LA CROCE

Il Mistero della Croce è tutto nella spiritualità e vita del Beato Domenico Lentini.

Un mio articolo

 

DAL BEATO LENTINI FORTE IL RICHIAMO ALLA CROCE

 

Cosa manca all'uomo di oggi e agli stessi credenti? La Croce, perché nel Mistero della Croce c'è tutto: c'è fede, c'è obbedienza, c'è il dolore umano, c'è la via della gloria. Ebbene nel Beato Domenico Lentini c'è piena questa coscienza e partecipazione al Mistero della Croce.

 

Croce come fede

 

Oggi tutto si vuole spiegare e razionalizzare. Un tempo per la Ragione non era uno scandalo il Mistero dell'esistenza di Dio, anzi lo cercava e indagava con passione, pur errando nelle conclusioni. La Rivoluzione Francese è la linea di demarcazione di questo cammino ultra secolare di una storia senza Dio e di una Ragione innalzata a Dio Assoluto. Il rivoluzionario Robespierre inventa la statua della Dea Ragione e l'8 giugno del 1794 la innalza a Parigi. Molto di buono è venuto dalle ventate rivoluzionarie dei secoli scorsi e questo non va messo in discussione. Forse l'ateismo di Robespierre mirava solo a questi risultati di emancipazione dalle secolari schiavitù che si erano radicate nella storia anche per la manipolazione del concetto di Dio e dell'Altare a sostegno delle classi dominanti. Ma oggi quella simbolica statua alla Ragione è adorata da tutti e quasi ovunque: anche dentro la Chiesa!

Quell'8 giugno del 1794 era Pentecoste e un umile prete del nostro sud veniva consacrato Sacerdote: Don Domenico Lentini. La vita di questo prete, ricco solo del suo Sacerdozio, come lo definiscono prima Pio XI e poi Giovanni Paolo II, è per me, non una casuale circostanza ma un'antifona divina per rispondere con i suoi salmi silenziosi alle vie sbagliate del figliol prodigo della storia di oggi.

Non di grandi cose è fatta la vita del Lentini, ma è grande la sua fede in Dio. In un mondo, già allora pieno solo di falsi profeti, il Lentini è il piccolo umile Elia del nostro Sud che grida a Lauria e dintorni la Verità del Vangelo e del ritorno a Dio. L'andare a S. Elia sull'Armo prima di andare in giro a predicare significava proprio questo: invocare S. Elia ed essere fedele e forte come S. Elia, come lo esalta il Pisani (cit. pag .38): pieno di zelo ineffabile qual novello Elia. E così sarà sempre. Dio innanzitutto è la sua predicazione. Dominano le prediche sulla Fede. Il testamento al suo amato popolo di Lauria è l'invito a stare attenti a non perdere la Fede. Così, in quella che fu la sua ultima uscita, prima di morire e di ritorno dalla visita al SS. Sacramento in Lauria Inferiore, incontrando il signor Michele Messuti nei pressi del convento dei Cappuccini gli dirà:" Fratello, succederanno tempi tristi, turbolenti. Attento per la Fede, attento. Di là, di là, da quelle parti (le alture confinanti con la Calabria dal Galdo ad Alte Coste, ndr) verrà il Generalissimo. Fratello, state saldi, state saldi nella Fede" (Pisani, cit. pag. 110). A chi, poi, andava a fargli visita nei giorni precedenti la sua morte, dice il Pisani (cit. pag. 123): "In sulle prime ordinariamente dirigeva a loro queste domande: Siete voi cattolico apostolico romano? Siete voi pronto a spargere il sangue per la fede di Cristo? Credete dunque nel santo vangelo? E dietro la risposta affermativa soggiungeva egli: Benedetti, benedetti, sarete tutti santi; ed indi faceva sopra taluni un segno di Croce nella loro fronte, e poi recitava il Credo".

 

Croce come obbedienza

 

La Religione di Cristo non è solo fede, culto, ma è per eccellenza la Religione dell'Obbedienza alla Volontà Divina. Nel Rotolo del Libro, la Costituzione Eterna di Dio per l'uomo, questo solo è scritto: "Olocausti e sacrifici per il peccato tu non hai gradito. Allora dissi: Ecco che io vengo - di me sta scritto nel rotolo del libro- per fare, o Dio, la tua volontà" (Ebr, 10, 5). E Cristo insegnò e fu obbediente fino alla morte in Croce. La Croce è il Sigillo della Religione dell'Obbedienza a Dio.

Il Lentini se ne fa una divisa verso i superiori: "L'obbedienza ai Superiori è la mia divisa". La richiama a tutti e segnala il dilagare della disobbedienza a Dio come il più grande scandalo dinanzi ai credenti islamici: "Oh Dio! Ubi est catholica fides? Ci dicono i Turchi: dove, dov'è oggi la fede dei cristiani? Spacciano essi di credere che Gesù Cristo stia nelle loro chiese, come glorioso ne sta in Cielo alla destra del Padre, e poi ne stanno quivi con tante irriverenze, con tante e tante immodestie? Noi ci dicono i Turchi, noi là nella Mecca, nella Moschea del gran Profeta, nel tempio del nostro Maometto ne stiamo con la faccia per terra con somma riverenza , tenendo gli occhi ben chiusi e la lingua serrata in bocca per non vedere e parlare alla sua presenza. E i cristiani? I Cristiani guardano in chiesa, ridono in chiesa e fanno sino l'amore in chiesa: Ubi est lex immaculata, quam iactant? Dov'è quella legge, ci rinfacciano i Turchi, quella legge che tanto vantano i cristiani immacolata e pura? Essi sono ladri più di noi, perché noi non facciamo di quei contratti usurai "

Non accetta il Lentini nessun compromesso quando si tratta della fedeltà al Vangelo e a Dio. Dinanzi ad una politica e rivoluzione che crea fazioni e scompigli esce per le strade col suo Crocifisso e lo eleva gridando: "Ecco il glorioso albero della nostra Redenzione, l'albero dell'umano riscatto: quest'albero solo dobbiamo adorare (Pisani, cit. pag. 60)". Così nel 1799 e non meno ferma, ed oggi molto attuale, è la sua posizione nel giuramento alla nuova Costituzione. Non dà una firma in bianco ma: "Giuro fedeltà a Dio ed al Re, ma per Dio spargere il sangue" (Pisani, cit. pag.87). Come dire: rispetto lo Stato e le sue leggi purché non siano contro la Fede, che sono pronto a difenderla con il sangue. E per tradurla nell'attualità della polemica Vescovi-Popolari in merito alla costituzionalità della proposta di legge in materia di fecondazione assistita, il Lentini al posto del Segretario del PPI, On. Marini, non avrebbe mai detto: "Abbiamo firmato solo la costituzionalità della legge". Per il cristiano, quando si tratta della vita, non esistono compromessi perché il compromesso non viene da Dio e, quando non può convincere gli altri di cordata, risponde con la coerenza del martire. Ed oggi, ci dice Papa Giovanni Paolo II, c'è bisogno della fede dei martiri.

Tutti abbiamo da meditare sul richiamo del Lentini alla Croce come obbedienza. E anche tu, che ti dici tanto devoto del Lentini, puoi dire in coscienza di non esserne toccato? Sappi che lui ti ama e ti supplica come alla penitente Antonia Faraco: "Figlia, ti lascio, figlia, ti lascio. Non dimenticarti di amare Gesù Cristo, non me lo hai da offendere. Per carità ti prego di non perderti, se non vuoi che ti accusi avanti il tribunale di Dio quando darai conto dell'anima tua" (Pisani, cit. pag. 107).

Croce come dolore

 

Dolore è malattia, emarginazione sociale, povertà: è cioè uno stato anormale fisico o sociale. Perché questo? Ce la prendiamo con Dio e si tenta di uscirne dai mali fisici con l'andare di qua e di là in cerca di santoni e guaritori e da quelli sociali con il cadere in forme illegali e delinquenziali. Il dolore è il grande scoglio che pochi cristiani oggi sanno superare perché inumano e irrazionale. Nel peccato c'è la sua origine e nella Croce la via di uscita. Si tolga il peccato, cioè si obbedisca a Dio e vedremo la benedizione di Dio. Ma questo deve passare per il sangue innocente della Croce. E' l'assurdo infatti della sofferenza di tanti innocenti e masse di poveri che si mescola con il Cristo della Croce per riscattare tutti dal male e dalla morte.

Il Lentini sceglie la povertà e cammina povero per essere ricco di Dio e pieno di amore ai fratelli. Il ricco non conoscerà mai la bellezza della carità se non si distacca dalle cose e dall'amore alla ricchezza.

Anche il Lentini è toccato da sofferenze e le accoglie e mescola con la sofferenza della Croce. Perdita della madre, poi del padre, difficoltà a convivere con il fratello Nicola detto Sansone, periodi di malattie che lo tengono lontano sia dalla scuola che dalla predicazione che tanto amava. Tutto accetta per amore di Dio. Non si trova scritto di lui come in P. Pio: "Signore, toglimi tutto, ma non la sofferenza". Ma lo dice con la vita e lo insegna ai malati. Quando li andava a visitare li consolava e li invitava a contemplare l'Addolorata perché si rispecchiassero nel dolore di Maria.

Non sarà contento dal cielo il Lentini nel vedere che oggi i suoi cari malati non sanno più guardare la Croce e si sente tradito dal suo popolo che accoglie in questa terra, illuminata dalla sua parola e vita santa, sempre nuovi James e Jambres (cfr 2Tm, 3) o guaritori di satana, come il brindisino Francesco che sta erigendo al Galdo di Lauria la Collina della Speranza. Si ricordi che solo il miracolo che libera dal male e dalla morte viene da Dio. Noi combattiamo la morte come Cristo e in Cristo e solo armati in Cristo di dolore e di morte vinceremo con Lui il dolore e la morte. La nostra Collina della Speranza si chiama Calvario perché solo lì è piantata la Croce della Speranza.

 

Croce come via di Gloria

 

Il Calvario con l'Addolorata diventa la sua via maestra per essere santo e partecipare con Maria alla Croce di Gesù. In Cristo la Risurrezione è passata per la Croce. Così per ognuno di noi. La Croce però non è un fatto lontano, ma è viva e cammina con noi e grazie a noi. Se il mondo precipita e cade sempre più in mali peggiori, è perché è scomparsa la partecipazione vivente alla Croce viva di Gesù. Il Parto dell'Uomo Nuovo, di cui parla S. Paolo, passa per le doglie atroci del parto: la presenza della Sofferenza di Gesù in ogni uomo. Nella misura in cui il credente entra con cuore nella Croce di Gesù, si avvicina sempre di più il regno promesso di pace e di amore.

Ebbene il Lentini è tutto dentro il Cuore della Croce. Ne è pazzo e innamorato. Solo un pazzo d'amore alla Croce fa quello che io chiamo la pazzia di Trecchina, dove non soddisfatto della predica fatta in chiesa sulla Passione, la continua fuori per le vie di quella cittadina con il crocifisso alzato e predicando. Era l'ansia forse di raggiungere chi non era stato in chiesa, ma era il suo stare insieme al Cuore della Croce che sapeva presente in tante case. Voleva abbracciare la sofferenza del popolo trecchinese perché carne vivente e martoriata del Cristo reale del Mistero Liturgico vissuto in chiesa.

Il 15 settembre del 1997, predicando in S. Nicola, dissi che il Lentini è un Venerdì Santo Vivente. E il Lentini sa che può vivere il Venerdì Santo solo guardando a Maria e stando con Maria ai piedi della Croce, ma meglio dire: dentro il Cuore della Croce. Questo è il piccolo grande Sacerdote della Pentecoste dell'8 giugno 1794: non il Sacerdote dei Convegni o dei libri, ma il Sacerdote prostrato alla Croce in adorazione, contemplazione, riparazione. Se qualcuno di noi Sacerdoti vuole parlare del Lentini, lo contempli prima genuflesso dinanzi al Crocifisso della sua Casetta perché il Crocifisso era il suo libro: "C'erano pochi libri, l'Addolorata, S. Francesco di Paola, il Crocifisso, due teschi di morte" e tanta povertà! Oggi il Lentini ci chiede di imitarlo non tanto per farlo conoscere, ma per vivere e portare come lui il Vivente della Croce.

Nessuno sa quante ore il Lentini è stato in contemplazione del Crocifisso. Credo buona parte della sua giornata. Consolare il Cristo non era per lui una devozione, ma un vivere: il suo vivere era Cristo e Cristo Crocifisso. Sa quanto serve la contemplazione della Croce per la conversione e riparazione dei peccati altrui e lo fa e sente di impegnare gli altri in quella piccola Catena dei 30 dell'Addolorata che una volta al mese si impegnavano a pregare l'Addolorata e che oggi, dalla rinascita, 2/2/89, in tremila è sparsa in tutto il mondo e nel nostro sud in particolare per elevare nel nome del Lentini e con il Lentini una contemplazione feriale di cuore alla Madre dei Mille Dolori per consolarla e insieme consolare il Cuore del Figlio Crocifisso.

Che il Beato Lentini ci faccia capire ed essere figli della Croce, come diciamo nella preghiera di Consacrazione alla Croce della Congregazione dell'Addolorata:

"Oggi ci immoliamo come lui per la conversione dei peccatori e la santità dei Sacerdoti, affinché la Chiesa si arricchisca del suo modello di vita e lo segua nella sua totale partecipazione al Mistero della Croce".

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Ecco il Crocifisso del Lentini

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E' il Crocifisso del Lentini Missionario. Era conservato da Don Nicolino Rossi, vicino di casa del Lentini (1879-1927), passato poi a due zitelle che, avendo assistito don Nicolino, ereditarono tutto. Le due zitelle, ultracentenarie, sono morte anni fa. Il tutto è passato in eredità ad Antonietta Reale che ignorava di avere in casa: Le Prediche pubblicate dal Pisani, una corona e il Crocifisso. Dopo il miracolo del 1988 Antonietta Raspaolo di Napoli era venuta a ringraziare. Eravamo all'uscita del palazzo della Fondazione quando la Raspaolo disse ad Antonietta Reale: "Tu hai a casa cose del Lentini". La Reale disse subito: "No, non ho niente". Ma dopo un po' ci ripensò e disse: "Un momento, devo andare a vedere". Andò nello scantinato, dove ha aveva ammucchiato tutte le cose ereditate dalle due zitelle di don Nicolino, e ritornò subito con le tre cose accennate. Io presi solo il Crocifisso. A Napoli, nella stessa serata, la Raspaolo vide il Lentini che le disse: "Di', al figlio Mario, che il Crocifisso è il mio e lo deve portare ovunque va". E da allora viaggia un po' ovunque con me.

Don Nicolino Rossi morì in chiesa mentre celebrava la Messa il 12 dicembre 1927. Giovane Sacerdote era andato in Uruguay, dove c'era padre e fratello. Voleva forse rimanervi, ma gli comparve tre volte il Lentini dicendogli: "Devi ritornare a Lauria". Lo fece. Diventò un grande devoto del Lentini tanto da aiutare il Vescovo Mons. Vescia (1899-1927) a fargli superare le remore che aveva ancora sul Processo diocesano da inviare a Roma. Portò il Vescovo alla Casetta e mentre pregavano gli occhi del volto del Lentini si mossero e fissarono per tre volte il Vescovo, che a tale segno gridò: "Ho capito! Ho capito!" e così il processo partì per Roma.

Chi vuole saperne di più su don Nicolino Rossi legga Le indimenticabili tre notti uruguayane di Don Nicolino Rossi che pubblicai su I sentieri della veggenza oggi n. 64, 27/12/1995 e su La Voce del Lentini, n.42, dicembre 1995.