L'AMPOLLA

In occasione della ricognizione delle spoglie fatta il 6 agosto 1997 si sciolse il sangue che era custodito in un'ampolla di vetro. L'episodio si ripeté anche quando ci fu la traslazione delle ossa dalla vecchia tomba all'altare nuovo. Io sono stato presente sia nella prima che nella seconda volta. Il fatto c'è stato. Si tratta di accertare se è sangue del Lentini oppure no. Se è sangue del Lentini, è da vedere se risale alla morte, oppure alla ricognizione che fu fatta alla fine del secolo scorso. In merito a quest'ultima, si legge nei documenti ufficiali e canonici che gli fu trovata l'ugola ancora viva e potrebbe essere pure questo sangue. Potrebbe risalire sia a questa ricognizione che alla morte. Escludo che l’ampolla sia un corpo estraneo proveniente da qualche devoto che, conservando del sangue del Lentini ereditato in famiglia, l’abbia fatto mettere insieme alle ossa nella tomba, come potrebbe far pensare la dichiarazione di Dodero Grisostomo (Positio, 1927, pag. 367):"Fu salassato e dalle vene uscì sangue vivo, io ne conservo un po’ in ampolla come preziosa reliquia".

Ora l'ampolla non è più insieme alle altre ossa del Beato e aspetta un giudizio dai settori interessati: Storia, Scienza, Fede.

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In occasione della ricognizione delle spoglie del Lentini del 6 agosto 1997 inviai a Mons. Rocco Talucci lo studio che feci in quei giorni, ma anche la mia testimonianza che il fatto era realmente avvenuto sotto i nostri occhi, al di là di ogni conclusione storica, scientifica e teologica. Eccolo:

Eccellenza Reverendissima,

mentre ringrazio dell’invito ad assistere alla Ricognizione dei resti mortali del Servo di Dio Domenico Lentini, sento il dovere di farLe pervenire queste mie note e ricerche di Archivio per fugare possibili dubbi: e sull’autenticità dei predetti resti ossei e sulla bottiglia di vetro arancione contenente liquido rosso, di cui io stesso ne ignoravo l’esistenza non avendone trovato cenni nei documenti ufficiali.

Nota 1

Non intendo dare mie interpretazioni sul fenomeno cui tutti abbiamo assistito il 6 agosto c.a. verso le ore 22.00 e cioè: La liquefazione del liquido-sangue che era nella bottiglia. Corre però l’obbligo storico per noi che fummo presenti, e anche per Lei, testimoniare l’avvenuto fenomeno della liquefazione di un liquido che prima, mi confermerà il 7 c.m. il Promotore di Giustizia don Franco Sirufo, si presentava del tutto solido. Per quanto mi riguarda dico e affermo quanto segue: Io non vidi il liquido allo stato solido perché all’inizio il vetro non mi interessò. Ero concentrato sulle ossa. Sono passato solo successivamente ad osservare la bottiglia di vetro. Cercavo di togliere il tappo. Non ci riuscivo e non volli forzare per paura di rompere la bottiglia su cui notavo crepature in più parti. Cercai allora di vedere se in alto o in basso ci fosse qualche scritta o data. E così, mentre facevo assumere alla bottiglia varie posizioni, mi accorsi che un liquido rosso scorreva lungo di essa nel momento in cui la tenevo tra le mani in modo orizzontale. Chiesi il perché al Dott. Chiacchio Giovanni, il Chirurgo che mi operò a Sapri il 13 aprile 1988, e lui ridendo disse: Può essersi verificato per il cambiamento improvviso dello stato di temperatura. Ed io: Anche per averla toccata con le mie mani calde? Il Dott. Chiacchio mi prese le mani e disse: Infatti sono molto più calde delle mie!

Lo stesso Dottore, prima di chiudere il tutto (compresa la bottiglia con il sangue ancora liquido) nella nuova cassa, sempre sorridendo disse: "La liquefazione del sangue potrebbe essere come quella di San Gennaro a Napoli!"

Tanto credo, Eccellenza, sia sufficiente per documentare il fatto riguardante la liquefazione del solido rosso nella bottiglia. Era un dovere da compiere se non altro per la storia e per i posteri: ed io amo la storia e non le opinioni!

Nota 2

Mi preme inoltre assicurare l’autenticità sia delle ossa tutte sia della stessa bottiglia in questione.

Autenticità delle ossa

Quel giorno del 6 agosto, dopo il giuramento e le preghiere, ci ha chiesto se qualcuno dei presenti avesse qualcosa da osservare in merito alla continuità testimoniale delle ossa del Ven. Lentini che ci accingevamo a riesumare. Le chiesi la parola e accennai alla riesumazione non ufficiale fatta dal parroco Mons. Raffaele Maria Ponzo. Intendo ora puntualizzarne i fatti per iscritto.

Erano i primi anni del mio Sacerdozio. Trovo in carte firmate e conservate presso l’Ins. Elena Zaccara che quella riesumazione avvenne alla fine del 1969 in occasione della ripavimentazione della chiesa di S. Nicola e che le ossa del Lentini, con nuovi contenitori, furono rimesse allo stesso posto il 21 dicembre 1969. Ne allego copia. Mons. Ponzo non intendeva fare una sua ricognizione, ma trovandosi dinanzi ai contenitori delle ossa indegni a custodire le sacre reliquie di Don Domenico voleva, mi disse, sistemarle in un’urna di oro. L’intenzione era buona ma illecita. Tanta era la buona fede di Mons. Ponzo che tutto fece alla luce del sole e fu lieto di mostrare le ossa ai devoti presenti che ne approfittarono per baciarle e toccarle con la corona del Rosario. Non va dimenticato che Mons. Ponzo aveva fama di santo: ci teneva a imitare il Lentini con gesti plateali come il flagellarsi in locali pubblici dove si bestemmiava. Del resto, mi sembra nel 1950, Mons. Pezzullo insediandolo in S. Nicola disse: Vi ho donato il prete più santo della diocesi!

La notizia di quanto stava facendo il parroco si diffuse e tra il popolo si davano tutte le interpretazioni, compresa quella che don Ponzo le potesse trafugare. Per chiarire le sue intenzioni, Mons. Ponzo decise di parlarne in una pubblica assemblea per le ore 9.30 di uno di quei giorni. Il mio parroco, don Giuseppe Ginnari, volle che andassi a rappresentarlo per la parrocchia di S. Giacomo. Ci andai portando con me la sig.ra Angelina Ginnari, sorella del parroco, ora defunta come anche il fratello. Mons. Ponzo fu lieto di vederci. Aspettammo un po’ in chiesa se arrivava altra gente. Ne vennero un paio. Non sapendo che fare, fu allora che Mons. Ponzo mi invitò solo, senza la Ginnari, a vedere le ossa dicendo: "Dicono che ho fatto scomparire le ossa del Lentini, vieni a vederle!" Erano nella stanza dove lui dormiva: un locale da lui ricavato sulla sacrestia. Io rimasi un po’ scioccato. Aspettavo che fossero in una urna decente, invece erano in una scatola di cartone dove le aveva momentaneamente messe don Ponzo che mi disse: "Ecco, dicono che le ho rubate, sono lì, perché vorrei sistemarle meglio in un contenitore di oro da mettere nel muro".

Io presi un osso. Doveva essere il braccio o l’avambraccio. Lo tenni in mano un po’ e lo rimisi subito nella scatola dando uno sguardo generale alle oltre ossa: avevano un colore più bianco di quello notato il 6 agosto c.a., dove solo il capo è ancora chiaro. Non vidi la bottiglia del sangue ma, come detto, la mia osservazione fu generica e avevo un certo senso di paura: anche se erano ossa di un santo, erano pur sempre ossa di un morto! Sono stato più sereno il 6 agosto: ho mangiato un frammento di colore biancastro del Lentini tanto da fare dire al Notaio Don Giuseppe Cozzi: "Ora sei la reliquia vivente del Lentini".

Dopo quel giorno non ho più visto le ossa del Lentini anche perché il Vescovo di Policastro, Mons. Federico Pezzullo, su pressione di qualcuno, convocò in Episcopio tutto il Clero di Lauria, tra cui Mons. Antonio Cantisani, oggi Arcivescovo di Catanzaro e allora parroco di Sapri, e Mons. Vincenzo Cozzi, oggi Vescovo di Melfi e allora Rettore del Seminario di Policastro. Erano le 20.30 di quel giorno. Il Vescovo ascoltò preoccupato qualcuno di noi e, alla nostra presenza, ordinò per telefono a Mons. Ponzo di rimettere subito le ossa del Lentini al suo posto: cosa che l’obbediente (e santo a modo suo!) Padre Ponzo fece subito la mattina seguente. Il Vescovo stimava moltissimo Padre Ponzo e lo difendeva: quella fu la prima, se non l’unica occasione in cui non poté accondiscenderlo e anzi dovette metterlo all’obbedienza.

Data la mia conoscenza della dirittura morale di Mons. Raffaele Ponzo posso assicurare che quanto lui fece fu solo per ignoranza delle leggi canoniche e per onorare meglio il Servo di Dio e sono pertanto sicuro che rimise nella tomba l’intero contenuto dei resti mortali del Servo di Dio don Domenico Lentini, compresa la bottiglia arancione. Il fatto fu provvidenziale per la bottiglia. Infatti, anche se non subito ma nel 1983, si pensò di mettere per iscritto la tradizione orale che parla anche di una bottiglia con l’ugola o trachea del Lentini. Promotrice ne fu l’emerita e devotissima Sig.ra Elena Zaccara che conserva gli originali.

Nessun dubbio dunque sull’autenticità dei resti mortali del Lentini, nonostante la nuvola dell’ingenuo operato di Mons. Ponzo. Se tanto assicuro per le ossa, ritengo invece che in quella occasione i contenitori siano stati cambiati, e giustamente anche se illecitamente, da Mons. Raffaele Ponzo e precisamente: 1) Cassa di piombo esterna, che del resto la stessa Elena Zaccara afferma (cfr. Allegato) e mi confermerà a voce il 7 agosto 1997; 2) Cassa di color latte contenente le ossa, con due catenacci; 3) Busta di cellofan che avvolgeva le ossa.

Penso che tanto chiarifichi l’imprudente vicenda di Padre Ponzo. Ma credo, Eccellenza, che sia utile acquisire agli atti anche una testimonianza scritta del successore di P. Ponzo, e cioè Don Carmine De Franco. Anche lui, dopo i danni del terremoto 1980, mette a restauro l’intera chiesa e pavimentazione e, per il giorno della riapertura della Chiesa, si pensò, anche sul consiglio di Vostra Eccellenza, di rinnovare la Pietra Sepolcrale. La storia si conosce. Don Carmine in quella occasione tolse delle tavole su cui poggiava la vecchia pietra sepolcrale e vi fece una lastra di cemento armato così consistente che la sera del 6/8/97 i muratori impiegarono oltre un’ora per creare una piccola apertura. Credo che sia opportuno che Don Carmine attesti se le modifiche da lui apportate alla tomba del Lentini si riducano solo alla lastra di cemento armato sotto la lapide ufficiale o abbia anche lui esplorato lo stato delle ossa del Lentini.

E’ autentica la bottiglia di vetro arancione? Cosa contiene?

Nessuna meraviglia se di essa non ci siano tracce ufficiali. Anche noi, nella sera del 6, se non fosse avvenuto il fenomeno della liquefazione del liquido rosso, non l’avremmo presa in considerazione. Di essa c’è invece traccia orale nel popolo che poi è passata nella documentazione scritta di cui nell’Allegato. Lo stesso ottuagenario don Antonio Spagnolo, testimone ufficiale al Tribunale del 6/8/1997, disse subito quella sera: Ricordo che mi hanno sempre parlato anche di una bottiglia. Dunque la bottiglia non è un corpo estraneo ai resti del Lentini secondo la tradizione orale. Ma noi, senza anticipare giudizi sulla natura del fenomeno di liquefazione del 6/8/97, non avendo documenti ufficiali della presenza di una bottiglia, dobbiamo porci il problema della sua autenticità:

Risale al Lentini?

Con i mezzi odierni è facile dimostrarlo e credo sia doveroso affrontarne scientificamente il problema.

Una volta accertata l’autenticità di questa bottiglia arancione di farmacia, va da sè l’altra questione riguardante il contenuto: E 'sangue del Lentini?

Nell’Allegato si parla di trachea o ugola, non di sangue.

Dagli Archivi della Biblioteca del Lentini, che è nata con me e dirigo, desumo le mie conclusioni.

Degli otto giorni di funerali al Lentini ne lasciò traccia scritta il Sacerdote Don Michele Forastieri sotto il titolo: Il Giornale. Non tutti i particolari furono da lui annotati. Ci pensò invece G. Battista Pisani che li pubblica nel suo libro: Le Prediche, dove, da pag. 134 e segg., riporta la cronaca del Giornale di Forastieri aggiungendo nelle note i particolari che potè raccogliere in qualità di "Notaio ecclesiastico ... eletto ad attuario nella compilazione del processo informativo del servo di Dio" (cfr. Sica, cit., pag. XV).

In dette cronache congiunte (Forastieri e Pisani) si dice che dal feretro del Lentini uscì sangue più volte e in diversi giorni. Tralascio quello che scorreva spontaneamente perché ritengo che quanto sia nella bottiglia (sangue con trachea o ugola) deve trattarsi di raccolta di sangue fatto in modo tecnico e ufficiale. Ebbene si parla di due accertamenti tecnici avvenuti il primo il 27 febbraio e il secondo il 28 febbraio. Dico subito che quello della bottiglia in questione risale al salasso/i del 28 perché furono ordinati dal Delegato Vescovile, venuto a Lauria proprio per questo, ed eseguiti tecnicamente da un Chirurgo alla presenza del Giudice Civile Ufficiale. Ecco come andarono le cose. Il 25 febbraio si sarebbe dovuto seppellire il corpo di Don Domenico nella fossa che gli operai avevano già allestito.

Il seppellimento esterno non avvenne sia perché non erano passate le 24 ore sia per la folla che accorreva sempre più numerosa a baciare il corpo venerato del Lentini e assisteva intanto a continui prodigi: odore soave, apertura degli occhi di Don Domenico all’Elevazione dell’Ostia durante il funerale del 25, flessibilità del corpo quasi fosse ancora vivo e sangue che scorreva. Il tutto portava a chiedere al Vescovo l’autorizzazione a seppellirlo in Chiesa. Si mandarono richieste, ma non arrivavano risposte. Forse a Policastro si attendeva una prova più tangibile. Ecco allora la necessità e opportunità delle prove tecniche sul sangue che scorreva dal corpo del Lentini. Furono due: dico due perché due furono i tecnici che le effettuarono, ma in realtà ognuno la esegue due volte. Eccole.

Quella del 27/2/1828

Il flebotomo Biagio Maria Parrazzini, verso sera, fece due salassi. Dal primo, sulla mano, uscirono poche gocce, mentre dal secondo, sul braccio destro, uscì "uno zampillo di sangue vivo e rubicondo" (cfr. Pisani, pag.. 138, n. 2). Questa raccolta fu probabilmente inviata o comunicata oralmente a Policastro tramite gli inviati speciali di quei giorni. Si noti: si parla di salassi al braccio e alla mano, mentre nella bottiglia c’è la tradizione orale di ugola o trachea.

Quella del 28/2/1828

Credo che il salasso del 27 convinse il Vescovo che quanto avveniva intorno al corpo del Lentini non era immaginazione di popolo ma fatti. Inviò perciò il suo Delegato nella persona di Don Francesco Can. Polito De Rosa, Pro-Vicario Generale. Cosa chiederà il Delegato? Ripetere il salasso come il 27. Sarà fatto due volte dal chirurgo D. Nicola Giordano. Se il flebotomo Parazzini salassò sulle vene, il chirurgo Giordano poteva e doveva effettuare un taglio chirurgico. Lo farà alla trachea oppure all’ugola o a tutte e due. I salassi furono due: il primo alle ore 22 (strana coincidenza con l’ora della liquefazione del 6 agosto 1997) e il secondo all’una di notte. Dei due salassi si legge: " ... e Dio si compiacque di far sgorgare il sangue vivo e rutilante dalle vene di un cadavere quatriduano (= al quarto giorno dalla morte).

Ad un’ora di notte alla presenza della stesso Delegato, del Giudice locale e del popolo si fece di nuovo uscire dal medesimo salasso il sangue". Si dice medesimo salasso, il che porta a scegliere o ugola o trachea, ma data la vicinanza dei due organi anatomici la parola medesimo può essere presa nel senso di stesso punto. La prova scientifica lo chiarirà.

 

La mia conclusione

 

I salassi del 28 sono gli unici ufficiali. Sono ordinati e eseguiti alla presenza del Delegato Vescovile e del Giudice Civile e tecnicamente attendibili per l’intervento di un Chirurgo e non di uno qualsiasi. Il tutto fu certamente messo in qualche contenitore: e direttamente o successivamente nella bottiglia arancione da farmacia: quella appunto che ci troviamo ora.

 

Dove andava messa questa bottiglia contenente anch’essa qualcosa del sacro corpo del Lentini?

Credo che era giuridicamente, moralmente e devotamente da porre accanto a tutto il corpo di Don Domenico: sarebbe stato un sacrilegio separare l’ugola o trachea del Predicatore di Lauria dal resto del suo santo corpo!

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Credo, Eccellenza di avere assolto al compito storico che mi ero proposto. Quello teologico collegato al supporto scientifico è di Sua competenza, diritto e dovere. Certo a me, che di questo campo mistico mi nutro quotidianamente, non fa una grinza che quel sangue ‘quadrinario’, sia, dopo 169 anni, ancora lo stesso sangue rubicondo e vivo a dirci che nel Dio Vivente si è sempre vivi ma che si vive in Lui solo con il Sangue Prezioso di Gesù.

Chissà se il fenomeno avrà un suo seguito in futuro, ma credo che quanto è successo, occasionale, naturale o provvidenziale, ci debba far dire:

 

Grazie, Don Domenico, per il tuo manifestarti presente in mezzo a noi e col richiamarci, da fedele Servo della Croce, al mistero essenziale della Fede: salire alla Croce, vivere della Croce, testimoniare con coraggio la Croce, donare al mondo degli "spiriti- forti" di oggi la Cultura Viva e Liberante della Croce. E per la cultura di questi 'spiriti forti', che notai in qualcuno anche la sera del 6 agosto c.a., rimando alla dolcezza misericordiosa del Lentini: "Uno di quei, che soglionsi appellare spiriti forti, a priori negava quei prodigi che scorgevansi in quel benedetto cadavere. Ma infine si decise per oculare ispezione e portossi in chiesa verso un’ora di notte. Appressandosi al cadavere ebbe a stupire nell’osservare coi propri occhi tante cose sovrannaturali. E questo fu poco in confronto di quella gran sorpresa che ebbe quando all’avvicinarsi al volto del Servo di Dio, questi aprì gli occhi ed in quello fissò certi sguardi penetranti" (cfr Pisani, cit. pag. 139, n. 2).

Lauria, 8 agosto 1997, festa di S. Domenico. Sac. Don Mario Riccio.

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Una chiarificazione sul perché mi mangiai un pezzo di Lentini.

Sarà apparso a qualcuno un gesto cannibalesco, fanatico, igienicamente imprudente. Non sono il tipo e non pecco in questo. Il fatto è che in ogni cosa c’è una circostanza provvidenziale. Quale in questo caso? Suor Anna Luisa delle Figlie della Carità, sapendo che io prima della Messa, se non sono impegnato a confessare, leggo sempre qualcosa, mi ha dato a leggere in questi giorni un nuovo libro sulla Medaglia Miracolosa: Palmarita Guida, Caterina Labouré, Paoline, 1997. Ebbene proprio la sera del 6 agosto avevo letto: "Si era già spogliata e infilata nel letto quando la sua mente fu attraversata come un lampo da un’idea: ingoiare un pezzetto della stoffa del rocchetto che indossava san Vincenzo: l’ho ingoiato e mi sono addormentata pensando che san Vincenzo mi avrebbe ottenuto la grazia di vedere la santa Vergine" (cfr cit. pag. 40). E infatti di lì a qualche ora Suor Labouré vedrà la prima volta la Madonna.

Io non chiesi tanto. Sono stato un po’ materialista. Viaggio molto e sono sempre stanco: mi dà fastidio il diabete e il non andare bene di corpo e allora pensai a questo e ne chiesi al Lentini qualche miglioramento per meglio servire e dispensare il pane quotidiano che è non solo Eucaristia, Provvidenza e Carità, ma anche pane carismatico quotidiano: doni dello Spirito Santo, miracoli, grazie, visioni, messaggi, lacrimazioni e liquefazioni come per San Gennaro, Santa Patrizia: e perché non anche del santo Sacerdote Domenico Lentini?! Mi farà la grazia il Lentini? Penso di no perché, debole, meglio collaboro a sostenerlo nel servizio della Croce. Ma credo che mi ricompenserà come la sorella Antonia l’ultimo giorno dei funerali: "Pria di chiudersi, la sorella Antonia fu ad abbracciarlo, e qual fu il suo stupore nel vedere che il cadavere del santo fratello aprì gli occhi e la guardò amorevolmente"(Pisani, cit., pag. 139, n. 3).