20 marzo - Il giudice bolognese
Maurizio Atzori va in trasferta a Firenze per sentire Gelli, ricoverato,
in regime di arresti domiciliari, all' ospedale di Santa Maria Nuova, per
chiarire la posizione di Ivano Bongiovanni, che e' stata stralciata nell'
ambito del processo ter per la strage dell' Italicus del 1974, ma anche
per sentirlo come parte lesa per calunnie da parte di esponenti dei servizi
segreti in merito al suo presunto ruolo di mandante della strage di Bologna
dell' agosto 1980 e dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ma Licio
Gelli si avvale della facolta' di non rispondere essendo gia' stato condannato
in un procedimento connesso.
23 marzo - Si chiamera' 'Casa della memoria'
e sara' la sezione del centro 'Cultura legalita' democratica', istituito
dalla Regione, dedicata alla raccolta e all' ordinamento di tutto il materiale
relativo alle stragi che hanno insanguinato in nostro Paese dal 1970 ad
oggi, materiale attualmente diviso in piu' sedi. A curare il nuovo archivio
sara' l' associazione no profit 'Coordinamento dare voce al silenzio degli
innocenti', nata nel 1995 con il sostegno e l' adesione dell' associazione
dei familiari delle vittime di piazza Fontana, piazza della Loggia, treno
Italicus, Rapido 904, stazione di Bologna, Ustica, via dei Georgofili,
via Palestro, Moby Prince, Casalecchio di Reno, Luciana e Giorgio Alpi,
Saveria Antiochia, Rita e Salvatore Borsellino, Maria Falcone, Pina Grassi,
Giuseppina La Torre, Simone Dalla Chiesa, Michela Costa, Emma Midrio Bonsignore;
inoltre, dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine e di associazioni
nazionali come Libera e Lega italiana per i diritti e la liberazione dei
popoli. La convenzione triennale tra Regione e Associazione e' stata siglata
dal presidente della Regione Vannino Chiti e da quello di 'Coordinamento
dare voce al silenzio degli innocenti' Paola Bernardo, nella comune convinzione
che “la cura della memoria storica e' componente essenziale dello sviluppo
civile e supporto insostituibile per una integrale educazione alla democrazia”.
4 agosto - In un'intervista
a "La Repubblica", l'ex generale del Sid Gianadelio Maletti, che da circa
20 anni vive in Sudafrica, svela la sua verita' sulle stragi degli anni
'70."La Cia - dice Maletti - voleva creare attraverso la rinascita di un
nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine
nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra.
Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". "La Cia
- precisa - ha cercato di fare in Italia cio' che aveva fatto in Grecia
nel '67, finanziando i fascisti quando il golpe mise fuori gioco Papandreu.
In Italia le e' sfuggita di mano la situazione". "I servizi segreti - continua
Maletti - non erano pienamente consapevoli del piano americano, ma lasciarono
fare. Esisteva un orientamente sostanzialmente favorevole al progetto".
"E il potere politico, che non poteva non sapere, non ci ha mai dato una
direttiva. La vera responsabilita' politica nella strategia della tensione
- conclude - e' che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo
politico ha parlato e agito in termini politici".
4 agosto - In una conferenza stampa
convocata a S.Macuto, il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino,
insieme al capogruppo Ds Walter Bielli, fa il punto dopo l'intervento di
Amato a Bologna, l'intervista di Andreotti di ieri e quella di Maletti
di oggi. Pellegrino chiede ad Amato di essere "conseguente con le sue parole
di Bologna" e di emanare una direttiva perche' si faccia piena luce sul
comportamento degli apparati dello Stato e, in particolare, "si aprano
gli archivi finora inviolabili dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia
di Finanza". "Chiedo ad Amato - ha detto Pellegrino - e parlo a nome della
commissione, degli atti conseguenti alle cose dette a Bologna. Gli chiedo
un input, una direttiva che serva a sollecitare, negli apparati dello Stato,
una memoria istituzionale ancora torbida: vi sono infatti ancora dei documenti
che non sono stati offerti alla commissione, dei funzionari che sanno e
che non parlano". In particolare, Pellegrino distingue gli archivi del
Viminale, "da tempo non piu' off-limits per i magistrati e la commissione"
da quelli dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. "Recentemente
- ha ricordato al riguardo Pellegrino - abbiamo ascoltato il gen.Bonaventura,
che fu uno dei piu' stretti collaboratori del gen. Dalla Chiesa. Da lui
non abbiamo avuto sufficiente chiarezza su fatti, come l'infiltrazione
che sappiamo Dalla Chiesa intraprese nei confronti delle Br, di cui il
generale informava direttamente il ministro dell' Interno dell' epoca,
Virginio Rognoni". Circa le dichiarazioni pubblicate in un'intervista a
"la Repubblica" di Maletti, Pellegrino ha sottolineato che esse "trovano
riscontro negli archivi. Cio' che ha detto Maletti - ha aggiunto - dimostra
che alcune delle critiche che furono rivolte, anche dalla sinistra, alla
relazione Bielli, sono ingiustificate: quei fatti sono in gran parte veri".
Il presidente Pellegrino ha quindi rivolto un appello affinche', alla luce
del nuovo panorama internazionale, si faccia finalmente chiarezza: "Chi
sa parli, sono d'accordo nello storicizzare i problemi ma cio' si potra'
fare solo in un ambito di verita'". "Le parole di Amato a Bologna - ha
concluso Pellegrino - non sono in nessun modo sorprendenti: semmai c'e'
da chiedersi come mai i presidenti del Consiglio di centrosinistra, non
abbiano detto altrettanto". Pellegrino dice anche che alla luce di quanto
detto oggi dal generale Maletti "bisogna rivedere la sentenza di assoluzione
del processo sulla strage dell' Argo 16" e che "Sulla strage dell' Italicus
ne sapremo di piu' quando Taviani ci fara' conoscere la versione completa
delle sue memorie". Lo stesso sen. Giovanni Pellegrino, in una intervista
trasmessa al TG3 della Toscana dice:"Quando abbiamo sentito Taviani ci
disse: 'io penso che gli attentati sui treni avessero una matrice parzialmente
diversa'. Probabilmente - ha detto Pellegrino - gli operatori erano sempre
ragazzi della destra radicale. Penso al fallito tentativo di Nico Azzi
- ha aggiunto riferendosi all' estremista di destra ferito nella preparazione
di un ordigno sul treno Genova-Roma il 7 aprile 1973 - sempre su un treno.
Pero', probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle
stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani - ha proseguito
- non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe
detto qualcosa di piu' soltanto da morto". "Io - ha poi detto Pellegrino
- auguro lunga vita a Taviani, in quel momento pero', probabilmente, sapremo
sull' Italicus qualcosa che ancora oggi non sappiamo". Quanto all' ipotesi
di sentire ancora Taviani, Pellegrino ha risposto: "Non penso che otteremo
nulla. E' una decisione che ha preso e ne parlera' soltanto dopo. Probabilmente
lo preoccupano anche ripercussioni che, nel quadro attuale delle alleanze
dell' Italia, potrebbero aversi se lui dicesse quello che pensa dell' Italicus".
4 agosto - Il presidente del Consiglio,
Giuliano Amato, ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle dichiarazioni
del gen. Maletti secondo cui dietro le stragi degli anni '70 ci sarebbe
la mano della Cia, risponde:"Non ho avuto il tempo di leggere il giornale.
Non ho letto l'intervista a Maletti. Non e' una risposta reticente. Non
ho proprio aperto i giornali".
5 agosto - Il sen. Paolo Emilio Taviani,
in una intervista al quotidiano "Secolo XIX", replica alle dichiarazioni
del gen. Maletti, mentre al sen. Pellegrino, che lo aveva citato a proposito
della strage dell' Italicus, risponde che "sui nostri colloqui non c'e'
nulla di rilevanza internazionale. Si tratta di mie interpretazioni e impressioni,
nessun dato che non sia stato gia' testimoniato dalla magistratura". "Sulle
responsabilita' di Ordine Nuovo nella strage di Piazza Fontana - dice Taviani
- ormai non ci sono piu' dubbi", quanto alla Cia "non credo che abbia organizzato
il collocamento della bomba nella Banca dell' Agricoltura, mi sembra certo
invece che agenti della Cia siano stati tra i fornitori di materiali e
tra i depistatori". E sull' Italicus, che secondo Pellegrino e' da attribuire
alla "destra radicale", Taviani dichiara:"si fermi alla destra. Il termine
'radicale' e' fuorviante". Taviani poi, a proposito della Cia, esprime
perplessita' sulla sua efficienza tecnica in quegli anni: "ben diverso
il discorso per il Mossad, un servizio perfettamente organizzato. Pero'
il Mossad, per quanto risulta a me, ha sempre azioni mirate. Non credo
che sia stato presente a Piazza Fontana ne' nelle stragi dei treni".
9 agosto - Franco Freda e' in detenzione
domiciliare nella sua casa di Brindisi, dove tornera' a fare l' editore.
Freda, che era detenuto sino a ieri nel carcere di Lecce, assistito dagli
avvocati Ladislao Massari di Brindisi e Carlo Gervasi di Lecce, ha ottenuto
i domiciliari 10 giorni prima della espiazione della fine della pena: la
sua liberazione era infatti prevista per il 19 agosto. L'ideologo di estrema
destra, era stato condannato dalla Corte d' Assise di Verona il 20 maggio
1998 a tre anni di reclusione per ricostituzione del partito fascista in
violazione della legge Scelba. In appello la pena per Freda era stata ridotta
ad un anno, modificando il reato in propaganda contro l'immigrazione e,
quindi, in violazione alla legge “Mancino”, riguardante l' istigazione
al razzismo. Freda e’ stao arrestato il primo marzo scorso a Brindisi in
esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di sorveglianza di
Venezia per un residuo pena di sette mesi e quattro giorni relativo alla
condanna inflittagli. L' inchiesta sul “Fronte Nazionale” comincio' nel
1992 a Verona dopo la distribuzione di volantini xenofobi davanti ad alcune
scuole medie della citta' veneta. Fra il materiale propagandistico figurava
il programma del movimento che chiedeva, tra l'altro, la chiusura effettiva
delle frontiere all'immigrazione extraeuropea, l'espulsione dei clandestini,
controlli sanitari e l' istituzione di “centri culturali” per extracomunitari.
Il Tribunale di sorveglianza di Lecce nell'udienza di ieri - e con provvedimento
di oggi - ha concesso la detenzione domiciliare per gli ultimi 10 giorni.
4 settembre – Sono 15 i documenti presentati
in commissione Stragi. Nei circa otto mesi di legislatura che restano l'
obiettivo e' quello di arrivare - come prevede il regolamento- ad una relazione
finale per il Parlamento. Oltre a quello dei Ds su “Stragi e terrorismo
in Italia dal dopoguerra al '74”, che in giugno aveva sollevato polemiche,
il primo in ordine di presentazione e' quello del senatore del PPi Luigi
Follieri dal titolo: “Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra
il '69 ed il 1975”. Su “il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni
'60” il testo depositato dai parlamentari del Polo Enzo Fragala', Alfredo
Mantica e Vincenzo Manca, autori di altri “dossier” tra cui quello su “Il
parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta'
Br su piazza Fontana”. Ma Mantica e Fragala', di An, hanno elaborato anche
documenti sugli “Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza
della Loggia”, su “Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-75”, “Per
una rilettura degli anni '60”, su “La dimensione sovranazionale del fenomeno
eversivo in Italia” e su “I depistaggi di Piazza Fontana”. Fragala' e Mantica,
con Vincenzo Manca e Marco Taradash, si sono occupati quindi anche di Ustica
(“Sciagura aerea del 27 giugno 1980”) e di KGB con “L'Ombra del KGB sulla
politica italiana”. E con altri due parlamentari dell'opposizione, Cosimo
Ventucci e Antonio Leone, hanno poi presentato un documento su “Il
terrorismo e le stragi in Italia”. Solo Mantica, invece, ha depositato
una relazione su “Il problema di definire una memoria storica condivisa
della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica (Un contributo
dall'esperienza della Commissione per la verita' e la riconciliazione in
Sudafrica)”. “Contributo sul periodo 1969-'74” e' il titolo del testo proposto
dal senatore dei Verdi Athos De Luca. Mentre il deputato dei Ds Walter
Bielli si e' occupato di Mario Moretti: “Nuovi elementi concernenti il
brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza”. L' obiettivo e' ora
quello di arrivare ad un confronto per “confezionare” testi omogenei da
votare per la relazione finale.
27 settembre - L'ufficio di presidenza
della commissione stragi decide la prossima audizione del questore Arrigo
Molinari e del senatore a vita Paolo Emilio Taviani, tenendo conto anche
delle richiesta avanzata dal questore e dall'esponente politico di
essere ascoltati, il primo sulla vicenda Senzani, il secondo su temi diversi:
dalla strategia della tensione, alla vicenda Moro. Molinari anni fa aveva
parlato, anche davanti alla Commissione Moro, dei legami di Giovani Senzani
con il Sismi, Paolo Emilio Taviani, in agosto, aveva parlato del ruolo
degli americani in Italia dopo una importante intervista del generale Gian
Adelio Maletti, gia' responsabile dell'ufficio 'D' del Sid che aveva anche
lui illustrato il ruolo giocato dai servizi segreti italiani e stranieri
nella strategia della tensione. Taviani aveva esplitamente chiesto, dopo
le affermazioni fatte dal generale, di essere ascoltato dalla commissione.
14 novembre - Dalle pagine di un giornale
di Francoforte, Friedrich Schaudinn,condannato in Italia a 22 anni per
l'attentato al rapido treno Napoli-Milano, nel dicembre 1984, del quale
si dice totalmente estraneo, lancia accuse pesanti alla giustizia italiana,
e in particolare al responsabile dell'Antimafia Pierluigi Vigna. Schuadinn,
di professione tecnico e all'epoca residente con la famiglia a Ostia, fu
condannato con l'accusa di essere stato il costruttore del sistema di accensione
dell'ordigno esploso mentre il treno percorreva il tratto ferroviario Firenze-Bologna
e che costo' la vita a 15 persone. Grazie a una soffiata dell'ambasciata
tedesca, come racconta alla 'Frankfurter Rundschau', Schaudinn, il quale
oggi ha 61 anni, riusci' a fuggire in Germania poco prima della sentenza
nell'88. Da allora tutti i ricorsi fino alla Cassazione sono stati respinti
dalla giustizia italiana che lo cerca con un mandato di cattura internazionale.
Dall' '88 Schaudinn non ha mai lasciato la Germania.Finora poteva stare
tranquillo: da una parte la procura di Francoforte, in due verifiche del
suo caso, ha contestato gli estremi dell'accusa italiana, e, dall'altra,
la legge tedesca, finora, non consentiva l'estradizione di cittadini della
Germania verso stati Ue. Da due settimane, pero', il governo ha modificato
la legge e Schuadinn teme di essere arrestato ed estradato. Secondo Schaudinn,
pero’, e' improbabile pero' che l' Italia insista per l'estradizione perche'
il caso verrebbe riaperto e la verita' verrebbe a galla: “non vogliono
clamore”, afferma. Schaudinn sostiene che la sola prova addotta contro
di lui dai procuratori, Vigna incluso, fu il nome di un mafioso trovato
nell'indirizzario della sua ditta di allarmi. Il suo caso era una rotella
“nell'ingranaggio della giustizia italiana”, disse l'allora portavoce della
procura di Francoforte Hubert Harth. Nel 1993, racconta ancora Schaudinn,
quando studiava a Francoforte per avere la licenza di tassi', Vigna addirittura
lo accuso' dell'attentato agli Uffizi a Firenze. Tentativi di indurlo a
pronunciarsi sul caso sono finiti tutti nel vuoto.
6 dicembre – Il “Corriere della sera” scrive
che agli atti del processo di piazza Fontana e’ stata depositata la testimonianza
resa dal senatore a vira Paolo Emilio Taviani a due ufficiali dei carabinieri.
Il verbale ha la data del 7 settembre 2000. Taviani dice che “In sintesi
la chiave di lettura della storia italiana dalla primavera del 1947 al
1989 sta nella doppia politica estera. In uno scenario di tale gravita’
sono esplose tre drammatiche crisi: 1964, 1969-70, 1973-75”.
Sulla prima crisi, quella del 1964, Taviani racconta
che il presidente Antonio Segni torno’ da una visita in Francia, il 22
febbraio, “impressionato dall’ organizzazione antistalinista dei francesi:
Mi chiese piu’ volte cosa avessimo previsto in caso di insurrezione armata
comunista. Gli ho sempre risposto che, dopo la sconfitta interna dei secchiani,
ne’ io ne’ Vicari, capo della polizia, ne’ l’ arma avevamo preoccupazioni
di tal genere”. Da allora Segni “non ricevette piu’ Vicari, ma soltanto
De Lorenzo. Poi allontano’ da se’ a poco a poco anche Cossiga. Li riteneva
troppo di sinistra”. Taviani parla di alcune persone che alimentavano i
timori di Segni e fa i nomi di Merzagora, Bucciarelli Ducci, Martino, Pacciardi,
Eugenio Reale, Renato Angilillo, “un cospicuo mondo politico trasversale.
Parlamentari, alti funzionari, magistrati, alti ufficiali, che in buona
fede vedevano un pericolo nella nostra apertura a sinistra. C’ erano dei
democristiani, ma non tutti lo erano, dei massoni, ma non tutti. Erano
sobillati dalla Cia ? A dire il vero era accaduto il contrario: qualcuno
dei personaggi citati aveva espresso a personaggi di Paesi a noi alleati
le nostre preoccupazioni”.
Taviani colloca la strage di piazza Fontana,
“la madre delle stragi”, in un clima di debolezza e gelosie dei servizi
in cui “i gruppuscoli di estrema destra si gonfiarono fino a costituire
una galassia distaccata dal Msi”. Per taviani pero’ “c’ e’ un punto fondamentale
per capire la strage ed e’ che la bomba, nell’ intenzione degli attentatori,
non avrebbe dovuto procurare alcun morto”. Taviani aggiunge che “la sera
del 12 dicembre 1969 il dott. Fusco, un agente di tutto rispetto del Sid,
defunto negli anni ’80, stava per partire per Milano con l’ ordine di impedire
attentati. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era scoppiata. Da
Padova a Milano si mosse, per depistare le colpe veso la sinistra, un ufficiale
del Sid, Del Gaudio. Questi due dati sono indizi, se non prove, di atteggiamenti
contrastanti nello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell’ Arma di
Milano e di Padova vi furono deviazioni”. Taviani dice anche che la notizia
su Fusco gli fu “rivelata da un religioso” e “poi confermata da Miceli”.
Un’ atra fase viene individuata da Taviani dopo
lo scioglimento di Ordine Nuovo. “Nel periodo dello sfascio del Sifar e
della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento
parecchi confidenti, veri e propri ‘servizi paralleli’, spesso equivocati
con Gladio, mentre con essa non avevano nulla a che vedere. Quando, dopo
lo scioglimento di Ordine Nuovo, le questure e alcuni settori dell’ arma
rettificarono la loro azione, alcuni di questi agenti si trovarono diffidati
e respinti. A mio sommesso parere stanno qui le schegge impazzite che imperversarono
soprattutto in Toscana. Mario Tuti, che quando fu scoperto uccise due poliziotti,
era un tipico esponente di queste schegge, di estrema destra, impazzite”.
9 dicembre - Il presidente dell'associazione
familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia, Manlio Milani
invita Paolo Emilio Taviani "a contribuire al disvelamento della verita'
sulle stragi" e ad aiutare "a sconfiggere il vero segreto di Stato di oggi:
quello del silenzio". In una lettera aperta a Taviani, Milani afferma
che "cio' di cui si sta discutendo in questi giorni (il testamento di Edgardo
Sogno e il suo tentativo di golpe nel '74), riguarda l' insieme della nazione
e non solo i familiari delle vittime delle stragi di quel "terribile 1974":
quella di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus, 20 morti
e 146 feriti. "Lei puo' contribuire in modo determinante - dice Milani
- a ricostruire cio' che accadde in quei giorni, a rompere finalmente quel
muro di omerta' che ha impedito (e tuttora impedisce) l'affermarsi della
verita' storico-politica e quella giudiziaria". Di verita' - afferma il
presidente dell' associazione dei familiari delle vittime di piazza della
Loggia - c'e' bisogno oggi per capire effettivamente quanto accaduto "in
quel terribile 1974", "le ragioni (i protagonisti) che hanno ispirato il
silenzio". Tutto questo - si dice nella lettera aperta di Milani - anche
per rendere possibile una memoria condivisa al di fuori di strumentali
revisionismi imperanti, esclusivamente funzionali al presente". "I silenzi
di oggi - conclude Milani - ci appaiono incomprensibili e se persistenti
finiscono oggettivamente per trasformarsi in complicita'. Non solo. Quei
silenzi minano alle radici delle nostre istituzioni e le sottopongono a
continui ricatti politici. E gia' questo dovrebbe essere piu' che sufficiente
per 'dire cio' che si sa'".
16 dicembre - In un dibattito a Radio Popolare
con il pm Armando Spataro, il presidente della commissione stragi Giovanni
Pellegrino dice che uno dei carcerieri di Moro fu aiutato ad evadere dal
carcere perche' portasse a Mario Moretti, capo delle BR, e potrebbe "essere
sfuggito al controllo". Partecipando ad un dibattito a Brescia sul suo
libro "Il segreto di Stato" con il sen. Alfredo Mantica e il capogruppo
del centrosinistra in Regione, Mino Martinazzoli, sollecitato dai cronisti,
torna sull' argomento. A rivelare questo particolare sarebbe stato "un
autorevole esponente della prima Repubblica", durante un interrogatorio
davanti ad un ufficiale di polizia giudiziaria dei Ros. Il presidente della
Commissione Stragi ha detto che sapeva questo "da tempo". Non ho mai voluto
dirlo - ha concluso – ma il dottor Spataro mi ha messo con le spalle al
muro, ed ho dovuto dirlo!". A Radio Popolare, secondo la trascrizione del
dibattito diffusa dall'emittente, a un certo punto la discussione fra Pellegrino
e Spataro si e' accesa a proposito del presunto ruolo dei carabinieri nella
strategia della tensione, nella vicenda della violenza subita da Franca
Rame, nella gestione della scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso.
Alle accuse di Pellegrino, Spataro ha risposto tra l'altro: "Il metodo
di analisi per cui si collega Franca Rame a via Monte Nevoso e' un metodo
non scientifico. Io non difendo i carabinieri, io difendo la verita'. Non
escludo che in talune ipotesi, attraverso tecniche investigative poco corrette,
si siano perseguiti fini non di verita': io dico che in quella operazione
e' stato fatto cio' che era doveroso, corretto". A quel punto Pellegrino
ha ribattuto: "Io mi assumo la responsabilita' di dirle che tra poco si
sapra' che un illustre uomo politico italiano ha affidato a un verbale
di polizia giudiziaria che uno dei carcerieri di Aldo Moro era stato lasciato
evadere perche' portasse a Moretti. E mi assumo la responsabilita' di dire
che, puo' darsi, che anziche' portare a Moretti sia sfuggito al controllo".
"Lei deve ammettere - ha aggiunto Pellegrino rivolto a Spataro - che sarebbe
scientifico, in quel caso, andare fino in fondo e domandarsi perche' questo
e' avvenuto". Pellegrino dice anche che la Procura di Brescia nelle indagini
sulla strage di Piazza della Loggia sta facendo "un buon lavoro". "I magistrati
bresciani - ha detto Pellegrino - completeranno, probabilmente, il lavoro
della Procura di Milano e dei giudici istruttori come Salvini e Lombardi".
La strage di Brescia, per il presidente della Commissione, si colloca infatti
nel quadro degli anni '69-'74, "gia' sufficientemente chiarito", soprattutto
dopo le ultime dichiarazioni dell' ex ministro dell' Interno Taviani, e
per altri particolari contenuti nel libro di Edgardo Sogno. Rivelazioni,
queste, che aiutano "a comprendere e distinguere", per esempio, l' eccidio
bresciano dalla strage della Banca dell' Agricoltura di Milano. "Non sono
infatti uno il remake dell'altro - ha spiegato Pellegrino - anche se indubbiamente
qualche cosa le collega". Piazza Fontana, secondo Pellegrino, ha "un input
politico-istituzionale". L' intenzione non era, come hanno detto Sogno
e Taviani, quella di procurare morti. "I morti derivano da un errore di
posizionamento del timer - ha detto - oppure da un' iniziativa degli esecutori
che hanno voluto portare piu' in la l'aggressione e l' attacco". Le stragi
successive (Questura di Milano, Peteano, Brescia e Italicus) sono, invece
secondo Pellegrino quelle "di una manovalanza" delle organizzazioni di
estrema destra che avevano avuto un lungo rapporto con i servizi segreti.
"Quando i servizi e gli apparati di sicurezza nel loro complesso hanno
disdettato questo patto e cominciato a picchiare sugli alleati di prima
- ha affermato Pellegrino - sono avvenute stragi di tipo reattivo". Queste
ultime non sono, quindi, strettamente stragi di Stato, secondo Pellegrino,
il quale ha detto, pero', che "i depistaggi sono stati indubbiamente di
Stato".
23 dicembre - Il sedicesimo anniversario
della strage del rapido 904 Napoli-Milano è celebrato alla stazione
centrale con una manifestazione promossa dalla "Associazione tra i feriti
ed i familiari delle vittime". Alle 12.55, ora in cui partì il rapido
904, sono state azionate le sirene dei treni mentre i promotori dell'iniziativa
deponevano una corona di fiori alla testa del binario 11. Il presidente
dell'Associazione, Antonio Calabrò, ha elencato i nomi delle diciassette
vittime.
28 dicembre – “Il Corriere della sera”
pubblica un’ intervista in carcere a Mario Tuti, ex terrorista di destra:
“LIVORNO - Fascista era fascista, e pure assassino.
Bombarolo invece no, dice lui, e alla fine l’ha spuntata con l’assoluzione
per la strage dell’Italicus. Oggi è un’altra persona, anche se gli
occhiali a goccia e i baffi sottili rimandano al tempo andato di venti
o venticinque anni fa, quando Mario Tuti era Mario Tuti, il «camerata»
che sfidava i giudici entrando in tribunale col braccio teso nel saluto
romano: un mito per i ragazzi come Andrea Insabato, cresciuti nei ghetti
dell’estrema destra. E adesso? «Adesso mi dispiace davvero, perché
quello lì mi sembra un povero disgraziato. Ho visto le sue immagini
in tv, con il cappello peruviano e le bandiere con le croci: pareva un
disadattato, bisognoso d’aiuto. Come si può pensare ancora di fare
politica con la violenza e con le bombe? Al manifesto poi, che è
l’unico giornale che dà un po’ di voce ai detenuti, compresi quelli
politici...». Scuote la testa, il Tuti di oggi, pensando a quell’uomo
agli arresti in un letto d’ospedale, con le gambe maciullate. «Ormai
sono dieci o quindici anni - continua - che non ha più senso la
contrapposizione violenta tra destra e sinistra. Io sono amico di tanti
ex brigatisti... Quella della lotta armata è stata un’esperienza
tragica che ha provocato soltanto lutti, da tutte le parti; vorrei dirlo
a questo Insabato, se davvero è stato lui a portare la bomba: è
del tutto inutile, così non si va da nessuna parte». A vederlo
e sentirlo parlare, nella sala colloqui del carcere di Livorno, del Mario
Tuti che fu restano soltanto gli ergastoli per gli omicidi dei due poliziotti
che bussarono alla sua casa di Empoli, nel gennaio del ’75, e del fascista
«traditore» Ermanno Buzzi, nel 1981. Delitti commessi in nome
di un’ideologia e di uno schieramento mai rinnegati, ma guardati con distacco
dal cinquantaquattrenne che oggi si occupa di musica, teatro e cd rom multimediali.
«A un certo punto - dice -, io considerai la lotta armata una scelta
obbligata, anche se sbagliata, per via d’un clima che non esiste più.
Questo qui parla in latino e chiede di incontrare Irene Pivetti: che cosa
c’entra coi nostri discorsi di allora?». Pausa. Cambio di scena:
dal fascista Insabato al «compagno» Giorgio Panizzari, vecchia
conoscenza del galeotto Tuti, accusato di aver partecipato all’omicidio
D’Antona firmato dalle nuove Brigate rosse: «Quella poi mi sembra
una follia anche sul piano logico. Chi può credere che uno che rapina
le mazzette da mille lire insieme a delinquenti comuni possa nel frattempo
ricostituire un partito armato per fare la rivoluzione? Ma via, quello
è soltanto un modo per tirare avanti, sbagliato quanto si vuole,
ma niente di più. Però basta scrivere sul giornale che Panizzari
s’è rimesso a fare il terrorista per creare un caso, che resiste
fino a quello successivo: la bomba al manifesto . E prima ancora un’altra
bomba, al Duomo di Milano». Quella sarebbe anarchica; un altro
ritorno al passato, agli anni del Tuti terrorista nero che commenta: «Ho
letto il volantino di rivendicazione, i riferimenti alle lotte politiche
dei detenuti. Ma quali lotte? Lo sanno, questi qui, che l’unico movimento
di protesta nelle carceri s’è innescato quest’estate con le parole
del Papa e s’è spento subito dopo? Ma dove vivono, di che cosa parlano?».
Parlano di un mondo che secondo Tuti non c’è più, anche se
lui sta ancora in galera, dopo 25 anni filati senza nemmeno un giorno di
permesso, protagonista di una stagione che resta densa di misteri. Un ex
ministro dell’Interno, il senatore Taviani, ha rivelato solo ora che certi
fascisti degli anni Settanta altro non erano che «schegge impazzite»
dei servizi paralleli. A cominciare da Tuti, il quale insorge: «Come
si permette? Se ha delle prove dica quali sono, altrimenti taccia: io sono
disposto ad andare davanti a un giurì d’onore, mettendo sul piatto
della bilancia la rinuncia a uscire di galera, se mai un giorno mi sarà
concesso. Lo sfido a trovare un solo elemento per dire che io avevo contatti
coi servizi segreti, le questure o i carabinieri». Quella di Tuti
è una difesa non solo personale, ma di tutto l’ambiente: «Alla
fine del 1980, nel carcere di Novara, ci incontrammo con altri fascisti,
di Milano e Roma, e mettemmo le cose in chiaro fra noi: non risultò
che ci fossero infiltrazioni degli apparati, né responsabilità
dirette nelle stragi. Solo su una persona vennero fuori dei sospetti, Buzzi,
e li ha pagati cari». Lo strangolarono in carcere, Tuti e Concutelli,
il 13 aprile del 1981. Un omicidio che vent’anni dopo l’assassino ricorda
con poche, agghiaccianti parole: «Per noi era un infiltrato, una
persona schifosa, e quando ci capitò vicino non gli abbiamo dato
scampo. Io e Concutelli ci guardammo in faccia e cinque minuti dopo Buzzi
era morto. Ci avessimo parlato un po’, forse, sarebbe ancora vivo; uccidere
una persona dopo averci discusso è più difficile».
Anche su quel delitto pesa il sospetto che non fosse solo una vendetta
tra «camerati», che qualcuno avesse ordinato l’eliminazione
di un testimone scomodo della strategia della tensione. «Questo è
un problema di chi l’ha fatto arrivare vicino a me e Concutelli – ribatte
Tuti -, io ho solo fatto quello che avevo in testa, senza preoccuparmi
se interessava anche qualcun altro; a me nessuno ha ordinato niente».
E i progetti golpisti che si scoprono di tanto in tanto, ultimo quello
«liberale» di Edgardo Sogno? «L’unico di cui sentimmo
parlare fu quello dell’estate del ’74, un "golpe bianco" del quale noi
saremmo stati fra le vittime, dunque anche in quel caso non c’entravamo.
Quanto al golpe Borghese o a Gladio, sono tutte cose che ho saputo dopo,
in carcere. E che il "gruppo Tuti" fosse estraneo a quelle trame non sono
solo io a dirlo; l’hanno dichiarato tanti pentiti. Vorrei anche far notare
che tra tutti i terroristi rossi e neri sono uno degli ultimi rimasti in
galera. Dei neri, poi, sono proprio l’ultimo, visto che è uscito
pure Concutelli. Vi pare la moneta con cui ripagare chi avrebbe agito per
conto di qualcuno?»”.