27 gennaio - Il capitano dei servizi
segreti Antonio La Bruna, 72 anni, muore nell' ospedale di Bracciano. Ufficiale
dei carabinieri, fu coinvolto tra l' altro nel caso Pecorelli, nella vicenda
della Loggia P2 e nel processo per la strage di Piazza Fontana. Era stato
ricoverato il 26 nel reparto di cardiologia, ma e' stato colto da un infarto
nella notte. Con l'aiuto di alcuni giornalisti, La Bruna stava scrivendo
un libro di memorie dal titolo provvisorio "Agli ordini dello Stato. Lo
007 piu' discusso racconta la sua verita"'. Il volume avrebbe svelato i
retroscena delle attivita' anticomuniste alla fine degli anni Sessanta,
le missioni svolte all'estero, le azioni svolte in aiuto di Gheddafi, i
retroscena politici di piazza Fontana e del golpe Borghese, l'azione svolta
in Italia dai servizi stranieri, a partire da quello americano e dal Mossad
israeliano. La Bruna aveva dato un contributo rilevante alla prima inchiesta
Salvini fornendo per la prima volta, oltre ad una ricostruzione ampia della
vicenda, anche le copie delle registrazioni fatte nel corso dei colloqui
con Remo Orlandini e gli altri cospiratori del "Golpe della Madonna" del
7 dicembre 1970. Molti retroscena di quella vicenda sono ricostruiti nel
volune "La Notte della Madonna" che circolo' per qualche mese a meta' degli
anni Settanta. Il giudice milanese Guido Salvini dice che "In questi ultimi
tempi, La Bruna aveva cominciato ad accennare ad altre missioni svolte
in Svizzera e Grecia". La figura di La Bruna, per il giudice Salvini, e'
quella di "un ufficiale subalterno in servizio presso il vecchio Sid del
generale Maletti, che aveva pagato per tutti, anche piu' di quelle che
erano le sue colpe. Dall' inizio degli anni '90 aveva iniziato un percorso
di riscatto e distacco da quel mondo, fornendo una preziosa collaborazione
in particolare consegnando i nastri relativi al golpe Borghese e alla 'Rosa
dei venti', che i suoi superiori avevano occultato". La Bruna avrebbe dovuto
testimoniare anche al nuovo processo per la strage di Piazza Fontana, che
si aprira' il 16 febbraio a Milano. I suoi verbali, con ogni probabilita',
saranno acquisiti dalla Corte d' assise. Nell' ordinanza con la quale chiudeva
l' inchiesta su Ordine Nuovo, il giudice Salvini parlava del capitano La
Bruna definendolo "un capro espiatorio". "Essendo il soggetto meno forte
- scriveva il magistrato -, il suo nome era stato utilizzato costantemente
ogniqualvolta si era reso necessario, soprattutto da parte di Stefano Delle
Chiaie, architettare una versione depistante e inquinante di qualche episodio
nell' ambito dei ricatti e degli avvertimenti che Delle Chiaie, dopo le
reciproche compromissioni, inviava periodicamente all' ambiente dei Servizi
che lo aveva sempre protetto e doveva continuare a proteggerlo".
2 febbraio - Il Gip Clementina
Forleo respinge la richiesta di archiviazione dell'inchiesta per falso
ideologico, presentata dal pm Mario Meroni, ed ha ordinato al pubblico
ministero di formulare l'imputazione contro il prefetto Carlo Ferrigno
e il questore Roberto Savio, indagati per un presunto ruolo nei depistaggi
avvenuti nelle inchieste milanesi contro l'eversione di destra e in particolare
in quella sulla strage di Piazza Fontana. Ferrigno e Savio finirono sotto
inchiesta per falso ideologico, per iniziativa del Pm Pradella, pochi mesi
dopo il ritrovamento di oltre 200 faldoni abbandonati in un deposito sulla
via Appia, a Roma. Il materiale proveniva in gran parte dall'ex Ufficio
affari riservati del Viminale e non e' stato ancora oggetto di una completa
analisi da parte dell'autorita'giudiziaria. Il Pm Pradella ha esaminato
solo una parte dell' archivio, migliaia di documenti in gran parte provenienti
da un'attivita' di catalogazione condotta dall'ex funzionario dell'Ufficio
affari riservati Silvano Russomanno.
3 febbraio - L'estremista di destra
Massimiliano Fachini, 58 anni, muore in un incidente stradale. La Fiat
Bravo di Fachini e' coinvolta in uno dei tamponamenti avvenuti sulla A4
nei pressi di Grisignano (Vicenza). Fachini, dopo aver finito di scontare
all'inizio degli anni '90, nel carcere di Belluno, una condanna defintiva
per banda armata e associazione sovversiva, in relazione all'attivita'
di Ordine Nuovo, era tornato a vivere nella sua citta' natale, Padova,
dove lavorava come rappresentante di commercio. Il nome di Massimiliano
Fachini e' entrato in tutte le maggiori inchieste sullo stragismo e sull'eversione
di destra in Italia. Ma dai due capitoli piu' bui, la strage di Piazza
Fontana e quella alla stazione di Bologna, nella quale era stato pur condannato
all'ergastolo in primo grado, il neofascista padovano era uscito assolto.
L'unica condanna definitiva a suo carico, cinque anni di carcere, era stata
emessa dalla magistratura di Roma per il reato di associazione sovversiva
e banda armata, in relazione alle attivita' di Ordine Nuovo. Descritto
da alcuni pentiti come un esperto dinamitardo che progettava attentati
e riforniva di armi ed esplosivo i gruppi della destra terrorista, Fachini
aveva sempre negato tuttavia di aver avuto a che fare con "i Nar e lo spontaneismo".
Amico intimo di Franco Freda, Fachini aveva inoltre sempre negato suoi
collegamenti con i servizi segreti deviati, che gli erano stati attribuiti
"calunniosamente" negli stessi ambienti della destra. Nell'inchiesta sulla
strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura, Fachini, esperto di timer
ed inneschi, era stato coinvolto invece successivamente alle sentenze della
Corte d'assise d'appello di Catanzaro, prima, e Bari, poi, che avevano
assolto Freda, Ventura e Valpreda. Nel 1989 la Corte d'Assise di Catanzaro
aveva assolto Fachini per non aver commesso il fatto e con lui Stefano
Delle Chiaie.
4 febbraio - Dario Fo e Franca Rame
lanciano un appello per invitare i milanesi a partecipare alle udienze
del nuovo processo sulla strage di piazza Fontana che si aprira' ("finalmente",
commenta il Premio Nobel) il 16 febbraio. "E' un fatto - sostengono – che
hanno tentato di seppellire decine di volte. Hanno cercato di farlo uscire
dalla storia quando e' stato il primo atto di una guerra. Ora sarebbe tragico
se ci trovassimo li', al processo, solo in 5 o 6". L'invito a fare delle
udienze dei "momenti di partecipazione attiva della citta' democratica"
parte da Massimo Todisco, responsabile dell' Osservatorio di Milano che
avrebbe raccolto l'adesione anche di Mario Capanna, Sergio Cusani, Lella
Costa, Mario Cabassi, Milly Moratti, don Gino Rigoldi, Marco Formentini.
9 febbraio - In un'intervista al
Tg2 delle 13, Delfo Zorzi afferma che i servizi segreti avrebbero dato
100 milioni di lire a Martino Siciliano per spingerlo a indicare in lui
l'autore materiale della strage. "Martino Siciliano - spiega Zorzi nell'intervista
- riceve una comunicazione giudiziaria per la strage di Piazza Fontana,
evidentemente fatta apposta per spaventarlo. A causa di questo, perde il
suo lavoro e si riduce alla fame. I servizi segreti - aggiunge - gli danno
sottobanco piu' di 100 milioni la prima volta, qualcosa d'altro forse piu'
tardi. In cambio, riferisce di mie presunte confidenze rese davanti a persone
che pero' lo smentiscono radicalmente". Zorzi - che si definisce "un cittadino
giapponese" - parla anche dell'altro accusatore, Carlo DiGilio: "Viene
estradato a Santo Domingo - afferma Zorzi - dopo aver accumulato 13 anni
di condanna definitiva che non sconto' ne' scontera' mai. Per capire la
ragione del suo odio nei miei confronti - aggiunge - devo dire che lui
era ed e' convinto che io avessi sparso la voce nell'ambiente che lui era
il vero autore della strage di Piazza Fontana". Zorzi continua a sostenere
che il giorno dell'attentato alla Banca nazionale dell'Agricoltura non
era a Milano ma a Napoli, per seguire dei corsi all'Universita' orientale.
"Pensavo che si trovassero i registri - dice al Tg2 - e a quanto pare non
si trovano piu' ". Quanto ai motivi della sua assenza in aula al processo
che sta per iniziare, sostiene che questa vicenda "ha gia' visto la creazione
di molti mostri che hanno scontato, innocenti, molti anni di galera: Valpreda,
Freda, Ventura, Giannettini, Delle Chiaie. Io non intendo passare per l'ennesimo
mostro rovinando la mia famiglia, la mia azienda per una strage che non
ho commesso e che condanno". Zorzi sostiene anche di temere per la propria
incolumita' ("Forse qualcosa potra' anche accadermi durante o alla fine
del processo").
10 febbraio - Nel suo intervento
ad un dibattito organizzato dal Prc alla Camera del Lavoro di Milano, l'
on.Giuliano Pisapia, deputato del gruppo Misto eletto nelle liste del PRC,
afferma che "il Governo si e' impegnato di fronte alle vittime delle stragi
a togliere il segreto di Stato, ma ancora non lo ha fatto". Per "vigilare"
sul processo, il Prc e altre realta' milanesi hanno realizzato un Osservatorio
sul processo. "Seguiremo nell' aula bunker tutte le udienze - ha detto
Roberto Giudici, dell' Osservatorio - per comunicare e diffondere quello
che avviene nel processo". L' Osservatorio realizzera' anche un sito Internet
sul dibattimento.
14 febbraio - In una conferenza stampa,
l'avv. Federico Sinicato, che rappresenta la Provincia di Milano e un gruppo
di familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, dice che
"basterebbe il riconoscimento di responsabilita' di uno degli imputati
per scoperchiare il meccanismo che ha portato alla strage di piazza Fontana".
"E' un processo che si presenta lungo e complesso - ha osservato Sinicato
- e che presumibilmente si concludera' fra un paio d'anni, e comunque non
prima della fine del 2001 a causa delle centinaia di testimoni e della
massa rilevantissima di documenti. Dipende anche da quali testimonianze
saranno accolte dalla Corte. Ma e' solo un processo nuovo che non sara'
diverso dai precedenti: tutti gli elementi di indagine non sono andati
dispersi, cosi' come gli atti, i riscontri e le testimonianze". "E' fondamentale
- continua Sinicato - riuscire ad attribuire una responsabilita' a uno
degli imputati. Poi quanta pena scontera' o sconteranno i condannati non
sara' importante: dipendera' dalla legge di allora".
11 febbraio - Gli studenti delle
scuole superiori milanesi ritengono che le Br sono responsabili delle stragi
che hanno insanguinato l'Italia da piazza Fontana, a Ustica, dalla bomba
alla stazione di Bologna a piazza della Loggia e all'Italicus. Da un sondaggio
condotto dall'istituto Cirm su un campione di ragazzi degli ultimi anni
delle superiori di Milano, il 43% attribuisce appunto alle Brigate rosse
la responsabilita’ degli attentati; alla mafia il 38%; agli anarchici (25
studenti su cento), ai fascisti (22,9%) e ai comunisti (15,9%). Altre risposte
indicano il gesto di un folle (13,8%), i socialisti (5,5%) e la Cia (il
4,7%). Ma quasi 20 su cento non sanno o non rispondono. Risulta inoltre
che la fonte di informazione per eccellenza dei ragazzi sullo stragismo
e’ la televisione (l' 84,3%), seguita dai giornali (46,6%), dalle famiglie
(45,6%). Alla scuola il ruolo di fanalino di coda: e’ stata fonte di informazione
solo per 17 ragazzi su cento. Gli studenti vorrebbero essere piu’ informati:
cosi’ dichiarano 79,4 su cento. E affermano di attendere notizie soprattutto
dagli storici ritenuti i piu’ credibili (54,4%), mentre all'ultimo posto
in fatto di credibilita’ ci sono i sindacalisti. Quasi 78 su cento non
sanno chi e’ Franco Freda ne’ Pinelli, e il 66,2% ignora chi e’ Pietro
Valpreda.
14 febbraio - Il giudice Guido Salvini,
in un incontro organizzato dalla facolta' di giurisprudenza dell' universita'
di Milano-Bicocca a due giorni dall' apertura del nuovo processo, si e'
chiesto perche' la novita' da lui accertata che la strage di piazza Fontana
fu "assistita per non dire ispirata dalla Nato", accusa contenuta in precise
ordinanze dell' istruttoria, non ha provocato alcun dibattito parlamentare,
non vi e' stata alcuna interpel>
Trasferimento interrotto.
se successo nulla. Salvini insieme al giornalista
Maurizio Dianese (autore di un libro sulla strage e sul clima, sui protagonisti
e sulle azioni del cellule venete di Ordine Nuovo) ha esternato questa
sua convinzione: "l' America, la Nato, ispiro' la strage di piazza Fontana.
E' emerso anche al processo al sedicente anarchico Bertoli per la strage
davanti alla Questura di Milano del 17 maggio 1973". "Perche'? - si e'
domandato Salvini - Perche' non sempre conviene rimuovere scheletri dall'
armadio soprattutto quando c' e' l' esigenza di accreditarsi proprio nei
confronti di coloro che quegli scheletri hanno prodotto. Diciamo che la
magistratura su questo versante non ha dato il meglio di se'". Riprendendo
le parole del magistrato, Dianese e' tornato sulle cellule padovana e veneziana
di Ordine Nuovo facenti capo a Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio
e ha affermato:"Digilio ha testimoniato in dibattimento dicendo di essere
un bombarolo. Ha detto anche che aveva accesso alle basi americane in Veneto.
Se non e' una notizia questa...". "La verita' - ha continuato - e' che
alla Procura di Milano, a cominciare dal procuratore Gerardo D' Ambrosio,
hanno lasciato il giudice Salvini solo".
16 febbraio - Il processo nell'aula
bunker dell'ex carcere minorile Beccaria in piazza Filangieri comincia
con una falsa partenza per lo sciopero degli avvocati. La prima udienza
e' durata una ventina di minuti. Solo il tempo per l'adempimento di alcune
procedure tecniche, come l'annuncio della costituzione di parte civile
e la riunificazione di un procedimento a carico di Carlo Digilio a quello
principale, che vede imputati gli estremisti di destra Delfo Zorzi (latitante
in Giappone), il medico Carlo Maria Maggi, l'ex leader della Fenice milanese
Giancarlo Rognoni e Stefano Tringali, quest'ultimo accusato solo di favoreggiamento.
La prossima udienza e' fissata per il 24 febbraio. Il calendario che il
presidente della seconda Corte d'Assise Luigi Martino ha fornito alle parti
prevede sette udienze al mese e il presidente ha gia' annunciato che dalla
prossima udienza consegnera' il calendario anche per i mesi dopo le ferie
estive. Oltre al comune di Milano e ai familiari delle vittime, hanno annunciato
che si costituiranno parte civile anche la Provincia di Milano, quella
di Lodi, il Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno. In aula
non era presente nessuno degli imputati.
16 febbraio - Il quotidiano "Il Manifesto"
pubblica un articolo di Pio D'Emilia su Delfo Zorzi, la cui cittadinanza
giapponese sarebbe stata acquisita in modo irregolare. "Da quando -scrive
Il Manifesto - l'ex militante di Ordine Nuovo di Mestre, divenuto un ricco,
sì, ma forse anche un po' impaurito uomo d'affari in Giappone,
è stato individuato dalla coraggiosa indagine condotta dal giudice
Salvini come il presunto esecutore materiale della strage di Piazza Fontana,
su di lui ne sono state dette e scritte di tutti i colori. Partendo da
una serie di elementi incontrovertibili - le protezioni dell'Internazionale
Nera, l'amicizia con Ryoichi Sasagawa, ricchissimo e decaduto ex criminale
di guerra, e con Romano Vulpitta, insigne yamatologo costretto alle dimissioni,
e il matrimonio con la figlia di un potente burocrate in odore di cosche,
Yoko Shimoji - attorno a questo personaggio braccato, con il terrore di
essere "scaricato" e magari ucciso si sono sbizzarriti un po' tutti. Ma
la verita' e' forse piu' semplice, e dunque piu' inquietante, di quanto
si pensi. Il governo giapponese non ha alcuna intenzione di "proteggere
ad oltranza" questo ingombrante cittadino acquisito. Ce lo ha detto personalmente
Sua Eccellenza l'ambasciatore del Giappone in Italia, Hiromoto Seki, persona
squisita e corretta, che non ha nessuna difficolta' ad esprimere il suo
stupore per quanto si dice e si scrive in Italia a proposito della presunta
"chiusura" del Giappone alle richieste della magistratura italiana. Delfo
Zorzi, che e' si' cittadino giapponese, ma che tale status ha acquisito
nell'89 in seguito ad un procedimento di naturalizzazione revocabile in
qualsiasi momento, non viene "restituito" all'Italia innanzitutto perche'
nessuna autorita' italiana l'ha mai formalmente richiesto. L'assenza di
un formale trattato di estradizione tra i nostri due Paesi non c'entra
nulla: il Giappone non ha trattati di estradizione, valuta caso per caso.
Un'autorevole e accreditata fonte del ministero degli interni giapponese
ce lo ha confermato: in caso di richiesta di estradizione, o di semplice
arresto cautelare, la magistratura giapponese puo' e deve aprire un'inchiesta
e prendere una decisione. Ma la Farnesina, da quando Zorzi e' stato colpiti
da mandato di cattura internazionale in seguito all'ordinanza del giudice
Clementina Forleo (12/6/97), si e' limitata a chiedere la collaborazione
della polizia giapponese (il trattato di cooperazione giudiziaria risale
al '37, e' attualmente in corso una lunga trattativa per il rinnovo) per
verificarne la reperibilita' in Giappone ed il possesso effettivo della
cittadinanza nipponica. Basta. Nessuna pressione. D'Alema ha ricevuto nel
frattemo Obuchi, Dini il suo collega Kohno: hanno parlato persino di prosciutti,
ma non di Zorzi. I giapponesi, tra l'altro, hanno gia' "collaborato" con
l'Italia in altri casi: ricordiamo quello di un membro della banda della
Magliana, prelevato dal ristorante in cui lavorava e imbarcato senza tante
storie su un aereo. Non e' da escludere che, alla luce di nuovi e importanti
segnali politici a Tokyo, un caso simile possa ripetersi. Quanto alla cittadinanza
giapponese, questa puo' essere revocata se risulta, ad esempio, che per
ottenerla il candidato abbia mentito sui requisiti o non abbia adempiuto
a certi obblighi. E presso la nostra ambasciata a Tokyo risulta che il
signor Zorzi, alias Hagen Roi, nel 1994 abbia richiesto e ottenuto il rinnovo
del passaporto italiano. Cinque anni dopo aver ottenuto la cittadinanza
giapponese, la cui concessione e' subordinata alla contestuale rinuncia
ad altre cittadinanze. L'ambasciata del Giappone attende istruzioni.".
Dopo l'articolo del Manifesto, il ministero della Giustizia italiano spiega
che l'articolo 2 della legge nipponica sulle estradizioni esclude espressamente
l' estradabilita' dei propri cittadini ricercati. Tale divieto puo' essere
derogato se vi sia un trattato di estradizione che preveda diversamente.
Trattato che pero' tra Italia e Giappone non c'e'.
23 febbraio - L'Ansa scrive che "Al
riparo della sua nazionalita' giapponese, che lo rende non estradabile,
Delfo Zorzi attende da Tokyo l'apertura del processo per la bomba di Piazza
Fontana, in programma domani dopo la falsa partenza della scorsa settimana
dovuta allo sciopero degli avvocati. Ma in realta' l'emigrato veneziano,
accusato di essere tra gli esecutori materiali della strage, quel passaporto
non potrebbe averlo, perche' ha violato la legge nipponica sulla naturalizzazione.
Zorzi, in particolare, non aveva il quinto dei sei requisiti previsti dalla
normativa, e cioe' non aveva rinunciato alla nazionalita' di un altro Paese,
quella italiana, appunto, che ha invece mantenuto per altri otto anni.
Gli altri cinque requisiti, secondo quanto precisato all'Ansa dal ministero
della giustizia di Tokyo, sono: la residenza in Giappone da almeno cinque
anni, la maggiore eta', l'assenza di precedenti penali, la capacita' di
mantenersi economicamente e il riconoscimento della Costituzione giapponese.
La naturalizzazione risale al 1989, ma soltanto nel 1997, quando la magistratura
di Milano emise l'ordine di custodia cautelare nei suoi confronti, Zorzi
fece riavere il passaporto all'ambasciata italiana a Tokyo, che cancello'
il suo nome dall'anagrafe. Ma addirittura fino al gennaio di quell'anno
aveva usufruito dei servizi della sezione consolare, dove si era presentato
per ottenere un documento. Eppure Zorzi e' oggi a tutti gli effetti un
cittadino giapponese. Mantengono invece la nazionalita' italiana la moglie,
nata giapponese, che l'ha acquisita dopo il matrimonio, cosi' come i due
figli. Fu proprio il passaporto acquisito da Zorzi che indusse nel 1997
la polizia di Tokyo a rispondere a una richiesta di informazioni da parte
dell'Interpol italiana affermando che Zorzi non era estradabile. Il comma
9 dell'articolo 2 della legge nipponica sull'estradizione afferma infatti
che nessun cittadino puo' essere consegnato alle autorita' giudiziarie
di un altro Paese. E ad escludere qualsiasi soluzione diversa e' il fatto
che tra Italia e Giappone non esiste un trattato sull'estradizione, ma
un semplice scambio di note risalente al 1937. Zorzi, che oggi ha 52 anni,
arrivo' in Giappone con una borsa di studio privata all'inizio degli anni
'70, dopo essersi laureato alla facolta' di lingue orientali di Napoli.
Dai primi anni '80 ha avviato una attivita' di importazione di prodotti
di moda italiani che lo ha reso ricco. Nel 1989 e' stato uno dei 264 stranieri
non coreani e non cinesi ad ottenere la nazionalita' giapponese. In precedenza
un'altra richiesta di estradizione avanzata nel 1986 per associazione sovversiva
e porto abusivo di munizioni da guerra era stata respinta dalle autorita'
di Tokyo.". "Siamo sconcertati da queste inquietanti novita' e ci auguriamo
che il governo faccia luce al piu' presto" commenta il deputato verde Nando
Dalla Chiesa, che insieme ad altri deputati verdi (Paissan, Gardiol, Galletti,
Leccese, Scalia e Procacci) ha presentato la settimana scorsa un'interrogazione
con la quale si sollevavano dubbi sull'impegno da parte dei governi italiani
per ottenere l'estradizione di Zorzi. "Ora esigiamo delle risposte – afferma
dalla Chiesa - Infatti, dal Giappone e' confermata la violazione da parte
di Zorzi della legge nipponica sulla naturalizzazione e non esiste inoltre
tra Italia e Giappone nessun trattato di estradizione: dal nostro Paese
non sono stati compiuti i passi necessari per ottenere il rientro di Zorzi".
23 febbraio - Il settimanale "Diario" pubblica
un' inchiesta di Gianni Barbacetto e Enrico Deaglio sulla strage di piazza
Fontana.
24 febbraio - in una conferenza stampa
a Montecitorio i parlamentari di An Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, che
hanno annunciato interpellanze sull'argomento alla Camera e al Senato sostengono
che documenti relativi alla cosiddetta "controinchiesta" delle Brigate
rosse sulla strage di piazza Fontana, sequestrati nell'ottobre del 1974
nel covo delle Br di Robbiano di Mediglia, "sono stati distrutti o sono
comunque scomparsi": in questo modo "il giudice Salvini e' stato privato
di elementi di rilevante interesse che, se fossero stati esaminati in sede
giudiziaria, avrebbero potuto imprimere un indirizzo diverso alle nuove
indagini sulla strage". I due esponenti di An ricordano che "la controinchiesta
giunse alla conclusione che l'attentato era stato opera degli anarchici"
- si e' incentrato soprattutto su un'audiocassetta contenente una "intervista-interrogatorio"
cui "militanti o fiancheggiatori delle Br" sottoposero il prof. Liliano
Paolucci, la persona che subito dopo la strage, in modo casuale, raccolse
le confidenze di Cornelio Rolandi, il principale teste a carico di Pietro
Valpreda. La trascrizione della cassetta e' stata ritrovata tra i documenti
dell'avvocato Odoardo Ascari, ex difensore di parte civile nel processo
per la strage, anch'egli presente alla conferenza stampa. La cassetta,
pero' e' stata richiesta nel maggio 1999 dalla Commissione stragi sia agli
uffici giudiziari di Torino, sia a quelli di Catanzaro, ma in entrambi
i casi l'esito e' stato negativo. In particolare, e' risultato che a Torino
buona parte del materiale sequestrato nel covo delle Br e' stato distrutto
dai carabinieri della sezione anticrimine, su ordine della Corte d'Assise,
che aveva chiesto di salvare solo quei reperti che potessero rivestire
"valore documentario e storico scientifico". La procura generale di Catanzaro
ha invece risposto alla Commissione che della cassetta, inviata in copia
dall'allora giudice istruttore Gian Carlo Caselli, titolare delle indagini
sul covo Br, "non vi e' mai stata traccia". "L'uomo che ha fatto saltare
la banca dell'Agricoltura l'ho accompagnato io". E' questa la rivelazione
fatta dal tassista Cornelio Rolandi (il teste-chiave contro Pietro Valpreda
nei processi per la strage di Piazza Fontana) a Liliano Paolucci, secondo
quanto afferma quest'ultimo nella trascrizione della cassetta di cui i
parlamentari di An Mantica e Fragala' hanno denunciato oggi la scomparsa.
"Erano circa le 16 di venerdi' 12 dicembre, mi trovavo in piazza Beccaria
- dice Rolandi a Paolucci - quando dalla Galleria del Corso vidi venire
verso piazza Beccaria un uomo dalla apparente eta' di 40 anni, si avvicino'
a me e mi disse: alla Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana. (...) Io
gli dissi: 'ma signore, e' qui a due passi, fa prima a piedi'. Egli non
disse niente, apri' lo sportello e si introdusse nel taxi; in quel momento,
mentre saliva sul taxi, vidi che portava una valigia, una borsa, una grande
borsa, che mi sembro' molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla
banca. Cinque o sei minuti dopo egli scese dal taxi, entro' frettolosamente
nella banca dell'Agricoltura ed usci' ancora frettolosamente. Saranno passati
40-50 secondi, un minuto al massimo, entro' nel taxi... Dopo che era sceso
da un quarto d'ora seppi dell'attentato... Allora in quel momento collegai
i fatti e mi ricordai che quando il passeggero era entrato nella Banca
aveva la valigetta nera e quando era uscito non l'aveva piu'".
24 febbraio - Il capogruppo
Ds in commissione stragi Walter Bielli e il responsabile della giustizia
diessino Carlo Leoni, in un'interrogazione al presidente del consiglio
e al ministro della giustizia, chiedono "quali iniziative intende assumere
il Governo italiano nei confronti delle autorita' giapponesi per ottenere
l'estradizione di Delfo Zorzi e contribuire cosi', a piu' di 30 anni dalla
strage di Piazza Fontana, alla ricerca della piena verita' sugli esecutori
e i mandanti di quel crimine". Bielli e Leoni ricordano che "l'Interpol
rifiuto' di eseguire l'ordine di cattura internazionale richiesto nel 1997"
perche' Zorzi "avrebbe acquisito la cittadinanza giapponese nel 1989",
ma "non era a conoscenza delle autorita' italiane il fatto che solo dopo
l'ordine di cattura della magistratura Zorzi restitui' il suo passaporto
alla ambasciata italiana a Tokyo; fino a quella data dunque aveva mantenuto
la cittadinanza italiana e quindi era (ed e') estradabile". Il ministero
della giustizia ha chiesto ai dicasteri dell' Interno e degli Esteri "elementi
circa la possibilita' della revoca della cittadinanza giapponese ottenuta
da Delfo Zorzi nel 1989", e in particolare per il fatto che lo stesso nel
1994 avrebbe richiesto ed ottenuto il rinnovo del passaporto italiano.
Del passaporto e della cittadinanza di Delfo Zorzi aveva parlato a lungo
Martino Siciliano, amico d'infanzia del neofascista veneto. "Mi risulta
per certo - aveva detto al giudice Guido Salvini - che Zorzi collaboro'
attivamente con le autorita' nipponiche alla smantellamento della Japan
red army, cioe' un gruppo armato equivalente alle Brigate rosse, ed anche
per questo a mio parere gli venne concessa la cittadinanza giapponese".
Vincenzo Vinciguerra, in carcere per la strage di Peteano, interrogato
dai magistrati, aveva spiegato che Zorzi era in possesso di un passaporto
diplomatico. "Ho sempre segnalato - raccontava Vinciguerra - la presenza
di Ordine nuovo nel Veneto di elementi inseriti negli apparati dello Stato".
E aveva aggiunto: "Rammento, a questo proposito, Delfo Zorzi sul conto
del quale chiedo che sia approfondita la sua posizione anche alla luce
della concessione da parte del ministero degli Esteri a costui di un passaporto
diplomatico". Vinciguerra ai giudici ha ricordato che la circostanza del
possesso da parte di Zorzi di un passaporto diplomatico era emersa nel
corso del processo in Corte d'assise per la strage di Peteano.
24 febbraio - Il procuratore
della Repubblica di Milano Gerardo D'Ambrosio e' presente in aula al processo
per la strage di piazza Fontana. Il procuratore ha preso posto a fianco
dei due sostituti, Grazia Pradella e Massimo Meroni, che hanno condotto
l' inchiesta. "La mia presenza qui - ha detto D'Ambrosio conversando con
i giornalisti - sta a significare quanto stia a cuore alla Procura di Milano
l' accertamento della verita'". D'Ambrosio ha ricordato quando il processo
per la strage venne spostato dalla Cassazione a Catanzaro: "Con Alessandrini
stavamo per chiedere il rinvio a giudizio degli imputati perche' avevamo
individuato la pista giusta. Ci sono voluti 30 anni perche' fosse finalmente
riconosciuta la competenza territoriale di Milano per quella strage".
24 febbraio - Seconda udienza
del processo. L' avvocato Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi,
chiede il trasferimento a Catanzaro del processo per la strage di piazza
Fontana, per incompetenza territoriale dei giudici di Milano. A Catanzaro
vennero celebrati tutti i processi relativi alla strage della Banca dell'Agricoltura,
dopo che la Cassazione aveva accolto l'istanza di legitima suspicione presentata
dalle difese. All'epoca la Cassazione decise che, per ordine pubblico e
per questioni ambientali, a Milano non era possibile celebrare il processo.
La richiesta si basa sul proscioglimento in istruttoria di Carlo Digilio,
esperto d'armi e presunto referente della Cia, disposto dai giudici di
Catanzaro nel 1986 nell'ambito del procedimento nei confronti dell'ex leader
di Avanguardia nazionale, Stefano Delle Chiaie. Pecorella ha ricordato
ai giudici che nel 1996 i magistrati di Milano hanno annullato il provvedimento
di proscioglimento di Digilio: "atto che non potevano fare - ha detto il
legale - perche' la revoca di un proscioglimento puo' essere emessa solo
dal giudice che lo ha disposto". Pecorella ha quindi spiegato che avendo
comunque ora aperto i giudici di Milano un'inchiesta che coinvolge anche
Digilio, gli atti devono essere trasmessi a Catanzaro. Nell'udienza di
oggi il legale ha anche chiesto che Carlo Digilio venga giudicato incapace
di sostenere il processo a causa dello suo stato di salute in seguito all'ictus
subito alcuni anni fa. I giudici della seconda Corte d'Assise di Milano,
davanti ai quali si sta celebrando il processo per la strage di piazza
Fontana, hanno respinto l' istanza presentata da Stefano Tringali, accusato
di favoreggiamento, di essere giudicato con rito abbreviato. I giudici
hanno deciso che il favoreggiamento di Tringali nei confronti degli altri
imputati non puo' essere scisso dal processo principale per strage. I giudici
accolgono anche la richiesta della presidenza del Consiglio dei ministri
di costituirsi parte civile Accolte anche la richiesta di costituzione
di parte civile del ministero dell' Interno, del comune di Milano e delle
province di Milano e Lodi. Alla seconda udienza c'era anche Pietro Valpreda.
"Sono qui con gli amici del Ponte della Ghisolfa. - ha spiegato Valpreda
- Allora noi anarchici eravamo stati presentati come gli unici colpevoli.
Oggi c'e' un processo che testimonia la nostra assoluta estraneita'". Valpreda
ha quindi aggiunto: "in questa vicenda rimane il punto oscuro della morte
di Pinelli. Non possiamo dimenticare che all'epoca il questore Guida disse
che si era ucciso perche' coinvolto nella strage e perche' Valpreda aveva
parlato". E poi ancora: "Noi gridavamo la nostra innocenza e dicevamo che
la strage era di Stato. Eravamo ottimisti perche' da questa ultima inchiesta
e' emerso che i servizi segreti degli Stati coinvolti sono almeno tre".
25 febbraio - Terza udienza
del processo. La richiesta di trasferire a Catanzaro il processo per la
strage di Piazza Fontana ha suscitato contestazioni davanti all'aula bunker
dove si sta celebrando il processo. Anche in aula si e' verificato un battibecco
tra avvocati della difesa e quelli della parte civile, subito sedato dal
presidente. Militanti di Rifondazione comunista e l'Osservatorio di Milano
hanno appeso alla cancellata dell'aula bunker cartelli con la scritta "Pecorella
vergognati, il processo non si tocca". In aula, mentre il pm Massimo Meroni
stava intervenendo per replicare alla richiesta di trasferimento del processo
a Catanzaro e' scattato il battibecco. Il pm stava ricordando che all'epoca
il processo venne trasferito per motivi di ordine pubblico, per cui l'avvocato
Antonio Franchini, l'altro difensore di Zorzi, e' intervenuto: "Signor
presidente, sono stati appesi manifesti contro l'avvocato Pecorella. Le
chiedo di farli rimuovere. Gli avvocati della difesa devono essere protetti".
E' intervenuto l'avvocato Federico Sicato, legale di parte civile: "Se
qualcuno si sente offeso sporga denuncia. L'avvocato Pecorella ha diritto
di parola in aula, loro hanno diritto di manifestare le proprie opinioni
fuori". L'avvocato Franchini ha replicato:"Mi faccia il piacere. E' incredibile
che un collega dica queste cose". E' allora intervenuto il presidente Luigi
Martini che ha riportato la calma: "Ho competenza per cio' che accade dentro
l'aula. Per cio' che accade fuori c'e' il servizio d'ordine. Tranquillizzo
l'avvocato Franchini: siete tutti sotto la protezione della Corte come
direbbero i sudditi di sua maesta' britannica. Ritengo inopportuno l'intervento
dell'avvocato Sicato". In serata l'avvocato Pecorella ha reso noto che
lui e il collega Franchini, difensori di Delfo Zorzi, presenteranno denuncia
contro gli autori del manifesto affisso fuori dall' aula, e contro uno
dei contestatori che, secondo il legale, si sarebbe espresso con frasi
minacciose. I giudici della seconda Corte d' Assise di Milano sono entrati
in camera di consiglio poco dopo mezzogiorno per decidere se accogliere
o meno le eccezioni preliminari proposte dalla difesa degli imputati, tra
le quali anche quella di trasferire il processo per la strage di piazza
Fontana a Catanzaro. Il pubblico ministero Massimo Meroni, nell' udienza
di stamane, si e' opposto a tutte le eccezioni proposte dalla difesa, compresa
quella del trasferimento del processo a Catanzaro. Il pubblico ministero
Meroni ha spiegato i motivi per i quali il processo deve continuare a Milano:
"La costruzione della difesa sulla competenza di Catanzaro e' radicalmente
errata. Non vi sono dubbi neppure per la difesa che per quanto riguarda
gli imputati Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi, la competenza
e' di Milano. E' pacifico anche per le difese, inoltre, che le sentenze
della Cassazione che trasferirono il processo a Catanzaro non hanno alcuna
incidenza con il procedimento a carico di questi imputati. Esiste il problema
Carlo Digilio e le difese non spiegano perche' mai dovrebbe prevalere la
sua posizione rispetto a quella degli altri". Il pm ha contestato che la
revoca del proscioglimento di Digilio a Catanzaro dovesse essere emessa
dallo stesso giudice e non dal Gip di Milano come e' avvenuto. "Il vecchio
codice prevedeva che fosse il giudice istruttore a revocare il prosciogliemnto.
Il nuovo codice di procedura penale ha fatto una scelta: la revoca di un
precedente proscioglimento la decide il Gip che dispone il giudizio". Meroni
si e' opposto anche all'eccezione dell'avvocato Pecorella, secondo cui
Carlo Digilio sarebbe incapace di presenziare al processo per i postumi
di un ictus. "Premesso - ha detto il magistrato - che non ho mai visto
i legali di un altro imputato sollevare questo problema, e' bene ricordare
che una perizia ha gia' accertato che Digilio ha la capacita' di stare
in processo". Dopo aver ricordato che una prima perizia aveva evidenziato
le difficolta' di Digilio nel ricordare, il magistrato ha spiegato che
al processo per la strage davanti alla questura di Milano, in corso davanti
ai giudici della quinta Corte d'assise, un'altra perizia lo ha ritenuto
idoneo. Digilio, ha ricordato Meroni, e' stato ritenuto in grado di difendersi
e testimoniare anche al termine di una perizia disposta dai magistrati
di Brescia che indagano sulla strage di Piazza della Loggia. I giudici
della seconda Corte d'Assise di Milano leggeranno le loro decisioni il
17 marzo, data della prossima udienza.
7 marzo – L’ inchiesta condotta all'inizio
degli anni Settanta dalla rivista 'Controinformazione' su piazza Fontana
e', sia pure in trascrizione e non piu' sulle originarie cassette audio,
dove doveva essere e cioe' nell'aula bunker di Torino dove si svolse il
processo alle Br e alla rivista, che ne rappresentava la 'voce' piu' o
meno ufficiale. Si tratta in gran parte dei reperti di cui, la
scorsa settimana, An aveva denunciato la “distruzione”, chiedendo accertamenti
sulla decisione adottata dopo che la Corte di Catanzaro aveva fatto sapere
alla Commissione stragi che le cassette della inchiesta (ma non le trascrizioni
e diversi originali) erano state distrutte dai carabinieri di Torino nel
1992 su ordine della magistratura. Queste carte vennero ritrovate nella
base-archivio di Robbiano di Mediglia dai carabinieri nell'ottobre del
1974. Diversi reperti erano pero' di difficile decifrazione ed altri erano
in cassetta e cosi' il magistrato dell'epoca, Giancarlo Caselli, decise
di far trascrivere le cassette e di sunteggiare le agende e altri documenti
manoscritti. Il tutto entro' a far parte del procedimento sulla rivista
vicina alle Br e quando si arrivo' al processo al nucleo storico Br il
tutto fu spedito a Torino. An aveva rintracciato copia di una intervista-testimonianza
del Prof. Liliano Paolucci presso lo studio dell'avvocato Ascari che narrava
a due interlocutori come raccolse la testimonianza di Cornelio Rolandi
su Valpreda, ma questo e altro materiale dell'inchiesta e' nei faldoni,
a Torino. La possibile confusione tra cassette originali e trascrizioni
e la semplice verifica a Torino della presenza delle carte nei faldoni
del processo ha ora chiarito la questione. Nel frattempo la commissione
Stragi, che aveva ricevuto direttamente altre carte su piazza Fontana provenienti
dalla base Br dall'avvocato Giannino Guiso, alcuni mesi fa, durante la
sua audizione a San Macuto, ha gia' ricevuto copia della documentazione
raccolta. Tra le carte diverse trascrizioni della inchiesta su piazza Fontana
e interrogatori di Marco Pisetta, il primo infiltrato nelle Br che testimoniano
un elemento finora non messo in luce, la presenza di uomini vicini ad Avanguardia
Nazionale nei Gap di Trento fin dal nascere della struttura, a meta' del
1968. Tra l'altro si afferma nelle carte che uomini dei Gap venivano a
Roma per riferire ad Adriano Tilgher, all'epoca braccio destro di Stefano
Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale.
16 marzo – Muore Libero Mazza, che e’ stato
prefetto di Milano dal 1966 al 1974. Il suo nome e' rimasto legato anche
al 'rapporto Mazza', il memorandum inviato nel dicembre 1970 al ministro
dell'Interno per riassumere il quadro dell'ordine pubblico a Milano ed
evidenziare i pericoli legati ai fermenti nel mondo extraparlamentare.
Nel 1979 e' stato eletto senatore, nell'VIII legislatura, come indipendente
nelle liste della Dc.
17 marzo - I giudici della seconda Corte
d'Assise (presidente Luigi Martino) respingono tutte le eccezioni presentate
dagli avvocati difensori degli imputati. Una delle eccezioni riguardava
il trasferimento del processo a Catanzaro.Il processo per la strage di
piazza Fontana resta quindi a Milano. I giudici hanno definito “infondate”
le motivazioni portate dalla difesa e favorevoli al trasferimento. Respinta
anche l’ eccezione sollevata dall'avv. Gaetano Pecorella sulla incapacita'
da parte di Carlo Digilio di sottoporsi a processo per le sue condizioni
di salute. Secondo i giudici della Corte d'Assise di Milano anche questa
argomentazione e' “infondata” perche’ esiste gia' una perizia che ritiene
Carlo Digilio in grado di difendersi e di assistere al processo. I giudici
hanno inoltre osservato che in questo processo Digilio ha gia' dimostrato
concretamente di essere in grado di difendersi non presenziando al dibattimento
e spiegando di ritenersi adeguatamente assistito dal suo legale. I giudici
hanno dichiarato infondate anche le eccezioni relative a un presunto ritardo
nell'iscrizione nel registro degli indagati di Delfo Zorzi. I giudici della
Corte d' Assise di Milano hanno spiegato che rispetto alla prima notizia
dell' aprile del '94 alla iscrizione nel registro degli indagati che avviene
nel luglio del '95, la Procura non ha mai avuto un atto concreto in mano
e non ha mai compiuto alcun atto investigativo.Respinta anche l'eccezione
sulla nullita' del decreto che dispone il giudizio in quanto a Delfo Zorzi
non sarebbe stato inviato l'invito a comparire e inoltre sono state respinte
le eccezioni che riguardano Tringali. Quest' ultimo attraverso il suo legale,
aveva chiesto la separazione del procedimento. Tringali e' accusato solo
di favoreggiamento. “E' una grande soddisfazione per noi familiari. Questo
- dice Luigi Passera, presidente dei familiari delle vittime - e' un buon
inizio per un processo che si annuncia lungo e difficile. I legali degli
imputati si attaccheranno a tutti i cavilli. Pero' oggi il dato positivo
e' che il processo e' partito e si fa a Milano”. Accanto a lui c'e' Manlio
Milani, presidente dei familiari delle vittime della strage di piazza della
Loggia a Brescia:“Una decisione importante - dice - che in qualche modo
ripara i torti subiti in trent'anni con tutti i trasferimenti. Un segnale
che c'e' la voglia di andare fino in fondo”. Segnale che Milani coglie
anche nella sentenza di qualche giorno fa per la strage alla questura di
Milano, dove gli imputati, alcuni dei quali coinvolti anche nel processo
per piazza Fontana, sono stati condannati all'ergastolo. Mario Capanna,
ex leader del Movimento studentesco, e' felice: “Non dico che e' una vittoria
perche' mi parrebbe strumentale e sproporzionato. Pero' dico che questo
e' un atto di giustizia. I giudici di Milano hanno riconosciuto oggi cio'
che noi dicevamo trent'anni fa: il processo va fatto a Milano”. Dario Fo,
che segue in aula tutte le udienze, definisce “storica” la decisione e
annuncia che sta pensando di riproporre a teatro la commedia “Pum Pum,
chi e'? La polizia”, nel quale si parlava delle indagini sulla strage.
L'avv. Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi, dichiara che continuera'
la sua battaglia. “La decisione presa dai giudici - ha detto Pecorella
- e' errata. Almeno quella della revoca del non luogo a procedere a carico
di Carlo Digilio”. Secondo Pecorella la revoca del non luogo a procedere
non poteva essere emessa dalla magistratura milanese, ma da quella di Catanzaro
che l'aveva appunto disposta. “Abbiamo fatto bene - ha detto Pecorella
- a proporre queste eccezioni che riproporremo puntualmente nelle altri
sedi processuali”. “Il problema – precisa Pecorella - e' di non lasciare
nei processi dei buchi che poi si scontano quando, inutilmente, il processo
e' gia' stato celebrato” e spiega che “la Cassazione prima o poi interverra'
e quindi stiamo facendo un processo inutile”. Il pm Grazia Pradella, che
con il collega Massimo Meroni sostiene l'accusa, commenta invece:“Siamo
soddisfatti perche' i giudici hanno dato ragione alla nostra impostazione.
Ora si apre il processo che sara' lungo e difficile”. Il deputato dei Verdi
Nando Dalla Chiesa commenta che, raggiunto l'obiettivo di mantenere a Milano
il processo per la strage di Piazza Fontana, bisogna ora puntare all'estradizione
in Italia di Delfo Zorzi. Dalla Chiesa si rivolge in particolare alle “autorita'
politiche” affinche' facciano “tutto quello che possono per ottenere l'estradizione
dal Giappone di Zorzi. La vera natura del cambiamento di un sistema politico-istituzionale
– conclude - sta ben piu' che nelle ingegnerie elettorali, nella capacita'
di andare fino in fondo e senza riguardi per nessuno nell' accertamento
della verita’”.
17 marzo – Al processo per la strage di
piazza Fontana, due feriti, Enrico e Patrizia Pizzamiglio, presentano un'
istanza nella quale denunciano il fatto di non essersi potuti costituire
parti civili al processo non essendo stati avvisati ufficialmente del processo.
I due, come altri feriti della strage, erano parti civili al processo di
Catanzaro. Il pm Massimo Meroni ha replicato spiegando che in un processo
di strage hanno diritto alla costituzione di parte civile solo i familiari
delle vittime. L'avvocato Sinicato, patrono di parte civile per i familiari
delle vittime, ha invece suggerito dalla prossima udienza la sospensione
per un mese del processo, al fine di consentire attraverso la stampa la
notifica collettiva ai feriti, per consentire a tutti di potersi costituire
parte civile.
22 marzo - La federazione milanese di Rifondazione
Comunista ha attivato sul suo sito internet una sezione di documentazione
sul processo per la strage di Piazza Fontana. L'iniziativa - afferma il
Prc - si ricollega alla costituzione di un Osservatorio Democratico gia'
avviato il 16 febbraio scorso al momento dell'avvio del processo. Il sito,
in via di completamento, si propone di offrire materiale di documentazione,
sia storico che processuale, il calendario e il resoconto delle udienze,
una rassegna stampa e una galleria fotografica. Nel giro di pochi giorni,
in particolare, Prc annuncia la pubblicazione “della lunga e interessantissima
relazione del Ros dei carabinieri sul coinvolgimento di strutture di intelligence
straniere nella strategia della tensione. Cioe' sui rapporti fra la Cia,
le basi Nato del Veneto e il gruppo neofascista di Ordine Nuovo”.
22 marzo - Delfo Zorzi, uno dei principali
inquisiti per la strage di Piazza Fontana, in un'intervista alla Stampa
respinge le accuse nei suoi confronti e afferma di essere “un capro espiatorio”.
Zorzi, che vive in Giappone dove si e' affermato come uomo d'affari ed
ha ottenuto la cittadinanza, afferma di vivere “come un cancro” la vicenda
che lo vede protagonista e sostiene che “il processo si dovrebbe chiudere
con un'assoluzione piena”. “Il 12 dicembre 1969 - dichiara - io ero a Napoli.
La prima volta che ho visto Piazza Fontana e’ stato nel 1993. Non e' possibile
che un innocente venga condannato. In Italia sono andati a cercare i colpevoli
di serie A, di serie B, le giovanili e ora siamo arrivati ai pulcini. D'altra
parte, se la destra avesse commesso l'attentato, si sarebbe suicidata e
non rafforzata. Non ho messo io la bomba e penso nessuno degli imputati
in questo processo. La strage e' servita a disegni politici diversi”. Zorzi
espone il suo punto di vista sulle indagini che lo riguardano: “Gran parte
delle persone che hanno militato a destra nel Triveneto fuori dall'Msi,
a causa del magnete Freda, sono state indagate. Potevo pensare di essere
sentito come testimone, mai d'essere accusato come il mostro. E' stata
un'escalation iniziata nel '94 e che ora sta trovando il suo culmine”.
13 aprile - Processo per la strage di piazza
Fontana: Edgardo Bonazzi, estremista di destra dice:"Nel carcere di Nuoro
Nico Azzi mi disse che a collocare la valigetta con la bomba nella Banca
Nazionale dell'Agricoltura fu Delfo Zorzi". Bonazzi spiega ai giudici di
avere appreso questa notizia nei primi anni '80, quando nelle carceri italiane
era aperto un "dibattito" tra gli estremisti di destra sul ruolo avuto
dai servizi segreti nelle stragi, un dibattito che vedeva schierati i "fascisti
rivoluzionari" come si e' dichiarato Edgardo Bonazzi, e i piu' giovani
come Giusva Fioravanti, contro i cosiddetti "vecchi" di Ordine Nuovo e
di Avanguardia nazionale: "Noi sapevamo che quelli di Ordine nuovo erano
stati strumentalizzati dai servizi". "Io se avessi potuto - ha ricordato
Bonazzi - coloro che avevano partecipato alle stragi li avrei eliminati".
E a proposito dell'accoltellamento di Franco Freda, avvenuto nel carcere
di Novara, ha spiegato: "Sapevo che lo volevano uccidere per il suo coinvolgimento
nella strage di piazza Fontana. Cercai di evitare che lo ammazzassero.
Non me ne fregava niente se lo pestavano. Importante, per noi era che questi
personaggi, compromessi con i servizi segreti e le stragi, fossero allontanati
dalle sezioni del carcere dove eravamo detenuti noi". Bonazzi, condannato
a 14 anni e otto mesi per l'omicidio di un giovane di sinistra, ha ricordato
che sull'autore della strage c'erano versioni contrastanti. Un altro terrorista
di destra, Sergio Calore, nel 1982, in carcere, gli disse che Franco Freda
gli aveva confidato che a collocare la valigetta con la bomba nella banca
dell' Agricoltura di Milano era stato Massimiliano Fachini. "Io - ha spiegato
Bonazzi - non ho creduto a questa notizia anche perche' in quegli anni
riferire una cosa come questa voleva dire far ammazzare Fachini". Bonazzi
ha anche spiegato che in carcere gli era stato spiegato da Guido Giannettini
e da Nico Azzi, che la strage di piazza Fontana, faceva parte di una serie
di attentati che non avrebbero dovuto fare vittime, ma creare panico tra
la popolazione e giustificare l'intervento dell'esercito e quindi il golpe.
"Giannettini - ha spiegato Bonazzi - disse pero' che dalle modalita' con
cui era stata eseguita la strage di piazza Fontana gli sembrava strano
che fosse stata fatta per non provocare vittime". Del dibattito all'interno
delle carceri per far luce sugli anni dell stragi e per "smascherare" chi
aveva "avuto rapporti sporchi" con i servizi segreti ha parlato anche Giusva
Fioravanti, che ha confermato come Bonazzi di avere appreso che, dopo la
strage, era stato organizzato un piano per fare ritrovare in una villa
dell' editore Giangiacomo Feltrinelli timer uguali a quelli usati per piazza
Fontana. Fioravanti ha anche affermato che in carcere gli era stato spiegato
che la strage di piazza Fontana era stato un errore: "Mi spiegarono che
forse non aveva funzionato il timer". Nella sua lunga deposizione Giusva
Fioravanti ha parlato anche di "Zio Otto", un misterioso personaggio, ora
identificato in Carlo Digilio, imputato al processo. "Ero molto interessato
alla vera identita' di Zio Otto perche' poteva essere un alibi per me e
mia moglie per la strage di Bologna. Il 2 agosto del 1980, infatti, ci
trovavamo a Padova con Gilberto Cavallini, il quale doveva incontrare questo
Zio Otto per fare modificare delle pistole. L'incontro non ci fu e io e
mia moglie ritornammo a Treviso". Fioravanti ha anche raccontato che durante
il processo per la strage di Bologna il capitano dei carabinieri Garzer
gli disse che Zio Otto era stato arrestato. "Riferii la notizia a Cavallini
- ha detto Fioravanti - il quale mi disse che la persona arrestata non
era il vero Zio Otto". Alla domanda se avesse conosciuto Carlo Digilio,
identificato nel vero Zio Otto, Fioravanti ha spiegato di averlo conosciuto
in carcere quando venne estradato ma di avere avuto sospetti sul suo ruolo
e di avere evitato ogni rapporto.
13 aprile - L'avvocato Gaetano Pecorella,
difensore di Delfo Zorzi, commentando le dichiarazioni del primo ministro
giapponese sull'esame della possibilita' di concedere l'estradizione, dice:"Che
mi risulti non e' neppure stato avviato l'iter per la revoca della cittadinanza
giapponese. Solo dopo questa pratica amministrativa sara' possibile parlare
di estradizione".
14 aprile - Processo per la strage di piazza
Fontana: depone come testimone Angelo Izzo, che quando scoppio' la bomba
alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, era solo un ragazzino.
Pochi anni dopo, pero', entro' a far parte dei gruppi di estrema destra
a Roma e nel 1975 venne arrestato per la strage del Circeo. "Franco Freda
- ha ricordato Izzo - quando eravamo nel carcere di Trani mi disse che
Massimiliano Fachini aveva avuto una parte operativa nella strage". Alla
richiesta di una precisazione da parte di un avvocato difensore di Delfo
Zorzi, l'uomo che per l'accusa colloco' la valigetta con la bomba all'interno
della Banca Nazionale dell'Agricoltura, sull'effettivo ruolo di Fachini,
Izzo ha replicato: "Freda non mi disse che fu lui a mettere la bomba. Mi
disse che aveva avuto un ruolo operativo, non che fu lui a collocare l'ordigno".
Angelo Izzo, ingrassato, quasi completamente calvo, vestito con una tuta
blu, racconta tutti i particolari sulla sua militanza e dice che ora prova
orrore. "Facevamo attentati anche alle sedi dell'Msi - racconta Izzo -perche'
venissero accusati i comunisti. Gli attentati dovevano servire per creare
le condizioni che giustificassero un golpe. Mettemmo a segno anche un attentato
in una sede del Msi dove rimase ferita la futura moglie di Gianfranco Fini".
Izzo ha anche raccontato che, per creare il clima favorevole al golpe,
molti gruppi della sinistra extraparlamantare erano stati infiltrati:"Non
temevamo gli studenti extraparlamentari, quelli li avremmo spazzati via
con due carri armati. Il problema nostro era l'eliminazione dei quadri
del Pci, del sindacato, di Magistratura democratica e dei genitori democratici".
"C'era aria di golpe -dice anche Izzo - aria di presa del potere. Esistevano
rapporti con apparati dello Stato che ci davano questa illusione. Tutti
riconoscevamo in Borghese il capo". Dopo Izzo sono stati sentiti altri
testi, tra cui Giampaolo Stimamiglio, ex ordinovista veneto, che ha parlato
dei suoi rapporti con Giovanni Ventura e di Pino Rauti. "Quando andai in
Argentina a trovare Giovanni Ventura - ha ricordato Stimamiglio - sorridendo
mi disse che se volevo sapere qualche cosa su Piazza Fontana avrei potuto
chiedere a Delfo Zorzi". Stimamiglio ha parlato anche della sua militanza
in Ordine Nuovo e della sua partecipazione ad un campo nel quale i giovani
si addestravano alla resistenza in caso di invasione dall'Est: "responsabili
del campo erano Pino Rauti, Paolo Signorelli e Giulio Maceratini. Mi stupii
quando nel settembre del '69 Pino Rauti decise di rientrare nell' Msi.
Era una scelta che contrastava con quanto aveva affermato prima. Diceva
che l'Msi vendeva i voti alla Dc". Stimamiglio ha quindi raccontato che
personaggi come Elio Massagrande, Massimiliano Fachini, Paolo Signorelli
e Clemente Graziani, in seguito, gli spiegarono che Rauti decise di rientrare
nell'Msi perche', dopo gli attentati ai treni dell'estate del 1969, "qualcuno
lo minaccio' di coinvolgerlo in tutti gli attentati che sarebbero avvenuti
anche in seguito".
14 aprile - Fonti del ministero della giustizia
giapponese, citate dall'agenzia 'Kyodo', affermano che il ministero ha
avviato un'inchiesta su Delfo Zorzi che potrebbe portare alla revoca della
cittadinanza giapponese concessagli nel 1989 e quindi alla sua estradizione
verso l'Italia, dove e' imputato nel processo per la strage di Piazza Fontana.
In base alla legge giapponese un cittadino del Paese non puo' essere estradato
all'estero. Ma per ottenere tale cittadinanza, sottolineano le fonti, uno
straniero deve dimostrare di avere tenuto una "buona condotta". Quindi,
sottolineano i funzionari del ministero della giustizia, se il governo
giapponese dovesse trovare fondamento alle accuse mosse dall'Italia, Zorzi
potrebbe essere privato della nazionalita' nipponica. Le fonti non hanno
invece fatto riferimento al fatto che Zorzi abbia mantenuto anche il passaporto
italiano per altri otto anni dopo la naturalizzazione, nonostante la legge
richieda la rinuncia ad altre nazionalita'. Anche il ministro della giustizia
giapponese, Hideo Usui, in risposta ad un' interrogazione presentata
dal Partito democratico del Giappone (Dpj) conferma in parlamento che il
suo dicastero ha aperto un'inchiesta e "sta studiando attentamente" la
richiesta di estradizione presentata dall' Italia per Delfo Zorzi.
Un dirigente del ministero che era con il ministro, Yuki Hosokawa, si e'
spinto un po' oltre: "Non esiste la possibilita' di revocare la nazionalita'
- ha precisato - ma si puo' annullare il procedimento di acquisizione.
E ci stiamo preparando a questo". "Dobbiamo essere severi con il terrorismo
- ha affermato il ministro Usui in una conferenza stampa - Il ministero
sta considerando ogni aspetto per le misure da prendere". Il deputato del
Dpj che ha presentato l'interrogazione, Nobuto Hosaka, citando un articolo
del quotidiano 'Il Manifesto', ha chiesto se era vero che Zorzi ha ottenuto
la nazionalita' in tempi rapidi. Hosokawa ha ammesso che la naturalizzazione
gli e' stata concessa nel 1989, "dopo circa un anno" dalla richiesta. Alla
domanda se le autorita' giapponesi sapevano che Zorzi ha mantenuto un passaporto
italiano per altri otto anni, nonostante un cittadino giapponese non possa
avere altre nazionalita', Hosokawa ha risposto: "E' un problema delle autorita'
italiane a chi danno il passaporto". Il telegiornale pomeridiano della
televisione di Stato 'Nhk' ha aperto con le dichiarazioni del ministro
Usui.
20 aprile - Processo per la strage di piazza
Fontana: Dario Persic, commerciante veronese che per diversi anni ha frequentato
gli ambienti degli ordinovisti, racconta di avere conosciuto il capitano
della Marina degli Stati Uniti David Carret, in servizio presso la base
F.T.A.S.E. di Verona dal 1965 al 1974. L'ufficiale americano, del quale
ha fornito anche una fotografia, avrebbe reclutato nella rete informativa
americana Carlo Digilio, l'uomo che, secondo l'accusa, avrebbe preparato
la bomba che esplose all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura
di Milano, provocando 16 morti e un'ottantina di feriti. Persic ha anche
ricordato di avere assistito ad un colloquio tra Carlo Digilio e Marcello
Soffiatti, un altro ordinovista, nel quale si parlava di timer. "Ricordo
- ha detto Persic - che Digilio disse a Soffiati che bastavano quei timer
che si usano per le lavatrici. Un'altra volta vidi Soffiati con una chiave
per aprire le carrozze dei treni da fuori. Gli chiesi a cosa servisse e
lui mi rispose che poteva sempre tornare utile". Persic ha raccontato di
avere conosciuto anche Carlo Maria Maggi assieme a Sergio Minetto, ex volontario
della Rsi, che aveva contatti con la base Nato di Vicenza. "A casa mia
- ha detto Persic - ricordo che parlavano della necessita' di organizzare
gli uomini e che per entrare in azione era necessario tenere presente anche
le Squadre Savoia, gruppi di fascisti con simpatie monarchiche". Persic
ha ricordato di avere incontrato molte volte Minetto, e che in occasione
della strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, guardando
il Telegiornale disse: "Finalmente iniziamo a fare sul serio". Dei rapporti
tra ordinovisti e ambienti militari americani ha parlato anche Pietro Zammattio,
il quale ha confermato che Giovanni Bandoli, considerato dall'accusa un
fiduciario della Cia, lavorava nella caserma Nato di Verona.
20 aprile - Il ministro della giustizia
giapponese Hideo Usui ribadisce in parlamento che Delfo Zorzi potrebbe
essere privato della nazionalita' nipponica, e quindi estradato in Italia,
se verranno rilevate irregolarita' nel processo di ottenimento di tale
cittadinanza. "Tratteremo la questione con fermezza" ha detto Usui, rispondendo
durante i lavori di una commissione della Camera bassa alla domanda del
deputato Yoshito Sengoku, del Partito democratico del Giappone (Dpj). L'alto
funzionario del ministero della giustizia Kiyoshi Hosokawa conferma che
"la decisione puo' essere annullata se vengono riscontrate illegalita'
nel procedimento di concessione della cittadinanza, come per esempio il
compimento di gravi reati nel passato".
26 aprile - Il direttore dell' Osservatorio
di Milano, Massimo Todisco, e Saverio Ferrari (Prc) depositano presso il
Consolato giapponese di Milano una richiesta di immediata estradizione
di Delfo Zorzi dal Giappone. La richiesta e' contenuta in una lettera indirizzata
al Primo Ministro giapponese, Yoshiro Mori, e consegnata al console Yuri
Kodera, a nome del Comitato di "Piazza Fontana ci riguarda tutti".
2 maggio - Il presidente del Consiglio
Giuliano Amato incontra il primo ministro giapponese Yoshiro Mori, nel
suo primo impegno internazionale da quando e' tornato a Palazzo Chigi.
Amato affronta anche l'argomento della richiesta di estradizione di Delfo
Zorzi. Amato ha ribadito a Mori la richiesta ed, a fine maggio, una delegazione
del ministero della giustizia si rechera' in Giappone per discutere degli
aspetti concreti dell' estradizione. Secondo quanto si e' appreso, da parte
giapponese si e' espressa la volonta' di trattare la questione con "serieta"'
e la missione prevista a maggio sara' un occasione importante in questa
direzione. "Questa missione creera' un canale di comunicazione molto importante
tra i due Paesi" sul caso Zorzi, ha detto Mori ad Amato, secondo quanto
hanno riferito fonti giapponesi. E' la prima volta che il problema dell'estradizione
di Zorzi viene sollevato al massimo livello politico tra Italia e Giappone.
2 maggio - In una intervista alla televisione
di Stato giapponese 'Nhk', Delfo Zorzi afferma:"Non ho assolutamente nulla
a che fare con l'attentato. Il giorno della strage ero a Napoli, 800 chilometri
da Milano". "Non penso - ha detto anche Zorzi all' 'Nhk' parlando in giapponese
- che il governo annullera' la concessione della cittadinanza. Ma se cio'
accadra', prendero' le iniziative legali per oppormi a tale decisione".
Durante il servizio, andato in onda nell'edizione delle 22 (le 15 ora italiana)
la televisione ha mostrato diverse immagini di Zorzi, riprese nelle strade
della capitale giapponese, al tavolino di un bar mentre parla con un giornalista
e poi negli studi dell'emittente, mentre risponde alle domande dell'intervistatore.
Ma soltanto due sue frasi sono state effettivamente trasmesse. Zorzi, elegante,
stempiato e con parecchi chili in piu' rispetto alle fotografie d'archivio
che ancora oggi vengono pubblicate dai giornali italiani, appare come un
qualsiasi uomo d'affari europeo o americano in Giappone. Il giornalista
della televisione ha ricordato la sua storia: arrivato per la prima volta
a Tokyo nel 1972 con una borsa di studio, sposato con una giapponese, ha
avviato dagli anni '80 una redditizia attivita' di importazione di capi
di moda italiani. La naturalizzazione giapponese risale appunto a 11 anni
fa, ma soltanto nel 1997, dopo l'ordine di custodia cautelare emesso nei
suoi confronti dai magistrati milanesi, Zorzi ha restituito all'ambasciata
italiana il passaporto che aveva comunque conservato e anche rinnovato
nel 1995.
4 maggio - Processo per la strage di piazza
Fontana: Sergio Calore, ex ordinovista e fondatore di "Costruiamo l' azione"
testimonia e dice:"Negli ambienti di destra non c'era alcun pregiudizio
verso azioni stragiste che colpissero in modo indiscriminato. Le stragi
dovevano servire per creare nel Paese un clima di terrore e giustificare
cosi' il golpe". Calore ha spiegato in quale contesto deve essere inserito
l'attentato alla Banca dell'Agricoltura del 12 dicembre '69, che provoco'
la morte di 16 persone e il ferimento di un'ottantina. "Tra l'80 e l'82
- ha ricordato Calore - in carcere ho parlato con Franco Freda di quella
vicenda. Da cio' che mi ha detto si evinceva un suo diretto coinvolgimento
nella vicenda". Secondo Sergio Calore, l'editore padovano era "compartecipe"
al progetto della strage di piazza Fontana: "Mi fece capire che l'autore
materiale era stato Massimiliano Fachini". Esperto di esplosivi, Sergio
Calore ha anche spiegato ai giudici di non essere mai riuscito a capire
fino in fondo le modalita' di preparazione della strage. "Insomma - ha
detto - hanno ordinato i timer per corrispondenza. Quelli usati per la
strage si possono trovare ovunque perche' sono quelli delle lavatrici.
Mi e' sembrata una scelta stupida. L'ho detto anche a Freda, lui mi rispose
che bisognava fare cosi'". Calore ha anche raccontato che in carcere si
sosteneva che la strage di piazza Fontana non doveva provocare vittime:
"Le spiegazioni tecniche che venivano date - ha osservato - potevano convincere
solo chi non capisce nulla di esplosivi. Io sono sempre stato convinto
del contrario e ad un certo punto ho anche avuto il sospetto che Freda
fosse rimasto vittima di qualcuno che aveva disseminato tracce che conducevano
a lui". Sergio Calore ha confermato il piano di depistaggio delle indagini:
"Alcuni timer dovevano essere fatti ritrovare in una villa di Giangiacomo
Feltrinelli. Vennero avvisati i carabinieri ma la perquisizione diede esito
negativo". L'ex ordinovista ha quindi spiegato che Ordine Nuovo nel 1969,
dopo la strage di piazza Fontana, conflui' nell'Msi perche' "in previsione
di una campagna repressiva non si dovevano disperdere le forze in gruppi
extraparlamentari". Il progetto stragista, pero', continuo' anche dopo:
"Erano tutte azioni che si tendeva ad attribuire agli ambienti di estrema
sinistra per giustificare il golpe. Calore ha infine affermato di non avere
conosciuto Delfo Zorzi come esponente di spicco di Ordine Nuovo in Veneto:
"L'ho conosciuto - ha ricordato - nel 1978 quando a Roma me lo presento'
Massimiliano Fachini. Fachini quando si recava a Roma era ospite nell'appartamento
di Zorzi". A proposito degli attentati commessi dagli estremisti di destra
da attribuire alla sinistra, Calore ha anche ricordato: "Pino Rauti venne
aggredito e ridotto in fin di vita da un ordinovista che non era d'accordo
con la scelta di confluire nell'Msi. Anche allora si fece credere che l'aggressione
era stata messa in atto dalla sinistra". Di Pino Rauti ha parlato anche
Maria Rosa Bettella, vedova di Tullio Fabris, l'elettrotecnico che consiglio'
Freda per i timer. "Dopo che mio marito venne a Milano per testimoniare,
si presentarono a casa mia due persone che volevano sapere cosa aveva riferito.
Io li cacciai. Tempo dopo, guardando la televisione, riconobbi che uno
dei due era Pino Rauti. L'altro era Massimiliano Fachini".
4 maggio – Il settimanale “L’Espresso pubblica
i verbali di
alcune riunione dei dirigenti del Pci, durante
il caso Moro e della riunione
della direzione Pci del 19 dicembre 1969, una settimana dopo la strage
di piazza Fontana.
11 maggio – Processo per la strage di piazza
Fontana: Paolo Aleandri, ex terrorista di destra del gruppo “Costruiamo
l'azione” dice che “Non c'erano dubbi sul fatto che la strage di piazza
Fontana era opera della destra. Si diceva pero' che Massimiliano Fachini
manipolo' il timer per anticipare lo scoppio”. Anche Aleandri, come altri
testimoni, ha fatto capire che il progetto iniziale prevedeva che
lo scoppio della bomba non doveva provocare vittime, ma che qualcuno nel
gruppo degli estremisti veneti forzo' la mano. Aleandri ha, quindi, spiegato
che negli ambienti di destra “si e' sempre saputo che la responsabilita'
per quella strage era da attribuire al gruppo di Freda e Ventura e che
era stato Massimiliano Fachini a determinarla”. “Sergio Calore - ha detto
Aleandri ricordando i discorsi fatti con un altro espondente di 'Costruiamo
l'azione – mi spiego' che Fachini aveva avuto un ruolo oscuro nell'intera
vicenda”. Aleandri ha anche spiegato ai giudici che Massimiliano Fachini,
negli anni 70, aveva rapporti d'affari con Delfo Zorzi che conosceva da
molti anni: “Dal Giappone commerciavano pelletteria e oro”. I giudici della
seconda Corte d'assise di Milano hanno sentito anche Guido Lorenzon, l'uomo
che per primo si reco' dal giudici Stiz e Calogero a raccontare le confidenze
ricevuta da Giovanni Ventura. I giudici hanno sentito anche Maria Angela
Ventura, sorella di Giovanni Ventura, la quale ha confermato tutto cio'
che in questi anni ha raccontato ai giudici a proposito dei rapporti intrattenuti
con Guido Giannettini negli anni della detenzione del fratello. La donna
ha parlato anche del tentativo di organizzare l'evasione del fratello dal
carcere di Monza. “L'unica cosa falsa che ho raccontato - ha detto la Ventura
- e' che la chiave della cella dove era detenuto Giovanni non me la fece
avere Giannettini. Quella chiave me la diede mia cognata Pier Angela e
a lei la fece avere mio fratello. Era un tentativo di fuga senza alcuna
speranza e non se ne fece nulla”.
12 maggio – Processo per la strage di piazza
Fontana: Marzio Dedemo, ex autista ed ex guardia del
corpo di Carlo Maria Maggi e cognato di Carlo
Digilio diche che “Maggi aveva chiesto soldi per continuare l'attivita'
eversiva e dinamitarda” tra il 1971 e il 1972, durante una riunione in
una trattoria milanese. Dedemo, in aula come teste, spiegato che a quella
riunione non aveva partecipato perche' aveva accompagnato Maggi all'appuntamento
ed era rimasto in macchina: solo tre anni dopo Pio Battiston (il padre
di Piero, un altro personaggio legato alla destra) gli aveva raccontato
di quei colloqui. Dedemo, rispondendo alle contestazioni di un avvocato
di Maggi, ha ribadito di aver saputo che il medico ordinovista aveva detto
di voler “continuare, e non iniziare, l'attivita' eversiva”. L'ex estremista
di destra Gianluigi Radice, ascoltato come testimone, ha parlato di “campi
paramilitari”, specificando che era risaputo che Giancarlo Rognoni, imputato
al processo, “si portava i ragazzini al mare e in montagna per gli addestramenti”.
Radice ha anche detto che Rognoni avrebbe avuto “contatti con il gruppo
veneto”. E' stato sentito anche il gen. Luigi Ramponi, ex direttore del
Sismi.
18 maggio - Processo per la strage di piazza
Fontana: un ex collaboratore del Sid, il padovano Gianni Casalini, confessa
in aula di aver partecipato nell'agosto del 1969 ad un attentato ai danni
di treni. Casalini che, oltre ad essere collaboratore del Sid con il nome
in codice 'Turco', era vicino agli ambienti della destra extraparlamentare
del Veneto, ha raccontato di avere accompagnato alla stazione ferroviaria
di Milano Ivano Toniolo, il quale colloco' due ordigni su due treni. "Ero
come al solito alla libreria Ezzelino di Padova e Ivano mi disse di tenermi
pronto perche' saremmo andati a Milano a fare i botti". Casalini, da tempo
sofferente di depressione, non e' stato in grado di precisare su quali
treni vennero collocate le bombe. "Mentre Ivano andava a mettere le bombe
- ha ricordato ai giudici - io sono andato in biglietteria ad acquistare
i biglietti per ritornare a Padova". Alle domande insistenti del pm Massimo
Meroni per avere notizie piu' dettagliate sugli attentati, Casalini ha
spiegato: "Non so dire su quali treni mise le bombe. Le mise a casaccio.
Ricordo che alla radio dissero che era stata trovata una bomba inesplosa
su un treno. L'altra era esplosa, ma non fece molti danni". I reati di
cui oggi Gianni Casalini si e' autoaccusato sono prescritti, ma gia' nei
primi anni '60 aveva raccontato ad alcuni agenti del Sid questa sua partecipazione.
Il maresciallo Fulvio Felli, agente del Sid e del Sismi in Veneto, che
subito dopo la strage di Brescia raccolse informazioni da un collaboratore
del servizio segreto, che aveva come nome in codice 'Tritone', fece una
relazione al Sismi e la invio' al servizio centrale a Roma il 6 luglio
del 1974. La fonte 'Tritone', un esponente della destra veneta, racconto'
all' agente del Sismi che Carlo Maria Maggi, imputato al processo per la
strage di piazza Fontana e, attualmente, indagato per piazza della Loggia
commentando i fatti di Brescia "affermo' che quell'attentato non doveva
rimanere un fatto isolato". Secondo il racconto dell'informatore Maggi
spiego' che "l'attentato non doveva rimanere un fatto isolato perche' il
sistema va abbattuto mediante attacchi continui che ne accentuino la crisi.
L' obiettivo e' di aprire un conflitto interno risolvibile solo con lo
scontro armato". La fonte del Sismi aveva anche riferito di una riunione
svoltasi ad Abano Terme, nel corso della quale Carlo Maria Maggi aveva
esaminato la situazione dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo e aveva lanciato
l'idea di costituire un altro gruppo denominato "Ordine Nero" che avrebbe
dovuto agire in clandestinita' e con forme di lotta violenta. Secondo il
rapporto del Sismi, Maggi, dopo la strage di piazza della Loggia a Brescia
avrebbe voluto inviare alla stampa un documento per annunciare azioni terroristiche
e spiegare la linea che Ordine Nero avrebbe tenuto. Tra l'altro la stessa
fonte "Tritone" aveva riferito al maresciallo Felli di avere appreso da
Gian Gastone Romani, ex ordinovista, membro dell'esecutivo nazionale dell'Msi-Dn,
che Pino Rauti si era detto favorevole ad appoggiare l'attivita' degli
ex ordinovisti nella nuova formazione.
19 maggio - Processo per la strage di piazza
Fontana: l'ex estremista di destra Giancarlo Vianello dice che tra l'estate
del 1968 e l'autunno del 1969 Delfo Zorzi sosteneva la necessita' di un
passaggio dalla teoria alla pratica dell'eversione violenta. In linea con
questa convinzione partecipo' a due attentati dinamitardi (al cippo di
confine a Gorizia e alla scuola slovena di Trieste), si attivo' per riunire
in un unico progetto eversivo i gruppi dell' estrema destra nel Nord Italia
e commento' che la strage di piazza Fontana fu "tecnicamente sbagliata".
Vianello, con Delfo Zorzi e Martino Siciliano, partecipo' agli attentati
di Gorizia e Trieste. Fondatore a Mestre del circolo culturale di destra
"Ezra Pound", Vianello ha raccontato che Delfo Zorzi, alla fine del '68,
inizio' a spiegare che era necessario che il circolo agisse con gli altri
gruppi della destra veneta e mettesse a segno azioni violente. Vianello
ha raccontato che Delfo Zorzi gli fece vedere le armi che custodiva e che,
in alcune occasioni, gliele diede in custodia. "Un giorno - ha raccontato
- mi disse che dovevamo andare a Trieste. Oltre a me e Zorzi c'era anche
Martino Siciliano e una ragazza di Napoli". Vianello ha raccontato il viaggio
fino a Trieste, la preparazione degli ordigni e la trasferta a Gorizia,
dove Zorzi, sceso dall'auto, colloco' al cippo di confine la bomba con
i volantini di
rivendicazione firmati "Fronte anti slavo". "Da
Gorizia - ha ricordato Vianello - siamo ritornati a Trieste dove Delfo
ha piazzato un' altra bomba alla scuola slovena". Le bombe non esplosero
e Vianello ha spiegato: "I giudici che mi hanno interrogato in seguito
mi dissero che non potevano esplodere perche' mancavano di un congegno.
Tra l'altro ricordo che venne usato un quantitativo di esplosivo spropositato.
Mi sembro' strano che non dovessero esplodere perche' era contro le convinzioni
di Zorzi, il quale accuso' zio Otto, cioe' Carlo Digilio, perche' qualche
cosa non era funzionato". L' estremista ha quindi raccontato di non aver
mai condiviso la linea politca di Zorzi: "Volevo lasciare il gruppo, ma
temevo ripercussioni. Zorzi era autoritario e io mi sentivo minacciato".
All' osservazione dell' avvocato di parte civile, Domenico Sinicato, sulla
contraddizione dovuta al fatto che, mentre sosteneva di voler lasciare
il gruppo, in realta', tra ottobre e novembre del '69, metteva a segno
due attentati e partecipava ad un pestaggio a Trieste, Vianello ha replicato:
"Purtroppo mi sono trovato li' in quel momento". L'ex estremista di Mestre
ha quindi ricordato che, proprio per dissociarsi dal gruppo, in dicembre
parti' per la Svezia da dove torno' solo nel gennaio del '70. Nei giorni
della strage era quindi a Stoccolma e come prova ha consegnato alla Corte
due biglietti per testimoniare che il giorno 10 dicembre si trovava alla
consegna dei premi Nobel". Vianello ha quindi negato di aver partecipato
il 31 dicembre del '69 a una cena con Martino Siciliano e Delfo Zorzi,
nel corso della quale quest' ultimo gli avrebbe fatto una confessione su
piazza Fontana. "La cena di Capodanno - ha detto Vianello - avvenne un
anno prima a casa mia. Il 31 dicembre del '69 ero in Svezia e nel '70 ero
militare". Sulle confidenze di Zorzi in merito alla strage di piazza Fontana,
Vianello ha invece precisato: "Nei mesi successivi disse che era tecnicamente
sbagliata. Sosteneva che gli attentati non dovevano essere cosi' cruenti
perche' avrebbero provocato una reazione opposta nei confronti del movimento.
Zorzi era favorevole ad una miriade di attentati, ma non cosi' cruenti".
L' avvocato Sinicato gli ha fatto notare che poco prima aveva affermato
che Zorzi era favorevole ad azioni violente: "Forse - ha detto Vianello
- quella critica alla strage di piazza Fontana era ipocrita".
25 maggio - Processo per la strage di Piazza
Fontana: interrogatorio di Guido Giannettini, sentito come testimone. Giannettini,
assolto nei precedenti processi per la strage alla Banca dell' Agricoltura
del 12 dicembre 1969, ha raccontato dei suoi rapporti con Franco Freda
e Giovanni Ventura; su Delfo Zorzi, il principale imputato dell'attuale
processo, si e' limitato a dire di averlo visto una sola volta a Roma in
compagnia di Franco Freda ma di aver saputo solo anni dopo che si trattava
di Zorzi. Giannettini, che era un collaboratore del Sid e aveva ricevuto
l'incarico di raccogliere il maggior numero di notizie sull'attivita' dei
gruppi della sinistra extraparlamentare con simpatie filocinesi che operavano
in Veneto, dice cge per compiere la sua missione aveva avvicinato Franco
Freda e poi Giovanni Ventura. Tutto qui. Nessun coinvolgimento con la strage
di Piazza Fontana. Invecchiato e malato, Giannettini ha risposto per ore
alle domande dei pubblici ministeri e degli avvocati della difesa e di
parte civile, smentendo altri testimoni, come per esempio Edgardo Bonazzi
che, invece, avevano riferito che in carcere Giannettini aveva dimostrato
di conoscere qualche verita' sulla strage. Era un collaboratore dei servizi
segreti, aveva sempre lavorato in stretto contatto con il generale Maletti
e, in un secondo tempo, con il capitano La Bruna e si era premurato nel
dissuadere Freda a rifornirsi di armi. "Freda - ha ricordato - mi disse
che il suo gruppo era alla ricerca delle armi contro una svolta rivoluzionaria
di sinistra. Io gli dissi che se fossero servite sarebbero arrivate da
fonti istituzionali. A quell'epoca gli ambienti militari erano tutti orientati
a destra". Giannettini si e' definito una sorte di garante per gli estremisti
di destra veneti: "Ho conosciuto Massimiliano Fachini - ha detto - quando
venne a Roma a chiedermi se ci si poteva fidare del capitano La Bruna che
aveva avvicinato il gruppo. Io gli dissi che non era un nemico". Conosceva
tutti Giannettini e in un'occasione vide anche Delfo Zorzi, l'uomo accusato
di essere colui che colloco' la bomba in piazza Fontana: "Una volta Freda
venne a trovarmi a Roma e io lo accompagnai ad un appuntamento con
un giovane. Anni dopo mi e' stato detto che si trattava di Delfo Zorzi".
Incalzato dagli avvocati difensori, Giannettini ha precisato che l'incontro
dovrebbe essere avvenuto nei mesi successivi la strage di piazza Fontana.
Giannettini ha invece confermato il piano organizzato per depistare le
indagini dagli ambienti di destra. "Era stato organizzato un piano per
far ritrovare i timer simili a quelli usati per piazza Fontana in una villa
dell'editore Feltrinelli. In quel modo le indagini si sarebbero spostate
a sinistra". Giannettini ha spiegato che il Sid voleva salvare Freda: "Tutti
gli ambienti militari erano vicini alla destra". Il pm Massimo Meroni ha
allora fatto notare che una cosa era la destra rappresentata in Parlamento
e un'altra quella extraparlamentare di Freda: "Non esisteva - ha replicato
Giannettini - alcuna contrapposizione". Quindi ha specificato:"C' erano
sfumature ma c'erano continui contatti che non erano contrastati neppure
dai vertici dell'Msi. Insomma l'Msi era un'altra cosa rispetto ad An di
oggi". Guido Giannettini ha anche detto che Franco Freda e Giovanni Ventura
non avevano mai saputo della sua appartenenza al Sid:"Io davo loro un certo
tipo di informazioni e loro davano a me quelle che mi servivano". Giannettini
ha quindi precisato che in carcere venne trattato amichevolmente da tutti
i detenuti politici di destra: "A San Vittore venni avvicinato da Cesare
Ferri che mi disse che Freda aveva avvisato tutti di trattarmi in modo
amichevole". Alla domanda se dopo il suo arresto era nota la sua appartenenza
ad Sid, Giannettini ha replicato:"L'aveva resa nota Andreotti con un'intervista
pubblica. Andreotti fece quella scelta perche' aveva deciso di non appoggiarsi
piu' alla destra".
26 maggio - Processo per la strage di Piazza
Fontana: la testimonianza di Franco Freda, l' editore padovano accusato
della strage e poi assolto, inizia dopo alcuni momenti di tensione. Freda,
in carcere in quanto deve scontare una residua pena per una condanna per
associazione sovversiva, invitato dal presidente della Corte d' Assise
a prestare giuramento, si e' inizialmente rifiutato. In piedi davanti alla
Corte, si e' rivolto al presidente dicendo di non essere intenzionato a
prestare giuramento e ha tentato di spiegare le ragioni. Il presidente
lo ha interrotto e gli ha spiegato che la Corte aveva presente tutto il
suo iter giudiziario e che compito del testimone e' solo quello di raccontare
tutta la verita'. Freda, parlando a voce molto bassa ha ribadito la sua
intenzione, sostenendo di essere vittima di una persecuzione ideologica:
"Faccio presente - ha detto – che ho avviato un' istanza per la revisione
di condanna del processo per associazione sovvervisa". Il presidente, visibilmente
alterato, ha spiegato: "la Corte ha deciso che lei deve essere sentito
come testimone. Il testimone ha un unico compito, quello di raccontare
la verita'. Se non racconta la verita', e nessuno se ne accorge, puo' farla
franca, in caso contrario invece ci sono delle conseguenze specifiche.
La invito quindi a leggere quella formula". Freda a quel punto ha letto
la formula del giuramento ed e' cosi' iniziata la sua testimonianza. Nel
1995 la sua casa editrice ha pubblicato un libro sul fascismo giapponese
negli anni '30, che altro non era se non la tesi di laurea di Delfo Zorzi.
Nel 1971, sempre la sua casa editrice, ha pubblicato per Delfo Zorzi e
per suo padre la copia anastatica di un testo sapienziale. Sempre nel 1971
sulla sua agenda e' appuntato il nome di Delfo Zorzi e il numero di telefono.
Alla domanda precisa del pm e dell'avvocato di parte civile se ha conosciuto
Delfo Zorzi, pero', Franco Freda, si e' limitato a parlare del ricordo
di un giovane ad alcune sue lezioni negli anni '70. E alla domanda ancora
piu' precisa se ha incontrato una volta a Roma Delfo Zorzi, come ha riferito
Guido Giannettini, Freda, dopo un giro di parole, ha detto: "Non lo posso
escludere ma non lo ricordo". Spiegata la sua attivita' di editore e di
animatore culturale nella destra ha sottolineato le differenze: "Ero considerato
un visionario astratto" e parlando di due ordinovisti poco propensi a letture
di Julius Evola e di Gentile ha precisato:"Coprivano il loro vuoto speculativo
con l'attivismo. Non studiavano e distribuivano manifesti". Poi ha precisato
che le differenze tra il suo gruppo, che ruotava attorno alla libreria
Ezzelino di Padova, e il resto della destra non significavano un'esclusione:
"In fondo - ha detto - eravamo coscienti di appartenere ad una stirpe di
vinti della storia". Lui, lo studioso di Nietzsche e di Evola, l'ammiratore
della cultura giapponese guardava quasi con sufficienza l'attivita' degli
altri uomini della destra. Di Zorzi, per esempio, ha detto di non condividere
le scelte esistenziali "per questione di razza". "Ha sposato una giapponese
- ha detto - e ha figli euroasiatici. Io amo la cultura giapponese ma sono
contrario ad ogni meticciato". Di Carlo Maria Maggi ha detto di non conoscere
"il Maggi pensiero" e di un collaboratore del medico ordinovista veneto,
che per alcuni giorni nel '78 fece il suo guardaspalle, ha spiegato: "Era
una contiguita' insopportabile. Nella sua ottusa fedelta' rendeva irrespirabile
la mia deambulazione". I progetti per farlo evadere e i comitati per aiutarlo
li ha definti millanterie: "Quando mi sono allontanato dall'Italia l'ho
fatto grazie a mie conoscenze personali. Ragioni di stile mi impediscono
di dire altro". Nella sua deposizione ha smentito Guido Giannettini che,
nell'udienza di ieri, aveva raccontato di avere avvicinato Freda per avere
notizie su gruppi extraparlamentari filocinesi: "A Giannettini ho parlato
solo dei movimenti degli studenti sionisti che agivano a Padova. Io con
i servizi non ho mai avuto rapporti. Giannettini? Si sparlava addosso,
e' questo il tipo antropologico che ho conosciuto". E dei servizi segreti
italiani ha precisato: "Li ho sempre considerati incapaci di ogni azione.
Erano solo chiacchieroni e truffatori". Alla domanda dell'avvocato di parte
civile su una riunione del 18 aprile '69 a Padova ha replicato: "Non c'e'
stata alcuna riunione che avesse come obiettivo la strategia della tensione.
Sottolineo questa mia risposta radicale con la mia parola d'onore che considero
piu' importante del giuramento. Con cio' ritengo chiusa la questione".
26 maggio - Una delegazione di funzionari
dei ministeri della giustizia e degli esteri e dell'ambasciata italiana
incontra a Tokyo rappresentanti degli stessi dicasteri giapponesi per discutere
la richiesta di estradizione gia' avanzata dall'Italia per Delfo Zorzi.
Nessuna informazione e' stata data ne' dal ministero della giustizia giapponese
ne' dall'ambasciata italiana sul contenuto e l'esito dei colloqui.
2 giugno - Processo per la strage di piazza
Fontana: Carlo Maria Maggi, il medico veneziano responsabile di Ordine
Nuovo in Veneto, condannato all' ergastolo per la strage della questura
di Milano e imputato al processo per quella di piazza Fontana, dice di
Delfo Zorzi:"Delfo Zorzi? Certo che me lo ricordo. Era di Mestre, faceva
judo. Si', era un ragazzotto buono per menare le mani in piazza. A Mestre
era un punto di riferimento". Maggi si presenta in aula per la prima volta
dall'inizio del processo. In aula, pero', e' rimasto solo pochi minuti
in quanto, dopo l'audizione di due testimoni l'udienza e' stata sospesa.
Sergio Latini, estremista di destra, che avrebbe dovuto raccontare le confidenze
di Franco Freda sulla strage raccolte in carcere, e Annamaria Cozzo, che
avrebbe dovuto parlare del coinvolgimento di Zorzi negli attentati alla
scuola slovena di Trieste e al cippo di confine di Gorizia, non si sono
infatti presentati. "Guardi - dice Maggi - io di piazza Fontana non so
nulla. Ricordo che all'epoca parlavamo del coinvolgimento di Valpreda.
Ecco, io sono fermo a Valpreda". Maggi, che ha spiegato di essersi presentato
in quanto doveva fare il punto sul processo con il suo avvocato, non ha
escluso di presenziare anche ad altre udienze: "A causa delle mie condizioni
di salute, pero', non sono ancora in grado di garantire la mia presenza.
Verro' sicuramente per l'interrogatorio, anche se non so fino a che punto
potro' rispondere alle domande che mi verranno poste. Io non ricordo piu'
nulla. La mia mente e' annebbiata dopo l' emorragia cerebrale che ho subito
e le medicine che prendo". Maggi, che dopo la condanna all'ergastolo per
la strage alla questura di Milano, ha l'obbligo di residenza a Venezia,
ha quindi precisato: "Per fortuna quando venivo sentito dal capitano Giraudo
ho tenuto un diario. Quegli appunti mi potranno aiutare. Parliamo di vicende
di trent'anni fa. Io non ricordo piu' niente. Non ricordo niente neppure
delle persone che so che hanno testimoniato al processo. Ho solo dei flash".
"E' tutto pazzesco - dice -; io ho sempre fatto il medico alla Giudecca,
un' isola rossa, e se lei va a chiedere mi vogliono tutti bene. Adesso
sono in pensione: dormo e guardo la televisione". Della condanna
all' ergastolo per la strage alla questura di Milano dice: "Una condanna
pazzesca. Cio' che ha dichiarato Digilio e' falso. Io Bertoli non l'ho
mai incontrato".
6 giugno - Per un difetto di notifica ad
un difensore e' rinviato oggi a nuovo ruolo il processo in Cassazione che
vede condannato, per la prima volta in Italia, Delfo Zorzi - imputato anche
per la strage di piazza Fontana - in una vicenda di presunta evasione fiscale
per circa 13 miliardi legata alla commercializzazione di prodotti Gucci.
Il giudice relatore ha infatti constatato che la notifica all'avvocato
milanese Michele Pepe era avvenuta fuori termine. Lo ha reso noto l'avv.
Antonio Franchini, difensore di Zorzi. Secondo il legale il processo potrebbe
essere fissato tra cinque-sei mesi. Zorzi era stato processato a Venezia
insieme al fratello Rudy e ad altre cinque persone per associazione per
delinquere ed evasione fiscale: un'accusa legata alla costituzione, tra
il 1984 e il 1987, di societa' estere in Svizzera, Gran Bretagna, Panama
e Giappone per la commercializzazione di prodotti di abbigliamento Gucci.
In tal modo, secondo l'accusa, sostenuta dal Pm Felice Casson, i prodotti
figuravano partiti dall'estero e non dall'Italia.Il processo di primo grado
si concluse nel 1995 con sei condanne e l'amnistia per un colonnello della
guardia di finanza accusato di non aver impedito la presunta frode. Delfo
Zorzi fu condannato a quattro anni, ridotti poi a tre - di cui due condonati
- in appello, quando furono dichiarati prescritti i reati fiscali ma non
l'associazione per delinquere.
8 giugno – Processo per la strage di piazza
Fontana: Carlo Digilio, uno degli imputati, a causa delle sue condizioni
di salute, viene sentito in teleconferenza da una caserma dei carabinieri
in una localita' del lago di Garda. Da tempo, infatti, Digilio e' ricoverato
in una clinica sul lago. L' interrogatorio di Digilio occupera' diverse
udienze in quanto l'imputato, proprio per le sue condizioni di salute,
non e' in grado di rimanere per molte ore concentrato. Digilio e'
accusato della strage della Banca Nazionale dell'Agricoltura del 12 dicembre
1969 con Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Carlo Rognoni. Digilio - che,
anche se imputato, e' il piu' importante accusatore di Zorzi - secondo
l'accusa avrebbe avuto una parte nella preparazione dell'ordigno. Conosciuto
nell'ambiente di estrema destra con il soprannome di 'Zio Otto', Digilio,
su una sedia a rotelle, maglietta verde e gilet blu, Carlo Digilio ha resistito
per due ore, poi l'udienza e' stato sospesa e aggiornata a domani. “Il
dottor Maggi, il Delfo e Giovanni Ventura – dice Digilio - mi dissero che
la storia degli attentati era stata decisa molto in alto. Io pensai cio'
che pensavano tutti e cioe' che fossero coinvolti gli apparati dei servizi
segreti”. Digilio ha confermato di essere un agente della Cia e a tale
proposito ha precisato: “Nei primi anni '70, su incarico del mio capo David
Carret, venni inviato a Madrid perche' la Cia voleva avere notizie sull'ingegnere
atomico Eliodoro Pomar che stava realizzando un prototipo di una mitraglietta,
il cui progetto era del colonnello Amos Spiazzi”. E' a Madrid che Digilio
ritrova vecchie conoscenze dell'estrema destra come Giancarlo Rognoni il
quale, tra gli altri, gli presenta anche Stefano Delle Chiaie, rifugiato
nella Spagna di Francisco Franco, come tanti altri estremisti di destra.
'Zio Otto' ha precisato che Marcello Soffiati era un altro agente della
Cia in Veneto: “Certo che lo era - ha detto -, era un mio collega e sapeva
dell'incarico che avevo ricevuto per la Spagna”. Carlo Digilio e' anche
stato molto vicino al Fronte nazionale di Valerio Borghese: “La notte del
tentativo di golpe ero all' Arsenale di Venezia dove doveva esserci il
punto di incontro. Ricordo che tutto venne sospeso perche' giunse la notizia
che Rumor non si era deciso a dichiarare lo stato d'assedio”. Alla domanda
se condividesse tutti gli ideali del Fronte del principe Borghese, Digilio
ha replicato: “Certo che li condividevo. Ho partecipato a quell'iniziativa
di golpe perche' sono un nazionalista ed ero convinto di fare il bene dell'Italia”.
A proposito dei colloqui avuti in Spagna con gli estremisti di destra,
Digilio ha raccontato che Rognoni gli disse che “Caccola, cioe' Delle Chiaie,
aveva avuto a che fare con gli attentati di Roma”. Meno chiaro il riferimento
a Zorzi: “Marcello Soffiati - ha detto Digilio - seppe da Maggi che dovevano
accadere fatti grossi e che sarebbe stato coinvolto il gruppo di Zorzi”.
Su questo punto ha anche raccontato: “Il gruppo dei ragazzi di Trieste
addestrati da Zorzi ad attraversare il confine erano stati allertati per
andare a Roma”. Digilio ha anche raccontato di avere conosciuto a Madrid
Marco Pozzan, un uomo legato a Franco Freda. “Pomar mi parlo' di Marco
Pozzan e mi disse che era ridotto molto male. Pomar mi disse che era coinvolto
negli attentati ai treni e un giorno mi chiese di accompagnarlo in un quartiere
malfamato di Madrid dove incontrammo Pozzan. Seppi che Pozzan era fuggito
in Spagna aiutato da Guido Giannettini, uomo del Sid”. Digilio non ha spiegato
se Marco Pozzan era la stessa persona che, nel corso delle indagini preliminari,
aveva dichiarato di avere visto a Paese una localita' veneta. Digilio aveva
infatti riferito che nella primavera del 1969 a Paese, nel casolare di
Giovanni Ventura, aveva incontrato Delfo Zorzi e Marco Pozzan che effettuavano
prove per mettere a punto un migliore sistema di innesco di un ordigno
esplosivo”.
9 giugno - Processo per la strage di piazza
Fontana: Carlo Digilio "Zio Otto", e' interrogato in teleconferenza per
poco piu' di un'ora e mezzo, poi ha chiesto che l'udienza venisse sospesa
a causa di un forte mal di denti. "Un giorno antecedente il 12 dicembre
del 1969 - ha detto Digilio - fui chiamato da Delfo Zorzi ad esaminare
dell' esplosivo chiuso in tre scatole metalliche. Temeva che trasportandolo
fino a Milano sull'auto di Maggi potesse esplodere". Digilio ha raccontato
l'incontro con Delfo Zorzi e Gianni Mariga, un altro ordinovista di Mestre.
"Zorzi - ha detto Digilio - temeva che l'esplosivo potesse esplodere perche'
l'auto di Maggi che traballava, era poco sicura. Io verificai che non vi
fosse umidita' e lo rassicurai. Per conto loro, pero', era meglio cambiare
auto. So che a Padova presero una Mercedes che collocarono sotto le finestre
della casa di Massimiliano Fachini perche' temevano che nottetempo potessero
rubarla". Sulla sua conoscenza di Mariga ha precisato: "Me lo aveva presentato
Marino Geraci, un ex appartenente al Fonte nazionale di Borghese, e guardaspalle
a Venezia del segretario dell'Msi. A Mestre - ha quindi aggiunto - gli
appartenenti ad Ordine nuovo erano quattro gatti, tenuti insieme dal Delfo
con la scusa della palestra di karate'. Si conoscevano tutti". Digilio
ha ricordato di avere visto altre volte dell'esplosivo. "Zorzi - ha detto
- diede a Marcello Soffiati candelotti di gelignite perche' li facesse
avere alla Squadre d'azione Mussolini. Soffiati aveva conservato quattro
candelotti e un giorno venne da me Roberto Raho a chiedermeli". "Andai
a Verona - ha spiegato Digilio - a recuperare i candelotti e li diedi a
Raho. Era stato Maggi a dire a Raho di venire da me per avere quell'esplosivo.
Per questo fatto ero molto arrabbiato. Io non potevo continuare a rischiare
per quella gente". Digilio ha collocato quest'ultimo fatto nei primi anni
'70, ma sulle date, anche a causa del suo stato di salute, e' stato poco
preciso. Digilio ha ancora ribadito il suo legame con la Cia e ha spiegato
che in Veneto anche Sergio Minetto, ex appartenente alla Repubblica sociale
di Salo', era un uomo del servizio americano. "A Monfalcone - ha detto
- era riuscito a mettere in piedi un laboratorio dove tagliava le lamiere
che servivano agli americani come pezzi di ricambio per gli elicotteri
usati in Viet Nam. Come pensate che abbia potuto avere quel lavoro? Grazie
ai suoi legami con la Cia". Al termine dell' udienza, Carlo Maria Maggi
commenta: "Era un vecchio amico e ora mi sembra uno zombi. Uno zombi malefico".
"Non riesco a capire - ha detto Maggi - cosa lo abbia trasformato cosi'.
Non capisco. Inventa cose che non stanno ne' in cielo ne' in terra. Dice,
per esempio, di avere visto Delfo Zorzi e Gianni Mariga con la mia macchina.
E' impossibile, io l'auto la tenevo in un garage di piazzale Roma e la
potevo ritirare solo io con un tesserino magnetico". Maggi contesta anche
un altro passaggio dell'interrogatorio di Digilio:"Dice che conoscevo Sergio
Minetto. Non e' vero, l'avro' visto una o due volte". Digilio ha raccontato
che Maggi conosceva Sergio Minetto in quanto lo incontrava a casa di Bruno
Soffiati, ex combattente della repubblica sociale, a Colognola al Colle
(Verona). "Andavo spesso a trovare Soffiati - dice Maggi - ma piu' come
medico che altro. Certo era anche un amico ma era ammalato e andavo a vedere
come stava. In un'occasione o due ho incontrato Minetto ma non si puo'
dire che lo conoscessi". Maggi, che e' intenzionato a prendere parte a
quasi tutte le udienze dell'interrogatorio di Digilio, ribadisce che il
suo vecchio amico e' diventato malefico: "In mezzo ad una serie di falsita'
ci mette il particolare vero". Scuote la testa: "A queste udienze voglio
partecipare per rendermi conto di cio' che dice, nonostante mi stanchi
molto per le mie condizioni di salute". Poi ridendo aggiunge: "Ha detto
di essere un agente della Cia, ma guardate che non e' vero niente. A Venezia
i suoi amici non hanno mai creduto a queste sue dichiarazioni. Era sempre
senza soldi e viveva sulle spalle degli altri". Elenca qualche esempio
Carlo Maria Maggi per dimostrare quelle che lui considera millanterie del
suo ex amico che oggi definisce zombi: "Se fosse stato agente della Cia
avrebbe avuto disponobilita' di denaro. Invece gli pagavo la cena o il
pranzo in cambio di piccoli lavori. Oppure, in cambio di alcune pratiche
dell'Iva, alla trattoria Scalinetto pranzava o cenava gratis. Questo era
Digilio. Un piccolo truffatore".
15 giugno – Processo per la strage di piazza
Fontana: Carlo Digilio, alla terza udienza del suo interrogatorio, lancia
accuse pesanti nei confronti di Delfo Zorzi e di Carlo Maria Maggi. “Zorzi
parlava della strage di piazza Fontana come di un bollettino di guerra.
Ne parlava come se lui fosse il capo del commando e diceva che era stata
fatta una cosa giusta. Diceva che lui aveva avuto il coraggio di farlo
e che tutti gli altri erano dei deboli”. Digilio cita i particolari degli
incontri avuti prima e dopo la strage del 12 dicembre del 1969 con i due.
E' preciso e determinato e lo dimostra fin dall'inizio dell'udienza quando
chiede al presdiente della Corte di poter fare una dichiarazione spontanea
per replicare a Carlo Maria Maggi che in un'intervista lo ha definito “zombi
malefico” e “truffatore”. “Non ho mai truffato nessuno - dice Digilio -
e' vero invece che la malattia mi ha segnato profondamente ma Maggi sappia
che sono in grado, nonostante le mie condizioni, di dire tutta la verita’”.
“Zio Otto”, nel suo racconto, parte dai primi giorni di dicembre del 1969
quando Maggi lo chiama al telefono e gli chiede di vederlo. “Ci incontrammo
agli Schiavoni a Venezia, mi disse che lui andava in vacanza a Sappada
e che durante la sua assenza sarebbero accaduti attentati potenti. Mi invito'
a prendere nota giorno per giorno di tutto cio' che facevo per essere pronto
a rispondere ad eventuali interrogatori”. Digilio ricorda che Maggi gli
disse di fare sparire armi che eventualmente deteneva e di avvertire anche
tutti gli altri giovani di Ordine nuovo e sostiene di avere criticato il
programma degli attentati: “Dissi che quelle azioni avrebbero solo fatto
perdere consensi alla destra. Maggi replico' che era stato deciso molto
in alto a Roma e che chi aveva deciso sarebbe stato in grado di deviare
le indagini. Infatti poi accusarono gli anarchici”. “Ho incontrato altre
volte Zorzi - ricorda -. Mi disse che aveva avuto l'incarico di continuare
con gli attentati. Una volta a Mestre si presento' con un pezzo di legno
con sopra l'impronta in cera di una chiave. Era la chiave della cella dove
era detenuto Giovanni Ventura. Mi chiese se ero in grado di riprodurla
perche' stavano organizzando l'evasione. Io risposi che non ne volevo sapere
e mi guadagnai tutte le ire di Zorzi”. Zio Otto ricorda anche le sue minacce:
“Mi disse che se per caso fossi stato interrogato non avrei dovuto parlare
del suo coinvolgimento nella strage di piazza Fontana, altrimenti avrebbe
fatto del male a me e alla mia famiglia”. Carlo Digilio parla anche di
David Carret, l'ufficiale della Cia con il quale e' sempre stato in contatto,
ma che non e' mai stato identificato nel corso delle indagini. “Riferii
tutto a David Carret - spiega - perche' ebbi paura. A Carret riferivo sempre
tutto e lui mi tranquillizzo’”. Digilio racconta anche che Delfo Zorzi
gli confesso' di essere stato l'autore dell'attentato alla scuola slovena
di Trieste e che era riuscito a migliorare i congegni di innesco dell'esplosivo
grazie ai consigli di un elettricista. Del ruolo di Carlo Maria Maggi parla
anche a proposito della sua conoscenza con Vincenzo Vinciguerra, l'estremista
di destra che sta scontando l'ergastolo per la strage di Peteano. “Lo conobbi
in casa di Maggi. Quelli di Ordine nuovo erano arrabbiati con Rumor che
non aveva decretato lo stato d'assedio e stavano organizzando un attentato,
alla questura di Milano. Vinciguerra non accetto' e allora rimediarono
sul finto anarchico Gianfranco Bertoli”. Interrogato anche Pino Rauti,
segretario dell' Msi Fiamma Tricolore. “E’ stata la tortura piu' brutta
che mi e' capitata. Questo e' un processo precostituito sui soliti teoremi
– ha detto Rauti - Non si puo' chiedere ad una persona, a distanza di quasi
40 anni, se ricorda quando ha incontrato un' altra persona e dove l' ha
incontrata. Questo non e' un modo corretto di interrogare”. Rauti e' stato
sentito come indagato in procedimento connesso in quanto, all' epoca, venne
indagato dal giudice Gerardo D' Ambrosio e prosciolto in istruttoria. Pino
Rauti ha ripercorso la storia del centro studi Ordine Nuovo dal 1956 all'
autunno del 1969 quando venne deciso di rientrare nell' Msi di Giorgio
Almirante. “La nostra - ha detto Rauti - era una struttura extraparlamentare
costituita prevalentemente da giovani. Vista la situazione di tensione
esistente nel paese ritenemmo giusto rientrare nel partito perche' la struttura
poteva sfuggirci dalle mani”. Su questo punto Rauti ha anche precisato:“noi
temevamo che i nostri giovani potessero essere vittime della violenza di
sinistra e quindi potessero reagire”. Rauti ha invece negato di avere minacciato
la moglie di Tullio Fabbris, l' elettricista che forni' i timer a Franco
Freda. “Ho letto - ha detto Rauti - che la moglie di Fabbris e' venuta
a raccontarvi che io l' ho minacciata perche' volevo sapere cosa avesse
dichiarato il marito al giudice D' Ambrosio. Non e' vero niente. Si sara'
confusa con qualche altra persona”. Mentre per quanto riguarda Delfo Zorzi,
Rauti ha precisato di averlo conosciuto solo a qualche comizio o qualche
conferenza, il segretario dell' Msi Fiamma Tricolore ha spiegato che Carlo
Maria Maggi era un dirigente di primo piano di Ordine Nuovo. “Maggi - ha
detto Rauti - e' stato un nostro dirigente in Veneto. Era molto attivo
nel contrastare l' attivismo di sinistra in una zona difficile dove c'
era stata la guerra civile”. Su Giancarlo Rognoni, altro imputato al processo,
Rauti ha invece insistito nello spiegare che non e' mai stato un iscritto
di Ordine Nuovo ma dell' Msi milanese.
16 giugno – Processo per la strage di piazza
Fontana: Carlo Digilio, ad una precisa domanda dell'avvocato dello tato,
patrono di parte civile per conto del Consiglio dei ministri, a proposito
del suo ruolo di consulente, ha risposto senza esitazione: “Lo facevo per
diletto, per piacere collezionistico”. Legato da amicizia a Carlo Maria
Maggi ha conosciuto tutti gli estremisti veneti ma anche sulla sua militanza
in Ordine Nuovo ha precisato: “Io non ho mai aderito al movimento. Politicamente
io mi considero di centrodestra, sono un nazionalista, amo il mio paese”.
Ideali che gli ha trasmesso il padre che, prima di lui era stato al servizio
della Cia con il nome in codice di Erodoto. Terminate le domande del pm
e dell'avvocato dello Stato, Digilio ha iniziato a rispondere a quelle
dell'avvocato Federico Sinicato. Anche oggi ha parlato dell'esplosivo che
il 7 dicembre del 1969, pochi giorni prima della strage, gli fece vedere
Delfo Zorzi. “Nel baule dell'auto - ha ricordato - c'erano tre cassette
di tipo militare con dentro l'esplosivo uguale a quello che avevo visto
nel casolare di Giovanni Ventura a Paese. Zorzi mi disse che doveva trasportarlo
a Milano e voleva essere certo che durante il viaggio non esplodesse. Controllai
che non ci fosse sudorazione - ha detto Digilio - e assicurai Zorzi anche
se gli dissi che sarebbe stato meglio cambiare auto, quella di Maggi era
uno scatorcio traballante. Inoltre gli dissi che avrebbe dovuto cambiare
le cassette, perche' fosse incappato in un controllo lo avrebbero sicuramente
scoperto. Lui disse che a Padova avrebbe cambiato macchina e che le cassette
sarebbero state sostituite con altre di marca Juwel”. In un precedente
interrogatorio Digilio aveva affermato che la Fiat 1100 sarebbe stata sostituita
con una Mercedes di colore verde oliva, oggi invece ha sostenuto che l'auto
era una Volkswagen. Digilio ha anche ricordato quando nel casolare di Giovanni
Ventura a Paese vide Zorzi che trattava esplosivo: “Era sospettoso e mi
fece perquisire. Indossava blu jeans sui quali, con un pennarello, aveva
disegnato delle svastiche”. Inoltre ha raccontato che Roberto Rotelli vendette
a Zorzi della gelignite: “Rotelli, che frequentava ambienti di destra,
sapeva
che Zorzi era intenzionato a procurarsi esplosivo. Io glielo presentai”.
Dopo la strage di piazza Fontana, il 7 gennaio, Digilio incontro' David
Carret, l'ufficiale della Cia: “Espressi al mio superiore i miei timori.
Carret mi disse di stare tranquillo. Noi americani, disse, sappiamo come
direzionare questa piccola Italia”.
16 giugno – In una conferenza stampa a
Tokyo Delfo Zorzi annuncia querele contro diversi giornalisti e distribuisce
un documento in cui accusa la magistratura italiana di essere politicizzata.
Zorzi ha querelato i quotidiani giapponesi 'Asahi' e 'Mainichi', due case
editrici che pubblicano le riviste 'Sapio' e 'Focus' e due giornalisti,
uno italiano e uno giapponese. Zorzi chiede un risarcimento danni complessivo
di 22 milioni di yen (440 milioni di lire) e la pubblicazione di scuse
da parte dei querelati. Secondo Zorzi, assistito da quattro avvocati giapponesi,
gli autori degli articoli hanno pubblicato “false notizie” in cui si afferma
che egli e' un terrorista. Zorzi, parlando in giapponese, ha ribadito di
non avere nulla a che fare con la strage di Piazza Fontana, affermando
che quel giorno si trovava a Napoli, dove studiava lingue orientali. Zorzi
ha anche accusato i magistrati italiani di essere “politicizzati”, ha detto
che in Italia “il potere e' nelle mani della sinistra” e ha sottolineato
che la richiesta di estradizione a Tokyo e' stata presentata il 31 marzo,
“poco prima delle elezioni regionali”.
19 giugno – “Il Corriere della sera” pubblica
un lungo servizio
in cui ricostruisce il possibile ruolo di Nino Sottosanti, estremista di
destra ed ex legionario, che somigliava molto a Valpreda e che potrebbe
essere la persona riconosciuta dal tassista Rolandi. Sottosanti, intervistato,
ribatte che il giorno della strage era a Milano, ospite di una famiglia
di anarchici, i Pulsinelli, ma che all’ora dell’esplosione si trovava in
un’altra banca proprio con l’anarchico Pinelli. Sottosanti fa capire pero’
di sapere molte cose sulla strage. “la mia verita’ – dice Sottosanti -
non è un sentito dire. Di certi fatti io fui testimone oculare”.
“E allora perché non parla? – ribatte il giornalista Paolo Biondani
- Di fronte a una strage impunita, non si sente in dovere di aiutare la
giustizia?” “In nome di cosa? – risponde Sottosanti - Per questa Italia
di oggi? No, guardi, i miei segreti io me li porterò nella tomba”.
22 giugno - Processo per la strage di piazza
Fontana: Carlo Digilio, alle domande di uno degli avvocati difensori di
Delfo Zorzi, parla del fallito attentato al giudice Gerardo D'Ambrosio,
avvenuto il 25 luglio 1969, come se fosse accaduto nei primi anni settanta.
"Venne da me Giovanni Ventura - ha ricordato Digilio - e mi chiese una
consulenza su un ordigno. Mi disse che era stato fortunato ad uscire di
galera e che Ordine nuovo voleva colpire il giudice D'Ambrosio". Digilio
nel corso della sua testimonianza, si e' dilungato a descrivere l'ordigno:
"Era un cilindro con dentro la gelignite, una pila da 9 volt, un orologio
Rulha, un detonatore con fiammifero controvento". Non solo, Digilio ha
anche affermato: "Dissi a Ventura che quell'ordigno poteva arrecare piu'
danni di quello di piazza Fontana. Staccai i fili di nichel cromo per impedire
l'esplosione che, infatti, non avvenne". L'avvocato Franchini, difensore
di Zorzi, ha allora replicato che l'attentato era stato messo a segno il
25 luglio del 1969 e che quindi Digilio non poteva confrontare la pericolosita'
dell'ordigno con quello di piazza Fontana. Inoltre il legale ha contestato
la descrizione dell'ordigno: "Un magistrato scopri' la valigetta con l'ordigno
e la perizia ha stabilito che non era stato manomesso e che sarebbe esploso.
Non solo: non conteneva gelignite, la pila non era a 9 volt e non c'era
il fiammifero controvento". Dopo una pausa, Digilio ha commentato: "E'
chiaro che dopo di me qualche altro santo ci ha messo la mano. Importante
che non ci siano state vittime". Digilio ha anche precisato che la visita
di Giovanni Ventura gli era stata anticipata da David Carret, l'ufficiale
della Cia al quale riferiva le notizie. L'avvocato Franchini, a proposito
del suo rapporto con David Carret, ha allora chiesto a Digilio per quale
motivo, quando il 7 dicembre del 1969 vide a Mestre Delfo Zorzi con un
carico esplosivo che, a suo dire, doveva essere trasportato a Milano, non
informo' l'ufficiale della Cia e attese solo il 7 gennaio. "Non avevo -
e' stata la risposta di Digilio - un sistema di comunicazione rapido".
In apertura di udienza Digilio ha invece rettificato una dichiarazione
fatta nell'udienza precedente a proposito dell' auto che sarebbe servita
per trasportare l'esplosivo a Milano. "Era una Mercedes di colore verde
e non una Volkswagen. Portarono l'esplosivo fino a Padova con l'auto di
Maggi. Poi presero la Mercedes che era stata lasciata sotto la casa di
Massimiliano Fachini".
29 giugno - Processo per la strage di piazza
Fontana: il presidente della seconda Corte d'assise, Luigi Martino, ha
interrotto l'ennesino contrasto tra l'avvocato Antonio Franchini, difensore
di Delfo Zorzi, il pm Massimo Meroni, l'avvocato di parte civile, Federico
Sinicato, e Carlo Digilio dicendo:"Capisco che per porre una domanda un
qualche riferimento ad una data e' necessario. Comunque c'e' una perizia
medica che attesta che il signor Digilio confonde le date". La difesa di
Zorzi sta controesaminando Carlo Digilio il quale ribadisce tutte le sue
accuse nei confronti dell'ex ordinovista veneto che da anni e' diventato
cittadino giapponese, facendo pero' grosse confusioni con le date. La perizia
medica a cui ha fatto cenno il presidente e' appunto quella che stabilisce
che Digilio, a causa dell'ictus che lo ha colpito, pur essendo in grado
di affrontare il processo non e' in grado di mettere in relazione i fatti
con il tempo. L'interruzione e' avvenuta quando Digilio stava raccontando
l' incontro avuto con Delfo Zorzi nel 1973 in Corso del Popolo a Mestre
in quanto lo stava collocando nel 1970. In quella circostanza Zorzi gli
avrebbe parlato del progetto per fare evadere Giovanni Ventura dal carcere
e gli avrebbe mostrato anche il calco della chiave della cella. Ovviamente
non poteva essere il 1970 in quanto Ventura non era ancora stato arrestato.
Superato l'ostacolo delle date, Digilio ha ribadito il contenuto del colloquio
avuto in quella circostanza con Delfo Zorzi. "Il Delfo - ha raccontato
- diceva che cio' che era stato fatto andava fatto. Diceva che lui era
un guerriero e aveva l'obbligo di fare. Parlava come se fosse stato l'autore
di un fatto bellico e diceva che non gli interessavano i giudizi negativi
dati da molti camerati. Diceva, anzi, che avrebbero dovuto apprezzarlo
per cio' che aveva fatto". Alla domanda di cosa parlava esattamente Zorzi,
Digilio ha replicato:"Parlava di piazza Fontana". Quindi ha spiegato che
in seguito disse a lui e a Marcello Soffiati che se fossero stati arrestati
non avrebbero mai dovuto parlare del suo coinvolgimento con piazza Fontana:
"Disse che se messi alle strette avremmo dovuto parlare dell'attentato
alla Banca nazionale del lavoro di Roma".
5 luglio - Il Tribunale di Monza assolve
con formula piena il giornalista Paolo Foschini, accusato di diffamazione
dal giudice veneziano Felice Casson. Foschini, oggi cronista al Corriere
della Sera e all'epoca ad Avvenire, era finito sotto processo per un articolo
apparso nel giugno 1996 sul quotidiano cattolico, sotto il titolo: "Incidente
sfiorato. Casson: sequestrate tutta l'inchiesta di Salvini. Ma poi fa dietrofront".
Secondo il magistrato veneziano l'articolo, che riferiva di una sua disposizione
di sequestro di tutti i faldoni dell'inchiesta su Piazza Fontana condotta
da Guido Salvini quando era giudice istruttore a Milano, aveva offeso la
sua reputazione. Il Tribunale di Monza ha assolto anche il direttore di
Avvenire "perche' il fatto non sussiste".
5 luglio – Processo per la strage di piazza
Fontana: l'ufficiale del Sismi Aldo Madia, sentito come testimone, dice
che fu l'allora ministro della Difesa Cesare Previti a firmare l'ordine
di pagamento di 50 mila dollari per l'ex ordinovista veneto Martino Siciliano,
il pentito che accusa Delfo Zorzi di essere l'autore della strage di piazza
Fontana. Madia, ex capo dell'antiterrorsismo a Milano e da oltre 15 anni
ufficiale del Sismi, ha raccontato in che modo venne rintracciato Siciliano
e come venne gestito, facendo luce anche su alcuni aspetti che negli anni
scorsi avevano suscitato polemiche. "Dopo una serie di colloqui telefonici
- ha detto - nel settembre del '94 incontrai Siciliano a Tolosa in Francia.
C'era anche il capitano Giraudo e Siciliano accetto' di raccontare tutto
alla magistratura". Madia ha precisato che Siciliano gli disse che Delfo
Zorzi gli telefonava ogni giorno e che lui temeva per la sua sicurezza.
L'ufficiale del Sismi ha quindi ricordato che dopo gli interrogatori davanti
al giudice Guido Salvini, Siciliano venne accompagnato all'aeroporto e
parti' per il Sud America: "All'aeroporto Giraudo gli consegno' il denaro
fornito dal Servizio in quanto i Ros erano troppo impegnati sul fronte
della criminalita' organizzata. Il generale Siracusa si interesso' e il
ministro diede il consenso per il pagamento". E’ continuato anche il controesame
di Carlo Digilio da parte dell'avvocato Gaetano Pecorella, che si e' soffermato
a lungo sul soprannome 'Zio Otto'. Come sempre impreciso, Digilio ha raccontato
che con il nomignolo 'Otto', nell'ambiente della destra, c'erano almeno
otto o nove persone, tra cui, per esempio, Gianni Nardi e che Delfo Zorzi
veniva chiamato 'Zio'. "Il nomignolo Zio Otto - ha detto Digilio - mi venne
attribuito dopo che riparai la pistola Lebel calibro otto". L'avvocato
Pecorella ha insistito anche sul particolare della Mercedes con la quale
Zorzi, secondo il racconto di Digilio, avrebbe trasportato l'esplosivo
a Milano: "Zorzi - ha detto - parti' da Mestre con l'auto di Maggi e a
Padova cambio' auto. Uso' una Mercedes color verde che era parcheggiata
sotto la casa di Massimiliano Fachini". Il particolare della Mercedes a
Digilio l'avrebbe raccontato lo stesso Fachini, morto in un incidente stradale
qualche tempo mesi fa. "Venne a trovarmi al Poligono di tiro - ha detto
- mi offri' un aperitivo e mi racconto' della Mercedes". L'avvocato Pecorella
ha fatto notare che in questi anni non aveva mai fatto il nome di Fachini:"Avevo
paura, era un personaggio pericoloso". Digilio ha risposto con una serie
di "non ricordo" a proposito del colloquio con Maggi in questura a Venezia,
nel corso del quale aveva tentato di convincerlo a collaborare. I giudici
della Corte d'Assise hanno acquisito anche una serie di fotografie, tra
cui quella con un ufficiale americano che, secondo Carlo Digilio, sarebbe
David Carret, l'agente della Cia che lo avrebbe reclutato e che, nel corso
delle indagini, non e' mai stato identificato. Digilio aveva fatto il riconoscimento
su una copia in bianco e nero e aveva descritto Carret con i capelli rossi.
La fotografia a colori acquisita dalla Corte testimonia, invece, che l'uomo
ha i capelli color nero corvino. Sul retro, inoltre, chi scatto' la fotografia,
un amico dell'ufficiale, scrisse il nome "John".
6 luglio - Processo per la strage di piazza
Fontana: depone Vincenzo Vinciguerra, estremista di destra che sta scontando
un ergastolo per la strage di Peteano e che da anni racconta la sua verita'
sul terrorismo di destra, attraverso gli interrogatori a cui viene sottoposto,
ma anche attraverso libri. Fedele al personaggio, cioe' al rivoluzionario
che non si e' pentito, ma che ha preso le distanze da un ambiente che,
a suo giudizio, e' compromesso con gli apparati dello Stato, Vinciguerra
ha confermato molte delle dichiarazioni fatte da Carlo Digilio e ha spiegato
che la strage di Piazza Fontana e' stata organizzata e realizzata dal gruppo
padovano di Ordine Nuovo e da Avanguardia Nazionale. Vinciguerra ha risposto
solo alle domande degli avvocati di parte civile e degli avvocati difensori
degli imputati. Entrato in aula, infatti, alla prima domanda del Pubblico
Ministero, Massimo Meroni, ha risposto: "Nulla di personale contro di lei,
ma alla Procura di Milano non intendo rispondere". Il Pm ha allora replicato:
"A questo punto rinuncio a fare le domande". Il presidente ha spiegato
a Vinciguerra le conseguenze del suo comportamento: "Signor presidente
- e' stata la risposta di Vinciguerra - sono in carcere per questioni di
principio, e per questioni di principio non intendo rispondere alla Procura".
Vinciguerra ha detto che non gli interessa la verita' processuale, e tanto
meno che un imputato venga condannato o assolto. A lui, che non ha intenzione
di chiedere benefici allo Stato "delinquente e terrorista", interessa solo
questa verita': smascherare chi diceva di essere fascista o nazionalsocialista
mentre, in realta', lavorava per gli apparati statali che diceva di voler
combattere. A proposito di Digilio, Vinciguerra ha detto di averlo conosciuto
in casa di Carlo Maria Maggi.Quindi ha confermato che nel luglio '71 Maggi
gli propose un attentato ai danni di Mariano Rumor: "mi disse che la scorta
del parlamentare non avrebbe reagito e che io sarei stato sicuro. Evidentemente
c' era qualche cosa di sporco. Capii che c'erano contatti ad alto livello
e non accettai". Maggi gli propose altri attentati: ad un autogrill bolognese,da
dove Giorgio Almirante era stato cacciato, e alla ferrovia a Grumolo della
Abbadesse:"gli dissi che non ero un macellaio". Ha poi detto di avere conosciuto
Zorzi come esponente di Ordine Nuovo e che nel luglio del 1973 gli chiese
di trovare un passo di montagna da dove fare espatriare Freda. Vinciguerra
ha anche raccontato che Zorzi trafficava in armi e che aveva partecipato
in Sardegna a un campo di addestramento del secondo Celere di Padova. Sulla
strage di piazza Fontana, ha detto d'essere certo che fu "un' operazione
politico-militare". Ha quindi riferito che nell' ottobre del '72 Aldo Trinco
mi fece domande su Peteano. Allora gli chiesi di piazza Fontana e lui mi
rispose:siamo stati noi". "In quel noi - ha detto - ho identificato il
gruppo padovano di Ordine Nuovo: Fachini, Freda e Ventura". Quindi ha aggiunto:
"Piazza Fontana, pero', e' stata un' operazione molto piu' grossa alla
quale ha partecipato anche Avanguardia Nazionale". Le accuse piu' pesanti
Vinciguerra le ha riservate a Ordine Nuovo, del quale era responsabile
a Udine: "Dicevano che era un centro studi, ma di culturale non c'era niente:
ti chiedevano solo se sapevi sparare".Su Pino Rauti ha detto: "Si dichiarava
nazionalsocialista, ma in realta' collaborava con gli apparati dello Stato
che diceva di voler combattere. Grazie alla sua fedelta' all'ideologia
imperante e' stato salvato". Per lui Massimiliano Fachini era un informatore
del Sid. Vinciguerra ha poi spiegato la decisione di parte di Ordine nuovo,
nel 1969, di rientrare nel Msi, con il fatto che "stavano arrivando tempi
in cui bisognava aprire l'ombrello". "Un ombrello - ha aggiunto - si apre
l'ombrello quando arriva un temporale. Era l'ottobre
'69 ed era meglio avere la copertura di
un partito".
7 luglio - Il sen. Alessandro Pardini,
ad un convegno a Milano per la presentazione della relazione Ds sulle stragi,
dice “mi meraviglio che giornalisti autorevolissimi abbiano dato una lettura
riduttiva del nostro lavoro. Dalla comprensione degli avvenimenti del passato
possiamo capire il perche' degli avvenimenti di oggi". Pardini, dopo aver
ricordato che, raggiunta la verita' storica, e' necessaria quella giudiziaria
e che solo il centrosinistra si e' battuto affinche' fosse concessa la
proroga alle indagini per la strage di piazza della Loggia, ha commentato:
"Avvertiamo solitudine perche' e' triste constatare che al processo di
Piazza Fontana i giornali dedichino, quando va bene, solo poche righe in
cronaca". E ha concluso: "Purtroppo anche giornalisti attenti come Montanelli
e Bocca partecipano a questo sport nazionale del perdonismo. La verita'
non la dobbiamo solo alle vittime e ai loro familiari, ma a tutti gli italiani".
7 luglio - Processo per la strage di piazza
Fontana: testimonia Pierluigi Concutelli, tre condanne all'ergastolo, che
da circa un mese puo' uscire dal carcere per lavorare. "Sono – dice Concutelli
- un fascista, un socialcorporativo, e non sono un terrorista. Sono stato
un violento ma ho rivendicato tutte le mie azioni. Non ho mai colpito qualcuno
per fare piacere a qualcun altro". Concutelli delinea il discrimine tra
lui e gli altri estremisti di destra. "Sono un soreliano, un materialista,
e sono convinto che la strategia della tensione e' servita non per destabilizzare
ma per stabilizzare". Su Piazza Fontana Concutelli dice di sapere poco.
In carcere ha raccolto molte voci alle quali ha sempre dato poco credito:
"Su piazza Fontana ho sentito tutto e il contrario di tutto. S'e' parlato
di tutto lo scibile umano, ma di radio bugliolo bisogna diffidare. Si raccolgono
voci che si autoalimentano, ma difficilmente si conosce la verita'".
Un particolare, pero', l'ha raccontato: "E' vero - ha detto - Freda mi
disse che la bomba non sarebbe dovuta esplodere". Concutelli ha confermato
che durante la sua latitanza conobbe Digilio, soprannominato Zio Otto,
il quale effettivamente lavorava con Eliodoro Pomar alla realizzazione
di una mitraglietta: "Ne relizzarono trenta esemplari che diedero a un
gruppo di ustascia che vennero catturati e impiccati da Tito". In Spagna
conobbe anche Guerin Serac, il proprietario dell'Aginter Press, l'agenzia
giornalistica portoghese, che ebbe rapporti con Guido Giannettini e anche
con Pino Rauti. "Guerin Serac - ha detto Concutelli - era un provocatore
internazionale legato ai servizi francesi, americani e italiani. Mi propose
il dirottamento di un aereo. Non chiedetemi pero' perche', l'ho cercato
a lungo per fargli la pelle". Concutelli ha raccontato che Guerin Serac
gli venne presentato da Stefano Delle Chiaie, "altro elemento sospetto
che conoscevo da ragazzo e che quando riincontrai in Spagna trovai peggiorato".
A proposito delle operazioni dei servizi segreti italiano, Concutelli ha
confermato che in Spagna ci furono visite del generale Maletti e del capitano
La Bruna. Di Delfo Zorzi, Concutelli ha invece detto di sapere molto poco:
"So che era un camerata che aveva come obiettivo quello di andare in Giappone
per prendere il secondo dan di karate'". Alla domanda di un avvocato sulle
voci relative a un sosia di Pietro Valpreda che avrebbe agito in piazza
Fontana, Concutelli ha replicato: "Ho il senso dell'umorismo, se qualcuno
me ne avesse parlato me ne ricorderei. Saro' matto ma conservo il senso
dell'umorismo".
14 luglio - Processo per la strage di piazza
Fontana: Carlo Digilio riconosce David Carret, l'ufficiale della Cia al
quale avrebbe riferito notizie sull' attivita' degli ordinovisti veneti,
non e' solo un nome in una fotografia sequestrata nella casa di un militante
di destra. Digilio aveva sempre descritto l'ufficiale come persona alta,
robusta, carnagione chiara e capelli che tiravano al rosso: "poteva sembrare
- aveva detto - un irlandese". Da una fotografia in bianco e nero, pero',
l'ufficiale sembrava avere capelli neri e pelle scura. Nell'udienza di
oggi l'avvocato Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi, ha mostrato
la fotografia a colori chiedendo a Digilio di descriverla. La difesa mirava
a dimostrare che Digilio aveva mentito perche' l'uomo ritratto in fotografia
aveva caratteristiche diverse dalla descrizione. Digilio descrivendo la
persona ritratta in fotografia ha invece ribadito: "Questo e' David Carret.
Ha i capelli corti. E' vero, cosi' tagliati sembrano scuri, in realta'
sono capelli castano chiari con riflessi rossicci. A causa della carnagione
chiara poteva proprio sembrare un irlandese". Dopo tredici udienze si e'
concluso l'interrogatorio di Carlo Digilio e il processo riprendera' il
21 settembre dopo la pausa estiva.
4 agosto - In un'intervista
a "La Repubblica", l'ex generale del Sid Gianadelio Maletti, che da circa
20 anni vive in Sudafrica, svela la sua verita' sulle stragi degli anni
'70."La Cia - dice Maletti - voleva creare attraverso la rinascita di un
nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine
nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra.
Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". "La Cia
- precisa - ha cercato di fare in Italia cio' che aveva fatto in Grecia
nel '67, finanziando i fascisti quando il golpe mise fuori gioco Papandreu.
In Italia le e' sfuggita di mano la situazione". "I servizi segreti - continua
Maletti - non erano pienamente consapevoli del piano americano, ma lasciarono
fare. Esisteva un orientamente sostanzialmente favorevole al progetto".
"E il potere politico, che non poteva non sapere, non ci ha mai dato una
direttiva. La vera responsabilita' politica nella strategia della tensione
- conclude - e' che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo
politico ha parlato e agito in termini politici".
4 agosto - Il portavoce della Cia Tom Crispell,
commentando l'intervista di Gianadelio Maletti, dice che "Le accuse secondo
cui la Cia sarebbe coinvolta negli attentati in Italia sono semplicemente
ridicole". Il funzionario ha precisato che questo e' l'unico commento che
l'agenzia intende fare alle dichiarazioni dell'ex generale del Sid.
4 agosto - In una conferenza stampa
convocata a S.Macuto, il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino,
insieme al capogruppo Ds Walter Bielli, fa il punto dopo l'intervento di
Amato a Bologna, l'intervista di Andreotti di ieri e quella di Maletti
di oggi. Pellegrino chiede ad Amato di essere "conseguente con le sue parole
di Bologna" e di emanare una direttiva perche' si faccia piena luce sul
comportamento degli apparati dello Stato e, in particolare, "si aprano
gli archivi finora inviolabili dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia
di Finanza". "Chiedo ad Amato - ha detto Pellegrino - e parlo a nome della
commissione, degli atti conseguenti alle cose dette a Bologna. Gli chiedo
un input, una direttiva che serva a sollecitare, negli apparati dello Stato,
una memoria istituzionale ancora torbida: vi sono infatti ancora dei documenti
che non sono stati offerti alla commissione, dei funzionari che sanno e
che non parlano". In particolare, Pellegrino distingue gli archivi del
Viminale, "da tempo non piu' off-limits per i magistrati e la commissione"
da quelli dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. "Recentemente
- ha ricordato al riguardo Pellegrino - abbiamo ascoltato il gen.Bonaventura,
che fu uno dei piu' stretti collaboratori del gen. Dalla Chiesa. Da lui
non abbiamo avuto sufficiente chiarezza su fatti, come l'infiltrazione
che sappiamo Dalla Chiesa intraprese nei confronti delle Br, di cui il
generale informava direttamente il ministro dell' Interno dell' epoca,
Virginio Rognoni". Circa le dichiarazioni pubblicate in un'intervista a
"la Repubblica" di Maletti, Pellegrino ha sottolineato che esse "trovano
riscontro negli archivi. Cio' che ha detto Maletti - ha aggiunto - dimostra
che alcune delle critiche che furono rivolte, anche dalla sinistra, alla
relazione Bielli, sono ingiustificate: quei fatti sono in gran parte veri".
Il presidente Pellegrino ha quindi rivolto un appello affinche', alla luce
del nuovo panorama internazionale, si faccia finalmente chiarezza: "Chi
sa parli, sono d'accordo nello storicizzare i problemi ma cio' si potra'
fare solo in un ambito di verita'". "Le parole di Amato a Bologna - ha
concluso Pellegrino - non sono in nessun modo sorprendenti: semmai c'e'
da chiedersi come mai i presidenti del Consiglio di centrosinistra, non
abbiano detto altrettanto". Pellegrino dice anche che alla luce di quanto
detto oggi dal generale Maletti "bisogna rivedere la sentenza di assoluzione
del processo sulla strage dell' Argo 16" e che "Sulla strage dell' Italicus
ne sapremo di piu' quando Taviani ci fara' conoscere la versione completa
delle sue memorie". Lo stesso sen. Giovanni Pellegrino, in una intervista
trasmessa al TG3 della Toscana dice:"Quando abbiamo sentito Taviani ci
disse: 'io penso che gli attentati sui treni avessero una matrice parzialmente
diversa'. Probabilmente - ha detto Pellegrino - gli operatori erano sempre
ragazzi della destra radicale. Penso al fallito tentativo di Nico Azzi
- ha aggiunto riferendosi all' estremista di destra ferito nella preparazione
di un ordigno sul treno Genova-Roma il 7 aprile 1973 - sempre su un treno.
Pero', probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle
stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani - ha proseguito
- non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe
detto qualcosa di piu' soltanto da morto". "Io - ha poi detto Pellegrino
- auguro lunga vita a Taviani, in quel momento pero', probabilmente, sapremo
sull' Italicus qualcosa che ancora oggi non sappiamo". Quanto all' ipotesi
di sentire ancora Taviani, Pellegrino ha risposto: "Non penso che otteremo
nulla. E' una decisione che ha preso e ne parlera' soltanto dopo. Probabilmente
lo preoccupano anche ripercussioni che, nel quadro attuale delle alleanze
dell' Italia, potrebbero aversi se lui dicesse quello che pensa dell' Italicus".
4 agosto - Per il magistrato milanese Guido
Salvini, dopo l'intervista del generale Maletti, e' ora che Amato si faccia
portavoce della richiesta della magistratura milanese, avanzata al governo
gia' nel 1996 ma lasciata cadere, di rimuovere il segreto Nato sui fascicoli
delle basi venete relativi a coloro che nella doppia veste di agenti delle
basi e di militanti di Ordine Nuovo avrebbero materialmente organizzato
la campagna degli attentati. "Quanto il generale Maletti ha cominciato
a rivelare ai cittadini italiani per la prima volta dopo tanti anni di
silenzio coincide, almeno per come appare dall'intervista, in modo impressionante
con i risultati delle indagini svolte a Milano e cioe' il ruolo degli americani
negli anni della strategia della tensione e l'utilizzo e l'infiltrazione
in Ordine Nuovo cosi' come lo aveva raccontato Carlo Di Gilio. Espliciti
sono i riferimenti - aggiunge Salvini - al ruolo delle basi Nato in Veneto
e alle forniture di armi e esplosivi alle cellule di Ordine Nuovo per compiere
attentati compresa, secondo un accenno che dovra' essere approfondito,
l'operazione culminata con la strage di Piazza Fontana". "Il gen. Maletti
- sottolinea Salvini - uno degli uomini di piu' alto livello dei nostri
apparati di sicurezza, e' stato condannato per la sottrazione di parte
dei nastri relativi al golpe Borghese e indicato come colui che aveva impedito
la trasmissione alla magistratura delle notizie sulle stragi provenienti
da fonti proprie del Sid operanti all'interno della cellula di Ordine Nuovo
di Padova". "Se da una voce cosi' autorevole giungono le indicazioni che
abbiamo letto - spiega il magistrato - e' forse il momento che il Governo,
mentre i dibattimenti sono ancora in corso, si prenda finalmente carico
della richiesta che questo Ufficio aveva avanzato nel 1996 all'Autorita'
politica e che era stata lasciata cadere".
4 agosto - Il presidente del Consiglio,
Giuliano Amato, ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle dichiarazioni
del gen. Maletti secondo cui dietro le stragi degli anni '70 ci sarebbe
la mano della Cia, risponde:"Non ho avuto il tempo di leggere il giornale.
Non ho letto l'intervista a Maletti. Non e' una risposta reticente. Non
ho proprio aperto i giornali".
5 agosto - Il sen. Paolo Emilio Taviani,
in una intervista al quotidiano "Secolo XIX", replica alle dichiarazioni
del gen. Maletti, mentre al sen. Pellegrino, che lo aveva citato a proposito
della strage dell' Italicus, risponde che "sui nostri colloqui non c'e'
nulla di rilevanza internazionale. Si tratta di mie interpretazioni e impressioni,
nessun dato che non sia stato gia' testimoniato dalla magistratura". "Sulle
responsabilita' di Ordine Nuovo nella strage di Piazza Fontana - dice Taviani
- ormai non ci sono piu' dubbi", quanto alla Cia "non credo che abbia organizzato
il collocamento della bomba nella Banca dell' Agricoltura, mi sembra certo
invece che agenti della Cia siano stati tra i fornitori di materiali e
tra i depistatori". E sull' Italicus, che secondo Pellegrino e' da attribuire
alla "destra radicale", Taviani dichiara:"si fermi alla destra. Il termine
'radicale' e' fuorviante". Taviani poi, a proposito della Cia, esprime
perplessita' sulla sua efficienza tecnica in quegli anni: "ben diverso
il discorso per il Mossad, un servizio perfettamente organizzato. Pero'
il Mossad, per quanto risulta a me, ha sempre azioni mirate. Non credo
che sia stato presente a Piazza Fontana ne' nelle stragi dei treni".
5 agosto - In un'intervista
a "La Repubblica" Pino Rauti ammette che "Infiltrazioni e manipolazioni
possono esserci state... Ordine nuovo era una struttura anticomunista ma
attraversata anche da forte antiamericanismo, eredita' delle Repubblica
sociale. Tuttavia e' possibile che si siano verificati episodi di contiguita'
e collaborazione con gli americani della Cia". "Il signor Maletti - polemizza
poi Rauti - e' un latitante, uno che sta nascosto all'estero e manda messaggi
cifrati. Venga in Italia a raccontare la sua verita' sulle stragi di Stato".
"Sono sconcertato dalla storia degli esplosivi arrivati dalla Germania,
destinati alla mia organizzazione e usati per Piazza Fontana. Sembra un
romanzo giallo".
6 agosto - In un' intervista
a "La Repubblica", il gen. Gianadelio Maletti torna a parlare delle stragi
e del coinvolgimento dei servizi segreti americani nelle vicende italiane,
dicendosi pronto rientrare in Italia e a testimoniare. "Il nostro paese
ha pagato un prezzo altissimo - ribadisce - anche in termini di vite umane,
per una strategia portata avanti da forze e interessi stranieri". Secondo
Maletti non ci sono dubbi: "anche l'assassinio di Aldo Moro, come la stessa
azione delle Br, furono indubbiamente alimentati dai servizi segreti americani.
Lasciando semplicemente fare". "Alla fine - conclude - la Cia ha abbandonato
il terreno. Lasciando in liberta' le sue schegge".
8 agosto - In un'intervista a "Rinascita",
il giudice istruttore Guido Salvini spiega che non c'e' bisogno di alcuna
normativa speciale perche' il generale Maletti possa tornare in Italia
per testimoniare nel dibattimento in corso sulla strage di Piazza Fontana,
ed eventualmente essere ancora ascoltato dalla commissione Stragi. Secondo
il magistrato da un punto di vista procedurale l'art. 728 del nuovo codice
di procedura penale, che ha recepito l'art. 12 della Convenzione sui diritti
dell'uomo, consente l'immunita' temporanea per la persona residente all'estero
la cui testimonianza si renda necessaria. "Per tutto il periodo in cui
e' in corso la deposizione - prosegue Salvini - non possono essere eseguite
misure in relazione a condanne precedenti: giustamente si da' la prevalenza
all'interesse dello Stato alla verita'. E la testimonianza di Maletti -
conclude Salvini - si prospetta di grandissima importanza perche' proviene
da uno degli uomini piu' autorevoli dell'apparato di sicurezza nazionale,
che ha dichiarato di voler saldare un proprio debito di verita' con i cittadini
italiani".
8 agosto - Il senatore Paolo Emilio Taviani,
in un' intervista pubblicata sul “Secolo XIX” dice di essere disposto a
tornare a deporre davanti alla Commissione Stragi. Per Taviani "dopo la
sorprendente svolta" del generale Maletti risulta "doverosa un' ulteriore
testimonianza alla Commissione interparlamentare diretta dal collega Pellegrino".
Il senatore prevede che la testimonianza avverra' alla ripresa d' autunno.
"Devo peraltro precisare – sottolinea - a scanso di future delusioni che
le cose da me non dette non sono dati di fatto di rilevanza penale. I dati
di fatto gia' li ho testimoniati in varie occasioni alla magistratura e
alla Commissione interparlamentare". Taviani spiega anche cosa sono le
'cose non dette'. "Si tratta – afferma - di valutazioni e giudizi. Il riserbo
era ed e' dovuto alla convinzione che i protagonisti della politica possano
restare degni di rispetto anche quando alcune posizioni da loro assunte
si rivelino poi infondate o erronee". Taviani nell' intervista annuncia
anche che pubblichera' i suoi diari che riguardano 60 anni di vita politica,
"ma li pubblichero' – sottolinea - dopo le elezioni".
9 agosto - Franco Freda e' in detenzione
domiciliare nella sua casa di Brindisi, dove tornera' a fare l' editore.
Freda, che era detenuto sino a ieri nel carcere di Lecce, assistito dagli
avvocati Ladislao Massari di Brindisi e Carlo Gervasi di Lecce, ha ottenuto
i domiciliari 10 giorni prima della espiazione della fine della pena: la
sua liberazione era infatti prevista per il 19 agosto. L'ideologo di estrema
destra, era stato condannato dalla Corte d' Assise di Verona il 20 maggio
1998 a tre anni di reclusione per ricostituzione del partito fascista in
violazione della legge Scelba. In appello la pena per Freda era stata ridotta
ad un anno, modificando il reato in propaganda contro l'immigrazione e,
quindi, in violazione alla legge “Mancino”, riguardante l' istigazione
al razzismo. Freda e’ stao arrestato il primo marzo scorso a Brindisi in
esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di sorveglianza di
Venezia per un residuo pena di sette mesi e quattro giorni relativo alla
condanna inflittagli. L' inchiesta sul “Fronte Nazionale” comincio' nel
1992 a Verona dopo la distribuzione di volantini xenofobi davanti ad alcune
scuole medie della citta' veneta. Fra il materiale propagandistico figurava
il programma del movimento che chiedeva, tra l'altro, la chiusura effettiva
delle frontiere all'immigrazione extraeuropea, l'espulsione dei clandestini,
controlli sanitari e l' istituzione di “centri culturali” per extracomunitari.
Il Tribunale di sorveglianza di Lecce nell'udienza di ieri - e con provvedimento
di oggi - ha concesso la detenzione domiciliare per gli ultimi 10 giorni.
10 agosto – L’ on Valter Bielli (Ds), in
una interrogazione al Presidente del Consiglio e ai Ministri della Giustizia,
della Difesa e dell'Interno chiede “Quali iniziative sono state intraprese
o stanno per essere decise dal governo per accertare responsabilita', connivenze,
appoggi di apparati dello Stato, per le stragi che cosi' dolorosamente
hanno colpito il nostro paese?”. Bielli inoltre chiede di sapere le intenzioni
dell'esecutivo sull'abolizione del segreto di stato per le stragi, e sulla
possibilita' di aprire gli archivi dell'arma dei Carabinieri e della Guardia
di Finanza. Bielli, infine, domanda al Governo quali iniziative intenda
assumere per consentire al generale Maletti di testimoniare nel nuovo processo
per la strage di piazza Fontana.
3 settembre – Il quotidiano “La Repubblica”
pubblica un servizio
a corredo della foto del riconoscimento di Pietro Valpreda da parte del
tassista Cornelio Rolandi. Valpreda vi appare tra altre quattro persone,
poliziotti, che gli somigliano molto poco o nulla. Valpreda commenta:''Un
ulteriore tassello per la ricerca della verita' sulla strage di piazza
Fontana, e sul modo con il quale due magistrati di questa Repubblica nata
dalla Resistenza, parlo di Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, condussero
le indagini''. ''Da piu' di trent'anni - prosegue Valpreda - diciamo che
la strage fu di Stato, che a tramare furono i servizi segreti. Si e' ormai
affermata la verita' politica, ma manca ancora la verita' processuale.
Quell' immagine, una delle tante che furono scattate subito dopo il mio
arresto, e' un tassello per la verita' processuale, ed e' la prova su come
furono condotti non solo i confronti, ma le indagini sulla strage''. Valpreda
sapeva dell'esistenza di quella foto: ''me la mostro' mesi fa un ricercatore
di quel periodo della nostra storia, una persona di cui non voglio fare
il nome. Ora che e' stata pubblicata tutti sapranno come avvenne il riconoscimento
del 'mostro'''. Sono ormai passati piu' di trent' anni... ''Si', trent'anni
per uno che, insieme alle vittime, ancora aspetta che sia fatta giustizia.
Trent'anni di storia d' Italia e ora che cosa e' rimasto? Sono rimaste
le ceneri di mia zia, Rachele, morta dieci giorni fa a Milano. E quel giorno
del '69, quando Rolandi accompagno' l'attentatore alla Banca dell'Agricoltura,
io ero con lei, e lei e' stata la mia principale teste a discarico''. E
Valpreda rivela anche che, agli atti, ci sono due frasi importanti legate
da un punto: ''Il testimone afferma di riconoscere il Valpreda'', e ''Il
testimone conferma il riconoscimento''. Non e' stato verbalizzato, spiega,
quanto avvenuto nel frattempo: ''quando gli chiesi se mi aveva guardato
bene, Rolandi disse testualmente: 'se non e' lui, allora non c'e''. Ebbene,
conclude, ''il Pm chiese che questa frase non fosse verbalizzata, nonostante
le proteste del mio difensore''. Il quotidiano pubblica anche un’ intervista
ad Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi, che polemizza sulla
stato di conservazione degli archivi.
4 settembre – Sono 15 i documenti presentati
in commissione Stragi. Nei circa otto mesi di legislatura che restano l'
obiettivo e' quello di arrivare - come prevede il regolamento- ad una relazione
finale per il Parlamento. Oltre a quello dei Ds su “Stragi e terrorismo
in Italia dal dopoguerra al '74”, che in giugno aveva sollevato polemiche,
il primo in ordine di presentazione e' quello del senatore del PPi Luigi
Follieri dal titolo: “Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra
il '69 ed il 1975”. Su “il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni
'60” il testo depositato dai parlamentari del Polo Enzo Fragala', Alfredo
Mantica e Vincenzo Manca, autori di altri “dossier” tra cui quello su “Il
parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta'
Br su piazza Fontana”. Ma Mantica e Fragala', di An, hanno elaborato anche
documenti sugli “Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza
della Loggia”, su “Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-75”, “Per
una rilettura degli anni '60”, su “La dimensione sovranazionale del fenomeno
eversivo in Italia” e su “I depistaggi di Piazza Fontana”. Fragala' e Mantica,
con Vincenzo Manca e Marco Taradash, si sono occupati quindi anche di Ustica
(“Sciagura aerea del 27 giugno 1980”) e di KGB con “L'Ombra del KGB sulla
politica italiana”. E con altri due parlamentari dell'opposizione, Cosimo
Ventucci e Antonio Leone, hanno poi presentato un documento su “Il
terrorismo e le stragi in Italia”. Solo Mantica, invece, ha depositato
una relazione su “Il problema di definire una memoria storica condivisa
della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica (Un contributo
dall'esperienza della Commissione per la verita' e la riconciliazione in
Sudafrica)”. “Contributo sul periodo 1969-'74” e' il titolo del testo proposto
dal senatore dei Verdi Athos De Luca. Mentre il deputato dei Ds Walter
Bielli si e' occupato di Mario Moretti: “Nuovi elementi concernenti il
brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza”. L' obiettivo e' ora
quello di arrivare ad un confronto per “confezionare” testi omogenei da
votare per la relazione finale.
5 sttembre – In un’ intervista a “Il Giornale”
pubblicata con il titolo “Una bufala in bianco e nero” l’ avv. Luigi Ligotti,
parte civile nel processo per la strage di Piazza Fontana, stronca lo scoop
di Repubblica sulla foto 'del confronto all'americana' fra il tassista
Cornelio Rolandi, Pietro Valpreda e quattro poliziotti camuffati. “Quella
polaroid non e' assolutamente del 16 dicembre 1969, giorno del drammatico
faccia a faccia in questura. - precisa Ligotti - Bensi' di 5 anni piu'
tardi, del 1974”. “E' negli incartamenti del faldone processuale accessibili
a tutti - spiega - altro che fotogramma inedito”. L'avvocato sostiene di
essere stato presente, quel giorno del '74, nella palestra adibita ad aula
di Corte d'Assise dove fu scattata la foto. “Non era la questura di Roma,
ne' il Palazzaccio, come scrive Repubblica, ma la palestra del carcere
minorile di Catanzaro, basta osservare sullo sfondo le strisce del disegno
del campo di pallavolo”. Per Alfredo Mantica e Enzo Fragala', parlamentari
di Alleanza Nazionale in Commissione Stragi, intervistati sulle pagine
dello stesso quotidiano, “le dichiarazioni dell'avvocato Ligotti dimostrano
la gravita' della pubblicazione della foto, che costituisce uno degli ultimi
depistaggi finalizzati in questi anni a non approfondire e a eludere la
pista anarchica”. Inetrvistato di nuovo a sua volta da “La Repubblica”
Pietro Valpreda dice:"Non capisco il senso di una cosa del genere,
in quella fotografia io ho visto e rivissuto esattamente quel che
accadde il 15 dicembre 1969". Per Repubblica la fotografia, proveniente
da uno studio legale, era in un fascicolo che raccoglieva materiale risalente
al 1969, e solo a quell'anno, ed era accompagnata da una didascalia, di
fonte istituzionale, che la definisce "il riconoscimento di Valpreda".
Inoltre, ciò che si vede nell'istantanea corrisponde anche nei dettagli
alla descrizione che l'anarchico fece nella pagina del suo diario scritta
poche ore dopo il confronto con Rolandi. Il difensore di Valpreda, Guido
Calvi, ricorda pero’ che nel corso del processo di Catanzaro fu effettivamente
realizzato un esperimento che aveva lo scopo di ricostruire la scena del
riconoscimento. "La questione - dice Calvi - era fondamentale, era uno
dei cardini del processo. Il punto centrale, che poi fece perdere valore
a quel 'e’ lui' pronunciato dal tassista-testimone, stava nel fatto che,
come lo stesso Rolandi dovette ammettere, gli era stata in precedenza mostrata
una fotografia di Valpreda". I poliziotti che appaiono nella foto sono
stati individuati come "quelli del riconoscimento di Valpreda" da numerosi
loro colleghi. E, come risulta dal "Diario dal carcere", hanno un "aspetto
lindo e ordinato", "la camicia bianca con la cravatta ben annodata". "Questa
foto - dice Calvi - riproduce esattamente quel che il tassista Rolandi
vide quel pomeriggio del 15 dicembre del 1969. E cioè Valpreda accanto
a quattro persone così diverse da lui che se al loro posto avessero
messo quattro dromedari l'effetto non sarebbe stato molto diverso". Anche
per il vicepresidente della camera on. Alfredo Biondi “Si tratta di una
foto effettuata durante il processo di Catanzaro a grande distanza dal
riconoscimento. Dovrebbe confermarlo anche il sen.Guido Calvi, all' epoca
difensore di Valpreda, mentre io ero difensore di parte civile di alcune
delle vittime della strage. D' altra parte chi conosce la serieta' e capacita'
professionale di Guido Calvi, ma anche di qualsiasi altro difensore degno
di questo compito, non potrebbe nemmeno immaginare che una carnevalata
come quella che risulta dalla foto sia stata consentita da chi esercitava
il patrocinio di Pietro Valpreda, roba da espulsione dall' ordine forense.
D' altra parte - conclude Biondi - a Milano c'erano pure dei pubblici ministeri
e dei giudici istruttori per bene e non avrebbero certo consentito, anche
se il difensore non se ne fosse fatto carico, l' obbrobrio di un riconoscimento
del genere”.
10 settembre - Nelle brevi di cronaca,
"Il Messaggero" scrive che i Ros dei carabinieri avrebbero scoperto la
scomparsa dell' archivio dell' inchiesta fatta dalle Brigate rosse sulla
strage di piazza Fontana.
15 settembre – Martino Siciliano, ex ordinovista
e superpentito, e’ tornato in Italia dal Sudamerica per deporre al processo
di piazza Fontana. Siciliano e' stato subito posto sotto il programma di
protezione. La conferma e' stata data dal suo legale, l'avv. Fausto Maniaci.
Il collaboratore di giustizia, infatti, e' stato chiamato a testimoniare
in qualita' di imputato in procedimento connesso, a partire dal 22 settembre,
giorno in cui nell'aula bunker di piazza Filangieri a Milano, riprenderanno
le udienze del processo per la strage di piazza Fontana. Siciliano, che
e' stato assolto per prescrizione del reato di partecipazione a banda armata
nel processo per la strage davanti alla Questura, ora compare nella lista
dei testi per riferire sul movimento di Ordine Nuovo ed in particolare
sul gruppo di Venezia-Mestre a cui apparteneva. Sicilano e' arrivato in
Italia dalla Colombia, paese dove vive con la famiglia.
16 settembre - Aldo Aniasi, il comandante
partigiano Iso, oggi presidente della Federazione Italiana delle Associazioni
Partigiane (FIAP), in un intervento alla Festa dell' Unita' di Milano,
dichiara che “Non e' tollerabile che decenni di politica delle stragi siano
ancora coperte dal segreto di Stato’’. “Il Governo di centrosinistra -
afferma Aniasi - ha il dovere di disporre perche' tutti i documenti utili
a conoscere la verita' siano messi a disposizione della Magistratura e
del Parlamento, se non si vuole che si sospetti che ci siano responsabilita'
che si vogliono coprire. Non si capisce perche' non sia ancora possibile
disporre di tutta la documentazione che si riferisce ai decenni insanguinati
dal terrorismo nel nostro paese, mentre negli Usa, ad esempio, sono stati
aperti gli archivi che documentano il coinvolgimento americano nel colpo
di stato del 1973 con Allende e sono stati consegnati i documenti della
CIA al Ministero degli Esteri del Cile”.
17 settembre – Il segretario Ds Walter
Veltroni, nel chiudere la festa nazionale dell' Unita', attacca il leader
di Forza Italia Silvio Berlusconi che “agita il pericolo comunista” e gli
chiede conto dell'alleanza con Pino Rauti, del quale ricorda il coinvolgimento
nelle indagini sulla strage di piazza Fontana.
18 settembre - Il segretario del Ms-Fiamma
Tricolore, Pino Rauti, annuncia una querela per calunnia e diffamazione
aggravata contro il segretario dei Ds Walter Veltroni per quanto affermato
alla Festa dell'Unita' su un suo coinvolgimento nell'inchiesta sulla strage
di Piazza Fontana. Rauti afferma che Veltroni, nel ricordare la vicenda,
“ha dimenticato che questo avvenne quasi 30 anni fa, che fui arrestato
e inquisito. E che venni assolto con formula piena in istruttoria”. Rauti
ricorda di essere stato ascoltato da quattro procure e una dozzina di magistrati.
“Insomma - conclude - io sono stato assolto da quella vicenda, mentre l'on.
Veltroni non risulta assolto da nessuno per le sue innegabili complicita'
morali con il comunismo e con i suoi misfatti, eccidi e stermini, calcolabili
in 100 milioni di morti”.
21 settembre - In seconda Corte d'assise
di Milano riprende, dopo la pausa estiva, il processo per la strage di
piazza Fontana. L' ex ufficiale delle SS Carl Hass, che avrebbe dovuto
testimoniare, non si presenta. Hass, condannato all' ergastolo insieme
a Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, ma agli arresti domiciliari,
sembra non sia piu' in Italia. La polizia giudiziaria, infatti, non lo
ha trovato al suo ultimo domicilio per notificargli la convocazione al
processo. Tra gli altri testimoni, e' stata sentita Inge Feltrinelli, in
relazione al tentativo da parte di gruppi di destra di far trovare in una
villa del marito Giangiacomo Feltrinelli timer simili a quelli serviti
per piazza Fontana. Carlo Maria Maggi si fa ricoverare in ospedale per
un'operazione d' ernia.
22 settembre - Processo di piazza Fontana:
il teste principale, Martino Siciliano si è reso irreperibile. Siciliano
aveva accettato di tornare in Italia per testimoniare in cambio di una
protezione minima: 600mila lire al mese, viaggio di andata e ritorno
in classe economica, scorta limitata ai soli trasferimenti da e per il
tribunale e da una decina di giorni era stato sistemato, sotto falso
nome, in un albergo dell'hinterland milanese dove il 20 settembre i
carabinieri incaricati del programma di protezione non l'avrebbero più
trovato. Sotto il profilo giuridico quella di Siciliano non è una
fuga, perche’ e’ un libero cittadino. Già un paio di volte Martino
Siciliano si era tirato indietro; nel 1998, in sede di incidente
probatorio per Piazza Fontana, si era rifiutato di confermare le dichiarazioni
rese prima al giudice Salvini e poi ai pm Pradella e Meroni. In seguito,
non aveva testimoniato al processo per la bomba alla questura di
Milano. Per questo gli era stato revocato il programma di protezione,
ripristinato qualche mese fa per incentivare il ritorno di Siciliano
in Italia per deporre in dibattimento. Il pm Massimo Meroni ha preso atto
dell'irreperibilità di Siciliano e chiesto di aggiornare il dibattimento
a venerdì 29. L'avvocato Federico Sinicato, difensore di parte civile
dei familiari delle vittime, ammette senza infingimenti che "l'assenza
dal processo di Siciliano, se si protrarrà, inciderà sulla
costruzione probatoria". L'avvocato Antonio Franchini, del collegio di
difesa di Delfo Zorzi, si dichiara "disorientato", definisce il comportamento
di Siciliano "coerente nell'incoerenza". "Venga o non venga, il contributo
di questo signore è comunque marginale in questo processo - afferma
Franchini - per di più è già stato smentito dal teste
Vianello". Questo, aggiunge il difensore, "era e resta il processo di Carlo
Digilio".
23 settembre - Martino Siciliano, in una
fax inviato da un albergo di Zurigo al suo difensore, l'avv. Fausto Maniaci,
e da questi consegnato al pm Massimo Meroni, spiega i motivi della 'fuga'
avvenuta il giorno prima di presentarsi in aula. In pratica Siciliano,
pur ribadendo la sua fiducia a Maniaci e ai suoi collaboratori, diceva
di non essere piu' intenzionato a testimoniare a causa delle condizioni
economiche "inadeguate" offerte dallo Stato e lasciava intendere che ritornava
in Sud America. Il contratto di collaborazione, infatti, prevedeva una
protezione minima, 625 mila lire al mese da versare dopo la deposizione,
il viaggio di andata e ritorno in classe economica e la scorta limitata
ai soli trasferimenti da e per l'aula bunker di piazza Filangieri a Milano.
Siciliano era arrivato in Italia il 14 settembre.
29 settembre - Processo per la strage di
piazza Fontana: Martino Siciliano non si e' presentato neppure oggi in
aula a testimoniare. Il pm Massimo Meroni ha consegnato alla Corte tutta
la documentazione sul programma di protezione a cui Siciliano era stato
affidato dal 14 luglio e sui suoi spostamenti dal suo rientro dalla Colombia
a quando, la mattina del 22 settembre, si e' allontanato da Milano. La
decisione di non piu' presentarsi a testimoniare ha preso di sorpresa anche
i familiari di Siciliano. La mattina del 22 settembre, quando e' stato
evidente che il superpentito si era allontanato, la Digos di Venezia ha
infatti sentito il fratello Carlo Siciliano. "Sapevo che mio fratello era
giunto in Italia perche' mi aveva telefonato. Mi ha fornito nella circostanza
il numero telefonico di un albergo, mi pare di Treviglio e il numero della
stanza". Carlo Siciliano ha quindi precisato che il fratello lo ha contattato
una seconda volta per chiergli centomila lire, che lui gli ha fatto avere.
Alla Digos Carlo Siciliano ha precisato che durante i contatti telefonici
"Martino non mi ha dato motivo di preoccupazione alcuna. Non capisco quindi
i motivi per i quali mio fratello si sia allontanato". Il processo e' stato
aggiornato al 16 ottobre con la testimonianza del cap. dei Ros, Giraudo.
3 ottobre - A sezioni unite, la Corte di
Cassazione conferma l' assoluzione disciplinare per il giudice milanese
Guido Salvini, accusato di aver usato gli uomini del Sismi nelle indagini
sulla strage di piazza Fontana a Milano. Secondo i giudici l'uso dell'
intelligence era stato solo marginale e motivato dalla monumentalita' delle
indagini e dalla loro particolare urgenza. Si rimarca pero' - come del
resto aveva fatto anche il Csm, che aveva assolto Salvini con la formula
'perche' il fatto non costituisce illecito disciplinare' - che l'uso di
forze estranee all' autorita' giudiziaria non e' di norma consentito, e
rimane comunque un apporto del quale il magistrato non si deve di norma
servire. In particolare, contro l'assoluzione di Salvini avevano presentato
ricorso in Cassazione lo stesso procuratore generale della Suprema corte
e il ministero della Giustizia. Secondo il Pg, Salvini essendosi avvalso
nello svolgimento delle indagini da lui condotte sulla strage di piazza
Fontana del dott.Aldo Madia, appartenente al Sismi e come tale privo della
qualita' di ufficiale di Polizia giudiziaria, violava le norme del Codice
di procedura penale che impongono ai giudici di avvalersi, per l'attivita'
di assistenza, collaborazione e indagine, solo di ufficiali di Polizia
giudiziaria. Tuttavia, le sezioni unite hanno respinto anche il controricorso
presentato da Salvini, che voleva essere assolto con una formula piu' ampia
di quella pronunciata dal Csm (perche' il fatto non costituisce illecito
disciplinare), rilevando che il fatto a lui contestato si era realmente
svolto, ovvero che lui avesse usato funzionari del Sismi in attivita' di
Polizia giudiziaria e che quindi un comportamento "fuori dalle regole"
si era verificato, anche se non passibile di sanzioni.Su Salvini pendevano
nove capi di incolpazione, tra i piu' gravi dei quali - oltre all' uso
del dott.Madia del Sismi - c'e' l'essersi recato alla fine del 1994 dal
direttore del Sismi, gen.Sergio Siracusa, per chiedergli di mettere a disposizione
50 mila dollari oltre a quasi 18 milioni di lire, al fine di favorire la
collaborazione del pentito di estrema destra Martino Siciliano, erogazione
poi effettivamente avvenuta. Al riguardo, la Suprema corte, rifacendosi
alla sentenza del Csm, rileva che la richiesta di pagare la collaborazione
del pentito era gia' stata avanzata dal Ros, e che Salvini aveva soltanto
dato una positiva valutazione tecnica dell' apporto che il Martino poteva
dare all' inchiesta. Tra le altre incolpazioni, figurava anche quella di
avere ingiunto al gen.Siracusa di non comunicare a Felice Casson - Pm di
Venezia che procedeva contro Salvini per il reato di abuso d'ufficio in
relazione ad una vicenda in cui era coinvolto Carlo Maria Maggi, come possibile
fonte di rivelazione sulla strage - nessuna notizia in merito ai suoi incontri
con vertici del Sismi. Anche in questo caso, la Cassazione, come gia' stabilito
dal Csm, ha rilevato che non rientrava nei poteri di Casson acquisire notizie
sugli incontri tra Salvini e i vertici del Sismi. Per i i parlamentari
di Alleanza nazionale Enzo Fragala' e Alfredo Mantica la sentenza della
Cassazione sul caso Salvini-Siciliano "nei fatti legittima l' uso improprio
dei servizi segreti nelle indagini e dei collaboratori di giustizia".
4 ottobre - Nuova assoluzione davanti al
Csm per il giudice milanese Guido Salvini, che per anni ha indagato sui
gruppi eversivi legati alla strage di piazza Fontana. La sezione disciplinare
ha prosciolto il magistrato dall' accusa di aver compromesso il prestigio
dell' ordine giudiziario per aver usato in un provvedimento giudiziario
"espressioni polemiche e sconvenienti" sui magistrati dirigenti il tribunale
di Milano. Nel provvedimento Salvini lamentava uno "scarsissimo sostegno
dei dirigenti del tribunale di Milano" allo sviluppo delle indagini, parlava
di una "campagna di disinformazione e di discredito" contro lui e la sua
inchiesta arrivata "ai limiti dell' aperta intimidazione".
11 ottobre – “Le Monde” pubblica in prima
pagina un appello per la liberazione di Adriano Sofri, lanciato dallo storico
Carlo Ginzburg e dalla scrittrice Jacqueline Risset, professoressa di letteratura
francese all'universita' di Roma, per i quali a Sofri e' stata di fatto
inflitta "una condanna a morte" al termine di un processo "senza prove,
interminabile, interamente costruito sulla parola contraddittoria e vacillante
di un solo pentito". In un lungo articolo, sotto il titolo 'Bisogna restituire
Sofri alla vita', Carlo Ginzburg e Jacqueline Risset sostengono che l'
ex leader di Lotta Continua e' vittima di una "macchina punitiva" con una
chiara agenda politica: "si tratta di antidatare la nascita del terrorismo
di sinistra" permettendo cosi' di "interpretare il massacro del dicembre
1969 a Milano come una risposta della destra ad una violenza di sinistra
gia' in atto". L'articolo ospitato da "Le Monde" si chiude con l'auspicio
che il presidente della Repubblica rimedi alla situazione con la grazia
"restituendo Adriano Sofri alla vita".
16 ottobre - Martino Siciliano, il superpentito
del processo per la strage di piazza Fontana si fa vivo dalla Colombia
con un fax, nel quale annuncia che la sua decisione di non testimoniare
piu' e' definitiva. Siciliano aveva gia’ mandato un fax in cui tra l’altro
diceva che non era piu’ disposto a collaborare per 625.000 lire al mese.
Sulla cifra, tra l'altro, si e' appreso che le 625 mila lire non erano
mensili, ma una quota una tantum per la sua trasferta dalla Colombia. Intanto
sembra anche che Siciliano abbia perso la cittadinanza italiana. Anni fa,
infatti, sposandosi in Francia aveva acquisito la cittadinanza francese,
perdendo automaticamente quella italiana. Il mese scorso, pero', a Martino
Siciliano era stato fornito un passaporto italiano per consentirgli la
trasferta dalla Colombia in Italia. Dopo la mancata testimonianza di Martino
Siciliano e il conseguente ribaltamento delle udienze gia' in programma,
oggi il processo e' stato nuovamente rinviato. Il capitano dei carabinieri
del Ros Massimo Giraudo, infatti, non ha potuto testimoniare in quanto
Carlo Maria Maggi, uno degli imputati, e' stato ricoverato in ospedale.
Maggi ha spiegato alla Corte attraverso il suo legale che e' intenzionato
ad essere in aula per le deposizioni di alcuni testimoni, tra cui appunto
il capitano Giraudo. Il processo e' stato aggiornato al 27 ottobre.
27 ottobre - Il processo per la strage
di piazza Fontana potrebbe subire uno stralcio. Il medico veneziano Carlo
Maria Maggi, ex responsabile di Ordine Nuovo per il Veneto e imputato per
la strage, e' infatti ricoverato in ospedale a causa di un tumore al polmone
e difficilmente potra' essere in aula il 31 ottobre, quando dovrebbero
presentarsi per testimoniare Roberto Raho e Pietro Battiston. I due testimoni
arrivano dal Venezuela, dove vivono da tempo, per cui sembra improbabile
che possa essere fatta slittare la loro testimonianza. Per questo motivo,
anche se le condizioni di salute di Maggi non sono gravissime, la sua posizione
potrebbe essere stralciata e il processo continuerebbe solo nei confronti
degli altri imputati: Delfo Zorzi, Carlo Digilio, Gian Carlo Rognoni e
Stefano Tringali, quest'ultimo accusato solo di favoreggiamento. Maggi,
che e' ricoverato nel reparto di pneumologia per difficolta' respiratorie,
non si e' presentato in aula neppure oggi. Secondo i medici legali di Venezia
che hanno depositato i risultati della perzia, la forma tumorale non sarebbe
tra le piu' gravi, anche se un esame oncologico verra' effettuato nei prossimi
giorni. Raho e Battiston dovranno testimoniare sull'attivita' di Ordine
Nuovo in Veneto, sui rappporti tra Maggi e Digilio e sulle confidenze di
quest'ultimo sulla strage di Piazza Fontana.
10 novembre - Processo piazza Fontana:
i giudici della seconda Corte d' Assise di Milano, davanti ai quali si
sta celebrando il processo per la strage di piazza Fontana, decideranno
il 4 dicembre se utilizzare i verbali resi nel corso delle indagini preliminari
da Martino Siciliano. Nell'udienza del 4 dicembre i giudici dovranno decidere
anche l'attuale posizione processuale di Carlo Maria Maggi, ricoverato
in ospedale per una grave malattia. Oggi giudici hanno sentito Livio Iuculano
che nel 1969, quando si trovava in carcere a Padova, apprese notizie sulla
preparazione di una serie di attentati ai treni e che i "bombaroli legati
a Franco Freda" avrebbero organizzato anche "attentati su scala nazionale".
Iuculano, figlio di un maresciallo dei carabinieri, ha anche raccontato
di avere appreso che Franco Freda e un libraio di Treviso, avevano a Paese,
un piccolo centro della provincia di Treviso, la disponibilita' di un cascinale
che utilizzavano come deposito di esplosivo e di armi. Il cascinale di
Paese e' lo stesso dove Carlo Digilio, l'artificiere di Ordine nuovo, ha
dichiarato di avere incontrato Delfo Zorzi, il principale imputato del
processo.
16 novembre - La Corte d' appello di Venezia
conferma la condanna a tre anni, otto mesi e 15 giorni, per ricostituzione
del partito fascista, inflitta a Carlo Digilio, 63 anni, per le attivita'
della disciolta associazione “Ordine nuovo” tra il 1980 e il 1982, e la
pena era stata inflitta in continuazione con quella precedente (11 anni)
per l'attivita' dal 1968 al 1982. L' associazione, secondo il capo d'imputazione,
perseguiva finalita' antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista,
minacciando ed usando la violenza quale metodo di lotta politica, denigrando
la democrazia e svolgendo propaganda razzista. Il processo di primo grado
si era concluso nel 1993. In aula Digilio - che e' irreperibile dal quando
ha rinunciato a comparire al processo per la strage di piazza Fontana -
era assente e rappresentato da un avvocato d' ufficio. Il Pg Antonio Biancardi
aveva chiesto la riduzione della condanna a un anno e sei mesi, considerando
la condanna eccessiva. I giudici della quarta sezione penale della Corte,
presidente Giacomo Rodighiero, hanno invece confermato la pena.
4 dicembre - I giudici della seconda Corte
d'Assise di Milano decidono che le condizioni di salute di Carlo Maria
Maggi sono compatibili col processo, e quindi la sua posizione, che era
stata stralciata, e' stata riunita al troncone principale. La decisione
dei giudici e' stata supportata dalla relazione del consulente medico legale,
per il quale la malattia di cui Maggi soffre e' grave e richiede cure impegnative,
"tuttavia e' altrettanto chiaro - e' detto nella perizia - che al
momento attuale lo stato di salute di Maggi e' tale da consentirgli di
partecipare in condizioni di completa consapevolezza, e senza riportarne
danni di alcun tipo, al processo a suo carico". Secondo il consulente,
comunque, la partecipazione di Maggi non deve comportare alcuna modifica
delle condizioni di riposo fisico a cui e' attualmente obbligato. Non deve
affaticarsi e deve essere trasportato in aula in carrozzina perche' non
puo' percorrere a piedi ne' scale ne' percorsi superiori a poche decine
di metri. La Corte d'Assise ha anche deciso di utilizzare i verbali delle
dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari da Martino Siciliano.
4 dicembre - A San Macuto, sede della Commissione
stragi, arrivati 2200 documenti su Giangiacomo Feltrinelli, raccolti in
4 grandi pacchi che contengono 8 faldoni sull'editore e fondatore dei Gap,
morto sotto il traliccio di Segrate, provenienti dagli archivi dei servizi
segreti. Il dossier raccoglie carte che coprono un arco di tempo che va
dal 1950 a dopo la morte di Feltrinelli, cioe' alla fine degli anni Settanta.
Un dossier che non raccoglie solo carte italiane ma anche che provengono
da "servizi collegati. " Quello che e' interessante, segnalano i deputati
di An Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, che hanno richiesto due mesi fa
le carte, e' che gli accertamenti su Feltrinelli proseguono anche
dopo la morte di Feltrinelli, segno che si trovavano elementi nel
nascente terrorismo di sinistra. E' un dossier complesso che dimostra come
la rottura tra Feltrinelli e Pci, tra il '68 e il '69 - avvenne su sollecitazione
del Kgb".
6 dicembre – Il “Corriere della sera” scrive
che agli atti del processo di piazza Fontana e’ stata depositata la testimonianza
resa dal senatore a vira Paolo Emilio Taviani a due ufficiali dei carabinieri.
Il verbale ha la data del 7 settembre 2000. Taviani dice che “In sintesi
la chiave di lettura della storia italiana dalla primavera del 1947 al
1989 sta nella doppia politica estera. In uno scenario di tale gravita’
sono esplose tre drammatiche crisi: 1964, 1969-70, 1973-75”.
Sulla prima crisi, quella del 1964, Taviani racconta
che il presidente Antonio Segni torno’ da una visita in Francia, il 22
febbraio, “impressionato dall’ organizzazione antistalinista dei francesi:
Mi chiese piu’ volte cosa avessimo previsto in caso di insurrezione armata
comunista. Gli ho sempre risposto che, dopo la sconfitta interna dei secchiani,
ne’ io ne’ Vicari, capo della polizia, ne’ l’ arma avevamo preoccupazioni
di tal genere”. Da allora Segni “non ricevette piu’ Vicari, ma soltanto
De Lorenzo. Poi allontano’ da se’ a poco a poco anche Cossiga. Li riteneva
troppo di sinistra”. Taviani parla di alcune persone che alimentavano i
timori di Segni e fa i nomi di Merzagora, Bucciarelli Ducci, Martino, Pacciardi,
Eugenio Reale, Renato Angilillo, “un cospicuo mondo politico trasversale.
Parlamentari, alti funzionari, magistrati, alti ufficiali, che in buona
fede vedevano un pericolo nella nostra apertura a sinistra. C’ erano dei
democristiani, ma non tutti lo erano, dei massoni, ma non tutti. Erano
sobillati dalla Cia ? A dire il vero era accaduto il contrario: qualcuno
dei personaggi citati aveva espresso a personaggi di Paesi a noi alleati
le nostre preoccupazioni”.
Taviani colloca la strage di piazza Fontana,
“la madre delle stragi”, in un clima di debolezza e gelosie dei servizi
in cui “i gruppuscoli di estrema destra si gonfiarono fino a costituire
una galassia distaccata dal Msi”. Per Taviani pero’ “c’ e’ un punto fondamentale
per capire la strage ed e’ che la bomba, nell’ intenzione degli attentatori,
non avrebbe dovuto procurare alcun morto”. Taviani aggiunge che “la sera
del 12 dicembre 1969 il dott. Fusco, un agente di tutto rispetto del Sid,
defunto negli anni ’80, stava per partire per Milano con l’ ordine di impedire
attentati. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era scoppiata. Da
Padova a Milano si mosse, per depistare le colpe veso la sinistra, un ufficiale
del Sid, Del Gaudio. Questi due dati sono indizi, se non prove, di atteggiamenti
contrastanti nello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell’ Arma di
Milano e di Padova vi furono deviazioni”. Taviani dice anche che la notizia
su Fusco gli fu “rivelata da un religioso” e “poi confermata da Miceli”.
Un’ atra fase viene individuata da Taviani dopo
lo scioglimento di Ordine Nuovo. “Nel periodo dello sfascio del Sifar e
della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento
parecchi confidenti, veri e propri ‘servizi paralleli’, spesso equivocati
con Gladio, mentre con essa non avevano nulla a che vedere. Quando, dopo
lo scioglimento di Ordine Nuovo, le questure e alcuni settori dell’ arma
rettificarono la loro azione, alcuni di questi agenti si trovarono diffidati
e respinti. A mio sommesso parere stanno qui le schegge impazzite che imperversarono
soprattutto in Toscana. Mario Tuti, che quando fu scoperto uccise due poliziotti,
era un tipico esponente di queste schegge, di estrema destra, impazzite”.
7 dicembre - Walter Bielli, capogruppo
dei Ds in Commissione Stragi, presenta una proposta di legge per istituire
il reato di depistaggio. La proposta prevede dopo l'articolo 372 del Codice
Penale un nuovo articolo che sanzioni con la reclusione da 6 a 12 anni
tutti quei comportamenti che mirano all'occultamento totale o parziale
della verita' da parte di pubblici ufficiali. "Ovviamente - spiega Bielli
- questa previsione non puo' non tener conto della salvaguardia garantita
dalla disciplina del segreto di Stato, perche' non risulta perseguibile
la condotta, pur omissiva, tenuta in ottemperanza delle disposizioni vigenti
in materia di tutela degli interessi dello Stato". E' noto, spiega ancora
Bielli, che "molte delle inchieste sui principali avvenimenti di strage
e terrorismo hanno subito rallentamenti, quando non veri e propri arresti,
a causa della mancata collaborazione dei pubblici ufficiali con l'autorita'
giudiziaria. Da Piazza Fontana in poi, le omissioni, le bugie e la distruzione
di documenti hanno impedito che si potesse giungere alla scoperta
dei responsabili materiali e morali degli attentati che hanno colpito e
devastato il Paese fino al 1993".
11 dicembre - Nel trentunesimo anniversario
dell’attentato di piazza Fontana, a Milano domani alle 10.30 e' prevista
all’università della Bicocca una «lezione di memoria»
tenuta dal professor Mantegazza con il premio Nobel Dario Fo. Mentre oggi
alle 17.30 la Camera del Lavoro, in corso di Porta Vittoria, ospita un
convegno con il giudice Guido Salvini, che ha istruito il nuovo processo
sulla strage, e l’avvocato Federico Sinicato, parte civile per i familiari
delle 16 vittime della bomba del 12 dicembre 1969.
12 dicembre – Alcune migliaia di persone
sfilano da piazza Duomo fino a piazza Fontana dove, davanti alla Banca
Nazionale dell'Agricoltura, hanno ricordato le vittime della strage del
12 dicembre del 1969. Mentre in un'altra cerimonia, alle 16.25, ora in
cui scoppio' la bomba 31 anni fa, il sindaco Gabriele Albertini, ha deposto
una corona. Momenti di tensione ci sono stati all’ inizio del corteo, quando
un gruppo ha portato via bandiera e volantini da un banchetto della Lega
Nord. La bandiera e' stata issata come trofeo sul carro che apre il corteo
e poi nascosta. Durante la manifestazione un gruppetto di giovani della
“Rete Autogestita Studenti & Collettivi” si e' staccato dal corteo
e ha fatto irruzione nel Centro Culturale di Milano in via Zebedia, ritenuto
vicino a Comunione e Liberazione. I giovani, 4 o 5, con il volto coperto
da sciarpe e cappelli sono entrati, hanno lasciato sui muri scritte come
"CL merda" e "CL papponi", poi hanno lanciato un paio di fumogeni e un
pacco di volantini. L' azione e' stata motivata come gesto di solidarieta'
con gli studenti che sarebbero stati percossi due settimane fa durante
la manifestazione al Forum di Milano a favore dei buoni scuola della regione
Lombardia. Dario Fo, all' Universita' Bicocca di Milano, ha sottolineato,
in una 'lezione di memoria' sulla strage di Piazza Fontana, come si possa
anche "fare terrore" stendendo il velo di silenzio su fatti passati o recenti.
"Tragica – ha detto Fo - non e' tanto la violenza esercitata, no, la cosa
che fa terrore e' la macchina del silenzio". Fo ha quindi ricordato il
nuovo processo per la strage dove "organizzazioni dello Stato - ha detto
- sono dentro fino al collo". Da parte del potere, secondo Dario Fo, si
cerca di "non ricordare quel passato". "Una grandissima struttura da commedia
ha messo in moto una macchina di depistaggio delle indagini su quella orribile
strage - ha detto ancora Fo - e non bisogna dimenticare che Valpreda resto'
in carcere per cinque anni e rischio' l'ergastolo, salvandosi solo per
la forte reazione di intellettuali e di giovani". "E' chi pago' di piu'
- ha osservato Dario Fo - e' stata Franca sequestrata da un commando fascista
e costretta a subire violenza. Quel giorno - ha aggiunto - un famosissimo
generale dei carabinieri ha brindato, ma un sottufficiale presente, indignato,
ha denunciato l'accaduto alla magistratura e quella denuncia e' ora agli
atti". La lezione di Dario Fo si e' svolta nell' ambito del Corso di Filosofia
dell'educazione, tenuto dal professor Mantegazza, che ha anche coordinato
il dibattito.
12 dicembre - In una dichiarazione di cui
e' primo firmatario il capogruppo Gavino Angius, i senatori Ds assicurano
che resta immutato "l'impegno politico e civile a scrivere tutta la verita'
sulle stragi", a 31 anni dalla strage di Piazza Fontana. "Crediamo - si
legge - che debba rimanere l'impegno politico e civile a scrivere tutta
la verita' su quella e su tutte le altre stragi, sia per quanto riguarda
le responsabilita' personali, sia per i ruoli di copertura e di depistaggio
degli apparati dello Stato, per onorare la memoria dei poveri morti e perche'
i giovani conoscano e sappiano chi agi', nel nostro recente passato, contro
la vita di incolpevoli cittadini italiani". I senatori Ds auspicano anche
che il processo di Milano contro gli esponenti di Ordine Nuovo del Veneto
possa finalmente chiarire "le responsabilita' individuali degli estremisti
di destra, la dinamica della fase operativa dell' attentato e lo scenario
completo dei depistaggi dell' ufficio Affari Riservati del ministero dell'
Interno e del Sid dell' epoca". Il presidente della commissione stragi
Giovanni Pellegrino commenta, intervistato da Radio Radicale dice che avrebbe
firmato l’ iniziativa dei senatori Ds ma "Non ero a conoscenza". Alla domanda:"Come
valuta il fatto di non essere stato interpellato dal suo gruppo?" Pellegrino
risponde:"Non lo so, ma questo dovete domandarlo a chi ha sottoscritto
la dichiarazione e ha ritenuto di non interpellarmi". "Ma le dispiace -
e' stato chiesto ancora al presidente della commissione Stragi di non essere
stato interpellato?". "Io tengo molto al giudizio di Salvini su quello
che e' stato il mio ruolo per cio' che ha riguardato lo svolgimento di
questa indagine. E' noto che ci furono momenti in cui sembrava che il dott.Salvini
non potesse completarla". "Per colpa di chi?". "Per colpa - ha risposto
ancora Pellegrino - di una serie di incomprensioni tutte interne alla magistratura,
anche con una parte di Magistratura Democratica. Non e' nemmeno casuale
che di fronte al Csm Guido Salvini sia stato difeso da Alberto Maritati,
mio carissimo amico e mio successore nel collegio senatoriale di Lecce".
Pellegrino ricorda che il processo che si sta celebrando a Milano "nasce
dall'indagine del giudice milanese, poi riprese dalla procura di Milano
da Pradella e Meroni. Ho piacere che questa venga oggi vista come una pista
indagativa, come un'ipotesi giudiziaria seria, di cui e' in corso la verifica
dibattimentale. E sono lieto che oggi ci sia su questo una sostanziale
unita', visto che originariamente molti a sinistra non sembravano credere
granche' alla fatica di Guido Salvini".
14 dicembre – Processo piazza Fontana:
Marco Pozzan, coinvolto nella prima inchiesta sulla strage di piazza Fontana,
spiega per quale motivo ritratto' le sue dichiarazioni a proposito di un
incontro tra Pino Rauti e Franco Freda:“E' stato frutto di fantasia. Ho
detto quelle cose perche' i magistrati dicevano che avevano riscontri”.
Pozzan, all'epoca della prima inchiesta sulla strage alla Banca Nazionale
dell' Agricoltura, aveva raccontato al giudice istruttore di Treviso, Giancarlo
Stiz, che il 18 aprile del 1969 Pino Rauti si era incontrato con Freda
nell'atrio centrale della stazione di Padova. Pozzan aveva dichiarato di
essere stato convocato dallo stesso Freda, che Pino Rauti arrivo' con il
treno da Mestre al primo binario e che all'incontro erano presenti anche
Marco Balzarini, Ivano Toniolo e Giovanni Ventura. Su questo incontro gli
inquirenti avevano anche altri elementi, tra cui una intercettazione telefonica,
nella quale Franco Freda parlava di una riunione tenutasi a Padova il 18
aprile 1969, nel corso della quale si era parlato di timer con un misterioso
'signor P'. Pozzan aveva ritrattato le dichiarazioni su questo episodio
che aveva fatto finire in carcere Rauti. Anche oggi, incalzato dal pm Massimo
Meroni e dall'avvocato di parte civile Federico Sinicato, Pozzan ha ribadito
di essersi inventato tutto.
15 dicembre - Processo per la strage di
piazza Fontana: il capitano dei Ros Massimo Giraudo, che ha svolto le indagini
sulla strage di piazza Fontana dice che "Digilio ci ha indicato persone
che operavano in clandestinita' per i servizi segreti americani, che non
erano note neppure al nostro servizio". Giraudo ha ricostruito le fasi
delle indagini e, in particolare, la rete dei servizi segreti americani
che operavano in Veneto. "Nella prima fase delle indagini - ha spiegato
Giraudo - pensavamo alla Cia, poi ci siamo resi conto che molti personaggi
erano collegati al Cic (Counter intelligence corps), il servizio segreto
militare". Un servizio particolarmente attivo in Veneto perche', ha spiegato
l'ufficiale, "all'epoca si temeva un conflitto mondiale con l'Urss per
cui l'Italia e il Nordest erano considerati strategici; non a caso proprio
inVeneto c'erano le basi Nato e a Verona il comando del reparto guerra
psicologica". Giraudo ha quindi spiegato per quale motivo gli americani
arruolavano come agenti e informatori cittadini italiani: "In caso di invasione
comunista volevano avere la possibilita' di organizzare la resistenza che,
pero', non doveva essere spontanea come quella che ci fu contro i nazisti.
In pratica avevano costituito una specie di Gladio". Nella sua lunga deposizione
Giraudo ha parlato anche di alcune persone legate ai servizi statunitensi.
Tra queste Joseph Luongo, allontanato dal Sifar di De Lorenzo come indesiderabile
e attivo nel Cic. "Era - ha ricordato Giraudo - in collegamento con Karl
Hass, l'ufficiale nazista coinvolto nella strage delle Fosse Ardeatine.
Aveva preparato due liste di comunisti altoatesini considerati pericolosi.
L'anticomunismo era l'attivita' principale di quel servizio". L'ufficiale
ha quindi ricordato le agende sequestrate a tale Leo Pagnotta: "Erano tutte
scritte in inglese e testimoniavano un certo interesse ad armamenti: navi,
motovedette, aerei, elicotteri e mine. In particolare erano evidenti anche
contatti con paesi del blocco comunista come l'Albania e la Jugoslavia".
Giraudo ha anche ricordato che nel corso di una perquisizione rinvenne
un appunto del maresciallo dei carabinieri Prisco Palmiero, secondo il
quale Delfo Zorzi, uno dei principali imputati al processo in corso, si
era allontanato dall'Italia per evitare di essere coinvolto nell'inchiesta
sulla strage di Piazza Fontana.
16 dicembre - In un dibattito a Radio Popolare
con il pm Armando Spataro, il presidente della commissione stragi Giovanni
Pellegrino dice che uno dei carcerieri di Moro fu aiutato ad evadere dal
carcere perche' portasse a Mario Moretti, capo delle BR, e potrebbe "essere
sfuggito al controllo". Partecipando ad un dibattito a Brescia sul suo
libro "Il segreto di Stato" con il sen. Alfredo Mantica e il capogruppo
del centrosinistra in Regione, Mino Martinazzoli, sollecitato dai cronisti,
torna sull' argomento. A rivelare questo particolare sarebbe stato "un
autorevole esponente della prima Repubblica", durante un interrogatorio
davanti ad un ufficiale di polizia giudiziaria dei Ros. Il presidente della
Commissione Stragi ha detto che sapeva questo "da tempo". Non ho mai voluto
dirlo - ha concluso – ma il dottor Spataro mi ha messo con le spalle al
muro, ed ho dovuto dirlo!". A Radio Popolare, secondo la trascrizione del
dibattito diffusa dall'emittente, a un certo punto la discussione fra Pellegrino
e Spataro si e' accesa a proposito del presunto ruolo dei carabinieri nella
strategia della tensione, nella vicenda della violenza subita da Franca
Rame, nella gestione della scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso.
Alle accuse di Pellegrino, Spataro ha risposto tra l'altro: "Il metodo
di analisi per cui si collega Franca Rame a via Monte Nevoso e' un metodo
non scientifico. Io non difendo i carabinieri, io difendo la verita'. Non
escludo che in talune ipotesi, attraverso tecniche investigative poco corrette,
si siano perseguiti fini non di verita': io dico che in quella operazione
e' stato fatto cio' che era doveroso, corretto". A quel punto Pellegrino
ha ribattuto: "Io mi assumo la responsabilita' di dirle che tra poco si
sapra' che un illustre uomo politico italiano ha affidato a un verbale
di polizia giudiziaria che uno dei carcerieri di Aldo Moro era stato lasciato
evadere perche' portasse a Moretti. E mi assumo la responsabilita' di dire
che, puo' darsi, che anziche' portare a Moretti sia sfuggito al controllo".
"Lei deve ammettere - ha aggiunto Pellegrino rivolto a Spataro - che sarebbe
scientifico, in quel caso, andare fino in fondo e domandarsi perche' questo
e' avvenuto". Pellegrino dice anche che la Procura di Brescia nelle indagini
sulla strage di Piazza della Loggia sta facendo "un buon lavoro". "I magistrati
bresciani - ha detto Pellegrino - completeranno, probabilmente, il lavoro
della Procura di Milano e dei giudici istruttori come Salvini e Lombardi".
La strage di Brescia, per il presidente della Commissione, si colloca infatti
nel quadro degli anni '69-'74, "gia' sufficientemente chiarito", soprattutto
dopo le ultime dichiarazioni dell' ex ministro dell' Interno Taviani, e
per altri particolari contenuti nel libro di Edgardo Sogno. Rivelazioni,
queste, che aiutano "a comprendere e distinguere", per esempio, l' eccidio
bresciano dalla strage della Banca dell' Agricoltura di Milano. "Non sono
infatti uno il remake dell'altro - ha spiegato Pellegrino - anche se indubbiamente
qualche cosa le collega". Piazza Fontana, secondo Pellegrino, ha "un input
politico-istituzionale". L' intenzione non era, come hanno detto Sogno
e Taviani, quella di procurare morti. "I morti derivano da un errore di
posizionamento del timer - ha detto - oppure da un' iniziativa degli esecutori
che hanno voluto portare piu' in la l'aggressione e l' attacco". Le stragi
successive (Questura di Milano, Peteano, Brescia e Italicus) sono, invece
secondo Pellegrino quelle "di una manovalanza" delle organizzazioni di
estrema destra che avevano avuto un lungo rapporto con i servizi segreti.
"Quando i servizi e gli apparati di sicurezza nel loro complesso hanno
disdettato questo patto e cominciato a picchiare sugli alleati di prima
- ha affermato Pellegrino - sono avvenute stragi di tipo reattivo". Queste
ultime non sono, quindi, strettamente stragi di Stato, secondo Pellegrino,
il quale ha detto, pero', che "i depistaggi sono stati indubbiamente di
Stato".
20 dicembre - All' unanimita' la Prima
Commissione del Csm chiede al plenum di archiviare la procedura di trasferimento
d'ufficio a carico di Guido Salvini che non avrebbe commesso irregolarita'
nell'inchiesta sui movimenti eversivi coinvolti nella strage di piazza
Fontana. La procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilita' ambientale
era stata aperta nei confronti di Salvini quattro anni fa. E riguardava
comportamenti oggetto anche di un procedimento disciplinare che l'anno
scorso si e' concluso con l'assoluzione del magistrato. Tra l'altro a Salvini
veniva contestato di essersi attribuito abusivamente la competenza delle
indagini su piazza Fontana, contrastando la volonta' dei magistrati cui
era stata delegata l'istruttoria del procedimento; ma soprattutto gli veniva
rimproverato di aver svolto attivita' investigative anomale. E in particolare
di essersi servito nelle indagini di un ufficiale del Sismi e di aver chiesto
al servizio di mettere a disposizione del neo-fscista Martino Siciliano
50 milioni di lire perche' collaborasse. Vicende gia' ampiamente chiarite
in sede disciplinare. Chiedendo l'archiviazione la Commissione ha pero'
stralciato una parte del fascicolo su Salvini: quella relativa a presunti
contrasti con magistrati dell'ufficio gip di Milano e in particolare con
la collega Maria Clementina Forleo, su cui proseguira' l' istruttoria.
21 dicembre - Processo per la strage di
piazza Fontana: l' ex ordinovista Maurizio Tramonte dice che "La valigia
con la bomba all' interno della Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana
l' ha messa Delfo Zorzi. L' attentato alla Comit di Milano, lo hanno fatto
Franco Freda e Giovanni Ventura. Gli attentati a Roma Stefano Delle Chiaie
e Mario Merlino". Tramonte, conosciuto anche come "fonte Tritone" per i
suoi legami con i servizi segreti, ha spiegato di essere stato avvicinato
da un funzionario della Questura di Verona, il quale gli chiese di infiltrarsi
in Ordine Nuovo. Tramonte, in aula, ha anche rivelato il nome del funzionario
di polizia al quale riferiva tutte le notizie. Si tratta di Lelio Di Stasio,
che gli era stato presentato dallo zio di sua madre, un altro funzionario
di polizia. "Lo zio di mia madre mi telefono' nell' ottobre del 1968 e
mi disse che sarei stato avvicinato da tale Alberto. Questo era il nome
di copertura, mentre a me venne dato il nome di Francesco", ha spiegato
Tramonte. Nel suo racconto, Tramonte ha quindi spiegato che Alberto
gli disse di infiltrarsi in Ordine Nuovo. "Ho conosciuto - ha detto Tramonte
- Franco Freda e Massimiliano Fachini e nel gennaio del 1969 ho partecipato
a una riunione alla quale erano presenti anche Pino Rauti e Delfo Zorzi.
In quella occasione Rauti spiego' che era necessario rientrare nell'Msi,
ma che sarebbero stati costituiti gruppi clandestini che si sarebbero organizzati
per compiere attentati". Tramonte ha quindi ricordato di aver partecipato
ad un corso per schedatura, pedinamento e guerriglia. Vennero organizzati
anche altri corsi in Portogallo, ai quali parteciparono, Freda, Delfo Zorzi,
Giancarlo Rognoni e altre persone. Quei corsi servivano per imparare e
compiere attentati". Tramonte ha raccontato di altre riunioni svolte a
Roma e della sua attivita' di schedatura di persone di sinistra e di 500
ex partigiani. "A maggio - ha ricordato - Fachini mi fece incontrare con
un ufficiale americano a Longare. L'ufficiale, che, come mi e' stato detto,
apparteneva ai servizi segreti americani, mi spiego' che dovevo schedare
solo gli ex partigiani, perche' temeva che in caso di invasione sovietica,
potessero aiutare il nemico". Tramonte ha anche raccontato che in una delle
riunioni romane svoltesi a Decima, vicino all' Eur, Rauti disse che era
necessario alzare la tensione politica attraverso gli attentati. "Disse
- ha spiegato - che gli era stato assicurato che in seguito agli attentati
ci sarebbero state le elezioni anticipate con una decisa svolta a destra.
Anche perche' l' obiettivo doveva essere quello di un golpe di tipo greco".
Tramonte ha quindi raccontato che nel luglio 1969 Freda e Zorzi in alcune
cave del Veneto fecero le prime prove per gli attentati, e che Fachini
gli disse che era giunta l' ora "del momento magico", riferendosi all'
attentato del 12 dicembre. Tramonte ha anche detto che il giorno dopo la
strage chiese una spiegazione a Fachini. "Fachini - ha ricordato - mi disse
che il piano era stato cambiato e che era stata decisa la strage. Mi disse
che chi aveva collocato la bomba, sapeva che ci sarebbero stati morti.
Mi disse che i tempi erano maturi per il golpe".