La musica delle launeddas (usiamo la denominazione più conosciuta, ma in realtà a Triei l’antico strumento viene chiamato bisones), fino agli anni ’60 veniva eseguita da due apprezzatissimi interpreti: Raimondo Cabiddu (1881-1977) e Raffaele Loi (1888-1979). L’uno e l’altro erano suonatori con caratteristiche diverse, ma parimenti grandi protagonisti in un contesto sociale in cui le launeddas non potevano mancare sia durante le cerimonie religiose, sia durante i festeggiamenti civili. La musica del Cabiddu era dolce, armoniosa e suadente, mentre quella del Loi era forte, imperiosa e in possesso della grinta tipica dell’esecutore di grande estro.

 

1960 - Festa di Sant'Antonio: Raffaele Loi durante la questua con "s'obreri" Giuseppe Tangianu

 

Ancora oggi, chi li ha conosciuti ricorda del primo l’atmosfera che si veniva a creare in chiesa con i brani di accompagnamento ai canti, mentre del secondo i balli interminabili dai ritmi incalzanti oppure le melodie quali “su trallalera” e “lairellelara”.

 

Raimondo Cabiddu durante la questua

 

E’ un vero peccato che dei due suonatori non siano rimaste incisioni valide, anche perché alcune delle loro musiche erano davvero originali, proprie della loro stessa fantasia e capacità di esecuzione.

Di Raffaele Loi restano alcuni esemplari di strumenti che uno dei suoi nipoti, Dante Tangianu, erede di un’incomprimibile  passione, conserva gelosamente.

C’e' stato un momento, dopo l’abbandono dei due suonatori principi, in cui si è pensato ad un inevitabile e definitivo tramonto delle launeddas a Triei.

Fortunatamente, la preziosa tradizione è stata ripresa dal citato nipote di Raffaele Loi e, a “garanzia” di un futuro meno incerto, oggi anche il figlio, Roberto Tangianu, suona le launeddas, con quello spirito rinnovato e vigoroso che soltanto i giovani possono avere.

Ma se le launeddas sono storia, cultura e musica di un popolo, non possiamo dimenticare chi, anche senza far parlare di sé, ha contribuito, comunque, con infinita passione, a tenere vivo il “linguaggio” di uno strumento la cui origine -rigorosamente sarda, possiamo dire con giusto orgoglio- si perde nel buio dei secoli. Meritano di essere menzionati, quindi, Mario Tangianu, paziente e bravo costruttore; Ettore Chironi, suonatore domestico, ma non per questo meno incallito. Nello scorrere i nomi non possiamo lasciare da parte quelli che vengono ricordati per le voci che non vanno disgiunte dalla musica delle launeddas. Ecco allora gli umili protagonisti, alcuni di essi parenti anche nel canto: Francesco Mereu, Tommaso e Antonio Tangianu, il già citato Mario Tangianu, Gianvito Muggianu e, infine, Antonio e Natale Tangianu, tuttora orgogliosamente impegnati a trasmettere ai nipoti l'antica passione.

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