fratello; per carità non dovete bestemmiare; già sono con voi. Si avviarono infatti, e l'altro giunse con una certa aria di trionfo, perché aveva saputo ricondurre prestamente quell'inclito sacerdote nella comitiva. Alla quale il Servo di Dio dette una consolante notizia, cioè che in quello stesso giorno sarebbe finito il brigantaggio; come effettivamente successe, perché fu disfatto completamente da altre compagnie in quel di medesimo, e l'ultimo ad essere preso fu un certo Nicola … di Lauria" (Pisani, cit. pag.88).

 

Sul giuramento

 

Il Servo di Dio era rispettoso delle autorità civili perché fanno le veci di Dio (Pisani, cit. pag.87), con riserve e discernimento sulle singole leggi, come per il giuramento. "In quei diversi cambiamenti politici successi ai giorni suoi, le civili autorità prescrissero di doversi giurare obbedienza e fedeltà all'ordine delle cose vigenti in allora. La disposizione del giuramento colse anche il Servo di Dio e fu invitato di prestarsi a tale atto. Quella forma però del giuramento non era, come devesi logicamente supporre, conforme alle leggi della Chiesa ecc., stanteché il Servo di Dio non l'usò affatto; e quando giunse il suo turno di giurare, senza punto temere, e senza formarsi atmosfera di meriti dinanzi agli uomini, con atteggiamento imponente e dignitoso si espresse così: - Giuro fedeltà a Dio e al Re, ma per Dio spargere il sangue -. Indi, rivoltosi ai pubblici ufficiali, soggiunse: - Pretendete altro? - Ciò detto si allontanò da quell'aula tranquillo e modesto con l'interna soddisfazione di essersi portato in quell'atto iuxta conscientiam, e nessuno osservò nulla per questo, e tutti restarono imposti dalla dignità e fermezza di quell'uomo apostolico. Egli con quest'atto ci ha lasciato un caro ricordo del valore cristiano, che il Vangelo ci prescrive: Cum ante reges et praesides steteritis nolite terreri <Matth 13> " (Pisani, cit. pag.87).

 

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