ALMANACCO DEI "MISTERI D'ITALIA"

Le notizie del 2000

 


 
 
 
 

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Attentati ai treni
20 marzo - Il giudice bolognese Maurizio Atzori va in trasferta a Firenze per sentire Gelli, ricoverato, in regime di arresti domiciliari, all' ospedale di Santa Maria Nuova, per chiarire la posizione di Ivano Bongiovanni, che e' stata stralciata nell' ambito del processo ter per la strage dell' Italicus del 1974, ma anche per sentirlo come parte lesa per calunnie da parte di esponenti dei servizi segreti in merito al suo presunto ruolo di mandante della strage di Bologna dell' agosto 1980 e dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ma Licio Gelli si avvale della facolta' di non rispondere essendo gia' stato condannato in un procedimento connesso.

23 marzo - Si chiamera' 'Casa della memoria' e sara' la sezione del centro 'Cultura legalita' democratica', istituito dalla Regione, dedicata alla raccolta e all' ordinamento di tutto il materiale relativo alle stragi che hanno insanguinato in nostro Paese dal 1970 ad oggi, materiale attualmente diviso in piu' sedi. A curare il nuovo archivio sara' l' associazione no profit 'Coordinamento dare voce al silenzio degli innocenti', nata nel 1995 con il sostegno e l' adesione dell' associazione dei familiari delle vittime di piazza Fontana, piazza della Loggia, treno Italicus, Rapido 904, stazione di Bologna, Ustica, via dei Georgofili, via Palestro, Moby Prince, Casalecchio di Reno, Luciana e Giorgio Alpi, Saveria Antiochia, Rita e Salvatore Borsellino, Maria Falcone, Pina Grassi, Giuseppina La Torre, Simone Dalla Chiesa, Michela Costa, Emma Midrio Bonsignore; inoltre, dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine e di associazioni nazionali come Libera e Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli. La convenzione triennale tra Regione e Associazione e' stata siglata dal presidente della Regione Vannino Chiti e da quello di 'Coordinamento dare voce al silenzio degli innocenti' Paola Bernardo, nella comune convinzione che “la cura della memoria storica e' componente essenziale dello sviluppo civile e supporto insostituibile per una integrale educazione alla democrazia”.

4 agosto - In un'intervista a "La Repubblica", l'ex generale del Sid Gianadelio Maletti, che da circa 20 anni vive in Sudafrica, svela la sua verita' sulle stragi degli anni '70."La Cia - dice Maletti - voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". "La Cia - precisa - ha cercato di fare in Italia cio' che aveva fatto in Grecia nel '67, finanziando i fascisti quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia le e' sfuggita di mano la situazione". "I servizi segreti - continua Maletti - non erano pienamente consapevoli del piano americano, ma lasciarono fare. Esisteva un orientamente sostanzialmente favorevole al progetto". "E il potere politico, che non poteva non sapere, non ci ha mai dato una direttiva. La vera responsabilita' politica nella strategia della tensione - conclude - e' che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo politico ha parlato e agito in termini politici".

4 agosto -  In una conferenza stampa convocata a S.Macuto, il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, insieme al capogruppo Ds Walter Bielli, fa il punto dopo l'intervento di Amato a Bologna, l'intervista di Andreotti di ieri e quella di Maletti di oggi. Pellegrino chiede ad Amato di essere "conseguente con le sue parole di Bologna" e di emanare una direttiva perche' si faccia piena luce sul comportamento degli apparati dello Stato e, in particolare, "si aprano gli archivi finora inviolabili dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza". "Chiedo ad Amato - ha detto Pellegrino - e parlo a nome della commissione, degli atti conseguenti alle cose dette a Bologna. Gli chiedo un input, una direttiva che serva a sollecitare, negli apparati dello Stato, una memoria istituzionale ancora torbida: vi sono infatti ancora dei documenti che non sono stati offerti alla commissione, dei funzionari che sanno e che non parlano". In particolare, Pellegrino distingue gli archivi del Viminale, "da tempo non piu' off-limits per i magistrati e la commissione" da quelli dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. "Recentemente - ha ricordato al riguardo Pellegrino - abbiamo ascoltato il gen.Bonaventura, che fu uno dei piu' stretti collaboratori del gen. Dalla Chiesa. Da lui non abbiamo avuto sufficiente chiarezza su fatti, come l'infiltrazione che sappiamo Dalla Chiesa intraprese nei confronti delle Br, di cui il generale informava direttamente il ministro dell' Interno dell' epoca, Virginio Rognoni". Circa le dichiarazioni pubblicate in un'intervista a "la Repubblica" di Maletti, Pellegrino ha sottolineato che esse "trovano riscontro negli archivi. Cio' che ha detto Maletti - ha aggiunto - dimostra che alcune delle critiche che furono rivolte, anche dalla sinistra, alla relazione Bielli, sono ingiustificate: quei fatti sono in gran parte veri". Il presidente Pellegrino ha quindi rivolto un appello affinche', alla luce del nuovo panorama internazionale, si faccia finalmente chiarezza: "Chi sa parli, sono d'accordo nello storicizzare i problemi ma cio' si potra' fare solo in un ambito di verita'". "Le parole di Amato a Bologna - ha concluso Pellegrino - non sono in nessun modo sorprendenti: semmai c'e' da chiedersi come mai i presidenti del Consiglio di centrosinistra, non abbiano detto altrettanto". Pellegrino dice anche che alla luce di quanto detto oggi dal generale Maletti "bisogna rivedere la sentenza di assoluzione del processo sulla strage dell' Argo 16" e che "Sulla strage dell' Italicus ne sapremo di piu' quando Taviani ci fara' conoscere la versione completa delle sue memorie". Lo stesso sen. Giovanni Pellegrino, in una intervista trasmessa al TG3 della Toscana dice:"Quando abbiamo sentito Taviani ci disse: 'io penso che gli attentati sui treni avessero una matrice parzialmente diversa'. Probabilmente - ha detto Pellegrino - gli operatori erano sempre ragazzi della destra radicale. Penso al fallito tentativo di Nico Azzi - ha aggiunto riferendosi all' estremista di destra ferito nella preparazione di un ordigno sul treno Genova-Roma il 7 aprile 1973 - sempre su un treno. Pero', probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani - ha proseguito - non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe detto qualcosa di piu' soltanto da morto". "Io - ha poi detto Pellegrino - auguro lunga vita a Taviani, in quel momento pero', probabilmente, sapremo sull' Italicus qualcosa che ancora oggi non sappiamo". Quanto all' ipotesi di sentire ancora Taviani, Pellegrino ha risposto: "Non penso che otteremo nulla. E' una decisione che ha preso e ne parlera' soltanto dopo. Probabilmente lo preoccupano anche ripercussioni che, nel quadro attuale delle alleanze dell' Italia, potrebbero aversi se lui dicesse quello che pensa dell' Italicus". 

4 agosto - Il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle dichiarazioni del gen. Maletti secondo cui dietro le stragi degli anni '70 ci sarebbe la mano della Cia, risponde:"Non ho avuto il tempo di leggere il giornale. Non ho letto l'intervista a Maletti. Non e' una risposta reticente. Non ho proprio aperto i giornali". 

5 agosto - Il sen. Paolo Emilio Taviani, in una intervista al quotidiano "Secolo XIX", replica alle dichiarazioni del gen. Maletti, mentre al sen. Pellegrino, che lo aveva citato a proposito della strage dell' Italicus, risponde che "sui nostri colloqui non c'e' nulla di rilevanza internazionale. Si tratta di mie interpretazioni e impressioni, nessun dato che non sia stato gia' testimoniato dalla magistratura". "Sulle responsabilita' di Ordine Nuovo nella strage di Piazza Fontana - dice Taviani - ormai non ci sono piu' dubbi", quanto alla Cia "non credo che abbia organizzato il collocamento della bomba nella Banca dell' Agricoltura, mi sembra certo invece che agenti della Cia siano stati tra i fornitori di materiali e tra i depistatori". E sull' Italicus, che secondo Pellegrino e' da attribuire alla "destra radicale", Taviani dichiara:"si fermi alla destra. Il termine 'radicale' e' fuorviante". Taviani poi, a proposito della Cia, esprime perplessita' sulla sua efficienza tecnica in quegli anni: "ben diverso il discorso per il Mossad, un servizio perfettamente organizzato. Pero' il Mossad, per quanto risulta a me, ha sempre azioni mirate. Non credo che sia stato presente a Piazza Fontana ne' nelle stragi dei treni". 

9 agosto - Franco Freda e' in detenzione domiciliare nella sua casa di Brindisi, dove tornera' a fare l' editore. Freda, che era detenuto sino a ieri nel carcere di Lecce, assistito dagli avvocati Ladislao Massari di Brindisi e Carlo Gervasi di Lecce, ha ottenuto i domiciliari 10 giorni prima della espiazione della fine della pena: la sua liberazione era infatti prevista per il 19 agosto. L'ideologo di estrema destra, era stato condannato dalla Corte d' Assise di Verona il 20 maggio 1998 a tre anni di reclusione per ricostituzione del partito fascista in violazione della legge Scelba. In appello la pena per Freda era stata ridotta ad un anno, modificando il reato in propaganda contro l'immigrazione e, quindi, in violazione alla legge “Mancino”, riguardante l' istigazione al razzismo. Freda e’ stao arrestato il primo marzo scorso a Brindisi in esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di sorveglianza di Venezia per un residuo pena di sette mesi e quattro giorni relativo alla condanna inflittagli. L' inchiesta sul “Fronte Nazionale” comincio' nel 1992 a Verona dopo la distribuzione di volantini xenofobi davanti ad alcune scuole medie della citta' veneta. Fra il materiale propagandistico figurava il programma del movimento che chiedeva, tra l'altro, la chiusura effettiva delle frontiere all'immigrazione extraeuropea, l'espulsione dei clandestini, controlli sanitari e l' istituzione di “centri culturali” per extracomunitari. Il Tribunale di sorveglianza di Lecce nell'udienza di ieri - e con provvedimento di oggi - ha concesso la detenzione domiciliare per gli ultimi 10 giorni.

4 settembre – Sono 15 i documenti presentati in commissione Stragi. Nei circa otto mesi di legislatura che restano l' obiettivo e' quello di arrivare - come prevede il regolamento- ad una relazione finale per il Parlamento. Oltre a quello dei Ds su “Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al '74”, che in giugno aveva sollevato polemiche, il primo in ordine di presentazione e' quello del senatore del PPi Luigi Follieri dal titolo: “Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra il '69 ed il 1975”. Su “il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni '60” il testo depositato dai parlamentari del Polo Enzo Fragala', Alfredo Mantica e Vincenzo Manca, autori di altri “dossier” tra cui quello su “Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta' Br su piazza Fontana”. Ma Mantica e Fragala', di An, hanno elaborato anche documenti sugli “Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia”, su “Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-75”, “Per una rilettura degli anni '60”, su “La dimensione sovranazionale del fenomeno eversivo in Italia” e su “I depistaggi di Piazza Fontana”. Fragala' e Mantica, con Vincenzo Manca e Marco Taradash, si sono occupati quindi anche di Ustica (“Sciagura aerea del 27 giugno 1980”) e di KGB con “L'Ombra del KGB sulla politica italiana”. E con altri due parlamentari dell'opposizione, Cosimo Ventucci e Antonio Leone, hanno poi presentato un documento su  “Il terrorismo e le stragi in Italia”. Solo Mantica, invece, ha depositato una relazione su “Il problema di definire una memoria storica condivisa della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica (Un contributo dall'esperienza della Commissione per la verita' e la riconciliazione in Sudafrica)”. “Contributo sul periodo 1969-'74” e' il titolo del testo proposto dal senatore dei Verdi Athos De Luca. Mentre il deputato dei Ds Walter Bielli si e' occupato di Mario Moretti: “Nuovi elementi concernenti il brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza”. L' obiettivo e' ora quello di arrivare ad un confronto per “confezionare” testi omogenei da votare per la relazione finale.

27 settembre - L'ufficio di presidenza della commissione stragi decide la prossima audizione del questore Arrigo Molinari e del senatore a vita Paolo Emilio Taviani, tenendo conto anche delle richiesta avanzata dal questore  e dall'esponente politico di essere ascoltati, il primo sulla vicenda Senzani, il secondo su temi diversi: dalla strategia della tensione, alla vicenda Moro. Molinari anni fa aveva parlato, anche davanti alla Commissione Moro, dei legami di Giovani Senzani con il Sismi, Paolo Emilio Taviani, in agosto, aveva parlato del ruolo degli americani in Italia dopo una importante intervista del generale Gian Adelio Maletti, gia' responsabile dell'ufficio 'D' del Sid che aveva anche lui illustrato il ruolo giocato dai servizi segreti italiani e stranieri nella strategia della tensione. Taviani aveva esplitamente chiesto, dopo le affermazioni fatte dal generale, di essere ascoltato dalla commissione.

14 novembre - Dalle pagine di un giornale di Francoforte, Friedrich Schaudinn,condannato in Italia a 22 anni per l'attentato al rapido treno Napoli-Milano, nel dicembre 1984, del quale si dice totalmente estraneo, lancia accuse pesanti alla giustizia italiana, e in particolare al responsabile dell'Antimafia Pierluigi Vigna. Schuadinn, di professione tecnico e all'epoca residente con la famiglia a Ostia, fu condannato con l'accusa di essere stato il costruttore del sistema di accensione dell'ordigno esploso mentre il treno percorreva il tratto ferroviario Firenze-Bologna e che costo' la vita a 15 persone. Grazie a una soffiata dell'ambasciata tedesca, come racconta alla 'Frankfurter Rundschau', Schaudinn, il quale oggi ha 61 anni, riusci' a fuggire in Germania poco prima della sentenza nell'88. Da allora tutti i ricorsi fino alla Cassazione sono stati respinti dalla giustizia italiana che lo cerca con un mandato di cattura internazionale. Dall' '88 Schaudinn non ha mai lasciato la Germania.Finora poteva stare tranquillo: da una parte la procura di Francoforte, in due verifiche del suo caso, ha contestato gli estremi dell'accusa italiana, e, dall'altra, la legge tedesca, finora, non consentiva l'estradizione di cittadini della Germania verso stati Ue. Da due settimane, pero', il governo ha modificato la legge e Schuadinn teme di essere arrestato ed estradato. Secondo Schaudinn, pero’, e' improbabile pero' che l' Italia insista per l'estradizione perche' il caso verrebbe riaperto e la verita' verrebbe a galla: “non vogliono clamore”, afferma. Schaudinn sostiene che la sola prova addotta contro di lui dai procuratori, Vigna incluso, fu il nome di un mafioso trovato nell'indirizzario della sua ditta di allarmi. Il suo caso era una rotella “nell'ingranaggio della giustizia italiana”, disse l'allora portavoce della procura di Francoforte Hubert Harth. Nel 1993, racconta ancora Schaudinn, quando studiava a Francoforte per avere la licenza di tassi', Vigna addirittura lo accuso' dell'attentato agli Uffizi a Firenze. Tentativi di indurlo a pronunciarsi sul caso sono finiti tutti nel vuoto.

6 dicembre – Il “Corriere della sera” scrive che agli atti del processo di piazza Fontana e’ stata depositata la testimonianza resa dal senatore a vira Paolo Emilio Taviani a due ufficiali dei carabinieri. Il verbale ha la data del 7 settembre 2000. Taviani dice che “In sintesi la chiave di lettura della storia italiana dalla primavera del 1947 al 1989 sta nella doppia politica estera. In uno scenario di tale gravita’ sono esplose tre drammatiche crisi: 1964, 1969-70, 1973-75”.
Sulla prima crisi, quella del 1964, Taviani racconta che il presidente Antonio Segni torno’ da una visita in Francia, il 22 febbraio, “impressionato dall’ organizzazione antistalinista dei francesi: Mi chiese piu’ volte cosa avessimo previsto in caso di insurrezione armata comunista. Gli ho sempre risposto che, dopo la sconfitta interna dei secchiani, ne’ io ne’ Vicari, capo della polizia, ne’ l’ arma avevamo preoccupazioni di tal genere”. Da allora  Segni “non ricevette piu’ Vicari, ma soltanto De Lorenzo. Poi allontano’ da se’ a poco a poco anche Cossiga. Li riteneva troppo di sinistra”. Taviani parla di alcune persone che alimentavano i timori di Segni e fa i nomi di Merzagora, Bucciarelli Ducci, Martino, Pacciardi, Eugenio Reale, Renato Angilillo, “un cospicuo mondo politico trasversale. Parlamentari, alti funzionari, magistrati, alti ufficiali, che in buona fede vedevano un pericolo nella nostra apertura a sinistra. C’ erano dei democristiani, ma non tutti lo erano, dei massoni, ma non tutti. Erano sobillati dalla Cia ? A dire il vero era accaduto il contrario: qualcuno dei personaggi citati aveva espresso a personaggi di Paesi a noi alleati le nostre preoccupazioni”.
Taviani colloca la strage di piazza Fontana, “la madre delle stragi”, in un clima di debolezza e gelosie dei servizi in cui “i gruppuscoli di estrema destra si gonfiarono fino a costituire una galassia distaccata dal Msi”. Per taviani pero’ “c’ e’ un punto fondamentale per capire la strage ed e’ che la bomba, nell’ intenzione degli attentatori, non avrebbe dovuto procurare alcun morto”. Taviani aggiunge che “la sera del 12 dicembre 1969 il dott. Fusco, un agente di tutto rispetto del Sid, defunto negli anni ’80, stava per partire per Milano con l’ ordine di impedire attentati. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era scoppiata. Da Padova a Milano si mosse, per depistare le colpe veso la sinistra, un ufficiale del Sid, Del Gaudio. Questi due dati sono indizi, se non prove, di atteggiamenti contrastanti nello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell’ Arma di Milano e di Padova vi furono deviazioni”. Taviani dice anche che la notizia su Fusco gli fu “rivelata da un religioso” e “poi confermata da Miceli”.
Un’ atra fase viene individuata da Taviani dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo. “Nel periodo dello sfascio del Sifar e della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento parecchi confidenti, veri e propri ‘servizi paralleli’, spesso equivocati con Gladio, mentre con essa non avevano nulla a che vedere. Quando, dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo, le questure e alcuni settori dell’ arma rettificarono la loro azione, alcuni di questi agenti si trovarono diffidati e respinti. A mio sommesso parere stanno qui le schegge impazzite che imperversarono soprattutto in Toscana. Mario Tuti, che quando fu scoperto uccise due poliziotti, era un tipico esponente di queste schegge, di estrema destra, impazzite”.

9 dicembre - Il presidente dell'associazione familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia, Manlio Milani invita Paolo Emilio Taviani "a contribuire al disvelamento della verita' sulle stragi" e ad aiutare "a sconfiggere il vero segreto di Stato di oggi: quello del silenzio". In  una lettera aperta a Taviani, Milani afferma che "cio' di cui si sta discutendo in questi giorni (il testamento di Edgardo Sogno e il suo tentativo di golpe nel '74), riguarda l' insieme della nazione e non solo i familiari delle vittime delle stragi di quel "terribile 1974": quella di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus, 20 morti e 146 feriti. "Lei puo' contribuire in modo determinante - dice Milani - a ricostruire cio' che accadde in quei giorni, a rompere finalmente quel muro di omerta' che ha impedito (e tuttora impedisce) l'affermarsi della verita' storico-politica e quella giudiziaria". Di verita' - afferma il presidente dell' associazione dei familiari delle vittime di piazza della Loggia - c'e' bisogno oggi per capire effettivamente quanto accaduto "in quel terribile 1974", "le ragioni (i protagonisti) che hanno ispirato il silenzio". Tutto questo - si dice nella lettera aperta di Milani - anche per rendere possibile una memoria condivisa al di fuori di strumentali revisionismi imperanti, esclusivamente funzionali al presente". "I silenzi di oggi - conclude Milani - ci appaiono incomprensibili e se persistenti finiscono oggettivamente per trasformarsi in complicita'. Non solo. Quei silenzi minano alle radici delle nostre istituzioni e le sottopongono a continui ricatti politici. E gia' questo dovrebbe essere piu' che sufficiente per 'dire cio' che si sa'".
 

16 dicembre - In un dibattito a Radio Popolare con il pm Armando Spataro, il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino dice che uno dei carcerieri di Moro fu aiutato ad evadere dal carcere perche' portasse a Mario Moretti, capo delle BR, e potrebbe "essere sfuggito al controllo". Partecipando ad un dibattito a Brescia sul suo libro "Il segreto di Stato" con il sen. Alfredo Mantica e il capogruppo del centrosinistra in Regione, Mino Martinazzoli, sollecitato dai cronisti, torna sull' argomento. A rivelare questo particolare sarebbe stato "un autorevole esponente della prima Repubblica", durante un interrogatorio davanti ad un ufficiale di polizia giudiziaria dei Ros. Il presidente della Commissione Stragi ha detto che sapeva questo "da tempo". Non ho mai voluto dirlo - ha concluso – ma il dottor Spataro mi ha messo con le spalle al muro, ed ho dovuto dirlo!". A Radio Popolare, secondo la trascrizione del dibattito diffusa dall'emittente, a un certo punto la discussione fra Pellegrino e Spataro si e' accesa a proposito del presunto ruolo dei carabinieri nella strategia della tensione, nella vicenda della violenza subita da Franca Rame, nella gestione della scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso. Alle accuse di Pellegrino, Spataro ha risposto tra l'altro: "Il metodo di analisi per cui si collega Franca Rame a via Monte Nevoso e' un metodo non scientifico. Io non difendo i carabinieri, io difendo la verita'. Non escludo che in talune ipotesi, attraverso tecniche investigative poco corrette, si siano perseguiti fini non di verita': io dico che in quella operazione e' stato fatto cio' che era doveroso, corretto". A quel punto Pellegrino ha ribattuto: "Io mi assumo la responsabilita' di dirle che tra poco si sapra' che un illustre uomo politico italiano ha affidato a un verbale di polizia giudiziaria che uno dei carcerieri di Aldo Moro era stato lasciato evadere perche' portasse a Moretti. E mi assumo la responsabilita' di dire che, puo' darsi, che anziche' portare a Moretti sia sfuggito al controllo". "Lei deve ammettere - ha aggiunto Pellegrino rivolto a Spataro - che sarebbe scientifico, in quel caso, andare fino in fondo e domandarsi perche' questo e' avvenuto". Pellegrino dice anche che la Procura di Brescia nelle indagini sulla strage di Piazza della Loggia sta facendo "un buon lavoro". "I magistrati bresciani - ha detto Pellegrino - completeranno, probabilmente, il lavoro della Procura di Milano e dei giudici istruttori come Salvini e Lombardi". La strage di Brescia, per il presidente della Commissione, si colloca infatti nel quadro degli anni '69-'74, "gia' sufficientemente chiarito", soprattutto dopo le ultime dichiarazioni dell' ex ministro dell' Interno Taviani, e per altri particolari contenuti nel libro di Edgardo Sogno. Rivelazioni, queste, che aiutano "a comprendere e distinguere", per esempio, l' eccidio bresciano dalla strage della Banca dell' Agricoltura di Milano. "Non sono infatti uno il remake dell'altro - ha spiegato Pellegrino - anche se indubbiamente qualche cosa le collega". Piazza Fontana, secondo Pellegrino, ha "un input politico-istituzionale". L' intenzione non era, come hanno detto Sogno e Taviani, quella di procurare morti. "I morti derivano da un errore di posizionamento del timer - ha detto - oppure da un' iniziativa degli esecutori che hanno voluto portare piu' in la l'aggressione e l' attacco". Le stragi successive (Questura di Milano, Peteano, Brescia e Italicus) sono, invece secondo Pellegrino quelle "di una manovalanza" delle organizzazioni di estrema destra che avevano avuto un lungo rapporto con i servizi segreti. "Quando i servizi e gli apparati di sicurezza nel loro complesso hanno disdettato questo patto e cominciato a picchiare sugli alleati di prima - ha affermato Pellegrino - sono avvenute stragi di tipo reattivo". Queste ultime non sono, quindi, strettamente stragi di Stato, secondo Pellegrino, il quale ha detto, pero', che "i depistaggi sono stati indubbiamente di Stato".

23 dicembre - Il sedicesimo anniversario della strage del rapido 904 Napoli-Milano è celebrato alla stazione centrale con una manifestazione promossa dalla "Associazione tra i feriti ed i familiari delle vittime". Alle 12.55, ora in cui partì il rapido 904, sono state azionate le sirene dei treni mentre i promotori dell'iniziativa deponevano una corona di fiori alla testa del binario 11. Il presidente dell'Associazione, Antonio Calabrò, ha elencato i nomi delle diciassette vittime.

28 dicembre – “Il Corriere della sera” pubblica un’ intervista in carcere a Mario Tuti, ex terrorista di destra:
“LIVORNO - Fascista era fascista, e pure assassino. Bombarolo invece no, dice lui, e alla fine l’ha spuntata con l’assoluzione per la strage dell’Italicus. Oggi è un’altra persona, anche se gli occhiali a goccia e i baffi sottili rimandano al tempo andato di venti o venticinque anni fa, quando Mario Tuti era Mario Tuti, il «camerata» che sfidava i giudici entrando in tribunale col braccio teso nel saluto romano: un mito per i ragazzi come Andrea Insabato, cresciuti nei ghetti dell’estrema destra. E adesso? «Adesso mi dispiace davvero, perché quello lì mi sembra un povero disgraziato. Ho visto le sue immagini in tv, con il cappello peruviano e le bandiere con le croci: pareva un disadattato, bisognoso d’aiuto. Come si può pensare ancora di fare politica con la violenza e con le bombe? Al manifesto poi, che è l’unico giornale che dà un po’ di voce ai detenuti, compresi quelli politici...». Scuote la testa, il Tuti di oggi, pensando a quell’uomo agli arresti in un letto d’ospedale, con le gambe maciullate. «Ormai sono dieci o quindici anni - continua - che non ha più senso la contrapposizione violenta tra destra e sinistra. Io sono amico di tanti ex brigatisti... Quella della lotta armata è stata un’esperienza tragica che ha provocato soltanto lutti, da tutte le parti; vorrei dirlo a questo Insabato, se davvero è stato lui a portare la bomba: è del tutto inutile, così non si va da nessuna parte». A vederlo e sentirlo parlare, nella sala colloqui del carcere di Livorno, del Mario Tuti che fu restano soltanto gli ergastoli per gli omicidi dei due poliziotti che bussarono alla sua casa di Empoli, nel gennaio del ’75, e del fascista «traditore» Ermanno Buzzi, nel 1981. Delitti commessi in nome di un’ideologia e di uno schieramento mai rinnegati, ma guardati con distacco dal cinquantaquattrenne che oggi si occupa di musica, teatro e cd rom multimediali. «A un certo punto - dice -, io considerai la lotta armata una scelta obbligata, anche se sbagliata, per via d’un clima che non esiste più. Questo qui parla in latino e chiede di incontrare Irene Pivetti: che cosa c’entra coi nostri discorsi di allora?». Pausa. Cambio di scena: dal fascista Insabato al «compagno» Giorgio Panizzari, vecchia conoscenza del galeotto Tuti, accusato di aver partecipato all’omicidio D’Antona firmato dalle nuove Brigate rosse: «Quella poi mi sembra una follia anche sul piano logico. Chi può credere che uno che rapina le mazzette da mille lire insieme a delinquenti comuni possa nel frattempo ricostituire un partito armato per fare la rivoluzione? Ma via, quello è soltanto un modo per tirare avanti, sbagliato quanto si vuole, ma niente di più. Però basta scrivere sul giornale che Panizzari s’è rimesso a fare il terrorista per creare un caso, che resiste fino a quello successivo: la bomba al manifesto . E prima ancora un’altra bomba, al Duomo di Milano».  Quella sarebbe anarchica; un altro ritorno al passato, agli anni del Tuti terrorista nero che commenta: «Ho letto il volantino di rivendicazione, i riferimenti alle lotte politiche dei detenuti. Ma quali lotte? Lo sanno, questi qui, che l’unico movimento di protesta nelle carceri s’è innescato quest’estate con le parole del Papa e s’è spento subito dopo? Ma dove vivono, di che cosa parlano?». Parlano di un mondo che secondo Tuti non c’è più, anche se lui sta ancora in galera, dopo 25 anni filati senza nemmeno un giorno di permesso, protagonista di una stagione che resta densa di misteri. Un ex ministro dell’Interno, il senatore Taviani, ha rivelato solo ora che certi fascisti degli anni Settanta altro non erano che «schegge impazzite» dei servizi paralleli. A cominciare da Tuti, il quale insorge: «Come si permette? Se ha delle prove dica quali sono, altrimenti taccia: io sono disposto ad andare davanti a un giurì d’onore, mettendo sul piatto della bilancia la rinuncia a uscire di galera, se mai un giorno mi sarà concesso. Lo sfido a trovare un solo elemento per dire che io avevo contatti coi servizi segreti, le questure o i carabinieri». Quella di Tuti è una difesa non solo personale, ma di tutto l’ambiente: «Alla fine del 1980, nel carcere di Novara, ci incontrammo con altri fascisti, di Milano e Roma, e mettemmo le cose in chiaro fra noi: non risultò che ci fossero infiltrazioni degli apparati, né responsabilità dirette nelle stragi. Solo su una persona vennero fuori dei sospetti, Buzzi, e li ha pagati cari». Lo strangolarono in carcere, Tuti e Concutelli, il 13 aprile del 1981. Un omicidio che vent’anni dopo l’assassino ricorda con poche, agghiaccianti parole: «Per noi era un infiltrato, una persona schifosa, e quando ci capitò vicino non gli abbiamo dato scampo. Io e Concutelli ci guardammo in faccia e cinque minuti dopo Buzzi era morto. Ci avessimo parlato un po’, forse, sarebbe ancora vivo; uccidere una persona dopo averci discusso è più difficile». Anche su quel delitto pesa il sospetto che non fosse solo una vendetta tra «camerati», che qualcuno avesse ordinato l’eliminazione di un testimone scomodo della strategia della tensione. «Questo è un problema di chi l’ha fatto arrivare vicino a me e Concutelli – ribatte Tuti -, io ho solo fatto quello che avevo in testa, senza preoccuparmi se interessava anche qualcun altro; a me nessuno ha ordinato niente». E i progetti golpisti che si scoprono di tanto in tanto, ultimo quello «liberale» di Edgardo Sogno? «L’unico di cui sentimmo parlare fu quello dell’estate del ’74, un "golpe bianco" del quale noi saremmo stati fra le vittime, dunque anche in quel caso non c’entravamo. Quanto al golpe Borghese o a Gladio, sono tutte cose che ho saputo dopo, in carcere. E che il "gruppo Tuti" fosse estraneo a quelle trame non sono solo io a dirlo; l’hanno dichiarato tanti pentiti. Vorrei anche far notare che tra tutti i terroristi rossi e neri sono uno degli ultimi rimasti in galera. Dei neri, poi, sono proprio l’ultimo, visto che è uscito pure Concutelli. Vi pare la moneta con cui ripagare chi avrebbe agito per conto di qualcuno?»”.
 

 
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