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A margine di Lino Rossi: Luciano Anceschi o del metodo, Bologna, CLUEB, 2003.

Restituire il finito al finito

 

Chi ascolta a modo il messaggio di Lino Rossi, ne guadagna senza dubbio una "guida alla ricerca", una "metodica", non però nel senso di notizie procedurali. Si tratta, meglio, di un impegno a portarsi in "massima sintonia col vivente, con la storia, con la realtà". Che significa: assumere uno stile nuovo di esistenza, scegliere una conversione, andare contro ciò che si crede il sé di sé stessi, incenerire partiti presi e superstizioni teoretiche, dimenticare le parole eccessive, diffidare delle spiegazioni buone a tutto e pronte alla mano. Sono, li riconosciamo, misure fenomenologiche, ma proprie di una fenomenologia critica.

Chi la pratica finisce a trovarsi dentro (meglio quest'avverbio che un "davanti") l'apparire come appare: sono proprio qui, l'Io Io, il Mondo Mondo, insieme e contro, il più vicino, il piú lontano, allo stato di una "dialettica tensione" vivificante. Il torpore degli universalismi soddisfacenti sfuma non meno che le seduzioni della nostra epoca di "modernità liquida", adesso che i carnevali e le dannazioni no stop invitano piú che altro a divertirsi o salvarsi, dovunque si finisca, comunque vada.

Restituito ormai il finito al suo essere finito, nella "rete di interrelazioni" che esso distende, e dove "tutto tiene con tutto, si dispongono "piani", sono concepibili "progetti". Nel suo movimento diffuso si distinguono una "tradizione" e un "nuovo". Per il fenomenologo critico una "sistematica" di questo "organismo ricco di articolazioni e di figure", "è possibile e si realizza".

Incontrando l'essere finito, con la sua ordinata vocazione a sprigionare infinite occasioni ("occasione", un termine adottato da Lino Rossi in altri luoghi) per infinite intenzioni, si è incontrato l'essere ordinato, non il nulla insensato in qualità di vano teatro del Mondo o smarrimento concettuale dell' Io. Che la "verità" del finito fosse "imprendibile" significa: Ciò che è vero non si può prendere: l'apparire del finito sta pronto a esibirsi come sta, ma non a lasciarsi afferrare, arruolare, asservire a qualche falso assoluto.

Esibendosi come sta, il finito elargisce le sue ricchezze e chiede in cambio una donazione di senso, il senso del suo essere come essere che è finito. A questa richiesta originaria non si riesce a rinunciare perché coinvolge il mio, il nostro stesso destino, come quello del finito che sta piú vicino e piú a cuore, la mia, la nostra esistenza. Ora che nessuna ipoteca di sistema piú la deforma, si può esporre la richiesta dal punto di vista del metodo liberato e liberante.

Non saprei, non sapremmo, come ringraziare abbastanza Lino Rossi per questo "Luciano Anceschi o del metodo", il cui contenuto corrisponde al titolo: la chiara evocazione di un illustre Maestro, il bilancio del suo memorabile messaggio, un discorso sul metodo, i cui solidi riferimenti all'una e all'altro si portano là dove le ragioni dell'essere invitano.

 

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