ALMANACCO DEI "MISTERI D'ITALIA"

Le notizie del 2000

 


 
 
 
 

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La sentenza-
ordinanza del
giudice
Salvini

Piazza Fontana 
27 gennaio - Il capitano dei servizi segreti Antonio La Bruna, 72 anni, muore nell' ospedale di Bracciano. Ufficiale dei carabinieri, fu coinvolto tra l' altro nel caso Pecorelli, nella vicenda della Loggia P2 e nel processo per la strage di Piazza Fontana. Era stato ricoverato il 26 nel reparto di cardiologia, ma e' stato colto da un infarto nella notte. Con l'aiuto di alcuni giornalisti, La Bruna stava scrivendo un libro di memorie dal titolo provvisorio "Agli ordini dello Stato. Lo 007 piu' discusso racconta la sua verita"'. Il volume avrebbe svelato i retroscena delle attivita' anticomuniste alla fine degli anni Sessanta, le missioni svolte all'estero, le azioni svolte in aiuto di Gheddafi, i retroscena politici di piazza Fontana e del golpe Borghese, l'azione svolta in Italia dai servizi stranieri, a partire da quello americano e dal Mossad israeliano. La Bruna aveva dato un contributo rilevante alla prima inchiesta Salvini fornendo per la prima volta, oltre ad una ricostruzione ampia della vicenda, anche le copie delle registrazioni fatte nel corso dei colloqui con Remo Orlandini e gli altri cospiratori del "Golpe della Madonna" del 7 dicembre 1970. Molti retroscena di quella vicenda sono ricostruiti nel volune "La Notte della Madonna" che circolo' per qualche mese a meta' degli anni Settanta. Il giudice milanese Guido Salvini dice che "In questi ultimi tempi, La Bruna aveva cominciato ad accennare ad altre missioni svolte in Svizzera e Grecia". La figura di La Bruna, per il giudice Salvini, e' quella di "un ufficiale subalterno in servizio presso il vecchio Sid del generale Maletti, che aveva pagato per tutti, anche piu' di quelle che erano le sue colpe. Dall' inizio degli anni '90 aveva iniziato un percorso di riscatto e distacco da quel mondo, fornendo una preziosa collaborazione in particolare consegnando i nastri relativi al golpe Borghese e alla 'Rosa dei venti', che i suoi superiori avevano occultato". La Bruna avrebbe dovuto testimoniare anche al nuovo processo per la strage di Piazza Fontana, che si aprira' il 16 febbraio a Milano. I suoi verbali, con ogni probabilita', saranno acquisiti dalla Corte d' assise. Nell' ordinanza con la quale chiudeva l' inchiesta su Ordine Nuovo, il giudice Salvini parlava del capitano La Bruna definendolo "un capro espiatorio". "Essendo il soggetto meno forte - scriveva il magistrato -, il suo nome era stato utilizzato costantemente ogniqualvolta si era reso necessario, soprattutto da parte di Stefano Delle Chiaie, architettare una versione depistante e inquinante di qualche episodio nell' ambito dei ricatti e degli avvertimenti che Delle Chiaie, dopo le reciproche compromissioni, inviava periodicamente all' ambiente dei Servizi che lo aveva sempre protetto e doveva continuare a proteggerlo".

   2 febbraio - Il Gip Clementina Forleo respinge la richiesta di archiviazione dell'inchiesta per falso ideologico, presentata dal pm Mario Meroni, ed ha ordinato al pubblico ministero di formulare l'imputazione contro il prefetto Carlo Ferrigno e il questore Roberto Savio, indagati per un presunto ruolo nei depistaggi avvenuti nelle inchieste milanesi contro l'eversione di destra e in particolare in quella sulla strage di Piazza Fontana. Ferrigno e Savio finirono sotto inchiesta per falso ideologico, per iniziativa del Pm Pradella, pochi mesi dopo il ritrovamento di oltre 200 faldoni abbandonati in un deposito sulla via Appia, a Roma. Il materiale proveniva in gran parte dall'ex Ufficio affari riservati del Viminale e non e' stato ancora oggetto di una completa analisi da parte dell'autorita'giudiziaria. Il Pm Pradella ha esaminato solo una parte dell' archivio, migliaia di documenti in gran parte provenienti da un'attivita' di catalogazione condotta dall'ex funzionario dell'Ufficio affari riservati Silvano Russomanno.

 3 febbraio - L'estremista di destra Massimiliano Fachini, 58 anni, muore in un incidente stradale. La Fiat Bravo di Fachini e' coinvolta in uno dei tamponamenti avvenuti sulla A4 nei pressi di Grisignano (Vicenza). Fachini, dopo aver finito di scontare all'inizio degli anni '90, nel carcere di Belluno, una condanna defintiva per banda armata e associazione sovversiva, in relazione all'attivita' di Ordine Nuovo, era tornato a vivere nella sua citta' natale, Padova, dove lavorava come rappresentante di commercio. Il nome di Massimiliano Fachini e' entrato in tutte le maggiori inchieste sullo stragismo e sull'eversione di destra in Italia. Ma dai due capitoli piu' bui, la strage di Piazza Fontana e quella alla stazione di Bologna, nella quale era stato pur condannato all'ergastolo in primo grado, il neofascista padovano era uscito assolto. L'unica condanna definitiva a suo carico, cinque anni di carcere, era stata emessa dalla magistratura di Roma per il reato di associazione sovversiva e banda armata, in relazione alle attivita' di Ordine Nuovo. Descritto da alcuni pentiti come un esperto dinamitardo che progettava attentati e riforniva di armi ed esplosivo i gruppi della destra terrorista, Fachini aveva sempre negato tuttavia di aver avuto a che fare con "i Nar e lo spontaneismo". Amico intimo di Franco Freda, Fachini aveva inoltre sempre negato suoi collegamenti con i servizi segreti deviati, che gli erano stati attribuiti "calunniosamente" negli stessi ambienti della destra. Nell'inchiesta sulla strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura, Fachini, esperto di timer ed inneschi, era stato coinvolto invece successivamente alle sentenze della Corte d'assise d'appello di Catanzaro, prima, e Bari, poi, che avevano assolto Freda, Ventura e Valpreda. Nel 1989 la Corte d'Assise di Catanzaro aveva assolto Fachini per non aver commesso il fatto e con lui Stefano Delle Chiaie.

 4 febbraio - Dario Fo e Franca Rame lanciano un appello per invitare i milanesi a partecipare alle udienze del nuovo processo sulla strage di piazza Fontana che si aprira' ("finalmente", commenta il Premio Nobel) il 16 febbraio. "E' un fatto - sostengono – che hanno tentato di seppellire decine di volte. Hanno cercato di farlo uscire dalla storia quando e' stato il primo atto di una guerra. Ora sarebbe tragico se ci trovassimo li', al processo, solo in 5 o 6". L'invito a fare delle udienze dei "momenti di partecipazione attiva della citta' democratica" parte da Massimo Todisco, responsabile dell' Osservatorio di Milano che avrebbe raccolto l'adesione anche di Mario Capanna, Sergio Cusani, Lella Costa, Mario Cabassi, Milly Moratti, don Gino Rigoldi, Marco Formentini.

 9 febbraio - In un'intervista al Tg2 delle 13, Delfo Zorzi afferma che i servizi segreti avrebbero dato 100 milioni di lire a Martino Siciliano per spingerlo a indicare in lui l'autore materiale della strage. "Martino Siciliano - spiega Zorzi nell'intervista - riceve una comunicazione giudiziaria per la strage di Piazza Fontana, evidentemente fatta apposta per spaventarlo. A causa di questo, perde il suo lavoro e si riduce alla fame. I servizi segreti - aggiunge - gli danno sottobanco piu' di 100 milioni la prima volta, qualcosa d'altro forse piu' tardi. In cambio, riferisce di mie presunte confidenze rese davanti a persone che pero' lo smentiscono radicalmente". Zorzi - che si definisce "un cittadino giapponese" - parla anche dell'altro accusatore, Carlo DiGilio: "Viene estradato a Santo Domingo - afferma Zorzi - dopo aver accumulato 13 anni di condanna definitiva che non sconto' ne' scontera' mai. Per capire la ragione del suo odio nei miei confronti - aggiunge - devo dire che lui era ed e' convinto che io avessi sparso la voce nell'ambiente che lui era il vero autore della strage di Piazza Fontana". Zorzi continua a sostenere che il giorno dell'attentato alla Banca nazionale dell'Agricoltura non era a Milano ma a Napoli, per seguire dei corsi all'Universita' orientale. "Pensavo che si trovassero i registri - dice al Tg2 - e a quanto pare non si trovano piu' ". Quanto ai motivi della sua assenza in aula al processo che sta per iniziare, sostiene che questa vicenda "ha gia' visto la creazione di molti mostri che hanno scontato, innocenti, molti anni di galera: Valpreda, Freda, Ventura, Giannettini, Delle Chiaie. Io non intendo passare per l'ennesimo mostro rovinando la mia famiglia, la mia azienda per una strage che non ho commesso e che condanno". Zorzi sostiene anche di temere per la propria incolumita' ("Forse qualcosa potra' anche accadermi durante o alla fine del processo").

 10 febbraio - Nel suo intervento ad un dibattito organizzato dal Prc alla Camera del Lavoro di Milano, l' on.Giuliano Pisapia, deputato del gruppo Misto eletto nelle liste del PRC, afferma che "il Governo si e' impegnato di fronte alle vittime delle stragi a togliere il segreto di Stato, ma ancora non lo ha fatto". Per "vigilare" sul processo, il Prc e altre realta' milanesi hanno realizzato un Osservatorio sul processo. "Seguiremo nell' aula bunker tutte le udienze - ha detto Roberto Giudici, dell' Osservatorio - per comunicare e diffondere quello che avviene nel processo". L' Osservatorio realizzera' anche un sito Internet sul dibattimento.

 14 febbraio - In una conferenza stampa, l'avv. Federico Sinicato, che rappresenta la Provincia di Milano e un gruppo di familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, dice che "basterebbe il riconoscimento di responsabilita' di uno degli imputati per scoperchiare il meccanismo che ha portato alla strage di piazza Fontana". "E' un processo che si presenta lungo e complesso - ha osservato Sinicato - e che presumibilmente si concludera' fra un paio d'anni, e comunque non prima della fine del 2001 a causa delle centinaia di testimoni e della massa rilevantissima di documenti. Dipende anche da quali testimonianze saranno accolte dalla Corte. Ma e' solo un processo nuovo che non sara' diverso dai precedenti: tutti gli elementi di indagine non sono andati dispersi, cosi' come gli atti, i riscontri e le testimonianze". "E' fondamentale - continua Sinicato - riuscire ad attribuire una responsabilita' a uno degli imputati. Poi quanta pena scontera' o sconteranno i condannati non sara' importante: dipendera' dalla legge di allora".
 

 11 febbraio - Gli studenti delle scuole superiori milanesi ritengono che le Br sono responsabili delle stragi che hanno insanguinato l'Italia da piazza Fontana, a Ustica, dalla bomba alla stazione di Bologna a piazza della Loggia e all'Italicus. Da un sondaggio condotto dall'istituto Cirm su un campione di ragazzi degli ultimi anni delle superiori di Milano, il 43% attribuisce appunto alle Brigate rosse la responsabilita’ degli attentati; alla mafia il 38%; agli anarchici (25 studenti su cento), ai fascisti (22,9%) e ai comunisti (15,9%). Altre risposte indicano il gesto di un folle (13,8%), i socialisti (5,5%) e la Cia (il 4,7%). Ma quasi 20 su cento non sanno o non rispondono. Risulta inoltre che la fonte di informazione per eccellenza dei ragazzi sullo stragismo e’ la televisione (l' 84,3%), seguita dai giornali (46,6%), dalle famiglie (45,6%). Alla scuola il ruolo di fanalino di coda: e’ stata fonte di informazione solo per 17 ragazzi su cento. Gli studenti vorrebbero essere piu’ informati: cosi’ dichiarano 79,4 su cento. E affermano di attendere notizie soprattutto dagli storici ritenuti i piu’ credibili (54,4%), mentre all'ultimo posto in fatto di credibilita’ ci sono i sindacalisti. Quasi 78 su cento non sanno chi e’ Franco Freda ne’ Pinelli, e il 66,2% ignora chi e’ Pietro Valpreda.

 14 febbraio - Il giudice Guido Salvini, in un incontro organizzato dalla facolta' di giurisprudenza dell' universita' di Milano-Bicocca a due giorni dall' apertura del nuovo processo, si e' chiesto perche' la novita' da lui accertata che la strage di piazza Fontana fu "assistita per non dire ispirata dalla Nato", accusa contenuta in precise ordinanze dell' istruttoria, non ha provocato alcun dibattito parlamentare, non vi e' stata alcuna interpel>


Trasferimento interrotto.

se successo nulla. Salvini insieme al giornalista Maurizio Dianese (autore di un libro sulla strage e sul clima, sui protagonisti e sulle azioni del cellule venete di Ordine Nuovo) ha esternato questa sua convinzione: "l' America, la Nato, ispiro' la strage di piazza Fontana. E' emerso anche al processo al sedicente anarchico Bertoli per la strage davanti alla Questura di Milano del 17 maggio 1973". "Perche'? - si e' domandato Salvini - Perche' non sempre conviene rimuovere scheletri dall' armadio soprattutto quando c' e' l' esigenza di accreditarsi proprio nei confronti di coloro che quegli scheletri hanno prodotto. Diciamo che la magistratura su questo versante non ha dato il meglio di se'". Riprendendo le parole del magistrato, Dianese e' tornato sulle cellule padovana e veneziana di Ordine Nuovo facenti capo a Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio e ha affermato:"Digilio ha testimoniato in dibattimento dicendo di essere un bombarolo. Ha detto anche che aveva accesso alle basi americane in Veneto. Se non e' una notizia questa...". "La verita' - ha continuato - e' che alla Procura di Milano, a cominciare dal procuratore Gerardo D' Ambrosio, hanno lasciato il giudice Salvini solo". 

 16 febbraio - Il processo nell'aula bunker dell'ex carcere minorile Beccaria in piazza Filangieri comincia con una falsa partenza per lo sciopero degli avvocati. La prima udienza e' durata una ventina di minuti. Solo il tempo per l'adempimento di alcune procedure tecniche, come l'annuncio della costituzione di parte civile e la riunificazione di un procedimento a carico di Carlo Digilio a quello principale, che vede imputati gli estremisti di destra Delfo Zorzi (latitante in Giappone), il medico Carlo Maria Maggi, l'ex leader della Fenice milanese Giancarlo Rognoni e Stefano Tringali, quest'ultimo accusato solo di favoreggiamento. La prossima udienza e' fissata per il 24 febbraio. Il calendario che il presidente della seconda Corte d'Assise Luigi Martino ha fornito alle parti prevede sette udienze al mese e il presidente ha gia' annunciato che dalla prossima udienza consegnera' il calendario anche per i mesi dopo le ferie estive. Oltre al comune di Milano e ai familiari delle vittime, hanno annunciato che si costituiranno parte civile anche la Provincia di Milano, quella di Lodi, il Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno. In aula non era presente nessuno degli imputati.

 16 febbraio - Il quotidiano "Il Manifesto" pubblica un articolo di Pio D'Emilia su Delfo Zorzi, la cui cittadinanza giapponese sarebbe stata acquisita in modo irregolare. "Da quando -scrive Il Manifesto - l'ex militante di Ordine Nuovo di Mestre, divenuto un ricco, sì, ma forse anche un po' impaurito uomo d'affari in Giappone, è stato individuato dalla coraggiosa indagine condotta dal giudice Salvini come il presunto esecutore materiale della strage di Piazza Fontana, su di lui ne sono state dette e scritte di tutti i colori. Partendo da una serie di elementi incontrovertibili - le protezioni dell'Internazionale Nera, l'amicizia con Ryoichi Sasagawa, ricchissimo e decaduto ex criminale di guerra, e con Romano Vulpitta, insigne yamatologo costretto alle dimissioni, e il matrimonio con la figlia di un potente burocrate in odore di cosche, Yoko Shimoji - attorno a questo personaggio braccato, con il terrore di essere "scaricato" e magari ucciso si sono sbizzarriti un po' tutti. Ma la verita' e' forse piu' semplice, e dunque piu' inquietante, di quanto si pensi. Il governo giapponese non ha alcuna intenzione di "proteggere ad oltranza" questo ingombrante cittadino acquisito. Ce lo ha detto personalmente Sua Eccellenza l'ambasciatore del Giappone in Italia, Hiromoto Seki, persona squisita e corretta, che non ha nessuna difficolta' ad esprimere il suo stupore per quanto si dice e si scrive in Italia a proposito della presunta "chiusura" del Giappone alle richieste della magistratura italiana. Delfo Zorzi, che e' si' cittadino giapponese, ma che tale status ha acquisito nell'89 in seguito ad un procedimento di naturalizzazione revocabile in qualsiasi momento, non viene "restituito" all'Italia innanzitutto perche' nessuna autorita' italiana l'ha mai formalmente richiesto. L'assenza di un formale trattato di estradizione tra i nostri due Paesi non c'entra nulla: il Giappone non ha trattati di estradizione, valuta caso per caso. Un'autorevole e accreditata fonte del ministero degli interni giapponese ce lo ha confermato: in caso di richiesta di estradizione, o di semplice arresto cautelare, la magistratura giapponese puo' e deve aprire un'inchiesta e prendere una decisione. Ma la Farnesina, da quando Zorzi e' stato colpiti da mandato di cattura internazionale in seguito all'ordinanza del giudice Clementina Forleo (12/6/97), si e' limitata a chiedere la collaborazione della polizia giapponese (il trattato di cooperazione giudiziaria risale al '37, e' attualmente in corso una lunga trattativa per il rinnovo) per verificarne la reperibilita' in Giappone ed il possesso effettivo della cittadinanza nipponica. Basta. Nessuna pressione. D'Alema ha ricevuto nel frattemo Obuchi, Dini il suo collega Kohno: hanno parlato persino di prosciutti, ma non di Zorzi. I giapponesi, tra l'altro, hanno gia' "collaborato" con l'Italia in altri casi: ricordiamo quello di un membro della banda della Magliana, prelevato dal ristorante in cui lavorava e imbarcato senza tante storie su un aereo. Non e' da escludere che, alla luce di nuovi e importanti segnali politici a Tokyo, un caso simile possa ripetersi. Quanto alla cittadinanza giapponese, questa puo' essere revocata se risulta, ad esempio, che per ottenerla il candidato abbia mentito sui requisiti o non abbia adempiuto a certi obblighi. E presso la nostra ambasciata a Tokyo risulta che il signor Zorzi, alias Hagen Roi, nel 1994 abbia richiesto e ottenuto il rinnovo del passaporto italiano. Cinque anni dopo aver ottenuto la cittadinanza giapponese, la cui concessione e' subordinata alla contestuale rinuncia ad altre cittadinanze. L'ambasciata del Giappone attende istruzioni.". Dopo l'articolo del Manifesto, il ministero della Giustizia italiano spiega che l'articolo 2 della legge nipponica sulle estradizioni esclude espressamente l' estradabilita' dei propri cittadini ricercati. Tale divieto puo' essere derogato se vi sia un trattato di estradizione che preveda diversamente. Trattato che pero' tra Italia e Giappone non c'e'.

 23 febbraio - L'Ansa scrive che "Al riparo della sua nazionalita' giapponese, che lo rende non estradabile, Delfo Zorzi attende da Tokyo l'apertura del processo per la bomba di Piazza Fontana, in programma domani dopo la falsa partenza della scorsa settimana dovuta allo sciopero degli avvocati. Ma in realta' l'emigrato veneziano, accusato di essere tra gli esecutori materiali della strage, quel passaporto non potrebbe averlo, perche' ha violato la legge nipponica sulla naturalizzazione. Zorzi, in particolare, non aveva il quinto dei sei requisiti previsti dalla normativa, e cioe' non aveva rinunciato alla nazionalita' di un altro Paese, quella italiana, appunto, che ha invece mantenuto per altri otto anni. Gli altri cinque requisiti, secondo quanto precisato all'Ansa dal ministero della giustizia di Tokyo, sono: la residenza in Giappone da almeno cinque anni, la maggiore eta', l'assenza di precedenti penali, la capacita' di mantenersi economicamente e il riconoscimento della Costituzione giapponese. La naturalizzazione risale al 1989, ma soltanto nel 1997, quando la magistratura di Milano emise l'ordine di custodia cautelare nei suoi confronti, Zorzi fece riavere il passaporto all'ambasciata italiana a Tokyo, che cancello' il suo nome dall'anagrafe. Ma addirittura fino al gennaio di quell'anno aveva usufruito dei servizi della sezione consolare, dove si era presentato per ottenere un documento. Eppure Zorzi e' oggi a tutti gli effetti un cittadino giapponese. Mantengono invece la nazionalita' italiana la moglie, nata giapponese, che l'ha acquisita dopo il matrimonio, cosi' come i due figli. Fu proprio il passaporto acquisito da Zorzi che indusse nel 1997 la polizia di Tokyo a rispondere a una richiesta di informazioni da parte dell'Interpol italiana affermando che Zorzi non era estradabile. Il comma 9 dell'articolo 2 della legge nipponica sull'estradizione afferma infatti che nessun cittadino puo' essere consegnato alle autorita' giudiziarie di un altro Paese. E ad escludere qualsiasi soluzione diversa e' il fatto che tra Italia e Giappone non esiste un trattato sull'estradizione, ma un semplice scambio di note risalente al 1937. Zorzi, che oggi ha 52 anni, arrivo' in Giappone con una borsa di studio privata all'inizio degli anni '70, dopo essersi laureato alla facolta' di lingue orientali di Napoli. Dai primi anni '80 ha avviato una attivita' di importazione di prodotti di moda italiani che lo ha reso ricco. Nel 1989 e' stato uno dei 264 stranieri non coreani e non cinesi ad ottenere la nazionalita' giapponese. In precedenza un'altra richiesta di estradizione avanzata nel 1986 per associazione sovversiva e porto abusivo di munizioni da guerra era stata respinta dalle autorita' di Tokyo.". "Siamo sconcertati da queste inquietanti novita' e ci auguriamo che il governo faccia luce al piu' presto" commenta il deputato verde Nando Dalla Chiesa, che insieme ad altri deputati verdi (Paissan, Gardiol, Galletti, Leccese, Scalia e Procacci) ha presentato la settimana scorsa un'interrogazione con la quale si sollevavano dubbi sull'impegno da parte dei governi italiani per ottenere l'estradizione di Zorzi. "Ora esigiamo delle risposte – afferma dalla Chiesa - Infatti, dal Giappone e' confermata la violazione da parte di Zorzi della legge nipponica sulla naturalizzazione e non esiste inoltre tra Italia e Giappone nessun trattato di estradizione: dal nostro Paese non sono stati compiuti i passi necessari per ottenere il rientro di Zorzi".
 

23 febbraio - Il settimanale "Diario" pubblica un' inchiesta di Gianni Barbacetto e Enrico Deaglio sulla strage di piazza Fontana.

24 febbraio - in una conferenza stampa a Montecitorio i parlamentari di An Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, che hanno annunciato interpellanze sull'argomento alla Camera e al Senato sostengono che documenti relativi alla cosiddetta "controinchiesta" delle Brigate rosse sulla strage di piazza Fontana, sequestrati nell'ottobre del 1974 nel covo delle Br di Robbiano di Mediglia, "sono stati distrutti o sono comunque scomparsi": in questo modo "il giudice Salvini e' stato privato di elementi di rilevante interesse che, se fossero stati esaminati in sede giudiziaria, avrebbero potuto imprimere un indirizzo diverso alle nuove indagini sulla strage". I due esponenti di An ricordano che "la controinchiesta giunse alla conclusione che l'attentato era stato opera degli anarchici" - si e' incentrato soprattutto su un'audiocassetta contenente una "intervista-interrogatorio" cui "militanti o fiancheggiatori delle Br" sottoposero il prof. Liliano Paolucci, la persona che subito dopo la strage, in modo casuale, raccolse le confidenze di Cornelio Rolandi, il principale teste a carico di Pietro Valpreda. La trascrizione della cassetta e' stata ritrovata tra i documenti dell'avvocato Odoardo Ascari, ex difensore di parte civile nel processo per la strage, anch'egli presente alla conferenza stampa. La cassetta, pero' e' stata richiesta nel maggio 1999 dalla Commissione stragi sia agli uffici giudiziari di Torino, sia a quelli di Catanzaro, ma in entrambi i casi l'esito e' stato negativo. In particolare, e' risultato che a Torino buona parte del materiale sequestrato nel covo delle Br e' stato distrutto dai carabinieri della sezione anticrimine, su ordine della Corte d'Assise, che aveva chiesto di salvare solo quei reperti che potessero rivestire "valore documentario e storico scientifico". La procura generale di Catanzaro ha invece risposto alla Commissione che della cassetta, inviata in copia dall'allora giudice istruttore Gian Carlo Caselli, titolare delle indagini sul covo Br, "non vi e' mai stata traccia". "L'uomo che ha fatto saltare la banca dell'Agricoltura l'ho accompagnato io". E' questa la rivelazione fatta dal tassista Cornelio Rolandi (il teste-chiave contro Pietro Valpreda nei processi per la strage di Piazza Fontana) a Liliano Paolucci, secondo quanto afferma quest'ultimo nella trascrizione della cassetta di cui i parlamentari di An Mantica e Fragala' hanno denunciato oggi la scomparsa. "Erano circa le 16 di venerdi' 12 dicembre, mi trovavo in piazza Beccaria - dice Rolandi a Paolucci - quando dalla Galleria del Corso vidi venire verso piazza Beccaria un uomo dalla apparente eta' di 40 anni, si avvicino' a me e mi disse: alla Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana. (...) Io gli dissi: 'ma signore, e' qui a due passi, fa prima a piedi'. Egli non disse niente, apri' lo sportello e si introdusse nel taxi; in quel momento, mentre saliva sul taxi, vidi che portava una valigia, una borsa, una grande borsa, che mi sembro' molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla banca. Cinque o sei minuti dopo egli scese dal taxi, entro' frettolosamente nella banca dell'Agricoltura ed usci' ancora frettolosamente. Saranno passati 40-50 secondi, un minuto al massimo, entro' nel taxi... Dopo che era sceso da un quarto d'ora seppi dell'attentato... Allora in quel momento collegai i fatti e mi ricordai che quando il passeggero era entrato nella Banca aveva la valigetta nera e quando era uscito non l'aveva piu'".

  24 febbraio  - Il capogruppo Ds in commissione stragi Walter Bielli e il responsabile della giustizia diessino Carlo Leoni, in un'interrogazione al presidente del consiglio e al ministro della giustizia, chiedono "quali iniziative intende assumere il Governo italiano nei confronti delle autorita' giapponesi per ottenere l'estradizione di Delfo Zorzi e contribuire cosi', a piu' di 30 anni dalla strage di Piazza Fontana, alla ricerca della piena verita' sugli esecutori e i mandanti di quel crimine". Bielli e Leoni ricordano che "l'Interpol rifiuto' di eseguire l'ordine di cattura internazionale richiesto nel 1997" perche' Zorzi "avrebbe acquisito la cittadinanza giapponese nel 1989", ma "non era a conoscenza delle autorita' italiane il fatto che solo dopo l'ordine di cattura della magistratura Zorzi restitui' il suo passaporto alla ambasciata italiana a Tokyo; fino a quella data dunque aveva mantenuto la cittadinanza italiana e quindi era (ed e') estradabile". Il ministero della giustizia ha chiesto ai dicasteri dell' Interno e degli Esteri "elementi circa la possibilita' della revoca della cittadinanza giapponese ottenuta da Delfo Zorzi nel 1989", e in particolare per il fatto che lo stesso nel 1994 avrebbe richiesto ed ottenuto il rinnovo del passaporto italiano. Del passaporto e della cittadinanza di Delfo Zorzi aveva parlato a lungo Martino Siciliano, amico d'infanzia del neofascista veneto. "Mi risulta per certo - aveva detto al giudice Guido Salvini - che Zorzi collaboro' attivamente con le autorita' nipponiche alla smantellamento della Japan red army, cioe' un gruppo armato equivalente alle Brigate rosse, ed anche per questo a mio parere gli venne concessa la cittadinanza giapponese". Vincenzo Vinciguerra, in carcere per la strage di Peteano, interrogato dai magistrati, aveva spiegato che Zorzi era in possesso di un passaporto diplomatico. "Ho sempre segnalato - raccontava Vinciguerra - la presenza di Ordine nuovo nel Veneto di elementi inseriti negli apparati dello Stato". E aveva aggiunto: "Rammento, a questo proposito, Delfo Zorzi sul conto del quale chiedo che sia approfondita la sua posizione anche alla luce della concessione da parte del ministero degli Esteri a costui di un passaporto diplomatico". Vinciguerra ai giudici ha ricordato che la circostanza del possesso da parte di Zorzi di un passaporto diplomatico era emersa nel corso del processo in Corte d'assise per la strage di Peteano. 

  24 febbraio  - Il procuratore della Repubblica di Milano Gerardo D'Ambrosio e' presente in aula al processo per la strage di piazza Fontana. Il procuratore ha preso posto a fianco dei due sostituti, Grazia Pradella e Massimo Meroni, che hanno condotto l' inchiesta. "La mia presenza qui - ha detto D'Ambrosio conversando con i giornalisti - sta a significare quanto stia a cuore alla Procura di Milano l' accertamento della verita'". D'Ambrosio ha ricordato quando il processo per la strage venne spostato dalla Cassazione a Catanzaro: "Con Alessandrini stavamo per chiedere il rinvio a giudizio degli imputati perche' avevamo individuato la pista giusta. Ci sono voluti 30 anni perche' fosse finalmente riconosciuta la competenza territoriale di Milano per quella strage".

  24 febbraio  - Seconda udienza del processo. L' avvocato Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi, chiede il trasferimento a Catanzaro del processo per la strage di piazza Fontana, per incompetenza territoriale dei giudici di Milano. A Catanzaro vennero celebrati tutti i processi relativi alla strage della Banca dell'Agricoltura, dopo che la Cassazione aveva accolto l'istanza di legitima suspicione presentata dalle difese. All'epoca la Cassazione decise che, per ordine pubblico e per questioni ambientali, a Milano non era possibile celebrare il processo. La richiesta si basa sul proscioglimento in istruttoria di Carlo Digilio, esperto d'armi e presunto referente della Cia, disposto dai giudici di Catanzaro nel 1986 nell'ambito del procedimento nei confronti dell'ex leader di Avanguardia nazionale, Stefano Delle Chiaie. Pecorella ha ricordato ai giudici che nel 1996 i magistrati di Milano hanno annullato il provvedimento di proscioglimento di Digilio: "atto che non potevano fare - ha detto il legale - perche' la revoca di un proscioglimento puo' essere emessa solo dal giudice che lo ha disposto". Pecorella ha quindi spiegato che avendo comunque ora aperto i giudici di Milano un'inchiesta che coinvolge anche Digilio, gli atti devono essere trasmessi a Catanzaro. Nell'udienza di oggi il legale ha anche chiesto che Carlo Digilio venga giudicato incapace di sostenere il processo a causa dello suo stato di salute in seguito all'ictus subito alcuni anni fa. I giudici della seconda Corte d'Assise di Milano, davanti ai quali si sta celebrando il processo per la strage di piazza Fontana, hanno respinto l' istanza presentata da Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento, di essere giudicato con rito abbreviato. I giudici hanno deciso che il favoreggiamento di Tringali nei confronti degli altri imputati non puo' essere scisso dal processo principale per strage. I giudici accolgono anche la richiesta della presidenza del Consiglio dei ministri di costituirsi parte civile Accolte anche la richiesta di costituzione di parte civile del ministero dell' Interno, del comune di Milano e delle province di Milano e Lodi. Alla seconda udienza c'era anche Pietro Valpreda. "Sono qui con gli amici del Ponte della Ghisolfa. - ha spiegato Valpreda - Allora noi anarchici eravamo stati presentati come gli unici colpevoli. Oggi c'e' un processo che testimonia la nostra assoluta estraneita'". Valpreda ha quindi aggiunto: "in questa vicenda rimane il punto oscuro della morte di Pinelli. Non possiamo dimenticare che all'epoca il questore Guida disse che si era ucciso perche' coinvolto nella strage e perche' Valpreda aveva parlato". E poi ancora: "Noi gridavamo la nostra innocenza e dicevamo che la strage era di Stato. Eravamo ottimisti perche' da questa ultima inchiesta e' emerso che i servizi segreti degli Stati coinvolti sono almeno tre". 

  25 febbraio  - Terza udienza del processo. La richiesta di trasferire a Catanzaro il processo per la strage di Piazza Fontana ha suscitato contestazioni davanti all'aula bunker dove si sta celebrando il processo. Anche in aula si e' verificato un battibecco tra avvocati della difesa e quelli della parte civile, subito sedato dal presidente. Militanti di Rifondazione comunista e l'Osservatorio di Milano hanno appeso alla cancellata dell'aula bunker cartelli con la scritta "Pecorella vergognati, il processo non si tocca". In aula, mentre il pm Massimo Meroni stava intervenendo per replicare alla richiesta di trasferimento del processo a Catanzaro e' scattato il battibecco. Il pm stava ricordando che all'epoca il processo venne trasferito per motivi di ordine pubblico, per cui l'avvocato Antonio Franchini, l'altro difensore di Zorzi, e' intervenuto: "Signor presidente, sono stati appesi manifesti contro l'avvocato Pecorella. Le chiedo di farli rimuovere. Gli avvocati della difesa devono essere protetti". E' intervenuto l'avvocato Federico Sicato, legale di parte civile: "Se qualcuno si sente offeso sporga denuncia. L'avvocato Pecorella ha diritto di parola in aula, loro hanno diritto di manifestare le proprie opinioni fuori". L'avvocato Franchini ha replicato:"Mi faccia il piacere. E' incredibile che un collega dica queste cose". E' allora intervenuto il presidente Luigi Martini che ha riportato la calma: "Ho competenza per cio' che accade dentro l'aula. Per cio' che accade fuori c'e' il servizio d'ordine. Tranquillizzo l'avvocato Franchini: siete tutti sotto la protezione della Corte come direbbero i sudditi di sua maesta' britannica. Ritengo inopportuno l'intervento dell'avvocato Sicato". In serata l'avvocato Pecorella ha reso noto che lui e il collega Franchini, difensori di Delfo Zorzi, presenteranno denuncia contro gli autori del manifesto affisso fuori dall' aula, e contro uno dei contestatori che, secondo il legale, si sarebbe espresso con frasi minacciose. I giudici della seconda Corte d' Assise di Milano sono entrati in camera di consiglio poco dopo mezzogiorno per decidere se accogliere o meno le eccezioni preliminari proposte dalla difesa degli imputati, tra le quali anche quella di trasferire il processo per la strage di piazza Fontana a Catanzaro. Il pubblico ministero Massimo Meroni, nell' udienza di stamane, si e' opposto a tutte le eccezioni proposte dalla difesa, compresa quella del trasferimento del processo a Catanzaro. Il pubblico ministero Meroni ha spiegato i motivi per i quali il processo deve continuare a Milano: "La costruzione della difesa sulla competenza di Catanzaro e' radicalmente errata. Non vi sono dubbi neppure per la difesa che per quanto riguarda gli imputati Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi, la competenza e' di Milano. E' pacifico anche per le difese, inoltre, che le sentenze della Cassazione che trasferirono il processo a Catanzaro non hanno alcuna incidenza con il procedimento a carico di questi imputati. Esiste il problema Carlo Digilio e le difese non spiegano perche' mai dovrebbe prevalere la sua posizione rispetto a quella degli altri". Il pm ha contestato che la revoca del proscioglimento di Digilio a Catanzaro dovesse essere emessa dallo stesso giudice e non dal Gip di Milano come e' avvenuto. "Il vecchio codice prevedeva che fosse il giudice istruttore a revocare il prosciogliemnto. Il nuovo codice di procedura penale ha fatto una scelta: la revoca di un precedente proscioglimento la decide il Gip che dispone il giudizio". Meroni si e' opposto anche all'eccezione dell'avvocato Pecorella, secondo cui Carlo Digilio sarebbe incapace di presenziare al processo per i postumi di un ictus. "Premesso - ha detto il magistrato - che non ho mai visto i legali di un altro imputato sollevare questo problema, e' bene ricordare che una perizia ha gia' accertato che Digilio ha la capacita' di stare in processo". Dopo aver ricordato che una prima perizia aveva evidenziato le difficolta' di Digilio nel ricordare, il magistrato ha spiegato che al processo per la strage davanti alla questura di Milano, in corso davanti ai giudici della quinta Corte d'assise, un'altra perizia lo ha ritenuto idoneo. Digilio, ha ricordato Meroni, e' stato ritenuto in grado di difendersi e testimoniare anche al termine di una perizia disposta dai magistrati di Brescia che indagano sulla strage di Piazza della Loggia. I giudici della seconda Corte d'Assise di Milano leggeranno le loro decisioni il 17 marzo, data della prossima udienza.

7 marzo – L’ inchiesta condotta all'inizio degli anni Settanta dalla rivista 'Controinformazione' su piazza Fontana e', sia pure in trascrizione e non piu' sulle originarie cassette audio, dove doveva essere e cioe' nell'aula bunker di Torino dove si svolse il processo alle Br e alla rivista, che ne rappresentava la 'voce' piu' o meno ufficiale.  Si tratta in gran parte dei reperti di cui, la scorsa settimana, An aveva denunciato la “distruzione”, chiedendo accertamenti  sulla decisione adottata dopo che la Corte di Catanzaro aveva fatto sapere alla Commissione stragi che le cassette della inchiesta (ma non le trascrizioni e diversi originali) erano state distrutte dai carabinieri di Torino nel 1992 su ordine della magistratura. Queste carte vennero ritrovate nella base-archivio di Robbiano di Mediglia dai carabinieri nell'ottobre del 1974. Diversi reperti erano pero' di difficile decifrazione ed altri erano in cassetta e cosi' il magistrato dell'epoca, Giancarlo Caselli, decise di far trascrivere le cassette e di sunteggiare le agende e altri documenti manoscritti. Il tutto entro' a far parte del procedimento sulla rivista vicina alle Br e quando si arrivo' al processo al nucleo storico Br il tutto fu spedito a Torino. An aveva rintracciato copia di una intervista-testimonianza del Prof. Liliano Paolucci presso lo studio dell'avvocato Ascari che narrava a due interlocutori come raccolse la testimonianza di Cornelio Rolandi su Valpreda, ma questo e altro materiale dell'inchiesta e' nei faldoni, a Torino. La possibile confusione tra cassette originali e trascrizioni e la semplice verifica a Torino della presenza delle carte nei faldoni del processo ha ora chiarito la questione. Nel frattempo la commissione Stragi, che aveva ricevuto direttamente altre carte su piazza Fontana provenienti dalla base Br dall'avvocato Giannino Guiso, alcuni mesi fa, durante la sua audizione a San Macuto, ha gia' ricevuto copia della documentazione raccolta. Tra le carte diverse trascrizioni della inchiesta su piazza Fontana e interrogatori di Marco Pisetta, il primo infiltrato nelle Br che testimoniano un elemento finora non messo in luce, la presenza di uomini vicini ad Avanguardia Nazionale nei Gap di Trento fin dal nascere della struttura, a meta' del 1968. Tra l'altro si afferma nelle carte che uomini dei Gap venivano a Roma per riferire ad Adriano Tilgher, all'epoca braccio destro di Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale. 
 

16 marzo – Muore Libero Mazza, che e’ stato prefetto di Milano dal 1966 al 1974. Il suo nome e' rimasto legato anche al 'rapporto Mazza', il memorandum inviato nel dicembre 1970 al ministro dell'Interno per riassumere il quadro dell'ordine pubblico a Milano ed evidenziare i pericoli legati ai fermenti nel mondo extraparlamentare. Nel 1979 e' stato eletto senatore, nell'VIII legislatura, come indipendente nelle liste della Dc.

17 marzo - I giudici della seconda Corte d'Assise (presidente Luigi Martino) respingono tutte le eccezioni presentate dagli avvocati difensori degli imputati. Una delle eccezioni riguardava il trasferimento del processo a Catanzaro.Il processo per la strage di piazza Fontana resta quindi a Milano. I giudici hanno definito “infondate” le motivazioni portate dalla difesa e favorevoli al trasferimento. Respinta anche l’ eccezione sollevata dall'avv. Gaetano Pecorella sulla incapacita' da parte di Carlo Digilio di sottoporsi a processo per le sue condizioni di salute. Secondo i giudici della Corte d'Assise di Milano anche questa argomentazione e' “infondata” perche’ esiste gia' una perizia che ritiene Carlo Digilio in grado di difendersi e di assistere al processo. I giudici hanno inoltre osservato che in questo processo Digilio ha gia' dimostrato concretamente di essere in grado di difendersi non presenziando al dibattimento e spiegando di ritenersi adeguatamente assistito dal suo legale. I giudici hanno dichiarato infondate anche le eccezioni relative a un presunto ritardo nell'iscrizione nel registro degli indagati di Delfo Zorzi. I giudici della Corte d' Assise di Milano hanno spiegato che rispetto alla prima notizia dell' aprile del '94 alla iscrizione nel registro degli indagati che avviene nel luglio del '95, la Procura non ha mai avuto un atto concreto in mano e non ha mai compiuto alcun atto investigativo.Respinta anche l'eccezione sulla nullita' del decreto che dispone il giudizio in quanto a Delfo Zorzi non sarebbe stato inviato l'invito a comparire e inoltre sono state respinte le eccezioni che riguardano Tringali. Quest' ultimo attraverso il suo legale, aveva chiesto la separazione del procedimento. Tringali e' accusato solo di favoreggiamento. “E' una grande soddisfazione per noi familiari. Questo - dice Luigi Passera, presidente dei familiari delle vittime - e' un buon inizio per un processo che si annuncia lungo e difficile. I legali degli imputati si attaccheranno a tutti i cavilli. Pero' oggi il dato positivo e' che il processo e' partito e si fa a Milano”. Accanto a lui c'e' Manlio Milani, presidente dei familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia:“Una decisione importante - dice - che in qualche modo ripara i torti subiti in trent'anni con tutti i trasferimenti. Un segnale che c'e' la voglia di andare fino in fondo”. Segnale che Milani coglie anche nella sentenza di qualche giorno fa per la strage alla questura di Milano, dove gli imputati, alcuni dei quali coinvolti anche nel processo per piazza Fontana, sono stati condannati all'ergastolo. Mario Capanna, ex leader del Movimento studentesco, e' felice: “Non dico che e' una vittoria perche' mi parrebbe strumentale e sproporzionato. Pero' dico che questo e' un atto di giustizia. I giudici di Milano hanno riconosciuto oggi cio' che noi dicevamo trent'anni fa: il processo va fatto a Milano”. Dario Fo, che segue in aula tutte le udienze, definisce “storica” la decisione e annuncia che sta pensando di riproporre a teatro la commedia “Pum Pum, chi e'? La polizia”, nel quale si parlava delle indagini sulla strage. L'avv. Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi, dichiara che continuera' la sua battaglia. “La decisione presa dai giudici - ha detto Pecorella - e' errata. Almeno quella della revoca del non luogo a procedere a carico di Carlo Digilio”. Secondo Pecorella la revoca del non luogo a procedere non poteva essere emessa dalla magistratura milanese, ma da quella di Catanzaro che l'aveva appunto disposta. “Abbiamo fatto bene - ha detto Pecorella - a proporre queste eccezioni che riproporremo puntualmente nelle altri sedi processuali”. “Il problema – precisa Pecorella - e' di non lasciare nei processi dei buchi che poi si scontano quando, inutilmente, il processo e' gia' stato celebrato” e spiega che “la Cassazione prima o poi interverra' e quindi stiamo facendo un processo inutile”. Il pm Grazia Pradella, che con il collega Massimo Meroni sostiene l'accusa, commenta invece:“Siamo soddisfatti perche' i giudici hanno dato ragione alla nostra impostazione. Ora si apre il processo che sara' lungo e difficile”. Il deputato dei Verdi Nando Dalla Chiesa commenta che, raggiunto l'obiettivo di mantenere a Milano il processo per la strage di Piazza Fontana, bisogna ora puntare all'estradizione in Italia di Delfo Zorzi. Dalla Chiesa si rivolge in particolare alle “autorita' politiche” affinche' facciano “tutto quello che possono per ottenere l'estradizione dal Giappone di Zorzi. La vera natura del cambiamento di un sistema politico-istituzionale – conclude - sta ben piu' che nelle ingegnerie elettorali, nella capacita' di andare fino in fondo e senza riguardi per nessuno nell' accertamento della verita’”.

17 marzo – Al processo per la strage di piazza Fontana, due feriti, Enrico e Patrizia Pizzamiglio, presentano un' istanza nella quale denunciano il fatto di non essersi potuti costituire parti civili al processo non essendo stati avvisati ufficialmente del processo. I due, come altri feriti della strage, erano parti civili al processo di Catanzaro. Il pm Massimo Meroni ha replicato spiegando che in un processo di strage hanno diritto alla costituzione di parte civile solo i familiari delle vittime. L'avvocato Sinicato, patrono di parte civile per i familiari delle vittime, ha invece suggerito dalla prossima udienza la sospensione per un mese del processo, al fine di consentire attraverso la stampa la notifica collettiva ai feriti, per consentire a tutti di potersi costituire parte civile.

22 marzo - La federazione milanese di Rifondazione Comunista ha attivato sul suo sito internet una sezione di documentazione sul processo per la strage di Piazza Fontana. L'iniziativa - afferma il Prc - si ricollega alla costituzione di un Osservatorio Democratico gia' avviato il 16 febbraio scorso al momento dell'avvio del processo. Il sito, in via di completamento, si propone di offrire materiale di documentazione, sia storico che processuale, il calendario e il resoconto delle udienze, una rassegna stampa e una galleria fotografica. Nel giro di pochi giorni, in particolare, Prc annuncia la pubblicazione “della lunga e interessantissima relazione del Ros dei carabinieri sul coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella strategia della tensione. Cioe' sui rapporti fra la Cia, le basi Nato del Veneto e il gruppo neofascista di Ordine Nuovo”.

22 marzo - Delfo Zorzi, uno dei principali inquisiti per la strage di Piazza Fontana, in un'intervista alla Stampa respinge le accuse nei suoi confronti e afferma di essere “un capro espiatorio”. Zorzi, che vive in Giappone dove si e' affermato come uomo d'affari ed ha ottenuto la cittadinanza, afferma di vivere “come un cancro” la vicenda che lo vede protagonista e sostiene che “il processo si dovrebbe chiudere con un'assoluzione piena”. “Il 12 dicembre 1969 - dichiara - io ero a Napoli. La prima volta che ho visto Piazza Fontana e’ stato nel 1993. Non e' possibile che un innocente venga condannato. In Italia sono andati a cercare i colpevoli di serie A, di serie B, le giovanili e ora siamo arrivati ai pulcini. D'altra parte, se la destra avesse commesso l'attentato, si sarebbe suicidata e non rafforzata. Non ho messo io la bomba e penso nessuno degli imputati in questo processo. La strage e' servita a disegni politici diversi”. Zorzi espone il suo punto di vista sulle indagini che lo riguardano: “Gran parte delle persone che hanno militato a destra nel Triveneto fuori dall'Msi, a causa del magnete Freda, sono state indagate. Potevo pensare di essere sentito come testimone, mai d'essere accusato come il mostro. E' stata un'escalation iniziata nel '94 e che ora sta trovando il suo culmine”. 

13 aprile - Processo per la strage di piazza Fontana: Edgardo Bonazzi, estremista di destra dice:"Nel carcere di Nuoro Nico Azzi mi disse che a collocare la valigetta con la bomba nella Banca Nazionale dell'Agricoltura fu Delfo Zorzi". Bonazzi spiega ai giudici di avere appreso questa notizia nei primi anni '80, quando nelle carceri italiane era aperto un "dibattito" tra gli estremisti di destra sul ruolo avuto dai servizi segreti nelle stragi, un dibattito che vedeva schierati i "fascisti rivoluzionari" come si e' dichiarato Edgardo Bonazzi, e i piu' giovani come Giusva Fioravanti, contro i cosiddetti "vecchi" di Ordine Nuovo e di Avanguardia nazionale: "Noi sapevamo che quelli di Ordine nuovo erano stati strumentalizzati dai servizi". "Io se avessi potuto - ha ricordato Bonazzi - coloro che avevano partecipato alle stragi li avrei eliminati". E a proposito dell'accoltellamento di Franco Freda, avvenuto nel carcere di Novara, ha spiegato: "Sapevo che lo volevano uccidere per il suo coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Cercai di evitare che lo ammazzassero. Non me ne fregava niente se lo pestavano. Importante, per noi era che questi personaggi, compromessi con i servizi segreti e le stragi, fossero allontanati dalle sezioni del carcere dove eravamo detenuti noi". Bonazzi, condannato a 14 anni e otto mesi per l'omicidio di un giovane di sinistra, ha ricordato che sull'autore della strage c'erano versioni contrastanti. Un altro terrorista di destra, Sergio Calore, nel 1982, in carcere, gli disse che Franco Freda gli aveva confidato che a collocare la valigetta con la bomba nella banca dell' Agricoltura di Milano era stato Massimiliano Fachini. "Io - ha spiegato Bonazzi - non ho creduto a questa notizia anche perche' in quegli anni riferire una cosa come questa voleva dire far ammazzare Fachini". Bonazzi ha anche spiegato che in carcere gli era stato spiegato da Guido Giannettini e da Nico Azzi, che la strage di piazza Fontana, faceva parte di una serie di attentati che non avrebbero dovuto fare vittime, ma creare panico tra la popolazione e giustificare l'intervento dell'esercito e quindi il golpe. "Giannettini - ha spiegato Bonazzi - disse pero' che dalle modalita' con cui era stata eseguita la strage di piazza Fontana gli sembrava strano che fosse stata fatta per non provocare vittime". Del dibattito all'interno delle carceri per far luce sugli anni dell stragi e per "smascherare" chi aveva "avuto rapporti sporchi" con i servizi segreti ha parlato anche Giusva Fioravanti, che ha confermato come Bonazzi di avere appreso che, dopo la strage, era stato organizzato un piano per fare ritrovare in una villa dell' editore Giangiacomo Feltrinelli timer uguali a quelli usati per piazza Fontana. Fioravanti ha anche affermato che in carcere gli era stato spiegato che la strage di piazza Fontana era stato un errore: "Mi spiegarono che forse non aveva funzionato il timer". Nella sua lunga deposizione Giusva Fioravanti ha parlato anche di "Zio Otto", un misterioso personaggio, ora identificato in Carlo Digilio, imputato al processo. "Ero molto interessato alla vera identita' di Zio Otto perche' poteva essere un alibi per me e mia moglie per la strage di Bologna. Il 2 agosto del 1980, infatti, ci trovavamo a Padova con Gilberto Cavallini, il quale doveva incontrare questo Zio Otto per fare modificare delle pistole. L'incontro non ci fu e io e mia moglie ritornammo a Treviso". Fioravanti ha anche raccontato che durante il processo per la strage di Bologna il capitano dei carabinieri Garzer gli disse che Zio Otto era stato arrestato. "Riferii la notizia a Cavallini - ha detto Fioravanti - il quale mi disse che la persona arrestata non era il vero Zio Otto". Alla domanda se avesse conosciuto Carlo Digilio, identificato nel vero Zio Otto, Fioravanti ha spiegato di averlo conosciuto in carcere quando venne estradato ma di avere avuto sospetti sul suo ruolo e di avere evitato ogni rapporto. 

13 aprile - L'avvocato Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi, commentando le dichiarazioni del primo ministro giapponese sull'esame della possibilita' di concedere l'estradizione, dice:"Che mi risulti non e' neppure stato avviato l'iter per la revoca della cittadinanza giapponese. Solo dopo questa pratica amministrativa sara' possibile parlare di estradizione".

14 aprile - Processo per la strage di piazza Fontana: depone come testimone Angelo Izzo, che quando scoppio' la bomba alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, era solo un ragazzino. Pochi anni dopo, pero', entro' a far parte dei gruppi di estrema destra a Roma e nel 1975 venne arrestato per la strage del Circeo. "Franco Freda - ha ricordato Izzo - quando eravamo nel carcere di Trani mi disse che Massimiliano Fachini aveva avuto una parte operativa nella strage". Alla richiesta di una precisazione da parte di un avvocato difensore di Delfo Zorzi, l'uomo che per l'accusa colloco' la valigetta con la bomba all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura, sull'effettivo ruolo di Fachini, Izzo ha replicato: "Freda non mi disse che fu lui a mettere la bomba. Mi disse che aveva avuto un ruolo operativo, non che fu lui a collocare l'ordigno". Angelo Izzo, ingrassato, quasi completamente calvo, vestito con una tuta blu, racconta tutti i particolari sulla sua militanza e dice che ora prova orrore. "Facevamo attentati anche alle sedi dell'Msi - racconta Izzo -perche' venissero accusati i comunisti. Gli attentati dovevano servire per creare le condizioni che giustificassero un golpe. Mettemmo a segno anche un attentato in una sede del Msi dove rimase ferita la futura moglie di Gianfranco Fini". Izzo ha anche raccontato che, per creare il clima favorevole al golpe, molti gruppi della sinistra extraparlamantare erano stati infiltrati:"Non temevamo gli studenti extraparlamentari, quelli li avremmo spazzati via con due carri armati. Il problema nostro era l'eliminazione dei quadri del Pci, del sindacato, di Magistratura democratica e dei genitori democratici". "C'era aria di golpe -dice anche Izzo - aria di presa del potere. Esistevano rapporti con apparati dello Stato che ci davano questa illusione. Tutti riconoscevamo in Borghese il capo". Dopo Izzo sono stati sentiti altri testi, tra cui Giampaolo Stimamiglio, ex ordinovista veneto, che ha parlato dei suoi rapporti con Giovanni Ventura e di Pino Rauti. "Quando andai in Argentina a trovare Giovanni Ventura - ha ricordato Stimamiglio - sorridendo mi disse che se volevo sapere qualche cosa su Piazza Fontana avrei potuto chiedere a Delfo Zorzi". Stimamiglio ha parlato anche della sua militanza in Ordine Nuovo e della sua partecipazione ad un campo nel quale i giovani si addestravano alla resistenza in caso di invasione dall'Est: "responsabili del campo erano Pino Rauti, Paolo Signorelli e Giulio Maceratini. Mi stupii quando nel settembre del '69 Pino Rauti decise di rientrare nell' Msi. Era una scelta che contrastava con quanto aveva affermato prima. Diceva che l'Msi vendeva i voti alla Dc". Stimamiglio ha quindi raccontato che personaggi come Elio Massagrande, Massimiliano Fachini, Paolo Signorelli e Clemente Graziani, in seguito, gli spiegarono che Rauti decise di rientrare nell'Msi perche', dopo gli attentati ai treni dell'estate del 1969, "qualcuno lo minaccio' di coinvolgerlo in tutti gli attentati che sarebbero avvenuti anche in seguito". 

14 aprile - Fonti del ministero della giustizia giapponese, citate dall'agenzia 'Kyodo', affermano che il ministero ha avviato un'inchiesta su Delfo Zorzi che potrebbe portare alla revoca della cittadinanza giapponese concessagli nel 1989 e quindi alla sua estradizione verso l'Italia, dove e' imputato nel processo per la strage di Piazza Fontana. In base alla legge giapponese un cittadino del Paese non puo' essere estradato all'estero. Ma per ottenere tale cittadinanza, sottolineano le fonti, uno straniero deve dimostrare di avere tenuto una "buona condotta". Quindi, sottolineano i funzionari del ministero della giustizia, se il governo giapponese dovesse trovare fondamento alle accuse mosse dall'Italia, Zorzi potrebbe essere privato della nazionalita' nipponica. Le fonti non hanno invece fatto riferimento al fatto che Zorzi abbia mantenuto anche il passaporto italiano per altri otto anni dopo la naturalizzazione, nonostante la legge richieda la rinuncia ad altre nazionalita'. Anche il ministro della giustizia giapponese, Hideo Usui, in risposta ad  un' interrogazione presentata dal Partito democratico del Giappone (Dpj) conferma in parlamento che il suo dicastero ha aperto un'inchiesta e "sta studiando attentamente" la richiesta di estradizione presentata  dall' Italia per Delfo Zorzi. Un dirigente del ministero che era con il ministro, Yuki Hosokawa, si e' spinto un po' oltre: "Non esiste la possibilita' di revocare la nazionalita' - ha precisato - ma si puo' annullare il procedimento di acquisizione. E ci stiamo preparando a questo". "Dobbiamo essere severi con il terrorismo - ha affermato il ministro Usui in una conferenza stampa - Il ministero sta considerando ogni aspetto per le misure da prendere". Il deputato del Dpj che ha presentato l'interrogazione, Nobuto Hosaka, citando un articolo del quotidiano 'Il Manifesto', ha chiesto se era vero che Zorzi ha ottenuto la nazionalita' in tempi rapidi. Hosokawa ha ammesso che la naturalizzazione gli e' stata concessa nel 1989, "dopo circa un anno" dalla richiesta. Alla domanda se le autorita' giapponesi sapevano che Zorzi ha mantenuto un passaporto italiano per altri otto anni, nonostante un cittadino giapponese non possa avere altre nazionalita', Hosokawa ha risposto: "E' un problema delle autorita' italiane a chi danno il passaporto". Il telegiornale pomeridiano della televisione di Stato 'Nhk' ha aperto con le dichiarazioni del ministro Usui. 

20 aprile - Processo per la strage di piazza Fontana: Dario Persic, commerciante veronese che per diversi anni ha frequentato gli ambienti degli ordinovisti, racconta di avere conosciuto il capitano della Marina degli Stati Uniti David Carret, in servizio presso la base F.T.A.S.E. di Verona dal 1965 al 1974. L'ufficiale americano, del quale ha fornito anche una fotografia, avrebbe reclutato nella rete informativa americana Carlo Digilio, l'uomo che, secondo l'accusa, avrebbe preparato la bomba che esplose all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, provocando 16 morti e un'ottantina di feriti. Persic ha anche ricordato di avere assistito ad un colloquio tra Carlo Digilio e Marcello Soffiatti, un altro ordinovista, nel quale si parlava di timer. "Ricordo - ha detto Persic - che Digilio disse a Soffiati che bastavano quei timer che si usano per le lavatrici. Un'altra volta vidi Soffiati con una chiave per aprire le carrozze dei treni da fuori. Gli chiesi a cosa servisse e lui mi rispose che poteva sempre tornare utile". Persic ha raccontato di avere conosciuto anche Carlo Maria Maggi assieme a Sergio Minetto, ex volontario della Rsi, che aveva contatti con la base Nato di Vicenza. "A casa mia - ha detto Persic - ricordo che parlavano della necessita' di organizzare gli uomini e che per entrare in azione era necessario tenere presente anche le Squadre Savoia, gruppi di fascisti con simpatie monarchiche". Persic ha ricordato di avere incontrato molte volte Minetto, e che in occasione della strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, guardando il Telegiornale disse: "Finalmente iniziamo a fare sul serio". Dei rapporti tra ordinovisti e ambienti militari americani ha parlato anche Pietro Zammattio, il quale ha confermato che Giovanni Bandoli, considerato dall'accusa un fiduciario della Cia, lavorava nella caserma Nato di Verona. 

20 aprile - Il ministro della giustizia giapponese Hideo Usui ribadisce in parlamento che Delfo Zorzi potrebbe essere privato della nazionalita' nipponica, e quindi estradato in Italia, se verranno rilevate irregolarita' nel processo di ottenimento di tale cittadinanza. "Tratteremo la questione con fermezza" ha detto Usui, rispondendo durante i lavori di una commissione della Camera bassa alla domanda del deputato Yoshito Sengoku, del Partito democratico del Giappone (Dpj). L'alto funzionario del ministero della giustizia Kiyoshi Hosokawa conferma che "la decisione puo' essere annullata se vengono riscontrate illegalita' nel procedimento di concessione della cittadinanza, come per esempio il compimento di gravi reati nel passato".

26 aprile - Il direttore dell' Osservatorio di Milano, Massimo Todisco, e Saverio Ferrari (Prc) depositano presso il Consolato giapponese di Milano una richiesta di immediata estradizione di Delfo Zorzi dal Giappone. La richiesta e' contenuta in una lettera indirizzata al Primo Ministro giapponese, Yoshiro Mori, e consegnata al console Yuri Kodera, a nome del Comitato di "Piazza Fontana ci riguarda tutti". 

2 maggio - Il presidente del Consiglio Giuliano Amato incontra il primo ministro giapponese Yoshiro Mori, nel suo primo impegno internazionale da quando e' tornato a Palazzo Chigi. Amato affronta anche l'argomento della richiesta di estradizione di Delfo Zorzi. Amato ha ribadito a Mori la richiesta ed, a fine maggio, una delegazione del ministero della giustizia si rechera' in Giappone per discutere degli aspetti concreti dell' estradizione. Secondo quanto si e' appreso, da parte giapponese si e' espressa la volonta' di trattare la questione con "serieta"' e la missione prevista a maggio sara' un occasione importante in questa direzione. "Questa missione creera' un canale di comunicazione molto importante tra i due Paesi" sul caso Zorzi, ha detto Mori ad Amato, secondo quanto hanno riferito fonti giapponesi. E' la prima volta che il problema dell'estradizione di Zorzi viene sollevato al massimo livello politico tra Italia e Giappone.

2 maggio - In una intervista alla televisione di Stato giapponese 'Nhk', Delfo Zorzi afferma:"Non ho assolutamente nulla a che fare con l'attentato. Il giorno della strage ero a Napoli, 800 chilometri da Milano". "Non penso - ha detto anche Zorzi all' 'Nhk' parlando in giapponese - che il governo annullera' la concessione della cittadinanza. Ma se cio' accadra', prendero' le iniziative legali per oppormi a tale decisione". Durante il servizio, andato in onda nell'edizione delle 22 (le 15 ora italiana) la televisione ha mostrato diverse immagini di Zorzi, riprese nelle strade della capitale giapponese, al tavolino di un bar mentre parla con un giornalista e poi negli studi dell'emittente, mentre risponde alle domande dell'intervistatore. Ma soltanto due sue frasi sono state effettivamente trasmesse. Zorzi, elegante, stempiato e con parecchi chili in piu' rispetto alle fotografie d'archivio che ancora oggi vengono pubblicate dai giornali italiani, appare come un qualsiasi uomo d'affari europeo o americano in Giappone. Il giornalista della televisione ha ricordato la sua storia: arrivato per la prima volta a Tokyo nel 1972 con una borsa di studio, sposato con una giapponese, ha avviato dagli anni '80 una redditizia attivita' di importazione di capi di moda italiani. La naturalizzazione giapponese risale appunto a 11 anni fa, ma soltanto nel 1997, dopo l'ordine di custodia cautelare emesso nei suoi confronti dai magistrati milanesi, Zorzi ha restituito all'ambasciata italiana il passaporto che aveva comunque conservato e anche rinnovato nel 1995. 

4 maggio - Processo per la strage di piazza Fontana: Sergio Calore, ex ordinovista e fondatore di "Costruiamo l' azione" testimonia e dice:"Negli ambienti di destra non c'era alcun pregiudizio verso azioni stragiste che colpissero in modo indiscriminato. Le stragi dovevano servire per creare nel Paese un clima di terrore e giustificare cosi' il golpe". Calore ha spiegato in quale contesto deve essere inserito l'attentato alla Banca dell'Agricoltura del 12 dicembre '69, che provoco' la morte di 16 persone e il ferimento di un'ottantina. "Tra l'80 e l'82 - ha ricordato Calore - in carcere ho parlato con Franco Freda di quella vicenda. Da cio' che mi ha detto si evinceva un suo diretto coinvolgimento nella vicenda". Secondo Sergio Calore, l'editore padovano era "compartecipe" al progetto della strage di piazza Fontana: "Mi fece capire che l'autore materiale era stato Massimiliano Fachini". Esperto di esplosivi, Sergio Calore ha anche spiegato ai giudici di non essere mai riuscito a capire fino in fondo le modalita' di preparazione della strage. "Insomma - ha detto - hanno ordinato i timer per corrispondenza. Quelli usati per la strage si possono trovare ovunque perche' sono quelli delle lavatrici. Mi e' sembrata una scelta stupida. L'ho detto anche a Freda, lui mi rispose che bisognava fare cosi'". Calore ha anche raccontato che in carcere si sosteneva che la strage di piazza Fontana non doveva provocare vittime: "Le spiegazioni tecniche che venivano date - ha osservato - potevano convincere solo chi non capisce nulla di esplosivi. Io sono sempre stato convinto del contrario e ad un certo punto ho anche avuto il sospetto che Freda fosse rimasto vittima di qualcuno che aveva disseminato tracce che conducevano a lui". Sergio Calore ha confermato il piano di depistaggio delle indagini: "Alcuni timer dovevano essere fatti ritrovare in una villa di Giangiacomo Feltrinelli. Vennero avvisati i carabinieri ma la perquisizione diede esito negativo". L'ex ordinovista ha quindi spiegato che Ordine Nuovo nel 1969, dopo la strage di piazza Fontana, conflui' nell'Msi perche' "in previsione di una campagna repressiva non si dovevano disperdere le forze in gruppi extraparlamentari". Il progetto stragista, pero', continuo' anche dopo: "Erano tutte azioni che si tendeva ad attribuire agli ambienti di estrema sinistra per giustificare il golpe. Calore ha infine affermato di non avere conosciuto Delfo Zorzi come esponente di spicco di Ordine Nuovo in Veneto: "L'ho conosciuto - ha ricordato - nel 1978 quando a Roma me lo presento' Massimiliano Fachini. Fachini quando si recava a Roma era ospite nell'appartamento di Zorzi". A proposito degli attentati commessi dagli estremisti di destra da attribuire alla sinistra, Calore ha anche ricordato: "Pino Rauti venne aggredito e ridotto in fin di vita da un ordinovista che non era d'accordo con la scelta di confluire nell'Msi. Anche allora si fece credere che l'aggressione era stata messa in atto dalla sinistra". Di Pino Rauti ha parlato anche Maria Rosa Bettella, vedova di Tullio Fabris, l'elettrotecnico che consiglio' Freda per i timer. "Dopo che mio marito venne a Milano per testimoniare, si presentarono a casa mia due persone che volevano sapere cosa aveva riferito. Io li cacciai. Tempo dopo, guardando la televisione, riconobbi che uno dei due era Pino Rauti. L'altro era Massimiliano Fachini".

4 maggio – Il settimanale “L’Espresso pubblica i verbali di
alcune riunione dei dirigenti del Pci, durante il caso Moro e della riunione della direzione Pci del 19 dicembre 1969, una settimana dopo la strage di piazza Fontana.

11 maggio – Processo per la strage di piazza Fontana: Paolo Aleandri, ex terrorista di destra del gruppo “Costruiamo l'azione” dice che “Non c'erano dubbi sul fatto che la strage di piazza Fontana era opera della destra. Si diceva pero' che Massimiliano Fachini manipolo' il timer per anticipare lo scoppio”. Anche Aleandri, come altri testimoni, ha  fatto capire che il progetto iniziale prevedeva che lo scoppio della bomba non doveva provocare vittime, ma che qualcuno nel gruppo degli estremisti veneti forzo' la mano. Aleandri ha, quindi, spiegato che negli ambienti di destra “si e' sempre saputo che la responsabilita' per quella strage era da attribuire al gruppo di Freda e Ventura e che era stato Massimiliano Fachini a determinarla”. “Sergio Calore - ha detto Aleandri ricordando i discorsi fatti con un altro espondente di 'Costruiamo l'azione – mi spiego' che Fachini aveva avuto un ruolo oscuro nell'intera vicenda”. Aleandri ha anche spiegato ai giudici che Massimiliano Fachini, negli anni 70, aveva rapporti d'affari con Delfo Zorzi che conosceva da molti anni: “Dal Giappone commerciavano pelletteria e oro”. I giudici della seconda Corte d'assise di Milano hanno sentito anche Guido Lorenzon, l'uomo che per primo si reco' dal giudici Stiz e Calogero a raccontare le confidenze ricevuta da Giovanni Ventura. I giudici hanno sentito anche Maria Angela Ventura, sorella di Giovanni Ventura, la quale ha confermato tutto cio' che in questi anni ha raccontato ai giudici a proposito dei rapporti intrattenuti con Guido Giannettini negli anni della detenzione del fratello. La donna ha parlato anche del tentativo di organizzare l'evasione del fratello dal carcere di Monza. “L'unica cosa falsa che ho raccontato - ha detto la Ventura - e' che la chiave della cella dove era detenuto Giovanni non me la fece avere Giannettini. Quella chiave me la diede mia cognata Pier Angela e a lei la fece avere mio fratello. Era un tentativo di fuga senza alcuna speranza e non se ne fece nulla”.

12 maggio – Processo per la strage di piazza Fontana: Marzio Dedemo, ex autista ed ex guardia del 
corpo di Carlo Maria Maggi e cognato di Carlo Digilio diche che “Maggi aveva chiesto soldi per continuare l'attivita' eversiva e dinamitarda” tra il 1971 e il 1972, durante una riunione in una trattoria milanese. Dedemo, in aula come teste, spiegato che a quella riunione non aveva partecipato perche' aveva accompagnato Maggi all'appuntamento ed era rimasto in macchina: solo tre anni dopo Pio Battiston (il padre di Piero, un altro personaggio legato alla destra) gli aveva raccontato di quei colloqui. Dedemo, rispondendo alle contestazioni di un avvocato di Maggi, ha ribadito di aver saputo che il medico ordinovista aveva detto di voler “continuare, e non iniziare, l'attivita' eversiva”. L'ex estremista di destra Gianluigi Radice, ascoltato come testimone, ha parlato di “campi paramilitari”, specificando che era risaputo che Giancarlo Rognoni, imputato al processo, “si portava i ragazzini al mare e in montagna per gli addestramenti”. Radice ha anche detto che Rognoni avrebbe avuto “contatti con il gruppo veneto”. E' stato sentito anche il gen. Luigi Ramponi, ex direttore del Sismi.

18 maggio - Processo per la strage di piazza Fontana: un ex collaboratore del Sid, il padovano Gianni Casalini, confessa in aula di aver partecipato nell'agosto del 1969 ad un attentato ai danni di treni. Casalini che, oltre ad essere collaboratore del Sid con il nome in codice 'Turco', era vicino agli ambienti della destra extraparlamentare del Veneto, ha raccontato di avere accompagnato alla stazione ferroviaria di Milano Ivano Toniolo, il quale colloco' due ordigni su due treni. "Ero come al solito alla libreria Ezzelino di Padova e Ivano mi disse di tenermi pronto perche' saremmo andati a Milano a fare i botti". Casalini, da tempo sofferente di depressione, non e' stato in grado di precisare su quali treni vennero collocate le bombe. "Mentre Ivano andava a mettere le bombe - ha ricordato ai giudici - io sono andato in biglietteria ad acquistare i biglietti per ritornare a Padova". Alle domande insistenti del pm Massimo Meroni per avere notizie piu' dettagliate sugli attentati, Casalini ha spiegato: "Non so dire su quali treni mise le bombe. Le mise a casaccio. Ricordo che alla radio dissero che era stata trovata una bomba inesplosa su un treno. L'altra era esplosa, ma non fece molti danni". I reati di cui oggi Gianni Casalini si e' autoaccusato sono prescritti, ma gia' nei primi anni '60 aveva raccontato ad alcuni agenti del Sid questa sua partecipazione. Il maresciallo Fulvio Felli, agente del Sid e del Sismi in Veneto, che subito dopo la strage di Brescia raccolse informazioni da un collaboratore del servizio segreto, che aveva come nome in codice 'Tritone', fece una relazione al Sismi e la invio' al servizio centrale a Roma il 6 luglio del 1974. La fonte 'Tritone', un esponente della destra veneta, racconto' all' agente del Sismi che Carlo Maria Maggi, imputato al processo per la strage di piazza Fontana e, attualmente, indagato per piazza della Loggia commentando i fatti di Brescia "affermo' che quell'attentato non doveva rimanere un fatto isolato". Secondo il racconto dell'informatore Maggi spiego' che "l'attentato non doveva rimanere un fatto isolato perche' il sistema va abbattuto mediante attacchi continui che ne accentuino la crisi. L' obiettivo e' di aprire un conflitto interno risolvibile solo con lo scontro armato". La fonte del Sismi aveva anche riferito di una riunione svoltasi ad Abano Terme, nel corso della quale Carlo Maria Maggi aveva esaminato la situazione dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo e aveva lanciato l'idea di costituire un altro gruppo denominato "Ordine Nero" che avrebbe dovuto agire in clandestinita' e con forme di lotta violenta. Secondo il rapporto del Sismi, Maggi, dopo la strage di piazza della Loggia a Brescia avrebbe voluto inviare alla stampa un documento per annunciare azioni terroristiche e spiegare la linea che Ordine Nero avrebbe tenuto. Tra l'altro la stessa fonte "Tritone" aveva riferito al maresciallo Felli di avere appreso da Gian Gastone Romani, ex ordinovista, membro dell'esecutivo nazionale dell'Msi-Dn, che Pino Rauti si era detto favorevole ad appoggiare l'attivita' degli ex ordinovisti nella nuova formazione. 

19 maggio - Processo per la strage di piazza Fontana: l'ex estremista di destra Giancarlo Vianello dice che tra l'estate del 1968 e l'autunno del 1969 Delfo Zorzi sosteneva la necessita' di un passaggio dalla teoria alla pratica dell'eversione violenta. In linea con questa convinzione partecipo' a due attentati dinamitardi (al cippo di confine a Gorizia e alla scuola slovena di Trieste), si attivo' per riunire in un unico progetto eversivo i gruppi dell' estrema destra nel Nord Italia e commento' che la strage di piazza Fontana fu "tecnicamente sbagliata". Vianello, con Delfo Zorzi e Martino Siciliano, partecipo' agli attentati di Gorizia e Trieste. Fondatore a Mestre del circolo culturale di destra "Ezra Pound", Vianello ha raccontato che Delfo Zorzi, alla fine del '68, inizio' a spiegare che era necessario che il circolo agisse con gli altri gruppi della destra veneta e mettesse a segno azioni violente. Vianello ha raccontato che Delfo Zorzi gli fece vedere le armi che custodiva e che, in alcune occasioni, gliele diede in custodia. "Un giorno - ha raccontato - mi disse che dovevamo andare a Trieste. Oltre a me e Zorzi c'era anche Martino Siciliano e una ragazza di Napoli". Vianello ha raccontato il viaggio fino a Trieste, la preparazione degli ordigni e la trasferta a Gorizia, dove Zorzi, sceso dall'auto, colloco' al cippo di confine la bomba con i volantini di
rivendicazione firmati "Fronte anti slavo". "Da Gorizia - ha ricordato Vianello - siamo ritornati a Trieste dove Delfo ha piazzato un' altra bomba alla scuola slovena". Le bombe non esplosero e Vianello ha spiegato: "I giudici che mi hanno interrogato in seguito mi dissero che non potevano esplodere perche' mancavano di un congegno. Tra l'altro ricordo che venne usato un quantitativo di esplosivo spropositato. Mi sembro' strano che non dovessero esplodere perche' era contro le convinzioni di Zorzi, il quale accuso' zio Otto, cioe' Carlo Digilio, perche' qualche cosa non era funzionato". L' estremista ha quindi raccontato di non aver mai condiviso la linea politca di Zorzi: "Volevo lasciare il gruppo, ma temevo ripercussioni. Zorzi era autoritario e io mi sentivo minacciato". All' osservazione dell' avvocato di parte civile, Domenico Sinicato, sulla contraddizione dovuta al fatto che, mentre sosteneva di voler lasciare il gruppo, in realta', tra ottobre e novembre del '69, metteva a segno due attentati e partecipava ad un pestaggio a Trieste, Vianello ha replicato: "Purtroppo mi sono trovato li' in quel momento". L'ex estremista di Mestre ha quindi ricordato che, proprio per dissociarsi dal gruppo, in dicembre parti' per la Svezia da dove torno' solo nel gennaio del '70. Nei giorni della strage era quindi a Stoccolma e come prova ha consegnato alla Corte due biglietti per testimoniare che il giorno 10 dicembre si trovava alla consegna dei premi Nobel". Vianello ha quindi negato di aver partecipato il 31 dicembre del '69 a una cena con Martino Siciliano e Delfo Zorzi, nel corso della quale quest' ultimo gli avrebbe fatto una confessione su piazza Fontana. "La cena di Capodanno - ha detto Vianello - avvenne un anno prima a casa mia. Il 31 dicembre del '69 ero in Svezia e nel '70 ero militare". Sulle confidenze di Zorzi in merito alla strage di piazza Fontana, Vianello ha invece precisato: "Nei mesi successivi disse che era tecnicamente sbagliata. Sosteneva che gli attentati non dovevano essere cosi' cruenti perche' avrebbero provocato una reazione opposta nei confronti del movimento. Zorzi era favorevole ad una miriade di attentati, ma non cosi' cruenti". L' avvocato Sinicato gli ha fatto notare che poco prima aveva affermato che Zorzi era favorevole ad azioni violente: "Forse - ha detto Vianello - quella critica alla strage di piazza Fontana era ipocrita". 

25 maggio - Processo per la strage di Piazza Fontana: interrogatorio di Guido Giannettini, sentito come testimone. Giannettini, assolto nei precedenti processi per la strage alla Banca dell' Agricoltura del 12 dicembre 1969, ha raccontato dei suoi rapporti con Franco Freda e Giovanni Ventura; su Delfo Zorzi, il principale imputato dell'attuale processo, si e' limitato a dire di averlo visto una sola volta a Roma in compagnia di Franco Freda ma di aver saputo solo anni dopo che si trattava di Zorzi. Giannettini, che era un collaboratore del Sid e aveva ricevuto l'incarico di raccogliere il maggior numero di notizie sull'attivita' dei gruppi della sinistra extraparlamentare con simpatie filocinesi che operavano in Veneto, dice cge per compiere la sua missione aveva avvicinato Franco Freda e poi Giovanni Ventura. Tutto qui. Nessun coinvolgimento con la strage di Piazza Fontana. Invecchiato e malato, Giannettini ha risposto per ore alle domande dei pubblici ministeri e degli avvocati della difesa e di parte civile, smentendo altri testimoni, come per esempio Edgardo Bonazzi che, invece, avevano riferito che in carcere Giannettini aveva dimostrato di conoscere qualche verita' sulla strage. Era un collaboratore dei servizi segreti, aveva sempre lavorato in stretto contatto con il generale Maletti e, in un secondo tempo, con il capitano La Bruna e si era premurato nel dissuadere Freda a rifornirsi di armi. "Freda - ha ricordato - mi disse che il suo gruppo era alla ricerca delle armi contro una svolta rivoluzionaria di sinistra. Io gli dissi che se fossero servite sarebbero arrivate da fonti istituzionali. A quell'epoca gli ambienti militari erano tutti orientati a destra". Giannettini si e' definito una sorte di garante per gli estremisti di destra veneti: "Ho conosciuto Massimiliano Fachini - ha detto - quando venne a Roma a chiedermi se ci si poteva fidare del capitano La Bruna che aveva avvicinato il gruppo. Io gli dissi che non era un nemico". Conosceva tutti Giannettini e in un'occasione vide anche Delfo Zorzi, l'uomo accusato di essere colui che colloco' la bomba in piazza Fontana: "Una volta Freda venne a trovarmi a Roma  e io lo accompagnai ad un appuntamento con un giovane. Anni dopo mi e' stato detto che si trattava di Delfo Zorzi". Incalzato dagli avvocati difensori, Giannettini ha precisato che l'incontro dovrebbe essere avvenuto nei mesi successivi la strage di piazza Fontana. Giannettini ha invece confermato il piano organizzato per depistare le indagini dagli ambienti di destra. "Era stato organizzato un piano per far ritrovare i timer simili a quelli usati per piazza Fontana in una villa dell'editore Feltrinelli. In quel modo le indagini si sarebbero spostate a sinistra". Giannettini ha spiegato che il Sid voleva salvare Freda: "Tutti gli ambienti militari erano vicini alla destra". Il pm Massimo Meroni ha allora fatto notare che una cosa era la destra rappresentata in Parlamento e un'altra quella extraparlamentare di Freda: "Non esisteva - ha replicato Giannettini - alcuna contrapposizione". Quindi ha specificato:"C' erano sfumature ma c'erano continui contatti che non erano contrastati neppure dai vertici dell'Msi. Insomma l'Msi era un'altra cosa rispetto ad An di oggi". Guido Giannettini ha anche detto che Franco Freda e Giovanni Ventura non avevano mai saputo della sua appartenenza al Sid:"Io davo loro un certo tipo di informazioni e loro davano a me quelle che mi servivano". Giannettini ha quindi precisato che in carcere venne trattato amichevolmente da tutti i detenuti politici di destra: "A San Vittore venni avvicinato da Cesare Ferri che mi disse che Freda aveva avvisato tutti di trattarmi in modo amichevole". Alla domanda se dopo il suo arresto era nota la sua appartenenza ad Sid, Giannettini ha replicato:"L'aveva resa nota Andreotti con un'intervista pubblica. Andreotti fece quella scelta perche' aveva deciso di non appoggiarsi piu' alla destra".

26 maggio - Processo per la strage di Piazza Fontana: la testimonianza di Franco Freda, l' editore padovano accusato della strage e poi assolto, inizia dopo alcuni momenti di tensione. Freda, in carcere in quanto deve scontare una residua pena per una condanna per associazione sovversiva, invitato dal presidente della Corte d' Assise a prestare giuramento, si e' inizialmente rifiutato. In piedi davanti alla Corte, si e' rivolto al presidente dicendo di non essere intenzionato a prestare giuramento e ha tentato di spiegare le ragioni. Il presidente lo ha interrotto e gli ha spiegato che la Corte aveva presente tutto il suo iter giudiziario e che compito del testimone e' solo quello di raccontare tutta la verita'. Freda, parlando a voce molto bassa ha ribadito la sua intenzione, sostenendo di essere vittima di una persecuzione ideologica: "Faccio presente - ha detto – che ho avviato un' istanza per la revisione di condanna del processo per associazione sovvervisa". Il presidente, visibilmente alterato, ha spiegato: "la Corte ha deciso che lei deve essere sentito come testimone. Il testimone ha un unico compito, quello di raccontare la verita'. Se non racconta la verita', e nessuno se ne accorge, puo' farla franca, in caso contrario invece ci sono delle conseguenze specifiche. La invito quindi a leggere quella formula". Freda a quel punto ha letto la formula del giuramento ed e' cosi' iniziata la sua testimonianza. Nel 1995 la sua casa editrice ha pubblicato un libro sul fascismo giapponese negli anni '30, che altro non era se non la tesi di laurea di Delfo Zorzi. Nel 1971, sempre la sua casa editrice, ha pubblicato per Delfo Zorzi e per suo padre la copia anastatica di un testo sapienziale. Sempre nel 1971 sulla sua agenda e' appuntato il nome di Delfo Zorzi e il numero di telefono. Alla domanda precisa del pm e dell'avvocato di parte civile se ha conosciuto Delfo Zorzi, pero', Franco Freda, si e' limitato a parlare del ricordo di un giovane ad alcune sue lezioni negli anni '70. E alla domanda ancora piu' precisa se ha incontrato una volta a Roma Delfo Zorzi, come ha riferito Guido Giannettini, Freda, dopo un giro di parole, ha detto: "Non lo posso escludere ma non lo ricordo". Spiegata la sua attivita' di editore e di animatore culturale nella destra ha sottolineato le differenze: "Ero considerato un visionario astratto" e parlando di due ordinovisti poco propensi a letture di Julius Evola e di Gentile ha precisato:"Coprivano il loro vuoto speculativo con l'attivismo. Non studiavano e distribuivano manifesti". Poi ha precisato che le differenze tra il suo gruppo, che ruotava attorno alla libreria Ezzelino di Padova, e il resto della destra non significavano un'esclusione: "In fondo - ha detto - eravamo coscienti di appartenere ad una stirpe di vinti della storia". Lui, lo studioso di Nietzsche e di Evola, l'ammiratore della cultura giapponese guardava quasi con sufficienza l'attivita' degli altri uomini della destra. Di Zorzi, per esempio, ha detto di non condividere le scelte esistenziali "per questione di razza". "Ha sposato una giapponese - ha detto - e ha figli euroasiatici. Io amo la cultura giapponese ma sono contrario ad ogni meticciato". Di Carlo Maria Maggi ha detto di non conoscere "il Maggi pensiero" e di un collaboratore del medico ordinovista veneto, che per alcuni giorni nel '78 fece il suo guardaspalle, ha spiegato: "Era una contiguita' insopportabile. Nella sua ottusa fedelta' rendeva irrespirabile la mia deambulazione". I progetti per farlo evadere e i comitati per aiutarlo li ha definti millanterie: "Quando mi sono allontanato dall'Italia l'ho fatto grazie a mie conoscenze personali. Ragioni di stile mi impediscono di dire altro". Nella sua deposizione ha smentito Guido Giannettini che, nell'udienza di ieri, aveva raccontato di avere avvicinato Freda per avere notizie su gruppi extraparlamentari filocinesi: "A Giannettini ho parlato solo dei movimenti degli studenti sionisti che agivano a Padova. Io con i servizi non ho mai avuto rapporti. Giannettini? Si sparlava addosso, e' questo il tipo antropologico che ho conosciuto". E dei servizi segreti italiani ha precisato: "Li ho sempre considerati incapaci di ogni azione. Erano solo chiacchieroni e truffatori". Alla domanda dell'avvocato di parte civile su una riunione del 18 aprile '69 a Padova ha replicato: "Non c'e' stata alcuna riunione che avesse come obiettivo la strategia della tensione. Sottolineo questa mia risposta radicale con la mia parola d'onore che considero piu' importante del giuramento. Con cio' ritengo chiusa la questione". 

26 maggio - Una delegazione di funzionari dei ministeri della giustizia e degli esteri e dell'ambasciata italiana incontra a Tokyo rappresentanti degli stessi dicasteri giapponesi per discutere la richiesta di estradizione gia' avanzata dall'Italia per Delfo Zorzi. Nessuna informazione e' stata data ne' dal ministero della giustizia giapponese ne' dall'ambasciata italiana sul contenuto e l'esito dei colloqui.

2 giugno - Processo per la strage di piazza Fontana: Carlo Maria Maggi, il medico veneziano responsabile di Ordine Nuovo in Veneto, condannato all' ergastolo per la strage della questura di Milano e imputato al processo per quella di piazza Fontana, dice di Delfo Zorzi:"Delfo Zorzi? Certo che me lo ricordo. Era di Mestre, faceva judo. Si', era un ragazzotto buono per menare le mani in piazza. A Mestre era un punto di riferimento". Maggi si presenta in aula per la prima volta dall'inizio del processo. In aula, pero', e' rimasto solo pochi minuti in quanto, dopo l'audizione di due testimoni l'udienza e' stata sospesa. Sergio Latini, estremista di destra, che avrebbe dovuto raccontare le confidenze di Franco Freda sulla strage raccolte in carcere, e Annamaria Cozzo, che avrebbe dovuto parlare del coinvolgimento di Zorzi negli attentati alla scuola slovena di Trieste e al cippo di confine di Gorizia, non si sono infatti presentati. "Guardi - dice Maggi - io di piazza Fontana non so nulla. Ricordo che all'epoca parlavamo del coinvolgimento di Valpreda. Ecco, io sono fermo a Valpreda". Maggi, che ha spiegato di essersi presentato in quanto doveva fare il punto sul processo con il suo avvocato, non ha escluso di presenziare anche ad altre udienze: "A causa delle mie condizioni di salute, pero', non sono ancora in grado di garantire la mia presenza. Verro' sicuramente per l'interrogatorio, anche se non so fino a che punto potro' rispondere alle domande che mi verranno poste. Io non ricordo piu' nulla. La mia mente e' annebbiata dopo l' emorragia cerebrale che ho subito e le medicine che prendo". Maggi, che dopo la condanna all'ergastolo per la strage alla questura di Milano, ha l'obbligo di residenza a Venezia, ha quindi precisato: "Per fortuna quando venivo sentito dal capitano Giraudo ho tenuto un diario. Quegli appunti mi potranno aiutare. Parliamo di vicende di trent'anni fa. Io non ricordo piu' niente. Non ricordo niente neppure delle persone che so che hanno testimoniato al processo. Ho solo dei flash". "E' tutto pazzesco - dice -; io ho sempre fatto il medico alla Giudecca, un' isola rossa, e se lei va a chiedere mi vogliono tutti bene. Adesso sono in pensione: dormo e guardo la televisione". Della condanna  all' ergastolo per la strage alla questura di Milano dice: "Una condanna pazzesca. Cio' che ha dichiarato Digilio e' falso. Io Bertoli non l'ho mai incontrato". 

6 giugno - Per un difetto di notifica ad un difensore e' rinviato oggi a nuovo ruolo il processo in Cassazione che vede condannato, per la prima volta in Italia, Delfo Zorzi - imputato anche per la strage di piazza Fontana - in una vicenda di presunta evasione fiscale per circa 13 miliardi legata alla commercializzazione di prodotti Gucci. Il giudice relatore ha infatti constatato che la notifica all'avvocato milanese Michele Pepe era avvenuta fuori termine. Lo ha reso noto l'avv. Antonio Franchini, difensore di Zorzi. Secondo il legale il processo potrebbe essere fissato tra cinque-sei mesi. Zorzi era stato processato a Venezia insieme al fratello Rudy e ad altre cinque persone per associazione per delinquere ed evasione fiscale: un'accusa legata alla costituzione, tra il 1984 e il 1987, di societa' estere in Svizzera, Gran Bretagna, Panama e Giappone per la commercializzazione di prodotti di abbigliamento Gucci. In tal modo, secondo l'accusa, sostenuta dal Pm Felice Casson, i prodotti figuravano partiti dall'estero e non dall'Italia.Il processo di primo grado si concluse nel 1995 con sei condanne e l'amnistia per un colonnello della guardia di finanza accusato di non aver impedito la presunta frode. Delfo Zorzi fu condannato a quattro anni, ridotti poi a tre - di cui due condonati - in appello, quando furono dichiarati prescritti i reati fiscali ma non l'associazione per delinquere.

8 giugno – Processo per la strage di piazza Fontana: Carlo Digilio, uno degli imputati, a causa delle sue condizioni di salute, viene sentito in teleconferenza da una caserma dei carabinieri in una localita' del lago di Garda. Da tempo, infatti, Digilio e' ricoverato in una clinica sul lago. L' interrogatorio di Digilio occupera' diverse udienze in quanto l'imputato, proprio per le sue condizioni di salute, non e' in grado di rimanere  per molte ore concentrato. Digilio e' accusato della strage della Banca Nazionale dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969 con Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Carlo Rognoni. Digilio - che, anche se imputato, e' il piu' importante accusatore di Zorzi - secondo l'accusa avrebbe avuto una parte nella preparazione dell'ordigno. Conosciuto nell'ambiente di estrema destra con il soprannome di 'Zio Otto', Digilio, su una sedia a rotelle, maglietta verde e gilet blu, Carlo Digilio ha resistito per due ore, poi l'udienza e' stato sospesa e aggiornata a domani. “Il dottor Maggi, il Delfo e Giovanni Ventura – dice Digilio - mi dissero che la storia degli attentati era stata decisa molto in alto. Io pensai cio' che pensavano tutti e cioe' che fossero coinvolti gli apparati dei servizi segreti”. Digilio ha confermato di essere un agente della Cia e a tale proposito ha precisato: “Nei primi anni '70, su incarico del mio capo David Carret, venni inviato a Madrid perche' la Cia voleva avere notizie sull'ingegnere atomico Eliodoro Pomar che stava realizzando un prototipo di una mitraglietta, il cui progetto era del colonnello Amos Spiazzi”. E' a Madrid che Digilio ritrova vecchie conoscenze dell'estrema destra come Giancarlo Rognoni il quale, tra gli altri, gli presenta anche Stefano Delle Chiaie, rifugiato nella Spagna di Francisco Franco, come tanti altri estremisti di destra. 'Zio Otto' ha precisato che Marcello Soffiati era un altro agente della Cia in Veneto: “Certo che lo era - ha detto -, era un mio collega e sapeva dell'incarico che avevo ricevuto per la Spagna”. Carlo Digilio e' anche stato molto vicino al Fronte nazionale di Valerio Borghese: “La notte del tentativo di golpe ero all' Arsenale di Venezia dove doveva esserci il punto di incontro. Ricordo che tutto venne sospeso perche' giunse la notizia che Rumor non si era deciso a dichiarare lo stato d'assedio”. Alla domanda se condividesse tutti gli ideali del Fronte del principe Borghese, Digilio ha replicato: “Certo che li condividevo. Ho partecipato a quell'iniziativa di golpe perche' sono un nazionalista ed ero convinto di fare il bene dell'Italia”. A proposito dei colloqui avuti in Spagna con gli estremisti di destra, Digilio ha raccontato che Rognoni gli disse che “Caccola, cioe' Delle Chiaie, aveva avuto a che fare con gli attentati di Roma”. Meno chiaro il riferimento a Zorzi: “Marcello Soffiati - ha detto Digilio - seppe da Maggi che dovevano accadere fatti grossi e che sarebbe stato coinvolto il gruppo di Zorzi”. Su questo punto ha anche raccontato: “Il gruppo dei ragazzi di Trieste addestrati da Zorzi ad attraversare il confine erano stati allertati per andare a Roma”. Digilio ha anche raccontato di avere conosciuto a Madrid Marco Pozzan, un uomo legato a Franco Freda. “Pomar mi parlo' di Marco Pozzan e mi disse che era ridotto molto male. Pomar mi disse che era coinvolto negli attentati ai treni e un giorno mi chiese di accompagnarlo in un quartiere malfamato di Madrid dove incontrammo Pozzan. Seppi che Pozzan era fuggito in Spagna aiutato da Guido Giannettini, uomo del Sid”. Digilio non ha spiegato se Marco Pozzan era la stessa persona che, nel corso delle indagini preliminari, aveva dichiarato di avere visto a Paese una localita' veneta. Digilio aveva infatti riferito che nella primavera del 1969 a Paese, nel casolare di Giovanni Ventura, aveva incontrato Delfo Zorzi e Marco Pozzan che effettuavano prove per mettere a punto un migliore sistema di innesco di un ordigno esplosivo”.

9 giugno - Processo per la strage di piazza Fontana: Carlo Digilio "Zio Otto", e' interrogato in teleconferenza per poco piu' di un'ora e mezzo, poi ha chiesto che l'udienza venisse sospesa a causa di un forte mal di denti. "Un giorno antecedente il 12 dicembre del 1969 - ha detto Digilio - fui chiamato da Delfo Zorzi ad esaminare dell' esplosivo chiuso in tre scatole metalliche. Temeva che trasportandolo fino a Milano sull'auto di Maggi potesse esplodere". Digilio ha raccontato l'incontro con Delfo Zorzi e Gianni Mariga, un altro ordinovista di Mestre. "Zorzi - ha detto Digilio - temeva che l'esplosivo potesse esplodere perche' l'auto di Maggi che traballava, era poco sicura. Io verificai che non vi fosse umidita' e lo rassicurai. Per conto loro, pero', era meglio cambiare auto. So che a Padova presero una Mercedes che collocarono sotto le finestre della casa di Massimiliano Fachini perche' temevano che nottetempo potessero rubarla". Sulla sua conoscenza di Mariga ha precisato: "Me lo aveva presentato Marino Geraci, un ex appartenente al Fonte nazionale di Borghese, e guardaspalle a Venezia del segretario dell'Msi. A Mestre - ha quindi aggiunto - gli appartenenti ad Ordine nuovo erano quattro gatti, tenuti insieme dal Delfo con la scusa della palestra di karate'. Si conoscevano tutti". Digilio ha ricordato di avere visto altre volte dell'esplosivo. "Zorzi - ha detto - diede a Marcello Soffiati candelotti di gelignite perche' li facesse avere alla Squadre d'azione Mussolini. Soffiati aveva conservato quattro candelotti e un giorno venne da me Roberto Raho a chiedermeli". "Andai a Verona - ha spiegato Digilio - a recuperare i candelotti e li diedi a Raho. Era stato Maggi a dire a Raho di venire da me per avere quell'esplosivo. Per questo fatto ero molto arrabbiato. Io non potevo continuare a rischiare per quella gente". Digilio ha collocato quest'ultimo fatto nei primi anni '70, ma sulle date, anche a causa del suo stato di salute, e' stato poco preciso. Digilio ha ancora ribadito il suo legame con la Cia e ha spiegato che in Veneto anche Sergio Minetto, ex appartenente alla Repubblica sociale di Salo', era un uomo del servizio americano. "A Monfalcone - ha detto - era riuscito a mettere in piedi un laboratorio dove tagliava le lamiere che servivano agli americani come pezzi di ricambio per gli elicotteri usati in Viet Nam. Come pensate che abbia potuto avere quel lavoro? Grazie ai suoi legami con la Cia". Al termine dell' udienza, Carlo Maria Maggi commenta: "Era un vecchio amico e ora mi sembra uno zombi. Uno zombi malefico". "Non riesco a capire - ha detto Maggi - cosa lo abbia trasformato cosi'. Non capisco. Inventa cose che non stanno ne' in cielo ne' in terra. Dice, per esempio, di avere visto Delfo Zorzi e Gianni Mariga con la mia macchina. E' impossibile, io l'auto la tenevo in un garage di piazzale Roma e la potevo ritirare solo io con un tesserino magnetico". Maggi contesta anche un altro passaggio dell'interrogatorio di Digilio:"Dice che conoscevo Sergio Minetto. Non e' vero, l'avro' visto una o due volte". Digilio ha raccontato che Maggi conosceva Sergio Minetto in quanto lo incontrava a casa di Bruno Soffiati, ex combattente della repubblica sociale, a Colognola al Colle (Verona). "Andavo spesso a trovare Soffiati - dice Maggi - ma piu' come medico che altro. Certo era anche un amico ma era ammalato e andavo a vedere come stava. In un'occasione o due ho incontrato Minetto ma non si puo' dire che lo conoscessi". Maggi, che e' intenzionato a prendere parte a quasi tutte le udienze dell'interrogatorio di Digilio, ribadisce che il suo vecchio amico e' diventato malefico: "In mezzo ad una serie di falsita' ci mette il particolare vero". Scuote la testa: "A queste udienze voglio partecipare per rendermi conto di cio' che dice, nonostante mi stanchi molto per le mie condizioni di salute". Poi ridendo aggiunge: "Ha detto di essere un agente della Cia, ma guardate che non e' vero niente. A Venezia i suoi amici non hanno mai creduto a queste sue dichiarazioni. Era sempre senza soldi e viveva sulle spalle degli altri". Elenca qualche esempio Carlo Maria Maggi per dimostrare quelle che lui considera millanterie del suo ex amico che oggi definisce zombi: "Se fosse stato agente della Cia avrebbe avuto disponobilita' di denaro. Invece gli pagavo la cena o il pranzo in cambio di piccoli lavori. Oppure, in cambio di alcune pratiche dell'Iva, alla trattoria Scalinetto pranzava o cenava gratis. Questo era Digilio. Un piccolo truffatore".

15 giugno – Processo per la strage di piazza Fontana: Carlo Digilio, alla terza udienza del suo interrogatorio, lancia accuse pesanti nei confronti di Delfo Zorzi e di Carlo Maria Maggi. “Zorzi parlava della strage di piazza Fontana come di un bollettino di guerra. Ne parlava come se lui fosse il capo del commando e diceva che era stata fatta una cosa giusta. Diceva che lui aveva avuto il coraggio di farlo e che tutti gli altri erano dei deboli”. Digilio cita i particolari degli incontri avuti prima e dopo la strage del 12 dicembre del 1969 con i due. E' preciso e determinato e lo dimostra fin dall'inizio dell'udienza quando chiede al presdiente della Corte di poter fare una dichiarazione spontanea per replicare a Carlo Maria Maggi che in un'intervista lo ha definito “zombi malefico” e “truffatore”. “Non ho mai truffato nessuno - dice Digilio - e' vero invece che la malattia mi ha segnato profondamente ma Maggi sappia che sono in grado, nonostante le mie condizioni, di dire tutta la verita’”. “Zio Otto”, nel suo racconto, parte dai primi giorni di dicembre del 1969 quando Maggi lo chiama al telefono e gli chiede di vederlo. “Ci incontrammo agli Schiavoni a Venezia, mi disse che lui andava in vacanza a Sappada e che durante la sua assenza sarebbero accaduti attentati potenti. Mi invito' a prendere nota giorno per giorno di tutto cio' che facevo per essere pronto a rispondere ad eventuali interrogatori”. Digilio ricorda che Maggi gli disse di fare sparire armi che eventualmente deteneva e di avvertire anche tutti gli altri giovani di Ordine nuovo e sostiene di avere criticato il programma degli attentati: “Dissi che quelle azioni avrebbero solo fatto perdere consensi alla destra. Maggi replico' che era stato deciso molto in alto a Roma e che chi aveva deciso sarebbe stato in grado di deviare le indagini. Infatti poi accusarono gli anarchici”. “Ho incontrato altre volte Zorzi - ricorda -. Mi disse che aveva avuto l'incarico di continuare con gli attentati. Una volta a Mestre si presento' con un pezzo di legno con sopra l'impronta in cera di una chiave. Era la chiave della cella dove era detenuto Giovanni Ventura. Mi chiese se ero in grado di riprodurla perche' stavano organizzando l'evasione. Io risposi che non ne volevo sapere e mi guadagnai tutte le ire di Zorzi”. Zio Otto ricorda anche le sue minacce: “Mi disse che se per caso fossi stato interrogato non avrei dovuto parlare del suo coinvolgimento nella strage di piazza Fontana, altrimenti avrebbe fatto del male a me e alla mia famiglia”. Carlo Digilio parla anche di David Carret, l'ufficiale della Cia con il quale e' sempre stato in contatto, ma che non e' mai stato identificato nel corso delle indagini. “Riferii tutto a David Carret - spiega - perche' ebbi paura. A Carret riferivo sempre tutto e lui mi tranquillizzo’”. Digilio racconta anche che Delfo Zorzi gli confesso' di essere stato l'autore dell'attentato alla scuola slovena di Trieste e che era riuscito a migliorare i congegni di innesco dell'esplosivo grazie ai consigli di un elettricista. Del ruolo di Carlo Maria Maggi parla anche a proposito della sua conoscenza con Vincenzo Vinciguerra, l'estremista di destra che sta scontando l'ergastolo per la strage di Peteano. “Lo conobbi in casa di Maggi. Quelli di Ordine nuovo erano arrabbiati con Rumor che non aveva decretato lo stato d'assedio e stavano organizzando un attentato, alla questura di Milano. Vinciguerra non accetto' e allora rimediarono sul finto anarchico Gianfranco Bertoli”. Interrogato anche Pino Rauti, segretario dell' Msi Fiamma Tricolore. “E’ stata la tortura piu' brutta che mi e' capitata. Questo e' un processo precostituito sui soliti teoremi – ha detto Rauti - Non si puo' chiedere ad una persona, a distanza di quasi 40 anni, se ricorda quando ha incontrato un' altra persona e dove l' ha incontrata. Questo non e' un modo corretto di interrogare”. Rauti e' stato sentito come indagato in procedimento connesso in quanto, all' epoca, venne indagato dal giudice Gerardo D' Ambrosio e prosciolto in istruttoria. Pino Rauti ha ripercorso la storia del centro studi Ordine Nuovo dal 1956 all' autunno del 1969 quando venne deciso di rientrare nell' Msi di Giorgio Almirante. “La nostra - ha detto Rauti - era una struttura extraparlamentare costituita prevalentemente da giovani. Vista la situazione di tensione esistente nel paese ritenemmo giusto rientrare nel partito perche' la struttura poteva sfuggirci dalle mani”. Su questo punto Rauti ha anche precisato:“noi temevamo che i nostri giovani potessero essere vittime della violenza di sinistra e quindi potessero reagire”. Rauti ha invece negato di avere minacciato la moglie di Tullio Fabbris, l' elettricista che forni' i timer a Franco Freda. “Ho letto - ha detto Rauti - che la moglie di Fabbris e' venuta a raccontarvi che io l' ho minacciata perche' volevo sapere cosa avesse dichiarato il marito al giudice D' Ambrosio. Non e' vero niente. Si sara' confusa con qualche altra persona”. Mentre per quanto riguarda Delfo Zorzi, Rauti ha precisato di averlo conosciuto solo a qualche comizio o qualche conferenza, il segretario dell' Msi Fiamma Tricolore ha spiegato che Carlo Maria Maggi era un dirigente di primo piano di Ordine Nuovo. “Maggi - ha detto Rauti - e' stato un nostro dirigente in Veneto. Era molto attivo nel contrastare l' attivismo di sinistra in una zona difficile dove c' era stata la guerra civile”. Su Giancarlo Rognoni, altro imputato al processo, Rauti ha invece insistito nello spiegare che non e' mai stato un iscritto di Ordine Nuovo ma dell' Msi milanese.

16 giugno – Processo per la strage di piazza Fontana: Carlo Digilio, ad una precisa domanda dell'avvocato dello tato, patrono di parte civile per conto del Consiglio dei ministri, a proposito del suo ruolo di consulente, ha risposto senza esitazione: “Lo facevo per diletto, per piacere collezionistico”. Legato da amicizia a Carlo Maria Maggi ha conosciuto tutti gli estremisti veneti ma anche sulla sua militanza in Ordine Nuovo ha precisato: “Io non ho mai aderito al movimento. Politicamente io mi considero di centrodestra, sono un nazionalista, amo il mio paese”. Ideali che gli ha trasmesso il padre che, prima di lui era stato al servizio della Cia con il nome in codice di Erodoto. Terminate le domande del pm e dell'avvocato dello Stato, Digilio ha iniziato a rispondere a quelle dell'avvocato Federico Sinicato. Anche oggi ha parlato dell'esplosivo che il 7 dicembre del 1969, pochi giorni prima della strage, gli fece vedere Delfo Zorzi. “Nel baule dell'auto - ha ricordato - c'erano tre cassette di tipo militare con dentro l'esplosivo uguale a quello che avevo visto nel casolare di Giovanni Ventura a Paese. Zorzi mi disse che doveva trasportarlo a Milano e voleva essere certo che durante il viaggio non esplodesse. Controllai che non ci fosse sudorazione - ha detto Digilio - e assicurai Zorzi anche se gli dissi che sarebbe stato meglio cambiare auto, quella di Maggi era uno scatorcio traballante. Inoltre gli dissi che avrebbe dovuto cambiare le cassette, perche' fosse incappato in un controllo lo avrebbero sicuramente scoperto. Lui disse che a Padova avrebbe cambiato macchina e che le cassette sarebbero state sostituite con altre di marca Juwel”. In un precedente interrogatorio Digilio aveva affermato che la Fiat 1100 sarebbe stata sostituita con una Mercedes di colore verde oliva, oggi invece ha sostenuto che l'auto era una Volkswagen. Digilio ha anche ricordato quando nel casolare di Giovanni Ventura a Paese vide Zorzi che trattava esplosivo: “Era sospettoso e mi fece perquisire. Indossava blu jeans sui quali, con un pennarello, aveva disegnato delle svastiche”. Inoltre ha raccontato che Roberto Rotelli vendette a Zorzi della gelignite: “Rotelli, che frequentava ambienti di destra, sapeva che Zorzi era intenzionato a procurarsi esplosivo. Io glielo presentai”. Dopo la strage di piazza Fontana, il 7 gennaio, Digilio incontro' David Carret, l'ufficiale della Cia: “Espressi al mio superiore i miei timori. Carret mi disse di stare tranquillo. Noi americani, disse, sappiamo come direzionare questa piccola Italia”.

16 giugno – In una conferenza stampa a Tokyo Delfo Zorzi annuncia querele contro diversi giornalisti e distribuisce un documento in cui accusa la magistratura italiana di essere politicizzata. Zorzi ha querelato i quotidiani giapponesi 'Asahi' e 'Mainichi', due case editrici che pubblicano le riviste 'Sapio' e 'Focus' e due giornalisti, uno italiano e uno giapponese. Zorzi chiede un risarcimento danni complessivo di 22 milioni di yen (440 milioni di lire) e la pubblicazione di scuse da parte dei querelati. Secondo Zorzi, assistito da quattro avvocati giapponesi, gli autori degli articoli hanno pubblicato “false notizie” in cui si afferma che egli e' un terrorista. Zorzi, parlando in giapponese, ha ribadito di non avere nulla a che fare con la strage di Piazza Fontana, affermando che quel giorno si trovava a Napoli, dove studiava lingue orientali. Zorzi ha anche accusato i magistrati italiani di essere “politicizzati”, ha detto che in Italia “il potere e' nelle mani della sinistra” e ha sottolineato che la richiesta di estradizione a Tokyo e' stata presentata il 31 marzo, “poco prima delle elezioni regionali”. 

19 giugno – “Il Corriere della sera” pubblica un lungo servizio in cui ricostruisce il possibile ruolo di Nino Sottosanti, estremista di destra ed ex legionario, che somigliava molto a Valpreda e che potrebbe essere la persona riconosciuta dal tassista Rolandi. Sottosanti, intervistato, ribatte che il giorno della strage era a Milano, ospite di una famiglia di anarchici, i Pulsinelli, ma che all’ora dell’esplosione si trovava in un’altra banca proprio con l’anarchico Pinelli. Sottosanti fa capire pero’ di sapere molte cose sulla strage. “la mia verita’ – dice Sottosanti - non è un sentito dire. Di certi fatti io fui testimone oculare”. “E allora perché non parla? – ribatte il giornalista Paolo Biondani - Di fronte a una strage impunita, non si sente in dovere di aiutare la giustizia?” “In nome di cosa? – risponde Sottosanti - Per questa Italia di oggi? No, guardi, i miei segreti io me li porterò nella tomba”.

22 giugno - Processo per la strage di piazza Fontana: Carlo Digilio, alle domande di uno degli avvocati difensori di Delfo Zorzi, parla del fallito attentato al giudice Gerardo D'Ambrosio, avvenuto il 25 luglio 1969, come se fosse accaduto nei primi anni settanta. "Venne da me Giovanni Ventura - ha ricordato Digilio - e mi chiese una consulenza su un ordigno. Mi disse che era stato fortunato ad uscire di galera e che Ordine nuovo voleva colpire il giudice D'Ambrosio". Digilio nel corso della sua testimonianza, si e' dilungato a descrivere l'ordigno: "Era un cilindro con dentro la gelignite, una pila da 9 volt, un orologio Rulha, un detonatore con fiammifero controvento". Non solo, Digilio ha anche affermato: "Dissi a Ventura che quell'ordigno poteva arrecare piu' danni di quello di piazza Fontana. Staccai i fili di nichel cromo per impedire l'esplosione che, infatti, non avvenne". L'avvocato Franchini, difensore di Zorzi, ha allora replicato che l'attentato era stato messo a segno il 25 luglio del 1969 e che quindi Digilio non poteva confrontare la pericolosita' dell'ordigno con quello di piazza Fontana. Inoltre il legale ha contestato la descrizione dell'ordigno: "Un magistrato scopri' la valigetta con l'ordigno e la perizia ha stabilito che non era stato manomesso e che sarebbe esploso. Non solo: non conteneva gelignite, la pila non era a 9 volt e non c'era il fiammifero controvento". Dopo una pausa, Digilio ha commentato: "E' chiaro che dopo di me qualche altro santo ci ha messo la mano. Importante che non ci siano state vittime". Digilio ha anche precisato che la visita di Giovanni Ventura gli era stata anticipata da David Carret, l'ufficiale della Cia al quale riferiva le notizie. L'avvocato Franchini, a proposito del suo rapporto con David Carret, ha allora chiesto a Digilio per quale motivo, quando il 7 dicembre del 1969 vide a Mestre Delfo Zorzi con un carico esplosivo che, a suo dire, doveva essere trasportato a Milano, non informo' l'ufficiale della Cia e attese solo il 7 gennaio. "Non avevo - e' stata la risposta di Digilio - un sistema di comunicazione rapido". In apertura di udienza Digilio ha invece rettificato una dichiarazione fatta nell'udienza precedente a proposito dell' auto che sarebbe servita per trasportare l'esplosivo a Milano. "Era una Mercedes di colore verde e non una Volkswagen. Portarono l'esplosivo fino a Padova con l'auto di Maggi. Poi presero la Mercedes che era stata lasciata sotto la casa di Massimiliano Fachini".

29 giugno - Processo per la strage di piazza Fontana: il presidente della seconda Corte d'assise, Luigi Martino, ha interrotto l'ennesino contrasto tra l'avvocato Antonio Franchini, difensore di Delfo Zorzi, il pm Massimo Meroni, l'avvocato di parte civile, Federico Sinicato, e Carlo Digilio dicendo:"Capisco che per porre una domanda un qualche riferimento ad una data e' necessario. Comunque c'e' una perizia medica che attesta che il signor Digilio confonde le date". La difesa di Zorzi sta controesaminando Carlo Digilio il quale ribadisce tutte le sue accuse nei confronti dell'ex ordinovista veneto che da anni e' diventato cittadino giapponese, facendo pero' grosse confusioni con le date. La perizia medica a cui ha fatto cenno il presidente e' appunto quella che stabilisce che Digilio, a causa dell'ictus che lo ha colpito, pur essendo in grado di affrontare il processo non e' in grado di mettere in relazione i fatti con il tempo. L'interruzione e' avvenuta quando Digilio stava raccontando l' incontro avuto con Delfo Zorzi nel 1973 in Corso del Popolo a Mestre in quanto lo stava collocando nel 1970. In quella circostanza Zorzi gli avrebbe parlato del progetto per fare evadere Giovanni Ventura dal carcere e gli avrebbe mostrato anche il calco della chiave della cella. Ovviamente non poteva essere il 1970 in quanto Ventura non era ancora stato arrestato. Superato l'ostacolo delle date, Digilio ha ribadito il contenuto del colloquio avuto in quella circostanza con Delfo Zorzi. "Il Delfo - ha raccontato - diceva che cio' che era stato fatto andava fatto. Diceva che lui era un guerriero e aveva l'obbligo di fare. Parlava come se fosse stato l'autore di un fatto bellico e diceva che non gli interessavano i giudizi negativi dati da molti camerati. Diceva, anzi, che avrebbero dovuto apprezzarlo per cio' che aveva fatto". Alla domanda di cosa parlava esattamente Zorzi, Digilio ha replicato:"Parlava di piazza Fontana". Quindi ha spiegato che in seguito disse a lui e a Marcello Soffiati che se fossero stati arrestati non avrebbero mai dovuto parlare del suo coinvolgimento con piazza Fontana: "Disse che se messi alle strette avremmo dovuto parlare dell'attentato alla Banca nazionale del lavoro di Roma".

5 luglio - Il Tribunale di Monza assolve con formula piena il giornalista Paolo Foschini, accusato di diffamazione dal giudice veneziano Felice Casson. Foschini, oggi cronista al Corriere della Sera e all'epoca ad Avvenire, era finito sotto processo per un articolo apparso nel giugno 1996 sul quotidiano cattolico, sotto il titolo: "Incidente sfiorato. Casson: sequestrate tutta l'inchiesta di Salvini. Ma poi fa dietrofront". Secondo il magistrato veneziano l'articolo, che riferiva di una sua disposizione di sequestro di tutti i faldoni dell'inchiesta su Piazza Fontana condotta da Guido Salvini quando era giudice istruttore a Milano, aveva offeso la sua reputazione. Il Tribunale di Monza ha assolto anche il direttore di Avvenire "perche' il fatto non sussiste". 

5 luglio – Processo per la strage di piazza Fontana: l'ufficiale del Sismi Aldo Madia, sentito come testimone, dice che fu l'allora ministro della Difesa Cesare Previti a firmare l'ordine di pagamento di 50 mila dollari per l'ex ordinovista veneto Martino Siciliano, il pentito che accusa Delfo Zorzi di essere l'autore della strage di piazza Fontana. Madia, ex capo dell'antiterrorsismo a Milano e da oltre 15 anni ufficiale del Sismi, ha raccontato in che modo venne rintracciato Siciliano e come venne gestito, facendo luce anche su alcuni aspetti che negli anni scorsi avevano suscitato polemiche. "Dopo una serie di colloqui telefonici - ha detto - nel settembre del '94 incontrai Siciliano a Tolosa in Francia. C'era anche il capitano Giraudo e Siciliano accetto' di raccontare tutto alla magistratura". Madia ha precisato che Siciliano gli disse che Delfo Zorzi gli telefonava ogni giorno e che lui temeva per la sua sicurezza. L'ufficiale del Sismi ha quindi ricordato che dopo gli interrogatori davanti al giudice Guido Salvini, Siciliano venne accompagnato all'aeroporto e parti' per il Sud America: "All'aeroporto Giraudo gli consegno' il denaro fornito dal Servizio in quanto i Ros erano troppo impegnati sul fronte della criminalita' organizzata. Il generale Siracusa si interesso' e il ministro diede il consenso per il pagamento". E’ continuato anche il controesame di Carlo Digilio da parte dell'avvocato Gaetano Pecorella, che si e' soffermato a lungo sul soprannome 'Zio Otto'. Come sempre impreciso, Digilio ha raccontato che con il nomignolo 'Otto', nell'ambiente della destra, c'erano almeno otto o nove persone, tra cui, per esempio, Gianni Nardi e che Delfo Zorzi veniva chiamato 'Zio'. "Il nomignolo Zio Otto - ha detto Digilio - mi venne attribuito dopo che riparai la pistola Lebel calibro otto". L'avvocato Pecorella ha insistito anche sul particolare della Mercedes con la quale Zorzi, secondo il racconto di Digilio, avrebbe trasportato l'esplosivo a Milano: "Zorzi - ha detto - parti' da Mestre con l'auto di Maggi e a Padova cambio' auto. Uso' una Mercedes color verde che era parcheggiata sotto la casa di Massimiliano Fachini". Il particolare della Mercedes a Digilio l'avrebbe raccontato lo stesso Fachini, morto in un incidente stradale qualche tempo mesi fa. "Venne a trovarmi al Poligono di tiro - ha detto - mi offri' un aperitivo e mi racconto' della Mercedes". L'avvocato Pecorella ha fatto notare che in questi anni non aveva mai fatto il nome di Fachini:"Avevo paura, era un personaggio pericoloso". Digilio ha risposto con una serie di "non ricordo" a proposito del colloquio con Maggi in questura a Venezia, nel corso del quale aveva tentato di convincerlo a collaborare. I giudici della Corte d'Assise hanno acquisito anche una serie di fotografie, tra cui quella con un ufficiale americano che, secondo Carlo Digilio, sarebbe David Carret, l'agente della Cia che lo avrebbe reclutato e che, nel corso delle indagini, non e' mai stato identificato. Digilio aveva fatto il riconoscimento su una copia in bianco e nero e aveva descritto Carret con i capelli rossi. La fotografia a colori acquisita dalla Corte testimonia, invece, che l'uomo ha i capelli color nero corvino. Sul retro, inoltre, chi scatto' la fotografia, un amico dell'ufficiale, scrisse il nome "John".

6 luglio - Processo per la strage di piazza Fontana: depone Vincenzo Vinciguerra, estremista di destra che sta scontando un ergastolo per la strage di Peteano e che da anni racconta la sua verita' sul terrorismo di destra, attraverso gli interrogatori a cui viene sottoposto, ma anche attraverso libri. Fedele al personaggio, cioe' al rivoluzionario che non si e' pentito, ma che ha preso le distanze da un ambiente che, a suo giudizio, e' compromesso con gli apparati dello Stato, Vinciguerra ha confermato molte delle dichiarazioni fatte da Carlo Digilio e ha spiegato che la strage di Piazza Fontana e' stata organizzata e realizzata dal gruppo padovano di Ordine Nuovo e da Avanguardia Nazionale. Vinciguerra ha risposto solo alle domande degli avvocati di parte civile e degli avvocati difensori degli imputati. Entrato in aula, infatti, alla prima domanda del Pubblico Ministero, Massimo Meroni, ha risposto: "Nulla di personale contro di lei, ma alla Procura di Milano non intendo rispondere". Il Pm ha allora replicato: "A questo punto rinuncio a fare le domande". Il presidente ha spiegato a Vinciguerra le conseguenze del suo comportamento: "Signor presidente - e' stata la risposta di Vinciguerra - sono in carcere per questioni di principio, e per questioni di principio non intendo rispondere alla Procura". Vinciguerra ha detto che non gli interessa la verita' processuale, e tanto meno che un imputato venga condannato o assolto. A lui, che non ha intenzione di chiedere benefici allo Stato "delinquente e terrorista", interessa solo questa verita': smascherare chi diceva di essere fascista o nazionalsocialista mentre, in realta', lavorava per gli apparati statali che diceva di voler combattere. A proposito di Digilio, Vinciguerra ha detto di averlo conosciuto in casa di Carlo Maria Maggi.Quindi ha confermato che nel luglio '71 Maggi gli propose un attentato ai danni di Mariano Rumor: "mi disse che la scorta del parlamentare non avrebbe reagito e che io sarei stato sicuro. Evidentemente c' era qualche cosa di sporco. Capii che c'erano contatti ad alto livello e non accettai". Maggi gli propose altri attentati: ad un autogrill bolognese,da dove Giorgio Almirante era stato cacciato, e alla ferrovia a Grumolo della Abbadesse:"gli dissi che non ero un macellaio". Ha poi detto di avere conosciuto Zorzi come esponente di Ordine Nuovo e che nel luglio del 1973 gli chiese di trovare un passo di montagna da dove fare espatriare Freda. Vinciguerra ha anche raccontato che Zorzi trafficava in armi e che aveva partecipato in Sardegna a un campo di addestramento del secondo Celere di Padova. Sulla strage di piazza Fontana, ha detto d'essere certo che fu "un' operazione politico-militare". Ha quindi riferito che nell' ottobre del '72 Aldo Trinco mi fece domande su Peteano. Allora gli chiesi di piazza Fontana e lui mi rispose:siamo stati noi". "In quel noi - ha detto - ho identificato il gruppo padovano di Ordine Nuovo: Fachini, Freda e Ventura". Quindi ha aggiunto: "Piazza Fontana, pero', e' stata un' operazione molto piu' grossa alla quale ha partecipato anche Avanguardia Nazionale". Le accuse piu' pesanti Vinciguerra le ha riservate a Ordine Nuovo, del quale era responsabile a Udine: "Dicevano che era un centro studi, ma di culturale non c'era niente: ti chiedevano solo se sapevi sparare".Su Pino Rauti ha detto: "Si dichiarava nazionalsocialista, ma in realta' collaborava con gli apparati dello Stato che diceva di voler combattere. Grazie alla sua fedelta' all'ideologia imperante e' stato salvato". Per lui Massimiliano Fachini era un informatore del Sid. Vinciguerra ha poi spiegato la decisione di parte di Ordine nuovo, nel 1969, di rientrare nel Msi, con il fatto che "stavano arrivando tempi in cui bisognava aprire l'ombrello". "Un ombrello - ha aggiunto - si apre l'ombrello quando arriva un temporale. Era l'ottobre
 '69 ed era meglio avere la copertura di un partito". 

7 luglio - Il sen. Alessandro Pardini, ad un convegno a Milano per la presentazione della relazione Ds sulle stragi, dice “mi meraviglio che giornalisti autorevolissimi abbiano dato una lettura riduttiva del nostro lavoro. Dalla comprensione degli avvenimenti del passato possiamo capire il perche' degli avvenimenti di oggi". Pardini, dopo aver ricordato che, raggiunta la verita' storica, e' necessaria quella giudiziaria e che solo il centrosinistra si e' battuto affinche' fosse concessa la proroga alle indagini per la strage di piazza della Loggia, ha commentato: "Avvertiamo solitudine perche' e' triste constatare che al processo di Piazza Fontana i giornali dedichino, quando va bene, solo poche righe in cronaca". E ha concluso: "Purtroppo anche giornalisti attenti come Montanelli e Bocca partecipano a questo sport nazionale del perdonismo. La verita' non la dobbiamo solo alle vittime e ai loro familiari, ma a tutti gli italiani".

7 luglio - Processo per la strage di piazza Fontana: testimonia Pierluigi Concutelli, tre condanne all'ergastolo, che da circa un mese puo' uscire dal carcere per lavorare. "Sono – dice Concutelli - un fascista, un socialcorporativo, e non sono un terrorista. Sono stato un violento ma ho rivendicato tutte le mie azioni. Non ho mai colpito qualcuno per fare piacere a qualcun altro". Concutelli delinea il discrimine tra lui e gli altri estremisti di destra. "Sono un soreliano, un materialista, e sono convinto che la strategia della tensione e' servita non per destabilizzare ma per stabilizzare". Su Piazza Fontana Concutelli dice di sapere poco. In carcere ha raccolto molte voci alle quali ha sempre dato poco credito: "Su piazza Fontana ho sentito tutto e il contrario di tutto. S'e' parlato di tutto lo scibile umano, ma di radio bugliolo bisogna diffidare. Si raccolgono voci che si autoalimentano, ma difficilmente  si conosce la verita'". Un particolare, pero', l'ha raccontato: "E' vero - ha detto - Freda mi disse che la bomba non sarebbe dovuta esplodere". Concutelli ha confermato che durante la sua latitanza conobbe Digilio, soprannominato Zio Otto, il quale effettivamente lavorava con Eliodoro Pomar alla realizzazione di una mitraglietta: "Ne relizzarono trenta esemplari che diedero a un gruppo di ustascia che vennero catturati e impiccati da Tito". In Spagna conobbe anche Guerin Serac, il proprietario dell'Aginter Press, l'agenzia giornalistica portoghese, che ebbe rapporti con Guido Giannettini e anche con Pino Rauti. "Guerin Serac - ha detto Concutelli - era un provocatore internazionale legato ai servizi francesi, americani e italiani. Mi propose il dirottamento di un aereo. Non chiedetemi pero' perche', l'ho cercato a lungo per fargli la pelle". Concutelli ha raccontato che Guerin Serac gli venne presentato da Stefano Delle Chiaie, "altro elemento sospetto che conoscevo da ragazzo e che quando riincontrai in Spagna trovai peggiorato". A proposito delle operazioni dei servizi segreti italiano, Concutelli ha confermato che in Spagna ci furono visite del generale Maletti e del capitano La Bruna. Di Delfo Zorzi, Concutelli ha invece detto di sapere molto poco: "So che era un camerata che aveva come obiettivo quello di andare in Giappone per prendere il secondo dan di karate'". Alla domanda di un avvocato sulle voci relative a un sosia di Pietro Valpreda che avrebbe agito in piazza Fontana, Concutelli ha replicato: "Ho il senso dell'umorismo, se qualcuno me ne avesse parlato me ne ricorderei. Saro' matto ma conservo il senso dell'umorismo".

14 luglio - Processo per la strage di piazza Fontana: Carlo Digilio riconosce David Carret, l'ufficiale della Cia al quale avrebbe riferito notizie sull' attivita' degli ordinovisti veneti, non e' solo un nome in una fotografia sequestrata nella casa di un militante di destra. Digilio aveva sempre descritto l'ufficiale come persona alta, robusta, carnagione chiara e capelli che tiravano al rosso: "poteva sembrare - aveva detto - un irlandese". Da una fotografia in bianco e nero, pero', l'ufficiale sembrava avere capelli neri e pelle scura. Nell'udienza di oggi l'avvocato Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi, ha mostrato la fotografia a colori chiedendo a Digilio di descriverla. La difesa mirava a dimostrare che Digilio aveva mentito perche' l'uomo ritratto in fotografia aveva caratteristiche diverse dalla descrizione. Digilio descrivendo la persona ritratta in fotografia ha invece ribadito: "Questo e' David Carret. Ha i capelli corti. E' vero, cosi' tagliati sembrano scuri, in realta' sono capelli castano chiari con riflessi rossicci. A causa della carnagione chiara poteva proprio sembrare un irlandese". Dopo tredici udienze si e' concluso l'interrogatorio di Carlo Digilio e il processo riprendera' il 21 settembre dopo la pausa estiva.

4 agosto - In un'intervista a "La Repubblica", l'ex generale del Sid Gianadelio Maletti, che da circa 20 anni vive in Sudafrica, svela la sua verita' sulle stragi degli anni '70."La Cia - dice Maletti - voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". "La Cia - precisa - ha cercato di fare in Italia cio' che aveva fatto in Grecia nel '67, finanziando i fascisti quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia le e' sfuggita di mano la situazione". "I servizi segreti - continua Maletti - non erano pienamente consapevoli del piano americano, ma lasciarono fare. Esisteva un orientamente sostanzialmente favorevole al progetto". "E il potere politico, che non poteva non sapere, non ci ha mai dato una direttiva. La vera responsabilita' politica nella strategia della tensione - conclude - e' che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo politico ha parlato e agito in termini politici".

4 agosto - Il portavoce della Cia Tom Crispell, commentando l'intervista di Gianadelio Maletti, dice che "Le accuse secondo cui la Cia sarebbe coinvolta negli attentati in Italia sono semplicemente ridicole". Il funzionario ha precisato che questo e' l'unico commento che l'agenzia intende fare alle dichiarazioni dell'ex generale del Sid. 

4 agosto -  In una conferenza stampa convocata a S.Macuto, il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, insieme al capogruppo Ds Walter Bielli, fa il punto dopo l'intervento di Amato a Bologna, l'intervista di Andreotti di ieri e quella di Maletti di oggi. Pellegrino chiede ad Amato di essere "conseguente con le sue parole di Bologna" e di emanare una direttiva perche' si faccia piena luce sul comportamento degli apparati dello Stato e, in particolare, "si aprano gli archivi finora inviolabili dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza". "Chiedo ad Amato - ha detto Pellegrino - e parlo a nome della commissione, degli atti conseguenti alle cose dette a Bologna. Gli chiedo un input, una direttiva che serva a sollecitare, negli apparati dello Stato, una memoria istituzionale ancora torbida: vi sono infatti ancora dei documenti che non sono stati offerti alla commissione, dei funzionari che sanno e che non parlano". In particolare, Pellegrino distingue gli archivi del Viminale, "da tempo non piu' off-limits per i magistrati e la commissione" da quelli dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. "Recentemente - ha ricordato al riguardo Pellegrino - abbiamo ascoltato il gen.Bonaventura, che fu uno dei piu' stretti collaboratori del gen. Dalla Chiesa. Da lui non abbiamo avuto sufficiente chiarezza su fatti, come l'infiltrazione che sappiamo Dalla Chiesa intraprese nei confronti delle Br, di cui il generale informava direttamente il ministro dell' Interno dell' epoca, Virginio Rognoni". Circa le dichiarazioni pubblicate in un'intervista a "la Repubblica" di Maletti, Pellegrino ha sottolineato che esse "trovano riscontro negli archivi. Cio' che ha detto Maletti - ha aggiunto - dimostra che alcune delle critiche che furono rivolte, anche dalla sinistra, alla relazione Bielli, sono ingiustificate: quei fatti sono in gran parte veri". Il presidente Pellegrino ha quindi rivolto un appello affinche', alla luce del nuovo panorama internazionale, si faccia finalmente chiarezza: "Chi sa parli, sono d'accordo nello storicizzare i problemi ma cio' si potra' fare solo in un ambito di verita'". "Le parole di Amato a Bologna - ha concluso Pellegrino - non sono in nessun modo sorprendenti: semmai c'e' da chiedersi come mai i presidenti del Consiglio di centrosinistra, non abbiano detto altrettanto". Pellegrino dice anche che alla luce di quanto detto oggi dal generale Maletti "bisogna rivedere la sentenza di assoluzione del processo sulla strage dell' Argo 16" e che "Sulla strage dell' Italicus ne sapremo di piu' quando Taviani ci fara' conoscere la versione completa delle sue memorie". Lo stesso sen. Giovanni Pellegrino, in una intervista trasmessa al TG3 della Toscana dice:"Quando abbiamo sentito Taviani ci disse: 'io penso che gli attentati sui treni avessero una matrice parzialmente diversa'. Probabilmente - ha detto Pellegrino - gli operatori erano sempre ragazzi della destra radicale. Penso al fallito tentativo di Nico Azzi - ha aggiunto riferendosi all' estremista di destra ferito nella preparazione di un ordigno sul treno Genova-Roma il 7 aprile 1973 - sempre su un treno. Pero', probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani - ha proseguito - non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe detto qualcosa di piu' soltanto da morto". "Io - ha poi detto Pellegrino - auguro lunga vita a Taviani, in quel momento pero', probabilmente, sapremo sull' Italicus qualcosa che ancora oggi non sappiamo". Quanto all' ipotesi di sentire ancora Taviani, Pellegrino ha risposto: "Non penso che otteremo nulla. E' una decisione che ha preso e ne parlera' soltanto dopo. Probabilmente lo preoccupano anche ripercussioni che, nel quadro attuale delle alleanze dell' Italia, potrebbero aversi se lui dicesse quello che pensa dell' Italicus". 

4 agosto - Per il magistrato milanese Guido Salvini, dopo l'intervista del generale Maletti, e' ora che Amato si faccia portavoce della richiesta della magistratura milanese, avanzata al governo gia' nel 1996 ma lasciata cadere, di rimuovere il segreto Nato sui fascicoli delle basi venete relativi a coloro che nella doppia veste di agenti delle basi e di militanti di Ordine Nuovo avrebbero materialmente organizzato la campagna degli attentati. "Quanto il generale Maletti ha cominciato a rivelare ai cittadini italiani per la prima volta dopo tanti anni di silenzio coincide, almeno per come appare dall'intervista, in modo impressionante con i risultati delle indagini svolte a Milano e cioe' il ruolo degli americani negli anni della strategia della tensione e l'utilizzo e l'infiltrazione in Ordine Nuovo cosi' come lo aveva raccontato Carlo Di Gilio. Espliciti sono i riferimenti - aggiunge Salvini - al ruolo delle basi Nato in Veneto e alle forniture di armi e esplosivi alle cellule di Ordine Nuovo per compiere attentati compresa, secondo un accenno che dovra' essere approfondito, l'operazione culminata con la strage di Piazza Fontana". "Il gen. Maletti - sottolinea Salvini - uno degli uomini di piu' alto livello dei nostri apparati di sicurezza, e' stato condannato per la sottrazione di parte dei nastri relativi al golpe Borghese e indicato come colui che aveva impedito la trasmissione alla magistratura delle notizie sulle stragi provenienti da fonti proprie del Sid operanti all'interno della cellula di Ordine Nuovo di Padova". "Se da una voce cosi' autorevole giungono le indicazioni che abbiamo letto - spiega il magistrato - e' forse il momento che il Governo, mentre i dibattimenti sono ancora in corso, si prenda finalmente carico della richiesta che questo Ufficio aveva avanzato nel 1996 all'Autorita' politica e che era stata lasciata cadere". 

4 agosto - Il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle dichiarazioni del gen. Maletti secondo cui dietro le stragi degli anni '70 ci sarebbe la mano della Cia, risponde:"Non ho avuto il tempo di leggere il giornale. Non ho letto l'intervista a Maletti. Non e' una risposta reticente. Non ho proprio aperto i giornali". 

5 agosto - Il sen. Paolo Emilio Taviani, in una intervista al quotidiano "Secolo XIX", replica alle dichiarazioni del gen. Maletti, mentre al sen. Pellegrino, che lo aveva citato a proposito della strage dell' Italicus, risponde che "sui nostri colloqui non c'e' nulla di rilevanza internazionale. Si tratta di mie interpretazioni e impressioni, nessun dato che non sia stato gia' testimoniato dalla magistratura". "Sulle responsabilita' di Ordine Nuovo nella strage di Piazza Fontana - dice Taviani - ormai non ci sono piu' dubbi", quanto alla Cia "non credo che abbia organizzato il collocamento della bomba nella Banca dell' Agricoltura, mi sembra certo invece che agenti della Cia siano stati tra i fornitori di materiali e tra i depistatori". E sull' Italicus, che secondo Pellegrino e' da attribuire alla "destra radicale", Taviani dichiara:"si fermi alla destra. Il termine 'radicale' e' fuorviante". Taviani poi, a proposito della Cia, esprime perplessita' sulla sua efficienza tecnica in quegli anni: "ben diverso il discorso per il Mossad, un servizio perfettamente organizzato. Pero' il Mossad, per quanto risulta a me, ha sempre azioni mirate. Non credo che sia stato presente a Piazza Fontana ne' nelle stragi dei treni". 

5 agosto - In un'intervista a "La Repubblica" Pino Rauti ammette che "Infiltrazioni e manipolazioni possono esserci state... Ordine nuovo era una struttura anticomunista ma attraversata anche da forte antiamericanismo, eredita' delle Repubblica sociale. Tuttavia e' possibile che si siano verificati episodi di contiguita' e collaborazione con gli americani della Cia". "Il signor Maletti - polemizza poi Rauti - e' un latitante, uno che sta nascosto all'estero e manda messaggi cifrati. Venga in Italia a raccontare la sua verita' sulle stragi di Stato". "Sono sconcertato dalla storia degli esplosivi arrivati dalla Germania, destinati alla mia organizzazione e usati per Piazza Fontana. Sembra un romanzo giallo".

6 agosto - In un' intervista a "La Repubblica", il gen. Gianadelio Maletti torna a parlare delle stragi e del coinvolgimento dei servizi segreti americani nelle vicende italiane, dicendosi pronto rientrare in Italia e a testimoniare. "Il nostro paese ha pagato un prezzo altissimo - ribadisce - anche in termini di vite umane, per una strategia portata avanti da forze e interessi stranieri". Secondo Maletti non ci sono dubbi: "anche l'assassinio di Aldo Moro, come la stessa azione delle Br, furono indubbiamente alimentati dai servizi segreti americani. Lasciando semplicemente fare". "Alla fine - conclude - la Cia ha abbandonato il terreno. Lasciando in liberta' le sue schegge".

8 agosto - In un'intervista a "Rinascita", il giudice istruttore Guido Salvini spiega che non c'e' bisogno di alcuna normativa speciale perche' il generale Maletti possa tornare in Italia per testimoniare nel dibattimento in corso sulla strage di Piazza Fontana, ed eventualmente essere ancora ascoltato dalla commissione Stragi. Secondo il magistrato da un punto di vista procedurale l'art. 728 del nuovo codice di procedura penale, che ha recepito l'art. 12 della Convenzione sui diritti dell'uomo, consente l'immunita' temporanea per la persona residente all'estero la cui testimonianza si renda necessaria. "Per tutto il periodo in cui e' in corso la deposizione - prosegue Salvini - non possono essere eseguite misure in relazione a condanne precedenti: giustamente si da' la prevalenza all'interesse dello Stato alla verita'. E la testimonianza di Maletti - conclude Salvini - si prospetta di grandissima importanza perche' proviene da uno degli uomini piu' autorevoli dell'apparato di sicurezza nazionale, che ha dichiarato di voler saldare un proprio debito di verita' con i cittadini italiani". 

8 agosto - Il senatore Paolo Emilio Taviani, in un' intervista pubblicata sul “Secolo XIX” dice di essere disposto a tornare a deporre davanti alla Commissione Stragi. Per Taviani "dopo la sorprendente svolta" del generale Maletti risulta "doverosa un' ulteriore testimonianza alla Commissione interparlamentare diretta dal collega Pellegrino". Il senatore prevede che la testimonianza avverra' alla ripresa d' autunno. "Devo peraltro precisare – sottolinea - a scanso di future delusioni che le cose da me non dette non sono dati di fatto di rilevanza penale. I dati di fatto gia' li ho testimoniati in varie occasioni alla magistratura e alla Commissione interparlamentare". Taviani spiega anche cosa sono le 'cose non dette'. "Si tratta – afferma - di valutazioni e giudizi. Il riserbo era ed e' dovuto alla convinzione che i protagonisti della politica possano restare degni di rispetto anche quando alcune posizioni da loro assunte si rivelino poi infondate o erronee". Taviani nell' intervista annuncia anche che pubblichera' i suoi diari che riguardano 60 anni di vita politica, "ma li pubblichero' – sottolinea - dopo le elezioni".

9 agosto - Franco Freda e' in detenzione domiciliare nella sua casa di Brindisi, dove tornera' a fare l' editore. Freda, che era detenuto sino a ieri nel carcere di Lecce, assistito dagli avvocati Ladislao Massari di Brindisi e Carlo Gervasi di Lecce, ha ottenuto i domiciliari 10 giorni prima della espiazione della fine della pena: la sua liberazione era infatti prevista per il 19 agosto. L'ideologo di estrema destra, era stato condannato dalla Corte d' Assise di Verona il 20 maggio 1998 a tre anni di reclusione per ricostituzione del partito fascista in violazione della legge Scelba. In appello la pena per Freda era stata ridotta ad un anno, modificando il reato in propaganda contro l'immigrazione e, quindi, in violazione alla legge “Mancino”, riguardante l' istigazione al razzismo. Freda e’ stao arrestato il primo marzo scorso a Brindisi in esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di sorveglianza di Venezia per un residuo pena di sette mesi e quattro giorni relativo alla condanna inflittagli. L' inchiesta sul “Fronte Nazionale” comincio' nel 1992 a Verona dopo la distribuzione di volantini xenofobi davanti ad alcune scuole medie della citta' veneta. Fra il materiale propagandistico figurava il programma del movimento che chiedeva, tra l'altro, la chiusura effettiva delle frontiere all'immigrazione extraeuropea, l'espulsione dei clandestini, controlli sanitari e l' istituzione di “centri culturali” per extracomunitari. Il Tribunale di sorveglianza di Lecce nell'udienza di ieri - e con provvedimento di oggi - ha concesso la detenzione domiciliare per gli ultimi 10 giorni.

10 agosto – L’ on Valter Bielli (Ds), in una interrogazione al Presidente del Consiglio e ai Ministri della Giustizia, della Difesa e dell'Interno chiede “Quali iniziative sono state intraprese o stanno per essere decise dal governo per accertare responsabilita', connivenze, appoggi di apparati dello Stato, per le stragi che cosi' dolorosamente hanno colpito il nostro paese?”. Bielli inoltre chiede di sapere le intenzioni dell'esecutivo sull'abolizione del segreto di stato per le stragi, e sulla possibilita' di aprire gli archivi dell'arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Bielli, infine, domanda al Governo quali iniziative intenda assumere per consentire al generale Maletti di testimoniare nel nuovo processo per la strage di piazza Fontana.

3 settembre – Il quotidiano “La Repubblica” pubblica un servizio a corredo della foto del riconoscimento di Pietro Valpreda da parte del tassista Cornelio Rolandi. Valpreda vi appare tra altre quattro persone, poliziotti, che gli somigliano molto poco o nulla. Valpreda commenta:''Un ulteriore tassello per la ricerca della verita' sulla strage di piazza Fontana, e sul modo con il quale due magistrati di questa Repubblica nata dalla Resistenza, parlo di Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, condussero le indagini''. ''Da piu' di trent'anni - prosegue Valpreda - diciamo che la strage fu di Stato, che a tramare furono i servizi segreti. Si e' ormai affermata la verita' politica, ma manca ancora la verita' processuale. Quell' immagine, una delle tante che furono scattate subito dopo il mio arresto, e' un tassello per la verita' processuale, ed e' la prova su come furono condotti non solo i confronti, ma le indagini sulla strage''. Valpreda sapeva dell'esistenza di quella foto: ''me la mostro' mesi fa un ricercatore di quel periodo della nostra storia, una persona di cui non voglio fare il nome. Ora che e' stata pubblicata tutti sapranno come avvenne il riconoscimento del 'mostro'''. Sono ormai passati piu' di trent' anni... ''Si', trent'anni per uno che, insieme alle vittime, ancora aspetta che sia fatta giustizia. Trent'anni di storia d' Italia e ora che cosa e' rimasto? Sono rimaste le ceneri di mia zia, Rachele, morta dieci giorni fa a Milano. E quel giorno del '69, quando Rolandi accompagno' l'attentatore alla Banca dell'Agricoltura, io ero con lei, e lei e' stata la mia principale teste a discarico''. E Valpreda rivela anche che, agli atti, ci sono due frasi importanti legate da un punto: ''Il testimone afferma di riconoscere il Valpreda'', e ''Il testimone conferma il riconoscimento''. Non e' stato verbalizzato, spiega, quanto avvenuto nel frattempo: ''quando gli chiesi se mi aveva guardato bene, Rolandi disse testualmente: 'se non e' lui, allora non c'e''. Ebbene, conclude, ''il Pm chiese che questa frase non fosse verbalizzata, nonostante le proteste del mio difensore''. Il quotidiano pubblica anche un’ intervista ad Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi, che polemizza sulla stato di conservazione degli archivi.

4 settembre – Sono 15 i documenti presentati in commissione Stragi. Nei circa otto mesi di legislatura che restano l' obiettivo e' quello di arrivare - come prevede il regolamento- ad una relazione finale per il Parlamento. Oltre a quello dei Ds su “Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al '74”, che in giugno aveva sollevato polemiche, il primo in ordine di presentazione e' quello del senatore del PPi Luigi Follieri dal titolo: “Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra il '69 ed il 1975”. Su “il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni '60” il testo depositato dai parlamentari del Polo Enzo Fragala', Alfredo Mantica e Vincenzo Manca, autori di altri “dossier” tra cui quello su “Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta' Br su piazza Fontana”. Ma Mantica e Fragala', di An, hanno elaborato anche documenti sugli “Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia”, su “Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-75”, “Per una rilettura degli anni '60”, su “La dimensione sovranazionale del fenomeno eversivo in Italia” e su “I depistaggi di Piazza Fontana”. Fragala' e Mantica, con Vincenzo Manca e Marco Taradash, si sono occupati quindi anche di Ustica (“Sciagura aerea del 27 giugno 1980”) e di KGB con “L'Ombra del KGB sulla politica italiana”. E con altri due parlamentari dell'opposizione, Cosimo Ventucci e Antonio Leone, hanno poi presentato un documento su  “Il terrorismo e le stragi in Italia”. Solo Mantica, invece, ha depositato una relazione su “Il problema di definire una memoria storica condivisa della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica (Un contributo dall'esperienza della Commissione per la verita' e la riconciliazione in Sudafrica)”. “Contributo sul periodo 1969-'74” e' il titolo del testo proposto dal senatore dei Verdi Athos De Luca. Mentre il deputato dei Ds Walter Bielli si e' occupato di Mario Moretti: “Nuovi elementi concernenti il brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza”. L' obiettivo e' ora quello di arrivare ad un confronto per “confezionare” testi omogenei da votare per la relazione finale.

5 sttembre – In un’ intervista a “Il Giornale” pubblicata con il titolo “Una bufala in bianco e nero” l’ avv. Luigi Ligotti, parte civile nel processo per la strage di Piazza Fontana, stronca lo scoop di Repubblica sulla foto 'del confronto all'americana' fra il tassista Cornelio Rolandi, Pietro Valpreda e quattro poliziotti camuffati. “Quella polaroid non e' assolutamente del 16 dicembre 1969, giorno del drammatico faccia a faccia in questura. - precisa Ligotti - Bensi' di 5 anni piu' tardi, del 1974”. “E' negli incartamenti del faldone processuale accessibili a tutti - spiega - altro che fotogramma inedito”. L'avvocato sostiene di essere stato presente, quel giorno del '74, nella palestra adibita ad aula di Corte d'Assise dove fu scattata la foto. “Non era la questura di Roma, ne' il Palazzaccio, come scrive Repubblica, ma la palestra del carcere minorile di Catanzaro, basta osservare sullo sfondo le strisce del disegno del campo di pallavolo”. Per Alfredo Mantica e Enzo Fragala', parlamentari di Alleanza Nazionale in Commissione Stragi, intervistati sulle pagine dello stesso quotidiano, “le dichiarazioni dell'avvocato Ligotti dimostrano la gravita' della pubblicazione della foto, che costituisce uno degli ultimi depistaggi finalizzati in questi anni a non approfondire e a eludere la pista anarchica”. Inetrvistato di nuovo a sua volta da “La Repubblica” Pietro Valpreda dice:"Non  capisco il senso di una cosa del genere, in quella fotografia io  ho visto e rivissuto esattamente quel che accadde il 15 dicembre 1969". Per Repubblica la fotografia, proveniente da uno studio legale, era in un fascicolo che raccoglieva materiale risalente al 1969, e solo a quell'anno, ed era accompagnata da una didascalia, di fonte istituzionale, che la definisce "il riconoscimento di Valpreda". Inoltre, ciò che si vede nell'istantanea corrisponde anche nei dettagli alla descrizione che l'anarchico fece nella pagina del suo diario scritta poche ore dopo il confronto con Rolandi. Il difensore di Valpreda, Guido Calvi, ricorda pero’ che nel corso del processo di Catanzaro fu effettivamente realizzato un esperimento che aveva lo scopo di ricostruire la scena del riconoscimento. "La questione - dice Calvi - era fondamentale, era uno dei cardini del processo. Il punto centrale, che poi fece perdere valore a quel 'e’ lui' pronunciato dal tassista-testimone, stava nel fatto che, come lo stesso Rolandi dovette ammettere, gli era stata in precedenza mostrata una fotografia di Valpreda". I poliziotti che appaiono nella foto sono stati individuati come "quelli del riconoscimento di Valpreda" da numerosi loro colleghi. E, come risulta dal "Diario dal carcere", hanno un "aspetto lindo e ordinato", "la camicia bianca con la cravatta ben annodata". "Questa foto - dice Calvi - riproduce esattamente quel che il tassista Rolandi vide quel pomeriggio del 15 dicembre del 1969. E cioè Valpreda accanto a quattro persone così diverse da lui che se al loro posto avessero messo quattro dromedari l'effetto non sarebbe stato molto diverso". Anche per il vicepresidente della camera on. Alfredo Biondi “Si tratta di una foto effettuata durante il processo di Catanzaro a grande distanza dal riconoscimento. Dovrebbe confermarlo anche il sen.Guido Calvi, all' epoca difensore di Valpreda, mentre io ero difensore di parte civile di alcune delle vittime della strage. D' altra parte chi conosce la serieta' e capacita' professionale di Guido Calvi, ma anche di qualsiasi altro difensore degno di questo compito, non potrebbe nemmeno immaginare che una carnevalata come quella che risulta dalla foto sia stata consentita da chi esercitava il patrocinio di Pietro Valpreda, roba da espulsione dall' ordine forense. D' altra parte - conclude Biondi - a Milano c'erano pure dei pubblici ministeri e dei giudici istruttori per bene e non avrebbero certo consentito, anche se il difensore non se ne fosse fatto carico, l' obbrobrio di un riconoscimento del genere”. 

10 settembre - Nelle brevi di cronaca, "Il Messaggero" scrive che i Ros dei carabinieri avrebbero scoperto la scomparsa dell' archivio dell' inchiesta fatta dalle Brigate rosse sulla strage di piazza Fontana.

15 settembre – Martino Siciliano, ex ordinovista e superpentito, e’ tornato in Italia dal Sudamerica per deporre al processo di piazza Fontana. Siciliano e' stato subito posto sotto il programma di protezione. La conferma e' stata data dal suo legale, l'avv. Fausto Maniaci. Il collaboratore di giustizia, infatti, e' stato chiamato a testimoniare in qualita' di imputato in procedimento connesso, a partire dal 22 settembre, giorno in cui nell'aula bunker di piazza Filangieri a Milano, riprenderanno le udienze del processo per la strage di piazza Fontana. Siciliano, che e' stato assolto per prescrizione del reato di partecipazione a banda armata nel processo per la strage davanti alla Questura, ora compare nella lista dei testi per riferire sul movimento di Ordine Nuovo ed in particolare sul gruppo di Venezia-Mestre a cui apparteneva. Sicilano e' arrivato in Italia dalla Colombia, paese dove vive con la famiglia.

16 settembre - Aldo Aniasi, il comandante partigiano Iso, oggi presidente della Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane (FIAP), in un intervento alla Festa dell' Unita' di Milano, dichiara che “Non e' tollerabile che decenni di politica delle stragi siano ancora coperte dal segreto di Stato’’. “Il Governo di centrosinistra - afferma Aniasi - ha il dovere di disporre perche' tutti i documenti utili a conoscere la verita' siano messi a disposizione della Magistratura e del Parlamento, se non si vuole che si sospetti che ci siano responsabilita' che si vogliono coprire. Non si capisce perche' non sia ancora possibile disporre di tutta la documentazione che si riferisce ai decenni insanguinati dal terrorismo nel nostro paese, mentre negli Usa, ad esempio, sono stati aperti gli archivi che documentano il coinvolgimento americano nel colpo di stato del 1973 con Allende e sono stati consegnati i documenti della CIA al Ministero degli Esteri del Cile”. 

17 settembre – Il segretario Ds Walter Veltroni, nel chiudere la festa nazionale dell' Unita', attacca il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi che “agita il pericolo comunista” e gli chiede conto dell'alleanza con Pino Rauti, del quale ricorda il coinvolgimento nelle indagini sulla strage di piazza Fontana.

18 settembre - Il segretario del Ms-Fiamma Tricolore, Pino Rauti, annuncia una querela per calunnia e diffamazione aggravata contro il segretario dei Ds Walter Veltroni per quanto affermato alla Festa dell'Unita' su un suo coinvolgimento nell'inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Rauti afferma che Veltroni, nel ricordare la vicenda, “ha dimenticato che questo avvenne quasi 30 anni fa, che fui arrestato e inquisito. E che venni assolto con formula piena in istruttoria”. Rauti ricorda di essere stato ascoltato da quattro procure e una dozzina di magistrati. “Insomma - conclude - io sono stato assolto da quella vicenda, mentre l'on. Veltroni non risulta assolto da nessuno per le sue innegabili complicita' morali con il comunismo e con i suoi misfatti, eccidi e stermini, calcolabili in 100 milioni di morti”.

21 settembre - In seconda Corte d'assise di Milano riprende, dopo la pausa estiva, il processo per la strage di piazza Fontana. L' ex ufficiale delle SS Carl Hass, che avrebbe dovuto testimoniare, non si presenta. Hass, condannato all' ergastolo insieme a Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, ma agli arresti domiciliari, sembra non sia piu' in Italia. La polizia giudiziaria, infatti, non lo ha trovato al suo ultimo domicilio per notificargli la convocazione al processo. Tra gli altri testimoni, e' stata sentita Inge Feltrinelli, in relazione al tentativo da parte di gruppi di destra di far trovare in una villa del marito Giangiacomo Feltrinelli timer simili a quelli serviti per piazza Fontana. Carlo Maria Maggi si fa ricoverare in ospedale per un'operazione d' ernia.

22 settembre - Processo di piazza Fontana: il teste principale, Martino Siciliano si è reso irreperibile. Siciliano aveva accettato di tornare in Italia per testimoniare in cambio di una protezione minima: 600mila lire al mese, viaggio di  andata e ritorno in classe economica, scorta limitata ai soli trasferimenti da e per il  tribunale e da una decina di giorni era stato sistemato,  sotto falso nome, in un albergo dell'hinterland milanese dove il 20 settembre i  carabinieri incaricati del programma di protezione non l'avrebbero più trovato. Sotto il profilo giuridico quella di Siciliano non è una fuga, perche’ e’ un libero cittadino. Già un paio di volte Martino Siciliano si era tirato indietro; nel 1998, in sede di incidente  probatorio per Piazza Fontana, si era rifiutato di confermare le dichiarazioni rese prima al  giudice Salvini e poi ai pm Pradella e Meroni. In seguito, non aveva testimoniato al  processo per la bomba alla questura di Milano. Per questo gli era stato revocato il  programma di protezione, ripristinato qualche mese fa per incentivare il ritorno di Siciliano  in Italia per deporre in dibattimento. Il pm Massimo Meroni ha preso atto dell'irreperibilità di Siciliano e chiesto di aggiornare il dibattimento a venerdì 29. L'avvocato Federico Sinicato, difensore di parte civile dei familiari delle vittime, ammette senza infingimenti che "l'assenza dal processo di Siciliano, se si protrarrà, inciderà sulla costruzione probatoria". L'avvocato Antonio Franchini, del collegio di difesa di Delfo Zorzi, si dichiara "disorientato",  definisce il comportamento di Siciliano "coerente nell'incoerenza". "Venga o non venga, il contributo di questo signore è comunque marginale in questo processo - afferma Franchini - per di più è già stato smentito dal teste Vianello". Questo, aggiunge il difensore, "era e resta il processo di Carlo Digilio". 

23 settembre - Martino Siciliano, in una fax inviato da un albergo di Zurigo al suo difensore, l'avv. Fausto Maniaci, e da questi consegnato al pm Massimo Meroni, spiega i motivi della 'fuga' avvenuta il giorno prima di presentarsi in aula. In pratica Siciliano, pur ribadendo la sua fiducia a Maniaci e ai suoi collaboratori, diceva di non essere piu' intenzionato a testimoniare a causa delle condizioni economiche "inadeguate" offerte dallo Stato e lasciava intendere che ritornava in Sud America. Il contratto di collaborazione, infatti, prevedeva una protezione minima, 625 mila lire al mese da versare dopo la deposizione, il viaggio di andata e ritorno in classe economica e la scorta limitata ai soli trasferimenti da e per l'aula bunker di piazza Filangieri a Milano. Siciliano era arrivato in Italia il 14 settembre.

29 settembre - Processo per la strage di piazza Fontana: Martino Siciliano non si e' presentato neppure oggi in aula a testimoniare. Il pm Massimo Meroni ha consegnato alla Corte tutta la documentazione sul programma di protezione a cui Siciliano era stato affidato dal 14 luglio e sui suoi spostamenti dal suo rientro dalla Colombia a quando, la mattina del 22 settembre, si e' allontanato da Milano. La decisione di non piu' presentarsi a testimoniare ha preso di sorpresa anche i familiari di Siciliano. La mattina del 22 settembre, quando e' stato evidente che il superpentito si era allontanato, la Digos di Venezia ha infatti sentito il fratello Carlo Siciliano. "Sapevo che mio fratello era giunto in Italia perche' mi aveva telefonato. Mi ha fornito nella circostanza il numero telefonico di un albergo, mi pare di Treviglio e il numero della stanza". Carlo Siciliano ha quindi precisato che il fratello lo ha contattato una seconda volta per chiergli centomila lire, che lui gli ha fatto avere. Alla Digos Carlo Siciliano ha precisato che durante i contatti telefonici "Martino non mi ha dato motivo di preoccupazione alcuna. Non capisco quindi i motivi per i quali mio fratello si sia allontanato". Il processo e' stato aggiornato al 16 ottobre con la testimonianza del cap. dei Ros, Giraudo.

3 ottobre - A sezioni unite, la Corte di Cassazione conferma l' assoluzione disciplinare per il giudice milanese Guido Salvini, accusato di aver usato gli uomini del Sismi nelle indagini sulla strage di piazza Fontana a Milano. Secondo i giudici l'uso dell' intelligence era stato solo marginale e motivato dalla monumentalita' delle indagini e dalla loro particolare urgenza. Si rimarca pero' - come del resto aveva fatto anche il Csm, che aveva assolto Salvini con la formula 'perche' il fatto non costituisce illecito disciplinare' - che l'uso di forze estranee all' autorita' giudiziaria non e' di norma consentito, e rimane comunque un apporto del quale il magistrato non si deve di norma servire. In particolare, contro l'assoluzione di Salvini avevano presentato ricorso in Cassazione lo stesso procuratore generale della Suprema corte e il ministero della Giustizia. Secondo il Pg, Salvini essendosi avvalso nello svolgimento delle indagini da lui condotte sulla strage di piazza Fontana del dott.Aldo Madia, appartenente al Sismi e come tale privo della qualita' di ufficiale di Polizia giudiziaria, violava le norme del Codice di procedura penale che impongono ai giudici di avvalersi, per l'attivita' di assistenza, collaborazione e indagine, solo di ufficiali di Polizia giudiziaria. Tuttavia, le sezioni unite hanno respinto anche il controricorso presentato da Salvini, che voleva essere assolto con una formula piu' ampia di quella pronunciata dal Csm (perche' il fatto non costituisce illecito disciplinare), rilevando che il fatto a lui contestato si era realmente svolto, ovvero che lui avesse usato funzionari del Sismi in attivita' di Polizia giudiziaria e che quindi un comportamento "fuori dalle regole" si era verificato, anche se non passibile di sanzioni.Su Salvini pendevano nove capi di incolpazione, tra i piu' gravi dei quali - oltre all' uso del dott.Madia del Sismi - c'e' l'essersi recato alla fine del 1994 dal direttore del Sismi, gen.Sergio Siracusa, per chiedergli di mettere a disposizione 50 mila dollari oltre a quasi 18 milioni di lire, al fine di favorire la collaborazione del pentito di estrema destra Martino Siciliano, erogazione poi effettivamente avvenuta. Al riguardo, la Suprema corte, rifacendosi alla sentenza del Csm, rileva che la richiesta di pagare la collaborazione del pentito era gia' stata avanzata dal Ros, e che Salvini aveva soltanto dato una positiva valutazione tecnica dell' apporto che il Martino poteva dare all' inchiesta. Tra le altre incolpazioni, figurava anche quella di avere ingiunto al gen.Siracusa di non comunicare a Felice Casson - Pm di Venezia che procedeva contro Salvini per il reato di abuso d'ufficio in relazione ad una vicenda in cui era coinvolto Carlo Maria Maggi, come possibile fonte di rivelazione sulla strage - nessuna notizia in merito ai suoi incontri con vertici del Sismi. Anche in questo caso, la Cassazione, come gia' stabilito dal Csm, ha rilevato che non rientrava nei poteri di Casson acquisire notizie sugli incontri tra Salvini e i vertici del Sismi. Per i i parlamentari di Alleanza nazionale Enzo Fragala' e Alfredo Mantica la sentenza della Cassazione sul caso Salvini-Siciliano "nei fatti legittima l' uso improprio dei servizi segreti nelle indagini e dei collaboratori di giustizia".

4 ottobre - Nuova assoluzione davanti al Csm per il giudice milanese Guido Salvini, che per anni ha indagato sui gruppi eversivi legati alla strage di piazza Fontana. La sezione disciplinare ha prosciolto il magistrato dall' accusa di aver compromesso il prestigio dell' ordine giudiziario per aver usato in un provvedimento giudiziario "espressioni polemiche e sconvenienti" sui magistrati dirigenti il tribunale di Milano. Nel provvedimento Salvini lamentava uno "scarsissimo sostegno dei dirigenti del tribunale di Milano" allo sviluppo delle indagini, parlava di una "campagna di disinformazione e di discredito" contro lui e la sua inchiesta arrivata "ai limiti dell' aperta intimidazione".

11 ottobre – “Le Monde” pubblica in prima pagina un appello per la liberazione di Adriano Sofri, lanciato dallo storico Carlo Ginzburg e dalla scrittrice Jacqueline Risset, professoressa di letteratura francese all'universita' di Roma, per i quali a Sofri e' stata di fatto inflitta "una condanna a morte" al termine di un processo "senza prove, interminabile, interamente costruito sulla parola contraddittoria e vacillante di un solo pentito". In un lungo articolo, sotto il titolo 'Bisogna restituire Sofri alla vita', Carlo Ginzburg e Jacqueline Risset sostengono che l' ex leader di Lotta Continua e' vittima di una "macchina punitiva" con una chiara agenda politica: "si tratta di antidatare la nascita del terrorismo di sinistra" permettendo cosi' di "interpretare il massacro del dicembre 1969 a Milano come una risposta della destra ad una violenza di sinistra gia' in atto". L'articolo ospitato da "Le Monde" si chiude con l'auspicio che il presidente della Repubblica rimedi alla situazione con la grazia "restituendo Adriano Sofri alla vita". 

16 ottobre - Martino Siciliano, il superpentito del processo per la strage di piazza Fontana si fa vivo dalla Colombia con un fax, nel quale annuncia che la sua decisione di non testimoniare piu' e' definitiva. Siciliano aveva gia’ mandato un fax in cui tra l’altro diceva che non era piu’ disposto a collaborare per 625.000 lire al mese. Sulla cifra, tra l'altro, si e' appreso che le 625 mila lire non erano mensili, ma una quota una tantum per la sua trasferta dalla Colombia. Intanto sembra anche che Siciliano abbia perso la cittadinanza italiana. Anni fa, infatti, sposandosi in Francia aveva acquisito la cittadinanza francese, perdendo automaticamente quella italiana. Il mese scorso, pero', a Martino Siciliano era stato fornito un passaporto italiano per consentirgli la trasferta dalla Colombia in Italia. Dopo la mancata testimonianza di Martino Siciliano e il conseguente ribaltamento delle udienze gia' in programma, oggi il processo e' stato nuovamente rinviato. Il capitano dei carabinieri del Ros Massimo Giraudo, infatti, non ha potuto testimoniare in quanto Carlo Maria Maggi, uno degli imputati, e' stato ricoverato in ospedale. Maggi ha spiegato alla Corte attraverso il suo legale che e' intenzionato ad essere in aula per le deposizioni di alcuni testimoni, tra cui appunto il capitano Giraudo. Il processo e' stato aggiornato al 27 ottobre.

27 ottobre - Il processo per la strage di piazza Fontana potrebbe subire uno stralcio. Il medico veneziano Carlo Maria Maggi, ex responsabile di Ordine Nuovo per il Veneto e imputato per la strage, e' infatti ricoverato in ospedale a causa di un tumore al polmone e difficilmente potra' essere in aula il 31 ottobre, quando dovrebbero presentarsi per testimoniare Roberto Raho e Pietro Battiston. I due testimoni arrivano dal Venezuela, dove vivono da tempo, per cui sembra improbabile che possa essere fatta slittare la loro testimonianza. Per questo motivo, anche se le condizioni di salute di Maggi non sono gravissime, la sua posizione potrebbe essere stralciata e il processo continuerebbe solo nei confronti degli altri imputati: Delfo Zorzi, Carlo Digilio, Gian Carlo Rognoni e Stefano Tringali, quest'ultimo accusato solo di favoreggiamento. Maggi, che e' ricoverato nel reparto di pneumologia per difficolta' respiratorie, non si e' presentato in aula neppure oggi. Secondo i medici legali di Venezia che hanno depositato i risultati della perzia, la forma tumorale non sarebbe tra le piu' gravi, anche se un esame oncologico verra' effettuato nei prossimi giorni. Raho e Battiston dovranno testimoniare sull'attivita' di Ordine Nuovo in Veneto, sui rappporti tra Maggi e Digilio e sulle confidenze di quest'ultimo sulla strage di Piazza Fontana.

10 novembre - Processo piazza Fontana: i giudici della seconda Corte d' Assise di Milano, davanti ai quali si sta celebrando il processo per la strage di piazza Fontana, decideranno il 4 dicembre se utilizzare i verbali resi nel corso delle indagini preliminari da Martino Siciliano. Nell'udienza del 4 dicembre i giudici dovranno decidere anche l'attuale posizione processuale di Carlo Maria Maggi, ricoverato in ospedale per una grave malattia. Oggi giudici hanno sentito Livio Iuculano che nel 1969, quando si trovava in carcere a Padova, apprese notizie sulla preparazione di una serie di attentati ai treni e che i "bombaroli legati a Franco Freda" avrebbero organizzato anche "attentati su scala nazionale". Iuculano, figlio di un maresciallo dei carabinieri, ha anche raccontato di avere appreso che Franco Freda e un libraio di Treviso, avevano a Paese, un piccolo centro della provincia di Treviso, la disponibilita' di un cascinale che utilizzavano come deposito di esplosivo e di armi. Il cascinale di Paese e' lo stesso dove Carlo Digilio, l'artificiere di Ordine nuovo, ha dichiarato di avere incontrato Delfo Zorzi, il principale imputato del processo.

16 novembre - La Corte d' appello di Venezia conferma la condanna a tre anni, otto mesi e 15 giorni, per ricostituzione del partito fascista, inflitta a Carlo Digilio, 63 anni, per le attivita' della disciolta associazione “Ordine nuovo” tra il 1980 e il 1982, e la pena era stata inflitta in continuazione con quella precedente (11 anni) per l'attivita' dal 1968 al 1982. L' associazione, secondo il capo d'imputazione, perseguiva finalita' antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista, minacciando ed usando la violenza quale metodo di lotta politica, denigrando la democrazia e svolgendo propaganda razzista. Il processo di primo grado si era concluso nel 1993. In aula Digilio - che e' irreperibile dal quando ha rinunciato a comparire al processo per la strage di piazza Fontana - era assente e rappresentato da un avvocato d' ufficio. Il Pg Antonio Biancardi aveva chiesto la riduzione della condanna a un anno e sei mesi, considerando la condanna eccessiva. I giudici della quarta sezione penale della Corte, presidente Giacomo Rodighiero, hanno invece confermato la pena.

4 dicembre - I giudici della seconda Corte d'Assise di Milano decidono che le condizioni di salute di Carlo Maria Maggi sono compatibili col processo, e quindi la sua posizione, che era stata stralciata, e' stata riunita al troncone principale. La decisione dei giudici e' stata supportata dalla relazione del consulente medico legale, per il quale la malattia di cui Maggi soffre e' grave e richiede cure impegnative, "tuttavia e' altrettanto chiaro  - e' detto nella perizia - che al momento attuale lo stato di salute di Maggi e' tale da consentirgli di partecipare in condizioni di completa consapevolezza, e senza riportarne danni di alcun tipo, al processo a suo carico". Secondo il consulente, comunque, la partecipazione di Maggi non deve comportare alcuna modifica delle condizioni di riposo fisico a cui e' attualmente obbligato. Non deve affaticarsi e deve essere trasportato in aula in carrozzina perche' non puo' percorrere a piedi ne' scale ne' percorsi superiori a poche decine di metri. La Corte d'Assise ha anche deciso di utilizzare i verbali delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari da Martino Siciliano.

4 dicembre - A San Macuto, sede della Commissione stragi, arrivati 2200 documenti su Giangiacomo Feltrinelli, raccolti in 4 grandi pacchi che contengono 8 faldoni sull'editore e fondatore dei Gap, morto sotto il traliccio di Segrate, provenienti dagli archivi dei servizi segreti. Il dossier raccoglie carte che coprono un arco di tempo che va dal 1950 a dopo la morte di Feltrinelli, cioe' alla fine degli anni Settanta. Un dossier che non raccoglie solo carte italiane ma anche che provengono da "servizi collegati. " Quello che e' interessante, segnalano i deputati di An Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, che hanno richiesto due mesi fa le carte, e' che  gli accertamenti su Feltrinelli proseguono anche dopo la morte di Feltrinelli, segno che  si trovavano elementi nel nascente terrorismo di sinistra. E' un dossier complesso che dimostra come la rottura tra Feltrinelli e Pci, tra il '68 e il '69 - avvenne su sollecitazione del Kgb".

6 dicembre – Il “Corriere della sera” scrive che agli atti del processo di piazza Fontana e’ stata depositata la testimonianza resa dal senatore a vira Paolo Emilio Taviani a due ufficiali dei carabinieri. Il verbale ha la data del 7 settembre 2000. Taviani dice che “In sintesi la chiave di lettura della storia italiana dalla primavera del 1947 al 1989 sta nella doppia politica estera. In uno scenario di tale gravita’ sono esplose tre drammatiche crisi: 1964, 1969-70, 1973-75”.
Sulla prima crisi, quella del 1964, Taviani racconta che il presidente Antonio Segni torno’ da una visita in Francia, il 22 febbraio, “impressionato dall’ organizzazione antistalinista dei francesi: Mi chiese piu’ volte cosa avessimo previsto in caso di insurrezione armata comunista. Gli ho sempre risposto che, dopo la sconfitta interna dei secchiani, ne’ io ne’ Vicari, capo della polizia, ne’ l’ arma avevamo preoccupazioni di tal genere”. Da allora  Segni “non ricevette piu’ Vicari, ma soltanto De Lorenzo. Poi allontano’ da se’ a poco a poco anche Cossiga. Li riteneva troppo di sinistra”. Taviani parla di alcune persone che alimentavano i timori di Segni e fa i nomi di Merzagora, Bucciarelli Ducci, Martino, Pacciardi, Eugenio Reale, Renato Angilillo, “un cospicuo mondo politico trasversale. Parlamentari, alti funzionari, magistrati, alti ufficiali, che in buona fede vedevano un pericolo nella nostra apertura a sinistra. C’ erano dei democristiani, ma non tutti lo erano, dei massoni, ma non tutti. Erano sobillati dalla Cia ? A dire il vero era accaduto il contrario: qualcuno dei personaggi citati aveva espresso a personaggi di Paesi a noi alleati le nostre preoccupazioni”.
Taviani colloca la strage di piazza Fontana, “la madre delle stragi”, in un clima di debolezza e gelosie dei servizi in cui “i gruppuscoli di estrema destra si gonfiarono fino a costituire una galassia distaccata dal Msi”. Per Taviani pero’ “c’ e’ un punto fondamentale per capire la strage ed e’ che la bomba, nell’ intenzione degli attentatori, non avrebbe dovuto procurare alcun morto”. Taviani aggiunge che “la sera del 12 dicembre 1969 il dott. Fusco, un agente di tutto rispetto del Sid, defunto negli anni ’80, stava per partire per Milano con l’ ordine di impedire attentati. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era scoppiata. Da Padova a Milano si mosse, per depistare le colpe veso la sinistra, un ufficiale del Sid, Del Gaudio. Questi due dati sono indizi, se non prove, di atteggiamenti contrastanti nello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell’ Arma di Milano e di Padova vi furono deviazioni”. Taviani dice anche che la notizia su Fusco gli fu “rivelata da un religioso” e “poi confermata da Miceli”.
Un’ atra fase viene individuata da Taviani dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo. “Nel periodo dello sfascio del Sifar e della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento parecchi confidenti, veri e propri ‘servizi paralleli’, spesso equivocati con Gladio, mentre con essa non avevano nulla a che vedere. Quando, dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo, le questure e alcuni settori dell’ arma rettificarono la loro azione, alcuni di questi agenti si trovarono diffidati e respinti. A mio sommesso parere stanno qui le schegge impazzite che imperversarono soprattutto in Toscana. Mario Tuti, che quando fu scoperto uccise due poliziotti, era un tipico esponente di queste schegge, di estrema destra, impazzite”.

7 dicembre - Walter Bielli, capogruppo dei Ds in Commissione Stragi, presenta una proposta di legge per istituire il reato di depistaggio. La proposta prevede dopo l'articolo 372 del Codice Penale un nuovo articolo che sanzioni con la reclusione da 6 a 12 anni tutti quei comportamenti che mirano all'occultamento totale o parziale della verita' da parte di pubblici ufficiali. "Ovviamente - spiega Bielli - questa previsione non puo' non tener conto della salvaguardia garantita dalla disciplina del segreto di Stato, perche' non risulta perseguibile la condotta, pur omissiva, tenuta in ottemperanza delle disposizioni vigenti in materia di tutela degli interessi dello Stato". E' noto, spiega ancora Bielli, che "molte delle inchieste sui principali avvenimenti di strage e terrorismo hanno subito rallentamenti, quando non veri e propri arresti, a causa della mancata collaborazione dei pubblici ufficiali con l'autorita' giudiziaria. Da Piazza Fontana in poi, le omissioni, le bugie e la distruzione di documenti  hanno impedito che si potesse giungere alla scoperta dei responsabili materiali e morali degli attentati che hanno colpito e devastato il Paese fino al 1993".

11 dicembre - Nel trentunesimo anniversario dell’attentato di piazza Fontana, a Milano domani alle 10.30 e' prevista all’università della Bicocca una «lezione di memoria» tenuta dal professor Mantegazza con il premio Nobel Dario Fo. Mentre oggi alle 17.30 la Camera del Lavoro, in corso di Porta Vittoria, ospita un convegno con il giudice Guido Salvini, che ha istruito il nuovo processo sulla strage, e l’avvocato Federico Sinicato, parte civile per i familiari delle 16 vittime della bomba del 12 dicembre 1969.

12 dicembre – Alcune migliaia di persone sfilano da piazza Duomo fino a piazza Fontana dove, davanti alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, hanno ricordato le vittime della strage del 12 dicembre del 1969. Mentre in un'altra cerimonia, alle 16.25, ora in cui scoppio' la bomba 31 anni fa, il sindaco Gabriele Albertini, ha deposto una corona. Momenti di tensione ci sono stati all’ inizio del corteo, quando un gruppo ha portato via bandiera e volantini da un banchetto della Lega Nord. La bandiera e' stata issata come trofeo sul carro che apre il corteo e poi nascosta. Durante la manifestazione un gruppetto di giovani della “Rete Autogestita Studenti & Collettivi” si e' staccato dal corteo e ha fatto irruzione nel Centro Culturale di Milano in via Zebedia, ritenuto vicino a Comunione e Liberazione. I giovani, 4 o 5, con il volto coperto da sciarpe e cappelli sono entrati, hanno lasciato sui muri scritte come "CL merda" e "CL papponi", poi hanno lanciato un paio di fumogeni e un pacco di volantini. L' azione e' stata motivata come gesto di solidarieta' con gli studenti che sarebbero stati percossi due settimane fa durante la manifestazione al Forum di Milano a favore dei buoni scuola della regione Lombardia. Dario Fo, all' Universita' Bicocca di Milano, ha sottolineato, in una 'lezione di memoria' sulla strage di Piazza Fontana, come si possa anche "fare terrore" stendendo il velo di silenzio su fatti passati o recenti. "Tragica – ha detto Fo - non e' tanto la violenza esercitata, no, la cosa che fa terrore e' la macchina del silenzio". Fo ha quindi ricordato il nuovo processo per la strage dove "organizzazioni dello Stato - ha detto - sono dentro fino al collo". Da parte del potere, secondo Dario Fo, si cerca di "non ricordare quel passato". "Una grandissima struttura da commedia ha messo in moto una macchina di depistaggio delle indagini su quella orribile strage - ha detto ancora Fo - e non bisogna dimenticare che Valpreda resto' in carcere per cinque anni e rischio' l'ergastolo, salvandosi solo per la forte reazione di intellettuali e di giovani". "E' chi pago' di piu' - ha osservato Dario Fo - e' stata Franca sequestrata da un commando fascista e costretta a subire violenza. Quel giorno - ha aggiunto - un famosissimo generale dei carabinieri ha brindato, ma un sottufficiale presente, indignato, ha denunciato l'accaduto alla magistratura e quella denuncia e' ora agli atti". La lezione di Dario Fo si e' svolta nell' ambito del Corso di Filosofia dell'educazione, tenuto dal professor Mantegazza, che ha anche coordinato il dibattito. 

12 dicembre - In una dichiarazione di cui e' primo firmatario il capogruppo Gavino Angius, i senatori Ds assicurano che resta immutato "l'impegno politico e civile a scrivere tutta la verita' sulle stragi", a 31 anni dalla strage di Piazza Fontana. "Crediamo - si legge - che debba rimanere l'impegno politico e civile a scrivere tutta la verita' su quella e su tutte le altre stragi, sia per quanto riguarda le responsabilita' personali, sia per i ruoli di copertura e di depistaggio degli apparati dello Stato, per onorare la memoria dei poveri morti e perche' i giovani conoscano e sappiano chi agi', nel nostro recente passato, contro la vita di incolpevoli cittadini italiani". I senatori Ds auspicano anche che il processo di Milano contro gli esponenti di Ordine Nuovo del Veneto possa finalmente chiarire "le responsabilita' individuali degli estremisti di destra, la dinamica della fase operativa dell' attentato e lo scenario completo dei depistaggi dell' ufficio Affari Riservati del ministero dell' Interno e del Sid dell' epoca". Il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino commenta, intervistato da Radio Radicale dice che avrebbe firmato l’ iniziativa dei senatori Ds ma "Non ero a conoscenza". Alla domanda:"Come valuta il fatto di non essere stato interpellato dal suo gruppo?" Pellegrino risponde:"Non lo so, ma questo dovete domandarlo a chi ha sottoscritto la dichiarazione e ha ritenuto di non interpellarmi". "Ma le dispiace - e' stato chiesto ancora al presidente della commissione Stragi di non essere stato interpellato?". "Io tengo molto al giudizio di Salvini su quello che e' stato il mio ruolo per cio' che ha riguardato lo svolgimento di questa indagine. E' noto che ci furono momenti in cui sembrava che il dott.Salvini non potesse completarla". "Per colpa di chi?". "Per colpa - ha risposto ancora Pellegrino - di una serie di incomprensioni tutte interne alla magistratura, anche con una parte di Magistratura Democratica. Non e' nemmeno casuale che di fronte al Csm Guido Salvini sia stato difeso da Alberto Maritati, mio carissimo amico e mio successore nel collegio senatoriale di Lecce". Pellegrino ricorda che il processo che si sta celebrando a Milano "nasce dall'indagine del giudice milanese, poi riprese dalla procura di Milano da Pradella e Meroni. Ho piacere che questa venga oggi vista come una pista indagativa, come un'ipotesi giudiziaria seria, di cui e' in corso la verifica dibattimentale. E sono lieto che oggi ci sia su questo una sostanziale unita', visto che originariamente molti a sinistra non sembravano credere granche' alla fatica di Guido Salvini".

14 dicembre – Processo piazza Fontana: Marco Pozzan, coinvolto nella prima inchiesta sulla strage di piazza Fontana, spiega per quale motivo ritratto' le sue dichiarazioni a proposito di un incontro tra Pino Rauti e Franco Freda:“E' stato frutto di fantasia. Ho detto quelle cose perche' i magistrati dicevano che avevano riscontri”. Pozzan, all'epoca della prima inchiesta sulla strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura, aveva raccontato al giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, che il 18 aprile del 1969 Pino Rauti si era incontrato con Freda nell'atrio centrale della stazione di Padova. Pozzan aveva dichiarato di essere stato convocato dallo stesso Freda, che Pino Rauti arrivo' con il treno da Mestre al primo binario e che all'incontro erano presenti anche Marco Balzarini, Ivano Toniolo e Giovanni Ventura. Su questo incontro gli inquirenti avevano anche altri elementi, tra cui una intercettazione telefonica, nella quale Franco Freda parlava di una riunione tenutasi a Padova il 18 aprile 1969, nel corso della quale si era parlato di timer con un misterioso 'signor P'. Pozzan aveva ritrattato le dichiarazioni su questo episodio che aveva fatto finire in carcere Rauti. Anche oggi, incalzato dal pm Massimo Meroni e dall'avvocato di parte civile Federico Sinicato, Pozzan ha ribadito di essersi inventato tutto.

15 dicembre - Processo per la strage di piazza Fontana: il capitano dei Ros Massimo Giraudo, che ha svolto le indagini sulla strage di piazza Fontana dice che "Digilio ci ha indicato persone che operavano in clandestinita' per i servizi segreti americani, che non erano note neppure al nostro servizio". Giraudo ha ricostruito le fasi delle indagini e, in particolare, la rete dei servizi segreti americani che operavano in Veneto. "Nella prima fase delle indagini - ha spiegato Giraudo - pensavamo alla Cia, poi ci siamo resi conto che molti personaggi erano collegati al Cic (Counter intelligence corps), il servizio segreto militare". Un servizio particolarmente attivo in Veneto perche', ha spiegato l'ufficiale, "all'epoca si temeva un conflitto mondiale con l'Urss per cui l'Italia e il Nordest erano considerati strategici; non a caso proprio inVeneto c'erano le basi Nato e a Verona il comando del reparto guerra psicologica". Giraudo ha quindi spiegato per quale motivo gli americani arruolavano come agenti e informatori cittadini italiani: "In caso di invasione comunista volevano avere la possibilita' di organizzare la resistenza che, pero', non doveva essere spontanea come quella che ci fu contro i nazisti. In pratica avevano costituito una specie di Gladio". Nella sua lunga deposizione Giraudo ha parlato anche di alcune persone legate ai servizi statunitensi. Tra queste Joseph Luongo, allontanato dal Sifar di De Lorenzo come indesiderabile e attivo nel Cic. "Era - ha ricordato Giraudo - in collegamento con Karl Hass, l'ufficiale nazista coinvolto nella strage delle Fosse Ardeatine. Aveva preparato due liste di comunisti altoatesini considerati pericolosi. L'anticomunismo era l'attivita' principale di quel servizio". L'ufficiale ha quindi ricordato le agende sequestrate a tale Leo Pagnotta: "Erano tutte scritte in inglese e testimoniavano un certo interesse ad armamenti: navi, motovedette, aerei, elicotteri e mine. In particolare erano evidenti anche contatti con paesi del blocco comunista come l'Albania e la Jugoslavia". Giraudo ha anche ricordato che nel corso di una perquisizione rinvenne un appunto del maresciallo dei carabinieri Prisco Palmiero, secondo il quale Delfo Zorzi, uno dei principali imputati al processo in corso, si era allontanato dall'Italia per evitare di essere coinvolto nell'inchiesta sulla strage di Piazza Fontana.
 

16 dicembre - In un dibattito a Radio Popolare con il pm Armando Spataro, il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino dice che uno dei carcerieri di Moro fu aiutato ad evadere dal carcere perche' portasse a Mario Moretti, capo delle BR, e potrebbe "essere sfuggito al controllo". Partecipando ad un dibattito a Brescia sul suo libro "Il segreto di Stato" con il sen. Alfredo Mantica e il capogruppo del centrosinistra in Regione, Mino Martinazzoli, sollecitato dai cronisti, torna sull' argomento. A rivelare questo particolare sarebbe stato "un autorevole esponente della prima Repubblica", durante un interrogatorio davanti ad un ufficiale di polizia giudiziaria dei Ros. Il presidente della Commissione Stragi ha detto che sapeva questo "da tempo". Non ho mai voluto dirlo - ha concluso – ma il dottor Spataro mi ha messo con le spalle al muro, ed ho dovuto dirlo!". A Radio Popolare, secondo la trascrizione del dibattito diffusa dall'emittente, a un certo punto la discussione fra Pellegrino e Spataro si e' accesa a proposito del presunto ruolo dei carabinieri nella strategia della tensione, nella vicenda della violenza subita da Franca Rame, nella gestione della scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso. Alle accuse di Pellegrino, Spataro ha risposto tra l'altro: "Il metodo di analisi per cui si collega Franca Rame a via Monte Nevoso e' un metodo non scientifico. Io non difendo i carabinieri, io difendo la verita'. Non escludo che in talune ipotesi, attraverso tecniche investigative poco corrette, si siano perseguiti fini non di verita': io dico che in quella operazione e' stato fatto cio' che era doveroso, corretto". A quel punto Pellegrino ha ribattuto: "Io mi assumo la responsabilita' di dirle che tra poco si sapra' che un illustre uomo politico italiano ha affidato a un verbale di polizia giudiziaria che uno dei carcerieri di Aldo Moro era stato lasciato evadere perche' portasse a Moretti. E mi assumo la responsabilita' di dire che, puo' darsi, che anziche' portare a Moretti sia sfuggito al controllo". "Lei deve ammettere - ha aggiunto Pellegrino rivolto a Spataro - che sarebbe scientifico, in quel caso, andare fino in fondo e domandarsi perche' questo e' avvenuto". Pellegrino dice anche che la Procura di Brescia nelle indagini sulla strage di Piazza della Loggia sta facendo "un buon lavoro". "I magistrati bresciani - ha detto Pellegrino - completeranno, probabilmente, il lavoro della Procura di Milano e dei giudici istruttori come Salvini e Lombardi". La strage di Brescia, per il presidente della Commissione, si colloca infatti nel quadro degli anni '69-'74, "gia' sufficientemente chiarito", soprattutto dopo le ultime dichiarazioni dell' ex ministro dell' Interno Taviani, e per altri particolari contenuti nel libro di Edgardo Sogno. Rivelazioni, queste, che aiutano "a comprendere e distinguere", per esempio, l' eccidio bresciano dalla strage della Banca dell' Agricoltura di Milano. "Non sono infatti uno il remake dell'altro - ha spiegato Pellegrino - anche se indubbiamente qualche cosa le collega". Piazza Fontana, secondo Pellegrino, ha "un input politico-istituzionale". L' intenzione non era, come hanno detto Sogno e Taviani, quella di procurare morti. "I morti derivano da un errore di posizionamento del timer - ha detto - oppure da un' iniziativa degli esecutori che hanno voluto portare piu' in la l'aggressione e l' attacco". Le stragi successive (Questura di Milano, Peteano, Brescia e Italicus) sono, invece secondo Pellegrino quelle "di una manovalanza" delle organizzazioni di estrema destra che avevano avuto un lungo rapporto con i servizi segreti. "Quando i servizi e gli apparati di sicurezza nel loro complesso hanno disdettato questo patto e cominciato a picchiare sugli alleati di prima - ha affermato Pellegrino - sono avvenute stragi di tipo reattivo". Queste ultime non sono, quindi, strettamente stragi di Stato, secondo Pellegrino, il quale ha detto, pero', che "i depistaggi sono stati indubbiamente di Stato".

20 dicembre - All' unanimita' la Prima Commissione del Csm chiede al plenum di archiviare la procedura di trasferimento d'ufficio a carico di Guido Salvini che non avrebbe commesso irregolarita' nell'inchiesta sui movimenti eversivi coinvolti nella strage di piazza Fontana. La procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilita' ambientale era stata aperta nei confronti di Salvini quattro anni fa. E riguardava comportamenti oggetto anche di un procedimento disciplinare che l'anno scorso si e' concluso con l'assoluzione del magistrato. Tra l'altro a Salvini veniva contestato di essersi attribuito abusivamente la competenza delle indagini su piazza Fontana, contrastando la volonta' dei magistrati cui era stata delegata l'istruttoria del procedimento; ma soprattutto gli veniva rimproverato di aver svolto attivita' investigative anomale. E in particolare di essersi servito nelle indagini di un ufficiale del Sismi e di aver chiesto al servizio di mettere a disposizione del neo-fscista Martino Siciliano 50 milioni di lire perche' collaborasse. Vicende gia' ampiamente chiarite in sede disciplinare. Chiedendo l'archiviazione la Commissione ha pero' stralciato una parte del fascicolo su Salvini: quella relativa a presunti contrasti con magistrati dell'ufficio gip di Milano e in particolare con la collega Maria Clementina Forleo, su cui proseguira' l' istruttoria.

21 dicembre - Processo per la strage di piazza Fontana: l' ex ordinovista Maurizio Tramonte dice che "La valigia con la bomba all' interno della Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana l' ha messa Delfo Zorzi. L' attentato alla Comit di Milano, lo hanno fatto Franco Freda e Giovanni Ventura. Gli attentati a Roma Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino". Tramonte, conosciuto anche come "fonte Tritone" per i suoi legami con i servizi segreti, ha spiegato di essere stato avvicinato da un funzionario della Questura di Verona, il quale gli chiese di infiltrarsi in Ordine Nuovo. Tramonte, in aula, ha anche rivelato il nome del funzionario di polizia al quale riferiva tutte le notizie. Si tratta di Lelio Di Stasio, che gli era stato presentato dallo zio di sua madre, un altro funzionario di polizia. "Lo zio di mia madre mi telefono' nell' ottobre del 1968 e mi disse che sarei stato avvicinato da tale Alberto. Questo era il nome di copertura, mentre a me venne dato il nome di Francesco", ha spiegato Tramonte.  Nel suo racconto, Tramonte ha quindi spiegato che Alberto gli disse di infiltrarsi in Ordine Nuovo. "Ho conosciuto - ha detto Tramonte - Franco Freda e Massimiliano Fachini e nel gennaio del 1969 ho partecipato a una riunione alla quale erano presenti anche Pino Rauti e Delfo Zorzi. In quella occasione Rauti spiego' che era necessario rientrare nell'Msi, ma che sarebbero stati costituiti gruppi clandestini che si sarebbero organizzati per compiere attentati". Tramonte ha quindi ricordato di aver partecipato ad un corso per schedatura, pedinamento e guerriglia. Vennero organizzati anche altri corsi in Portogallo, ai quali parteciparono, Freda, Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e altre persone. Quei corsi servivano per imparare e compiere attentati". Tramonte ha raccontato di altre riunioni svolte a Roma e della sua attivita' di schedatura di persone di sinistra e di 500 ex partigiani. "A maggio - ha ricordato - Fachini mi fece incontrare con un ufficiale americano a Longare. L'ufficiale, che, come mi e' stato detto, apparteneva ai servizi segreti americani, mi spiego' che dovevo schedare solo gli ex partigiani, perche' temeva che in caso di invasione sovietica, potessero aiutare il nemico". Tramonte ha anche raccontato che in una delle riunioni romane svoltesi a Decima, vicino all' Eur, Rauti disse che era necessario alzare la tensione politica attraverso gli attentati. "Disse - ha spiegato - che gli era stato assicurato che in seguito agli attentati ci sarebbero state le elezioni anticipate con una decisa svolta a destra. Anche perche' l' obiettivo doveva essere quello di un golpe di tipo greco". Tramonte ha quindi raccontato che nel luglio 1969 Freda e Zorzi in alcune cave del Veneto fecero le prime prove per gli attentati, e che Fachini gli disse che era giunta l' ora "del momento magico", riferendosi all' attentato del 12 dicembre. Tramonte ha anche detto che il giorno dopo la strage chiese una spiegazione a Fachini. "Fachini - ha ricordato - mi disse che il piano era stato cambiato e che era stata decisa la strage. Mi disse che chi aveva collocato la bomba, sapeva che ci sarebbero stati morti. Mi disse che i tempi erano maturi per il golpe".
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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