Il rito , i balli
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Presenti per la maggior parte nel periodo invernale, sono sopravvissuti in provincia, o
sono da poco scomparsi, momenti di espressività collettiva, che inserendosi
nell'immaginario colletivo, rappresentano veri "eventi rituali", legati alle dinamiche sociali
del mondo contadino

( Francesco di Girolamo da Santa
Croce, nato a Venezia nel 1516 da
padre di origine bergamasca, di Santa
Croce. Particolare del dipinto: Madonna
col Bambino in una nube angelica)
I balli. Dei balli si coscono "la lavandina" e il "Bal del mort" (ballo del morto). Il primo, la
"lavandina", era eseguito da uomini e donne, al suono della fisarmonica o del baghèt. Si
svolgeva alternando due parti: la prima in cui le ballerine mimavano il lavare, tenedo il
fazzoletto in mano, stando inginocchiate, e sfregando il fazzoletto sulle ginocchia, mentre i
ballerini giravano loro attorno, nella seconda parte invece si formavano le copie, che si
muovevano al tempo della "marcia vecchia" (lo scottisch). Quando la musica ritornava sulla
frase del lavare, chi aveva il fazzolettio in mano, sia esso uomo o donna, ritornava all'azione
del lavare. I cavalieri che non riuscivano a formare una copia si muovevano all'interno dello
spazio del ballo, a tempo di musica, cercando di rubare il fazzoletto alla copia, fazzoletto
che era tenuto in mano o in tasca però a penzoloni, acquisendo così il diritto di ballare con
la donna
Il ballo del morto.Questo ballo rituale era eseguito da soli uomini, al suono della
cornamusa. Nella prima parte i due ballerini si muovevano assieme, saltando ora su di una
gamba ora sull'altra. Ad un certo momento uno dei due si fermava e rimaneva immobile, al
centro dello spazio del ballo. Il secondo lo invitava a riprendere e vedendo che questi si
rifiutava, lo "uccideva" con una coltellata nel torace. Il "morto" stramazzava per terra. L'
"assassino" allora si disperava, provava ad alzare gli arti, che però ricadevano, e la
musica accompagnava questa mimica con un andamento lento e senza tempo. Ad un
certo puno il "morto" decideva di non far più ricadere le gambe e le braccia. L'uccisore
riprendeva allora lena, rialzava il " morto" ora "resuscitato" ed il ballo riprendeva come
all'inizio con un allegro in 6/8
"Chiamare marzo- cacciare marzo"
Il rito di chiamare o cacciare un mese dell'anno, di
origini precristiane, ancora sopravvive in provincia. Ad
Ave di Ardesio si "caccia gennaio" l'ultimo giorno di
gennaio. A Dossena invece il rito è duplice: l'ultimo
giorno di febbraio si "chiama marzo" e l'ultimo giorno
di marzo invece si "caccia marzo". Questi riti
ripercorrono la valenza di allontanare le energie
negative dell'inverno assonnato, con la vita vegetativa
ferma, addormentata, "morta". Con il suono dei
campanacci delle mucche e dei corni di mucca o
caprone, frotte di ragazzi percorrono il paese in ogni
sua frazione, suonando a più non posso, per chiamare
e svegliare la bella stagione. A Dossena la ritualità si
sdoppia: l'ultimo giorno di febbraio si chiama la bella
stagione che da marzo deve farsi sentire e, non
contenti, l'ultimo giorno di marzo, sempre con la magia
del suono dei campanacci, si scacciano gli ultimi rigori
dell'inverno, e con esso tutte le energie e gli spiriti
contrari e negativi.
Sempre a Dossena è importane la tradizione del
carnevale. Un gruppo di uomini in maschera mette in
scena una sorta di "farsa" dove l'ironia, la beffa , il
gioco dissacrante con gli spettatori, il raccontare con
toni estremi drammatici ma anche irrimediabilmente
comici i momenti della vita quotidiana, sono la tematica
di ogni mascherata. La rappresentazione è aperta dalle
musiche del "bandì" e dall'arlecchino che delimita lo
spazio magico in cui la rappresentazione avrà luogo.
Terminata la farsa tutto si comclude con il ballo sempre
al suono del "bandì". Al riguardo si veda: Claudio Gotti,
" le mascherate di Dossena", Ferrari Editrice, Clusone
(BG) 2001.