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Nota sulla nozione di tragico

 

Francesco Piselli


Intervento all'incontro

Perché parlare di tragico, oggi?

Bergamo, dicembre 1996



Noi siamo qui riuniti per interrogarci nella forma: Perché parlare di tragico, oggi? Questo proposito implica che il termine, sull'opportunità della cui nominazione si vuole discutere, si trovi tanto remoto e anche velato da non poterne piú dire con spontanea sicurezza, ma non sia né vuoto né inaudito.
Per me, muovo dalla semplice considerazione che si incontrano certamente enti dai quali ci si può aspettare qualcosa di tragico. Non è difficile dichiararli: sono i pezzi teatrali detti le tragedie.
E neppure è difficile andarli a cercare con una ragionevole certezza di non incorrere in gravi errori; tutti, infatti, sappiamo distinguere una tragedia da una torta alla crema, o anche, piú da vicino, da un vaudeville. Ci accorgiamo facilmente che fra Amleto e Occupati di Amelia, il primo pezzo è piú tragico del secondo.
Dobbiamo, lo riconosco, ammettere che si danno occorrenze meno definibili, o perché sono nate cosi, o per effetto di circostanze o scelte le piú disparate. Re Lear si può svisare in comico, Arlecchino servo di due padroni si può rivoltare in tragico. Il mondo teatrico è un mondo di possibili, non nel senso vago che tutto (ma in realtà non tutto) è possibile a questo mondo e in quel mondo, ma perché già la fabula implica una ramificazione lungo peripezie di possibilità spesso quasi equivalente, fra le quali si può scegliere, e ancora restano possibili tagli, adattamenti, lavorazioni differenziate, fino al ritocco compiuto nel corso stesso della rappresentazione. Elaborare il possibile è relativamente facile, certo piú che tornare sul già stato. Non è cosi per la scena della propria esistenza, che non si può provare e riprovare e alterare, se piace che sia cosi e non cosí, pur se , certe volte , come si usa dire, si riesce a cambiar vita»: ma con difficoltà gravissime. Tuttavia, una resistenza dell'oggetto teatrale è palese. Non so se qualcuno sia riuscito o abbia provato a trasmutare Goldoni in Corneille , ma so che lo sforzo a tale scopo si prospetta ingente e probabilmente eccessivo per il risultato.
Queste minime notazioni, cosi deliberatamente dappoco, costituiscono un ingresso, modesto, ma forse l'unico ingresso non fallace, verso il parco, come dire, dei monumenti tragici. Nel corso di questa corto viale d'ingresso al parco del tragico, si prepara da sé, l'interrogazione sulla realtà stessa di qualcosa come la tragedia. Se si vuole, sull'ontologia della tragedia.
Lo vediamo subito: si tratta di una realtà peculiare. Le opere tragiche, come ogni opera drammatica, sono finte. Al servizio della fabula piú o meno inventata trionfa tutta un'ingegneria illusionistica di episodi, peripezie, riconoscimenti, costumi, scenografia, musica, coreutica, macchine. Appena riflettendo, del resto, ci avvediamo che se Egisto e Clitemnestra fossero autenticamente sgozzati in scena, a parte ogni altra implicazione e conseguenza, non loderemmo l'arte del regista il quale non trova altro mezzo, per commuovere il pubblico, che lo spreco di vite umane. In retorica si trova qualcosa di simile: le prove atecniche, fondate su reperti materiali inconfutabili, valgono meno di quelle abilmente recitate dall'oratore, convincenti per il loro ornato e la loro potenza emotive e fantastica. C'è differenza fra una tragedia e un ludo gladiatorio, e la conserva di pomodoro fa impressione quanto il sangue senza spargimento di sangue.
Ciò registrato, dal finto non potremmo aspettarci, parrebbe, altro che uno svago o anche un piacere, non qualche effetto vantaggioso alla conduzione della vita reale o ad una migliore conoscenza del vero. Non vedo perché non si debba provare un piacere o non delibare un'evasione a teatro. Ma resta di esperienza comune, se appena si frequentino gli spettacoli teatrali con un poco di attenzione al loro senso, e se le opere sono di valore, che si torni a casa piú ricchi in notizie sulla natura umana e sui suoi interessi essenziali. Ab antiquo fu noto che la finzione tragica può (dico: può) palesare in timbri sensibili e commoventi certe verità universali.
Ma, qui, è sempre bene guardarsi da due fosse aperte. L'una, ricombinare e alterare nei propri preconcetti, peggio se apparentemente ben fondati, la concreta apparizione scenica. Gli effetti possono essere letali . Non è rilievo da nulla che nelle Lezioni di estetica di Hegel, dove peraltro la tragedia e il tragico sono trattati con grande impegno teorico e singolare profondità, si preconizzino la morte della sventurata e anche dell'arte stessa. Oppure, Nietzsche, proprio mentre dichiara che il mondo sia giustificato soltanto come fenomeno estetico, dissolve completamente nella tenebrosa dionisiaca volontà di potenza la nozione di tragico.
L'altra fossa, è che si rispetti e stimi una poetica tragica quale unica e suprema, e di conseguenza si decalchi su quella la propria idea di ciò che è tragico. Viene in mente la diffusa parzialità e anzi venerazione verso la tragedia greca», o, meglio, quel che si sa della tragedia greca, ritenuta albergo del tragico veramente tragico, utilizzabile anche in psicologia del profondo, mitologia, antropologia. Ma non riesco a condividere l'immagine del gruppo Eschilo Sofocle Euripide come la tragedia après quoi le déluge. Piuttosto vedo una poetica in movimento non soltanto fra i tre autori, ma anche in ognuno di essi, iniettata in seguito con varia utilità ed efficacia nella storia del teatro; ma cosa dobbiamo fare della tragedia ad esempio elisabettiana e giacobita, largamente aclassica anche se vi compaiono Cesare e Cleopatra? Il Saul di Alfieri non è un nulla. Certamente Büchner non è greco: è tedesco infatti. E con questo? Non è greco.
Chi provi a ripassare la nozione di tragedia piú di ogni altra celebre, trova un ente caratteristicamente atto a sollevare affetti dissonanti: pietà e terrore, empatia e repellenza. Le insolubili difficoltà, le contrarietà angosciose, la sofferenza dell'innocente, la criminalità volontaria o involontaria, l'urto fra etiche opposte, sono certamente quanto mai utili per avviare azioni tragiche e suscitare pietà e terrore; e di fatto in ciò che diciamo tragedie non mancano mai. Anzi la stessa massa affettiva comporta per definizione, finché dura, una contrarietà lacerante. La luttuosità e la iattura sono ingredienti tanto piú efficaci quanto piú illustre, come si usò dire, è la persona maltrattata. Per noi, lo stesso ambiente tragico ingrandisce, sicché Mutter Courage si innalza sul socco della sua malasorte anche se non è che una comune commerciante ambulante.
Quando, in epoca moderna, il mondo venga ad essere ritenuto un grande teatro, oppure il teatro un piccolo mondo, e se si consideri il teatro tragico (in accordo con la sua virtú cognitiva) come il sunto o il modello di ciò che il mondo reale è, quanto si dice tragico nella tragedia si trasfonde nel Tragico dei filosofi.
La massa di lavoro extrateatrale sul tragico (non si riesce a desumerla né ad assumerla in riassunto) si estende dalla forte meditazione sul contrasto e sul dolore, a forme zoroastriche, a metafisiche dubbie, a stili di pensiero debole o debolissimo. Capita che si riproietti sull'interpretazione della tragedia, col risultato di un circolo, come si usa dire, ermeneutico, non raramente equivoco. Annoto soltanto: Mi sembra essenziale per ciò che riteniamo tragico un giusto senso della diversità, affinché non si appiattisca ogni cosa nell'equivalenza di tutto a tutto, e neppure si esalti la contraddizione al punto che essa, per mantenersi contraddittoria, elimini sé stessa. Posto che alla tragicità appartenga un confronto fra il bene e il male, se questi termini sono completamente privi di significato in una metafisica e in uno stile di vita ispirati all'identità dell'identico, la parola tragico» rimane soltanto una parola imponente ma senza significato. E non dobbiamo neppure ignorare quanto valga mantenere la separazione fra il teatro e la vita. Non si devono considerare gli strazi dell'esistenza cosí come si considera un pezzo teatrale: si danneggiano insieme il teatro e la concretezza della nostra vita, e si finisce col distruggere, come Nietzsche, tanto il mondo finto quanto il mondo vero.
I dislivelli e le contrarietà essenziali per costituire quel significato sono, qualsiasi sia il parere di questa o quella metafisica dell'identità (o della contraddittorietà: fa lo stesso), abbastanza salienti nella nostra vita, per quanto appiattita e povera di avventure. A ognuno di noi tocca il momento tragico, una volta o l'altra. Gli esemplari teatrali, per quanto consunti dall'uso e travolti da sperimentazioni sciagurate, esistono ancora.
Un grandioso fonte tragico è disponibile nel testo biblico.
Là musica, canto corale, danza, dialoghi, quel tanto di spettacolare che si trova in assemblee, processioni, discorsi pubblici, non mancano. Ma un teatro, è vero, non vi compare, e tanto meno un genere teatrale tragico. Meglio! Questa assenza è di gran valore agli effetti della drammaturgia, perché implica una completa libertà da poetiche pregresse, come ad esempio quella, ormai soffocante, della tragedia classica. Ma soprattutto vale questo: statutariamente la poetica biblica non è una poetica che implichi la finzione. La tragedia, se attinge alla Scrittura, attinge a una realtà di prima mano, non a un'altra finzione. E meno che mai si volge a un'esperienza vitale piatta e povera, perché giunge in cospetto della piú intensa pienezza psicologica, di scontri e lotte di straordinaria tensione tensione, situazioni etiche angosciose, aspro confronto tra personalità incredibilmente elevate, il tutto su un fondale teologico di ineguagliabile potenza. Un'ispirazione biblica, implicita o esplicita, si è già provata efficace in opere il cui elenco non sarebbe breve.
L'estetica tace ora per non incorrere in una metabasi dai suoi specifici compiti di interpretazione e di annuncio. Agli autori, e ai teatranti in genere, passi la parola sulla tragedia che, quando tragicamente detta, se non vale di piú, è certamente, nel suo modo, pari a quella pronunciata dalla speculazione concettuale.