ALMANACCO DEI "MISTERI D' ITALIA"

Le notizie del 2000

 


 
 
 
 

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4 gennaio - A nove anni dalla morte di Andrea Moneta, il carabiniere romano di 21 anni rimasto ucciso a Bologna, insieme a due commilitoni, in un agguato della banda della Uno Bianca, il padre, Domenico Moneta, in un'intervista a Rds Roma, lancia accuse pesanti contro il prefetto di Roma Enzo Mosino, che al tempo dell'assassinio dei tre militari era prefetto di Bologna. "Se le istituzioni - afferma - avessero mantenuto le promesse fatteci, allora uno poteva dire che tutto sommato ne e' valsa la pena che i nostri figli siano caduti per queste istituzioni. Ma queste istituzioni sono peggio di chi li ha uccisi". Moneta ringrazia invece l'Arma dei Carabinieri, "unica forza - dice Moneta - che ci e' stata vicino. Se non fosse per l' Arma, oggi saremmo in mezzo alla strada o magari sul marciapiede a chiedere l'elemosina".

11 gennaio - Dall' attivita' istruttoria condotta negli ultimi mesi e' emerso un contatto, ritenuto importante dagli inquirenti, tra l'ex ufficiale del Sios della Marina Angelo Demarcus, trovato in possesso dei falsi dossier su Luciano Violante e Stefania Ariosto, con uno dei componenti della banda della Magliana, Alessandro D'Ortenzi, detto 'er Zanzarone', e con il furto avvenuto nel caveau della banca di Roma interna agli uffici giudiziari di Roma. La collusione tra Demarcus e 'Zanzarone' avrebbe avuto il fine, tra l'altro, di danneggiare due magistrati della procura e del tribunale di Roma. Le indagini si soffermano molto anche sulle "misteriose visite notturne" di cui sono stati oggetto gli uffici di alcuni magistrati proprio nel periodo in cui i magistrati di Perugia ritengono che si sia preparato il furto al caveau e durante il quale Massimo Carminati (estremista di destra gia' processato per legami con la banda della Magliana) sarebbe entrato ed uscito a piacimento dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. In particolare, in uno degli uffici e' stata forzata la porta, in un altro sono stati ritrovati fascicoli spostati e bicchieri sporchi di bevande che nessuna delle persone autorizzate ad entrare aveva usato, una stampante manomessa e addirittura la porta di un importante ufficio del terzo piano del tribunale lasciata ostentatamente spalancata. Gli inquirenti adesso hanno messo insieme indizi e risultati di indagini in corso o gia' concluse e stanno lavorando sull'ipotesi che vi sia un forte collegamento tra l'attivita' di formazione di falsi dossier contestata a Demarcus e l'attivita' notturna durata un anno e mezzo negli uffici giudiziari della capitale. L'ex ufficiale del Sios fu arrestato il 17 gennaio 1998 perche' ritenuto dai Pm Maria Monteleone e Giovanni Salvi l'uomo che avrebbe confezionato materialmente il falso dossier pubblicato da 'L'Avanti della domenica' in cui si sosteneva che Stefania Ariosto fosse un agente dei servizi segreti. A Demarcus fu contestata la contraffazione di atti pubblici di fede privilegiata consumata attraverso la contraffazione di atti di polizia giudiziaria. Nell'inchiesta e' rimasto coinvolto anche l'ex ministro della difesa Cesare Previti, la cui posizione insieme con quella di Giorgio Zicari e' stata stralciata perche' le indagini richiedono tempi piu' lunghi.  Nel settembre 1999 Demarcus e' finito nell'inchiesta sul falso dossier ai danni del presidente della Camera Luciano Violante. Tra gli indagati per questa vicenda compaiono pure Francesco Pazienza, due poliziotti e un agente della Criminalpol. Demarcus, secondo indiscrezioni, all' indomani dell'uscita dal carcere parlo' proprio con 'Zanzarone' delle attivita' in cui era coinvolto e di magistrati ritenuti "scomodi". 'Zanzarone', al secolo Alessandro D'Ortenzi, si autodefini', davanti alla prima Corte d'Assise che giudicava gli imputati della banda della banda della Magliana, come uno dei fondatori della 'batteria del Testaccio', un gruppo di rapinatori che agiva a Roma negli anni '70, nonche' un "nazifascista convinto" ed e' stato sempre ritenuto dagli inquirenti come un elemento di spicco dell'organizzazione criminale romana. Fu proprio lui davanti ai giudici della Corte a sostenere che i due magistrati titolari delle indagini sulla banda, Otello Lupacchini e Andrea De Gasperis, erano accesi sostenitori dell' allora presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, proprio nel periodo in cui contro quest'ultimo era in corso una pesante campagna di attacco politico. D'Ortenzi, che al momento e' libero, nei mesi scorsi e' stato rinviato a giudizio per tentata estorsione nei confronti dell'avvocato Franco Coppi perche' proprio da questi avrebbe cercato di avere soldi in cambio di una testimonianza favorevole al senatore Giulio Andreotti nell' ambito del processo per l'omicidio di Mino Pecorelli. 

12 gennaio - La giornalista romana Paola Di Giulio sarebbe la persona che ha messo in contatto l'ex ufficiale del Sios della Marina Angelo Demarcus e l'esponente della banda della Magliana Alessandro D'Ortenzi, detto 'Zanzarone'. Per gli inquirenti non si tratta di un nome nuovo poiche' Paola Di Giulio - che in passato ha scritto per 'La Peste' e 'L'Avanti' - e' rimasta coinvolta nell'inchiesta sui falsi dossier confezionati ai danni del presidente della Camera Luciano Violante e della supertestimone dell'inchiesta milanese sui giudici romani, Stefania Ariosto, in cui Demarcus e' indagato. Dalle indagini romane intanto e' anche emerso il coinvolgimento di un'altra giornalista nella costruzione di altri dossier finiti nelle inchieste dei pm romani Maria Monteleone e Giovanni Salvi.

13 gennaio - L' Avvocatura generale dello Stato accetta di aprire un tavolo di trattative sulla questione dei risarcimenti ai familiari delle vittime della banda della Uno bianca, accogliendo una richiesta formulata dagli avvocati di parte civile che rappresentano i familiari dei 24 morti e i 100 feriti vittime, tra il 1987 e il 1994, in Emilia-Romagna e nelle Marche, della banda composta in prevalenza da poliziotti della questura di Bologna. Lo annunciano gli stessi avvocati di parte civile dopo che il presidente della quarta sezione della Corte di Cassazione ha comunicato il rinvio del processo davanti alla Suprema corte dal 24 gennaio all' 11 aprile. Il rinvio e' stato disposto proprio dopo che l' Avvocatura generale dello Stato ha accettato di sedersi al tavolo con le parti civili, dando una disponibilita' fin qui negata dall' Avvocatura dello Stato di Bologna. La questione riguarda i circa 18 miliardi di risarcimento gia' concessi come provvisionale dalla Corte d' Assise d' Appello di Bologna, che ha condannato il Ministero dell' Interno come responsabile civile dei delitti della banda cappeggiata dai fratelli Roberto e Fabio Savi. Qualora la trattativa andasse in porto (in questo caso l' Avvocatura si dovrebbe impegnare a pagare le spese legali), all' udienza dell' 11 aprile ci saranno solamente gli imputati, i loro difensori e l' Avvocato generale dello Stato, mentre non si dovrebbero piu' presentare gli avvocati di parte civile. In quel caso, infatti, anche se la Cassazione assolvesse il Ministero, non sarebbe piu' in discussione la restituzione dei risarcimenti. 

20 gennaio - Il tribunale di sorveglianza di Milano dichiara inammissibile l' istanza di semiliberta' presentata Mario Tuti, detenuto a Voghera. Per accedere alla semiliberta', secondo le motivazioni del tribunale di sorveglianza, nel caso di Tuti e' necessario aver espiato almeno 20 anni di carcere. Una condizione che per Tuti non sussiste in quanto, dopo il duplice omicidio di Empoli, il 13 aprile 1981 uccise in carcere Ermanno Buzzi, un altro estremista di destra, e l' esecuzione dell' ergastolo al quale venne condannato decorre dalla data di esecuzione di quest' ultimo delitto. Successivamente Tuti venne anche condannato per la rivolta nel carcere di Porto Azzurro nel 1987. Tuti, in carcere, si e' iscritto al Conservatorio, e' esperto in informatica e assiste anche una ragazzina disabile, che ha il permesso di entrare in carcere per incontrarlo. Aveva chiesto la semiliberta' e una riduzione della pena, che nel suo caso e' l'ergastolo. In una lettera ai magistrati e in una breve dichiarazione in aula, il detenuto ha sostenuto di essere profondamente cambiato. 

25 gennaio - Presentato a Milano il libro "L' altra faccia della medaglia" di Maria Eleonora Guasconi, edito da Rubettino. Il libro si occupa dei condizionamenti, ufficiali e non, che gli Usa misero in atto in Italia durante la Guerra fredda, nell' ambito della lotta al comunismo. "L' intervento Usa - ha spiegato la Guasconi, giovane storica toscana - per la lotta al comunismo in Italia riguardo' tre settori: la cosiddetta guerra psicologica, il tentativo di contrastare la Cgil e favorire nel contempo la nascita di sindacati anticomunisti e gli interventi nel settore delle relazioni industriali". Ci fu anche un piano denominato 'Demagnetize' (smagnetizzazione) operante tra il '52 e il '53 che poi fu congelato ma alcuni aspetti vennero comunque portati avanti "come ad esempio i prestiti alle industrie, tra cui la Fiat per far calare la presenza di operai e sindacalisti comunisti in fabbrica". Gli Usa tentarono di esportare il loro modello di organizzazione industriale ma fu la parte del piano in cui ebbero meno successo: la Fiat 600 ne e' un esempio, un' auto radicalmente diversa dal modello di auto che gli americani avrebbero voluto fosse prodotta. 

28 gennaio - La corte di assise di appello di Roma emette la sentenza nei confronti dei componenti delle banda della Magliana e di quella di Montespaccato ritenuti responsabili del sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, avvenuto il 7 novembre 1977 e conclusosi con la morte dell' ostaggio. I giudici, riformando una precedente sentenza che aveva distinto ruoli e responsabilita' delle due bande, ha inflitto il carcere a vita a Giovanni De Gennaro (capo della gang di Montespaccato gia' assolto nel 1996 sempre in appello) in quanto considerato il giustiziere del duca Grazioli. Maurizio Abbatino, il pentito della Magliana che con le sue rivelazioni aveva permesso di fare luce sul sequestro, si e' visto aumentare la pena da otto anni e sei mesi a dieci anni di reclusione. La corte ha inoltre deciso di condannare a 26 anni di carcere Enrico Mariotti a 24 anni  Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Giorgio Paradisi, Emilio Castelletti e Franco Catracchi, a 18 anni, poiche' seminfermo di mente, a Marcello Colafigli. Confermata l' assoluzione di Stefano Tobia. I difensori degli imputati condannati, in particolare l' avvocato Giannantonio Minghelli, hanno annunciato che impugneranno la sentenza.
 

31 gennaio - La Corte di Cassazione respinge il ricorso avanzato dai legali dell'ex faccendiere Flavio Carboni contro l'ordinanza con la quale il Tribunale della Liberta' di Milano, il 22 ottobre 1999, aveva confermato la custodia cautelare emessa nell'ambito di una inchiesta della Dda di Milano e di Roma su un riciclaggio internazionale di miliardi provenienti dal narcotraffico. Oltre al ricorso di Carboni, che rimane in carcere, i giudici della VI sezione penale della Suprema Corte hanno respinto anche l'istanza dei legali di Andrea Carboni, fratello di Flavio, finanziere, che chiedeva la revoca degli arresti domiciliari concessigli per motivi di salute. Invece la Suprema Corte ha annulato con rinvio al Tribunale di Milano, per nuovo esame, l'ordinanza che imponeva la detenzione cautelare per Claudio e Andrea Marco Carboni, figli del faccendiere. Per l'accusa Flavio Carboni si sarebbe adoperato per riciclare in operazioni immobiliari in Sardegna miliardi provenienti dagli affari illeciti di Pasquale Centore, uno dei massimi narcotrafficanti, arrestato lo scorso febbraio e divenuto collaboratore di giustizia. Nella stessa inchiesta e' stato arrestato Giorgio Pelossi - fermato a Chicago su ordine del gip Maurizio Grigo - che risulta essere uno dei testimoni d'accusa contro Karlheinz Schreiber (di cui Pelossi fu per anni collaboratore), l'uomo d'affari tedesco-canadese coinvolto nello scandalo tedesco delle tangenti alla Cdu. 

1 febbraio - Carmine Fasciani, latitante mafioso ricercato in campo internazionale per associazione a delinquere finalizzata a traffico di stupefacenti, usura, estorsione, gia' organico alla banda della Magliana, e' stato arrestato dal personale del centro operativo Dia di Roma a Soltau-Bassa Sassonia (Germania). L'operazione e' stata svolta in stretto contatto con il Bka tedesco e a conclusione di ricerche iniziate da alcuni mesi sul litorale romano e di continui scambi di notizie con l'organo di polizia tedesco. Fasciani, nato a Capistrello (L'Aquila) del '59, residente a Ostia e' considerato  dagli investigatori un personaggio di spicco della criminalita' organizzata dl litorale romano. L'arresto ha permesso il sequestro di documentazione ritenuta interessante e una somma di denaro, circa un miliardo. 

4 febbraio - Il settimanale "Panorama" pubblica un servizio su "una clamorosa perizia effettuata su incarico della procura di Verona", secondo cui la testina rotante della macchina da scrivere usata dai terroristi della colonna brigatista veneta per scrivere i comunicati di rivendicazione del sequestro Dozier e' quasi certamente la stessa usata di recente dai nuovi brigatisti. Le analogie tra le 'testine', in particolare, sarebbero state rilevate su un documento fatto trovare a Mestre il 20 novembre 1999 e firmato dagli Nta, i nuclei territoriali antimperialisti che con le Br hanno rivendicato l'omicidio del prof. Massimo D'Antona, avvenuto il 20 maggio del '99. Sempre secondo il settimanale nel documento di novembre gli Nta annunciavano una 'prossima risoluzione strategica' per il gennaio 2000 che tiene ancora in allerta polizia, carabinieri e servizi di sicurezza. Il procuratore della repubblica di Verona Guido Papalia dichiara che "Le analogie tra le testine usate nei documenti Br di un tempo e quelle del piu' recente rinvenuto tra l'altro a Mestre costituiscono soltanto una delle ipotesi investigative che stiamo praticando". "I motivi che ci inducono a leggere una continuita' nei documenti - ha detto ancora Papalia - riguardano piu' in generale anche altri elementi stilistici e di contenuto che il nuovo volantino firmato Nta (nuclei territoriali antimperialisti) ha in comune con i precedenti".

4 febbraio - Il gip fiorentino Antonio Crivelli, al termine di un' udienza di 2 ore, ritiene prescritto (essendo trascorsi piu' di 20 anni dal fatto) il reato di cui era imputato Vito Biancorosso, 42 anni, ex di Prima Linea, che ha ammesso la sua piena responsabilita' per l' assassinio dell' agente di polizia Fausto Dionisi nel corso di un attentato al carcere fiorentino delle Murate, il 20 gennaio 1978. Biancorosso, arrestato in Francia e estradato in Italia per altri reati, tra cui alcune rapine, nell' ottobre del 1980, nel 1981 decide di avvalersi del "principio di specialita" sfuggendo cosi' alla procedibilita' nei suoi confronti per l' attentato alle Murate. Procedibilita' che torna ad essere possibile nel giugno 1998, quando Biancorosso rientra in possesso del passaporto. 

4 febbraio - Un volantino con minacce di morte firmato "Colonna romana Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente" e' recapitato per posta celere all' avvocato Carlo Taormina. Il documento fa riferimento alla vicenda di Ovidio Bompressi, episodio per il quale il legale viene catalogato tra i colpevolisti e per questo viene minacciato di morte. Il documento, acquisito dalla Digos della Questura di Roma, e' stato spedito dal quartiere San Lorenzo ed e' stato recapitato alle 13,30 allo studio di Taormina, che pero' lo ha aperto qualche ora piu' tardi. Una ventina di giorni fa l' avvocato aveva ricevuto, sempre nello studio, una telefonata da un anonimo che chiamava da un apparecchio pubblico e lo minacciava di morte. In quel caso non era stata fatta alcuna rivendicazione. Taormina ha detto che e' la prima volta che riceve minacce dalle Br e di non poter essere certo che il volantino sia realmente delle Brigate Rosse: "se non lo e', certamente e' stato messo in atto un depistaggio che nasconde qualche altro settore che si dovra' stabilire. Non escludo nessuno". 

17 febbraio - Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha concesso la grazia parziale all' ex senatore socialista Domenico Pittella, condannato con sentenza irrevocabile, nel 1993, a 12 anni e un mese di reclusione (due anni condonati) per reati di terrorismo. Il provvedimento di clemenza - che e' stato reso noto dallo stesso Pittella - risale allo scorso mese di dicembre, ma si e' conosciuto solo oggi.    Rientrato in Italia nel 1998 dopo un periodo di latitanza trascorso all' estero, Pittella era stato ammesso circa un anno fa al lavoro esterno al carcere, ed aveva operato per un periodo a Roma per conto dell' "Associazione Arci Ora d' Aria". Trasferito successivamente al carcere di Sala Consilina (Salerno), Pittella - secondo quanto egli stesso ha riferito - aveva beneficiato della possibilita' di lavorare a Lauria quale organizzatore dello studio medico dei suoi figli. Nei primi giorni dello scorso mese di novembre, il Tribunale di sorveglianza di Sala Consilina gli aveva concesso la sospensione della pena per gravi motivi di saluti, per cui era tornato definitivamente in liberta'. Alcuni giorni dopo - ha ancora riferito Pittella - ha avuto la grazia parziale su una parte residua della pena. La richiesta di grazia per l' eta' avanzata e gravi motivi di salute era stata presentata il 23 settembre scorso, e il decreto di concessione della grazia parziale e' stato firmato dal presidente Ciampi il 18 novembre. La grazia prevede la riduzione di un terzo circa della condanna, la fine pena era prevista per il 30 luglio 2005, e quindi, calcolando i condoni applicati e quanto e' stato scontato, Pittella, dopo la grazia parziale, avrebbe dovuto ancora scontare tre anni. Il magistrato di sorveglianza ha quindi disposto un periodo di osservazione, due mesi, per l' affidamento in prova ai servizi sociali, periodo che si e' concluso in questi giorni postivamente. Pittella era stato accusato di aver curato nella sua clinica di Lauria (Potenza) la brigatista rossa Natalia Ligas, rimasta ferita nell' attentato compiuto il 19 giugno 1981 a Roma contro l' avvocato Antonio De Vita, difensore del "pentito" Patrizio Peci. Ex senatore socialista, Pittella (che ha sempre respinto le accuse ed ha detto di non essersi potuto sottrarre al proprio dovere di medico) fu condannato il 6 marzo 1992 dalla Corte d' Assise d' Appello di Roma, al termine del processo "Moro ter", a 12 anni e un mese di reclusione per associazione sovversiva e partecipazione a banda armata. Ai terroristi - secondo l' accusa - aveva chiesto in cambio il rapimento (mai avvenuto) dell' ex assessore alla sanita' della Regione Basilicata Fernando Schettini, compagno di partito, che a suo parere, sempre secondo l' accusa, contrastava l' attivita' della sua clinica. La sentenza fu confermata il 10 maggio 1993 dalla Corte di Cassazione, ma Pittella (che era a piede libero), quando seppe di dover tornare in carcere, ando' latitante all' estero. Torno' poi dalla Francia il 28 aprile 1998 e si costitui' nel carcere romano di Rebibbia. Pittella ha 68 anni. E' stato eletto senatore nel 1972, nelle file del Psi, ed e' stato riconfermato nel 1976 e nel 1979. Dal Psi e' stato espulso dopo l' arresto. Ha partecipato, senza successo, alle elezioni del 1992 quale candidato della "Lega delle leghe".

28 febbraio - La prima sezione penale del tribunale di Firenze, presieduta dal giudice Giancarlo Ferrucci, condanna a tre anni di reclusione Donatella Di Rosa "Lady Golpe" per i reati di calunnia e autocalunnia mentre la assolvono perche' il fatto non sussiste dall'accusa di concorso in estorsione. Il pm Paolo Canessa aveva chiesta la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione. La Di Rosa e' stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e al risarcimento di 200 milioni di lire ciascuno alle parti civili che si sono costituite, e quindi, di Franco Monticone, dell' ufficiale dell' esercito Raffaele Iubini, della madre di Gianni Nardi Cecilia Amadio, e di Marcello D' Angeli. L' accusa di truffa - secondo quanto deciso dalla corte della prima sezione - e' da considerarsi estinta perche' il reato e' caduto in prescrizione. Per quanto riguarda l' accusa di tentata estorsione invece, "Lady golpe" e' stata assolta perche' - come spiega la motivazione che e' stata letta contestualmente al dispositivo della sentenza - "da un' attenta disamina del testo trascritto delle registrazioni non e' dato cogliere minacce di alcun tipo, in particolare del tenore riportato nell' imputazione. In verita' vi e' soltanto un accenno a possibili ripercussioni della vicenda sulla carriera militare di Monticone ma esso e' ed appare del tutto svincolato dalla prospettazione di azioni della Di Rosa aventi un tale effetto". Rispetto alle accuse di "calunnia" e "autocalunnia", ha spiegato la corte, "va evidenziato che l' accusa si presentava come particolarmente insidiosa" in quanto "proveniente da persone che potevano effettivamente aver avuto rapporti con Nardi, qualora non fosse deceduto, poiche' Michittu era stato convivente della di lui madre, Cecilia Amadio". L' avvocato di Donatella Di Rosa, Antonino Juvara, ha gia' dichiarato di voler ricorrere in appello. Con la sentenza si chiude, per ora, un caso esploso nell' ottobre 1993, quando la signora di Udine, piu' nota come "Lady golpe" ed il marito, il tenente colonnello Aldo Michittu, avevano rese pubbliche le rivelazioni che da mesi, in segreto, stavano facendo ai magistrati fiorentini. Da quelle dichiarazioni emerse un intrigo di traffici di armi e progetti golpistici che avrebbero avuto per protagonisti il generale Franco Monticone, il latitante tedesco Friedrich Schaudinn e l' estremista di destra Gianni Nardi, morto in Spagna nel 1976. Il 16 ottobre del 1993 venne riesumato in Spagna il corpo di Nardi e in pochi giorni ne fu confermata l' identita'. Il 28 ottobre Di Rosa e Michittu furono arrestati con l' accusa di autocalunnia con finalita' eversive. Col passare dei mesi caddero le accuse contro Monticone. Il processo si era aperto il 15 ottobre 1997 a Firenze e fu subito rinviato al 25 novembre 1998. Nel corso della prima udienza il legale dell' imputata, l' avvocato Antonino Juvara chiese una nuova perizia sul cadavere di Nardi. Nuova perizia contro cui si schierarono sia il pm Paolo Canessa che i legali di parte civile, sostenendo che le due perizie compiute nel corso dell' inchiesta fiorentina avevano accertato senza ombra di dubbio che quel cadavere apparteneva proprio a Nardi. 

1 marzo - Franco Freda e' arrestato a Brindisi, in esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di sorveglianza di Venezia per un residuo pena di sette mesi, relativo alla condanna inflittagli quale ideologo dell'organizzazione estremistica "Fronte nazionale". L'inchiesta sul 'Fronte nazionale', costituito a Milano nel 1992, venne avviata dalla questura di Verona nel settembre dello stesso anno dopo una serie di volantinaggi del Fn davanti ad alcune scuole medie della citta' veneta. Il processo, che vide in veste d'accusa il procuratore Guido Papalia, si concluse nell'ottobre '95 con la condanna di Freda a sei anni di reclusione, oltre che con quelle di altri 45 appartenenti al Fronte, per il reato di ricostituzione del partito fascista. Pena confermata in secondo grado dalla Corte d'assise d'appello di Venezia, ma ridimensionata invece per Freda dalla Cassazione a tre anni, e non piu' per la violazione della legge 645 del 1952, piu' nota come legge Scelba, bensi' per il reato di propaganda all'odio razziale, previsto dalla legge Mancino. Freda, infatti, aveva distribuito volantini nei quali si parlava degli immigrati come fonte di criminalita', dedita allo spaccio di droga e allo sfruttamento della prostituzione. Sulla base di questo pronunciamento, la corte d' assise di Verona - ha spiegato oggi l'avv. Taormina - determino' la continuazione del reato con l'ultima condanna a 12 anni, gia' scontata da Freda per associazione sovversiva. Cio' ha portato al calcolo di una condanna definitiva ad un anno di reclusione, della quale, tolti i  cinque gia' trascorsi agli arresti domiciliari, Freda deve scontare altri sette mesi. 

5 marzo – Il ministro dell'Interno Enzo Bianco partecipa a Zola Predosa alla cerimonia commemorativa di Massimiliano Valenti, una delle vittime della banda della Uno Bianca. Parlando dei fratelli Savi, Bianco dice:"Io posso parlare per me naturalmente, ma sono sicuro che non potranno mai stare in liberta' per le modalita' di un delitto che e' troppo pericoloso perche' qualcuno si prenda la responsabilita' di dar loro scarcerazioni facili". "Noi non li perdoneremo mai - aveva detto prima la presidente dell' Associazione familiari Rosanna Zecchi - e la nostra aspettativa e' che la Cassazione confermi le condanne di Alberto Savi e di Marino Occhipinti che hanno fatto ricorso in Cassazione e che gli altri (i fratelli Fabio e Roberto Savi e Pietro Gugliotta) scontino le condanne in regime di detenzione. Abbiamo paura, viste altre scarcerazioni di ergastolani". "Ritengo la certezza della pena - ha risposto Bianco - un principio di civilta' e il Governo e il Parlamento si impegnano perche' questo principio sia
rispettato. Per evitare che non si ripeta cio' che e' accaduto - ha detto ancora Bianco – ho gia' dato una direttiva ai Prefetti perche' nei pareri sui permessi si tenga conto non solo del comportamento in carcere ma del reato commesso e della pericolosita’”. "Parlando con voi – ha detto ancora Bianco - ho avuto la percezione di incontrare le vittime di una guerra, frutto ovviamente della volonta' criminale ma anche di modelli organizzativi delle strutture dello Stato che forse non avevano capito cosa stesse accadendo" e ha aggiunto: "Non spetta a me dirlo. Certo e' che oggi anche alla luce dell' esperienza questo non sarebbe piu' possibile. Ci possono essere singoli fenomeni criminali all' interno delle forze dell'ordine ma certo non un atteggiamento di sottovalutazione e di mancata reattivita' che indubbiamente c'e' stata". Sui risarcimenti Bianco ha detto che il 28 marzo, prima udienza del processo in Cassazione, "sara' la stessa avvocatura dello Stato a chiedere un breve rinvio affinche' le pratiche che portano a una transazione con i legali che rappresentano le vittime possano essere espletate. Ci faremo carico di trovare un incontro transattivo indipendentemente dall'esito giudiziario".  "Il ricorso - ha anche detto Bianco - dipende dall' Avvocatura dello Stato, non dal Ministro dell' Interno. Io credo pero' che dal punto di vista politico la nostra ferma determinazione e' di mantenere l' impegno che assunsero Prodi, Napolitano e Jervolino: che e' anche il mio. Troveremo una strada per risolvere la questione in modo giuridicamente ineccepibile ma certamente senza tornare indietro rispetto a un gesto il cui valore morale e' di straordinaria intensita’". 

9 marzo - In una interrogazione al presidente del Consiglio, al ministro dell'Interno e a quello della Giustizia, il deputato leghista Mario Borghezio chiede notizie sull"'immenso archivio" della banda della Magliana scoperto il 15 aprile del '95 dalla Guardia di finanza con un blitz con il quale si rese necessario, per forzare la blindatura predisposta dall'ex cassiere della banda Enrico Nicoletti, l'uso del plastico. "Quell'archivio - afferma Borghezio - fu portato via con diversi camion e a tutt'oggi non si sa bene cosa contenga". Secondo Borghezio, in quei documenti "risultano esservi comprese informative concernenti personale, anche ad alto livello, delle istituzioni, politici, funzionari di polizia e del Sisde ma anche e, forse soprattutto, magistrati, presumibilmente tenuti sotto ricatto dalla crimalita' organizzata". A Borghezio risulta infatti che "solo in minima parte questa vasta documentazione e' stata sottoposta, come necessario, ad adeguato approfondimento investigativo da parte delle competenti autorita"'. Borghezio chiede quindi al governo "quali urgenti provvedimenti si intenda attivare per portare alla luce, dai polverosi archivi giudiziari, i documenti della banda che costituiscono, per chi voglia indagare in maniera seria, una vera e propria enciclopedia delle attivita' criminali e del connubio criminalita' organizzata-istituzioni". 

17 marzo - L' udienza davanti alla Corte di Cassazione in cui dovra' essere risolta la questione dei risarcimenti ai familiari delle vittime della banda della Uno bianca, in programma per il 28 marzo, e' stata rinviata al 20 giugno. Il rinvio e' stato deciso, su istanza degli avvocati di parte civile, in quanto sono in corso trattative per trovare un accordo sui risarcimenti. "Le dichiarazioni fatte dal Ministro dell' Interno Enzo Bianco una decina di giorni fa a Zola Predosa (Bologna) - ha spiegato l' avv. Mauro Pacilio, uno dei legali di parte civile - hanno dato ulteriore impulso alla trattativa". Bianco, in occasione della commemorazione di Massimiliano Valenti, ucciso sette anni fa dai banditi della Uno bianca, aveva detto che e' impegno morale del Governo e del ministero dell' Interno garantire i risarcimenti. La questione riguarda i circa 18 miliardi di risarcimento gia' concessi come provvisionale dalla Corte di Assise di appello, che ha condannato il Ministero come responsabile civile. L' avvocatura dello Stato aveva fatto ricorso, chiedendo di annullare la condanna del Ministero e la restituzione delle somme gia' versate ai familiari. Al ministero ci sono gia' stati due incontri: uno con Pacilio, l' altro con gli avv.Alessandro Gamberini, Elena Passanti Scota e Maria Grazia Tufariello.

18 marzo - Il consigliere comunale milanese del Prc Umberto Gay, che per rendere pubblica la sua denuncia ha incontrato i giornalisti nel palazzo di giustizia di Milano, dichiara:"Io accuso Mario Corsi di essere nella migliore delle ipotesi la 'spalla' e nella peggiore il killer di Fausto e Iaio". "Mi assumo le mie responsabilita' - spiega Gay, - e per la prima volta siete di fronte ad un soggetto privato che sceglie di accusare una persona con nome e cognome per quel delitto. Tu, Mario Corsi, sei l'assassino di Fausto e Iaio. Il mio obiettivo e' che ci sia una risposta da parte dell' interessato e soprattutto che il giudice Clementina Forleo, che deve decidere se archiviare l' inchiesta, valuti invece l' opportunita' di disporre nuove indagini. Anche perche' la Procura di Milano, tranne le prime indagini compiute dal pm Armando Spataro, se n'e' sempre fregata di questo omicidio". La denuncia pubblica di Gay riaccende i riflettori, nel giorno dell'anniversario, su un duplice delitto di 22 anni fa: Fausto Tinelli e Lorenzo 'Iaio' Iannucci furono assassinati a colpi di pistola la sera del 18 marzo 1978. Per quel gesto, Gay chiama in causa un uomo che e' comparso piu' volte negli atti dell'inchiesta e che figura tra gli indagati per i quali il pm Stefano Dambruoso ha chiesto al giudice Forleo l'archiviazione, come ultimo atto di un'inchiesta tormentata e piu' volte prorogata. Mario Corsi e' un ex militante dell' estrema destra romana "ed oggi - ha detto Gay - e' uno dei capi degli ultras piu' accesi della Roma, conosciuto con il nome di 'Marione’". L'esponente di Rifondazione ha fornito ai giornalisti gli atti di una controinchiesta su Fausto e Iaio condotta anni fa da Radio Popolare, nella quale gia' figurava Corsi (indicato pero' solo con il nome in codice "alfa") ed ha tratteggiato un profilo dell'ex esponente dei Nar caratterizzato da molteplici precedenti per aggressioni ad esponenti della sinistra. Gay ha elencato una serie di elementi e di testimonianze (tra le quali quelle di un pentito dell'area neofascista) di cui dispone la magistratura e che, a suo avviso, dimostrerebbero che Corsi partecipo' all'agguato - forse con il ruolo di killer - nell' ambito di un'operazione voluta da due ambienti eversivi: quello che ruotava attorno al bar "Pirata" di Milano, intenzionato a punire i giovani del Leoncavallo per l' inchiesta che stavano facendo sullo spaccio di eroina, e quello di un gruppo vicino ai Nar, la 'Brigata Franco Anselmi', che avrebbe riunito personaggi di Roma e di Cremona, tra cui Corsi. "E' evidente che agiro' in modo legale: lo denuncero' sicuramente" replica subito Mario Corsi, romano, 41 anni, conduttore del programma giornaliero di calcio "Te lo do' io Tokyo" sulla emittente radiofonica Radio Incontro. "E' assurdo che si facciano affermazioni del genere - ha detto Corsi - quando ci sono stati tantissimi giudici che non mi hanno ritenuto responsabile del duplice omicidio. A quest'ora non sarei libero. Oltrettutto non sono protetto da nessuno, ne' da gruppi politici, Fini e gli altri non mi stanno per niente simpatici, ne' da clan mafiosi, ne' da lobby. Non vedo perche' un giudice onesto come Salvini avrebbe dovuto aver timori ad arrestare una persona come me. Non sono certo Sofri, che tra l'altro ritengo innocente, che viene difeso dall'intera sinistra". Corsi ha aggiunto: "Non faccio piu' politica da anni e da sette non siedo piu' in curva... davvero non capisco. Ho scontato quattro anni in carcere perche' fui condannato per una manifestazione dell' allora Msi-Dn non autorizzata a Centocelle e per associazione sovversiva". Parlando del duplice omicidio, Corsi ha ricordato: "all'inizio i giudici parlarono di una vendetta degli spacciatori di droga, poiche' i due giovani erano impegnati nel sociale. Poi negli anni '80 cominciarono le indagini sulla destra. Fui sentito insieme ad altre decine di persone di destra. Mi sentirono per tre o quattro volte, l' ultima, se non ricordo male quattro anni fa. In quell' occasione dissi al giudice  che non avevo bisogno dell' avvocato perche' non mi serviva difendermi, vista la mia innocenza. Credo fui l' unico a non avere un avvocato. Poi non ho piu' saputo nulla della vicenda". Corsi fu assolto nel 1985 nel processo che si svolse a Roma contro 57 imputati, tra i quali Valerio "Giusva" Fioravanti, accusati di aver fatto parte dei Nar. La corte assolse Corsi, per il quale il Pm aveva chiesto 30 anni, per non aver commesso l'omicidio del simpatizzante di sinistra Ivo Zini, ucciso a colpi di pistola il 28 settembre del '78 mentre stava leggendo L' Unita' nella bacheca davanti alla sezione del Pci nella zona dell'Alberone. Corsi fu condannato a 9 anni per altri reati, ma  fu scarcerato perche' erano decorsi i termini di custodia cautelare. Nel processo d'appello fu condannato a 23 anni di reclusione, la sentenza fu pero' annullata dalla Cassazione che ordino' un nuovo processo che si concluse con il proscioglimento, con formula dubitativa. Decisione confermata dalla Cassazione nel 1989. 

18 marzo - In occasione del 22° anniversario dell' uccisione di Fausto e Iaio, la madre di Fausto Tinelli lancia un appello, che viene rilanciato anche in rete Internet:
"Ai Partiti Politici 
Alle Redazioni dei giornali 
Il 18 marzo 1978 venivano uccisi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci da un commando fascista venuto appositamente su commissione a Milano.Da ben 22 anni attendo giustizia e verita’,ma dobbiamo constatare che non e’ stata data data alcuna risposta. Le nostre richieste e lettere, ai politici e non solo, in questi anni sono state veramente tante, la risposta e’ stata solo silenzio, spesso anche gli organi di informazione sono stati latitanti, per loro e’ solo un brutto omicidio da dimenticare. Io trovo che da parte dei politici ci sia un cinismo senza pari. Noi siamo delle persone abbandonate a noi stesse al nostro dolore, nessuno si chiede come viviamo (povera gente onesta come del resto lo erano i nostri figli, ma ne’ loro ne’ noi esistiamo, poi quei due ragazzi frequentavano il Centro Sociale Leoncavallo,la loro vita non ha nessun valore). Io mi chiedo dov'e’ l'uguaglianza e i diritti che ogni essere dovrebbe avere? Perche’ siamo trattati così? Vorrei una risposta se qualcuno vuole darmela le sarei grata. In questi anni mi e’ stata tolta quella pallida speranza che avevo nella giustizia, mi e’ stata tolta la fiducia, non credo quasi piu’ a nessuno.So solo che devo soffrire e convivere con il dolore e la ,che non interessi a nessuno,questa e’ la pura verita’. Ma comunque finche’ vivro’ continuero’ a gridare i miei diritti e continuero’ a chiedere giustizia. 
La madre di Fausto Tinelli 
Danila Angeli"
 

18 marzo - Il gip del tribunale di Perugia, Nicla Restivo, rinvia a giudizio l'ex magistrato Filippo Verde, accusato di corruzione in atti giudiziari nell' ambito di uno dei filoni d'inchiesta della procura di Perugia sulle cosidette "toghe sporche" romane. Insieme all'ex giudice dovranno rispondere di concorso in corruzione, il prossimo 2 ottobre davanti al tribunale di Perugia, l'avvocato Attilio Pacifico e gli imprenditori Antonio Pulcini e Giuseppe Alibrandi. Nell' inchiesta sono coinvolti anche il presunto cassiere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti, la cui posizione e' stata stralciata per motivi di salute (l' udienza preliminare nei suoi confronti si svolgera' il prossimo 16 maggio), e Leonardo Pulcini che ha ottenuto di essere giudicato con il rito abbreviato. Il gip lo ha condannato ad un anno e otto mesi di reclusione e al pagamento di un milione di multa. L' accusa nei confronti di Verde e' quella di essere stato "asservito" a piu' interessi privati "in cambio di denaro". In particolare l' ex magistrato, dall' '88 al '93 direttore generale degli affari civili del ministero di giustizia, avrebbe ricevuto da Nicoletti "un compenso fisso mensile" di un milione e mezzo di lire e 60 milioni in un unica soluzione dal 1984 "almeno" fino al luglio '91.  Avrebbe inoltre ricevuto da Pacifico 500 milioni e la disponibilita' di un telefono cellulare con utenza svizzera. I fratelli Pulcini - secondo l' accusa - avrebbero invece venduto fittiziamente a Verde un immobile nel centro di Roma del valore di 740 milioni di lire. L' ex magistrato avrebbe inoltre ricevuto da Alibrandi e da Leonardo Pulcini dieci milioni nel febbraio del 1988. Secondo i pm di Perugia che ne avevano chiesto il rinvio a giudizio, il denaro e le altre utilita' sarebbero state concesse a Verde "per compiere atti contrari ai propri doveri di magistrato e di vicepresidente - e poi di presidente – della commissione tributaria di primo grado". In particolare Verde si sarebbe adoperato per "procurare un favorevole esito" di una causa civile da 22 miliardi alla quale i Pulcini erano interessati e comunque - secondo l' accusa - avrebbe fatto in modo di condurre ad un esito favorevole i procedimenti giudiziari che potevano coinvolgere i corruttori o comunque di consentire loro di dimostrare ad altre persone (il riferimento e' a Nicoletti per Pasquale Galasso) che potevano contare sulla sua "amicizia e disponibilita"'. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Fabio Dean, Francesco Falcinelli, Stelio Zaganelli, Renato Borzone, Lucrezio Milella e Pasquale Bartolo che avevano chiesto l'archiviazione del procedimento sostenendo che il presunto "asservimento" del magistrato e' "un mero postulato dell' accusa, privo di effettivita' e disancorato da comportamenti esplicativi di una condotta rilevante". 

24 marzo - Dopo che alcuni giornali hanno dato notizia di una perizia su Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto e Iaio) e di alcune ipotesi avanzate, Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, precisa che l’eventuale perizia non e' stata richiesta o commissionata o destinata alla commissione stragi. “Con riferimento a notizie di stampa apparse in data odierna – si legge in un comunicato - il presidente della commissione stragi, sen.Giovanni Pellegrino, ritiene di dover precisare che la relazione o perizia della quale e' fatta menzione, elaborata da un consulente e riferita all' omicidio di due giovani dei centri sociali avvenuto il 18 marzo '78 a Milano, non e' stata commissionata dalla commissione stragi al predetto consulente, ne' ad essa e' destinata e non rientra, al presente, in nessuno dei filoni d' inchiesta sui quali la commissione stessa svolge indagini. Le indiscrezioni e le valutazioni apparse sugli organi di stampa sono quindi da riferirsi alle iniziative e alle competenze di altri organi". 

17 aprile - Il faccendiere Aldo Anghessa, fa alcune dichiarazioni spontanee nel processo davanti al Tribunale di Brescia che lo vede imputato con l'ex pm di Como Romano Dolce per presunte false operazioni di polizia giudiziaria, organizzate nei primi anni '90. Secondo il pm bresciano Antonio Chiappani, il sedicente 007 Aldo Anghessa avrebbe "provocato" ritrovamenti di esplosivo, materiale radioattivo, titoli e dollari falsi per trarne vantaggio economico e, allo stesso tempo, alimentare la fama di capace investigatore dell' ex magistrato. Anghessa ha detto che la sua collaborazione con la Procura di Como e' stata "improntata a correttezza" e ha sostenuto che le sue informazioni hanno contribuito a dar vita a importanti inchieste di altri uffici giudiziari italiani come l' inchiesta "Phoney-Money", della Procura di Aosta e quella chiamata "Cheque to cheque", svolta dal pm di Torre Annunziata. Anghessa ha anche accennato ai suoi rapporti con i servizi. "Si sono messi in dubbio i miei rapporti col Sisde - ha detto -. Se per Sisde si intendono quegli agenti traditori e felloni, io non ho nulla a che fare con il Sisde". 

26 aprile - Muore a Padova, nella sua abitazione, Luciano Ferrari Bravo, 60 anni, docente dell' Universita' di Padova coinvolto nelle prime fasi dell' inchiesta del sostituto procuratore della Repubblica Pietro Calogero sull' attivita' di autonomia operaia organizzata sul finire degli anni '70 nel Veneto. Ferrari Bravo era stato arrestato il 7 aprile 1979 in occasione della prima tornata di provvedimenti emessi dall' allora Pm Pietro Calogero, che avevano coinvolto anche Toni Negri e altri docenti. Ferrari Bravo, dopo diversi anni trascorsi in carcere e in soggiorno obbligato, era stato scagionato da ogni accusa. "Per la mia generazione - dice Luca Casarini, portavoce dei centri sociali del Nordest - e' venuta a mancare una persona dolcissima e capace di andare avanti anche di fronte alle difficolta' piu' difficili, come il calvario del carcere che certo l' aveva provato nel corpo e nello spirito". 

15 maggio - Per la vicenda del falso dossier in cui Stefania Ariosto veniva definita agente dei servizi segreti, il gip di Roma, Roberta Palmisano, ha rinviato a giudizio Angelo Demarcus, ex militare della Marina, e Eleonora Sarcona, titolare dell' agenzia di investigazioni "Blue Fox". Saranno processati l' 11 ottobre prossimo con le accuse, a seconda delle posizioni, di falso, furto e sottrazione di atti custoditi in pubblici uffici e diffamazione. A chiedere il rinvio a giudizio sono stati i pm Giovanni Salvi e Maria Monteleone, i quali hanno stralciato dal fascicolo la posizione del senatore Cesare Previti, indagato per falso con il giornalista Giorgio Zicari. Demarcus e la Sarcona sono accusati di aver confezionato il falso dossier contenente, oltre a note e atti della questura, un rapporto della Criminalpol,in cui si affermava che la cosiddetta "teste Omega" dell' inchiesta milanese sulla corruzione nel palazzo di giustizia di Roma era nel libro paga dei servizi segreti. Un carteggio, sospettarono subito gli inquirenti, confezionato ad arte per screditare l' immagine della Ariosto. Nell' inchiesta fu coinvolto anche Previti per accertar se aveva avuto un ruolo nella vicenda. L' imputazione di furto si riferisce, invece, alla sottrazione di atti, in particolare l' originale di un decreto di archiviazione di un gip, custoditi in tribunale. 

16 maggio - La giornalista Paola Di Giulio, che secondo un'intercettazione telefonica agli atti dell'inchiesta sui falsi dossier avrebbe presentato Angelo Demarcus e Alessandro D'Ortenzi, precisa "di non avere mai direttamente
presentato i due e di non conoscere assolutamente il caso dei falsi dossier". La Di Giulio sottolinea di non aver mai collaborato con 'l'Avanti' e di essere stata ascoltata dai pm romani Maria Monteleone e Giovanni Salvi come testimone nel 1998 "in relazione al possesso regolare della sentenza sul processo relativo alla ricettazione della borsa di Calvi. Un documento che la giornalista acquisi' "in relazione alla stesura della biografia su padre Andrea Felix Morlion, rettore dell' universita' Pro Deo". 

16 maggio -  Francesco Pazienza, detenuto nel carcere di Parma, starebbe attuando uno sciopero della fame per protesta contro il suo trattamento in carcere. Lo rende noto il suo avvocato, Lidia De Gori Trombetta, secondo la quale Pazienza "e' in astensione totale vitto sia per lesioni diritti difesa, sia per abnorme applicazione 41/bis nei suoi confronti. Il mio assistito e' purtroppo fermamente deciso a portare avanti il digiuno fino alla morte pur avendolo esortato a desistere. Mi auguro che il Guardasigilli intervenga. Declino ogni responsabilita' di cio' che potra' accadere".

17 maggio - Il quotidiano "La Nuova Venezia" scrive che in Francia il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell' estremista di destra Carlo Cicuttini, condannato all'ergastolo con Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano contro il decreto di estradizione del ministro della giustizia francese. Il sostituto procuratore generale di Venezia Gabriele Ferrari, che ha seguito l'iter e che fu pubblico ministero del processo per la strage, istruito dal giudice Felice Casson, conferma la notizia. "E' solo questione di giorni - ha spiegato Ferrari - Ora basta che le due polizie si mettano d' accordo a livello di Interpol per la consegna del condannato. Credo che ad un cittadino di questa Repubblica non possa che far piacere che arrivi la resa dei conti per crimini cosi' efferati". Il ritorno in Italia, per la prima volta, di Cicuttini, consentira' tra l'altro ad alcune procure, come quella di Venezia e Udine, di interrogarlo nell'ambito di altre indagini. L' avvocato goriziano Livio Bernot, difensore dei tre goriziani dapprima accusati e poi assolti dall' accusa di essere gli autori della strage di Peteano, ha commentato la notizia della concessione dell' estradizione di Cicuttini ricordando che i suoi assistiti "vennero assolti dopo incredibili traversie processuali e personali, compresi un anno e tre mesi di ingiusta carcerazione preventiva. Ora - ha aggiunto Bernot - bisognera' fare chiarezza su chi sia stato, dal 1972, quando Cicuttini fuggi' dall' Italia e dopo l' ordine di cattura del 1983 del giudice veneziano Felice Casson e del passaggio in giudicato della sentenza di condanna all' ergastolo del 1987 e conseguente ordine di carcerazione, a impedire per tutto questo lungo tempo l' applicazione della giustizia italiana". Il legale ha anche reso noto che i suoi assistiti stanno esaminando la possibilita' di costituirsi parte civile qualora Cicuttini intenda richiedere, come da lui stesso annunciato, il procedimento di revisione della condanna a suo carico.

19 maggio - Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui, il 16 dicembre scorso furono assolti tutti gli imputati del processo per la caduta di "Argo 16", l' aereo militare dei servizi segreti precipitato a Marghera il 23 novembre 1973 provocando la morte dei quattro membri dell' equipaggio. "Appaiono evidenti - e' detto in un passo della sentenza emessa dalla corte d'assise di Venezia - le intrinseche debolezze delle ipotesi di partenza, che si alimentano di ulteriori ipotesi, che solo apparentemente le sorreggono e le convalidano in una logica autoreferenziale, finalizzata piu' a rafforzare convinzioni che non a fornire dimostrazioni". Nella sentenza, redatta dal presidente Ivano Nelson Salvarani, vengono comunque definite un legittimo presupposto per la riapertura dell' istruttoria le dichiarazioni fatte nel 1986 dal gen. Ambrogio Viviani, secondo cui "l' esplosione sarebbe stata un avvertimento del Mossad", e viene inoltre precisato che "non si intende di certo valutare lo sforzo profuso dal Giudice Istruttore nella compendiosa istruttoria che, per altro, in parte non irrilevante si e' occupata della struttura di Gladio". Per quanto riguarda l' ipotesi di sabotaggio del velivolo, la Corte afferma che "non potendo essere dimostrato ne' da elementi oggettivi ne' da prove orali, e' stato ritenuto come effettivamente verificatosi in via deduttiva, in seguito a ipotizzate condotte di copertura attuate dal Sid sul versante informativo e dall' Aeronautica militare". Ma riguardo a queste presunte coperture, i giudici aggiungono che non vi e' prova neppure che il Sid avesse raggiunto la fondata convinzione che Argo 16 fosse stato sabotato. Riguardo poi alle presunte omissioni da parte dell' Aeronautica, i giudici sottolineano che spesso la Commissione sugli incidenti di volo "si rifugiava nelle conclusioni di comodo di attribuire l' incidente a una 'causa imprecisata', ma appare azzardato fondare su tale prassi disdicevole la dimostrazione che le conclusioni relative alla caduta di Argo 16 siano state falsificate". Gli stessi periti poi, fa presente la Corte, non hanno saputo spiegare con certezza esatta la causa della caduta, e nel corso del processo hanno propeso per l' ipotesi dell' avaria accidentale. "Indimostrata la strage - proseguono le motivazioni - anche l' occultamento della stessa e' rimasta  una mera congettura. La tesi accusatoria che una pratica con le prove del sabotaggio era stata 'impiantata e poi distrutta' non ha trovato alcuna conferma, neppure parziale". 
 

21 maggio – E’ previsto per mercoledi' 24 maggio, dal valico italo-francese di Ventimiglia, il rientro in Italia del neofascista udinese Carlo Cicuttini, condannato all' ergastolo con Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano. Lo si e' saputo in serata dalla Digos della Questura di Udine dalla quale si e' anche appreso che Cicuttini, subito dopo il rientro in Italia, sara' trasferito a Venezia per essere interrogato dai magistrati del capoluogo veneto. Cicuttini fu arrestato due anni fa in Francia con una trappola tesa dalla Digos della Questura di Udine. Cicuttini, 53 anni, appartenente all' organizzazione Ordine Nuovo, si era ricostruito una vita in Spagna, con una famiglia e - secondo quanto emerso da alcune indagini - un' attivita' di import-export che l' ha convinto ad accettare una trasferta in Francia per un incontro di lavoro, al quale, pero', si sono presentati agenti della Polizia francese e italiana, che lo hanno arrestato. L' estradizione di Cicuttini era sempre stata negata dalla Spagna, ma e' stata concessa dalla Chambre d' accusation francese. Contro il provvedimento di estradizione, Cicuttini, che deve scontare anche una pena a una decina di anni di reclusione per un fallito dirottamento aereo a Ronchi dei Legionari (Gorizia) sempre nel 1972, aveva presentato ricorso prima in Cassazione e, dopo l' emanazione del decreto ministeriale, al Consiglio di Stato francese. L' estremista ha anche presentato ricorso per un incidente di esecuzione davanti alla Corte di Appello di Venezia, che lo ha pero' dichiarato inammissibile. Per la strage di Peteano, oltre a Cicuttini fu condannato Vinciguerra che, dopo essere stato latitante in Spagna, ha ammesso le proprie responsabilita' nella strage e sta ora scontando l' ergastolo in carcere. 

23 maggio - E' fissato per il 15 giugno il termine per l' asta, davanti al Tribunale di Udine, per la vendita della villa di Pasian di Prato (Udine) di proprieta' di Donatella Di Rosa e del marito Aldo Michittu, posta sotto sequestro nell' ambito della complessa vicenda giudiziaria che contrappone Lady Golpe all' avv. Livio Bernot, in un primo momento suo difensore e successivamente controparte. Con la vendita della villa, la mgistratura e' chiamata a ricavare le somme di denaro per soddisfare un credito vantato da Bernot nei riguardi di Di Rosa, giunto, con gli interessi di questi anni, a circa 500 milioni di lire. 

23 maggio - Una sinfonia di dolore, i brani, le lettere, le poesie lette "per non dimenticare" dai familiari delle vittime del terrorismo, della mafia, della criminalita' durante la fase conclusiva della manifestazione "Garantire la sicurezza, risarcire le vittime", a Mestre. "Il passato puo' aiutare a crescere, maturare, conservare la memoria storica e rielaborare in vista di una correzione di rotta del cammino della societa' civile", ha detto davanti ad una platea commossa Michele Filippo, figlio dell' appuntato di polizia Giuseppe Filippo, assassinato da esponenti di Prima Linea il 28 novembre 1980 a Bari. Cosi' il giudice Paolo Borsellino, morto con la scorta il 19 luglio 1992, e' stato ricordato dal fratello Salvatore con una poesia edita a Palermo, che promette giustizia al magistrato "dagli occhi di miele e mestizia". La vedova del commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972 a Milano, ha invece testimoniato la profonda fede cristiana del marito. Calabresi non odiava i suoi nemici - ha testimoniato Gemma Capra -; lui diceva: "ho angoscia per loro, non odio, una parola che proprio non conosco". Il vicequestore aggiunto di polizia Alfredo Albanese, assassinato da un commando brigatista il 12 maggio 1980 a Mestre, e' stato invece ricordato dalla moglie Teresa Friggione attraverso le parole di una giornalista, che ne descrive la vitale umanita'. Sergio Gori, ingegnere del Petrolchimico di Porto Marghera assassinato il 29 gennaio 1980 dalle Br a Mestre, e' stato rievocato dalla figlia Barbara con l'impegno a mantenerne viva la memoria nella nipote. E' stata poi la volta del commissario Antonio Esposito, ucciso dalle Brigate Rosse a Genova nel giugno del 1978, di Ruggero Volpi, brigadiere dei carabinieri morto in un attentato il 12 ottobre 1977 a Genova durante un assalto per liberare un detenuto della camorra, dell' appuntato di ps Giuseppe Verducci, morto durante un assalto ad un treno nel 1975, di Giovanni Menegazzi, agente della polstrada morto in servizio il 9 febbraio 1995, di due bambini, Dario e Federica, nel dicembre 1991, travolti dall'auto condotta da una tossicodipendente. E di Luca Scapinello, agente di polizia deceduto il 26 gennaio 1997 in un incidente stradale assieme ad altri tre colleghi, di Arnaldo Trevisan, poliziotto assassinato il 16 maggio 1988 a Padova da due banditi che avevano rapinato un ufficio postale e che lui aveva individuato, di Giuseppe Zanier, ucciso in un attentato dinamitardo il 24 dicembre 1998 ad Udine assieme a due colleghi. Per tutti, Mirco Schio, presidente di Fervicredo (Feriti e vittime della criminalita' e del dovere), ferito il 3 settembre 1995 a Marghera in un agguato criminale e rimasto paralizzato, ha concluso: " Bisogna continuare a tracciare il proprio solco, dritto e profondo, come avrebbero fatto loro". 

24 maggio - Il terrorista nero Carlo Cicuttini, 53 anni, udinese, latitante da 25 anni, condannato all' ergastolo con Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano (Gorizia) avvenuta nel 1972, e' estradato dalle autorita' francesi all' ex valico di ponte San Luigi, a Ventimiglia. Cicuttini e' preso in consegna e arrestato da agenti della Digos di Udine e Venezia e della polizia di frontiera. Il neofascista udinese, che ha viaggiato a bordo di un' auto blindata scortata da sette pattuglie della polizia, e' rimasto fermo alla frontiera per circa un' ora: il tempo necessario che gli venissero notificati i provvedimenti a suo carico. Poi ha ripreso il viaggio verso il carcere di massima sicurezza di Venezia, dove sara' interrogato dal giudice Felice Casson. Cicuttini, oltre all' ergastolo per la strage di Peteano, deve scontare dieci anni di reclusione per il fallito dirottamento aereo a Ronchi dei Legionari (Gorizia). Il latitante, appartenente all' organizzazione Ordine Nuovo, si era ricostruito una vita in Spagna, dove aveva un' attivita' di import-export che l' ha convinto ad accettare una trasferta in Francia per un incontro di lavoro, al quale, pero', si sono presentati agenti della polizia francese e italiana, che lo hanno arrestato. L'estradizione di Cicuttini era sempre stata negata dalla Spagna, ma e' stata concessa dalla Chambre d' accusation francese. Contro il provvedimento di estradizione, Cicuttini aveva presentato ricorso prima in Cassazione e, dopo l' emanazione del decreto ministeriale, al consiglio di Stato francese. L' estremista ha anche presentato ricorso per un incidente di esecuzione davanti alla corte d' appello di Venezia, che lo ha pero' dichiarato inammissibile. "Sono un prigioniero politico" sono state le prime parole di Carlo Cicuttini, rivolte ai giornalisti che lo attendevano, appena sceso da un motoscafo, davanti al carcere veneziano di Santa Maria Maggiore. Cicuttini, apparso in buona forma, indossava un giubbotto di pelle nera, una camicia a quadretti e pantaloni blu scuro. Il volto abbronzato, pizzetto leggermente brizzolato, capelli impomatati, l' esponente era scortato da numerosi agenti della Digos veneziana. Prima che il pesante portone del carcere veneziano si richiudesse, Cicuttini ha soltanto aggiunto di essere stato trattato bene durante il viaggio, e ha alzato la mano destra brevemente come per salutare. La strage di Peteano (Gorizia) avvenne il 31 maggio 1972. Una Fiat 500 imbottita di esplosivo causo' la morte di tre carabinieri - Antonio Ferraro, Franco Bongiovanni e Donato Poveromo - e il ferimento di un quarto, il tenente Angelo Tagliari. Quella sera una telefonata anonima aveva segnalato la presenza di una automobile sospetta, con due buchi di pallottola sul parabrezza, ferma nei pressi di Peteano. I militari dell' arma si recarono subito sul posto, ma quando fu tirata la leva per aprire il cofano dell' utilitaria vennere investiti da una violentissima deflagrazione. In un primo tempo, sulla base delle indagini avviate dagli stessi carabinieri, l' attenzione investigativa  punto' su alcuni friulani, risultati poi totalmente estranei all' attentato. La svolta nelle inchiesta, riavviata dall' allora giudice istruttore di Venezia Felice Casson agli inizi degli anni '80, giunse con l' ammissione delle proprie responsabilita' fatta da Vincenzo Vinciguerra, esponente di rilievo del circolo ordinovista di Udine attivo negli anni '70. Gli accertamenti portarono poi all' individuazione di Cicuttini, anch'egli ordinovista, gia' coinvolto anche nelle vicende del fallito dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), condannato poi all' ergastolo. 

24 maggio - Una mostra per ricordare la figura di Walter Tobagi, ucciso vent'anni fa, e' inaugurata al Circolo della stampa di Milano. Organizzata dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia, dall'Associazione lombarda e dall'Istituto per la formazione del giornalismo Carlo Di Martino, la mostra ripercorre le tappe della carriera di Walter Tobagi: dall'esperienza della 'Zanzara' al Corriere della sera e all'impegno nel sindacato. La mostra, oltre ai saggi e agli articoli di Tobagi, espone anche cartelloni con le fotografie di tutti gli attentati contro i giornalisti messi a segno negli anni del terrorismo. All'inaugurazione, Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, e Bruno Ambrosi, dell'Ifg, hanno spiegato il senso dell'iniziativa come "recupero della memoria". Erano presenti anche la moglie e i figli dell'inviato del Corriere della sera. 

25 maggio - E' rinviato alla prossima settimana l'interrogatorio del Pm di Venezia Felice Casson a Carlo Cicuttini. Al magistrato recatosi stamane al carcere veneziano di S. Maria Maggiore, l'estremista di destra ha infatti manifestato subito la propria stanchezza per i due giorni di trasferimenti affrontati nell'estradizione. "Non e' un rifiuto, e' solo un rinvio", ha riferito il difensore, l'avvocato goriziano Paolo Mulisch, dopo essersi intrattenuto con il suo assistito. "Cicuttini - ha aggiunto il legale - e' debilitato, non dorme da due giorni e quindi vedremo la prossima settimana se e' interessato a rilasciare eventuali dichiarazioni. L'incontro di stamane comunque e' stato molto cordiale, per quanto cordiale possa essere l'incontro tra un detenuto e un pubblico ministero". L' avvocato ha inoltre voluto precisare che Cicuttini, attualmente in cella d'isolamento, e' sposato con una cittadina spagnola ma non ha figli, come riportato da alcuni quotidiani. Commentando la dichiarazioni fatte ieri da Cicuttini al suo arrivo in carcere ("Sono un prigioniero politico"), il legale ha sostenuto che l'intenzione era quella "di ribadire la dimensione politica della sentenza, perche' e' la sentenza stessa che parla di reato politico'". Quanto alle possibili prospettive di Cicuttini, che si e' sempre detto estraneo alla strage di Peteano, l'avv. Mulisch ha definito "sempre auspicabile un processo di revisione: ora pero' devo studiare se vi sono i presupposti". Il legale ha invece scartato l'ipotesi della grazia: "non vedo le condizioni, in Italia l'hanno concessa solo a terroristi di sinistra".

25 maggio - Comincia nel castello San Martino a Priverno, vicino Latina, il seminario su "Terra, terrore, terrorismo", organizzato dal Centro alti studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica (Ceas). "Il terrorismo e' una minaccia permanente con valenze transnazionali - ha detto Maurizio Calvi presidente del Ceas - chi ne fa la sua arma vuole passare da un processo di insicurezza a quello di sicurezza con metodi non condivisibili. E' per questo che dobbiamo pensare che non serve introdurre piu' uomini per contrastare il terrorismo ma avere tante informazioni di qualita' dal territorio nazionale e non". Calvi ha inoltre ricordato "la necessita' di potenziare strumenti tecnologici e funzioni per controllare un fenomeno ancora vivo e vegeto come ha dimostrato di recente il delitto D'Antona". Secondo l'ex ministro dell' interno Vincenzo Scotti "sono ancora numerosi e circoscritti i rischi che minacciano la sicurezza, come gli estremismi fondamentalisti, la droga, il proliferare di armi di distruzione di massa ma anche il degrado, la scarsita' di risorse, vale a dire tutto quello che puo' servire a dare l'idea di destabilizzazione".

25 maggio - Al Circolo della Stampa di Milano e’ presentato il libro:”...annientate Tobagi” di Gianluigi Da Rold, amico e compagno di partito dell' inviato del Corriere della Sera Walter Tobagi, ucciso il 28 maggio 1980 da Marco Barbone e Paolo Morandini, componenti la Brigata 28 Marzo. "La verita' del contesto in cui avvenne l'omicidio, cosi' come e' stata consegnata dal processo, dall' appello, dalla Cassazione, dalle varie ricorrenze, fa letteralmente schifo – ha detto Da Rold - e questo non e' tollerabile non solo per i socialisti e per i cattolici che gli erano amici, ma anche per uno che si possa definire un cittadino". Ugo Finetti ha difeso i contributi dati da Craxi al generale Dalla Chiesa per scoprire gli autori del volantino di rivendicazione, che secondo il leader socialista "non poteva essere stato scritto da chi non era addentro al Corriere della Sera" (Barbone ha sempre sostenuto che il delitto non ha avuto registi occulti, e che il documento fu redatto da lui e dagli altri componenti la Brigata 28 Marzo). E Da Rold ha anche citato Giorgio Amendola quando si chiese, riferendosi alle minacce e alle intimidazioni in fabbrica: "Chi puo' negare che non vi sia un rapporto diretto tra la violenza e il terrore?". "Walter Tobagi si mise a cercare le radici della violenza, studio' la storia di quei ragazzi, anche di buona famiglia, che avevano abbracciato la lotta armata. E questo significo' la sua condanna": Ferruccio De Bortoli, oggi direttore del Corriere della Sera, era cronista e compagno di lavoro di Tobagi quando questi fu ucciso a Milano. "Walter - ricorda - oltre a saggezza ed equilibrio non comuni a persone della sua eta', aveva una dote che manca a molti di noi: l'umilta' di cercare, di non applicare alcuna tesi preordinata a cio' di cui si occupava, neppure schemi di una societa' considerata migliore. Era piu' vicino all'essere che al dover essere, e questo perche' nutriva grande rispetto verso i lettori, verso le persone e i fatti che raccontava". "Non dimentichiamo quegli anni - prosegue De Bortoli -: accanto a quelli che contrastavano senza tentennamenti il terrorismo, c'era chi aveva imboccato una zona grigia. 'Ne' con lo Stato ne' con le Br' dicevano allora, mostrando un atteggiamento sostanzialmente giustificazionista. Costoro hanno una colpa storica: non aver condannato il nascente terrorismo". Tobagi, invece, "si mise a scavare le radici della violenza e sulle pagine del Corriere racconto' la storia di quei giovani. Li mise a nudo, e per questo fu ucciso. Ci ha insegnato a essere coerenti, indipendenti, a rispondere solo ai lettori. Con lui abbiamo tutti perso moltissimo". 

29 maggio - Il presidente del Senato Nicola Mancino invia un messaggio al presidente dell'associazione lombarda giornalisti, Maria Grazia Molinari, e al presidente dell'ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, in occasione del ventesimo anniversario della uccisione di Walter Tobagi. Di Tobagi, sottolinea Mancino, “restano memorabili le analisi della societa' italiana: schiette, coraggiose, mai banali, capaci di penetrare in profondita' fino a cogliere l'essenza delle questioni”. “E' questa non comune dote - afferma Mancino - a segnare il tragico destino di Tobagi”. I suoi assassini, sostiene ancora il presidente del Senato, “nella loro lucida follia, decisero di eliminare chi, piu' di altri, aveva saputo mettere il dito nella piaga, segnalando implacabilmente le contraddizioni, i velleitarismi, le incoerenze del disegno terrorista”. Il terrorismo, scrive Mancino, “strappo' cosi' alla famiglia, agli amici, al suo giornale, all'intera cultura italiana, un uomo mite, pacifico, convinto sostenitore, all'interno di una societa' libera e democratica, dei principi di eguaglianza e di solidarieta’”. Anche il presidente della Camera Luciano Violante invia un messaggio in cui afferma che “Walter Tobagi rappresenta ancora oggi un esempio di cultura della legalita' sulla quale ogni Stato moderno e democratico deve fondarsi. Per questo penso sia particolarmente importante ricordare e far conoscere, in primo luogo ai giovani, la sua figura”. “Tobagi fu ucciso - scrive Violante - perche' con le sue idee combatte' contro la violenza, contro l'idea dell'abbattimento dell'avversario politico. Perche' indico' con fermezza la necessita' di tagliare le radici del terrorismo perche' contrappose il coraggio alla paura. Tobagi, come molte altre figure di giornalisti, di uomini delle forze dell'ordine, di magistrati, di sindacalisti, di dirigenti aziendali, di esponenti politici, credeva fortemente nello Stato democratico. Ebbe lucida la consapevolezza che la vittoria contro il terrorismo non poteva che fondarsi sull'unita' dei cittadini e delle forze politiche, sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, delle liberte' e delle regole di civile convivenza”. 

3 giugno - Donatella Di Rosa, nota come "lady golpe", ritratta e scagiona il generale Franco Monticone, ma conferma le rivelazioni sull' estremista di destra Gianni Nardi. In una lettera al suo difensore, l' avvocato Antonino Juvara, che stamani l' ha consegnata alla procura della Repubblica di Firenze, Donatella Di Rosa afferma di aver "falsamente accusato Monticone, pur sapendolo innocente, del reato di traffico di armi" e spiega "di aver acquistato la sua casa di Colloredo di Prato (Udine) con il denaro ricevuto da Monticone a partire dal 1992". La confessione giunge alla vigilia dell' asta, fissata per il 15 giugno prossimo, di quella abitazione posta sotto sequestro nell' ambito della vicenda giudiziaria che contrappone la Di Rosa all' avvocato Livio Bernot, prima suo difensore e poi controparte. Ed oggi "lady golpe" nella lettera consegnata alla procura osserva: "Non posso e non voglio permettere che la mia casa venga venduta all' asta e che il ricavato vada all' avvocato Bernot e non alla persona che ne ha diritto assoluto", cioe' Monticone. La Di Rosa il 28 febbraio scorso era stata condannata a tre anni per calunnia e autocalunnia ma il tribunale di Firenze aveva escluso l' aggravante dell' eversione che nel 1993 le era costata il carcere. Condannata invece al risarcimento di 200 milioni alle parti civili, compreso Monticone. Il caso di "lady golpe" esplose nell' ottobre 1993 quando Donatella, insieme al marito Aldo Michittu, rese pubbliche le rivelazioni fatte da mesi ai magistrati fiorentini su un intrigo di traffici di armi e progetti golpistici che avrebbero avuto per protagonisti il generale Franco Monticone, il latitante tedesco Friederich Schaudinn e l' estremista di destra Gianni Nardi, morto in Spagna nel 1976, ma, secondo le affermazioni di "lady golpe", ancora vivo all' epoca dei traffici raccontati, tanto che il cadavere dell' estremista fu poi riesumato. Monticone, nel corso del processo aveva ammesso di aver provato per Donatella "una forte attrazione che lei dimostrava di ricambiare". Oggi "lady golpe", parlando del generale, ammette: "Lui mi portava grosse somme di denaro che io riponevo mano a mano in una piccola cassaforte fino a raggiungere la somma di 250 milioni con la quale fu acquistata la casa che dovrebbe andare all' asta". erche' questa confessione? "Perche' dovevo. Non e' un problema di coscienza. In fondo - risponde Donatella Di Rosa - a Monticone ho voluto bene. Se dal punto di vista morale non posso restituirgli niente, almeno possono rendergli qualcosa da quello materiale". E le conseguenze? "Nella peggiore delle ipotesi, - dice - in appello, avro' un aumento di pena". 

12 giugno - Comincia ed e' subito rinviato il processo a Mario Spallone, Flavio Carboni ed un medico di Villa Luana che avrebbero prodotto un falso certificato per consentire al faccendiere - secondo l'accusa - di sottrarsi ad una serie di interrogatori presso il tribunale di Sassari nel 1997. Il processo riguarda anche il tentativo di truffa per un rimborso di tre milioni di lire concesso da un'Asl a Carboni per l'asportazione di una cisti ad un rene. Spallone deve rispondere dei reati di false attestazioni, tentativo di truffa e falsita' ideologica. L'udienza e' stata rinviata al 16 giugno prossimo, perche' Carboni era impegnato in un altro processo a Milano. 

13 giugno - “Posse”, edita da Castelvecchi, e’ una nuova rivista quadrimestrale ideata e diretta Toni Negri, attualmente in regime di semiliberta' per vicende connesse al caso 7 aprile, e da settembre sara' anche in rete collegata a una serie di altre riviste straniere e avra' una collana di libri “I quaderni di Posse”. Il quadrimestrale non segna il ritorno di Negri all'impegno politico:”Questi sistemi politici -spiega- sono finiti. Io faccio propaganda per l'astensione. Dobbiamo costruire nuove forze sulla parola d'ordine dell'editto di Caracalla con cui tutti furono riconosciuti cittadini romani”. E il primo numero di “Posse” e' dedicato a “Vivere nell'impero” con interventi di Giorgio Agamben, Laurent Bove, Judith Revel e Luciano Ferrari-Bravo. Sullo stesso tema all'inizio del prossimo anno uscira' anche il libro “Empire” di Toni Negri e Michael Hardt, pubblicato dalla Harvard University. “Dobbiamo assumere l'idea - ha affermato Negri - che ormai si vive nell'impero. C'e' solo un capo che comanda ma non vuole pagare il prezzo di questo potere”. Rivista dal taglio accademico, “Posse” affronta temi come il concetto foucaultiano di biopolitica, la nuova fase dell'ecologismo, Seattle e le biotecnologie. “Il biopolitico - ha affermato Negri - e' l'identificazione sempre piu' forte tra i problemi della vita e quelli della politica. Fare una rivista e' una forma di biopolitica. Le biotecnologie conducono all'idea del mostro, al quale dedicheremo un numero. Sara' questo l'angelo nuovo del futuro? Di Seattle ci interessa come i corpi si confrontano al potere, resta comunque una cosa maledettamente confusa. La salvezza viene dal lavoro e dalla produttivita'. E' importante una ripresa di Marx, non per farne un feticcio ma per confrontarlo con le nuove sfide”.

15 giugno - Rosanna Zecchi, presidente dell' associazione familiari vittime della banda della Uno bianca, dice che l’ Avvocatura dello Stato e’ determinata nel chiedere la restituzione del 30-40% dei risarcimenti gia' versati dopo la condanna del Ministero dell' Interno quale responsabile civile delle azioni della banda in gran parte composta da poliziotti, che fecero 24 morti e un centinaio di feriti in sette anni di terrore in Emilia Romagna e Marche. Una somma complessivamente superiore a 19 miliardi, erogati dopo la sentenza immediatamente esecutiva della Corte d' assise d' appello di Bologna che, oltre a dare l' ergastolo ai fratelli Roberto e Fabio Savi e pesanti condanne ai tre complici, ritenne il ministero dell' Interno colpevole civilmente dei crimini commessi da uomini in divisa. Rosanna Zecchi ricorda che il Ministro dell' Interno Enzo Bianco, il 5 marzo a Zola Predosa (Bologna), prese l' impegno morale di garantire i risarcimenti: “Il ricorso – disse Bianco - dipende dall' avvocatura dello Stato, non dal Ministero dell' Interno”. “Nell' anno del Giubileo - e' il commento del portavoce dell' associazione, Claudio Santini - si da' la grazia a Ali Agca, si parla di amnistia, ma evidentemente si e' risolutissimi contro le vittime dei delitti”. 

15 giugno – Il quotidiano “Il Messaggero” pubblica un articolo in cui afferma che riguarderebbe presunti rapporti tra la malavita e la massoneria uno dei tronconi dell' inchiesta condotta dalla procura della Repubblica di Perugia sul furto al caveau del palazzo di giustizia di Roma. Su di essa i pm di Perugia mantengono il piu' stretto riserbo. Nega pero' di essere stato sentito per vicende legate alla massoneria l' avvocato Antonio Moriconi, in passato difensore di uno dei cassettari arrestati per il colpo, Stefano Virgili, e legale di uno dei carabinieri coinvolti. Spiega invece che la sua convocazione, come persona informata dei fatti, da parte degli inquirenti “era legata ad un' indagine per il favoreggiamento di Virgili nel periodo della sua latitanza”. Smentisce di essere stato sentito come testimone in un presunto troncone su massoneria e criminalita' anche l' avvocato Patrizio Spinelli. “Se c' e' uno che non sa nulla di massoneria - afferma - quello sono io. Avevo due cassette nel caveau e per questo sono stato convocato a Perugia. Nulla di piu’”. “Nell' inchiesta sul furto al caveau - spiega l' avvocato Alfredo Gaito - sono solo il difensore di Massimo Carminati. Non sono mai stato sentito come testimone su alcuna circostanza”. Conferma invece di essere comparso davanti ai pm perugini come testimone l' avvocato Antonino Iuvara. Il legale non vuole pero' rivelare su cosa sia stato sentito. Secondo indiscrezioni, pero', Iuvara sarebbe indagato dalla procura perugina per una vicenda collegata al furto. In passato Iuvara e' stato tra l' altro ascoltato come testimone nel processo a carico di Giuseppe Mandalari, accusato di essere stato il “consulente finanziario” di Toto' Riina. I due - secondo gli investigatori - avrebbero fatto parte della stessa loggia massonica”.

15 giugno - Il Pm di Venezia Felice Casson interroga in carcere Carlo Cicuttini, estradato il 24 maggio scorso dalla Spagna. Nell'interrogatorio, durato quasi un'ora Cicuttini ha fatto un breve excursus sulla sua vita e, ha riferito il suo difensore, l'avvocato goriziano Paolo Mulisch, “ha ribadito la propria estraneita' sia alla strage di Peteano sia al terrorismo in genere”. Cicuttini, secondo il suo legale, “ha sostenuto di non sapere nulla della strage di piazza Fontana e di conoscere alcuni degli imputati ma non piu' di quanto sia gia' apparso sui giornali”. Inoltre, spiega sempre l'avvocato, ha detto di “non avere la piu' pallida idea di Gladio; se poi le alte sfere usarono lui ed altri, questo non lo sa, il mio cliente comunque non ha mai conosciuto persone che gli abbiano rivelato la loro appartenza a Gladio, P2 o servizi segreti”. Quanto al fallito dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, per il quale e' stato condannato a dieci anni, Cicuttini non ha potuto negare che la pistola trovata a Ivano Boccaccio, coinvolto nella stessa vicenda, fosse di sua proprieta', ma ha ribadito di non avergli fornito l'arma. “Ha spiegato - ha detto l'avvocato - che qualche volta gliela prestava ma in quell'occasione evidentemente gli fu sottratta”. Cicuttini ha raccontato anche di quando entro' in Ordine Nuovo, a 16-17 anni, passando qualche anno dopo nel Msi, e il magistrato gli avrebbe chiesto chi aveva conosciuto in quegli anni, che tipo di organizzazione ci fosse. “L'impressione che ne ho ricavato - ha spiegato il legale - e' che i vari gruppi di Ordine Nuovo non fossero collegati tra loro a livello di attivisti, nel senso che non si conoscevano reciprocamente”. Poi l'estremista di destra ha parlato dei suoi anni in Spagna, riferendo, ha detto il suo difensore, “di aver fatto una vita stentata sul piano finanziario e di aver vissuto all'inizio con i soldi inviatigli dalla famiglia”.

15 giugno - La senatrice Ersilia Salvato rivolge un’ interrogazione al ministro della Giustizia Piero Fassino sulla situazione di Horst Fantazzini, che ha gia' trascorso in carcere circa 30 anni per reati di non particolare gravita' e nessuno di sangue. Gli restano da scontare ancora 17 anni. Ha chiesto di essere ammesso al lavoro esterno presso le tipografie Cefal di Bologna, ma la direttrice del carcere del capoluogo emiliano ha detto no. Dall’ autobiografia di Horst Fantazzini “Ormai e' fatta” e' stato tratto l'omonimo film di Enzo Monteleone. “La ragione per cui viene negato a Fantazzini ogni beneficio penitenziario - spiega la Salvato - e' la sua evasione nel 1990. Da allora sono trascorsi pero' dieci anni e tuttora al detenuto sarebbe impedito anche di svolgere attivita' informatiche all'interno del carcere”. Horst Fantazzini e’ nato il 4 marzo 1939 ad Altenhessel in Germania, figlio di Libero Fantazzini, anarchico bolognese eroe della Resistenza e della guerra di Spagna. Anarchico come il padre, in carcere per rapina diventa simpatizzante delle Brigate rosse. Nel 1967 evade per la prima volta ma lo catturano e nel 1973 ci riprova. E' tra i protagonisti del tentativo di evasione dal carcere di Fossano. Asserragliato nei locali della direzione del carcere con due ostaggi Fantazzini manda avanti una trattativa per 12 ore, poi appena esce i cecchini gli sparano addosso riducendolo in fin di vita. Per questa vicenda viene condannato a 18 anni di reclusione, ma non si quieta. Nel 1977 partecipa con altri estremisti di sinistra ad un pestaggio di neofascisti nel carcere di Volterra. Nel 1978 ad un tentativo di rivolta nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara. Nel 1981 tenta, insieme ad un gruppo estremista di far arrivare bottiglie con tritolo ad altri detenuti, poi partecipa ai disordini nel carcere di Badu e Carros e di Nuoro. Il 3 gennaio 1990 evade dal carcere di Busto Arsizio, lo arrestano un anno dopo in una villetta del litorale romano. Nel frattempo per mantenersi aveva compiuto un'altra rapina.

15 giugno - Il presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino rilancia l' ipotesi di un indulto per gli anni di piombo: questa misura avrebbe anche il vantaggio di indurre molti protagonisti di quegli anni a squarciare il velo di omerta' per consentire alla storia di acquisire la verita'. “Amnistia e indulto - dice Pellegrino - sono problemi che bisognerebbe tenere distinti per evitare confusione, anche se la ricorrenza del Giubileo e' una buona occasione per affrontarli entrambi. Il problema di concedere un'amnistia andrebbe laicamente affrontato, valutandola come un possibile strumento di deflazione della situazione carceraria e giudiziaria. In questa prospettiva non riesco a capire le preclusioni per includere nella deflazione vicende giudiziarie ancora in corso e comunque avviate ai lidi placidi della prescrizione. Il problema dell' indulto ha invece senso solo se affrontato nella prospettiva di una chiusura politica degli anni di piombo, come indubbiamente e' opportuno, ma diverrebbe piu' facile se si accettasse che in quegli anni difficili ad insanguinare il paese fu qualcosa che abbastanza somiglio' ad una guerra civile, sia pure a bassa intensita”'. Secondo Giovanni Pellegrino, in ogni caso, quella sorta di guerra civile “coinvolse ampi settori di un' intera generazione”. A suo avviso, chi dice no all' ipotesi di indulto per quel periodo non puo' far leva “sull' esigenza di fare giustizia, ne' sul debito di verita' che, soprattutto per le stragi impunite, non e' stato ancora pagato”. “Una sanzione penale che sopravviene - dice il presidente della commissione Stragi - a 30 anni di distanza non paga comunque il debito di giustizia: mentre la neutralizzazione penale di quelle vicende potrebbe essere ben piu' utile per giungere alla verita'. In altri termini, la carcerazione attuale di Sofri e la futura carcerazione di Maggi non mi sembrano i modi migliori per fare giustizia, pur convinto che da Sofri e Maggi (come da Moretti, Zorzi e da altri protagonisti di quella fosca stagione) preziosi contributi alla verita' potrebbero venire, se i contributi medesimi divenissero penalmente irrilevanti”.

19 giugno – Il pm veneziano Felice Casson interroga Carlo Cicuttini sulla militanza in Ordine Nuovo e gli anni della permanenza da latitante in Spagna. Si e' trattato, come ha affermato il legale di Cicuttini, l' avvocato goriziano Paolo Mulitsch, di una ripetizione piu' dettagliata dei temi gia' affrontati nel primo colloquio avvenuto una settimana fa, e in cui Cicuttini si e' dichiarato estraneo a qualsiasi attivita' di tipo terroristico. Il legale ha anche precisato che il magistrato avrebbe chiesto a Cicuttini nuovi particolari su eventuali legami e collegamenti tra appartenenti ai gruppi ordinovisti del Nordest ed elementi legati alle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Anche qui, ha riferito Mulitsch, da parte di Cicuttini non vi sarebbero state indicazioni. 

20 giugno - Il Pg della Cassazione Iadecola ha chiesto di annullare con rinvio il verdetto emesso lo scorso dicembre 1998 dalla Corte di assise di appello di Bologna per quanto riguarda il risarcimento inflitto al ministero dell' Interno (oltre 19 miliardi) per i parenti delle vittime della banda della Uno Bianca, della quale facevano parte dei poliziotti. Il ricorso era stato presentato dal ministero dell' Interno – difeso dall' Avvocatura dello Stato - per ottenere la restituzione del 20-30% dei risarcimenti versati dal Viminale ai parenti delle vittime della banda della Uno Bianca, erogati dopo la sentenza immediatamente esecutiva della Corte di assise di appello di Bologna, nel dicembre 1998, che oltre a condannare all' ergastolo Roberto, Alberto e Fabio Savi insieme a Marino Occhipinti ritenne il ministero dell' Interno colpevole civilmente dei crimini commessi dagli uomini in divisa. In sostanza il Pg ha chiesto che la Corte di assise di appello di Bologna riesamini la responsabilita' del Viminale e l' entita' del risarcimento. Sara' la Corte d'Appello civile di Bologna a decidere se i parenti delle vittime della banda della Uno bianca devono restituire parte dei risarcimenti ottenuti dal ministero dell'Interno. La sesta sezione della Cassazione respinge anche i ricorsi di Alberto Savi e Marino Occhipinti, confermando le condanne all'ergastolo.

21 giugno – Fonti del ministero dell’Interno sottolineano che “La sentenza della Corte di Cassazione non preclude affatto la possibilita' di raggiungere un accordo transattivo tra la pubblica amministrazione e i familiari delle vittime che hanno ricevuto anticipatamente un risarcimento dei danni subiti a causa dei gravi delitti commessi dalla banda della Uno bianca”. Il sottosegretario all'Interno Massimo Brutti assicura che “Deve essere chiaro che nulla puo' essere chiesto indietro ai familiari delle vittime” e spiegando, in un'intervista al giornale radio, che “la sentenza della Cassazione non chiude questa vicenda. Rimane aperta un'attivita' che e' fatta di incontri e di colloqui e che deve realizzare un accordo, una transazione”.I familiari delle vittime della banda della Uno bianca hanno accolto pero’ con profondo dolore la decisione della Cassazione. “Non li capisco piu' - questo il primo commento di Rosanna Zecchi, moglie di Primo Zecchi, uno dei 24 uccisi dalla banda della Uno bianca e presidente dell' associazione familiari vittime - non capisco piu' la posizione del Ministro Bianco. Potevano chiudere questa vicenda, rinunciando al ricorso. Si chiuderebbe cosi' anche una brutta storia della Polizia. Io credo che sarebbe convenuto anche a loro”. Da un lato pero' c' e' soddisfazione: “Sono soddisfatta perche' sono stati riconfermati gli ergastoli a Marino Occhipinti e ad Alberto Savi. Almeno quello. E' un punto di sollievo per gente distrutta, bisognava vederli al processo. Ora mi auguro che il Ministero mantenga la promessa di portare avanti la transazione, ma a condizioni migliori di quelle che sono state offerte. E si finisca li'. Siamo stanchi di combattere. Ogni volta si riaprono le nostre ferite, si riaccende il nostro dolore. E' uno stillicidio che deve finire”. Il Pubblico Ministero Valter Giovannini, che chiese e ottenne le condanne dei criminali e del Ministero dell' Interno come responsabile civile, dichiara:“le sentenze non si commentano, soprattutto prima di leggerne le motivazioni. Come Pubblico Ministero, ma soprattutto come uomo, mi interrogo se a suo tempo ho fatto tutto cio' che era possibile per dimostrare cio' che avrebbe consentito alle vittime, ai loro familiari, di ottenere finalmente un po' di serenita', almeno sotto il profilo economico. Immagino la tremenda amarezza di tutte le persone cosi' profondamente colpite dai crimini della banda della Uno bianca, i cui drammi umani e familiari conosco profondamente al punto che ne e' rimasta segnata la mia coscienza di uomo e di funzionario dello Stato”. 

22 giugno - Il gruppo dei Ds della commissione Stragi presenta un documento che propone, in 326 pagine, la sua lettura delle stragi e del terrorismo dal dopoguerra al 1974. Il documento e’ illustrato in una conferenza stampa, presenti il ministro Fassino, i magistrati Mastelloni, Priore, Vigna e Salvini, il direttore del Dap Caselli e diversi parlamentari e rappresentanti delle associazioni vittime delle stragi. Il documento riprende sostanzialmente la relazione presentata nel 1995 da Giovanni Pellegrino e integra il tutto con le acquisizioni documentali che sono venute dalle inchieste Salvini (Piazza Fontana), Lombardi (Attentato alla Questura di Milano) e Mastelloni (Argo 16). Il documento affronta in dettaglio il nodo delle origini della strategia della tensione, il ruolo di Gladio, le coperture offerte all' eversione di destra, i tentativi golpisti e la lunga stagione delle bombe che si apre con Piazza Fontana. Tra l'altro vengono espressi dei duri giudizi nei confronti di alcuni uomini che hanno militato nel Msi e, come nel caso di Giulio Maceratini, militano oggi in Alleanza Nazionale. Maceratini - secondo la proposta di relazione dei Ds - risulta “documentalmente aver avuto, dagli anni della strategia della tensione fino almeno al 1997, contatti e legami politici con personaggi della destra eversiva ed anche con chi e' stato condannato con sentenza definitiva per episodi di terrorismo o per ricostruzione del disciolto partito fascista”. Di Maceratini si ricostruiscono gli esordi, alla guida di Ordine Nuovo, insieme a Pino Rauti, fino all'attivita' svolta dopo la nascita di An con contatti con esponenti della destra chiamati in causa nelle inchieste per stragi. La “lettura” offerta dai Ds e' stata interpretata dai piu' come una sanzione della impossibilita' di arrivare ad una relazione finale unitaria della Commissione. Sulla impossibilita' di una conclusione unitaria dei lavori della commissione Stragi non e' d'accordo il suo presidente, Giovanni Pellegrino, che ha definito “sconcertante questa ipotesi”. “Spero che si possa arrivare ad un documento unitario. Certamente abbiamo fatto un grande lavoro che produrra' molto in futuro. Ma il primo documento deve essere della Commissione”. Pellegrino ha detto che probabilmente ci sara' un documento finale sul caso Moro e che da luglio proporra' la discussione sui due documenti presentati finora dal Popolare Foglieri e da Bielli. Tornando sulla relazione illustrata oggi, il senatore ha sottolineato che la realta' italiana va comunque sempre inserita nel contesto internazionale e si deve tener conto della particolare situazione italiana che vedeva la presenza di un vero e proprio “anticomunismo di Stato”. Diversi gli interventi di rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi che, pur lodando la relazione, hanno richiamato la necessita' di una denuncia esplicita dei responsabili politici che hanno quanto meno coperto l' attivita' dei gruppi eversivi. 'Nessun atto d'accusa” alla destra, ma la richiesta che “la storia diventi terreno comune di valutazione e definitiva condanna” per un periodo storico che e' quello delle stragi. Cosi' Fabio Mussi, presidente del gruppo Ds alla Camera, si e' rivolto agli esponenti della destra perche' “si alzino definitivamente i veli della vicenda storica del dopoguerra”. Mussi si e' detto convinto che vi sia la necessita' di “chiudere con una stagione”, ma con uno spirito di “dialogo”. Ha pero' poi rilevato che “l'alleanza con Pino Rauti non e' un viatico” ne' “un mezzo politico per fare i conti con il passato”. I Ds della Commissione Stragi chiedono che non si affermi, nel Paese, una “pacificazione” come quella “propugnata da Cossiga”. “Oggi - si legge - il pericolo che abbiamo di fronte e' che prevalga la cultura di pacificazione propugnata dal senatore Cossiga che, nel buio del nostro passato, assegni pari dignita' alle parti in guerra in vista di un disarmo bilanciato, con reciproco riconoscimento e legittimazione, al prezzo di una sorta di amnistia generale, culturale, politica e giudiziaria”. E' questo un punto di partenza “truccato” poiche' “pone da una parte le Brigate rosse ed i gruppi dell'estremismo armato di sinistra e, come bilanciamento di tutto cio', le malefatte della destra e dello Stato”.

22 giugno - Il senatore a vita Francesco Cossiga replica al documento accusando a sua volta il partito della Quercia di essere ancora prigioniero di una logica da Guerra Fredda. “Il tentativo di piccoli uomini dei Ds di riscrivere in modo grottesco la storia degli ultimi 50 anni di vita italiana ed europea in chiave di riabilitazione della costante collaborazione, anche informativa, del Partito comunista italiano all'Unione sovietica, e alla politica militare ed ideologica del sistema degli Stati del socialismo reale - afferma Cossiga - potrebbe essere affogato in un mare di risate se non dimostrasse una ancora scarsa volonta' di chiudere la tragica Guerra Fredda, interna e internazionale, e concorrere a ricomporre l'unita' civile e morale della societa' italiana”. 

22 giugno - Il giudice veneziano Carlo Mastelloni, presente alla presentazione del documento del gruppo Ds della commissione stragi, dice che "La specificita' di questa relazione ha evidenziato come in quel periodo del dopoguerra fu costituito e mantenuto costante un ferreo coordinamento tra le istituzioni e i suoi referenti esteri rappresentati principalmente dall' alleato americano per controllare e contenere l' avanzata culturale del Paese". "Grazie alla relazione - secondo Mastelloni - abbiamo finalmente la visione di un panorama allarmante ma esplicito in ordine a tutti quei passi che il potere mosse per mantenere lo status quo sempre al fine di rappresentare il pericolo costante di una invasione per conseguentemente allestire microstrutture o macrostrutture composte da elementi civili e militari comandate a porsi al fianco delle forze regolari nel nome della tutela di una possibile insurrezione. Quello che piu' colpisce e' la perfezione di questo segretissimo e collaudato meccanismo storico-strategico dove fatti eversivi, e quindi anche i fatti di strage, sono risultati incastonati in un disegno che risulta pienamente 'legale' nel momento in cui sono state identificate le motivazioni di fondo retrostanti la politica dell' Alleanza Atlantica". Il giudice Mastelloni, in precedenza aveva evidenziato che "sono stati inseriti nel flusso entusiasta della ricostruzione postbellica veleni micidiali ritenuti ineluttabili dalle strutture di potere che si sono succedute dal dopoguerra fino quasi agli anni '80". "Credo - aggiunge poi - che dobbiamo porci il dubbio se il nostro sia stato anche o forse soprattutto uno Stato Esercito suddito di una vigilanza altrove delegata quanto alla crescita democratica". Il magistrato conlcude rilevando che probabilmente i mandanti delle stragi "erano  individuabili negli inventori di una strategia politico-militare per sua natura criminale ma coperta da quella coltre ambigua chiamata necessita' strategica: ciascuna delle istituzioni coinvolte fu gestita da una parte per creare delle finte emergenze e dall' altra per arginare i tentativi delle parti sane del Paese di rivelare o solo intravvedere quelle strutture occulte che oggi, si puo' ben dire, hanno costituito il motore mobile del meccanismi stragisti". 

23 giugno - Secondo l' avvocato Gaetano Pecorella, responsabile della Giustizia per Forza Italia, "il teorema dei Ds secondo cui gli Usa avrebbero responsabilita' nelle stragi in Italia, e' la ricopiatura delle dichiarazioni di tale Carlo Digilio nel processo di Piazza Fontana attualmente in corso davanti alla Corte d' Assise di Milano". "E' bene che si sappia - si legge in una nota diffusa dal legale - che Digilio e' stato ritenuto totalmente incapace di intendere e volere, a seguito di un ictus, da epoca antecedente all' inizio della sua presunta collaborazione". "Per di piu' - prosegue Pecorella - la scelta dei tempi nel diffondere il documento da parte dei democratici di sinistra rappresenta un tentativo di influire sulla indipendenza dei giudici: proprio in questi giorni, infatti, Digilio e' sotto interrogatorio da parte della difesa che ne sta dimostrando l' assoluta inattendibilita"'. "Infine - conclude il legale - se i Ds credono davvero alla responsabilita' degli Stati Uniti per la strategia della tensione, cosa aspetta il Governo a rompere le relazioni diplomatiche?". 

23 giugno - Achille Occhetto, presidente della commissione Esteri della Camera ed ex segretario dei Ds, interviene nella polemica sui contenuti del documento messo a punto dal gruppo Ds della commissione parlamentare sulle Stragi e ribadisce la sua teoria del "convitato di pietra". Per Occhetto si tratta di valutazioni che non c'entrano con lo scontro politico in atto. "In linea generale - ha affermato Occhetto in un'intervista a Radio Radicale - al di la' dei nomi, in Italia le stragi erano il risultato di diverse componenti che si incontravano nella volonta' di destabilizzare lo Stato: l'estremismo di sinistra e di destra, ma anche la collaborazione molto forte di pezzi di apparato deviato. Non c' e' dubbio che piazza Fontana, che si cerco' di liquidare dando la colpa a due poveri anarchici, aveva dietro qualcosa di ben piu' grave e inquietante, come tutta la strategia della tensione. Aveva dietro quello che a suo tempo chiamai un convitato di pietra, nascosto, e che giocava tutte le sue carte intervenendo, a orologio, nella politica italiana. Questo rimane un dato di interpretazione che anche come commissario della P2 ho potuto verificare ampiamente". Quanto al ruolo dei servizi segreti, per Occhetto, "sia quelli dell' Urss che quelli, una parte, degli Usa avevano degli interessi e delle collusioni nell'impedire ogni posizione riformatrice avanzata che facesse uscire l' Italia e i comunisti dal netto schieramento 'o da una parte o dall'altra'. Non a caso la vittima piu' grande di questa tendenza e' stato Moro, che era l' uomo del dialogo e di una nuova possibilita' di uscita dallo scontro dei blocchi e dall' ingessamento delle forze politiche dentro quello scontro". "Ho parlato delle mie posizioni precedenti - ha concluso Occhetto - per dire che queste sono questioni che dobbiamo discutere al di la' del dibattito politico attuale. Si tratta di valutazioni che nulla hanno a che fare con lo scontro politico del momento e, quindi, non vanno utilizzate in questo senso".

23 giugno - Il ministro della Giustizia Piero Fassino prende le distanze dal documento Ds sulle stragi e dice:"Non ho partecipato come organizzatore e proponente delle tesi di quel rapporto. E' evidente che cio' che e' scritto in quel documento impegna chi lo ha scritto e chi su quel rapporto ha fatto delle dichiarazioni e non chi ha partecipato a quella presentazione come astante". "Ieri sono andato alla presentazione pubblica di quel rapporto - ha tra l'altro detto Fassino - come invitato, insieme a tante altre persone, tra cui parenti di vittime delle stragi, magistrati e politici, compreso Ignazio La Russa". 

23 giugno - Il deputato Riformatore Marco Taradash, riferendosi alla presenza dei magistrati alla conferenza stampa dei Ds di ieri dove e' stata presentata la relazione della Quercia in commissione Stragi, dice:“Presentero' un esposto al procuratore generale della Cassazione nei confronti di quei magistrati, Vigna, Mastelloni, Priore e Salvini, che hanno in modo tanto disinvolto asservito la loro funzione a interessi di parte”. “La sventurata presenza di magistrati, del Procuratore Nazionale Antimafia, del Direttore dell'Amministrazione Penitenziaria a una conferenza stampa di parte, e di quale parte, quella piu' intossicata dalle ideologie vittimiste e autoritarie, e' la controprova della rozzezza istituzionale di questa sinistra. Mentre la partecipazione di Caselli si pone in insanabile conflitto con i doveri di imparzialita' propri di chi svolge una funzione pubblica”. “Sono le stesse istituzioni politiche, a principiare dal Capo dello Stato - ha concluso Taradash - a dover garantire quei confini fra poteri che sono stati, per settarismo o ambizione personale, cosi' vergognosamente confusi”.

23 giugno - Sono stati assolti i cinque imputati dell'omicidio del criminologo Aldo Semerari, il cui cadavere venne trovato, decapitato, davanti al castello di Raffaele Cutolo a Ottaviano il 25 marzo del 1982. L'assoluzione di Antonio Baratto, Ciro e Pasquale Garofalo, Giovanni Monaco e Umberto Adinolfi - mandati a giudizio come esecutori del delitto sulla base delle rivelazioni del boss pentito Umberto Ammaturo, a sua volta ideatore e esecutore dell'omicidio - era stata chiesta dallo stesso pubblico ministero Salvatore Sbrizzi. Nel corso della requisitoria il pm ha infatti sottolineato che le dichiarazioni di Ammaturo, secondo il quale Semerari sarebbe stato ucciso per ritorsione avendo accettato l'incarico di consulente della difesa del boss rivale Raffaele Cutolo, sono rimaste contraddittorie e lacunose. E anche i collaboratori di giustizia chiamati a riscontare quelle rivelazioni - i boss Carmine Alfieri e Pasquale Galasso e gli esponenti del gruppo di Ammaturo, Antonio e Pasquale Mercurio e Giovanni Federico – non hanno fornito elementi sufficienti a sostenere l'accusa. I cinque imputati avevano chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato. La posizione dello stesso Ammaturo, accusato anch'egli del delitto, era stata stralciata e il processo a suo carico non si e' ancora concluso.

24 giugno  - Il presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, in un'intervista a “La Repubblica”, commenta il documento presentato dai Ds sulle stragi in Italia nel dopoguerra. ''La relazione e' unilaterale – dice Pellegrino - applicare a una realta' complessa uno schema rigido produce, anche involontariamente, un effetto falsificante''. ''Non si puo' definire quella di Piazza Fontana – dice ancora - una 'strage atlantica di Stato' creando l'impressione che l'atlantismo sia stato stragista''. Sulle reazioni alla relazione Pellegrino afferma che ''se qualcuno non accetta i fatti che vi sono esposti e' perche' non ha studiato le carte, ma e' chiaro che possono esserci pareri diversi sulle conclusioni''. ''I fatti esposti nella relazione - spiega il presidente della Commissione - sono incontestabili e solo chi e' in malafede puo' metterli in discussione, ma non condivido la chiave di lettura''.

24 giugno  - Marcantonio Bezicheri, difensore di imputati di destra nei principali processi per stragi, afferma che la relazione Ds non fa che riproporre teoremi e testi ''clamorosamente smentiti al vaglio processuale''. Sono stati assolti, ricorda in una dichiarazione, ''tutti i principali esponenti di quella che si usa definire 'l' estrema destra': Signorelli, Freda, Dalle Chiaie, Fachini. ''Appare pertanto assurdo - sostiene il legale - insistere ancora su pretese responsabilita' di esponenti e di organizzazioni dell' area, ignorando e calpestando le decisioni di numerose sentenze. Solo per l' esplosione del 2 agosto 1980, sono rimasti condannati Mambro e Fioravanti, condanna che ha suscitato dubbi e perplessita' anche in ambienti della sinistra e che comunque non puo' essere ricondotta al teorema degli esponenti dell' estrema destra in combutta con i servizi segreti atlantici. L' unica cosa interessante nella 'relazione Mussi' - conclude Bezicheri - e' nel passo che definisce quel periodo della storia italiana come di sovranita' limitata e riconosce che agivano sul nostro territorio forze di servizi segreti statunitensi e del Kgb. Ma non ci si dice che cosa quest' ultimo faceva con i suoi agenti in Italia e mai si e' indagato sulle attivita' di costoro. Ecco perche' non potra' mai raggiungersi chiarezza e verita', dal momento che e' mancata e manca completamente una indagine su uno degli aspetti inquietanti di quel periodo''.

25 giugno - Davanti al “vergognoso tentativo di linciaggio” e “alle false accuse” che sono state mosse nei confronti del presidente dei senatori di An Giulio Maceratini, il suo gruppo a palazzo Madama chiede le dimissioni del presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino. E' quanto si legge in un comunicato del gruppo, nel quale si ribadisce “la piena fiducia e la totale solidarieta' a Giulio Maceratini, nei confronti del quale continua un vergognoso tentativo di linciaggio politico da parte dei Ds”. “Oggi - prosegue il comunicato - tocca al sen. Pellegrino, il quale su tutti i giornali afferma falsamente che il presidente dei senatori di An e' stato un esponente di spicco di 'un'associazione di stampo fascista che fu sciolta perche' ritenuta in contrasto con la Costituzione repubblicana’”. “Il sen. Maceratini, purtroppo per il sen. Pellegrino, non ha mai fatto parte del movimento politico Ordine Nuovo, sciolto dal ministro Taviani nel 1973, ma - sottolineano i senatori di An - del Centro Studi Ordine Nuovo, che concluse la sua avventura politica nel 1969, rientrando nel Msi. Ricordiamo che Maceratini in quell'occasione entro' a far parte della direzione nazionale del Msi e nel 1970 venne eletto consigliere regionale del Lazio, mentre il movimento politico Ordine Nuovo venne formato in quello stesso periodo da quanti avversarono la scelta di rientrare nel Msi”. “Una differenza non da poco - sottolinea il gruppo di An - che denota l'intenzione di un vergognoso tentativo di linciaggio politico nei confronti di un nostro capogruppo che davvero non puo' essere ignorata dal sen. Pellegrino, che ora, come minimo, dovrebbe dimettersi dall'incarico. Infatti quanto accaduto e' di una gravita' inaudita e dimostra che il sen. Pellegrino non e' in grado di presiedere con il necessario equilibrio la Commissione stragi, di cui peraltro il sen. Maceratini ha fatto parte nell' undicesima legislatura, ricevendo ampi riconoscimenti per il suo lavoro come commissario da esponenti dell'allora Pds”. “Quanto al linciaggio politico nei confronti del sen. Maceratini - concludono i senatori di An - ora ci manca solo che, dopo le accuse di mantenere contatti con esponenti della destra eversiva per aver partecipato nel 1991 e nel 1997 a due manifestazioni pubbliche, il nostro capogruppo venga ritenuto un capo delle Brigate rosse per aver partecipato a dibattiti su pacificazione e anni di piombo anche con ex terroristi di sinistra”. 

25 giugno - L'esponente di Forza Italia Vincenzo Manca, vicepresidente della commissione Stragi, si schiera contro coloro che hanno proposto lo scioglimento dell'organismo bicamerale dopo la vicenda della relazione Ds. “L' incredibile quanto indignante documento presentato dai Ds sulle stragi dal dopoguerra al 1974 sta ponendo, fra l' altro, il problema dell' utilita' o meno della commissione presieduta al sen.Pellegrino - ha affermato il senatore di Forza Italia -. Pur capendo e giustificando la nascita della questione, devo onestamente affermare di non condividere affatto il pensiero di quanti, e tra questi anche qualcuno della mia parte politica, giungono, con sorprendente rapidita' e faciloneria, alla sentenza di scioglimento della commissione Stragi. Quando si perviene a queste conclusioni, evidentemente dettate dal raccapriccio suscitato dalle tesi della relazione Ds, bisogna pero' chiedersi se uno conosce bene e dall' interno il lavoro della commissione e se, con lo scioglimento, non si provocherebbero danni superiori a quelli che sono possibili con la sua esistenza”. “E' vero, quindi, che ci sono stati 'danni' di credibilita' e di serieta' di lavoro e di contenuto con la relazione Bielli, e' altrettanto vero, tuttavia, che questa non e' una sufficiente ragione per non dar corpo ad altri documenti di altre parti politiche, a loro volta conseguenti ad anni di lavoro, nella segreta speranza, anche, che con essi e per essi si possa giungere ad una relazione se non unitaria quanto meno riassuntiva delle varia parti politiche da discutere poi in Parlamento. Io, per quanto mi compete - ha concluso il sen.Manca - mi adoperero' in tal senso, invitando anche il sen.Pellegrino a far sentire alta e libera la sua voce su quanto accaduto e sulla volonta' di mantenere ancora vivo il dialogo tra le forze politiche della commissione, nel rispetto reciproco e soprattutto lontani da scopi elettoristici”.

26 giugno - Il presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino non pensa di dimettersi dopo le polemiche per la presentazione della relazione dei Ds. “Darei le dimissioni - dice - solo se la maggioranza me lo chiedesse. Ma nessun gruppo della maggioranza ha mai fatto una richiesta del genere”. Pellegrino spiega anche la dinamica che ha portato alla presentazione del documento dei Ds. “La relazione conclusiva - ricorda Pellegrino - fu affidata molti mesi fa al senatore del Ppi Luigi Follieri ed e' stata presentata verso la fine dello scorso anno. Ma le forze politiche presenti in commissione (non solo i Ds, ma anche il Polo) ebbero da ridire sulle conclusioni alle quali arrivava Follieri, che in pratica escludeva la presenza di settori politici nella strategia della tensione, attribuita solo a settori deviati dei servizi. Decisi allora di dare ai gruppi politici la possibilita' di presentare ciascuno un proprio documento alternativo”. “Lo hanno fatto i Ds - ricorda ancora il presidente della Stragi -  ma anche il Polo ha presentato alcuni documenti, uno dei quali, del senatore di An Alfredo Mantica, riguarda la strage di Brescia e mi sembra molto ben fatto”. Pellegrino spiega quindi quali saranno i prossimi passi in commissione Stragi. “Ora, nella prima meta' di luglio, la relazione di Follieri sara' discussa da tutta la commissione - spiega - e a quel punto si vedra' che cosa fare dei vari documenti presentati dai gruppi. Potrebbero essere tutti ritirati se si riuscisse a fare una premessa unitaria alla relazione Follieri”.

27 giugno - I capigruppo della Casa delle Liberta' esprimono "la piu' ampia e cordiale solidarieta"' al presidente del gruppo di An al Senato, Giulio Maceratini, per "l' infame attacco rivoltogli nella relazione dei componenti Ds della commissione Stragi". Giuseppe Pisanu, Gustavo Selva, Giancarlo Pagliarini, Marco Follini, Giorgio Rebuffa e Luca Volonte', in una nota congiunta contestano inoltre "radicalmente" le tesi contenute in quella relazione che definiscono "un esempio di disinformazione, settarismo ideologico e una pregiudiziale attacco all' Alleanza Atlantica e agli Stati Uniti che - sottolineano - sono stati i fondamenti storici della politica estera italiana, pilastri della sicurezza e garanzia di pace e di liberta' per tutti gli italiani". I presidenti dei gruppi dei partiti della Casa delle Liberta' giudicano poi "del tutto elusiva l' analisi delle responsabilita' della sinistra istituzionale nei rapporti con i movimenti extraparlamentari alcuni dei quali sfociati nel terrorismo rosso". Per i capigruppo la commissione Stragi "dopo quindici anni di estenuanti e inconcludenti lavori sfruttati dalla sinistra a scopo propagandistico, deve concludere in tempi brevi o con una relazione che liquidi le aberranti speculazioni antiatlantiche e antiamericane del Pci-Pds-Ds o con piu' relazioni nelle quali ciascun gruppo assumera' la proprie responsabilita'".

27 giugno – Walter Bielli, capogruppo Ds in commissione stragi, annuncia che scomparira' il riferimento alla 'strage atlantica di stato” a proposito di Piazza Fontana nella bozza di documento finale depositata la scorsa settimana. “Vedo che continuano le polemiche sul testo Ds. Vorrei che si parlasse dopo averlo letto. Vi si raccontano pagine terribili della storia italiana del dopoguerra. Lo scandalo sollevato, comunque, si riferisce ad una espressione che compare a pagina 217 a proposito di Piazza Fontana: “strage atlantica  di stato”. Nel testo si spiega esplicitamente - continua ancora - il senso non certo di una accusa generalizzata agli Usa o allo stato democratico italiano, ma l'indicazione di una responsabilita' che ci pare provata insieme a gruppi neofascisti, di settori di apparati di stato e di ambienti dei servizi segreti stranieri. Siccome la formula sta producendo piu' equivoci che spiegazioni e in debite strumentalizzazioni, la toglieremo dalla relazione che pero' resta sul tavolo e contiene tante spiegazioni che devono essere valutate sulla base degli elementi di fatto tratti dagli atti della commissione che noi riportiamo. Sarebbe gravissimo se si volesse estendere un velo di silenzio su di una vicenda cosi drammatica e cosi' viva nel corpo della societa' italiana. Anche i colleghi del Polo dovranno dire qualcosa”.

28 giugno - La vicenda dei risarcimenti ai parenti delle vittime della banda della Uno Bianca "credo che si concludera' con la massima soddisfazione da parte delle famiglie, senza accollare allo Stato la responsabilita' di atti che con lo Stato non hanno nulla a che fare". Lo ha detto il presidente del consiglio Giuliano Amato nel corso del question time, interrompendo poi la replica dell'on. Elio Palmizio (FI), che ha giudicato "insoddisfacente" la risposta chiedendosi com'e' possibile che vengano chiesta la restituzione dei soldi, per precisare: "lo Stato non chiede indietro una lira". Amato ha quindi spiegato che "una cosa e' assicurare alle famiglie delle vittime di efferati delitti un adeguato ristoro dell'ingiustizia subita, altro e' che questo accada in virtu' del riconoscimento di una responsabilita' giuridica del ministero dell'Interno" per gli atti compiuti dai poliziotti appartenenti alla banda "che nulla hanno a che fare con i loro compiti e le loro responsabilita' istituzionali". Secondo Amato dunque "il ministero da un lato si e' difeso in giudizio giustamente dalla responsabilita' che gli veniva attribuita e la Cassazione questa responsabilita' ha negato, dall'altro ha provveduto a pagare alle famiglie, a titolo non di risarcimento ma di riconoscimento di una ingiuria comunque subita quanto gia' era previsto dalla sentenza di primo grado. Ora in via transattiva si sta concludendo questa vicenda". 

29 giugno - Valter Bielli e Alessandro Pardini, parlamentari Ds in commissione stragi, affermano che chi attacca il presidente della commissione Giovanni Pellegrino "vuole che alcune pagine oscure della storia del nostro paese rimangano tali. Noi, come Ds, andremo avanti". "Dopo la pubblicazione della relazione sulle stragi in Italia - rilevano Bielli e Pardini - i parlamentari del Polo e, in particolare, di An, hanno reagito in maniera scomposta, senza minimamente confrontarsi sul contenuto del nostro dossier". "Travolti da una verita' inconfutabile e sostenuta da migliaia di documenti circa il ruolo dei fascisti e di settori dei servizi segreti italiani e stranieri nella strategia della tensione, i parlamentari di An - proseguono Bielli e Pardini - invece di prendere definitivamente le distanze dal terrorismo e chiudere con un periodo fatto di frequentazioni con personaggi pluricondannati dalla magistratura per reati di natura eversiva, hanno preferito dar vita ad una campagna inaccettabile contro il senatore Pellegrino, chiedendone le dimissioni". I parlamentari di Alleanza nazionale Enzo Fragala' e Alfredo Mantica replicano:"Accettiamo l'invito del presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino, che chiede di tornare ad un lavoro condiviso, ma prima devono essere richiamati all'ordine quegli esponenti, come Bielli e Pardini, che sono rimasti all'odio ideologico come unica manifestazione del loro agire politico". "Comprendiamo - dicono Fragala' e Mantica - il livore dei duri e puri dei Ds, ritrovatisi orfani rispetto al vile attacco personale e politico contro il senatore Giulio Maceratini, che Pellegrino arriva a definire un amico, ma non possiamo continuare ad accettare aggressioni da chi oltraggia una sede istituzionale per compiere infime operazioni che di storico e di incontestabile non hanno niente".

10 luglio - Venti persone sono arrestate dalla polizia per il furto al caveau nel palazzo di giustizia di Roma, compiuto tra il 16 e il 17 luglio del 1999. I provvedimenti sono stati ordinati dalla magistratura di Perugia ed eseguiti dalla squadra mobile di Roma, che ha anche perquisito numerose abitazioni. Le persone finite in carcere devono rispondere di associazione per delinquere, reati contro il patrimonio, corruzione di pubblico ufficiale, tentativo di corruzione di magistrati, traffico di stupefacenti, detenzione e porto abusivo di armi, ricettazione e falso. I provvedimenti sono stati firmati dai pm di Perugia Silvia della Monica, Alessandro Carnevale, Antonella Duchini e Mario Palazzi. Messo a segno il furto al caveau, la banda aveva pensato ad un altro colpo nell' ufficio corpi di reato della procura della Repubblica di piazzale Clodio, dove sono custoditi tutti i reperti sequestrati nell' ambito delle indagini giudiziarie, dalle sostanze stupefacenti alle armi. Materiale che sarebbe servito all' organizzazione sia per ricavare denaro (dalla vendita di droga) sia per compiere azioni criminose (con l' uso delle armi). C' erano esponenti di spicco della banda della Magliana, ex militanti della destra eversiva, carabinieri, il vicedirettore dell' agenzia, un avvocato, un edicolante, "cassettari" e "chiavari". Una organizzazione corposa (una trentina di persone) e variegata quella che ha progettato, eseguito o fiancheggiato gli altri nel colpo al caveau della Banca di Roma della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Il progetto del colpo, secondo gli investigatori, sarebbe scaturito dalla mente degli ex della banda della Magliana Manlio Vitale (soprannominato "er gnappa") e Massimo Carminati, che era stato anche militante dei Nar, e dal "mago delle casseforti" Stefano Virgili. Nella fase preliminare del colpo Vitale era libero, ma nei primi mesi del 1999 fu arrestato in flagrante estorsione e, nonostante fosse detenuto, secondo gli investigatori, ha cercato di collaborare alla progettazione del furto dal carcere. Inutile il tentativo da parte di Virgili, dell' avvocato Antonino Iuvara e dell' ex dipendente della pretura Reginaldo Veloccia di corrompere uno dei giudici togati che stavano processando Vitale in appello affinche' fosse liberato. Nella banda c'era il vicedirettore della banca Orlando Sembroni, che dopo aver sbirciato i titolari delle cassette di sicurezza (prendendosi anche qualche rimprovero) per vedere cosa custodissero, lo aveva riferito ai complici. Nell' organizzazione risultano coinvolti cinque carabinieri del servizio di vigilanza di piazzale Clodio, di cui chiudevano e aprivano i cancelli: Roberto Cozzolino fu arrestato nel dicembre 1999 assieme agli altri quattro Mercurio Di Gesu, Feliciano Tartaglia, Adriano Martiradonna e Flavio Amore; questi ultimi quattro sono stati raggiunti anche dalla seconda ordinanza. Alcuni di loro avrebbero anche preso il pacco contenente la cocaina che sarebbe stata poi venduta. Facevano parte della banda anche Claudio Bottoni e Piero Tomassi, conosciuti come "cassettari" ovvero specialisti in furti di cassette di sicurezza, Vincenzo Facchini, noto come "chiavaro", cioe' un "maestro" nel fare chiavi false, Pasquale Martorello, conosciuto come ricettatore, che assieme ad uno dei tre latitanti avrebbe nascosto parte del bottino in un terreno vicino Rieti e, assieme a Piero Tantalo, avrebbe aiutato a coprire due dei ricercati. Lucio Smeraldi era invece un edicolante di piazzale Clodio fatto subentrare dall' organizzazione ad un collega che otto mesi prima del furto era stato fatto "dimettere". Vincenzo Casetta, legato a Carminati nella destra eversiva, sarebbe stato uno dei fiancheggiatori. Assieme ai cinque carabinieri furono raggiunti gia' dalla prima ordinanza di custodia cautelare emessa per furto pluriaggravato anche Carminati, Facchini, Sembroni, Smeraldi, Tomassi e Virgili. L' avv.Iuvara era stato oggetto di indagini, da cui usci' indenne, da parte del Pm Giovanni Falcone nell'ambito dell'inchiesta su Toto' Riina e sul suo presunto consulente finanziario Giuseppe Mandalari. E' quanto emerge dal passato del penalista, massone e difensore di lady golpe Donatella di Rosa. Iuvara, secondo quanto ricostruito sulla base di fonti investigative, fini' in un rapporto dei carabinieri di Corleone, guidati dall' allora capitano Angelo Jannone, dopo alcune intercettazioni telefoniche tra lui e Mandalari. Intercettazioni dalle quali sarebbe emerso il tentativo dei due di dirottare finanziamenti della legge 64 per il Mezzogiorno su una serie di prestanomi, tramite presunti progetti fantasma. Un filone d'indagine che Falcone avrebbe voluto approfondire, ma poi accetto' di trasferirsi al ministero di grazia e giustizia a Roma e l'ufficiale dei carabinieri venne trasferito a Catania, dopo aver depositato le sue informative alla procura palermitana diretta da Giammanco. Le sue informative furono pero' rispolverate a distanza di un paio d'anni con l'arrivo a Palermo di Giancarlo Caselli e, dopo ulteriori indagini, portarono all' arresto di Mandalari per concorso esterno in associazione mafiosa. Accusa per la quale fu condannato nel processo di primo grado, dove Iuvara depose invece come teste. 

11 luglio – Furto al caveau di palazzo di Giustizia di Roma: con un' ordinanza emessa dal gip perugino Nicla Restivo su richiesta dei pm Silvia Della Monica, Mario Palazzi, Alessandro Cannevale ed Antonella Duchini, a 21 dei 22 indagati e’ contestata l’accusa di associazione di tipo mafioso perche’ avrebbero agito al fine di agevolare l' attivita' della cosiddetta banda della Magliana. La nuova aggravante e' stata contestata a tutti gli indagati tranne che al romano Mario Arciero, 37 anni. Il gip perugino Nicla Restivo, nella sua ordinanza, sottolinea che il profitto patrimoniale era “perseguito indubbiamente” da alcuni indagati, ma sarebbe stato “meramente accessorio per altri”. Il gip parla poi di un obiettivo “particolarmente rischioso”, sottolineando che vennero svolti per circa un anno e mezzo accessi al palazzo di giustizia che “mal si conciliano con la sola fase di preparazione di un furto”. Altre circostanze che farebbero pensare ad altri obiettivi, oltre al denaro, sono - si legge ancora nell' ordinanza - l' utilizzo di carabinieri addetti a servizi “particolarmente delicati e di responsabilita”, la scelta di forzare le cassette secondo un ordine preciso indicato in una lista consegnata in precedenza agli esecutori materiali del furto e la qualita' delle parti offese, per la maggior parte magistrati del distretto della Corte d' appello di Roma. Gli accessi abusivi nel palazzo di giustizia di Roma per preparare il furto al caveau avvennero “proprio in concomitanza” con la celebrazione di alcuni processi di “vitale importanza” per la banda della Magliana. I magistrati si riferiscono in particolare alle procedure per misure di prevenzione patrimoniale, ad un processo a carico, tra l' altro, di Massimo Carminati ed Enrico Nicoletti (quest' ultimo estraneo al procedimento perugino) in cui era in discussione la natura stessa della banda della Magliana ed alla sentenza che era in procinto di pronunciare la Corte d' assise d' appello di Roma nel troncone definito da alcuni imputati (tra cui Manlio Vitale) con rito abbreviato. Gli inquirenti rilevano poi che alcuni degli avvocati le cui cassette sono state forzate hanno operato in processi riguardanti appartenti ai Nar, alla banda della Magliana ed a Cosa nostra, in particolare Pippo Calo'. Secondo i magistrati di Perugia obiettivo del gruppo ritenuto responsabile del furto sarebbe stato quello di acquisire cose, documenti ed informazioni per agevolare non solo l' attivita' di singoli appartenenti alla banda della Magliana, ma quella della stessa associazione criminale. Su questa base i magistrati hanno chiesto ed ottenuto dal gip la contestazione a 21 dei 22 indagati dell' aggravante prevista dall' articolo sette del decreto legge 152 del 13 maggio del 1991. Questa - spiega il giudice nella sua ordinanza - riguarda l' azione favoreggiatrice diretta in maniera oggettiva ad agevolare l' attivita' svolta da un gruppo criminale considerato di tipo mafioso, come la Magliana. Obiettivo della norma non e' solo quello di aggravare la pena prevista per le persone alle quali viene contestata, ma anche di reprimere il comportamento di coloro che, anche se non organicamente inquadrati in tali associazioni, agiscano con metodi mafiosi o comunque diano un contributo al raggiungimento dei fini di un' associazione di tale stampo. Il giudice ha comunque ricordato che e' ancora incerta la qualificazione giuridica della banda della Magliana. Secondo il gip vanno tuttavia ritenute sussistenti le pronunce che hanno qualificato la banda come un' associazione per delinquere di stampo mafioso. Nell' ordinanza si parla anche dell' attentato che Cosa nostra e Banda della Magliana volevano compiere contro il magistrato Ferdinando Imposimato. Nel progetto per colpire l'ex pm sarebbe stato infatti coinvolto anche Stefano Virgili, uno dei cassettari poi arrestati per il colpo a piazzale Clodio. Fu infatti la moglie di quest' ultimo, attraverso la ''Mutua nuova societa''' (della quale il marito sarebbe stato il vero dominus), a prendere in affitto da Imposimato un appartamento individuato dalla banda della Magliana e da Pippo Calo' per realizzare l' attentato. Virgili ''con abilita' non comune'' procuro' quindi alle due organizzazioni criminali - sostengono i magistrati - una sede insospettabile ed inaccessibile per gli inquirenti, dove era impossibile intercettare i colloqui tra le persone all' interno grazie ai sistemi di protezione gia' installati per la sicurezza del magistrato che aveva occupato in passato l' abitazione. Secondo i pm di Perugia l' episodio ''e' tipico dell' agire mafioso ed espressione della pericolosita' che la Magliana riesce ad esprimere attraverso i suoi componenti o soggetti vicini alla banda, come Virgili''. Tra il furto al caveau ed Imposimato esiste comunque anche un altro collegamento. Nella notte tra il 26 ed il 27 dicembre scorso Salvatore Minniti, carabiniere prima in forza al reparto operativo dei carabinieri di Roma e poi passato all' aliquota Corte dei conti del reparto magistratura, entro' e si trattenne negli uffici di piazzale Clodio. Un episodio - sostengono gli inquirenti - con modalita' e motivazioni ancora non chiarite. Avvenne infatti a pochi giorni dal fermo di tre colleghi del militare disposto dalla procura di Perugia nell' ambito delle indagini sul furto al caveau. Si e' trattato di un fatto ''singolare'' per due motivi sottolineano i pm del capoluogo umbro: Minniti e' infatti un collaboratore della moglie di Imposimato, magistrato della Corte dei Conti, e l' autorita' giudiziaria perugina venne formalmente informata il 3 gennaio 2000 dopo la deposizione di un ufficiale dei carabinieri.

12 luglio - Mezze ammissioni, giustificazioni improponibili per i pm e tanta paura di alcuni dei personaggi coinvolti: tutto questo traspare dagli interrogatori degli indagati per il furto al caveau della banca interna alla cittadella giudiziaria romana, di cui l'Ansa trasmette una parte. A confermare agli inquirenti che con il colpo fossero state recuperare anche delle carte e' il brigadiere dei carabinieri Adriano Martiradonna, arrestato per avere partecipato al furto:
    Pm Silvia Della Monica: su questo furto e' stato detto dalla stampa un po' di tutto... E' vero che insieme a oggetti d' oro, soldi e altre cose sono stati portati via documenti?
    Martiradonna: questa e' una cosa che le volevo dire. Le buste, la borsa... le borse che sono state portate via erano chiuse. Io l' ho messe sul furgone, le ho portate a destinazione. Ho lasciato il furgone e me ne sono andato. Non so cosa c' era.
    Della Monica: lei sa chi e' Massimo Carminati?
    Martiradonna: no
    Della Monica: non lo ha mai sentito nominare?
    Martiradonna: no, non lo so chi e' Massimo Carminati.
    Della Monica: non e' un personaggio irrilevante.
    Martiradonna: non lo so, non lo so.
    Ancora piu' espliciti sono i timori di Vincenzo Facchini, uno
 dei cassettari autori del furto. 
    Pm Mario Palazzi: ha mai conosciuto Massimo Carminati?
    Facchini: questa domanda mi mette la testa sotto la ghigliottina.
    Alle insistenze del magistrato di sapere cosa significhi l' espressione ed il perche' del suo atteggiamento l' indagato replica spiegando che non intende rispondere.
    Palazzi: c' e' un motivo particolare?
    Facchini: io questo signore non lo conosco, non lo voglio conoscere.
    Palazzi: non c' e' un motivo specifico per cui lei non vuole rispondere a questa domanda?
    Facchini: no. Io su questo argomento non ho difesa avvocato! Dottor Palazzi lei mi sta chiedendo di andare alla ghigliottina.
    Al termine dell' interrogatorio a Facchini viene quindi mostrata una fotografia di Carminati e l' arrestato dice di conoscerlo per averlo visto sui giornali, non di persona. ''Le foto mostrate - scrivono quindi i magistrati nel verbale - vengono stampate ed allegate; chiaramente in preda a paura Facchini si rifiuta di apporre la sua firma su quella di Carminati''. 
Secondo il carabiniere Roberto Cozzolino, anche lui arrestato per il furto, obiettivo del colpo sarebbero state le marche da bollo presenti sui fascicoli.
    Della Monica: la notte loro giravano per individuare in quale ufficio si potevano trovare?
    Cozzolino: ...dicevano che si trattava delle marche da bollo e cercavano dove appunto erano fissate... loro questo mi riferivano, non andavano fuori dal discorso.
    Difensore: ...le marche da bollo vengono annullate con timbri... le uniche marche da bollo che possono essere utilizzate sono quelle che involontariamente cadono dai fascicoli... quindi ho l' impressione di capire che loro andassero a ricercare i valori bollati caduti spersi.
    Della Monica: avvocato si rende conto che Carminati non poteva andare alla ricerca delle marche da bollo che erano cadute? Lui si puo' difendere come crede pero' che Cristo e' morto di sonno mo' mi pare esagerato eh?.

14 luglio - Il settimanale "Panorama" pubblica un servizio sul furto al caveau della banca di palazzo di giustizia di Roma, organizzato da elementi della banda della Magliana.

18 luglio - Secondo il politologo e opinionista Giorgio Galli non c'e' la volonta' di prendere le nuove Brigate Rosse. “Potrebbero prenderli quando vogliono e non capisco perche' le forze dell' ordine non lo facciano, magari loro non la pensano cosi', ma di fatto vengono assolutamente tutelati. Gia' allora - ha detto riferendosi agli anni di piombo – le Br erano controllabilissime e questo si e' visto. Adesso e' assolutamente impensabile che delle persone diffondano volantini Br. Se accade e' perche' glielo si lascia fare. A quali fini questo accada - ha proseguito - non lo so, ma nell' attuale contesto italiano mi sembra del tutto assurdo che cio' avvenga. Queste Br non hanno nessuna capacita' di iniziativa autonoma, potrebbero prenderli quando vogliono, mentre le Br di allora agivano in un contesto sociale ben definito e avevano un minimo di presenza nei movimenti collettivi e nelle tensioni sociali del tempo. Ora - ha concluso - non c'e' la minima giustificazione alla loro esistenza”.

20 luglio - Il Viminale e l' associazione dei familiari delle vittime della banda della Uno bianca (24 morti e un centinaio di feriti tra l' 87 e il '94) hanno raggiunto un' intesa in base alla quale, comunque vada a finire l' iter processuale, saranno salvaguardati i risarcimenti gia' ottenuti con la sentenza della Corte d' assise d' appello di Bologna. Lo ha annunciato la presidente dell' associazione, Rosanna Zecchi, di ritorno da Roma dove stamane ha avuto un incontro con il ministro dell' Interno Enzo Bianco e i dirigenti del Viminale, cui hanno partecipato anche i parlamentari bolognesi Arturo Parisi e Sergio Sabattini e l' ex sindaco del capoluogo emiliano Walter Vitali. “Sono molto soddisfatta - ha detto Rosanna Zecchi - e ora attendo con ansia la fine di questa vicenda”. Due le possibili soluzioni prospettate da Bianco, ha detto la presidente dei familiari: “Dipende dal deposito delle motivazioni della sentenza con cui la Cassazione ha assolto il Ministero dell' Interno dal ruolo di responsabile civile dei crimini della banda di poliziotti, dopo che invece la corte di Bologna lo aveva ritenuto tale” perche' quattro componenti su cinque della banda erano poliziotti della Questura di Bologna. “Il Ministro vuole attendere - ha detto ancora Zecchi - i motivi della sentenza per sapere se non ci sono ostacoli giuridici per portare avanti la transazione con l' associazione. In questo caso la transazione proseguira' senza che il Ministero pretenda la restituzione dei risarcimenti gia' versati ai familiari delle vittime. In caso contrario e' gia' stato predisposto un disegno di legge da sottoporre alle Camere affinche' si raggiunga lo stesso scopo. E' chiaro che cio' varra' solo per le persone fisiche, mentre gli enti locali, che peraltro hanno gia' dato la loro disponibilita', rinunceranno alla loro parte”.

24 luglio - Il tribunale della liberta' di Perugia annulla l' ordinanza del gip  che contestava a Massimo Carminati, nell' ambito dell' inchiesta sul furto al caveau del palazzo di giustizia di Roma, l' accusa di avere agevolato l' attivita' della banda della Magliana, considerata un' associazione di tipo mafioso. In particolare il tribunale non ha ritenuto compatibile l' aggravante prevista dall' articolo sette della legge antimafia con i reati contestati a Carminati, attualmente rinchiuso nel carcere di Spoleto. "Abbiamo tra l' altro fatto notare - ha detto l' avvocato Naso - che stando alla realta' processuale la banda della Magliana e' esistita solo fino all' ottobre del 1989". Il tribunale della liberta' ha invece rigettato l' appello dell' avvocato Naso per quanto riguarda le accuse rivolte a Carminati in relazione alla cocaina che sarebbe stata trovata in alcune delle cassette di sicurezza svaligiate. Contro questa decisione l' avvocato Naso ha comunque annunciato ricorso in Cassazione. 

28 luglio - L' indagine condotta dalla procura della Repubblica di Perugia sul furto al caveau della banca interna al palazzo di giustizia di Roma punta anche ad accertare i motivi per i quali i carabinieri del comando provinciale di Roma avrebbero tenuto nascoste alcune carte contenenti informazioni. Negli ultimi tempi i pm perugini hanno impresso un forte impulso all' inchiesta, facendo eseguire 20 ordinanze di custodia cautelare. Hanno quindi iscritto nel registro degli indagati il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, colonnello Baldassarre Favara; il tenente colonnello Vittorio Tomasone, comandante del Reparto operativo; il comandante del Nucleo operativo, ten.col.Sergio Pascali; ed i tenenti Giovanni Fichera ed Angelo Lano. I militari sono accusati di non avere tempestivamente fornito alla procura della Repubblica di Perugia notizie confidenziali avute sul furto. Informazioni che - sostengono gli inquirenti - potevano portare al recupero della refurtiva e, in particolare, dei documenti che sarebbero stati prelevati dalle cassette di sicurezza svaligiate, gran parte delle quali appartenenti a  magistrati ed avvocati della capitale. I pm del capoluogo umbro intendono ora scoprire il motivo per il quale non siano stati informati delle confidenze raccolte a Roma dai carabinieri. Gia' il gip perugino Nicla Restivo aveva parlato - nell' ordinanza di applicazione della custodia cautelare in carcere firmata all' inizio di questo mese -  di una “parallela attivita' investigativa, non delegata dall' autorita' giudiziaria divenuta competente a procedere, che in alcuni casi si e' sovrapposta a quella ufficiale comportando intralci e ritardi nella prosecuzione delle indagini, con particolare riferimento al rintraccio dei beni, dei documenti e di quant' altro risultava sottratto dal caveau”. L' attenzione dei magistrati perugini si e' soffermata fin dall' inizio sulle carte che potrebbero essere state sottratte dalle cassette di sicurezza. In particolare gli inquirenti hanno concentrato fin dall' inizio la loro attenzione sulla contemporaneita' tra il furto al caveau, che sarebbe stato compiuto tra gli altri da Massimo Carminati, e le ultime fasi del processo per l' omicidio di Mino Pecorelli, nel quale era imputato, poi assolto, lo stesso estremista di destra. Fino a questo momento, comunque, i pm di Perugia non hanno raccolto alcun elemento che possa collegare i due fatti.

29 luglio - "Furto cassette di sicurezza all' interno dell' agenzia nr. 91 della Banca di Roma. Notizie confidenziali": comincia cosi' l' appunto dei carabinieri della compagnia Roma Cassia al centro dei nuovi sviluppi dell' inchiesta perugina sul colpo al caveau di piazzale Clodio che ha portato all' iscrizione nel registro degli indagati di quattro ufficiali dell' Arma. Nell' appunto i militari spiegavano di avere "confidenzialmente appreso" indicazioni su organizzatori ed esecutori del furto. Scrivevano inoltre che ''determinante'' fu ''l' apporto fornito da un carabiniere, tale Adriano, probabilmente in forza al nucleo tribunali ed attualmente in aspettativa, e da altri due colleghi quella sera in servizio di vigilanza presso la citata sede giudiziaria, che avrebbero consentito l' accesso ai malviventi e partecipato materialmente a furto''. Nello stesso appunto si afferma che ''il denaro contante asportato sarebbe gia' sparito. Viceversa l' oro ed i gioielli dovrebbero essere tuttora nascosti in luogo sicuro. Altrettanto dicasi per alcuni documenti rinvenuti all' interno di alcune cassette svaligiate, al possesso dei quali sarebbe interessato il noto pregiudicato Carminati Massimo''. Nella richiesta di applicazione di misure cautelari per i 20 arrestati all' inizio di questo mese i pm di Perugia sottolineano di essere venuti a conoscenza ''soltanto il 3 gennaio 2000'' di circostanze ed elementi tali che avrebbero potuto facilitare ed accelerare le indagini. Le circostanze che hanno portato all' acquisizione delle notizie confidenziali vennero ricostruite dal comandante del gruppo carabinieri Roma-Ostia, tenente colonnello Mario Parente, sentito dai magistrati di Perugia il 27 gennaio scorso. ''Nei giorni 18-20 settembre 1999 il ten. Mauro Ziani, comandante del nucleo operativo compagnia Cassia mi informo' che la compagnia stava sviluppando delle informazioni confidenziali ricevute dall' appuntato... sul furto al caveau della Banca di Roma. In quella circostanza lo stesso ten. Ziani mi disse che nella prima decade di settembre l' appuntato... aveva ricevuto le notizie confidenziali. Poiche' le persone coinvolte erano indicate per lo piu' con soprannomi erano state iniziate attivita' di riscontro per la completa identificazione dei personaggi. Tali attivita' hanno permesso di identificare le persone appartenenti al gruppo... Per quanto riguarda l' interessamento di Carminati al furto il ten. Ziani mi disse che l' appunto, quello che mi viene mostrato e che mi fu consegnato il 23 settembre 1999, riproduceva fedelmente quanto rivelato dalla fonte confidenziale''. 

3 agosto - I legali dei fratelli Savi, i capi della banda della "Uno bianca", hanno inviato alla produzione di una fiction dedicata al caso una lettera di diffida dall'utilizzare il titolo "Uno bianca" e dal fare precisi riferimenti alla storia. Lo ha reso noto il direttore produzione fiction di Mediatrade, Simone De Rita.   Prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi con la regia di Michele Soavi, la fiction ispirata al libro di Marco Melega, vede Kim Rossi Stuart nel ruolo di uno dei due poliziotti che con le loro indagini risalirono ai Savi e andra' in onda in due parti su Canale 5 in novembre. Le riprese, cominciate a meta' luglio a Roma, continueranno per alcune settimane anche a Bologna e Rimini.

4 agosto - In un'intervista a "La Repubblica", l'ex generale del Sid Gianadelio Maletti, che da circa 20 anni vive in Sudafrica, svela la sua verita' sulle stragi degli anni '70."La Cia - dice Maletti - voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". "La Cia - precisa - ha cercato di fare in Italia cio' che aveva fatto in Grecia nel '67, finanziando i fascisti quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia le e' sfuggita di mano la situazione". "I servizi segreti - continua Maletti - non erano pienamente consapevoli del piano americano, ma lasciarono fare. Esisteva un orientamente sostanzialmente favorevole al progetto". "E il potere politico, che non poteva non sapere, non ci ha mai dato una direttiva. La vera responsabilita' politica nella strategia della tensione - conclude - e' che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo politico ha parlato e agito in termini politici".

4 agosto -  In una conferenza stampa convocata a S.Macuto, il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, insieme al capogruppo Ds Walter Bielli, fa il punto dopo l'intervento di Amato a Bologna, l'intervista di Andreotti di ieri e quella di Maletti di oggi. Pellegrino chiede ad Amato di essere "conseguente con le sue parole di Bologna" e di emanare una direttiva perche' si faccia piena luce sul comportamento degli apparati dello Stato e, in particolare, "si aprano gli archivi finora inviolabili dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza". "Chiedo ad Amato - ha detto Pellegrino - e parlo a nome della commissione, degli atti conseguenti alle cose dette a Bologna. Gli chiedo un input, una direttiva che serva a sollecitare, negli apparati dello Stato, una memoria istituzionale ancora torbida: vi sono infatti ancora dei documenti che non sono stati offerti alla commissione, dei funzionari che sanno e che non parlano". In particolare, Pellegrino distingue gli archivi del Viminale, "da tempo non piu' off-limits per i magistrati e la commissione" da quelli dell' Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. "Recentemente - ha ricordato al riguardo Pellegrino - abbiamo ascoltato il gen.Bonaventura, che fu uno dei piu' stretti collaboratori del gen. Dalla Chiesa. Da lui non abbiamo avuto sufficiente chiarezza su fatti, come l'infiltrazione che sappiamo Dalla Chiesa intraprese nei confronti delle Br, di cui il generale informava direttamente il ministro dell' Interno dell' epoca, Virginio Rognoni". Circa le dichiarazioni pubblicate in un'intervista a "la Repubblica" di Maletti, Pellegrino ha sottolineato che esse "trovano riscontro negli archivi. Cio' che ha detto Maletti - ha aggiunto - dimostra che alcune delle critiche che furono rivolte, anche dalla sinistra, alla relazione Bielli, sono ingiustificate: quei fatti sono in gran parte veri". Il presidente Pellegrino ha quindi rivolto un appello affinche', alla luce del nuovo panorama internazionale, si faccia finalmente chiarezza: "Chi sa parli, sono d'accordo nello storicizzare i problemi ma cio' si potra' fare solo in un ambito di verita'". "Le parole di Amato a Bologna - ha concluso Pellegrino - non sono in nessun modo sorprendenti: semmai c'e' da chiedersi come mai i presidenti del Consiglio di centrosinistra, non abbiano detto altrettanto". Pellegrino dice anche che alla luce di quanto detto oggi dal generale Maletti "bisogna rivedere la sentenza di assoluzione del processo sulla strage dell' Argo 16" e che "Sulla strage dell' Italicus ne sapremo di piu' quando Taviani ci fara' conoscere la versione completa delle sue memorie". Lo stesso sen. Giovanni Pellegrino, in una intervista trasmessa al TG3 della Toscana dice:"Quando abbiamo sentito Taviani ci disse: 'io penso che gli attentati sui treni avessero una matrice parzialmente diversa'. Probabilmente - ha detto Pellegrino - gli operatori erano sempre ragazzi della destra radicale. Penso al fallito tentativo di Nico Azzi - ha aggiunto riferendosi all' estremista di destra ferito nella preparazione di un ordigno sul treno Genova-Roma il 7 aprile 1973 - sempre su un treno. Pero', probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani - ha proseguito - non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe detto qualcosa di piu' soltanto da morto". "Io - ha poi detto Pellegrino - auguro lunga vita a Taviani, in quel momento pero', probabilmente, sapremo sull' Italicus qualcosa che ancora oggi non sappiamo". Quanto all' ipotesi di sentire ancora Taviani, Pellegrino ha risposto: "Non penso che otteremo nulla. E' una decisione che ha preso e ne parlera' soltanto dopo. Probabilmente lo preoccupano anche ripercussioni che, nel quadro attuale delle alleanze dell' Italia, potrebbero aversi se lui dicesse quello che pensa dell' Italicus". 

4 agosto - Il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle dichiarazioni del gen. Maletti secondo cui dietro le stragi degli anni '70 ci sarebbe la mano della Cia, risponde:"Non ho avuto il tempo di leggere il giornale. Non ho letto l'intervista a Maletti. Non e' una risposta reticente. Non ho proprio aperto i giornali".

4 agosto - Il giudice veneziano Carlo Mastelloni, che istrui' il processo sulla caduta di "Argo 16", commentando l' intervista del generale Maletti dice che "Da quel poco che e' venuto fuori dall'intervista, si puo' dire che viene confortata l' ipotesi accusatoria". "Bisognerebbe - ha aggiunto il magistrato - verificare la possibilita' di sentirlo sulla strategia della tensione in maniera seria. Altrimenti questa diventa una delle solite interviste di ex alti ufficiali dei Servizi, magari con avvertimenti a politici dell' epoca". Mastelloni si e' detto "perplesso": "Occorre capire - ha aggiunto - perche' l'ha fatta, e perche' l' ha fatta adesso. Non mi meraviglierebbe che vi si nascondesse un suo desiderio di tornare in Italia, dietro garanzie che la legislazione al momento non consente". Quanto infine alla richiesta fatta oggi dal senatore Pellegrino di rivedere la sentenza di assoluzione del processo su Argo 16, Mastelloni si e' limitato ad osservare che "tecnicamente, rivedere la sentenza e' un po' pochino". Nel processo di primo grado, conclusosi a Venezia il 16 dicembre scorso, la Corte d'assise aveva assolto, perche' il fatto non sussiste, dall'accusa di strage l'ex capo del Mossad Zvi Zamir e dalle accuse relative a presunti depistaggi altre otto persone, fra cui lo stesso Maletti. 

5 agosto - Un altro arresto per il furto al caveau del palazzo di giustizia di Roma avvenuto tra il 16 ed il 17 luglio 1999. A finire in carcere e' stato Mario Arciero, 37 anni, latitante, arrestato la scorsa notte dai carabinieri del nucleo operativo di Roma e da quelli del comando provinciale.  All'arresto di Arciero si e' arrivati dopo un'operazione di controllo disposta negli ultimi giorni dai militari del Comando antifalsificazione monetaria nel quartiere romano del Tiburtino allo scopo di scoprire eventuali traffici di valuta e documenti falsi. Durante gli appostamenti, i militari si sono accorti che uno dei pedinati era il latitante Arciero. Lo hanno cosi' bloccato sulla propria auto, ma l'uomo ha cercato di sviare i militari mostrando documenti falsi. Una volta condotto nella caserma del Nucleo operativo, pero', messo alle strette, ha confermato di essere Mario Arciero. Ora si trova nel carcere di Regina Coeli.

9 agosto - Franco Freda e' in detenzione domiciliare nella sua casa di Brindisi, dove tornera' a fare l' editore. Freda, che era detenuto sino a ieri nel carcere di Lecce, assistito dagli avvocati Ladislao Massari di Brindisi e Carlo Gervasi di Lecce, ha ottenuto i domiciliari 10 giorni prima della espiazione della fine della pena: la sua liberazione era infatti prevista per il 19 agosto. L'ideologo di estrema destra, era stato condannato dalla Corte d' Assise di Verona il 20 maggio 1998 a tre anni di reclusione per ricostituzione del partito fascista in violazione della legge Scelba. In appello la pena per Freda era stata ridotta ad un anno, modificando il reato in propaganda contro l'immigrazione e, quindi, in violazione alla legge “Mancino”, riguardante l' istigazione al razzismo. Freda e’ stao arrestato il primo marzo scorso a Brindisi in esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di sorveglianza di Venezia per un residuo pena di sette mesi e quattro giorni relativo alla condanna inflittagli. L' inchiesta sul “Fronte Nazionale” comincio' nel 1992 a Verona dopo la distribuzione di volantini xenofobi davanti ad alcune scuole medie della citta' veneta. Fra il materiale propagandistico figurava il programma del movimento che chiedeva, tra l'altro, la chiusura effettiva delle frontiere all'immigrazione extraeuropea, l'espulsione dei clandestini, controlli sanitari e l' istituzione di “centri culturali” per extracomunitari. Il Tribunale di sorveglianza di Lecce nell'udienza di ieri - e con provvedimento di oggi - ha concesso la detenzione domiciliare per gli ultimi 10 giorni.

14 agosto - Vadim Zagladin, in vacanza in Italia, conferma il suo incontro con i magistrati che si occupano del dossier Mitrokhin, del quale hanno parlato i giornali, non nascondendo un certo risentimento. "Quello che posso dire e' che l'incontro c'e' stato, ne e' scaturito anche un verbale che contiene, in una riga, un dato concreto che i giornali non hanno citato". Secondo Zagladin, sul dossier continuano ad essere scritte troppo inesattezze e puntualizza:"E' un fascicolo che contiene cose false, cose non giuste e anche cose vere". Ma per lui il punto e' un altro."Era stato deciso che si trattava di una cosa confidenziale. Non ne parliamo, mi era stato detto. Io no ne ho parlato", dice con tono deciso. "A questo punto ho promesso e mantengo la parola". E alla domanda se, oltre a confermare l'incontro,vuole almeno dire quando e dove e' avvenuto, risponde: "Si, circa due mesi fa, non ricordo precisamente la data perche' non era una cosa importantissima per me. Non e' stato a Roma. Hanno scritto in un luogo segreto, non e' segreto, ma di piu' non voglio dire". Zagladin precisa che "non c'e' nel Kgb un dossier di questo tipo, un dossier Mitrokhin. Mitrokhin ha preso delle cose, delle piccole cose da dossier differenti, ha mescolato tutto e dunque non e' un documento". 

14 agosto - L'ungherese Thamas Somogy, presunto fornitore di armi dei fratelli Savi e della banda della Uno bianca, e' arrestato in Austria, al posto di frontiera di Heiligenkreuz, mentre entra dall' Ungheria alla guida di una Volkswagen. L'arresto, sulla base di un mandato internazionale emesso dall’ Italia dopo la condanna a otto anni per traffico internazionale di armi da guerra (non appellata e quindi definitiva) emessa del Tribunale di Rimini il 22 giugno 1999. Il 15 agosto Somogy e' trasferito al tribunale di Eisenstadt, il capoluogo del Burgenland, che dovra' decidere sulla richiesta di estradizione, che sara’ possibile solo se in Austria i reati a lui imputati comportano piu' di un anno di carcere in caso di condanna. 

18 agosto - In un'intervista rilasciata dall'ospedale di Varese (dove si trova in convalescenza dopo un intervento chirurgico) al settimanale “Tempi”, l’ex presidente Francesco Cossiga rivela che negli anni di piombo "ci furono frangenti in cui Comunione e Liberazione entro' nel mirino dei terroristi". “Il movimento fondato da Don Giussani - prosegue Cossiga - ha attraversato momenti cosi' critici che ancor oggi non posso rivelare ne' in quali circostanze ne' chi di Cl ha corso seri pericoli".

4 settembre – Sono 15 i documenti presentati in commissione Stragi. Nei circa otto mesi di legislatura che restano l' obiettivo e' quello di arrivare - come prevede il regolamento- ad una relazione finale per il Parlamento. Oltre a quello dei Ds su “Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al '74”, che in giugno aveva sollevato polemiche, il primo in ordine di presentazione e' quello del senatore del PPi Luigi Follieri dal titolo: “Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra il '69 ed il 1975”. Su “il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni '60” il testo depositato dai parlamentari del Polo Enzo Fragala', Alfredo Mantica e Vincenzo Manca, autori di altri “dossier” tra cui quello su “Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta' Br su piazza Fontana”. Ma Mantica e Fragala', di An, hanno elaborato anche documenti sugli “Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia”, su “Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-75”, “Per una rilettura degli anni '60”, su “La dimensione sovranazionale del fenomeno eversivo in Italia” e su “I depistaggi di Piazza Fontana”. Fragala' e Mantica, con Vincenzo Manca e Marco Taradash, si sono occupati quindi anche di Ustica (“Sciagura aerea del 27 giugno 1980”) e di KGB con “L'Ombra del KGB sulla politica italiana”. E con altri due parlamentari dell'opposizione, Cosimo Ventucci e Antonio Leone, hanno poi presentato un documento su  “Il terrorismo e le stragi in Italia”. Solo Mantica, invece, ha depositato una relazione su “Il problema di definire una memoria storica condivisa della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica (Un contributo dall'esperienza della Commissione per la verita' e la riconciliazione in Sudafrica)”. “Contributo sul periodo 1969-'74” e' il titolo del testo proposto dal senatore dei Verdi Athos De Luca. Mentre il deputato dei Ds Walter Bielli si e' occupato di Mario Moretti: “Nuovi elementi concernenti il brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza”. L' obiettivo e' ora quello di arrivare ad un confronto per “confezionare” testi omogenei da votare per la relazione finale.

20 settembre - Ai ragazzi dell'Istituto di Formazione al Giornalismo di Milano, Indro Montanelli dice che “Con il nemico vinto, tutti i terroristi dovrebbero essere messi fuori”. Per Montanelli “e' possibile una ripresa del terrorismo, ma che abbia a che fare con quello sessantottino, questo no. Del '68 - dice - hanno usurpato un certo vocabolario, ma le condizioni non sono piu' quelle e non credo a una linea di sucessione”. “Con il nemico vinto - ribadisce Montanelli - bisogna essere generosi, porgere la mano e aiutarlo a rialzarsi”. Di Renato Curcio, Montanelli dice: “Non ha ammazzato nessuno ed e' il piu' serio. I migliori bisogna ripescarli, anche se hanno sbagliato: l'Italia ne ha bisogno”. Un discorso a parte, secondo Montanelli, merita Silvia Baraldini, alla quale “non possiamo concere la grazia perche' e' stata trasferita dall'America all'Italia sull'impegno che la condanna continuava”.

20 settembre - Roberto Savi, il 'capo' della banda della Uno bianca, ha scritto a Kim Rossi Stuart, protagonista di una fiction tv di Canale 5 dedicata a quelle vicende. Kim Rossi Stuart, con la regia di Michele Soavi, interpreta il ruolo di uno dei due poliziotti di Rimini che con le loro indagini portarono all' arresto dei killer. "L' arresto - scrive Roberto Savi nella lettera resa nota dall'avv. Donatella Degirolamo in cui contesta quella che lui definisce 'versione ufficiale' - non e' in nessun modo addebitabile al sig.Baglioni e al sig.Costanza. La verita' - scrive ancora - e' ben altra e tutti, presso le procure interessate, ben la conoscono, sarebbe forse il momento che si dicesse la verita' senza aggiungere altre bugie piu' o meno motivate da interessi personali". All'inizio di agosto, attraverso i legali, i fratelli Savi hanno inviato alla produzione del film, la Taodue, una lettera di diffida dall'utilizzare il titolo 'Uno bianca' e dal fare precisi riferimenti alla storia. 

21 settembre - Stefano Anastasia, presidente di 'Antigone', associazione che si batte per i diritti dei detenuti, dice che "Ha ragione Montanelli quando dice che bisogna chiudere con il passato. Il terrorismo ha avuto una ragione politica che ora non esiste piu'. Uno Stato autorevole deve essere in grado di chiudere quella stagione, rinunciando anche al suo diritto di punire". "Gli autori del delitto D'Antona - sostiene Anastasia - rivendicano una continuita' di ideali che in realta' non esiste. Chiudendo definitivamente gli 'anni di piombo' gli si impedisce di attribuire alle loro azioni paternita' piu' o meno nobili. Questo potrebbe essere il modo per isolarli".

21 settembre - L' on. Roberto Maroni (Lega nord), in un' interrogazione al ministro dell'Interno, chiede che cosa ci sia di vero nella notizia, riportata da un giornale svizzero, secondo la quale una dozzina di brigatisti rossi tornati alla clandestinita' soggiornerebbero in un centro sociale di Canobbio, nel Canton Ticino, e li' verrebbero sorvegliati da agenti della Digos e dell'Ucigos inviati per monitorare i loro movimenti. Maroni chiede se il ministro ne sia al corrente e se il governo federale svizzero e quello del Canton Ticino "siano stati preventivamente informati dell'invio di agenti investigativi italiani sul loro territorio".

22 settembre - Esce in libreria il libro "Corpi di reato" di Pino Adriano e Giorgio Cingolani, edito da Costa & Nolan. Il libro contiene quattro inchieste 'intrecciate' con un unico filo conduttore: gli anni di piombo e soprattutto le connection inconfessabili tra eversione nera, droga, rapimenti, con una incursione  nell'uso 'politico' dell'incidente automobilistico come mezzo 'pulito' per "liquidare" avversari che hanno troppe curiosita'. I quattro casi sono episodi minori dell'Italia oscura, legati da un sottile intreccio di rimandi ed analogie. Quello di Mauro Brutto, giovane e intraprendente cronista de 'L'Unita' di Milano che aveva scandagliato l'intreccio tra eversione e 'industria dei rapimenti'; la storia di di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Iaio), ventenni ebanisti di Milano, uccisi a pochi passi dal circolo Leoncavallo, e da via  Monte Nevoso, dove era la base Br, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro; il caso di Roberto Cavallaro, uno studente di Rovigo la cui uccisione venne rivendicata dai Nar nell'ottobre del 1979. La Digos chiuse l'inchiesta optando per l'uccisione ad opera di un' auto pirata e quell'omicido venne archiviato senza colpevoli; infine la morte di Valerio Verbano, giustiziato da tre killer in casa dopo che ogni stanza era stata muniziosamente perquisita. I legami tra le quattro storie sono numerosi: per essempio un mese prima di essere travolto da un' auto, Mauro Brutto venne minacciato di morte mentre stava indagando sugli omicidi di Fausto e Iaio e un' auto pirata compare anche nella morte di Cavallaro. 

27 settembre - Nel palazzo della Provincia di Alessandria, Renato Curcio ha tenuto un seminario propedeutico rivolto a insegnanti e operatori del settore penitenziario. Una decina di "allievi" hanno seguito la sua esposizione su come sono cambiati i modelli trattamentali riferiti a detenuti e malati psichiatrici. L' iniziativa e' legata a una mostra itinerante su case circondariali e manicomi, in questi giorni allestita a Torino e che dal 13 al 27 ottobre sara' trasferita a Alessandria. La mostra, intitolata "Luoghi senza tempo e senza forma", e' stata realizzata con le testimonianze dirette di persone che hanno frequentato le case di reclusione, gli ospedali psichiatrici e persino quelli che hanno conosciuto, nei paesi dove e' in vigore la pena capitale, il "braccio della morte".

4 ottobre - La commissione Affari costituzionali della Camera vota a favore del mandato al relatore a riferire in Aula, senza modificare il testo gia' approvato dal Senato, sull' istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin. La commissione d' inchiesta dovra' accertare i fatti ed eventuali responsabilita' di ordine politico e amministrativo inerenti al dossier, e sara' composta da dieci senatori e dieci deputati nominati dai presidenti delle due Camere. Inoltre la Commissione dovra' concludere i propri lavori entro sei mesi dal proprio insediamento, presentando al Parlamento una relazione sui risultati dell' indagine.

6 ottobre - La banda della Magliana non era un'associazione a delinquere di stampo mafioso. Per la corte d'assise d'appello di Roma si tratta di un'associazione semplice e per questo motivo le pene inflitte oggi sono state diminuite in media di circa un anno per ognuno dei 18 imputati. Soltanto nei casi di Raffaele Pernasetti (presente sul banco degli imputati) l'ergastolo e' stato ridotto a 30 anni di reclusione e i sei anni di pena di Enrico Nicoletti, considerato il cassiere del gruppo, sono passati a tre anni e mezzo. Tra gli altri esponenti di spicco del gruppo giudicati oggi e che avevano impugnato la sentenza di secondo grado davanti alla Cassazione, figurano anche Marcello Colafigli (presente in aula), cui e' stata riconosciuta la seminfermita' mentale e che e' stato condannato a 27 anni e 15 giorni di reclusione, oltre all' interdizione perpetua dai pubblici uffici; Giorgio Paradisi, che ha avuto 22 anni e tre mesi e l'interdizione perpetua; Renzo Danesi, passato da 25 a 22 anni di reclusione e l'interdizione. Quello conclusosi oggi e' un troncone del maxi-processo di appello finito nel febbraio 1998 e impugnato davanti la Cassazione da 18 dei 29 imputati. Nel marzo dello scorso anno la Suprema corte stabili' il rinvio ad una diversa sezione della corte d'assise d'appello di Roma, affinche' venisse ripresa in considerazione la configurazione del 416 bis, cioe' il reato associativo di stampo mafioso. Oggi la corte si e' sostanzialmente adeguata alle direttive della Cassazione, individuando solo l'associazione semplice. Il processo si basava sulla cosiddetta "Operazione Colosseo", condotta dalla Criminalpol del Lazio, dalla Squadra mobile e dalla Digos di Roma nell' aprile 1993, culminata con l'arresto di oltre 50 persone. Gli imputati erano accusati di numerosi episodi di criminalita': dall' omicidio all' estorsione, dal racket al traffico di stupefacenti. 

6 ottobre - Parlando a Bologna durante la commemorazione di Primo Zecchi, il sottosegretario agli Interni Massimo Brutti ha ribadito l' impegno del Governo per garantire che i familiari delle vittime della banda della Uno Bianca abbiano i risarcimenti. "Governo e istituzioni, al di la' di qualsiasi verita' giudiziaria, della Cassazione, o dei giudici di merito, onoreranno il debito nei confronti delle famiglie delle vittime". Per Brutti lo Stato "ha un debito" perche' "li ha scoperti troppo tardi. Non vi fu un' efficace azione di polizia e di intelligence che fosse seria. Nessuno si accorse che gli assassini erano nascosti fra chi doveva far rispettare la legge".

11 ottobre – Comincia il processo contro Angelo Demarcus, l' ex agente dei servizi della Marina Militare, accusato di aver confezionato un falso dossier su Stefania Ariosto poi pubblicato da “L' Avanti! della Domenica”. La sua difesa presenta otto dossier di documentazione varia e di memorie insieme con una lunga lista di testimoni, tra i quali figurano nomi di spicco della politica e della magistratura. Il giudice del Tribunale di Roma si riserva di accettare i dossier e la lista, cosi' come si e' riservato di accogliere alcune eccezioni preliminari. In aula era presente Francesco Pazienza che figura come parte offesa nel procedimento insieme con Stefania Ariosto. Pazienza, che ha detto in aula di aver intenzione di partecipare a tutte le udienze, veniva dal carcere di Parma dove e' rinchiuso. La vicenda risale al gennaio 1998 quando “L' Avanti!” pubblico' un dossier nel quale si sosteneva che Stefania Ariosto, gia' conosciuta alle cronache, era pagata dai servizi segreti. Nel dossier si faceva anche il nome di Pazienza. Demarcus e la sua segretaria Eleonora Sarcona sono imputati di falso materiale e diffamazione.

19 ottobre - Colleghi, amici e familiari di Italo Toni e Graziella De Palo, i due giornalisti italiani scomparsi misteriosamente 20 anni fa in Libano, dove erano ospiti dell'Olp, rivolgono al presidente della Repubblica e ai vertici istituzionali, italiani e europei un appello a “Rimuovere il segreto di Stato e conoscere, finalmente, la verita’”. Paolo Serventi Longhi, segretario della Federazione nazionale della stampa ha detto che e’ solo una prima iniziativa “perche' anche questo anniversario della morte dei due giornalisti non cada a vuoto”. Oltre all'appello e' inaugurato il sito “www.Toni-De Palo.it” contenente non solo i dettagli della vicenda, ma anche materiale di documentazione, gli articoli dei due giornalisti ed ogni eventuale aggiornamento. Tra breve il materiale sara' disponibile anche su un Cd rom. Sempre per “non dimenticare”, Serventi Longhi ha assicurato “tutto l'appoggio” della Fnsi all'istituzione di una Fondazione intitolata ai due giornalisti e “a tutti quelli la cui morte non e' stata ancora chiarita, da Ilaria Alpi ad Antonio Russo”. Il consigliere comunale di Roma Pierluigi Borghini ha annunciato che lunedi' presentera' un ordine del giorno per intitolare una strada della capitale a Toni e De Palo. Altra iniziativa in cantiere, l'istituzione di un premio giornalistico per un reportage dal Medio oriente. “Due sono le certezze nel caso Toni-De Palo”, ha detto il deputato dei Verdi Marco Boato, presente alla conferenza stampa tenuta nella sede della Fnsi. “La prima - ha affermato - e' che sono stati uccisi da una fazione dell'Olp; la seconda, che i servizi segreti italiani dell' epoca misero in atto depistaggi e coperture, inducendo le stesse massime autorita' politiche - da Pertini a Spadolini, a Forlani - a dare false versioni”. Ora, pero' - sostengono anche i familiari dei due giornalisti uccisi - “a 20 anni da una vicenda cosi' dolorosa per noi, e infamante per le istituzioni democratiche, ci sia finalmente consentito di conoscerne i dettagli e la verita’”. Da qui l' appello al presidente della Repubblica, che diventa anche una denuncia del “modo inumano in cui siamo stati trattati da quello stesso Stato che lei oggi rappresenta, e che continua a infierire su di noi, impedendoci di conoscere dove, come e perche' sono morti i nostri cari”. “Dalla vicenda di questi colleghi, insieme ad altri fatti recenti - ha concluso Serventi Longhi - emerge che c'e' un giornalismo che stenta, che commette errori, ma che c'e' anche un giornalismo che tenta di raccontare la verita' e non ce la fa, perche' viene ucciso. Per questo abbiamo diritto di chiedere alle istituzioni, nazionali e internazionali, il rispetto e che ci sia consentito di fare il nostro mestiere”.

19 ottobre - Enzo Fragala' (An), Vincenzo Mantica (An) e Marco Taradash, parlamentari d’ opposizione membri della commissione stragi, illustrano in una conferenza stampa due loro relazioni gia' depositate in Commissione Stragi: “L'ombra del Kgb sulla politica italiana” e “Il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni '60”. Secondi i tre il “Piano Solo” non e' mai esistito (“e' il frutto del lavoro intossicante del Kgb”), la strategia della tensione e' stata piu' o meno “inventata” da una certa parte della sinistra e il Kgb ha influenzato, se non addirittura governato, la vita italiana dal dopoguerra ad oggi. Secondo i tre esponenti dell'opposizione “la storia degli ultimi 30 anni non puo' essere raccontata partendo dal presupposto che c'e' stata una strategia unica, un filo conduttore dei vari eventi, un solo regista”. “Ogni strage - spiega Fragala' - ha infatti una sua storia e una sua origine. Ed e' per questo che abbiamo deciso di presentare 12 relazioni. Piazza Fontana, voluta dagli anarchici, non c'entra niente con Ustica, di matrice libica, e cosi' via”. Da qui la difficolta' denunciata tempo fa da esponenti della commissione di arrivare ad una relazione conclusiva condivisa. “Vogliamo poi denunciare - aggiunge Fragala' - che dopo la scoperta del dossier Mitrokhin nessuna indagine, ne' interrogatorio sono stati fatti”. “Basta con la lettura caricaturale degli ultimi decenni offerta dalla sinistra - dichiara Taradash - occorre ristabilire la verita' e ridare dignita' ad apparati dello Stato ingiustamente accusati” come ad esempio “i vertici dell'Aeronautica per il Caso Ustica”. “Il fatto che non vogliamo arrivare ad un'unica relazione conclusiva - precisa Mantica - e' da parte nostra una risposta politica. Sono fatti diversi e a se' stanti che richiedono analisi separate”. Il Piano Solo ad esempio, dichiara, “non e' mai esistito. Sono stati solo degli appunti del generale De Lorenzo 'pompati' ad arte ed enfatizzati da certa stampa”. Cosi' come non si e' mai parlato “a sufficienza e nei giusti termini del ruolo svolto in Italia dal Kgb” che avrebbe, per il senatore di An, tra l'altro, non solo finanziato ed etero-diretto il Pci, ma sostenuto le Br e dato corpo alla cosiddetta 'pista atlantica' per il Caso Moro. Pellegrino, intervenuto alla conferenza, ha invitato a rileggere quegli anni con piu' distacco e serenita' senza commettere “lo stesso errore commesso allora dalla sinistra di ideologizzare troppo gli eventi”. “La vera domanda a cui si deve rispondere - dichiara - e' perche' gran parte dei giovani di allora decise di armarsi contro lo Stato chi per abbatterlo e chi per piegarlo in senso autoritario. Ma senza pregiudizi politici che impediscono di capire la verità”.

19 ottobre - Walter Bielli, deputato Ds e componente della commissione Stragi, afferma che Giorgio Conforto, l'uomo di cui si parla nel dossier Mitrokhin come di un referente del Kgb, lavoro' per il servizio segreto russo con certezza solo fino agli anni '30, ma poi collaboro' con intelligence occidentali come l'Ovra e la Cia. Bielli dice di avere prove documentali di questo e del fatto che Conforto non ebbe alcun ruolo determinante nel caso Moro. “Conforto - dice Bielli - e' stato quasi certamente una spia dell'Urss durante i primi anni '30. Ma viene subito arrestato e con ogni probabilita' interrompe la sua attivita”'. E' da allora, per Bielli, che cominciano i contatti con i servizi occidentali. “Nel '41 - aggiunge - Conforto scrive al Capo dell'Ovra, la polizia fascista, comunicandogli di aver preso i richiesti contatti con i fuoriusciti russi. Nel '46 poi il suo nome ricorre in una conversazione tra il capo della Cia in Italia e Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. A quella data quindi Conforto e' certamente un agente bruciato per i sovietici”. Sul caso Moro infine, dice Bielli, si sa solo che il difensore della figlia Giuliana, arrestata perche' ospito' Morucci e Faranda, “era un confidente di D'Amato. Conforto fu dunque un agente 'doppio' che se lavoro' con il Kgb lo fece coperto da qualcuno di alto livello nei governi occidentali”. Enzo Fragala' e Alfredo Mantica (An) replicano a Bielli sostenendo che Giorgio Conforto "fu un agente operativo del Kgb fino al marzo del 1975". "I Ds - dichiarano gli esponenti di An - continuano a stupire per l'improvvisazione con la quale continuano a stilare elaborati che risultano essere un puro esercizio retorico senza alcun valore documentale". "Bielli - aggiungono - afferma una teoria non confortata dai documenti che ritraggono, al contrario, l'agente operativo dal nome in codice Dario, attivo addirittura fino al marzo del 1975 e coordinatore della rete sovietica di spie in Italia". Un'attivita' che, spiegano Fragala' e Mantica, "gli varra' una pensione a vita di 180 rubli per i suoi 40 anni di lavoro e il riconoscimento per lui e sua moglie dell'Ordine della Stella Rossa". "Quando nel 1979 - dichiarano - i Br Morucci e Faranda verranno arrestati a casa di sua figlia, Giuliana, il Kgb congelera' la sua posizione per timore che potesse essere interrogato dai servizi italiani". Conforto, concludono, e' insomma "una figura chiave della guerra fredda" che la sinistra tenta di riabilitare solo per "interessi di fazione".

19 ottobre - Enzo Fragala' (An), Alfredo Mantica (An) e Marco Taradash in una conferenza stampa affermano che sull'attivita' del Kgb in Italia ci sono ancora molte cose da scoprire, come dimostrerebbe il recente ritrovamento della documentazione relativa alla defezione di Oleg Gordievsky responsabile del Kgb a Londra. Tra i documenti rinvenuti negli archivi del Viminale, spiegano i parlamentari , particolarmente interessante sarebbe un' informativa del 13 dicembre 1985 indirizzata al Sisde e al Cesis e firmata dall'allora direttore del Sismi Fulvio Martini. Un'informativa nella quale si attribuisce grande importanza al passaggio di Gordievsky all' Occidente e si annunciano indagini approfondite per valutare l' importanza delle informazioni in suo possesso. Martini, sempre nella stessa nota, aggiunge poi di aver messo a conoscenza di questi fatti anche Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, e Giovanni Spadolini, ministro della Difesa di quegli anni. Ma viene avvertito anche Oscar Luigi Scalfaro, ministro dell'Interno, con una lettera di Vincenzo Parisi, responsabile Sisde, del 20 dicembre.

19 ottobre - Le Sezioni unite civili della Cassazione confermano la cancellazione dall'ordine degli avvocati per Guido Viola, l' ex sostituto procuratore milanese, che da magistrato si e' occupato di inchieste sul terrorismo e su Michele Sindona. La cancellazione, che e' un provvedimento meno grave della radiazione perche' permette all'interessato di essere reinserito nell' ordine dopo 5 anni, era stata disposta nel febbraio di quest'anno dal Consiglio nazionale dell'ordine degli avvocati, dopo che l'ex magistrato - che esercita la professione forense dal 1990 - aveva patteggiato una pena ad un anno e 10 mesi di reclusione per riciclaggio nell'ambito di un processo per tangenti.

20 ottobre - In un'inchiesta condotta dalla procura di Napoli e guidata dal procuratore Agostino Cordova su "gruppi massonici occulti internazionali in grado di condizionare la politica italiana" e' emessa un' ordinanza di custodia agli arresti domiciliari nei confronti di Nicola e Salvatore Spinello. Oltre a notificare i due provvedimenti restrittivi con l'accusa di "costituzione, promozione e organizzazione di logge massoniche occulte e deviate", la Dia ha eseguito perquisizioni in tutta Italia e in particolare, oltre che a Napoli, a Roma, Bari, Reggio Calabria, Firenze e Catania. I due arrestati sarebbero stati "al vertice di gruppi massonici occulti e deviati operanti a livello nazionale e internazionale", collegati "con settori della camorra e Cosa Nostra". Tra le cose di cui l' organizzazione si sarebbe occupata "un progetto finalizzato alla rimozione del giudice Falcone dall' incarico alla procura di Palermo", la "conoscenza della dinamica della strage di Ustica", i collegamenti con camorra, mafia, politica e finanza "per condizionare la vita politica italiana" e infine "un piano criminoso, rimasto nella fase puramente ideativa", per un attentato a Umberto Bossi. Il loro obiettivo, secondo l'accusa, era quello di "condizionare e influenzare la vita politica italiana, con pressioni su singoli esponenti politici, talvolta consapevoli, talaltra inconsapevoli - precisa l'accusa - nel contesto di un programma secondo cui per arrivare al grande gioco politico non sarebbe necessario diventare parlamentare ma pilotare i parlamentari". Tuttavia, grazie "al grande credito - scrive l'accusa - di cui godevano in ambienti politici nazionali, nei gruppi finanziari e nella pubblica amministrazione, gli Spinello erano in grado di orientarne le attivita' nel senso da loro voluto". Da intercettazioni telefoniche eseguite, e riscontrate dalle ammissioni di un pentito di mafia che secondo indiscrezioni sarebbe Angelo Siino, sarebbe emerso che Salvatore e Nicola Spinello "operando in stretto collegamento con esponenti della camorra si sono adoperati per far eleggere in Parlamento un esponente politico a loro collegato con vincolo massonico occulto". Si tratterebbe di un senatore eletto a Napoli nelle liste della Dc nel 1987, la cui campagna elettorale sarebbe stata "finanziata con somme a lui direttamente consegnate da un esponente apicale della mafia siciliana oggi collaboratore di giustizia". Inoltre, sottolinea sempre l'accusa "gli indagati facevano frequente riferimento a costrizioni provenienti da oltre oceano per incidere sugli equilibri della politica italiana". Al momento, secondo quanto risulta, nessuno dei singoli episodi ricostruiti dall'accusa - oltre la presunta appartenenza degli Spinello a logge massoniche deviate - e' oggetto di contestazione. Neppure il presunto progetto di attentato al senatore Umberto Bossi, che risalirebbe al 1994, in quanto - come specificato dalla stessa procura - "e' rimasto nella fase puramente ideativa".

24 ottobre - La II sezione penale della Cassazione conferma le condanne, emesse nel 1999 dalla Corte di appello di Roma, nei confronti dei funzionari del Sisde imputati per truffa e peculato in relazione alla sottrazione di circa 60 miliardi dalle casse dei servizi segreti civili. In particolare e' stata confermata la condanna per Michele Finocchi (sette anni, due mesi e dieci giorni di reclusione), Gerardo Di Pasquale (sette anni, cinque mesi e dieci giorni), Maurizio Broccoletti (sette anni e cinque mesi), Antonio Galati (cinque anni e cinque mesi) e Rosa Maria Sorrentino (due anni e due mesi). Tutti gli imputati, attualmente, si trovano in stato di liberta', ma solamente la Sorrentino potrebbe usufruire della legge Simeone che favorisce le misure alternative alla detenzione quando la condanna e' 
inferiore ai tre anni.

27 ottobre - Il Consiglio dei ministri approva lo scioglimento del movimento politico "Fronte Nazionale" costituito a Bondeno (Ferrara) nel 1991 da Franco Freda. La decisione fa seguito alla sentenza emessa dalla corte di Cassazione nel 1999 la quale ha definitivamente sancito che tale movimento e' una "organizzazione avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione razziale". Tale caratteristica - si legge nel comunicato finale della riunione - comporta, in base alla legge 205 del 1993, lo scioglimento del movimento e la confisca dei beni.

7 novembre - "A mezza altezza", un documentario di Menotto Bucco e Tania Pedroni in onda domani alle ore 21 su TELE+Nero per Doc-Reportage, racconta le storie di cinque italiani rifugiati a Parigi negli anni Ottanta dopo essere stati condannati per atti di terrorismo e tentativo insurrezionale. Oreste Scalzone, che negli ultimi venti anni ha mantenuto vivo l'impegno politico lottando per l'ottenimento di uno statuto ufficiale in Francia per tutti i rifugiati politici; Cesare Battisti, scrittore di romanzi noir pubblicati sia in Francia che in Italia; Luigi Rosati, giornalista che scrive di musica ed argomenti africani; Paola De Luca, traduttrice e Paolo Persichetti, l'unico tuttora Sprovvisto di uno status di rifugiato de facto in Francia, che ricercato con un decreto esecutivo di estradizione in Italia, vive in clandestinita'. Il documentario sara' introdotto da Pietro Cheli.

11 novembre - Dal 13 novembre Radiotre propone, dal lunedi' al venerdi' alle 14,05, un nuovo appuntamento con la storia:“Diario italiano”, 60 puntate a cura dello storico Giovanni De Luna dedicate al primo trentennio dell'Italia repubblicana e costruite su documenti radiofonici originali. Si parte dal primo giorno della Repubblica per attraversare la ricostruzione del dopoguerra, il periodo della guerra fredda, l'industrializzazione, fino alla strategia della tensione e al delitto Moro.

17 novembre - Torna al Senato il provvedimento che istituisce una commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin perche' l'Aula della Camera ha introdotto due nuovi obiettivi d'indagine. La Commissione dovra' accertare "ogni aspetto relativo all'acquisizione e alla disponibilita' dell'archivio" (emendamento proposto da Mario Tassone, Cdu), e "le azioni degli organi preposti alla sicurezza, in relazione alle loro competenze e attribuzioni di legge" (emendamento proposto dal diessino Soda e dal Verde Boato). La commissione avra' quattro mesi di tempo per concludere i propri lavori. Il provvedimento e' stato approvato con 295 si', 17 no (Prc e qualche esponente della maggioranza); 9 gli astenuti.

21 novembre – La “Gazzetta Ufficiale” pubblica il decreto, firmato dal ministro dell'interno Enzo Bianco, che dichiara sciolto il “Fronte nazionale”, il movimento politico fondato da Franco Freda nel 1992, accusato di incitare alla discriminazione razziale. La decisione del consiglio dei ministri e' stata presa in seguito ad una sentenza della Cassazione che, nel maggio del 1999, ha sancito che il movimento di Freda e' "un'organizzazione avente tra i propri scopi l' incitamento alla discriminazione razziale". L'inchiesta sul “Fronte nazionale” venne avviata dalla questura di Verona nel settembre dello stesso anno dopo una serie di volantinaggi del Fn davanti ad alcune scuole medie della citta'. Il processo si concluse nell'ottobre 1995 con la condanna di Freda a sei anni di reclusione, oltre che con quelle di altri 45 appartenenti al Fronte, per il reato di ricostituzione del partito fascista. Pena confermata dlla Corte d'assise d'appello di Venezia, ma ridimensionata per Freda dalla Cassazione a tre anni, non piu' per la violazione della legge Scelba del 1952, bensi' per il reato di propaganda all'odio razziale, previsto dalla legge Mancino. Per questa vicenda Freda era stato arrestato l'1 marzo scorso per scontare un residuo pena di sette mesi.

27 novembre - Gli avvocati Massimiliano Scaringella di Roma e Luciano Totti di Rimini depositato l' appello all' ufficio atti fuori sede di Roma per essere trasmesso alla Corte d' Appello di Bologna contro la sentenza di condanna di Tamas Somogyi, il quarantanovenne ungherese condannato a 8 anni di carcere per aver fornito armi ai fratelli Savi della banda della Uno bianca. Secondo l' avvocato Scaringella "la nullita' della setenza ne ha impedito il passaggio in giudicato e ha quindi lasciato aperti i termini per l' appello". Le eccezioni di nullita' riguardano l' esatta identificazione dell' imputato, attualmente in carcere a Tolmezzo, e il mancato rispetto del trattato bilaterale Italia-Ungheria che prevede che la notifica del rinvio a giudizio vada fatta con rogatoria e non attraverso il servizio postale. Il 26 ottobre scorso il Tribunale di Rimini aveva respinto un incidente di esecuzione richiesto dal carcere da Somogyi: per i giudici riminesi non ci sono dubbi che la persona arrestata il 14 agosto scorso mentre entrava dall' Ungheria in Austria sia la persona condannata il 22 giugno 1999 a Rimini. Sulle ecccezioni di nullita', che riguardavano la fasi del processo di cui il giudice delle esecuzioni non e' legittimito ad occuparsi, il Tribunale si era dichiarato incompetente.

4 dicembre – Tra il pubblico che ha assistito alla conferenza di Massimo D'Alema all'Istituto di cultura di Parigi, c'era Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio e oggi punto di riferimento dei rifugiati politici degli "anni di piombo". Scalzone, concludendo una lunga digressione sull'intervento di sabato di D'alema al convegno con i filosofi sul fatto che bisogna sconfiggere la paura ed i particolarismi delle campagne elettorali, ha citato quale esempio di unita' della sinistra l'esperienza della Comune di Parigi. A questo punto D'Alema ha risposto sorridendo: "penso che se la sinistra italiana dovesse anche sostenere la Comune di Parigi avrebbe ancora meno possibilita' di vincere...". Al termine della conferenza D'Alema ha scambiato ancora alcune battute con Scalzone.

7 dicembre - La prima sezione della Corte di Cassazione conferma la condanna all' ergastolo per Franco Fuschi, l' "uomo dei misteri" della Valle di Susa, processato per una lunga catena di omicidi da lui stesso spontaneamente confessati. Fuschi, il cui nome balzo' clamorosamente agli onori delle cronache torinesi quando, nell' aprile del 1996, cerco' di togliersi la vita in un bagno della Procura sparandosi un colpo di pistola, lo scorso 14 gennaio era stato giudicato responsabile dalla Corte d' Appello di Torino di undici omicidi e cinque tentati omicidi, commessi in provincia di Torino tra il 1977 e il 1994 nella maggior parte dei casi in occasioni di furti in ville e appartamenti. L' uomo comincio' a parlare dei delitti nel corso dell' inchiesta del pm Gabriella Viglione su un' armeria di Susa (Torino), la Brown Bess, al centro di un misterioso traffico d' armi che vedeva il coinvolgimento di agenti dei servizi segreti. Fuschi fece anche molte altre dichiarazini, ritenute solo frutto della sua fantasia: disse di avere ucciso delle persone su incarico del Sismi, di avere avuto un ruolo nella strage di piazza Fontana e nell' omicidio del banchiere Roberto Calvi: in questo caso, pero', si guadagno' una imputazione per autocalunnia. Miracolosamente sopravvissuto al tentativo di suicidio, soffre di una forma di epilessia.

7 dicembre - La polizia arresta Michele Capezzera, 41 anni, Franco Malva, 43 anni e Antonio Cimino, 39 anni, che avevano già sfondato la finestra sul retro della filiale della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza di Rivoli senza che nessuno se ne accorgesse. Un'ora dopo gli investigatori della Sezione Antirapine della Squadra Mobile bussavano alla porta di Filippo Mastropasqua, 51 anni, un passato di terrorista a cavallo tra Brigate Rosse e Prima Linea, per eseguire il quarto ordine di carcerazione. Per ultima in carcere è finita la fidanzata albanese dell' ex terrorista che viveva però ancora con la moglie, Nadia Mazzocco, anche lei un'ex di Prima Linea, conosciuta negli anni '80 come «la pupa delle presse». La presenza di Filippo Mastropasqua nella banda in un primo momento aveva fatto balenare il sospetto che si trattasse di rapine fatte per alimentare una strategia terrorista ma l'inchiesta ha invece appurato che l'ex di Prima Linea era in realtà tornato alle origini. Filippo Mastropasqua infatti era un rapinatore che la lotta armata l'aveva conosciuta in carcere dopo essere stato arrestato nel 1974 per due rapine. Era poi stato arrestato nel 1980 mentre stava entrando in un covo delle Brigate Rosse e dalla sua cattura era partita l'inchiesta sfociata nella cattura di Patrizio Peci e Rocco Micaletto. Nel 1981, al maxiprocesso contro gli esponenti di Prima Linea durante il quale Susanna Ronconi che, oggi dopo essersi dissociata lavora al Gruppo Abele, fu condannata a quattordici anni lui ebbe una condanna a otto anni. Un anno dopo, nel carcere di Cuneo, Filippo Mastropasqua per protestare contro il trasferimento in un prigione a lui non gradita aveva tentato di strangolare un agente di custodia.

9 dicembre - A Courmayeur, nella penultima giornata di Noir In Festival, viene presentata la prima parte del film-tv di Michele Soavi, "La Uno bianca", con Kim Rossi Stuart.

12 dicembre – Rapina alla filiale di Todi del Monte dei Paschi di Siena. Autori del colpo sono Giorgio Panizzari, gia' membro dei Nap e delle Br, e Roberto Vigano’, fratello di Leonardo Vigano', coinvolto nelle indagini sui Nar. Verso le 13 sono entrati in banca impossessandosi di 25 milioni di lire. All' uscita dall' istituto di credito, che si trova nella centralissima piazza del Popolo, i due rapinatori si sono imbattuti in un maresciallo dei carabinieri, che ha subito capito cosa stava accadendo ed ha intimato l' alt. Panizzari e Vigano' hanno impugnato le loro pistole calibro nove, e c’ e’ stata una sparatoria in cui, quasi per miracolo, nessuno e' rimasto ferito nonostante la piazza fosse affollata. Vigano' e Panizzari hanno cercato di fuggire con la "Uno" con la quale erano arrivati, ma sono finiti contro un' altra autovettura. Hanno quindi abbandonato l' utilitaria e si sono impossessati con le armi di una "Opel Corsa" tentando di scappare, ma sono finiti fuori strada incrociando una pattuglia della polizia stradale che stava raggiungendo il centro della citta' dopo l' allarme. Vigano' e' rimasto incastrato nell' abitacolo venendo arrestato dai carabinieri giunti nel frattempo all' inseguimento. Panizzari ha cercato di proseguire la fuga a piedi ma e' stato bloccato dalla polizia stradale. Dopo l' arresto – secondo indiscrezioni - si sarebbe dichiarato prigioniero politico. Gli investigatori si sono accorti che Panizzari aveva i polpastrelli delle dita volutamente rovinati. E' stato quindi praticamente impossibile prendergli le impronte. Un fatto che ha ritardato la sua identificazione, che e' stata molto complessa. Una volta accertato chi fosse, Panizzari - rispondendo ad una domanda degli inquirenti - ha detto di avere fatto parte in passato di organizzazioni eversive, ma non adesso. Non ha pero' fornito alcun contributo alle indagini. Panizzari aveva ottenuto nel 1998 dall' allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, dopo 28 anni di carcere, la grazia parziale. Gli era stato infatti commutato l' ergastolo in 30 anni di pena e cosi' l'ex nappista era potuto tornare in liberta'. Il nome di Panizzari era stato inserito nell' elenco di quelli per i quali le Brigate rosse avevano chiesto la liberazione durante il sequestro Moro. Era stato, con Antonio Lo Muscio e Martino Zicchitella, tra i fondatori dei "Nuclei Armati Proletari". Nel 1993 ottenne la semiliberta' e comincio' a lavorare in una cooperativa informatica. Fu pero' nuovamente arrestato a Roma per tre rapine in banca compiute - come avvenuto oggi a Todi - con tre terroristi dei nar anche loro in semiliberta'. Successivamente pero' la Corte di Appello di Roma lo assolse, ma la semiliberta', nel frattempo revocata, non gli venne restituita e lui per protesta inizio' uno sciopero della fame. Poi la grazia. «Non abbiamo alcun elemento per sostenere che si sia trattato di rapine per finanziare il terrorismo», ha spiegato uno degli investigatori. Roberto Viganò nel 1998 era stato arrestato per usura e droga mentre in passato era stato sospettato di appartenere alla banda della Magliana. Nella notte,  agenti della Digos e dell' Ucigos compiono una serie di perquisizioni a Roma e nei dintorni, trovando armi e munizioni, e arrestano Omero Mollica, detto Dante, 54 anni, bloccato ad Ariccia, nei Castelli Romani. Nella sua abitazione sono state trovate pistole e mitra e “documentazione ideologica” risalente ai primi anni ottanta. A Mollica gli investigatori sarebbero risaliti nell'ambito di controlli nei confronti di persone sospettate di avere rapporti con i due rapinatori arrestati a Todi. In particolare, in un box all' interno di un capanno in un appezzamento di terreno, distante 200 metri dall'abitazione di Mollica, sono stati trovati cinque borsoni: in quattro di essi erano contenuti tre fucili cal. 12 con munizioni a pallettoni (di cui uno con un colpo in canna e tre nel serbatoio), due pistole, di cui una riproduzione di una Browning, due ricetrasmittenti, una parrucca, numerose munizioni. Fra il materiale ritrovato anche un sacco con la scritta Banca di Roma, forse utilizzato per portare via denaro dopo una rapina. Il materiale cartaceo e' stato invece trovato in casa di Mollica. Si tratta di un centinaio di fogli, alcuni fotocopie di documenti originali con l' intestazione delle Brigate Rosse fra cui una rivendicazione della rapina compiuta il 14 febbraio 1987 in via Prati di Papa, a Roma. Ci sono anche fogli manoscritti che contengono “riflessioni tematiche su pubblicistica delle Br”, come hanno spiegato gli investigatori della Digos, oppure riproducono rivendicazioni copiate da documenti delle Brigate Rosse. Nel complesso, i documenti manoscritti avrebbero - secondo un primo esame - uniformita' di grafia, tranne alcuni che sembrano scritti da una persona diversa. Tutta la documentazione era contenuta in una cartellina rossa nascosta. Mollica era stato arrestato nel 1983 in un “covo” a Ladispoli, sul litorale romano, per detenzione di armi e partecipazione ai Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria (Colp). Mollica, vicino agli ambienti di “Autonomia” e noto per reati comuni, era tenuto sotto controllo da tempo per i suoi passati rapporti con Arcadio Troiani e con la professoressa Rossella Riccioni, arrestati qualche mese prima a Tor Pignattara, alla periferia est di Roma. L' 8 marzo del 1985 la seconda corte di assise di Roma, al termine di un processo a dieci persone accusate di aver fatto parte delle 'Ronde proletarie' e di altri gruppi terroristici nati dopo lo smantellamento di Prima Linea, lo condanno' a sette anni e mezzo di carcere. Dopo la condanna definitiva a quattro anni e sei mesi fu sottoposto agli arresti domiciliari e torno' definitivamente in liberta' alla fine del 1989. Le armi e le munizioni trovate nel box di Mollica e il fatto che l' uomo conoscesse Panizzari fa ritenere agli investigatori che sia stato lui a fornire le armi usate nella rapina a Todi. 

13 dicembre - A Foggia, alla presentazione del libro “Il bacio sul muro” di Francesca Mambro, Giusva Fioravanti dice che le condanne possono servire ma spesso “i processi non sono fatti bene” e non portano a condanne giuste. Fioravanti dice inoltre che “Panizzari non sembrava la persona piu' adatta per ottenere la grazia”. “Esiste - ha detto - una dichiarazione mia e di Francesca Mambro di due anni fa, all' epoca della grazia, nella quale sostenevamo che Panizzari non sembrava la persona piu' adatta per ottenerla”. “Le carceri italiane - ha aggiunto - pullulano di gente che muore per malattie, gente che ha reati molto meno gravi, ma che nessuno aiuta perche' non sono prigionieri politici o perche' non sono famosi. C' e' tanta gente che avrebbe bisogno di un po' di aiuto, ma che non ne riceve”.

14 dicembre - In un'intervista al “Messaggero” il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, dice di non essere sorpreso dalla strana alleanza fra terroristi rossi e neri, evidenziata dall'arresto a Todi, dopo una rapina, di Giorgio Panizzari e Roberto Vigano'. Il senatore inquadra invece l'avvenimento “partendo dal reciproco riconoscimento politico in carcere da parte di estremisti rossi e neri, di cui non dimentichiamo i rapporti con la malavita organizzata”. L'organizzazione comune di rapine, sostiene Pallegrino, “fa parte di un'altra fase, di riaggregazione di cellule eversive nell'ambito dell'antagonismo sociale” per le quali “il collante potrebbe essere la lotta alla globalizzazione, nel terreno di coltura delle sacche di emarginazione che in una societa' complessa si caricano di violenza”. A questo proposito, secondo il senatore “spetta alle indagini stabilire confini e diversita', indagini che dovrebbero far capo a un organismo centrale, ovvero alla procura nazionale antimafia”. Infatti, rileva Pellegrino, “Dopo l'omicidio D'Antona, e anche prima, diverse procure hanno lavorato pressoche' a compartimenti stagni arrivando a volte a conclusioni contrastanti sulle stesse formazioni prese in esame”. Sull'argomento interviene anche il sottosegretario all'Interno Massimo Brutti, che in un'intervista alla “Stampa” parla del possibile collegamento fra l'arrestato e le nuove Brigate Rosse: “E' chiaro che questo e' il primo quesito a cui si pensa. Le indagini dovranno darci la risposta. Le rapine erano fatte a fini personali o per procacciare finanziamenti ad organizzazioni terroristiche? Non siamo ancora in grado di dirlo”. “Io parlo per riflessione personale - dice Brutti - Sono convinto che ci debba essere una continuita' tra i quadri delle Br degli anni Ottanta e il nucleo dell'omicidio D'Antona. Penso in particolare ai gruppi che hanno ucciso Tarantelli e Ruffilli. E' gente che ha avuto sempre come bersaglio le posizioni riformiste. Colpendo D'Antona, un altro intellettuale riformista, e' evidente che siamo di fronte allo stesso progetto politico, sia pure aggiornato. I medesimi documenti, quelli di oggi e quelli di allora, sono nel solco di una uguale logica eversiva. Probabilmente, poi, a questo nucleo si sono aggregati altri gruppi, ristretti e ben compartimentati. Ma siccome non hanno una rete di alleanze, la mia deduzione e' che hanno bisogno di darsi forza attraverso attivita' illecite”.

14 dicembre - Il Gip milanese Clementina Forleo accoglie la richiesta del pm Stefano Dambruoso e archiviata l'inchiesta sull' uccisione di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, noti come “Fausto e Iaio”, avvenuta il 18 marzo 1978. Secondo l'ordinanza di 26 pagine nella quale il gip ripercorre le varie fasi della vicenda, la decisione di uccidere i due giovani leoncavallini maturo' negli ambienti dell'estrema destra ma non e' stato possibile identificare gli assassini. II giudice ripercorre i quasi 23 anni di inchieste sull'uccisione di Fausto e Iaio ed appare perplessa per stranezze nelle indagini, come la scomparsa di un berretto blu insanguinato trovato sul luogo del delitto o il comportamento di alcuni agenti nella perquisizione in casa di un indagato. Nell'archiviazione, il Gip scrive di “significativi elementi” a “carico della destra eversiva e in particolare degli attuali indagati”, Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi, che restano indizi senza diventare prove. Privilegiando la pista nera, cala definitivamente il sipario sull' ipotesi che la morte dei due sia legata in qualche modo al sequestro Moro (avvenuto due giorni prima) e al covo milanese delle Br di via Monte Nevoso. Il Gip Forleo non ritiene credibile che i due furono uccisi dalle Br perche' avevano visto qualcosa di troppo, tesi nata perche' Tinelli abitava di fronte al covo; ne' e' d'accordo con l'ipotesi che Fausto e Iaio furono assassinati dai servizi segreti i quali, avendo individuato il covo milanese, avrebbero voluto mandare un “segnale” ai brigatisti. L' omicidio va inserito nel quadro delle contrapposizioni e delle vendette reciproche di quegli anni tra estremisti di destra e sinistra. La pista nera: a sparare fu una 7.65 dall' interno di un sacchetto, in modo da raccoglierne i bossoli; uno dei due assassini aveva un impermeabile bianco come quelli che allora indossavano i giovani della destra; i testi concordano che l' azione fu compiuta da ambienti della destra. Una settimana prima dell'omicidio, due giovani di destra, Michele Damato e Gianluca Oss Pinter, conosciuto anche come spacciatore e visto con un berretto simile a quello poi trovato vicino ai morti, furono picchiati da un gruppo di “rossi”. Tra questi, secondo testimoni, c'erano anche Fausto e Iaio. Oss Pinter fu colpito al capo e in ambulanza affermo' di aver riconosciuto qualcuno degli assalitori. Poi neghera', dicendosi estraneo all' omicidio. A questo punto il giudice nota che il berretto non fu “sottoposto a accertamenti” e spari' dall' Ufficio corpi di reato, “eliminato per 'motivi d' igiene’”. Nel luglio 1979 agenti della Questura di Roma fermarono Mario Corsi per una vicenda di “violenza politica”. Nella sua abitazione furono trovate una foto che ritraeva Fausto e Iaio, un' altra dei loro funerali e una lettera spedita da un estremista, Mario Spotti. Tre mesi dopo, la madre di Corsi, parlando al telefono con un' amica e non sapendo di essere intercettata, disse che gli agenti si erano “comportati come 'padri di famiglia', erano stati tanto gentili da strappare sia dei manifesti appesi ai muri, sia delle lettere appartenenti al figlio, giungendo anche a non sequestrare ed a consegnarle altro materiale”. Per il Gip “e' inutile aggiungere che le indagini non sortivano alcun esito, respingendo gli operanti, appartenenti alla Digos di Roma, ogni accusa”. Corsi era legato a Franco Anselmi, uno dei nomi che nelle rivendicazioni dell' omicidio furono fatti insieme a quello di Sergio Ramelli. Due giovani di destra morti in “azione”. Il nome di Corsi riecheggera' anche nelle dichiarazioni di Paolo Bianchi, “uno dei massimi esponenti di Ordine Nuovo”, il quale riferi' che Corsi stesso gli aveva detto di “avere partecipato all'uccisione”. Angelo Izzo, altro esponente dell' estrema destra, disse che Giusva Fioravanti aveva riferito l' omicidio “senza dubbio a suo gruppo”, ma “lo giudicava a posteriori una mossa politica sbagliata”. Fioravanti nego' di saperne nulla, cosi' come fece sua moglie Francesca Mambro. Invece un altro Fioravanti, Cristiano, ricondusse l'omicidio ai “neri” romani e ipotizzo' il coinvolgimento di Mario Corsi o di Massimo Carminati e Claudio Bracci. Ma tutti i testimoni parlano senza aver conosciuto direttamente i fatti. Il Centro sociale Leoncavallo commenta che “La vergogna attesa e' infine arrivata”. “Archiviazione attesa - sottolinea in una nota il centro sociale - di un' inchiesta in cui i molteplici indizi, coincidenze, financo responsabilita' sono palesemente sparse a piene mani e intorno alla quale e' pero' emersa gradualmente una volonta' politica contraria all' accertamento della verita’”. “Non possiamo che rilevare - afferma ancora il centro sociale - la presenza di quelle 'coincidenze' che accompagnano questa vicenda fin dalle origini, e la stessa richiesta di archiviazione da parte del Pm Dambruoso, resa nota due ore dopo la sentenza di Perugia che ha assolto, tra gli altri, Massimo Carminati, indicato come uno dei possibili esecutori materiali dell' omicidio di Fausto e Iaio, non e' soltanto un fatto di cattivo gusto”.

15 dicembre - In un' intervista a "La Repubblica" l' ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro definisce la grazia concessa a Panizzari "Una sconfitta seria sul piano umano". "Se un individuo che ha ottenuto clemenza torna a delinquere - osserva Scalfaro - e' la caduta di una possibile ripresa, e' una tremenda marcia indietro per cui non si vede lume di speranza per il futuro". Il senatore a vita afferma pero' di non essere pentito della grazia concessa a Panizzari: "Nel verificarsi delle condizioni di allora, avrei piuttosto ritenuto grave andare di diverso avviso dal ministro di Grazia e Giustizia e non firmare l'atto di clemenza". "Ricordo molto bene - prosegue - che mi sono trovato di fronte a una proposta favorevole di grazia da parte del ministro, la quale peraltro faceva cenno anche a dei pareri contrari". Scalfaro propone infine una soluzione per evitare che in futuro si ripeta cio' che e' accaduto in questo caso: "Un dialogo diretto anziche' un semplice passaggio di carte, e un'analisi dettagliata, puntuale, motivata, relativa al comportamento umano, alle capacita' di ripresa, a eventuali  possibilita' di affidamenti, diventano elemento essenziale per una valutazione sia del ministro sia del capo dello Stato".

15 dicembre - La procura della Repubblica di Terni ha inviato, per competenza, a quella di Roma, il fascicolo sulla rapina ai danni di un portavalori compiuto circa un anno fa nella zona di San Gemini e nel quale compaiono i nomi di Giorgio Panizzari e di altri estremisti di sinistra. Una delle ipotesi intorno alle quali ruota l' inchiesta e' infatti che il colpo potesse essere servito per finanziare l' attivita' delle cosiddette nuove Brigate rosse. Per la rapina al portavalori, compiuta sulla "E45", i banditi utilizzarono una tecnica molto sofisticata collocando un fumogeno sotto il motore dell' automezzo e poi azionandolo con un telecomando. Il bottino fu di quasi un miliardo di lire. Gli accertamenti condotti dalla squadra mobile di Roma portarono poi ad ipotizzare la partecipazione di Panizzari al colpo. Nel fascicolo della procura di Terni sono quindi finiti anche i nomi di altri estremisti. Quella dell' eventuale finanziamento dell' estremismo armato e' un' ipotesi di lavoro che la procura di Roma intende ora approfondire. Nella capitale esiste gia' un' inchiesta per banda armata e relativa ad un' eventuale ricostituzione delle Br. L' indagine procede parallelamente a quella sull' omicidio di Massimo D' Antona. Sempre a Roma Panizzari e' gia' indagato per rapina in seguito ad alcuni accertamenti compiuti dalla digos. A Terni la procura guidata da Cesare Martellino sta intanto esaminando con attenzione alcuni colpi compiuti con modalita' anomale, quasi di stampo militare, e mai risolti. Il sospetto e' di un coinvolgimento di elementi dell' eversione anche in questi episodi. Gli inquirenti stanno anche vagliando la possibilita' dell' esistenza di un basista locale, come lascerebbe pensare anche il fatto che a Terni e' stata rubata la "Fiat Uno" utilizzata per la rapina di Todi.

15 dicembre - Danila Tinelli e Maria Iannucci, rispettivamente madre e sorella di Fausto e Iaio, dicono che "Forse la giustizia si e' arresa. Noi invece non ci arrendiamo" e chiedono la riapertura delle indagini e un processo per far luce sulla morte dei due giovani del Centro Sociale Leoncavallo. All'indomani del decreto di archiviazione disposto dal Tribunale di Milano, proprio in via Mancinelli, davanti alla lapide in memoria dei due ragazzi sul luogo del duplice delitto, le due donne assieme a giovani del Leoncavallo, studenti del liceo classico Manzoni e amici hanno dichiarato che Fausto e Iaio vivono ancora", e che il loro ricordo e' indelebile. Mamma Danila, che per il compleanno di Fausto ha appeso alla lapide un biglietto per dirgli "Attendiamo ancora giustizia...i tuoi assassini sono ancora liberi", non si da' pace. "La magistratura ci tratta peggio delle madri dei desaparecidos", ha commentato con rabbia e dolore. "E' difficile da digerire - ha aggiunto Maria Iannucci - perche' l'inchiesta, sebbene sia stata data una motivazione, e' stata stroncata". Luigi Mariani, difensore di parte civile, ha spiegato: "Lavoreremo, studieremo gli atti, per presentare una denuncia che possa riaprire il caso". Per l'avvocato, che ha parlato a nome di tutti, "questo duplice omicidio che ha offeso Milano e chi e' democratico, e' rimasto li', sospeso, nonostante la verita' fosse a un passo". Poi, ammettendo che l'archiviazione "era scontata e attesa", ha aggiunto che "ulteriori indagini avrebbero trasformato gli indizi in prove". Gli elementi per indagare, hanno ricordato il legale e Daniele Biacchessi, amico di Fausto e Iaio e autore di un libro-inchiesta sulla vicenda, "sono contenuti nella memoria presentata a novembre per chiedere l'opposizione alla richiesta di archiviazione del pm". Nella memoria, ad esempio, erano stati sollecitati ulteriori accertamenti nella zona di Cremona dove Mario Corsi, indagato a suo tempo come presunto mandante, aveva i parenti, e su Massimo Carminati, indagato assieme a Claudio Bracci come presunto esecutore. Biacchessi, la madre di Fausto e molti dei presenti oggi hanno ribadito che il duplice omicidio, "va inserito nella strategia della tensione di quegli anni, visto che si consumo' due giorni dopo il rapimento Moro".

15 dicembre - Esce il libro "Una storia della Repubblica", scritto dal giornalista e storico di destra Giano Accame ed edito da Rizzoli. Nel volume , che va dalla fine della Monarchia a oggi, la lettura degli ultimi cinquanta anni della storia del nostro Paese in una prospettiva che solo a poco tempo fa non poteva che considerarsi eretica. Per quanto riguarda la strategia della tensione e i cosiddetti anni di piombo, Accame sostiene che "vi fu una differenza qualitativa evidente tra il terrorismo cieco delle stragi e quello che, a sinistra come a destra, prese a firmare e a motivare le proprie azioni. Nel primo caso le imprese erano concepite come gesti provocatori, da addebitarsi a una parte diversa da quella che le commetteva, nella consapevolezza delle reazioni d'orrore che suscitavano. Nel secondo, l'intento era invece d'attirare consensi sull'atto terroristico e sulla lotta che lo motivava. I due fenomeni vanno separati: l'uno ha tanti volti mai scoperti; l'altro cela troppi torbidi misteri". Sul caso del commissario Calabresi, infine, Accame non manca di citare il libro di M. Brambilla, 'L'eskimo in redazione' dove si ricorda di un documento, pubblicato dall"Espresso' il 13 giugno del 1971, in cui Calabresi veniva definito un "commissario torturatore" e il "responsabile della fine di Pinelli". Tra i firmatari si trovano: Norberto Bobbio, Lucio Colletti, Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Bernardo Bertolucci, Umberto Eco, Giulio Einaudi, Vito Laterza, Eugenio Scalfari, Giorgio Benvenuto e Giorgio Amendola e "tanti altri adulti - sottolinea Accame - non particolarmente estremisti, ma anche loro sovraeccitati ed eccitatori della campagna di solito addebitata al giovane capo di 'Lotta continua' Adriano Sofri". 

16 dicembre - Alla polizia che lo arrestava, Giorgio Panizzari, che nella sparatoria seguita al tentativo di rapina di Todi e' stato colpito di striscio alla testa, probabilmente da un proiettile di rimbalzo, avrebbe detto:"Era meglio se morivo". La polizia aveva pensato inizialmente che Panizzari si fosse procurato l' escoriazione alla testa in seguito all' incidente stradale. E' invece poi emerso che a colpirlo di striscio era stato uno dei proiettili, sparati probabilmente dal carabiniere. Panizzari e Vigano', interrogati davanti al gip, si avvalgono della facolta' di non rispondere. Vigano', nell' incidente dopo la rapina, ha riportato la frattura di una gamba e si trova ricoverato nel centro clinico del carcere di Perugia. Panizzari ha pero' negato che ci sia qualsiasi motivazione politica dietro alla rapina. "E' stato un fatto personale - ha affermato - avevo bisogno di soldi. La politica non c' entra". Panizzari - difeso dagli avvocati Egidia Guarducci e Tommaso Mancini - ha poi negato di essersi proclamato prigioniero politico dopo essere stato bloccato dalla polizia stradale. "E' stato un fraintendimento - ha sottolineato riferendosi a quanto compare negli atti del pm - ho solo parlato dei precedenti penali che avevo". Roberto Vigano', anche lui arrestato dopo la rapina di Todi, ha sostenuto invece di non ricordarsi nulla del colpo per avere battuto la testa. Il gip ha convalidato gli arresti di entrambi riservandosi di decidere sulla richiesta di custodia cautelare in carcere fatta dal pm Mario Palazzi.

16 dicembre -L'ex-leader di Potere Operaio Oreste Scalzone partecipa a Parigi ad una protesta contro un nuovo centro di detenzione per i clandestini, in via di costruzione all'aeroporto 'Charles de Gaulle' di Roissy. Assieme ad altri 250 militanti del "collettivo anti-espulsioni" Scalzone ha occupato il centro malgrado la polizia sia intervenuta in forza, abbia fatto ampio uso di lacrimogeni e caricato a piu' riprese. Scalzone si e' gia' distinto qualche giorno fa a Nizza nelle proteste contro la mondializzazione inscenate in coincidenza con il vertice europeo. Oggi ha tenuto di nuovo testa alla polizia e con una cinquantina di manifestanti e' salito fin sul tetto del centro di detenzione per i 'sans-papiers'.

17 dicembre - Il quotidiano di Madrid "El Mundo" scrive che Claudio Lavazza, ex membro dei "Proletari armati per il comunismo" poi passato a "Prima linea" e attualmente in carcere nel sud della Spagna per duplice omicidio, sarebbe l'organizzatore dell'invio di una serie di pacchi-bomba in Spagna, tra cui tre spediti nel giugno 1999 ai consolati italiani di Barcellona, Burgos e Saragozza. La polizia spagnola ha individuato e disinnescato quattro di questi ordigni: uno indirizzato alla direzione generale dei servizi penitenziari, gli altri tre a giornalisti di "La Razon", "El Mundo" e "Interviu". Secondo "El Mundo", ed anche secondo fonti giudiziarie citate oggi dall'agenzia Efe, i due pacchi-bomba di ieri sono stati preparati ed inviati dalla stessa cellula terrorista che negli ultimi mesi ha spedito sette ordigni a giornalisti di diverse testate, nonche' al presidente del Movimento contro l'Intolleranza, un gruppo pacifista. La cellula, che si definisce di matrice anarchica, accompagna i suoi attacchi con comunicati in cui rivendica l'abolizione del cosidetto Archivio dei Prigionieri di Trattamento Speciale (Fies), nel quale vengono inseriti i detenuti nelle carceri spagnole considerati piu' pericolosi dalle autorita' penitenziarie. Fra di essi si trova Lavazza, 50 anni, detenuto nel carcere di Huelva (Andalusia) dove sconta la condanna a piu' di 40 anni di carcere per l'omicidio di due poliziotte - che uccise a Cordova nel 1996, cercando di fuggire dopo una rapina in banca - e per il tentato sequestro del viceconsole italiano a Malaga. L' 8 novembre, la polizia ha fermato a Madrid due presunti membri della cellula, Stephanie Maurette Diaz e Eduardo Garcia Macias. Il fermo di quest'ultimo e' stato tramutato in arresto dopo il ritrovamento nel suo appartamento di polvere esplosiva identica a quella usata per i pacchi-bomba. Secondo El Mundo "Maurette e Garcia costituivano una cellula anarchica di appoggio ai prigionieri Fies" ma "il presunto cervello di questa strategia, che si riteneva ormai sgominata, e' Claudio Lavazza" che dal carcere inviava le sue istruzioni attraverso un'altro terrorista, attualmente fuggito in Italia.

18 dicembre - Un ordigno e' trovato nel camminamento delle terrazze del Duomo di Milano. Era dotato di timer predisposto per esplodere alle 3 di notte. Doveva attivare un chilogrammo di polvere da cava in un contenitore per alimenti. L'ordigno e' stato trovato poco prima di mezzogiorno da un addetto del Duomo che si e' subito reso conto che il contenuto del sacchetto, appoggiato vicino ad una guglia, era sospetto. Dal sacchetto fuoriuscivano dei fili. Tutte le persone che si trovavano sulle terrazze del Duomo sono state fatte scendere. Parte della zona adiacente e' stata transennata. Gli artificieri della polizia hanno poi disattivato l' ordigno. L'ordigno era nascosto dietro un'impalcatura usata per eseguire dei lavori di manutenzione. Il sostituto procuratore Stefano Dambruoso ha fatto una rapida perlustrazione sul Duomo, dove era stata collocata la bomba, quindi e' sceso senza voler rilasciare dichiarazioni e si e' limitato a dire:"Lasciateci fare il nostro lavoro, per il momento non possiamo aggiungere altro". Non ci sono state rivendicazioni. L' esplosione, qualora fosse avvenuta, comunque sarebbe stata attutita dal fatto che la bomba era all'aperto. Anche la collocazione, in un punto dove gli addetti transitano abitualmente nei loro giri di controllo, e' all'esame degli investigatori.

19 dicembre - Il giudizio immediato per l' ex brigatista Giorgio Panizzari e per Roberto Vigano' e' stato chiesto dal sostituto procuratore della Repubblica Mario Palazzi in relazione alla rapina compiuta martedi' scorso ai danni della filiale tuderte del Monte dei Paschi di Siena. Secondo il magistrato gli elementi raccolti a carico di Panizzari e Vigano' sono cosi' schiaccianti da rendere superflua la celebrazione dell' udienza preliminare. Di qui la richiesta di immediato, istanza che dovra' pero' ora essere valutata dal gip. Se quest' ultimo dovesse accogliere la tesi del pm sara' fissata la data del processo in tribunale. Al momento dell' eventuale notifica del provvedimento ai due arrestati questi potranno pero' chiedere il patteggiamento o il processo con il
rito abbreviato.

19 dicembre - Esce il libro "Storia della rivolta, Reggio Calabria 1970" (editore Laruffa), scritto dal giornalista Domenico Nunnari. Il libro sostiene che l' Italia corse il rischio di una grave crisi istituzionale nel periodo della rivolta di Reggio Calabria per il capoluogo di Regione del 1970, quando il Governo, presieduto dal democristiano Emilio Colombo, fu sul punto di decidere l' intervento dell' esercito per stroncare la protesta. Il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, contrario all' intervento militare, fu - afferma Nunnari - ad un passo dalle dimissioni che avrebbero avuto conseguenze imprevedibili per la democrazia italiana, in un periodo convulso della vita politica nazionale. Secondo la ricostruzione fatta da Nunnari nel saggio sulla storia della rivolta, il Governo su pressione del Pci, all' epoca il maggior partito di opposizione, aveva gia' allertato le truppe dell' esercito, fatte affluire dalla Sicilia e dal centro-nord, per stroncare la ribellione nella citta' calabrese, ma una drammatica telefonata tra il Quirinale e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, servi' a scongiurare l' impiego dei soldati nel paese, per la prima volta non in tempo di guerra. "Se intervengono i militari a Reggio Calabria mi dimetto da Capo dello Stato", disse Saragat al telefono. Il tono concitato della conversazione fu ascoltato dal segretario particolare di Saragat dell' epoca, Costantino Belluscio, che conferma - sostiene ancora Nunnari - l' episodio e ricorda che il presidente della Repubblica disse: "Se fa comodo definire fascista la rivolta dei reggini, si faccia pure, ma fascista non e'". Poi Saragat si rivolse al segretario generale della Presidenza della Repubblica Nicola Picella e gli ordino' di richiamare il Governo: "Glielo ripeta. Se l' esercito entra a Reggio, il Capo dello Stato si dimette". Costantino Belluscio (il cui nome era nelle presunte liste della P2 trovate a Castiglion Fibocchi) aggiunge:"Quella volta durante la rivolta di Reggio Calabria non fu l' unica in cui Saragat minaccio' le dimissioni. Capito' anche durante lo scandalo Sifar". Belluscio, che fu segretario particolare di Saragat durante la sua permanenza al Quirinale, riferisce che quando seppe delle migliaia di fascicoli raccolte da De Lorenzo anche su alte autorita' dello Stato, chiese la testa dell' allora Capo di Stato maggiore dell' Esercito. "Moro - riferisce Belluscio - gli disse pero' che non era possibile mandare via De Lorenzo perche' era un eroe della Resistenza segnalato da Parri. 'Se De Lorenzo non va via io mi dimetto da presidente'. Voi tenetevi Parri e la Resistenza', fu la risposta di Saragat a Moro".  A proposito dei fatti di Reggio Calabria, Belluscio sostiene che "se la situazione non degenero' in quei giorni lo si deve all' atteggiamento di Saragat. Dopo la sua minaccia di dimissioni, infatti, l' Esercito si fermo' a Gioia Tauro, malgrado l' ordine impartito originariamente fosse quello di entrare a Reggio Calabria".

19 dicembre - Una rivendicazione per l' ordigno scoperto il 18 al Duomo di Milano arriva per telefono attorno alle 9.30 alla segreteria de 'Il Resto del Carlino'.  "Voglio rivendicare - ha detto una voce maschile con marcato accento meridionale - l' attentato al Duomo di Milano. Vigna era informato che ci sarebbe stato un grosso attentato. Chiedetegli cosa ha fatto dei pentiti di mafia e avvisatelo che presto ci saranno attentati in altre citta' della Lombardia". Nel pomeriggio un' altra rivendicazione arriva al quotidiano "Il Messaggero". A rivendicare l'azione e' il gruppo anarco-insurrezionalista "Solidarieta' internazionale". Gli ambienti investigativi ritengono attendibile questa seconda rivendicazione, ma avvertono che la prova della autenticita' verra' solo dopo che sara' accertato il momento della reale spedizione della lettera.  "Sara' necessario - ha detto un investigatore - accertare con sicurezza in che momento e da dove sia partita la lettera. E' ovvio che solo se la lettera e' stata spedita prima che si diffondesse la notizia del ritrovamento della bomba, potremo essere sicuri che a mandarla sono stati coloro che sapevano dell' ordigno collocato sul Duomo". Anche il questore di Milano, Giovanni Finazzo, entrando in Duomo per il concerto di Natale, dice che "La rivendicazione giunta al Messaggero e' credibile". Alla domanda per quale scopo il gruppo 'Solidarieta' Internazionale' abbia organizzato l' attentato al Duomo di Milano, Finazzo ha spiegato: "per loro e' un modo per testimoniare solidarieta' ai detenuti spagnoli. Detenuti con un regime carcerario duro e per tutte le persone, dicono loro, che vivono un momento di grave difficolta' in carcere". La sigla "Solidarieta' internazionale" e' la stessa che sottoscrisse il fallito attentato nella basilica di Sant' Ambrogio, a Milano, alla fine del giugno scorso. Anche allora la rivendicazione giunse al quotidiano romano. Il gesto di allora era legato alla detenzione in Spagna, il 'fies', il carcere duro, a cui erano sottoposti alcuni anarchici insurrezionalisti. Il documento di rivendicazione fa riferimento ai "prigionieri" spagnoli e ai reclusi "in tutte le galere del mondo" e descrive l' azione come una degna commemorazione del Giubileo. La lettera esprime "solidarieta' ai prigionieri in sciopero della fame nelle carceri spagnole", chiede "l'abolizione dei regimi Fies" e "la scarcerazione dei malati incurabili".  Solidarieta' viene espressa anche "ai prigionieri in lotta nelle carceri italiane contro i regimi di carcerazioni speciali e le violenze e torture quotidiane inflitte dalla polizia penitenziaria" e parla di "un chilo di dinamite sotto le stelle, sulle terrazze del duomo per commemorare degnamente le fine del Giubileo e salutare i prigionieri in lotta contro torture e repressione in tutte le galere del mondo".

20 dicembre - "La Stampa" scrive:
"NE erano certi, gli investigatori. "Bisogna aspettare il comunicato che arriverà domani", dicevano l'altro giorno. Gli 007 erano convinti che gli anarco-insurrezionalisti avevano piazzato il chilo di dinamite "sotto le stelle, sulle terrazze del Duomo", e che avrebbero rivendicato l'attentato. Cosa che, puntalmente, si è verificata ieri. Del resto, gli anarcoterroristi avevano già firmato, il 28 giugno scorso, un altro attentato: due bottiglie incendiarie lasciate nella basilica di Sant'Ambrogio. Ma anche quell'iniziativa non rappresentava la scoperta dell'esistenza di questa scheggia di terrorismo. Bisogna continuare il viaggio a ritroso nel tempo per arrivare, al 1994, anno in cui il sostituto procuratore di Roma, Antonio Marini, avviò un'inchiesta che portò, il 17 settembre 1996, a una trentina di ordinanze di custodia cautelare contro esponenti del movimento anarchico, accusati di associazione sovversiva armata, sequestri di persona e rapine. Era il 18 dicembre 1996 e l'allora direttore centrale della Polizia di prevenzione del Viminale, Carlo Ferrigno, raccontava alla commissione Stragi: "L'indagine del dottor Marini, che vede inquisiti complessivamente sessantotto anarco-insurrezionalisti, trae origine da rapporti di polizia in cui si denunciava l'esistenza di una vasta organizzazione criminale con finalità eversive, denominata Orai (Organizzazione rivoluzionaria anarchica insurrezionale), strutturata in modo composito, secondo lo schema eversivo del "doppio livello". Il primo, palese, è costituito da elementi che gravitano nell'area dei Centri sociali di ispirazione anarchica, ed estrinseca l'attività politica del movimento. Il secondo, invece, occulto e compartimentato, è composto dalle menti dell'organizzazione ed è dedito al compimento di attività illegali". A far conoscere la struttura interna dell'organizzazione terrorista era stata un'ex compagna di un anarco-insurrezionalista. "Le dichiarazioni della donna - raccontava il prefetto Ferrigno alla commissione Stragi - unite ai riscontri investigativi hanno permesso di tracciare il disegno operativo dell'associazione, costituitasi anche in banda armata, che trae origine dalle teorie enunciate da Alfredo Maria Bonanno, che è il capo carismatico del gruppo oggetto di indagine". Anche il successore di Ferrigno al Viminale, il prefetto Ansoino Andreassi, nelle due audizioni alla commissione Stragi sull'omicidio D'Antona, del dicembre 1999 e del maggio scorso, ha rilanciato l'allarme sugli anarcoterroristi: "La minaccia degli anarco-insurrezionalisti è un pericolo da non sottovalutare, anche in considerazione dei legami internazionali con analoghe realtà, specie greche e spagnole". Il prefetto Andreassi, nel dicembre scorso, spiegava: "Il 26 ottobre 1999 è stato recapitato per posta, ai carabinieri di Musocco, un plico che conteneva un ordigno racchiuso in una custodia per videocassette e consistente in 100 grammi di esplosivo, innescato in maniera sofisticata e che sarebbe esploso, potendo fare molti danni, tirando il filo della busta. Insieme a questo congegno è stato rinvenuto un volantino a firma "Angry Brigade", un gruppo noto in Inghilterra, che preannunciava l'invio di analoghi artifici in tutta Europa in segno di solidarietà con tale compagno Nikos Maziotis, detenuto in Grecia. Infatti, un altro ordigno più potente, non esploso a causa della pioggia, è stato rinvenuto a Milano occultato in una fioriera nei pressi degli uffici dell'Ente nazionale ellenico per il turismo. Questo Maziotis è un anarchico greco arrestato in Grecia nel 1998 per aver partecipato nel 1995 ai disordini per l'occupazione del Politecnico di Atene. Il gruppo anarchico di cui è leader si rese responsabile, nell'aprile del 1998, di numerosi attentati incendiari ad Atene in danno a obiettivi italiani, in segno di solidarietà nei confronti del movimento anarchico italiano, a seguito della cattura di sospettati degli attentati in Val di Susa, due dei quali si suicidarono: erano noti per aver frequentato un Centro sociale di Torino". Anche allora, in quella audizione del primo dicembre 1999, il responsabile del Viminale avvertiva: "Gli attacchi di matrice anarchica non costituiscono una novità. Gli anarchici al momento opportuno riescono a fabbricare ordigni esplosivi come pochi sanno fare. Su come si fanno questi ordigni esplosivi esiste una pubblicistica ampia su Internet. Tralasciando gli attentati a palazzo Marino (25 aprile '97) e al palazzo di giustizia di Roma dove, nel novembre 1997, hanno lasciato un ordigno piuttosto potente fortunatamente non esploso, abbiamo i plichi esplosivi dell'agosto 1998 a personalità del mondo giudiziario e giornalistico che a vario titolo si erano occupate proprio del suicidio dei due anarchici indagati per gli attentati in Valle di Susa. Agli stessi ambienti, in un più ampio contesto che evidenzia significativi contatti internazionali, è ascrivibile l'invio di lettere esplosive ai diplomatici italiani dei consolati di Barcellona, Burgos e Saragoza nel giugno 1999. Quindi il gruppo è abbastanza ramificato". Il 28 giugno scorso gli anarco-insurrezionalisti firmano l'attentato alla basilica di Sant'Ambrogio, con il comunicato che accenna ai "compagni ribelli in lotta contro il regime speciale di detenzione Fies in Spagna". E' dal 1997 che sono in carcere in Spagna anche tre anarchici italiani - Claudio Lavazza, Giovanni Barcia e Michele Pontolillo - autori di una rapina al Banco di Santander, a Cordoba. Barcia e Pontolillo fanno parte dello stesso gruppo anarchico di Andrea Bonanno".

20 dicembre - "La Repubblica" scrive:
"La notizia è di quelle che nelle caserme lombarde, in omaggio a una vecchia canzone, fanno esclamare: "Miii..., signor tenente!". Arriva, come nuovo comandante della Regione, il generale Mario Mori. Cioè, stando alle indiscrezioni, tra il 20 e il 28 gennaio si presenta a Milano - dopo una vita tra Roma e Palermo - l'ex capo, e anzi l'ideatore del Ros, la struttura antimafia e antieversione dei carabinieri. Il reparto, svincolato dalla burocrazia, che era nato nel '90 dopo una serie di colloqui con Giovanni Falcone. Il posto dove ha lavorato, arrivando per la prima volta nella storia italiana a far sbattere sull'asfalto la schiena di un Capo dei Capi di Cosa Nostra, il capitano Ultimo. Mori è insomma uno che ha vissuto in primissima fila la stagione delle Stragi e quella di Tangentopoli. Un uomo bassino, taciturno, con occhi acuti, con una carriera da investigatore. Arriva in sostituzione del generale Sabino Battista, un gentiluomo che ama pochissimo i riflettori. Ed è difficile credere che arrivi in questa città per caso, nel senso che i nomi dei successori di Battista potevano essere anche altri. Ma, dopo l'emergenza criminalità di due anni fa, Milano sembra diventata una specie di "argenteria" italiana. Vengono mandati, più di qualche anno fa, forse, quelli che considerano al top. Ci sono Giovanni Finazzo, il questore, e Antonio Girone, colonnello dei carabinieri, che hanno ricevuto - mai successo - anche il riconoscimento milanese dell'Ambrogino. È stato inviato da Enzo Bianco, in qualità di prefetto, l'ex vicecapo della polizia Bruno Ferrante, uomo del dialogo RomaNord. E adesso, a numero uno di tutti i carabinieri della Lombardia, rispunta il generale Mori. Uomo incapace di trantran, uno di quelli ricordati dalla truppa come un "operativo", uno che "ti tiene il fiato sul collo, un mastino". Occorre ricordare che gli allora colonnello Mori e capitano Ultimo hanno rappresentato per anni un inconsueto tandem, un binomio vincente che poi qualcosa, difficile da capire quantomeno per chi non è "dentro" i meccanismi gerarchici, ha inceppato. Mori è stato poi protagonista di una controversa indagine a Palermo, che era partita dalla ricerca di una possibile "talpa" tra i magistrati ed è diventata in breve un lacerante scontro tra poteri dello Stato. Agli inizi del '99, a bagarre politica ancora vibrante, venne destinato - piuttosto improvvisamente - a comandare la scuola Ufficiali. Basta latitanti e microspie, l'uso della sua memoria prodigiosa su fatti, clan, omicidi poteva servire, solo dietro le quinte, alle indagini dei colleghi, ma non più alle sue. Basta, insomma, con la vita randagia e affascinante delle indagini in strada, in cambio di una scrivania, considerata "prestigiosa", anche se la responsabilità delle scuole ufficiali dà soddisfazioni diverse da quelle di un'indagine chiusa con un bel risultato. Poco dopo, anche ad Ultimo, impegnato nella caccia a Bernardo Provenzano, toccò una scrivania: un po' meno altolocata, quella di un innocuo laboratorio di analisi del gruppo Ecologico dei carabinieri. Va ricordato un dettaglio: girava con pochi uomini fidati, perché si sa che la mafia lo ha condannato a morte, lui vive con nomi falsi, pochi conoscono la sua faccia. Non li ha più, i suoi, tutti ad altro incarico, e invece delle auto "anonime" su cui viaggiava, ha ricevuto una blindata riconoscibile da chilometri di distanza. Di carattere più irruente del suo excapo, l'ex capitano, ora maggiore, da allora è impegnato in una contesa anche a suono di carte bollate con i vertici dell'Arma. Il tandem non c'è più, ma Mori è rimasto quello di sempre: come non immaginare che cercherà i dimostrarlo con i fatti, nella città vetrina?".

20 dicembre - Ancora "La Repubblica" scrive:
"E' Giorgio Panizzari, rapinatore e assassino, diventato nappista e poi br in carcere, graziato nel Natale '98 dopo ventotto anni di prigione, l' uomo che parcheggiò il Nissan Vanette targato Va D04735 in via Salaria il 19 maggio del 1999, ventiquattro ore prima dell'assassinio del professore Massimo D'Antona. Da quel furgone, dai fori aperti della pellicola che ne oscurava i vetri, gli assassini delle nuove Brigate Rosse videro il professore risalire la strada verso piazza Fiume alle 8,05 di quel mattino, era un giovedì... L'ovale di Giorgio Panizzari - dicono ora - è lo stesso ovale dell'autista del Vanette (così come quel 20 maggio lo ricordavano i testimoni oculari), e identici gli occhi e identica la fronte. E' lui. Potrebbe essere lui. E' questa la convinzione raggiunta dai procuratori di Roma, divisi ancora dalle prossime mosse. Contestare l'accusa a Giorgio Panizzari fin dall' interrogatorio di domani a Spoleto? O contestargli soltanto "la banda armata" e attendere ancora, attendere altre conferme e altri riscontri per formulare l'accusa di omicidio ed evitare così, per quanto possibile, un nuovo "pasticcio Geri"?
E'UNA storia che ha ancora contorni fragili e fragili sostegni, ma al fondo ha una decisione che è uno scrollone per un'indagine che apparentemente langue e stagna da diciassette mesi. Tutto ruota intorno al Giorgio Panizzari e alla sua vita dannata e balorda. L' ultimo capitolo conosciuto di questa storia è stato scritto a Todi, Perugia, il 12 dicembre. Sono le 13, in piazza del Popolo. Giorgio Panizzari ha i polpastrelli secchi di silicone per cancellare le impronte digitali. Stringe una calibro nove. Come il suo complice, Roberto Viganò. Entrano nella filiale del Monte dei Paschi di Siena. Ne escono con ventotto milioni. Li vede un maresciallo dei carabinieri. Li insegue. Spara. Panizzari risponde al fuoco. Cinque proiettili, dieci, quindici, ad altezza d' uomo. Con Viganò, altro bel tipino, fratello di una fascista dei Nar, Giorgio Panizzari riesce a infilarsi in auto. Fuggono. Troppo in fretta. Si schiantano contro un'altra auto. Bloccano allora una Opel Corsa e riprendono la fuga, inseguiti ora dalla polizia stradale. Accanto al cimitero tuderte escono di strada. Viganò resta incastrato nell'auto. Lo prendono. Panizzari fugge ancora. Cento, duecento metri. Non ha più colpi in canna. Si arrende. Dicono che si sia dichiarato prigioniero politico. Pare invece che abbia detto: "Sono un proletario prigioniero, sono delle vecchie Brigate Rosse". Il poliziotto della stradale che gli era accanto non sa che "proletari prigionieri" si chiamavano i criminali comuni che avevano scelto di "politicizzarsi" nelle galere. Ha capito soltanto "brigate rosse", ha aggiunto prigioniero politico. E' finita lì.  Era cominciata altrove, più o meno sette mesi fa. Come sempre dalla domanda più semplice: perché? Perché uno tosto, come Panizzari, e "rosso" che più rosso non si può, frequenta i "neri"? Ora dovete immaginare uno sbirro (e intendo l'intero gruppo di lavoro di polizia e carabinieri) che corre dietro ai terroristi. Magari lo immaginate con una faccia da faina, gli occhi sporgenti e il sorriso da lupo. Bene, non è così questo mio sbirro. Immaginatelo, seduto nella sua poltroncina da bar con le mani intrecciate sulla pancia, il viso acquietato e l'occhio placido del buon padre di famiglia. Parla lentamente, non si accalora e Panizzari - il "Panizzari Giorgio, nato il 11/10/'49 a Torino" - è per lui una traccia da seguire, una luce in fondo al tunnel. Lo sbirro ci ha, nella testa, un pensiero fisso come un chiodo: che diavolo fa il Panizzari? E' soltanto un bandito che dopo ventotto anni di galera, graziato da Oscar Luigi Scalfaro, non ha né arte né parte e torna a fare il mestiere che sempre ha fatto, il rapinatore? O quelle rapine sono soltanto una parte del suo lavoro? Nemmeno il più sporco, perché magari il Panizzari Giorgio sogna ancora "la rivoluzione" e quelle rapine servono a finanziarla? "Qualcosa bolle in quel pentolone", si dice il poliziotto. Malavita comune e nuovi guai per l'ordine pubblico? O banda armata e un'altra stagione di morti per delirio terroristico, morti innocenti come il povero Massimo D'Antona. Queste domande, come è naturale, non arrivano dal cielo. C'è di mezzo un soffia. In queste storie criminali, c'è sempre quello che finisce al commissariato e se la fa sotto e per tirarsi d'impaccio ficca nei guai un altro. E' stato un soffia a dire un giorno: "Se volete beccare quelli delle rapine, cercate il Marietto (chiamiamolo così), quello si vanta di fare rapine con uno delle Brigate rosse". Erano piccole rapine, niente di clamoroso. Il tabaccaio, il gioielliere, il farmacista, ma con i tempi che corrono fanno più paura queste rapine che il colpo del secolo al caveau alla Banca d'Italia. Ora, dopo il soffia, i guai erano due: le rapine e l'uomo delle Brigate Rosse. Segui il Marietto e lo troverai, si era detto il poliziotto che ama le cose semplici. Non fa fatica a individuare quel tipo che traffica con il Marietto. Abita a San Giovanni e ogni mattina, ligio come un impiegato, attraversa le straduzze del quartiere San Lorenzo perché lì c'è la sua piccola ditta individuale di computer. Quel quartiere, tra il Castro Pretorio e la Tiburtina, è quartiere di studenti e di "antagonismo sociale" e il Panizzari Giorgio sembra uno dei tanti ma non lo è e, se lo incontri al bar, lo vedi che non è uno dei tanti perché ha negli occhi quel che gli ha fatto la vita e quel che ha fatto a se stesso. Aveva più o meno quindici anni quando finì alla "Generala" come a Torino chiamano il carcere minorile, il Ferrante Aporti. Lui, Giorgio, l'ha raccontata così quella prima volta: "Nel 1964 o giù di lì io e il Fatuo avevamo catturato una Spider tutta rossa, bellissima a vedersi e goduriosa da guidare, era perfino provvista di radio e mangiadischi, un invito quasi erotico a farsi prendere, mentre se ne stava lì tutta sfavillante e solitaria lungo la strada della collina torinese che conduce al Monte dei Cappuccini... Mi portarono alla Generala... Subito dopo la registrazione in matricola, ero stato spedito nel cortile dell' aria dove stazionavano una settantina di detenuti. Uno di essi, massiccio e truce, subito mi avvicina con una ramazza in mano. "Scopa", mi fa. "Perché devo scopare?", gli dico. Mi arriva una testata in faccia. Cado per terra, e lui mi prende a calci. Non ricordo più niente solo, dopo, l'acqua che mi scroscia sulla faccia dentro un enorme lavandone...".  Fu soltanto la prima volta. Poi ci furono il riformatorio e le Nuove e ancora la libertà e ancora una rapina. Tragica. Il 14 ottobre del 1970 Panizzari uccide l'orefice Giuseppe Baudino che gli aveva strappato la calza di nylon dalla testa. Ergastolo e, in carcere, la politica dei Nap con i "proletari prigionieri", i "dannati della terra". E rivolte a Torino, all'Aquila, a Viterbo, e con le Brigate rosse all'Asinara fino al manicomio criminale, fino alla pazzia di cucirsi il pene e la bocca perché non ne poteva più dopo decenni di non fare all'amore. "Se volete continuare a tenermi qui, almeno eviratemi", gridava. Il 26 dicembre del 1998, la firma della grazia. Conviene ritornare al nostro poliziotto. Segue Panizzari, come può, quando può, e quel che vede non gli piace. Il Panizzari Giorgio apparentemente tira diritto. Fa un vita modesta, di nessuna pretesa, se si esclude la cocaina. "In carcere, c'è più cocaina che fuori...". E' per questo che è nel gruppo degli ex-neri dei Nar? E' per pagarsi la cocaina con le piccole e periodiche rapine ai tabaccai, ai farmacisti? O quelli lì sono nel giro grosso? Lo sbirro non lo esclude e quasi manda a memoria il rapporto di una rapina di un anno fa contro un furgone portavalori a Sangemini, Terni. I banditi azionano con un telecomando un fumogeno sistemato nel vano motore del furgone. L'autista si ferma dopo una galleria. Uomini armati lo assalgono. Non sparano un colpo. Gli portano via un miliardo di lire. Un lavoro da professionisti - ragiona il poliziotto - e se Panizzari è della partita (come potrebbe essere), a che cosa gli servono tanti soldi con la vita che fa? Mica a comprarsi una bustina di coca? Finalmente, lo sbirro confessa a se stesso quel che non avrebbe mai voluto ammettere: quel disgraziato del Panizzari Giorgio, dopo ventotto anni di carcere e una grazia, lavora ancora per "la rivoluzione". Più che possibile, è probabile che, con le rapine, finanzi la rinascita delle Brigate Rosse. Sul taccuino del poliziotto finiscono annotate allora le altre frequentazioni di Panizzari. Quella di Omero Mollica, tra le tante. Omero Mollica, detto Dante, era dei Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria (Colp). Ora fa l'imprenditore edile ad Ariccia e quando la polizia gli rivolta la casa, dopo il tonfo di Todi, trova in un angolo di un capanno in cinque borsoni una pistola calibro 7,65, una pistola giocattolo, due fucili a pompa, un kalashnikov, cartucce, munizioni, due silenziatori artigianali, una parrucca, due ricetrasmittenti, due bombolette narcotizzanti e un sacco di tela della Banca di Roma. Troppo per un arsenale di rapinatori. Troppo per uno che si "è fatto" per terrorismo quattro anni e sei mesi di galera (dei sette anni e mezzo della condanna). Troppo. In questa storia c'è troppo di tutto".

20 dicembre - Giorgio Panizzari e' iscritto da una  settimana nel registro degli indagati della Procura di Roma per l' omicidio del prof. Massimo D'Antona e per costituzione di banda armata. L'inchiesta viene condotta dai magistrati romani Franco Ionta e Giovanni Salvi. Panizzari e' stato iscritto, tra l'altro, sulla base della testimonianza di una persona che avrebbe fornito la descrizione dell' autista del furgone Nissan 'Vanette' parcheggiato 24 ore prima dell' assassinio nei pressi della casa di D'Antona. La descrizione potrebbe corrispondere ai tratti somatici di Panizzari. La conferma del fatto che Panizzari e' iscritto da una settimana nel registro degli indagati e' giunta dalla Procura di Roma dopo la pubblicazione con grande rilievo sulla prima pagina del quotidiano 'La Repubblica' di indiscrezioni in merito al fatto che Panizzari potesse essere alla guida del furgone del commando brigatista che uccise il 20 maggio 1999 in Via Salaria Massimo D'Antona, consigliere dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino. A Giorgio Panizzari e' stato notificato l'avviso dell'interrogatorio di domani, alle 16,30. "Per me sono accuse totalmente infondate delle quali si fara' giustizia nel piu' breve tempo possibile" commenta l'avvocato Tommaso Mancini, legale di Giorgio Panizzari. "Sentiremo tuttavia domani - ha aggiunto il legale - cosa dira' sull'argomento, ammesso che Giorgio Panizzari abbia qualcosa da dire". L'avvocato ha anche precisato di non avere ancora incontrato il suo assistito dal momento dell'arresto. "Devo precisare - ha aggiunto - che l'atteggiamento di Panizzari non faceva supporre un suo impegno di carattere eversivo". L'avvocato ha sottolineato la propria convinzione sulla "estraneita' di Panizzari nell'omicidio D'Antona". Giorgio Panizzari sostiene di essere uscito dalle Brigate rosse nel 1981 e ha invece spiegato che il colpo aveva finalita' economiche puramente personali. "Quel denaro mi serviva per andare avanti - avrebbe detto l' ex Br - la politica non c' entra niente".

20 dicembre - Il procuratore Cesare Martellino ha aperto un fascicolo sull' ipotesi che tra Umbria e Lazio ci sia una base operativa di gruppi eversivi dell' estrema sinistra. Al momento non sarebbe tuttavia possibile dire che tipo di base potesse essere quella ternana, se e' ancora operativa e che tipo di supporto possa avere fornito (armi, rifugi o altri mezzi) ai terroristi. La rapina di Todi ha pero' rafforzato il convincimento dei magistrati ternani sulla base. Viene invece escluso che dalle indagini sia emerso qualsiasi elemento riguardante l' omicidio di Massimo D' Antona. Nei giorni scorsi la procura di Terni aveva inviato ai magistrati che a Roma si occupano di terrorismo il fascicolo sulla rapina al portavalori compiuta circa un anno fa sulla E45 a San Gemini. La decisione era stata presa su richiesta dei pm della capitale. Il sospetto della procura di Terni era quello che al colpo potesse avere partecipato anche Panizzari. Gli investigatori stavano valutando anche l' ipotesi che il denaro sottratto - circa un miliardo di lire - potesse servire per finanziare le attivita' eversive.

20 dicembre - Un 'Portale della memoria', per non dimenticare e per mettere a disposizione degli storici i documenti, la bibliografia e le inchieste giudiziarie e parlamentari su stragi, terrorismo e fatti eversivi dal '45 ad oggi in Italia, sara' su internet da marzo a cura del centro di documentazione storico-politica sullo stragismo di Bologna. Il database (l' indirizzo deve essere ancora costruito) e' stato illustrato nella sede del centro, nel palazzo dove si trova anche l' Istituto Storico della Resistenza Ferruccio Parri che lo ha fondato assieme all' Associazione familiari vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto '80. A cura del giornalista Gianni Flamini, e' costituito da cinque banche dati: una scheda principale di descrizione a cui sono collegate schede bibliografiche, schede contenenti il quadro istituzionale dell' epoca di riferimento, le indicazioni di fonti giudiziarie o facenti riferimento alle commissioni parlamentari di inchiesta (Stragi, Moro, P2, mafia, sugli avvenimenti del giugno-luglio '64), il dizionario delle organizzazioni citate. Si tratta di 1960 schede con denominazione dell' episodio, data, descrizione, elenco di persone e organizzazioni. Il presidente del centro, Francesco Berti Arnoaldi Veli, e il presidente dell' associazione familiari Paolo Bolognesi hanno detto che per la prima volta viene fatta una raccolta del genere in Italia. Il materiale sara' continuamente aggiornato ogni qualvolta ci sara' un nuovo fatto da inserire e non conterra' alcuna forma di censura: al suo interno cioe' ci saranno anche i documenti falsi, le false informative che furono alla base di depistaggi accertati dalla magistratura ma il consultatore sara' avvertito dell' esistenza delle relative sentenze. Il fine e' duplice: uno e' scientifico e storico, l' altro e' civile e politico, essere cioe' uno strumento di conoscenza. Gia' da oggi l' archivio e' consultabile in via informatica dai computrer del Centro, prima dell' avvio del portale. L' accesso dovrebbe essere gratuito, a meno che non si decida un prezzo simbolico per la consultazione del sito. Berti e Bolognesi hanno spiegato anche la scelta di Bologna come sede del centro: una citta' che da Marzabotto in poi e' stata ferita dalle piu' gravi stragi, dove ci fu la bomba sul treno Italicus, quella alla stazione, da dove parti' il jet dell' Itavia esploso in volo su Ustica, dove c' e' stata la banda della Uno bianca. Una citta' offesa, insomma "dalle 
vecchie e dalle nuove SS". Il Centro ha anche istituito una borsa di studio di due milioni che entro il marzo 2002 sara' assegnata su base nazionale a una tesi di storia contemporanea sui temi dello stragismo e del terrorismo.

20 dicembre - Giovanni Pellegrino difende l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che concesse la grazia a Panizzari e critica la fuga di notizie che potrebbe "compromettere le indagini su quella che e' per ora solo una ipotesi di colpevolezza allo stato embrionale". In una intervista a Radio Radicale il presidente della commissione Stragi stigmatizza le polemiche del centrodestra nei confronti dell' ex capo dello stato, accusato di "buonismo" nei confronti degli ex Br. L'esponente diessino ricorda che con la grazia e' stato risparmiato a Panizzari solo l'ultimo segmento di una pena scontata quasi per intero. "Grazia o non grazia non sarebbe cambiato molto - ha spiegato Pellegrino - per un soggetto che abbia deciso di riaprire un passato di sangue". In ogni caso Pellegrino ricorda che la commissione da lui presieduta era gia' arrivata alla conclusione che l'omicidio D'Antona vedesse la partecipazione di soggetti che erano gia' stati all' interno di un "gruppo di fuoco" in precedenti esperienze terroristiche. "Non a caso tra l'omicidio Ruffilli e l'omicidio D'Antona abbiamo osservato - spiega il presidente della commissione Stragi - molti attentati a bassa pericolosita' che certo non avevano come autori terroristi 'storici' ". Pellegrino precisa pero' che a queste conclusioni la commissione e' arrivata solo sulla base di un'analisi e non di vere e proprie prove.

20 dicembre - Sulla rivendicazione della bomba al Duomo di Milano, Pietro Valpreda commenta: "E' tutto, proprio tutto, da prendere con le molle". "Solo un'altra cosa mi sento di dire: - conclude l'anarchico - che non voglio aggregarmi a questa canea pseudodemocratica dove ognuno fa la sua propaganda, dove ognuno vuole il suo spazio, dove tutti vanno in piazza. No, proprio non me la sento".

20 dicembre - L' avv. Rosalba Valori dichiara:"Come nel caso di Alessandro Geri anche oggi abbiamo trovato una anticipazione di indagini coperte da segreto istruttorio in merito alla stessa inchiesta e con modalita' simili. Allora mi chiedo: dove e' la fuga di notizie? Vorrei - continua - una risposta politica a questa domanda". L' avv. Rosalba Valori ha sottolineato che in merito alla posizione del suo assistito non ha ancora presentato richiesta di archiviazione perche' su Geri "sono ancora in corso indagini". "Alessandro - dice il legale - vorrebbe anzi che questa indagine terminasse, sapendo di essere estraneo alla vicenda D' Antona. Vorrebbe che finalmente venisse fatta chiarezza agli occhi di tutti, perche' non vuole piu' essere un sospettato e vuole muoversi come tutti i cittadini. Siamo tranquilli - conclude - non siamo preoccupati".

20 dicembre - "Secondo quanto si e' appreso - scrive l' Ansa - il nome di Giorgio Panizzari  e' l' unico, insieme con quello di Alessandro Geri, a figurare nel registro degli indagati per l' omicidio di Massimo D' Antona. Da indiscrezioni si e' appreso anche che le indagini sulconto dell' ex terrorista non sarebbero cominciate in occasione della fallita rapina a Todi, ma risalirebbero ad alcuni mesi prima. Il suo nome potrebbe aver richiamato l' attenzione degli inquirenti sin dalla scorsa primavera. Il fascicolo intestato all' ex nappista ed aperto nei mesi scorsi sulla base di una segnalazione della Digos di Roma fu aperto per rapina, perche' Giorgio Panizzari vi compariva come possibile responsabile di tre rapine. Il suo nome, pero', entra nell' inchiesta D' Antona attraverso due strade: la frequentazione con un gruppo composto da una ventina di persone che risultano tutte indagate dalla Procura di Roma per banda armata e, specificatamente, per la ricostituzione delle Brigate Rosse, e l' identikit dell' autista del furgone parcheggiato 24 ore prima dell' agguato a D' Antona in via Salaria. Su questo aspetto si era gia' soffermato con una serie di indiscrezioni poi rivelatesi fondate, il numero di giugno del periodico "Liberal". In un articolo apparso in quel numero veniva rivelata l' esistenza di una supertestimone, una donna di origine araba interprete per il Rud, il Raggruppamento unita' difesa, che avrebbe riconosciuto l' uomo alla guida del Nissan Vanette. La donna, della quale ovviamente non viene fatto il nome, in sede di testimonianza avrebbe parlato di un uomo dell' apparente eta' di cinquanta anni, tarchiato, con i capelli brizzolati: un identikit che coinciderebbe con quello fornito da un altro testimone e con il volto e la corporatura di Panizzari. La pubblicazione oggi dell' articolo de La Repubblica in cui si parla di Panizzari come del possibile autista del furgone ha causato irritazione negli ambienti della Procura".

20 dicembre - Per il procuratore capo di Verona Guido Papalia, la figura di Giorgio Panizzari non corrisponderebbe al possibile identikit del "brigatista attuale", che non rischierebbe di essere scoperto in un momento di ricerca di nuovi proseliti. "Non so quali siano gli elementi - commenta Papalia - che hanno i colleghi romani. Penso che ci sia un doveroso approfondimento su un elemento di questo tipo, ma il personaggio non mi sembra molto in linea con quello che potrebbe essere l' identikit del brigatista attuale". "In ogni modo - aggiunge - tutto e' possibile. Oggi non si puo' certo ragionare in termini di rigorosa determinazione di caratteristiche di un certo tipo di personaggio". "Certo - prosegue Papalia - se fosse cosi', rispetto all' idea che ci siamo fatti delle nuove Br ci sarebbe da ripensare qualcosa". Secondo il procuratore veronese, intestatario di una inchiesta sul terrorismo brigatista, "le nuove br hanno continuita' con quelle degli anni '70. I protagonisti delle Br ora, pero', non sono quelli che fanno quel tipo di rapina che ha fatto questo Panizzari. Sono molto piu' impegnati intellettualmente in una attivita' di proselitismo e di contestazione che e' agli stessi livelli dei primi anni '80". "Non credo - sottolinea Papalia - che rischierebbero di perdere la loro invisibilita' con azioni di criminalita' comune come quella. Hanno ancora bisogno di non scoprirsi perche' il livello di proselitismo e' ancora basso". Papalia comunque non esclude nessuna ipotesi: "naturalmente - conclude ribadendo di non conoscere quanto finora emerso dalle indagini dei colleghi romani - se gli elementi oggettivi sono tali da individuare questo personaggio come coinvolto bisogna prendere atto di questo".

21 dicembre - Giorgio Panizzari e' interrogato dai magistrati Franco Ionta e Giovanni Salvi nel carcere di Rebibbia. "E' stato un interrogatorio generico, senza domande particolari" dice l'avvocato Tommaso Mancini, legale di Panizzari. Mancini ha aggiunto che i magistrati "hanno fatto domande generiche sul percorso politico, sull'appartenenza alle br e sull'abbandono di Panizzari" dell'eversione e che il suo assistito e' disposto anche a sottoporsi al test del Dna.  "Non si e' parlato del caso D'Antona - ha precisato Mancini uscendo dal carcere al termine dell'interrogatorio - se non in merito a cosa facesse in quel periodo e Panizzari ha risposto che abitava a Roma". Alla domanda di un giornalista se il suo cliente ha un alibi per il 20 maggio 1999, l'avvocato ha obiettato che "un alibi presume una contestazione". Mancini ha anche smentito la notizia di un confronto a breve tra Panizzari e la cosiddetta supertestimone, anticipando che tra Natale e Capodanno potrebbe svolgersi un nuovo interrogatorio.  Sulla vicenda D'Antona l'avvocato ha detto che il suo assistito "si sottoporra' a tutti gli accertamenti possibili, anche al dna se sara' necessario", ricordando che per questa vicenda nei confronti di Panizzari non e' stata emessa una misura cautelare ma soltanto un avviso di garanzia. L' interrogatorio, per l'avvocato, e' servito anche a chiarire la posizione di Panizzari, che "non ha mai detto di essere prigioniero politico. C'e' stato un equivoco perche' lui ha detto soltanto di essere stato un prigioniero politico". Nel corso dell'interrogatorio i sostituti procuratori hanno posto anche domande in merito alle rapine compiute presumibilmente da Panizzari. Su quella fatta a Sangemini l'ex nappista ha detto di non saperne nulla, su quella di Todi "si e' rifatto a quanto ha dichiarato ai magistrati di Perugia", ha precisato l'avvocato. Per quanto riguarda le armi, Mancini ha reso noto che Panizzari ha detto "di averle avute in prestito ma si e' rifiutato di fare il nome di chi gliele ha date". "Panizzari - ha concluso l'avvocato - ha avuto un atteggiamento collaborativo nel senso buono".

21 dicembre - La procura della Repubblica di Perugia ha chiesto l' archiviazione dell' indagine originata da un esposto presentato dall' avvocato Carlo Taormina dopo l' arresto e la successiva scarcerazione di Alessandro Geri nell' inchiesta sull' omicidio di Massimo D' Antona. Il penalista aveva chiesto di accertare le responsabilita' del ministro dell' interno, dei magistrati della procura di Roma e di ufficiali e agenti di polizia giudiziaria che sono stati protagonisti della vergognosa vicenda Geri, tradottasi nella cattura di un innocente e nell' oggettivo favoreggiamento dei brigatisti assassini". Dall' indagine della procura perugina - coordinata dal pm Giuseppe paterazzi - non sono pero' emerse responsabilita' ne' dei magistrati romani ne' di altre persone. Di qui la decisione di chiedere l' archiviazione del fascicolo.

21 dicembre - Massimo Brutti, sottosegretario all'interno, a margine di un incontro stampa sull'immigrazione, dice che "I nuclei eversivi esistono, sono ristretti, non hanno alleati ma sono pericolosi. Vorrei che si tornasse alla consapevolezza di questa pericolosita". Nel merito delle indagini in corso, Brutti ha detto: "e' assolutamente necessario mantenere il riserbo. Non partecipero' a questo dibattito ed alle persone che parlano dico di piantarla. C'e' infatti chi racconta fatti relativi alle indagini e questi non possono essere i gionalisti che non se le inventano. Purtroppo e' un film gia' visto". Secondo Brutti, il fenomeno dell'eversione "non e' da prendere alla leggera. C'e' una continuita"', una sorta di fedelta' agli ideali fra chi negli anni '70 ha fatto la scelta della democrazia e chi quella dell'eversione: "dobbiamo sapere che ci sono i reduci" di quel periodo e si tratta di persone "esperte. Il contesto e' diverso ma vanno individuati. Serve il rigore". Sulla grazia concessa a Panizzari, il sottosegretario ha affermato: "gli errori sono sempre possibil. Certo chi ha garantito per lui dovrebbe mettersi la mano sulla coscienza". Esistono nuove sigle eversive? E' stato ancora chiesto al sottosegretario Brutti. "Non so se esistono altre formazioni oltre a quelle conosciute - ha risposto - i nomi possono essere suggestivi ma potrebbero essere solo varianti eversive e antidemocratiche". In merito alla rivendicazione della vicenda milanese, Brutti ha precisato che "e' stato aggiunto un dato in piu'. E' stata studiata parola per parola, parti di questa starebbero anche su Internet. Non sembra pero' sia contraffatta, quando una rivendicazione e' fasulla si sente".

21 dicembre - "Il corriere della sera" scrive:
"Della somiglianza con un identikit si fidano pochi o nessuno. La traccia, semmai, è un'altra: i contatti di Giorgio Panizzari con un altro ex brigatista (più giovane e più "serio" del rapinatore imbottito di cocaina) che, secondo la polizia, tanto ex non è. Anzi, è talmente sospetto che la Procura di Roma l'ha iscritto sul registro degli indagati con l'accusa di banda armata, cioè le nuove Br. Si tratta di un militante del Partito comunista combattente arrestato dieci anni fa, condannato all'ergastolo per uno degli ultimi omicidi firmati con la stella a cinque punte e che può uscire di galera ogni giorno, prima al "lavoro esterno" e poi in semilibertà, da oltre un anno. Lui non ha mai rinnegato la lotta armata, è rimasto formalmente un "irriducibile" e, stando a quanto riferito nei rapporti degli investigatori ai magistrati, potrebbe avere ripreso l'attività terroristica. E' possibile, insomma, che sia lui l'anello di congiunzione tra le vecchie e le nuove Br. Per questo, dopo l'omicidio D'Antona, è stato di nuovo indagato e controllato nei suoi movimenti e nei suoi colloqui. Durante i pedinamenti e le intercettazioni è saltato fuori il contatto con Panizzari, un altro ex che nel frattempo si dedicava alle rapine, anche dopo la grazia ricevuta nel Natale del '98. Sulla base di questo rapporto i "segugi" antieversione avevano chiesto approfondimenti su Panizzari e su quelli che gravitavano intorno a lui, ma, dopo che le prime intercettazioni non avevano dato frutto, la magistratura non ne ha più concesse altre. L'indagine è morta lì, subito dopo l'estate, per essere ripresa in mano soltanto all'indomani dell'arresto di Panizzari a Todi, la settimana scorsa. Senza troppa convinzione, se uno degli investigatori più esperti confessa: "Ci fosse davvero Panizzari nelle nuove Br, vorrebbe dire che è davvero cambiato tutto rispetto alla storia precedente. Quando mai s'è visto un brigatista che tira cocaina e fa le rapine insieme ai comuni o agli ex fascisti?". Tuttavia, nel vuoto di conoscenze che circonda il delitto D'Antona, era un filo da tirare, per vedere a che cosa portava. Invece, nella primavera scorsa e nell'imminenza dell'anniversario dell'omicidio di via Salaria, l'indagine su Panizzari rimase confinata alla Procura di Terni (competente per la rapina più sospetta, quella al furgone portavalori del 1° febbraio, che fruttò circa un miliardo di lire) mentre la magistratura romana preferì concentrarsi su un'altra pista: quella della scheda telefonica utilizzata per la rivendicazione dell'attentato, che portò all'arresto di Alessandro Geri. Come andò a finire si sa: decisa in maniera precipitosa un po' per la fuga di notizie e un po' per le pressioni politiche che sollecitavano qualche risultato, quella scelta si rivelò un boomerang. Il giovane Geri, sul quale c'erano molti più elementi di quelli oggi a carico di Panizzari, tornò a casa nel giro di pochi giorni, senza scuse ma con l'immagine di vittima di un errore giudiziario, anche se gli inquirenti continuano a considerare valida quell'ipotesi e il ragazzo è tuttora indagato per il delitto D'Antona. Nel frattempo, l'altro filone d'indagine consigliato dalla polizia si arenava nella provincia umbra. Solo adesso ci si è ricordati dell'ex delinquente comune politicizzatosi in carcere e uscito dopo ventotto anni di galera, e della somiglianza con l'identikit. L'idea che la faccia ricostruita dalla testimone ricordasse Panizzari venne a un magistrato subito dopo aver visto il disegno realizzato dalla Scientifica, ma il successivo raffronto con le fotografie del graziato non confermò il sospetto, e Panizzari ripiombò nel dimenticatoio. Ora torna alla ribalta, insieme ai contatti con l'irriducibile che esce dal carcere ogni mattina e rientra la sera, ma nello scetticismo generale. Come il poliziotto, pure un vecchio brigatista del sequestro Moro punta il dito sulle incongruenze di quest'ipotesi: "Intanto Panizzari non è un nappista ma un "nappista di galera", cosa diversa. E' "nato in matricola", come si dice, azioni terroristiche non ne ha mai fatte, e non è di questo che hanno bisogno le nuove Br. Se è vero che faceva le rapine con i fascisti, non è pensabile che poi sia andato ad ammazzare D'Antona, appena cinque mesi dopo essere uscito di cella. E tantomeno farebbe oggi una rapina da 28 milioni, con la cocaina in corpo e insieme a un comune". Ma, in mancanza d'altro, ora tocca a lui essere inquisito per un delitto ancora senza colpevoli".
In un altro articolo, "Il Corriere della sera" scrive:
"Un confronto può incastrare Giorgio Panizzari per l'omicidio di Massimo D'Antona. La supertestimone che ha visto parcheggiare in via Salaria uno dei furgoni utilizzati dalle Brigate rosse per "nascondere" il luogo dell'agguato ha fatto un identikit dell'uomo alla guida che assomiglia all'ex esponente dei Nuclei armati proletari. La donna, di origini arabe, sposata con un carabiniere e interprete per il Rud (Raggruppamento unità difesa dei servizi segreti militari), nei prossimi giorni sarà fatta accomodare di fronte a Panizzari. E il "faccia a faccia" potrebbe essere decisivo per gli sviluppi dell'inchiesta sull'assassinio del collaboratore dell'ex ministro del Lavoro Antonio Bassolino: il delitto è stato rivendicato dalle Brigate rosse-Partito comunista combattente e, una settimana fa, dopo la rapina avvenuta a Todi, il nome di Panizzari è stato iscritto sul registro degli indagati per l'omicidio D'Antona e per partecipazione a banda armata. 
IDENTIKIT - I sospetti su Panizzari (rivelati una settimana fa dal Corriere della Sera e rilanciati ieri dal quotidiano La Repubblica con la notizia dell'imminente interrogatorio dell'ex brigatista) hanno preso corpo proprio per la similitudine con l'identikit ricostruito dai funzionari di Ucigos e Digos grazie alla descrizione della supertestimone. Ma il procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni e i pm Franco Ionta e Giovanni Salvi hanno in mano altri elementi che impongono l'approfondimento della posizione dell'ex nappista. Primo: Panizzari, che è stato seguito dagli agenti (seppure con alcune pause) fin dai giorni successivi all'omicidio D'Antona, ha frequenti contatti con un terrorista irriducibile delle Br condannato all'ergastolo per un altro delitto ma da tempo in semilibertà. Secondo: anche Omero Mollica, l'ex estremista di sinistra arrestato perché aveva in casa un arsenale (su pistole e mitra sarà eseguita una perizia), frequenterebbe Panizzari. Terzo: le modalità di una rapina ai danni di un camioncino blindato commessa a Terni il primo febbraio scorso (bottino: un miliardo), di cui è accusato Panizzari, fanno pensare che possa essere stata commessa da terroristi proprio per finanziare l'eversione. Per portare a termine quest'ultimo colpo i banditi sfruttarono un furgone che aveva i vetri offuscati. Come i due parcheggiati dai brigatisti rossi in via Salaria.
VERNICE - E' solo un caso? Per il momento, gli investigatori non hanno risposte. Ma è scontato che nei prossimi giorni si cercherà di stabilire se la vernice utilizzata sia la stessa. E quei furgoni rubati e poi abbandonati dai terroristi accanto al marciapiede sul quale è stato freddato a colpi di pistola D'Antona sono importanti per un'altra verifica: sul cruscotto e nella parte posteriore dei veicoli sono stati trovati alcuni mozziconi di sigarette e il Dna rilevato sui filtri sarà confrontato con quello di Panizzari. L'ex nappista viene difeso a spada tratta dal suo avvocato Tommaso Mancini: "E' un'accusa totalmente infondata, sono certo della sua estraneità nell'omicidio D'Antona". Per il delitto, oltre a Panizzari, continua a rimanere indagato anche Alessandro Geri, il giovane arrestato sette mesi fa e poi scarcerato su richiesta della stessa Procura.
POLEMICHE - Gli sviluppi nell'inchiesta sul delitto del 20 maggio del '99 hanno provocato polemiche. Fra l'altro, è stata stigmatizzata l'ulteriore fuga di notizie (la prima c'è stata sulle indagini per Geri): il ministro della Giustizia Piero Fassino ha sottolineato come "ogni forma di interferenza debba essere assolutamente evitata. Abbiamo tutti interesse che siano arrestati gli assassini di Massimo D'Antona - ha osservato Fassino, facendo capire che potrebbe aprire un'indagine - e, proprio per questo, c'è la necessità di garantire alla magistratura di poter svolgere le indagini nell'assoluto riserbo". Il presidente della Camera Luciano Violante ha invitato a evitare "ogni strumentalizzazione politica. Chiunque lo faccia, in un modo o nell'altro, dà una mano ai terroristi". Quanto alla grazia concessa a Panizzari dall'ex presidente della Repubblica Scalfaro, Franco Frattini (Fi), presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti, ha invitato Scalfaro e l'ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto (attuale segretario del Pdc) "a interrogarsi sulle loro responsabilità"".

21 dicembre - "La Stampa" pubblica un' intervista all' ex br Francesco Piccioni: "Francesco Piccioni è stato un brigatista rosso, ha partecipato al sequestro Moro, ha comandato la colonna romana dopo l'arresto di Mario Moretti. Sotto la sua guida, le Br nella capitale uccisero tanti agenti di polizia e carabinieri, assaltarono la sede Dc di piazza Nicosia, ammazzarono Tartaglione e Minervini. E' stato in carcere molti anni. E dietro le sbarre ha fatto i conti con l'esperienza del partito armato. Ha avuto modo di conoscere anche Giorgio Panizzari. Può parlare degli ultimi sviluppi intorno alle nuove Brigate rosse con cognizione di causa. 
Piccioni, che idea s'è fatto sull'arresto di Panizzari?
"Ho già detto in varie riprese che io questa storia delle Brigate rosse, o cosiddette tali, tornate sul piano della lotta armata non la capisco. Tantomeno riesco a capire la vicenda di Panizzari. Mi sembra tutto lontanissimo da una logica politico-militare".
Lei non ci crede...
"Io di mestiere non faccio l'investigatore. Però mi sembra che la polizia ha lavorato su un'ipotesi di scuola: cercare tra i giovani autonomi vicini alla Fiom. E poi hanno scarcerato Geri con tante scuse. Adesso siamo alla seconda "svolta" e se non lo scarcereranno è solo perché Panizzari era intento a delle privatissime rapine. Almeno a stare a quanto lui stesso ha dichiarato".
La sua previsione è di una nuova figuraccia per gli inquirenti, insomma.
"Immagino di sì. Potrei pure scommetterci qualcosa".
I dubbi sono in effetti tanti. La storia di Panizzari sembra ben poco in linea con quello che ci figuriamo dei nuovi brigatisti.
"Io Panizzari l'ho conosciuto bene. So che è uno che si saprà spiegare. Quando sarà il momento, dirà lui quello che pensa. Non intendo sostituirmi a lui. Una cosa, però, salta agli occhi: il passaggio della Grazia. Nel nostro ambiente, con l'ottica e la logica interna alle Brigate Rosse, mi riferisco al dibattito sull'indulto e su tutte le misure di semilibertà, non è mai stata presa in esame e considerata ammissibile la grazia presidenziale".
Intende dire che voi chiedevate una soluzione politica, non una via di fuga individuale.
"Appunto. Nessuna misura speciale "ad personam". La grazia resta inammissibile per un brigatista doc. Restano legittime, naturalmente, e ci mancherebbe, per chi si muova in un'ottica individuale. Sinceramente trovo questa sua scelta del tutto incompatibile con una prospettiva politica di lunga durata".
Lei, Piccioni, non crede al coinvolgimento di Panizzari.
"Infatti. Né riesco a pensare che sia coinvolto nessuno di quelli che gode della semilibertà. Ma insomma... Se uno di noi, con la nostra storia, volesse davvero ricominciare a "fare cose", per prima cosa scapperebbe. L'ipotesi che uno di giorno faccia due mestieri, quello ufficiale e l'altro brigatista, e poi la sera rientra in cella mi sembra ridicola. Dal punto di vista militare non sta né in cielo né in terra: tutto il giorno cerco di scappare dal controllo dello Stato e poi la sera torno in galera e faccio finta di niente? Matti sì, ma mica scemi".
Tra l'altro anche Panizzari, come si vede oggi, ma come era facilmente prevedibile, è stato sottoposto a controlli continui dopo aver lasciato il carcere.
"Ma tutti noi che a vario titolo godiamo di benefici carcerari siamo sottoposti a controlli continuamente, casuali, nell'arco delle 24 ore. Se uno vuole fare un'attività di una certa rilevanza, dico non la rapinetta per svoltare il mese, la prima cosa è rendersi irreperibili. E poi si vede. E' un ragionamento a prescindere da Panizzari o da chiunque altro. A naso, se devo seguire ancora un filo di logica, è inverosimile".
Lui, Panizzari, la grazia l'aveva voluta?
"Io in quel periodo a Rebibbia non c'ero più. So che è molto bravo con l'informatica; stava
lavorando al cd-rom sul Giubileo. Immagino che chi gli ha commissionato quel lavoro, intendo l'ambiente cattolico, si sia poi mosso per istruirgli la pratica. E' una logica del tutto individuale, ripeto. Non politica. Non mi permetto di dare giudizi. Ma è quanto di più incompatibile con la lotta armata. E guardi che certi criteri sono sempre gli stessi".
Ma lei Piccioni è molto perplesso su tutto l'affaire D'Antona.
"Io dico una sola cosa: l'omicidio di D'Antona non è stato seguito da alcun segno delle Br. Tutti i volantini portano altre sigle. O si è trattato di uno stranissimo episodio singolo e chi l'ha commesso è scappato. Oppure non è opera di un'organizzazione operante in Italia"".

21 dicembre - "Il Messaggero" pubblica un' intervista al pm Antonio Marini:
" Adesso potrebbe ridere di tutti, dire che "lui l'aveva detto". Ma gli basta la grande soddisfazione di sapere che se qualcuno gli avesse dato retta quattro anni fa, forse non ci sarebbero state bombe sul Natale dei milanesi. Forse le Brigate rosse non avrebbero ricominciato a sparare. Lui è Antonio Marini, uno dei pm dei misteri d'Italia, dal caso Moro a quello di Ali Agcà. E le sue soddisfazioni sono autorizzate da un rapporto del Ros dei Carabinieri di novembre 2000. I cui si riconosce che se il gruppo di anarco-insurrezionalisti da lui arrestati a settembre '96 non fossero tornati in libertà grazie ad una sentenza "mordida" in Corte d'Assise, non si sarebbero create "le condizioni per una nuova attività anarchica". La sentenza è del maggio scorso (Prima corte d'assise di Roma presidente Amato, giudice a latere De Cataldo), che assolve gli anarchici dall'accusa di banda armata. Tra gli imputati, c'erano gli stessi ai quali fa riferimento nel volantino che rivendica la bomba sul Duomo.
Dottor Marini, lei li conosce tutti. Chi sono?
"Sono la nuova frontiera del terrorismo: un pericolo grave per la democrazia".
Secondo il Tribunale non sono nemmeno una banda armata...
"Rispetto la sentenza che li ha mandati assolti, ma ritengo che si tratti di una sentenza errata e ho fatto appello. I giudici non hanno capito il loro disegno eversivo sofisticatissimo".
Puo spiegarlo lei?
"E' un'invenzione del loro ideologo, Alfredo Bonanno: ha creato una struttura "informale", dove i gruppi che agiscono sono basati sull'affinità personale. Faccio un esempio: tre fratelli che la pensano allo stesso modo, due fidanzati, tre appassionati di una certa cosa. Insomma, entità distinte che operano per lo stesso obiettivo: la destabilizzazione. Li hanno assolti dalla banda armata anche se in un proclama rivendicarono la loro identità di "organizzazione armata contro lo Stato"".
Perché mettono bombe nelle chiese?
"Forse per spirito di emulazione. Lo fece la mafia per colpire lo Stato nell'estate '93. Adesso lo fanno loro".
Perché le rivendicazioni sempre al Messaggero?
"E' il giornale di Roma. Che è la loro città, dove si erano organizzati e dove sono stati arrestati".
Perché ce l'hanno con il carcere duro in Spagna?
"Lì sono detenuti molti di loro. E a differenza dell'Italia, lì sono stati trattati con il pugno di ferro".
Potrebbero aver partecipato all'omicidio D'Antona?
"Non mi meraviglierei se venisse fuori che tra loro c'è qualcuno che ha partecipato al delitto"".

22 dicembre - "Il Corriere della sera" scrive:
"Ex terroristi rossi e neri, un latitante "storico" come Oreste Scalzone, perfino un camorrista doc, Ciro Maresca. Giorgio Panizzari, l'ex esponente dei Nuclei Armati Proletari indagato per l'omicidio di Massimo D'Antona, nell'ultimo anno ha accumulato una serie di frequentazioni ad alto rischio. Personaggi sospettati dagli investigatori di essere vicini alle nuove Br che hanno firmato il delitto di via Salaria del 20 maggio del '99, incontri capaci di insinuare il dubbio che difficilmente Panizzari dica la verità quando sostiene di dedicarsi alle rapine solo per finanziare le sue tasche e non il terrorismo. "Con l'omicidio di D'Antona non c'entro nulla, non mi riconosco nell'idea. Cosa ho fatto il giorno del delitto? Non me lo ricordo, è passato troppo tempo... Comunque, con il mondo delle Brigate Rosse ho chiuso dall'81", ha detto in tono dimesso Panizzari davanti ai pm Franco Ionta e Giovanni Salvi nel carcere di Rebibbia. E mentre non si placano le polemiche per la grazia concessagli nel '98 dall'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l'attenzione degli inquirenti si sta concentrando sull'Umbria. A Terni, sua città natale, nell'ultimo periodo è stata ripetutamente segnalata alla polizia la presenza di Scalzone e il procuratore Cesare Martellino ha anche scoperto un "contatto" tra l'ex ideologo di Autonomia Operaia da sempre "primula rossa" e Panizzari. Anche questo solo un caso? Forse, ma Ucigos e Digos di Roma e Terni stanno passando al setaccio abitazioni e casali della regione per trovare quel covo che, secondo gli inquirenti, potrebbe essere stato utilizzato come base di partenza per portare a termine le rapine necessarie a finanziare l'eversione.
I CONTATTI - I funzionari di polizia hanno consegnato decine di rapporti sulle abitudini di Panizzari dopo l'omicidio di D'Antona. Intercettazioni telefoniche e pedinamenti si sono intensificati da quando è stato sospettato di aver portato a termine a San Gemini, il primo febbraio scorso, una rapina da un miliardo. Due particolari sono stati ripetutamente sottolineati nei rapporti consegnati ai magistrati: fanno intuire come Panizzari cercasse a tutti i costi di non creare problemi ai suoi compagni d'incontri. Durante i pedinamenti attuava tattiche per depistare i poliziotti e, soprattutto, ricorreva spesso a "intermediari" per far conoscere date e orari degli appuntamenti a chi voleva vedere. Cautele eccessive per un bandito comune ma, visto il calibro dei personaggi frequentati, forse più che giustificate se il ruolo era quello di fianchegiatore delle nuove Brigate rosse. Scalzone, dunque, sarebbe tornato nuovamente in Italia (la prima volta è accaduto nell'aprile del '98) beffando tutti. La polizia ha avuto precise indicazioni in tal senso ma nessuno riesce a spiegare il motivo per il quale sia tornato di nascosto a Terni. Ma ci sono tante coincidenze che insospettiscono gli inquirenti. A Terni risultano rubate auto e furgoni utilizzati per alcune rapine. A Terni sembra che Panizzari fosse di casa. Ma l'ex nappista potrebbe aver incontrato Scalzone anche il 17 giugno scorso a Parigi, in occasione della "Giornata Internazionale del Prigioniero Politico": il titolare di un'agenzia giornalistica di Roma lo aveva avvertito che se voleva vedere "Orestino" poteva farlo nella città in cui l'ex leader di Autonomia si è rifugiato da quando è latitante. Ma Panizzari non lesina sforzi per avere appuntamenti pure con altri ex terroristi: vede e sente l'ex Br-Pcc Sandro Padula (con il quale ha fatto un Cd rom sul Giubileo), gli ex di Prima Linea Arcadio Troiani e Giovanna Galeotti (specializzata in rapine per finanziare l'eversione e legata ai Colp, di cui faceva parte quell'Omero Mollica arrestato qualche giorno fa a Roma perché aveva un arsenale a casa). Incontra l'ex Br Antonio De Luca (condannato all'ergastolo per l'omicidio Ruffilli e adesso indagato dalla Procura di Roma per eversione) e Roberto Viganò (fratello di un ex terrorista di destra e suo complice nella rapina di Todi del 12 dicembre scorso) ed un paio di ex estremisti neri con i quali aveva in programa un colpo ad Ostia. Ma non basta. Agli investigatori risultano contatti anche tra Panizzari e Ciro Maresca, il boss di Castellammare di Stabia fratello di Pupetta, la "signora della camorra".
LE POLEMICHE - "Chi ha garantito su Panizzari dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza", ha tuonato il sottosegretario all'Interno Massimo Brutti. Che non ha fatto nomi ma si riferiva a Scalfaro e, forse, all'ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto (Pdci), che ha proposto la concessione della grazia per Panizzari. "Il centrodestra ed i cittadini italiani chiedono con forza perché venne concessa la grazia a Panizzari", ha rincarato la dose Pier Ferdinando Casini, leader del Ccd. "Diliberto è anche segretario del Partito Comunista d'Italia ed esponente autorevole della maggioranza", ha aggiunto il presidente dei deputati di Forza Italia, Giuseppe Pisanu. "Non parlo per un ovvio riserbo istituzionale", è stata la replica di Diliberto. Mentre l'Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, ha bacchettato tutti coloro che "hanno avuto una tardiva presa di coscienza di una realtà da sempre sotto gli occhi di tutti: il terrorismo non è mai finito"".

22 dicembre - Oreste Scalzone smentisce su tutta la linea: non e' piu' stato a Terni da 21 anni e ha incontrato Giovanni Panizzari soltanto molto tempo fa, quando entrambi erano rinchiusi nel carcere di Palmi. “E' un'invenzione di sana pianta”: cosi' l'ex-leader di Autonomia operaia, dal 1980 a Parigi, ha reagito alle notizie su suoi possibili contatti con Panizzari e sull'ipotesi di una sua recente visita clandestina a Terni. “Sembrerebbe - commenta Scalzone - che all'origine di questo 'infortunio' giornalistico ci siano delle 'informative' messe in circolazione da organi di polizia. Voglio sperarlo: preferisco che questi miasmi non siano farina del sacco di questo o di quell'operatore dell'informazione”. “Purtroppo - sostiene l'ex-leader di Autonomia operaia in una dichiarazione mandata all'Ansa - non vedo le strade della mia citta' da 21 anni esatti: a Terni sono stato spesso presente ma 'in cartolina', parlando a mezzo di alcune video- lettere proiettate in occasione di incontri e dibattiti. Magari un questurino aduso a 'mangiare pane e volpe' ha steso un rapporto a partire dai manifesti annuncianti la mia 'presenza' al dibattito...”. Smentita categorica anche su un suo incontro di qualche mese fa a Parigi con Panizzari: “Non ho potuto partecipare, per altri impegni, ad un incontro sul carcere avvenuto il 17 giugno scorso a Parigi, al quale peraltro mi risulta non sia stato presente neanche Panizzari”. Non avrebbe ad ogni modo avuto problemi a vederlo se Panizzari lo avesse cercato: “Ho sempre incontrato chiunque e figurarsi i compagni di detenzione, figurarsi una persona con cui si sono condivisi i “cento passi” nei cortili-gabbia dello 'Speciale' di Palmi”. Scalzone chiede al “giornale che ha malauguratamente impiegato dello spazio per questa patacca” di dargli “un identico spazio di parola, senza un millimetro di sconto. Con l'aiuto dei miei avvocati - preannuncia - faro' il possibile perche' l'aggressione tentata oggi contro di me venga risarcita al massimo livello”.

22 dicembre - "La Repubblica" scrive:
"Per nulla intimorito, al modo di quelli che hanno, o hanno avuto, la forza dell'ideologia dalla loro, è Giorgio Panizzari il primo a prendere la parola: "Vorrei fare un preambolo - dice ai pm Franco Ionta e Giovanni Salvi - io non mi riconosco assolutamente nell' idea e nell'ipotesi di essere l'eventuale autore di un omicidio come quello di D'Antona. Con le Brigate Rosse ho chiuso nel 1981". Comincia così l'interrogatorio dell' ex nappista, 51 anni, indagato numero due (l'altro è Geri ndr) per l' omicidio del professore Massimo D'Antona. Con una dichiarazione spontanea che vorrebbe togliere di mezzo ogni dubbio. I magistrati registrano, gli avvocati Tommaso Mancini e Antonella Faieta ascoltano. Tre ore, dalle quattro alle sette di sera, nella saletta magistrati del carcere Rebibbia Nuovo Complesso. Panizzari è appena arrivato su un blindato scortato dal carcere di Spoleto dove tornerà in serata. Un interrogatorio "generico", si spiegherà poi. Per annusarsi e prendere le misure. Che ha stupito lo stesso avvocato Mancini. Un interrogatorio che sembra aver rafforzato i sospetti su un suo collega di lavoro, anche lui iscritto al registro per banda armata, un ex duro del gruppo storico delle Br-pcc, uscito in semilibertà proprio grazie a Panizzari che gli ha offerto un impiego presso l'ufficio Sisifo. Un interrogatorio che ha evidenziato una prima, sostanziale, contraddizione sulla provenienza delle armi. Omicidio D'Antona - "Al mio cliente non è stato contestato nulla di specifico" raccontano i legali. Senza insistere troppo, a Panizzari viene chiesto se ricorda cosa faceva il venti maggio 1999, il giorno in cui è stato ucciso il collaboratore dell'allora ministro Antonio Bassolino. L'ex nappista non sa dire nulla di preciso. Se non che era a Roma, libero, graziato, da appena cinque mesi, impegnato con il suo lavoro di esperto di informatica per la Sisifo, l'ufficio di web designer. "Del resto - ribatte l'avvocato - chi di noi sa dire con precisione cosa faceva quella mattina?". Non si è parlato di alibi. "Del resto - aggiunge Mancini - l'alibi presume una contestazione specifica". Comunque, aggiungono sempre i legali, nessun problema: "Panizzari si sottoporrà ad ogni accertamento. Anche a quello del Dna, se necessario". Sul furgone bianco Nissan che ha fatto da copertura al commando che ha agito in via Salaria, gli investigatori hanno trovato cicche, impronte e capelli, tutto materiale da cui è possibile trarre il Dna per fare comparazioni. La sensazione è che comunque l'accusa abbia voluto scoprirsi il meno possibile sull'omicidio. E che quello di ieri sia stato soprattutto un faccia-a-faccia tattico. Le rapine - "Non c'entro nulla con la rapina di San Gemini. Quella di Todi (per cui è arrestato ndr) ho già spiegato che doveva servire per raccattare un po' di soldi". Se andava bene, Panizzari e Viganò si sarebbero divisi 28 milioni in due. Ma era la rapina di San Gemini quella che interessava di più l' indagine: quel colpo miliardario il primo febbraio 2000 in perfetto stile brigatista. Le armi - Su questo punto Panizzari è caduto in contraddizione. "Le armi per la rapina di Todi (calibro 9x21) le ho prese in prestito ma non dico dove". Omero Mollica, invece, l'ex dei Colp nella cui baracca a Ariccia è stato trovato un arsenale di armi e documenti politici brigatisti, aveva detto al procuratore di Velletri che "quell'arsenale era tutto nella disponibilità di Panizzari". Amici ed eventuali complici - Panizzari spiega che "l'amico uscito in semilibertà grazie all'impiego presso la Sisifo, ha offerto in realtà una collaborazione formale per via dei molti obblighi imposti dal magistrato". L'uomo, 44 anni, è indagato per banda armata. E ci sarebbero le prove di contatti fra lui e le nuove leve dell' eversione. Un nuovo interrogatorio è stato fissato nella settimana dopo Natale. Poi ci sarà il confronto con la supertestimone che ha visto in faccia l'autista del commando di via Salaria. Quell'autista assomiglia troppo a Panizzari".

22 dicembre - Una esplosione avviene poco dopo le 12 al terzo piano dell' edificio nel quale si trova il quotidiano il Manifesto. Nel momento dello scoppio sono saltate le luci, i mobili sono in parte andati in frantumi e parte del controsoffito e' caduta. Alle 13 circa davanti al Manifesto sono giunti il procuratore di Roma Salvatore Vecchione e l'aggiunto Italo Ormanni. Sul posto ci sono anche il questore di Roma Arnaldo La Barbera, i comandanti dei carabinieri e il vicesindaco Walter Tocci. Nell' attentato e' ferito Andrea Insabato, estremista di destra, che viene ricoverato nel dipartimento di emergenza del San Giacomo. Andrea Insabato, 41 anni, di Palombara Sabina (Rieti), estremista di destra, negli anni '80 e' ritenuto uno dei leader di 'Terza Posizione' a Roma. Le sue prime azioni risalgono a meta' anni '70. Nel 1976 venne arrestato, a soli 17 anni, per aver partecipato all' assalto della sezione del Pci di via Tigre' sparando anche alcuni colpi di pistola calibro 22. Arrestato di nuovo il 3 marzo 1983 dai carabinieri mentre lavorava, sotto falso nome, nella libreria Romana in via dei Prefetti, ritenuto il capo di 'Terza posizione' nelle zone della Balduina e Monte Mario, ed era ricercato per un ordine di cattura per banda armata e associazione sovversiva. Nel 1985 pero', al processo contro gli aderenti a 'Terza posizione', Insabato venne assolto per insufficienza di prove. All' inizio degli anni '90 fonda un gruppo chiamato 'Rinascita nazionale', in contatto con gruppi oltranzisti stranieri. L' 8 novembre 1992, Insabato viene arrestato allo stadio Olimpico, durante la partita Lazio-Torino, dove ha bruciato una bandiera con la stella di David, dopo aver urlato frasi antisemite. Per quell' episodio sara' condannato ad un anno e sei mesi per istigazione all' odio razziale e accensioni ed esplosioni pericolose. Assolto invece dall' accusa di manifestazione fascista.Nel 1995, come leader di una cosiddetta 'Comunita' San Martino', e' alla testa di manifestanzione antiabortiste di oltranzisti cattolici. Andrea Insabato era stato anche coinvolto, il 2 luglio 1992, in una lite con il leader della Lega Nord, Umberto Bossi. Insabato stava distribuendo in piazza del Pantheon volantini del 'Movimento di rinascita popolare' in cui si chiedeva di andare avanti "per la rinascita nazionale". Uno dei fogli e' finito in mano al senatore che era seduto al tavolino di un bar e che, non d' accordo sul contenuto nazionalistico del volantino, lo avrebbe fatto presente a Insabato. A quel punto la discussione si e' accesa ed e' intervenuta una pattuglia della polizia, ma la vicenda non ha avuto altri strascichi. Il suo nome si trova anche su due siti Internet. In uno offre un servizio di dog-sitter e in un altro lancia un manifesto di pace per i Balcani, dove invita "ogni uomo o donna con una coscienza cristiana ha il dovere di manifestare per la pace e fermare i bombardamenti". Gli inquirenti stanno cercando un complice che si sarebbe allontanato da via Tomacelli a bordo di un motorino dopo lo scoppio. A indicare la presenza dell' altro uomo sarebbero stati alcuni testimoni. Alcuni investigatori, del resto, hanno fatto notare che fatti del genere difficilmente vengono organizzati da una sola persona. Il motorino, che appartiene a Insabato, e' stato trovato sul lato posteriore dell' edificio. L' ordigno, definito dagli investigatori rudimentale e di media potenza, potrebbe essere caduto mentre Andrea Insabato stava collocandolo sul pianerottolo davanti alla porta del Manifesto. E' una delle ipotesi degli investigatori, i quali non escludono nemmeno che nella foga di scappare l' attentatore lo abbia poggiato in terra con troppa violenza. Si parla di media potenza, e' stato fatto notare, anche perche' i vigili del fuoco non hanno registrato danni alle strutture portanti del palazzo. L' ordigno artigianale conteneva molta polvere nera, una piccola percentuale di polvere pirica, "ma anche - e' stato spiegato - altri elementi". Andrea Insabato e' stato trasferito all'ospedale San Camillo. Andrea Insabato e' sempre rimasto lucido e non ha mai perso coscienza. Quando e' giunto al Pronto Soccorso dell'ospedale San Giacomo i pazienti che erano in attesa di essere visitati lo hanno sentito gridare dal dolore. "Era come un ossesso - ha detto un giovane - gridava per il dolore e cercava di indicare la gamba. Poi lo hanno portato dentro la stanza di radiologia e quindi trasferito nella stanza di fronte". Insabato si e' calmato solo sotto l'effetto degli anestetici ma e' comunque rimasto cosciente. Poco prima delle 15 sono uscite dal pronto soccorso la madre e la sorella di Insabato. Entrambe, inseguite dai cronisti, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni, hanno lasciato di corsa l' ospedale e si sono allontanate con un taxi. Il fratello Carlo Insabato dice:"Ultimamente Andrea faceva vita ritirata, non seguiva la politica, non seguiva piu' niente e nessuno". "Potrebbe essersi trovato li' per altri motivi". "In questi giorni doveva mettere della pubblicita' per faccende sue". "Bisogna vedere bene - ha aggiunto - chi altro c'e' nel palazzo per capire mio fratello cosa facesse li"'. Secondo Carlo Insabato i tempi dell'attivismo di Andrea sono lontani:"aveva aderito - dice - ad associazioni religiose, per qualche tempo aveva aiutato i barboni per strada. Era tranquillo e pensava a tutt'altro: alla macchina, ai figli e al suo lavoro". "Se fosse lui il responsabile - ha detto all'Ansa, Carlo Insabato - non riuscirei a spiegarmi cosa potesse avere contro quel giornale dal momento che non si interessa piu' di politica. Ultimamente Andrea conduceva una vita molto ritirata, quasi monastica, dedicandosi alla sua grande passione, i cani, tanto da avviare un' attivita' di 'dog-runner"'. Carlo Insabato parla, poi, del passato politico del fratello: "Era un capozona di Terza Posizione nel quartiere della Balduina, ma negli ultimi anni si e' evoluto a livello ideologico. Oggi lo definirei un cattolico integralista". Insabato sottolinea, inoltre, l' impegno del fratello Andrea nel sociale: "Ricordo che portava da mangiare ai barboni e che girava con una vecchia macchina piena di coperte. Aiutava chi era in difficolta' ed aveva partecipato anche a manifestazioni a favore dei senza casa e contro l' aborto". "Recentemente - ha concluso Insabato - Andrea si era appoggiato ad organizzazioni religiose ed aveva chiesto ad un parroco ad aiutarlo nel trovare un lavoro. Per questo mi sembra assurdo che possa essere il responsabile di quanto avvenuto nella redazione del Manifesto". In serata Carlo Insabato aggiunge:"Mio fratello potrebbe essere stato usato da qualcuno che l'ha contattato per servirsene. Se e' stato lui ad aver messo la bomba, non sapeva quello che c'era dentro. Da sei anni mio fratello aveva smesso con la politica e mi sembra che non avesse piu' contatti con nessuno anche perche' il telefono cellulare era sempre staccato". Sono due le ipotesi che il fratello avanza sulla presenza dell' ex Nar nell' edificio del Manifesto. "So che Andrea - ha spiegato - aveva in quel palazzo contatti con una ditta di pubblicita' perche' voleva pubblicizzare la sua attivita' di dog runner. Quindi, o si trovava li per una coincidenza o qualcuno l' ha contattato per servirsene". Carlo ricorda il passato di militante di estrema destra del fratello e il suo percorso di "redenzione". "Forse 10-15 anni fa - dice Carlo - avrebbe potuto mettere un ordigno in un posto deserto senza fare male a nessuno. Ma in questo momento lo escluderei. Dal '92 mio fratello era diventato un cattolico fervente, molto osservante e pio,un anti-abortista.Lo definirei piu' un integralista religioso che un estremista di destra". Andrea Insabato e' descritto dal fratello come un personaggio solitario che viveva con i suoi husky siberiani nella casa sulla Balduina. "Fa una vita sana - dice Carlo - si alza presto e va a dormire presto. Al momento, dopo essersi separato non aveva una compagna". Oltre ai cani, Insabato ha la passione per la Lazio. "Nel '92 - ricorda il fratello - brucio' la bandiera israeliana all' Olimpico, ma ora andava solo a vedere la Lazio. E' un tipo un po' naif, incline alla mitologia e a fare il Messia. Una decina di anni fa aggregava molte persone con le leggende celtiche. E' sempre stato un buono anche se qualunque cosa abbia fatto ha sempre avuto risonanza negativa. Una cosa e' certa: mio fratello adesso non aveva nulla di cui vendicarsi". Andrea Insabato abita al secondo piano di una palazzina di Via Marziale 3, nella zona della Balduina. La polizia, nel primo pomeriggio, ha portato via dall' abitazione, del materiale. "Cartacce, roba sua personale - ha detto un poliziotto - niente di politico". Ma alcuni sembravano manifesti con scritte in tedesco. Sul citofono il nome di Insabato si intravvede a malapena sotto la scritta "C.R.Vita". A quanto si e' appreso l' uomo divideva l' appartamento con una giovane che avrebbe raccontato di averlo visto uscire stamattina presto. All' Ansa arriva una telefonata che dice:"Oggi al Manifesto e' caduto un eroe". La voce - riferisce la persona che ha preso la telefonata - poteva essere contraffatta e il messaggio e' stato ripetuto due volte. Andrea Insabato ha partecipato il pomeriggio di sabato scorso alla manifestazione in favore di Joerg Haider organizzata dal Movimento sociale-Fiamma Tricolore in piazza Risorgimento, mentre il governatore della Carinzia era in piazza San Pietro. A quanto si e' appreso, Insabato sventolava una bandiera palestinese e altre due bandiere con la croce di S. Andrea ed era stato identificato da alcuni agenti di polizia. I chirurghi del reparto di chirurgia plastica dell' ospedale S. Camillo hanno escluso che sia necessaria l'amputazione della gamba destra per Insabato. La diagnosi e' stata emessa in seguito ad un primo intervento di ricognizione delle condizioni dell' arto. 

23 dicembre – “Il Messaggero” pubblica un articolo di Massimo Martinelli intitolato “Un gruppo che viene da lontano”:
“E adesso vengono fuori i nomi grossi, quelli che odorano di misteri e del sangue degli anni Settanta. Furono ricercati, catturati, incarcerati e condannati. Poi rimessi fuori, nell’illusione di chiudere del tutto con gli anni del terrore. Adesso si scopre che gli indagati principali del nuovo terrorismo sono gli stessi della vecchia stella a cinque punte. Digos e procura di Roma avrebbero voluto aspettare ancora, ma l’ultima fuga di notizie ha rovinato tutto. E allora, ecco venir fuori nei rapporti il primo nome, quello di Antonio De Luca, brigatista, ergastolano. Ma uscito in semilibertà un mese prima il delitto D’Antona, grazie ad un lavoro inventato presso la cooperativa di Panizzari, la Sisifo, costituita poche settimane prima, giusto per ospitarlo. De Luca ha un ergastolo per il delitto Ruffilli. E fu accusato di aver partecipato alla rapina di via Prati dei Papa a Roma, dove furono uccisi due agenti. Guardacaso la stessa azione rivendicata nel volantino trovato a casa di Omero Mollica, arrestato dieci giorni fa su un’imbeccata precisa di Panizzari. De Luca, per ora, è indagato per banda armata. Gli inquirenti ritengono che gran parte del volantino che rivendicò quel delitto (quella che tratta di argomenti sindacali) sarebbe stata scritto da lui. Il secondo nome, che non può essere rivelato per non pregiudicare le indagini, è quello di una donna dei Nap, condannata nel 1984 per banda armata, insieme a Maria Pia Vianale. Gli inquirenti avrebbero raccolto la prova documentale della sua presenza in via Salaria, la mattina precedente al delitto D’Antona. Forse era lì per un sopralluogo, forse portò uno dei furgoni usati per l’azione. Anche il terzo nome in osservazione è riservatissimo. E’ un brigatista, forse il più noto di tutti. Anche lui, come De Luca, è detenuto a Rebibbia, ma con la semilibertà per uscire la mattina e tornare la sera. Nel ’78 fu accusato di essere nel commando di via Fani. Oggi è il più anziano bierre ad essere sotto osservazione per il caso D’Antona”.

23 dicembre - “Ho visto del fumo, mi sono avvicinato per vedere da dove veniva ed e' scoppiato tutto”. Questa la versione che Andrea Insabato avrebbe fornito ai magistrati Piero Saviotti e Franco Ionta nell' interrogatorio pomeriggio al San Camillo. A riferirlo e' stato il fratello Carlo dopo aver parlato con l' avvocato Stefano Fiore. Altro elemento che potrebbe rivelarsi importante per le indagini, riferito sempre dal fratello Carlo, e' che Andrea Insabato avrebbe detto ai magistrati di essere arrivato in Via Tomacelli in autobus e non con il motorino, un Piaggio 'Sfera', poi ritrovato dagli investigatori sul retro dell' edificio del 'Manifesto'. Andrea Insabato, ha riferito il suo avvocato, ha detto di essere rimasto vittima dell' esplosione e di essere andato al “Manifesto” perche' aveva un appuntamento con un giornalista della testata. Insabato ha aggiunto di non aver portato lui l'ordigno ma di aver notato sul pianerottolo del fumo, senza capire da dove provenisse. Al giornalista, ha aggiunto ancora l' avvocato Stefano Fiore, Insabato avrebbe dovuto proporre un' iniziativa a favore della Palestina. L' ex estremista di destra ha spiegato anche agli inquirenti tutti i suoi spostamenti, dalla mattina presto fino all' arrivo alla sede del giornale, in Via Tomacelli. L' avvocato ha, poi, aggiunto che ci sarebbero persone che possono testimoniare i motivi per cui Insabato si era recato al “Manifesto”. Fiore ha detto di aver trovato l' attentatore in condizioni migliori di quanto si aspettasse, lucido e tranquillo. Prima dell' interrogatorio Insabato ha rilasciato una dichiarazione spontanea in cui ha affermato che in questo periodo la sua attenzione era tutta rivolta verso la situazione palestinese. Comunque Andrea Insabato sarebbe entrato giovedi' 21 nella redazione del quotidiano in via Tomacelli. “Era andato a parlare con Stefano Crippa della segreteria di redazione - ha spiegato oggi il direttore Riccardo Barenghi - gli ha chiesto se potevamo appoggiare una manifestazione per la Palestina”. A Crippa l'episodio e' venuto in mente solo dopo avere visto le foto di Insabato. Quel volto l'ha portato dritto al ricordo dell'uomo che pochi giorni prima dell'attentato aveva cercato di convincerlo a “patrocinare” la manifestazione. “Probabilmente quella della manifestazione era solo una scusa per avere l'occasione di entrare in redazione e osservare la disposizione delle stanze”, ha osservato Barenghi. Il redattore degli Esteri Stefano Chiarini, che si occupa di Medio Oriente, racconta che il 18 dicembre un uomo telefonò al Manifesto e con voce alterata e tono minaccioso chiese perché il quotidiano non prendesse iniziative in favore della Palestina. "Solo oggi - spiega - abbiamo ricollegato quella telefonata a Insabato. Credo che fosse il 18; mi passarono una telefonata. Un anonimo con il tono di voce alterato mi disse: voi e la sinistra italiana siete complici di Israele. Perché non prendete iniziative in favore della Palestina? Dovete fare qualcosa". "Sono rimasto esterrefatto e mi sono anche indignato - prosegue il redattore – e ho fatto di tutto per liquidarlo nel più breve tempo possibile". Chiarini precisa anche di non aver mai fissato per ieri a mezzogiorno un appuntamento a Insabato. "Anche perché - afferma - venerdì io non dovevo essere in redazione. Dovevo partire per Livorno. E comunque sarebbe stato impossibile per me fissare un appuntamento a mezzogiorno, visto che abitualmente arrivo in redazione alle 15.30". Il segretario di redazione del Manifesto, Stefano Crippa, che ha incontrato Insabato quando si è presentato in redazione nel pomeriggio di giovedì 21, dice: "L'ho riconosciuto dalle immagini riprese alla manifestazione di sabato scorso in piazza Risorgimento e non certo dall'intervista di nove anni fa. Come alla manifestazione, Insabato indossava un cappellino peruviano e aveva al collo una kefiah. Mi si è piazzato davanti e a bruciapelo mi ha chiesto: 'Ma perché non ci occupiamo della Palestina?' Io ho risposto abbastanza scocciato: 'Ma se sono trenta anni che ce ne occupiamo...'. Era agitato e si guardava in giro". Secondo Crippa, Insabato, che era visibilmente alterato e si guardava intorno, non ha tentato di fare una polemica con lui, ma ha chiesto: 'Fatemi parlare con un redattore che si occupa di Palestina'". Poiché in quel momento Chiarini non c'era, Crippa ha fornito il numero del redattore dicendogli di chiamare più tardi. "Mi sono girato un attimo - conclude - ma lui era già scomparso...". Il fratello Carlo Insabato ripete invece:"E' buono, l'hanno manipolato", ribadendo che il fratello è "una persona buona e onesta, impegnata nel sociale, e che non avrebbe mai fatto del male a nessuno" e aggiungendo che "non è solo una mia idea quella che possa essere stato manipolato da qualcuno più esaltato di lui". Carlo ha poi raccontato le difficoltà incontrate da Andrea nella vita. A cominciare dall'allevamento di husky a Palombara, fallito anche per i problemi con la prima moglie Anita, da cui ha avuto un figlio, ora diciottenne. Con l'ultima compagna, invece, Insabato ha avuto un altro figlio che ora ha dieci anni. "Andrea ha avuto un'infanzia difficile - racconta Carlo - e ha sempre avuto problemi di depressione che combatteva coi farmaci che, però, ultimamente aveva smesso di prendere. Era stato anche in cura presso un centro di igiene mentale dalle parti della Pineta Sacchetti a Roma e, in ogni caso, era un tipo chiuso e solitario, viveva isolato ormai da anni, sia dalla famiglia sia dai suoi vecchi amici". Quanto al motorino, prima che l'avvocato Fiore riferisse quanto Andrea Insabato avrebbe detto ai magistrati, Carlo aveva spiegato che "il ciclomotore era rotto: se Andrea lo ha rimesso a posto, vuol dire che c'era qualche motivo economico. E' probabile che sia andato da qualche organizzazione che conosceva o da qualche amico a chiedere di poter consegnare dei pacchi per Natale e fare così qualche soldo". Le condizioni cliniche di Andrea Insabato sono intanto stazionarie. Il paziente è lucido e cosciente ed è scongiurato il pericolo dell'amputazione della gamba. Lo ha reso noto il bollettino medico diffuso dai sanitari della divisione di chirurgia plastica e ricostruttiva dell'ospedale S.Camillo. "Le fratture pluriframmentate alle gambe sono in via di ricostruzione - ha detto il medico, Lucio Cappelli - sono stati ricostruiti i tessuti molli degli arti inferiori e il decorso non dovrebbe presentare problemi gravissimi". I medici hanno anche escluso, dopo la visita dell'oculista, che nell'occhio di Insabato vi fosse una scheggia della bomba come era parso in precedenza. Insabato rimarrà al S.Camillo per diverso tempo. Testimonianze sulla bontà d'animo del presunto attentatore arrivano anche da Gloria, classe '31, volontaria della comunità di San Martino: "Dopo anni in cui l'avevo perso di vista ho incontrato Andrea lunedì scorso. Mi aveva dato appuntamento la sera di Natale per portare il panettone ai barboni". La donna riferisce che "per tre inverni, dal '92 al '95, siamo andati di notte a portare la cena ai barboni di Roma. E lui, come San Martino, quando era necessario arrivava a levarsi il giubbotto per regalarlo a chi ne aveva bisogno". Gloria descrive Andrea Insabato come una persona "generosissima, sempre senza una lira e con una gran fame perché regalava tutto. Un San Francesco sereno, tranquillo e votato al prossimo". "Mi aveva raccontato i suoi trascorsi - aggiunge – ma dicendomi anche che aveva rotto con il passato e io non ho mai avuto dubbi che mentisse. Non l'ho mai visto con un giornale in mano, era impegnato tutto il giorno la mattina a lavorare presso il fratello e il pomeriggio a cercare indumenti per i poveri". L'unico estremismo che Gloria riconosce al suo amico è proprio la vicinanza con "Militia Christi": "Frequentava quei fissati - dice - sempre lì a ragionare di aborto". "Ma era un ragazzo buono - insiste Gloria - Un ragazzo che ha anche sofferto molto. Mi raccontava che la madre era morta dopo una lunga malattia quando lui aveva 12 anni e il padre lo aveva sempre trascurato, fin a cacciarlo di casa quando cominciò la sua attività politica". "Non riesco a spiegarmi - conclude - come possa aver fatto il gesto di ieri".

23 dicembre – Il quotidiano online “Il Nuovo” pubblica un articolo di Gianni Cipriani intitolato “Nel mirino già 20 nomi ‘neri’”:
“La pista investigativa da seguire già c'è: i neofascisti italiani che nel corso degli anni Novanta sono andati a combattere in Bosnia affiancando le milizie dell'estrema destra croata o, comunque, hanno partecipato ad attività armate nei Balcani. E' proprio questa la traccia da cui sono partiti gli inquirenti che cercano di far luce sui retroscena dell'attentato al "Manifesto". Anche la commissione Stragi, a quanto pare, è decisa ad acquisire presso il Viminale e il Ros dei carabinieri i "dossier balcanici" per approfondire questa vicenda. Il ragionamento da cui partono gli inquirenti e la commissione d'inchiesta è molto semplice: che Andrea Insabato sia un esaltato o un fanatico nessuno dubita. Che all'indomani della sua partecipazione ai raduni pro-Haider organizzati da Forza Nuova e da altre organizzazioni della destra radicale abbia deciso, in maniera del tutto autonoma, di compiere un attentato, sembra meno credibile. E infatti, come detto, le indagini dell'Ucigos stanno partendo proprio dall'ipotesi che Insabato sia stato il "kamikaze" di un gruppo neofascista deciso a fare un salto di qualità, mettendo una bomba ad alto potenziale che avrebbe potuto provocare una strage. Proprio per questo in queste stesse ore la polizia sta esaminando le posizioni di tutti gli estremisti di destra che risultano aver fatto parte dei gruppi paramilitari dei nazionalisti croati o dei loro alleati. Al vaglio degli inquirenti ci sarebbe una prima lista con venti nomi. All'inizio della guerra di Bosnia, infatti, Insabato si segnalò per aver cercato di reclutare mercenari o, meglio, uomini d'azione spinti dall'ideale anti-comunista che andassero a combattere a fianco della "sorella Croazia" minacciata dai Serbi e dai "rossi". Un aiuto armato che, secondo Isabato, avrebbe consentito all'Italia di avere in cambio l'Istria e la Dalmazia in segno di ringraziamento. Naturalmente gli ultra-nazionalisti croati dissero che lo scambio era improponibile. E l'avventura jugoslava di Insabato sarebbe finita a Zagabria in un pomeriggio del settembre del 1991, dopo il fallito accordo del suo gruppo Rinascita Nazionale con i croati del Partito del Diritto. Questo ufficialmente. Perché in realtà nei mesi successivi alcuni neofascisti italiani che avevano le stesse frequentazioni di Insabato e gli stessi "ideali" andarono a combattere in Bosnia. Al Viminale, nel corso degli anni, sono arrivate numerose segnalazioni. E c'è da ricordare che la guerra, più di ogni cosa, rende purtroppo esperti nell'uso delle armi e degli esplosivi. Quindi, ritiene l'Ucigos, i neofascisti rientrati dai Balcani rappresentano un nucleo potenzialmente capace di compiere attentati terroristici e di sparare. Il "fanatico" Insabato avrebbe potuto essere uno dei tanti. Anzi, secondo la polizia, ci sono almeno una trentina di neofascisti (tra cui i venti con trascorsi da mercenari) in grado di maneggiare esplosivo, forse in maniera meno maldestra e più professionale. Ora le posizioni dei reduci dei Balcani sono attentamente vagliate. Del resto, sostengono al Viminale, anche ipotizzando che Andrea Insabato avesse preparato da solo l'ordigno, ci sarebbe da capire dove e come si è procurato l'esplosivo. E poiché tutto lascia pensare che la bomba al Manifesto sia stata la ritorsione, in chiave da integralisti cattolici neofascisti, all'ordigno fatto ritrovare al Duomo di Milano, questo vuol dire che l'azione è stata preparata in poco tempo. Quindi il materiale utilizzato per confezionare la bomba doveva essere recuperato in fretta. Un fanatico isolato non ci sarebbe riuscito. Chi è inserito a pieno titolo in un circuito, se non in un gruppo eversivo, sì. "La commissione Stragi dovrà occuparsi subito di questo vicenda - commenta l'onorevole Valter Bielli, capogruppo dei Ds a palazzo San Macuto -. Ho già chiesto che Ucigos e Ros dei carabinieri ci inviino immediatamente i dossier sui neofascisti che hanno partecipato a vario titolo alle imprese militari in Bosnia e più in generale nei Balcani. Lì potrebbe essere cresciuta una nuova leva eversiva che adesso è pronta a colpire". "Quanto a Insabato - ha concluso Bielli - vedo che adesso c'è la corsa a farlo passare per pazzo, esaltato e isolato. Vorrei ricordare che la storia del terrorismo italiano è stata scritta in gran parte da pazzi o da fanatici. Ad esempio il finto anarchico Gianfranco Bertoli, autore della strage alla questura di Milano del 1973 era sicuramente una persona con problemi psichici. Ma dopo molti anni si è scoperto che Bertoli era sì pazzo. Però la mano gli era stata armata dai fascisti di Ordine Nuovo, mentre i servizi segreti italiani e stranieri coprivano quei piani stragisti e depistavano. Grazie ai cosiddetti pazzi, in questo paese si sono realizzati disegni molto raffinati. Ora che conosciamo la storia, sarei molto cauto prima di definire Insabato un fanatico isolato".
In un altro articolo Cipriani scrive che nel 1991 l'attentatore fu rintracciato dai giornalisti mentre viaggiava verso Zagabria:
“"Scusi, sto entrando in galleria e tra un po' la linea cadrà. Mi richiami tra dieci minuti, che le spiegherò tutto volentieri". Gentile, Andrea Insabato. Anzi, gentilissimo. Affabile e bonario, nonostante i suoi propositi di arruolare giovani disposti ad armarsi e a sparare per difendere la sorella Croazia, nazione cattolica, dalle orde islamiche, ortodosse e comuniste. Nel settembre del 1991, l'allora leader di Rinascita nazionale (che solo anni dopo avrebbe utilizzato la sigla Rinascita Cristiana per propagandare la pace nei Balcani) era in viaggio verso Zagabria, quando fu raggiunto al telefonino dai giornalisti, incuriositi dai suoi proclami. Sì, perché Insabato aveva fatto pubblicare su "Porta Portese", un periodico di annunci gratuiti molto diffuso soprattutto a Roma, una inserzione per spiegare che stava reclutando giovani disposti a combattere in Bosnia. Chi era interessato avrebbe potuto richiamarlo a un numero di cellulare. Un gesto decisamente insolito. Nel frattempo l'ex ideologo di Terza Posizione aveva preso la macchina e si era messo in cammino verso la Croazia, dove sperava di stringere un accordo con gli estremisti di destra del Partito del Diritto. "Mercenari? Io non arruolo mercenari - aveva spiegato Insabato - io cerco persone che siano disposte a combattere solo perché animati da grandi ideali. Dall'amore verso la patria italiana e verso quelle terre che ci sono state strappate". Il fondatore di Rinascita Nazionale aveva le idee un po' confuse anche allora. "Io penso che il modo migliore per riavere l'Istria e la Dalmazia sia quello di aiutare oggi i croati, perché un domani possano restituirci ciò che ci è stato tolto". Ma come, gli era stato fatto osservare, la Croazia è impegnata in una guerra nazionalista: come potrebbe cedere terre che considera parte integrante della sua nazione? "La sorella Croazia - aveva replicato Insabato - ora ha un nemico più grande. Si deve difendere dall'assalto dei serbi e dei comunisti. Se li aiuteremo loro ci dimostreranno gratitudine". "Mi hanno già chiamato molte persone - aveva continuato Insabato - Alcuni forse sono stati incuriositi dall'annuncio. Altri no. Mi sono sembrati entusiasti dall'idea di combattere per un ideale". Poi Insabato era sembrato un po' più restio a parlare, quando il discorso era scivolato sulle armi, sui campi di addestramento, sui nomi. "Ah, io non sono in grado di addestrare nessuno. Ci penseranno i croati. In Croazia". Chi e dove? "I croati in Croazia". E le armi, chi vi fornirà le armi? "I croati". Ma chi? "I croati. Aiutiamo questo popolo, diamo una mano ai volontari che accorrono da tutto il mondo per aiutarli". Non una parola di più. Gentile, Andrea Insabato, cordiale, affabile, nonostante i suoi trascorsi di persona violenta e i suoi propositi non proriamente pacifici. "Va bene, grazie per avermi chiamato. Ma ora devo guidare, per arrivare a Zagabria occorrono ancora molte ore. E poi, faccio fatica a sentire. Sa, questi cellulari sono comodi ma come tutte le cose nuove, ancora non funzionano bene…"”.

24 dicembre – “Il Mattino” pubblica un’ intervista di Donatella Trotta a Giuseppe De Lutiis, autore di una “Storia dei servizi segreti”:
“Dopo Milano, Roma. Dal Duomo alla sede del "Manifesto", l'anno si chiude con un'esplosione tutt'altro che pirotecnica e festosa: ritornano le bombe, scorre il sangue, serpeggia la paura. Sette attentati avvenuti, tentati o simulati nel corso del 2000, con rivendicazioni di tipo politico, a partire dall'8 gennaio. Fino a ieri. È una nuova strategia della tensione? Ma con quale matrice reale? Gli esperti di segreti di Stato, eversione e stragi - i cosiddetti pistaroli, in gergo - sono molto perplessi. "In questo momento non abbiamo ancora le idee chiare sui moventi e le piste possibili", osserva Giuseppe De Lutiis, docente al Magistero di Roma, già autore di saggi come Attacco allo Stato ('82) e Storia dei servizi segreti ('94), entrambi pubblicati dagli Editori Riuniti. Ieri, De Lutiis è stato impegnato tutto il giorno in Commissione stragi, di cui è consulente. Raggiunto telefonicamente in serata, di ritorno a casa, ha commentato: "Azzardare a caldo delle ipotesi è imprudente, se non temerario: c'è troppo poca distanza dagli eventi, conviene attendere gli sviluppi dei prossimi giorni". Ma può essere stata la stessa mente ad armare le mani di Milano e di Roma, a prescindere dalle rivendicazioni o dall'identificazione di Insabato? "La questione è molto delicata - aggiunge De Lutiis -, occorrerebbe riconsiderare la storia dell'utilizzazione-strumentalizzazione degli anarchici in Italia, da un lato, ma anche il fatto che il Polo, da questa situazione, non trae vantaggio. Per capire meglio, ripeto, occorre però attendere". Anche lo storico Francesco Biscione, consulente nella passata legislatura della Commissione stragi, invita alla cautela interpretativa: "I due attentati hanno una dinamica bizzarra - dice -, bisogna capire a chi giova tutto questo, qual è una chiave di lettura plausibile. Personalmente, provo inquietudine: sono stupito, confuso, ma anche convinto che bisognerebbe conoscere meglio l'universo di destra". Non esita invece a esprimere un giudizio a caldo Giovanni Pellegrino, senatore Ds e presidente della Commissione stragi: "Le preoccupazioni di molti e anche la mia vengono confermate - afferma -. Si sta riattivando una spirale di violenza che può condurci agli esiti peggiori". Ipotesi interpretative? Per Pellegrino, alcune categorie di analisi del passato "non sono più utilizzabili. Vi è una situazione nuova - spiega - che non riguarda solo l'Italia, ma tutto il mondo civilizzato. E da noi questa situazione diviene più grave per almeno tre ragioni". Quali? "La prima è perché abbiamo alle spalle la stagione degli anni '70 che abbiamo rimossa senza mai fare i conti fino in fondo con quel recente passato. La seconda è perché siamo l'unica nazione europea in cui, dai toni del confronto politico, può dedursi che la guerra fredda non sia finita. A ciò aggiungo infine che se le analisi della situazione italiana sono ormai da tempo approfondite, le tecniche investigative e le attività di polizia giudiziaria scontano negativamente la tranquillità degli anni '90 e tardano ad adeguarsi alla gravità dei nuovi fenomeni"”.

24 dicembre – ”Il Messaggero” pubblica un’ intervista a Francesca Mambro che analizza l'attentato al Manifesto:
“"Mi ricordo questo nome, Andrea Insabato. Era imputato in un processo contro Terza Posizione e i Nar. Ma non lo conosco". Ecco Francesca Mambro, ex pasionaria nera, ex terrorista dei Nar e condannata all'ergastolo. Oggi è fuori, in permesso per gravidanza perché è al settimo mese. La bomba al Manifesto le ha fatto fare un salto sulla sedia. Ma solo perché adesso lì dentro ha tanti amici. Un secondo sobbalzo, piccolo, l'ha avuto quando ha letto che il presunto bombarolo era "un ex Nar": "Era di Terza Posizione, semmai. E poi vicino a Forza Nuova; sono quelli che ci odiano, a me e a Valerio Fioravanti, mio marito. I loro leader, Fiore e Adinolfi, hanno persino pubblicato due libri contro noi due". Per la verità, Forza Nuova ha subito scaricato Insabato. Lo definiscono un cane sciolto... "E' sconcertante che Insabato sia stato scaricato da Forza Nuova. E' vero, lui è andato a mettere la bomba, magari ha fatto tutto da solo. Ma chi è che lancia i messaggi, chi è che diffonde le teorie contro gli ebrei, contro i gay e contro tutto il resto? Insomma, voglio dire che quei gruppi politici diffondono certe idee e possono portare personaggi come Insabato a decidere di piazzare una bomba in pieno centro, all'ora di punta. I loro nemici sono gli stessi, i loro obiettivi sono uguali. Allora mi chiedo, è solo sua la responsabilità?". Ne vede altre? "L'ambiente dal quale si proviene ha sempre le sue responsabilità quando succedono queste cose. Ci sono ricorsi storici, in tutto questo. Aveva responsabilità anche l'ambiente dal quale provenivamo noi, quelli della nostra generazione. Noi commettevamo dei reati, ma la responsabilità era anche di quelli più grandi di noi, che non ci fecero capire che alla violenza non dovevano rispondere con la violenza. Invece adesso questo nuovo gesto rischia di provocare istinti di emulazione nei più giovani. Ci sono tanti ragazzini di sedici anni che non hanno ancora le idee chiare e non vedono l'ora di individuare qualcuno da imitare"”.
“Il Messaggero” pubblica anche un’intervista al giudice Rosario Priore:
“ Alla fine ci mette il "carico" anche lui, Rosario Priore, l'ultimo dei grandi inquisitori antiterrorismo di Roma, quello che ha mandato a giudizio i generali di Ustica e tanti altri imputati eccellenti. Si informa sui trascorsi giudiziari di Andrea Insabato e sorride:"Mi impressiona il fatto che questi personaggi che hanno movimentato gli ultimi dieci giorni, siano tutte vecchie conoscenze. Adesso non vorrei che anche quelli che hanno messo la bomba sul Duomo di Milano fossero persone ben conosciute, con condanne da scontare, magari scarcerati per buona condotta...". Perché questo fatto la impressiona? "Questo signore della bomba al Manifesto è un ultraquarantenne. Quelli delle Brigate rosse che sono stati arrestati sono ultracinquantenni. Insomma, sono in circolazione dagli anni Settanta e Ottanta, hanno un'infinità di precedenti. Mi sembra strano che sfuggano a qualsiasi controllo". Lei sostiene che avrebbero dovuto essere più controllati? "Io mi chiedo come sia possibile che delle vecchie conoscenze come loro, noti alle procure e ai tribunali, possano andare in giro con esplosivi e candelotti. Credo che in questo periodo, proprio per il pericolo che viene dalla imminente campagna elettorale, molti ambienti dovrebbero essere tenuto sotto controllo. Certo, è un grosso lavoro. Ma è indispensabile. In fondo non si tratta di monitorare una nuova leva di terroristi, un universo di cui nulla si sa. In fondo è gente ben conosciuta". Torniamo alla bomba al Manifesto. Qual'è la sua analisi? "Al momento sembra il gesto di isolati, alquanto male in arnese e sprovveduti. Ma è presto per dare dei giudizi fondati. Nella storia del terrorismo, anche a prescindere da complesse organizzazioni e dietro azioni apparentemente opera di singoli, sono emerse nel tempo le entità ispiratrici o addirittura mandanti". Quali sono i motivi che provocano questi ritorni di fiamma? "Le ragioni sono quelle di sempre. Tra queste, una fondamentale arretratezza del Paese, che su piani diversi, da quello economico a quello culturale, non riesce a stare alla pari degli altri Paesi europei; anzi, per la lentezza del passo che tiene, ne risulterà sempre più distaccato. E questa arretratezza, alimenta la debolezza delle istituzioni, ne impedisce la crescita e la necessaria tempra, cioè la capacità di fronteggiare fenomeni come quello del terrorismo"”.

25 dicembre - Il gip di Roma convalida l' arresto di Andrea Insabato, l' uomo accusato di aver collocato un ordigno davanti la porta della redazione de “Il Manifesto”. L' atto e' stato compiuto nel reparto di chirurgia plastica e ricostruttiva dell' ospedale San Camillo dove il presunto attentatore e' ricoverato per le conseguenze dell' esplosione. Insabato e' indagato dai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti per strage, porto e detenzione di materiale esplosivo. Insabato ha ricevuto la visita dei familiari e il fratello Carlo ha detto di averlo trovato “abbastanza bene”. “Non ha la febbre, ne' infezioni - ha aggiunto - e gli viene impedito di leggere e di scrivere”. Riguardo i fatti del 23 dicembre scorso, Carlo Insabato ha detto che “Andrea aveva riferito a numerose persone che si sarebbe recato al Manifesto per promuovere un' iniziativa in favore dell' Intifada. Non aveva un appuntamento specifico, anche perche' per telefono non gli davano molto peso”. “Una cosa e' certa - ha concluso il fratello del presunto attentatore - Andrea cercava un dialogo con i giornalisti del Manifesto e, per farlo, doveva recarsi in via Tomacelli visto che per telefono non gli davano molto peso”. Carlo Insabato ricorda poi che proprio per questa sera il fratello aveva programmato una distribuzione gratuita di panettoni davanti la chiesa del Cristo Re in piazza Mazzini.

26 dicembre - La mattina dell'attentato Andrea Insabato aveva chiesto in regalo ad un cliente cui allenava il cane un disegno di Che Guevara. Era dal 1999 che per ottomila lire Insabato portava a correre, seguendo la pista ciclabile nel quartiere Prati, Beethoven, il cane di Franco Loquenzi, due volte a settimana: lui si teneva in allenamento e il cane faceva un po' di moto. “Vado di fretta” aveva detto venerdi' scorso, il giorno dell'attentato al Manifesto, riportando il cane e rifiutando il caffe' che di solito prendeva a casa Loquenzi. Poi, recuperati casco e giubbotto pesante, si era fermato davanti al presepe. Gli era piaciuto il Che Guevara che il padrone di casa aveva appeso insieme ad altri personaggi della storia e della politica sul presepe e lo aveva voluto in dono chiedendo l' autorizzazione a pubblicarlo. “Gli ho detto che poteva farne quello che voleva – ha raccontato Loquenzi - poi mi ha salutato dicendo che sarebbe tornato martedi' “. Quella mattina indossava il solito copricapo andino, i pantaloni della tuta, le scarpe da ginnastica e un giubbotto leggero che portava sotto quello pesante. “Amante della natura con accenni poetici, cattolico convinto e militante, contro l' aborto e a favore della famiglia – lo ricorda Loquenzi - Insabato e' una persona apparentemente lontana dall' eversione”. “E' una persona normalissima - prosegue Loquenzi - mi ispirava tenerezza, anche simpatia, pensavo fosse un ambientalista, una persona con un carattere debole, condizionabile”. “Dopo molto tempo che veniva, un giorno vedendomi con un giornale di sinistra mi chiese se ero un compagno, gli risposi di si' e lui mi disse, sorprendendomi, che era stato di destra, che gli piaceva Mussolini perche' aveva fatto grandi cose. Mi sembrava - continua Loquenzi - che avesse trovato la sua strada con la religione, nel portafogli portava una sua foto mentre era chino a soccorrere un barbone, mi disse che aiutava i poveri. Iconograficamente era il ritratto dell' ecologista, io gli avevo consigliato di leggere il libro di Bobbio 'Destra e sinistra' perche' la distinzione esiste ancora e lui mi aveva dato ragione”. Una volta Insabato disse anche una frase sui nazisti: “Ah, per carita', quella e' tutta un' altra storia” sostenne con Loquenzi, con uno sguardo che quest' ultimo ha definito “un po' rapito”. Loquenzi dipinge, Insabato gli chiese di disegnare per lui un crociato in piedi: “Non ho fatto in tempo a finirlo - conclude - forse glielo mandero' in prigione”.

27 dicembre – Gli inquirenti sulla bomba al Manifesto assegnano una serie di consulenze per risalire alla composizione dell' esplosivo adoperato nell' attentato. La Sezione Esplosivistica del Centro nazionale di Polizia Scientifica e’ incaricata di compiere le perizie sui reperti recuperati in via Tomacelli. Secondo quanto si e' appreso in ambienti giudiziari sono gia' in corso le perizie sull'accendino e sui guanti trovati davanti la sede del quotidiano. I risultati di tutte le consulenze dovrebbero essere pronti entro una ventina di giorni. Gli investigatori, convinti che Insabato non abbia agito da solo, stanno cercando di individuare chi abbia aiutato l' ex di Terza Posizione, ma finora non sarebbero emersi elementi tali da dare un volto e un nome all' eventuale complice. Gli inquirenti avrebbero ricostruito il tragitto compito da Andrea Insabato per giungere alla redazione. Parcheggiato il ciclomotore in piazza Augusto Imperatore, il presunto attentatore avrebbe poi raggiunto a piedi l' ingresso posteriore del Manifesto. Oltrepassato un piccolo cancello, sarebbe salito al terzo piano. Su questo lato della strada era in funzione soltanto un apparecchio di ripresa, di un istituto bancario, a differenza dell' ingresso principale dove sono in funzione piu' telecamere e quindi i filmati potrebbero fornire soltanto uno scarso contributo. In procura si e' svolto un vertice tra i magistrati e gli investigatori della Digos. Erano presenti il procuratore capo Salvatore Vecchione, il suo vice Italo Ormanni, i sostituti che conducono l' inchiesta, Franco Ionta e Pietro Saviotti e il capo della Digos della Questura di Roma Domenico Vulpiani. 

27 dicembre – In un articolo dal titolo "Lo giuro, non c'entro mi hanno teso una trappola" firmato da Ferruccio Sansa, Andrea Insabato, su “Repubblica” sostiene di aver cercato di spegnere la miccia della bomba:
"E' una trappola, mi hanno incastrato. Lo giuro, io con quella bomba al "manifesto" non c'entro nulla. Assolutamente nulla. E non voglio pagare per le colpe di altri". Le sue gambe forse guariranno, ma ci vorranno mesi, anni. Il torace è segnato da decine di tagli e graffi. Il corpo di Andrea Insabato porterà a lungo le tracce dell'esplosione, ma lui, l'estremista di destra accusato di tentata strage, non ci pensa. Altro lo tormenta: il processo, l'eventuale condanna, il carcere. Così, attraverso il fratello Carlo, propone una ricostruzione di quello che è successo venerdì mattina, minuto per minuto. E cerca una nuova, disperata, autodifesa di fronte agli indizi sempre più pesanti. Lei parla di una trappola. Ma chi vuole incastrarla? "Purtroppo io avevo detto a molte persone che sarei andato al "manifesto" venerdì a mezzogiorno. Sono stato imprudente. Qualcuno ne ha approfittato e ha organizzato un piano perfetto per incastrarmi".
Si spieghi.
"Sono stato un ingenuo. Anche giovedì sera, in una birreria ho raccontato a tutti il mio progetto".
A tutti? Può essere più preciso? Può fare qualche nome?
"Appena potrò scrivere (Insabato ha perso la falange del medio della mano destra, ndr) preparerò una lista delle persone che erano a conoscenza dei miei spostamenti e del mio appuntamento in via Tomacelli. La darò al magistrato".
Andrea Insabato non aggiunge di più. Ma, alla richiesta di maggiore chiarezza, Carlo Insabato sostiene che, tra le persone a conoscenza dei progetti di suo fratello, potrebbero esserci "militanti di estrema destra e agenti dei servizi segreti".
Le accuse e i riscontri sono pesanti...
"Io so di essere innocente, non voglio pagare per le colpe di altri. Purtroppo mi rendo conto che molti indizi pesano su di me, ma io ricostruirò i miei spostamenti, dimostrerò a tutti che non c'entro".
Va bene, proviamo allora a ricostruire passo passo i suoi movimenti di quella mattina.
"Sono uscito di casa presto e sono andato alla sezione dei Comunisti Italiani di piazzale degli Eroi. Avevo attaccato nella bacheca alcuni manifesti a favore della Palestina e volevo organizzare insieme a loro una manifestazione".
Qualcuno può confermare la sua versione?
"Quando sono arrivato là ho visto che i miei manifesti erano stati staccati e ho perso la calma. Qualcuno deve ricordarselo, deve". Ieri la sezione era chiusa e non è stato possibile trovare qualcuno che confermasse. Prima dai Comunisti Italiani, poi al Manifesto. Un percorso singolare per un estremista di destra, non le sembra? "No: al contrario, dimostra che a me interessa la causa, a prescindere dagli schieramenti. Ho visto che i comunisti si erano presi a cuore i problemi del popolo palestinese e ho deciso di lavorare con loro. Io non odio i comunisti, non odio nessuno. Non sono nemmeno nazista o anti-semita", giura Andrea Insabato, ma sulle sue spalle il passato pesa: un processo per aver sparato contro una sezione del Pci nel 1976, un altro per aver bruciato una bandiera israeliana allo stadio Olimpico nel 1992. L'ex esponente di Terza Posizione, però, parlando con il fratello Carlo assicura di aver cambiato vita: "Ho passato decine di notti a portare coperte ai barboni. Domenica, il giorno di Natale, dovevo andare a distribuire panettoni ai poveri della parrocchia di piazza Mazzini".
Torniamo a venerdì, eravamo rimasti alla sezione del Pdci in piazzale degli Eroi. Dopo cosa è successo?
"A metà mattina sono tornato a casa per dare da mangiare al mio cucciolo. Poi sono salito sul motorino e l'ho posteggiato in piazza Augusto Imperatore".
Motorino? Ma lei ha raccontato ai magistrati di essere arrivato in autobus.
"E' vero, ma è una bugia. Il mio motorino era senza bollo e così ho detto di aver usato il bus per non prendere la multa. Non immaginavo ancora che mi avrebbero accusato per la bomba. Mio Dio, tentata strage, io".
Che cosa andava a fare al "manifesto"?
"L'ho detto anche ai giudici: volevo proporre un'iniziativa a favore della Palestina".
Lei ha raccontato di aver fissato un appuntamento con un giornalista, al quotidiano smentiscono, qual è la verità?
"Avevo telefonato nei giorni precedenti, ma non avevo preso appuntamenti con nessuno".
Insomma, nessuno può confermare la sua versione dei fatti.
"Proprio questo voleva chi mi ha incastrato. Sono stati bravissimi. Forse mi hanno seguito, oppure mi aspettavano là e hanno acceso la miccia vedendomi arrivare".
Aveva qualcosa in mano quando è entrato nel palazzo?
"Solo dei fogli e un poster con la foto di un bambino palestinese".
Che cosa è successo al terzo piano?
"Appena sono arrivato sul pianerottolo, davanti alla porta del "manifesto", ho sentito qualcosa che sfrigolava. Poi ho visto fumo. Allora ho capito. D'istinto mi sono buttato sulla bomba, ho capito che era una questione di attimi, ho tentato di spegnere la miccia con le dita della mano destra. Ma in quel momento è esploso tutto, ho visto quel lampo, terribile, e sono volato contro l'ascensore". Poi la corsa all'ospedale, le medicazioni, sempre sveglio e lucido, fino all'intervento: quattro ore sotto i ferri per ricostruire la gamba spappolata dall'esplosione. "Adesso ho paura, non voglio andare in galera per colpe che non sono mie. Io non farei male a una mosca". Andrea Insabato si ferma un attimo: "E poi c'è il mio cane, l'ho lasciato solo. Ho paura che stia male, è un cucciolo".
L'incontro è finito. Carlo Insabato si rigira tra le mani il foglio che gli ha dato il giudice: "permesso per un breve colloquio", c'è scritto. E adesso? Carlo vuole sapere, per aiutare il fratello, ma anche per se stesso. Per non avere dubbi. Così si è studiato la pianta di quel palazzo, in via Tomacelli, e propone una sua ricostruzione: "Se mio fratello fosse salito per sbaglio al quarto piano in ascensore, e poi fosse sceso a piedi al terzo, avrebbe avuto la bomba alla sua destra. Questo spiega perché ha tentato di spegnere la miccia con quella mano", racconta, e tenta di convincersi che sia andata proprio così”.

27 dicembre – L’ avvocato Stefano Fiore, legale di Andrea Insabato e fratello di uno dei leader di “Forza nuova”, dice che “Era soltanto una bomba carta e nessuno mai e' stato incriminato per strage per una bomba carta”. “Secondo quanto si vede dalle foto - ha commentato il legale - il Manifesto non ha riportato che danni molto limitati, non sono crollati muri ma solo intonaci e mattonelle. Tra breve – ha proseguito - sapremo il tipo e la quantita' di esplosivo adoperato ma mi sembra di poter dire sin da ora che la bomba non poteva fare una strage. Nel caso di bombe serie - ha precisato Fiore - gli attentatori muoiono; se Insabato fosse stato l' attentatore sarebbe morto, invece non soltanto non e' morto ma non ha nemmeno riportato lesioni devastanti, infatti e' vivo e chiacchiera. Non riscontro - ha aggiunto - tutta questa pericolosita', e se la bomba fosse stata lanciata tra la gente, secondo quanto mi e' stato spiegato, avrebbe causato ancora meno danni, cioe' avrebbe fatto soltanto un gran botto perche' provoca un' onda d' urto non forte”. A proposito dell' intervista a Insabato pubblicata oggi da Repubblica, l'avvocato ha detto che si e' trattato “di un travisamento totale, di un discorso fatto per fornire ai pubblici ministeri maggiori circostanze sugli spostamenti di Insabato” e riguardo il tragitto ricostruito dagli investigatori, Fiore ha detto di ricordarsi di aver sentito dire al suo cliente che era entrato dall' ingresso principale.

27 dicembre - Carlo Insabato, fratello di Andrea, il presunto attentatore del “Manifesto” dice che “Se e' stato mio fratello a mettere quella bomba l'intenzione era solo quella di un atto dimostrativo. Non voleva causare danni alle persone. Ne sono certo”. “Andrea mi ha detto che e' salito al terzo piano, dove c'e' la sede del 'Manifesto' a piedi. Ma non mi ha detto di aver visto qualcuno per le scale, ne' di essere andato su' al quarto piano - spiega Carlo - Gli ho detto di fare mente locale, di ricostruire la mattina del 22 dicembre. Mi ha detto di avere parlato a molti di questa sua intenzione di recarsi al 'Manifesto', di volere fare una lista di quei nomi. Ma lo so, quella lista non proverebbe nulla, tantomeno la sua innocenza”. Ci sono piccoli dettagli che Carlo Insabato sta raccogliendo dal fratello per avvalorare la tesi di Andrea, cioe' che lui non c'entra niente con la bomba. “Se fosse sceso dal quarto piano a piedi si sarebbe trovato la bomba sulla destra e, se proprio ha spento quella miccia lo avrebbe fatto con la sinistra. Cio' coincide con le ferite riportate”.

27 dicembre - Il segretario della sezione del Pdci della XVII Circoscrizione Fabrizio De Sanctis afferma che la mattina del 22 dicembre, giorno dell' attentato al Manifesto, Andrea Insabato ando' alla sezione di piazzale degli Eroi del Partito dei Comunisti Italiani protestando per alcuni manifesti strappati. “La mattina del 22 dicembre - afferma De Sanctis  - un provocatore si e' affacciato nella nostra Sezione a piazzale degli Eroi lamentandosi perche' erano stati strappati dei manifesti dalla piazza; l' uomo fu allontanato”. De Sanctis ha precisato che dai giornali si e' appreso “che la persona in questione sarebbe l' attentatore del Manifesto” e si e' interrogato sul “reale scopo della visita”. “Non conosciamo Andrea Insabato - ha concluso il segretario – e confidiamo nel lavoro della magistratura che appurera' i suoi movimenti e le sue responsabilita”'.

27 dicembre – Il responsabile romano di “forza Nuova” Francesco Bianco, prima di una conferenza stampa organizzata dal suo movimento, ha preso a pugni (“Sono stato provocato, la scorsa notte hanno danneggiato la mia edicola”) un giornalista de 'La Stampa', Guido Ruotolo. All'affermazione di Bianco, secondo cui al Manifesto ci sono parecchi terroristi, Ruotolo, ex giornalista del quotidiano comunista, ha risposto che vi lavorano due ex Br in semiliberta'. In un attimo gli sono arrivati tre pugni. Poi la conferenza stampa dei leader nazionali Roberto Fiore e Massimo Morsello, per dire di essere le “uniche, vere vittime della bomba al Manifesto”, della politica degli “opposti estremismi, un tempo targata Dc ora Ds, utilizzata per mantenersi al potere”. “C'e' una regia occulta che vuole creare tensione e noi - ha detto Fiore - siamo un obiettivo: dopo 20 minuti dall' esplosione si e' parlato di Forza Nuova. Mi ricorda le veline di 30 anni fa”. Poi l' accusa di “folle” al ministro dell' Interno Enzo Bianco, mentre dal Viminale si sta verificando la compatibilita' del movimento di estrema destra con le leggi vigenti e all'orizzonte si profila la possibilita' di uno scioglimento di Forza Nuova. Alcuni testimoni, tutti giornalisti, che quando Ruotolo e' stato aggredito si trovavano fuori l'albergo Nazionale in Piazza Montecitorio, raccontano:“Stavamo parlando col militante di 'Forza Nuova' - dicono - ci raccontava del danneggiamento della sua edicola. Poi ha fatto riferimento alla presenza di alcuni ex terroristi all'interno del 'Manifesto' e a quel punto Ruotolo ha replicato 'Ce ne sono due'. E Bianco si e' girato e gli ha detto “Iacona (confondendo Ruotolo con un altro giornalista) non mi provocare” e ha sferrato tre pugni. Uno alla mascella”. Dopo l'aggressione Ruotolo e' stato invitato a non partecipare alla conferenza stampa. Francesco Bianco invece dice:“Quel giornalista mi ha provocato” e spiega:“Mi hanno danneggiato l'edicola solo perche' il “Manifesto” ha pubblicato l'indirizzo, oltre il nome e cognome. E' irresponsabile fare una cosa di questo tipo. In quella edicola ci lavora anche mia sorella, e' una questione di lavoro. E non vorrei chiuderla”.

27 dicembre - Il nome di Andrea Insabato compare, insieme a quello di altri esponenti di “Terza posizione”, in un rapporto che il Sismi fece nel 1980 sull'estrema destra romana, finito poi nei molti atti acquisiti da Guido Salvini ai tempi in cui il magistrato milanese attorno alla meta' degli anni '90 indagava sulla nuova estrema destra eversiva, perche' inserito nel fascicolo di Ezio Maria Dantini, considerato dal giudice un appartenente a Ordine Nuovo. Salvini durante le sue indagini aveva raccolto parecchio materiale per tracciare una mappa della destra eversiva in Italia. Il documento del Sismi, scritto il 14 settembre 1980 dal col. Demetrio Cogliandro, aveva individuato tre organizzazioni di estrema destra: il Movimento rivoluzionario popolare, Lotta di Popolo (molti avevano militato in Ordine Nuovo) e Terza Posizione. Tra i militanti di terza Posizione era stato inserito anche il nome di Insabato, che veniva definito uno dei piu' pericolosi.

27 dicembre – “La Repubblica” scrive che le indagini della Digos romana “seguono una pista investigativa precisa: Insabato aveva dei complici e il suo era un piano studiato da un piccolo gruppo di estremisti di destra. Quest'ipotesi si basa su un primo dato certo: le caratteristiche dell'esplosivo utilizzato in via Tomacelli. Quella bomba, realizzata con polvere pirica e fatta saltare con una miccia rivelatasi poi troppo corta, è identica agli ordigni rudimentali, ma in grado di fare ugualmente molti danni, che furono usati in via Tasso e al cinema Olimpia il 23 e il 26 novembre dell'99. Le prime analisi - oggi verrà affidata la consulenza ufficiale sull'esplosivo alla polizia scientifica - non lasciano dubbi e indicano una concreta affinità. Gli attentati di un anno fa furono rivendicati, con delle tempestive telefonate giunte poco dopo le esplosioni, da una voce che parlava a nome del "Movimento antisionista". E proprio sulle tracce di quella voce gli esperti antiterrorismo della polizia, neanche dieci giorni dopo le bombe, erano riusciti a individuare uno dei possibili autori. Che, commettendo un banale errore, aveva lasciato al cinema Olimpia il mozzicone di sigaretta con cui aveva dato fuoco alla miccia, che però si era spenta. Anche quello, dunque, era stato un agguato fallito per un'errore nel mettere a punto una bomba che somigliava a un grosso petardo. Proprio come in via Tomacelli dove Insabato, invece, se l'è fatta esplodere addosso. Il ragazzo individuato dalla Digos era Giuliano Castellino, 23 anni, un noto estremista di destra militante della tifoseria ultrà romanista. Le prove, allora, furono subito evidenti: a parte il mozzicone con le tracce di saliva, la fisionomia di Castellino era rimasta impressa in una telecamera e perfino una perizia vocale aveva colto la somiglianza della sua voce con quella dell'anonimo autore della telefonata di rivedicazione. Castellino, come le indagini hanno rivelato, era ed è un amico di Andrea Insabato, tant'è che venerdì scorso è stato tra i primi a precipitarsi all'ospedale San Giacomo, quando l'estremista di destra è stato ricoverato subito dopo l'esplosione. Per lo stesso Insabato, per di più, i pm Giancarlo Capaldo e Giuseppe Saieva, che indagavano sul via Tasso e sul cinema Olimpia, avevano chiesto un anno fa delle intercettazioni che però non furono autorizzate. Se questa è la pista, è evidente ormai che gli inquirenti non credono al gesto isolato di un folle. "Non ce la sentiamo di assecondare letture minimaliste - diceva ancora ieri un investigatore, al lavoro nonostante fosse Santo Stefano -. Via Tomacelli non può essere archiviato come il gesto di un pazzo. Siamo di fronte a un' organizzazione che, seppure utilizzando petardi, ha tentato in passato e cerca tuttora di gettare nel panico il Paese". “Resta un'obiezione – scrive ancora Repubblica - sulla pista che ricollega via Tomacelli agli attentati del '99 e cioè la mancanza della rivendicazione che allora ci fu e che invece questa volta è mancata. Ma gli investigatori ieri la spiegavano così: visto l'esito negativo della bomba, una telefonata o un volantino avrebbero potuto soltanto aggravare la posizione processuale di Insabato, che ormai era un uomo "incastrato". Con Insabato incastrato in ospedale, il gruppo ha preferito tacere".

27 dicembre – “Il Mattino” pubblica un’ intervista con il sen. Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi:
“Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, si aspettava che potesse succedere quel che è accaduto: «Avevamo già in programma audizioni sul rinascere di gruppi eversivi». 
Si può dire che torna il terrore? 
«Non sono tornati gli anni ’70. Però, sicuramente, c’è una spirale di violenza che si è attivata e che non riusciamo a fermare. E all’interno di questa spirale si situa già un omicidio: quello di D’Antona».
Chi alimenta questa spirale? 
«Tutte le società complesse determinano sacche di emarginazione, di esclusione - gli ultimi due protagonisti di colore politico diverso, Panizzari e Insabato, sono esemplari di queste condizioni sociali di marginalità - vere e proprie enclave di esclusione che tendono a caricarsi di violenza, di ideologia, di fondamentalismo religioso. In tutto il mondo c’è uno stillicidio di micro o macro attentati terroristici. In Italia però la situazione è aggravata da alcuni elementi». 
Quali? 
«La prima è il retaggio degli anni ’70, una stagione con cui non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo, sulle cui valutazioni continuiamo a dividerci e che, in qualche modo, abbiamo cercato di dimenticare. Non accorgendoci che sotto la cenere continuavano a covare tizzoni che si sono riattivati». 
Il secondo elemento? 
«Il tono del confronto politico. Da quando Berlusconi, nel ’94, ha riportato il calendario al ’48, siano l’unico Paese occidentale nel quale la guerra fredda sembra non essere finita. Anziché inaugurare una stagione di confronto laico e di esame sereno del passato, ci confrontiamo in termini ideologici, nascondendo dietro l’apriorismo e l’asprezza del contrasto una condizione di notevole identità di programmi, resa necessaria dalla forbice stretta in cui il patto europeo costringe le opzioni della politica nazionale. A tutto questo si aggiunge un problema allarmante: le analisi su questa rinascente stagione di tensione sono estremamente approfondite: su Forza Nuova, sui gruppi del cattolicesimo estremo, sulle frange violente del tifo sappiamo tutto». 
Però? 
«Però all’attività di analisi non corrisponde una tecnica di contrasto e indagativa all’altezza: se si combatte il crimine politico come se fosse crimine normale, non si va in là». 
C’è chi usa queste sacche di violenza? 
«No. Non ho nessun riscontro in questo senso e resto perplesso se, di fronte a questi fenomeni nuovi, continuiamo ad usare strumenti di analisi validi nel passato». 
Cossutta pensa al ritorno dei Servizi deviati... 
«Una strategia della tensione, secondo me, non c’è perché non c’è ragione che ci sia. Che apparati potessero attizzare la tensione, o non contrastarla sino in fondo, in una logica di stabilizzazione del quadro politico aveva un senso negli anni ’70. Penso che gli apparati di oggi, compresi i Servizi, siano indifferenti alla vittoria dell’Ulivo o del Polo». 
Il Polo chiede elezioni anticipate. È la risposta giusta? 
«È la prova delle responsabilità della politica. Di fronte alla bomba anarchica, parte la campagna sulla ”sinistra criminale”; mette la bomba uno di destra, si chiedono elezioni: è un modo per avvelenare il clima. Le ragioni della tensione sociale sono obiettive. Ma la politica non fa niente per allentarla questa tensione»”.

28 dicembre – “Il Corriere della sera” pubblica un’ intervista in carcere a Mario Tuti, ex terrorista di destra:
“LIVORNO - Fascista era fascista, e pure assassino. Bombarolo invece no, dice lui, e alla fine l’ha spuntata con l’assoluzione per la strage dell’Italicus. Oggi è un’altra persona, anche se gli occhiali a goccia e i baffi sottili rimandano al tempo andato di venti o venticinque anni fa, quando Mario Tuti era Mario Tuti, il «camerata» che sfidava i giudici entrando in tribunale col braccio teso nel saluto romano: un mito per i ragazzi come Andrea Insabato, cresciuti nei ghetti dell’estrema destra. E adesso? «Adesso mi dispiace davvero, perché quello lì mi sembra un povero disgraziato. Ho visto le sue immagini in tv, con il cappello peruviano e le bandiere con le croci: pareva un disadattato, bisognoso d’aiuto. Come si può pensare ancora di fare politica con la violenza e con le bombe? Al manifesto poi, che è l’unico giornale che dà un po’ di voce ai detenuti, compresi quelli politici...». Scuote la testa, il Tuti di oggi, pensando a quell’uomo agli arresti in un letto d’ospedale, con le gambe maciullate. «Ormai sono dieci o quindici anni - continua - che non ha più senso la contrapposizione violenta tra destra e sinistra. Io sono amico di tanti ex brigatisti... Quella della lotta armata è stata un’esperienza tragica che ha provocato soltanto lutti, da tutte le parti; vorrei dirlo a questo Insabato, se davvero è stato lui a portare la bomba: è del tutto inutile, così non si va da nessuna parte». A vederlo e sentirlo parlare, nella sala colloqui del carcere di Livorno, del Mario Tuti che fu restano soltanto gli ergastoli per gli omicidi dei due poliziotti che bussarono alla sua casa di Empoli, nel gennaio del ’75, e del fascista «traditore» Ermanno Buzzi, nel 1981. Delitti commessi in nome di un’ideologia e di uno schieramento mai rinnegati, ma guardati con distacco dal cinquantaquattrenne che oggi si occupa di musica, teatro e cd rom multimediali. «A un certo punto - dice -, io considerai la lotta armata una scelta obbligata, anche se sbagliata, per via d’un clima che non esiste più. Questo qui parla in latino e chiede di incontrare Irene Pivetti: che cosa c’entra coi nostri discorsi di allora?». Pausa. Cambio di scena: dal fascista Insabato al «compagno» Giorgio Panizzari, vecchia conoscenza del galeotto Tuti, accusato di aver partecipato all’omicidio D’Antona firmato dalle nuove Brigate rosse: «Quella poi mi sembra una follia anche sul piano logico. Chi può credere che uno che rapina le mazzette da mille lire insieme a delinquenti comuni possa nel frattempo ricostituire un partito armato per fare la rivoluzione? Ma via, quello è soltanto un modo per tirare avanti, sbagliato quanto si vuole, ma niente di più. Però basta scrivere sul giornale che Panizzari s’è rimesso a fare il terrorista per creare un caso, che resiste fino a quello successivo: la bomba al manifesto . E prima ancora un’altra bomba, al Duomo di Milano».  Quella sarebbe anarchica; un altro ritorno al passato, agli anni del Tuti terrorista nero che commenta: «Ho letto il volantino di rivendicazione, i riferimenti alle lotte politiche dei detenuti. Ma quali lotte? Lo sanno, questi qui, che l’unico movimento di protesta nelle carceri s’è innescato quest’estate con le parole del Papa e s’è spento subito dopo? Ma dove vivono, di che cosa parlano?». Parlano di un mondo che secondo Tuti non c’è più, anche se lui sta ancora in galera, dopo 25 anni filati senza nemmeno un giorno di permesso, protagonista di una stagione che resta densa di misteri. Un ex ministro dell’Interno, il senatore Taviani, ha rivelato solo ora che certi fascisti degli anni Settanta altro non erano che «schegge impazzite» dei servizi paralleli. A cominciare da Tuti, il quale insorge: «Come si permette? Se ha delle prove dica quali sono, altrimenti taccia: io sono disposto ad andare davanti a un giurì d’onore, mettendo sul piatto della bilancia la rinuncia a uscire di galera, se mai un giorno mi sarà concesso. Lo sfido a trovare un solo elemento per dire che io avevo contatti coi servizi segreti, le questure o i carabinieri». Quella di Tuti è una difesa non solo personale, ma di tutto l’ambiente: «Alla fine del 1980, nel carcere di Novara, ci incontrammo con altri fascisti, di Milano e Roma, e mettemmo le cose in chiaro fra noi: non risultò che ci fossero infiltrazioni degli apparati, né responsabilità dirette nelle stragi. Solo su una persona vennero fuori dei sospetti, Buzzi, e li ha pagati cari». Lo strangolarono in carcere, Tuti e Concutelli, il 13 aprile del 1981. Un omicidio che vent’anni dopo l’assassino ricorda con poche, agghiaccianti parole: «Per noi era un infiltrato, una persona schifosa, e quando ci capitò vicino non gli abbiamo dato scampo. Io e Concutelli ci guardammo in faccia e cinque minuti dopo Buzzi era morto. Ci avessimo parlato un po’, forse, sarebbe ancora vivo; uccidere una persona dopo averci discusso è più difficile». Anche su quel delitto pesa il sospetto che non fosse solo una vendetta tra «camerati», che qualcuno avesse ordinato l’eliminazione di un testimone scomodo della strategia della tensione. «Questo è un problema di chi l’ha fatto arrivare vicino a me e Concutelli – ribatte Tuti -, io ho solo fatto quello che avevo in testa, senza preoccuparmi se interessava anche qualcun altro; a me nessuno ha ordinato niente». E i progetti golpisti che si scoprono di tanto in tanto, ultimo quello «liberale» di Edgardo Sogno? «L’unico di cui sentimmo parlare fu quello dell’estate del ’74, un "golpe bianco" del quale noi saremmo stati fra le vittime, dunque anche in quel caso non c’entravamo. Quanto al golpe Borghese o a Gladio, sono tutte cose che ho saputo dopo, in carcere. E che il "gruppo Tuti" fosse estraneo a quelle trame non sono solo io a dirlo; l’hanno dichiarato tanti pentiti. Vorrei anche far notare che tra tutti i terroristi rossi e neri sono uno degli ultimi rimasti in galera. Dei neri, poi, sono proprio l’ultimo, visto che è uscito pure Concutelli. Vi pare la moneta con cui ripagare chi avrebbe agito per conto di qualcuno?»”.

28 dicembre – Un articolo pubblicato da “Il Messaggero” parla di controlli sui conti correnti di Andrea Insabato:
“E adesso si spulcia nei conti bancari di Andrea Insabato. A caccia di versamenti sospetti. I pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti sono convinti di non trovarsi di fronte ad un cane sciolto e vogliono verificare se l’estremista nero che ha piazzato la bomba al Manifesto abbia ricevuto di recente dei soldi. Insomma, il ruolo di Insabato potrebbe essere stato quello del postino. Un postino che ha acceso la miccia su commissione. Ieri i pm hanno affidato alla polizia scientifica l’esame dei residui dello scoppio, anche per accertare se ci siano impronte digitali di Insabato su quel che resta della bomba. I periti dovranno poi verificare se, per dar fuoco alla miccia, l’attentatore abbia usato l’accendino trovato ai suoi piedi o quello che aveva in tasca. E se ci siano tracce di esplosivo sui suoi guanti e sul suo motorino, sequestrato a piazza Augusto Imperatore, dove c’è l’ingresso secondario del quotidiano, dal quale Insabato è probabilmente entrato. La Digos ha verificato che le immagini registrate dalle telecamere all’ingresso di via Tomacelli non sono di aiuto. Non si vede Insabato, nè i suoi presunti complici in fuga. E ora si controllano le registrazioni della telecamera di una banca di fronte all’ingresso posteriore. Ieri si è anche svolto a piazzale Clodio un vertice investigativo, cui hanno partecipato, oltre a Ionta e Saviotti, il procuratore Salvatore Vecchione, il suo vice Italo Ormanni e il capo della Digos Domenico Vulpiani. Intanto in Questura si continuava ad analizzare il traffico telefonico dei due cellulari dell’attentatore, alla ricerca di contatti con esponenti dell’eversione nera, vecchia e nuova. E il passato di Insabato, che non sembra il pazzo isolato descritto da più parti, era stato tratteggiato in un rapporto del servizio segreto militare, datato 1980. «Indagando su Ordine Nuovo - spiega Guido Salvini, il giudice milanese dell’ultima inchiesta su piazza Fontana - avevo raccolto anche questo dossier, che avevo inviato alla Commissione stragi. Il nome di Insabato era fatto assieme a quello di altri di Terza posizione, a suo tempo un vero laboratorio del terrorismo di destra». Il Sismi lo definiva il responsabile del "nucleo Balduina" e lo inseriva tra i personaggi in grado di fare attentati dissimulando la propria appartenenza politica, anche grazie alla possibile intesa con uomini dell’estrema sinistra, in nome del comune attacco allo Stato. Il Sismi accennava poi ai sentimenti filo-arabi del gruppo. Che evidentemente Insabato prova ancora o meglio vuol far credere di provare ancora. Alla vigilia dell’attentato era infatti andato al Manifesto a chiedere interventi pro Palestina. «Una scusa, un modo per fare un sopralluogo, e non solo», si fa sfuggire un inquirente, convinto che Insabato abbia cercato di precostituirsi un alibi. Ultimamente si era mostrato parecchio in giro. Prima alla manifestazione pro Haider, il 16 dicembre, in cui era stato fermato dalla polizia. Con tanto di telefonata al Messaggero: «Non è vero che volantinavo. Se qualcuno lo scrive andrò a cercarlo sotto casa». Poi la visita al Manifesto, il 21 dicembre. E il 22, prima di piazzare la bomba, un’incursione al Partito dei comunisti italiani, in piazzale degli Eroi, per protestare per dei manifesti strappati. Tutti passaggi utili, secondo gli inquirenti, per tentare di giustificare con l’attivismo politico la sua presenza a via Tomacelli, se qualcuno lo avesse riconosciuto la mattina dell’attentato”.

28 dicembre - Walter Bielli, capogruppo Ds in commissione Stragi, dichiara:"Sarebbe interessante che Francesco Storace, Alberto Simeone ed Enzo Fragala' spiegassero perche' andarono ad accogliere all' aeroporto gli esponenti di Forza Nuova Morsello e Fiore di ritorno dall' Inghilterra". Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione Stragi, risponde:"Non so nemmeno chi sia questo Fiore. Io andai all' aeroporto a ricevere Morsello solo perche' questo era un malato grave al quale era stata sospesa la pena. Era il risultato di una nostra battaglia politica e lo avrei fatto anche per Bettino Craxi...". "Morsello - aggiunge Fragala' - era un malato grave. E quindi andai li', ripeto, per motivi umanitari. Ma mi rendo conto che Bielli non possa comprendere queste ragioni perche' e' ancora inquadrato nella mentalita' del Kgb, quando gli ordini si ricevevano direttamente dal capo della residentatura. Non capisco poi perche' Bielli guardi la pagliuzza che e' nel mio occhio piuttosto che la trave che e' nel suo. Che ne dice, infatti del fatto che il ministro di Grazia e giustizia allora in carica Oliviero Diliberto ando' di persona ad accogliere il rientro in Italia di una terrorista come Silvia Baraldini? Non vedo dov'e' la differenza". "Ripeto - dice ancora il parlamentare - andai all' aeroporto, sollecitato dal collega Simeone, perche' era il risultato di una nostra battaglia politica di garantismo verso i malati a cui era stata sospesa la pena". Fragala' ribadisce quindi la sua contrarieta' ad ogni ipotesi di scioglimento di Forza Nuova. "Non vorrei - dichiara - che si ripetesse lo stesso errore che si fece con Ordine Nuovo. Quando venne sciolto, infatti, questo perse completamente la testa agendo al di fuori della legge. Nessun movimento politico che agisce alla luce del sole deve essere messo al bando". "La criminalizzazione di un movimento politico extraparlamentare come Forza Nuova o addirittura l' ipotesi del suo scioglimento - conclude - sono sostenuti solo da personaggi come Bielli che vogliono ricacciare il paese negli anni Settanta, quando operazioni dello stesso tipo crearono sacche di emarginazione e disperazione politica, le cui ferite il paese, per fortuna, ha rimarginato. Per quanto mi riguarda, non ho mai avuto alcun contatto o simpatia per i militanti o gli esponenti di Forza Nuova".

28 dicembre - In ambienti di Palazzo di Giustizia si apprende che l' esame dei telefoni cellulari di Andrea Insabato si sta rivelando complesso e impegnativo per ragioni tecniche. Per avere i dati occorre contattare piu' societa' telefoniche ed esaminare, anche con riscontri incrociati, il materiale da queste consegnato, che puo' essere su carta, supporto magnetico o altro. L' inevitabile assenza di responsabili delle stesse societa' in occasione delle festivita' ha, fino a questo momento, rallentato il ritmo delle indagini. Gli inquirenti si aspettano elementi dalle telefonate fatte o ricevute da Insabato nelle ore e nei giorni precedenti l'attentato. Proprio su come l'ex di Terza Posizione ha trascorso la mattina dell' attentato e su cosa e' avvenuto nel palazzo del Manifesto nei cinque minuti che hanno preceduto l' esplosione, si sono concentrate le indagini svolte dalla Digos e coordinate dai sostituti procuratori Franco Ionta e Pietro Saviotti. Gli inquirenti vogliono conoscere tutti i minimi particolari; le persone presenti nel palazzo, quelle che lo avevano appena lasciato, gli spostamenti interni all' edificio, al fine di ricostruire lo scenario al momento dell' esplosione della bomba e quello precedente. Finora tra le persone interrogate a vario titolo da magistrati e investigatori, nessuno avrebbe affermato di aver visto entrare Andrea Insabato nel palazzo, ne' con l' eventuale pacco contenente la bomba ne' senza. Trova credito in questo senso, in ambienti investigativi, l'ipotesi che il presunto attentatore sia entrato dall'ingresso posteriore. Qui puo' aver incrociato un numero minore di persone che non in via Tomacelli, piu' trafficata e dove peraltro ci sono piu' telecamere in funzione che non l' unica piazzata dalla parte di piazza Augusto Imperatore. Qui c' e' l'ingresso posteriore allo stabile, cui si accede da un cancello talvolta chiuso, che invece la mattina dell' attentato e' stato trovato aperto. Ancora nessuna pista specifica viene invece seguita per quanto concerne eventuali complici di Insabato. Nessun rilievo investigativo avrebbe per gli inquirenti la forte amicizia con Giuliano Castellino, indagato per la bomba al cinema Nuovo Olimpia. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Insabato sarebbe uscito dal suo appartamento in via Marziale molto presto, avrebbe raggiunto l'edicola di Francesco Bianco, il segretario romano di Forza Nuova, alla Piramide, come spesso faceva per scambiare due chiacchiere, poi avrebbe cominciato il suo lavoro di dog-runner. Avrebbe portato a correre quattro cani e, dalla casa di uno dei suoi clienti, Franco Loquenzi, sarebbe uscito di fretta poco dopo le 10. E' da questo momento che di lui si perdono le tracce, fino a quando l'ex di Terza Posizione non viene trovato ferito pochi minuti dopo le 12 davanti alla redazione del Manifesto. L' inchiesta - condotta dai sostituti procuratori Franco Ionta e Pietro Saviotti - mira prima di ogni altra cosa ad accertare la responsabilita' materiale di Insabato, a partire dalla provenienza della bomba. Questo e' in parte anche lo scopo delle perizie, tra le quali quelle sui guanti, che sono stati trovati addosso a Insabato, e sui due accendini che aveva con se': un Bic di colore verde trovato a terra e un altro che aveva in tasca. Le consulenze dovranno stabilire anche la capacita' offensiva della bomba che, visto anche le ferite non devastanti (alla gamba e alla mano sinistra), per l'avvocato di Insabato, Stefano Fiore, non era altro che un enorme petardo. Se questa ipotesi dovesse rivelarsi fondata, potrebbe cadere l'accusa piu' grave contro Insabato, quella di strage.

28 dicembre - Per un dossier elaborato da "007" inglesi e acquisito dall' Ucigos nel marzo-aprile di quest'anno Andrea Insabato sarebbe uno dei cassieri del gruppo di estrema destra Forza Nuova. L'esistenza del dossier e' stata confermata da Walter Bielli, capogruppo Ds in commissione Stragi. Sempre secondo il dossier, ad Insabato sarebbe infatti intestato uno dei quattro conti correnti aperti in Italia dai capi di Forza Nuova, Roberto Fiore e Massimo Morsello. "Ho inviato una lettera alla commissione Stragi - avverte Bielli - per chiedere l'immediata acquisizione di questo dossier. Ovviamente con tutti gli omissis che gli inquirenti riterranno necessario apporre". Secondo gli 007 inglesi, Fiore e Morsello avrebbero dato vita ad un giro di societa' e attivita' economiche piuttosto fiorente. Avrebbero realizzato anche villaggi turistici in Spagna e intrapreso attivita' di imprenditori musicali. Un gruppo di persone fidate avrebbe poi gestito queste ricchezze facendole circolare attraverso conti correnti riservati. Uno dei quali sarebbe stato intestato appunto ad Andrea Insabato. "Il fatto che i nostri servizi segreti - sottolinea Bielli - abbiano acquisito questo dossier gia' nel marzo di quest'anno, la dice lunga e dimostra che e' da tempo che si sta indagando su questa organizzazione". Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova, smentisce recisamente la notizia contenuta in un dossier di Scotland Yard che individua in Andrea Insabato il terminale italiano attraverso il quale lo stesso Fiore e l'altro fondatore di Fn, Massimo Morsello, facevano circolare nel nostro Paese, attraverso conti correnti riservati, soldi destinati a finanziare il movimento. "Andrea Insabato - dice Fiore - non era il nostro cassiere. Non abbiamo bisogno di cassieri: abbiamo attivita' economiche legali che finanziano lecitamente un movimento legale. Questa notizia e' un falso clamoroso. Credo tra l'altro che la fonte non sia Scotland Yard; gli unici conti correnti operativi in Italia ed in Inghilterra sono intestati a me e Morsello. Siamo noi in prima persona a fare tutte le operazioni economiche, tutti i trasferimenti dalle nostre attivita'. Anche quelle relative al finanziamento del movimento, che non e' un atto illegale". Insomma per Roberto Fiore  "e' tutto alla luce del sole, per questo non abbiamo bisogno di cassieri, non siamo mica un'associazione al di fuori della legge". Il 29 dicembre "Il Corriere della sera" scrive: "Sono versamenti da poche centinaia di migliaia di lire - chiarisce un investigatore - ma li stiamo comunque accertando nel dettaglio perché riguardano gli ultimi due anni". La procura di Roma ha già ricevuto il documento e Walter Bielli, capogruppo diessino in Commissione stragi, ne ha chiesto l'acquisizione ufficiale in Parlamento. "Bisogna sapere che fine avessero questi versamenti - dice - e soprattutto capire chi abbia fornito ai capi latitanti a Londra i soldi per avviare le loro attività commerciali". Sono le verifiche chieste dal ministro Enzo Bianco alle forze di polizia per valutare la possibilità di sciogliere l'organizzazione. Nei documenti già trasmessi c'è l'elenco di tutti gli episodi che hanno avuto come protagonisti esponenti di Forza Nuova. Manifestazioni, reclutamento negli stadi, sostegno alle proteste dei disoccupati napoletani, ma anche reati comuni come le rapine e il tentativo di incendiare un portone compiuto a Torino da un iscritto del Piemonte Alessio Margaroli insieme a Marco Scabbia, che la polizia definisce "un simpatizzante". Capitolo a parte riguarda le attività finanziarie. Oltre alla catena di negozi in Inghilterra, Fiore e Morsello possiedono infatti un villaggio turistico in Spagna destinato "al riposo dei camerati di tutta Europa". Un'indagine, avviata alla fine dello scorso anno su rapine compiute in ristoranti e discoteche di Padova, ha portato all'arresto di due appartenenti a Forza Nuova, Andrea Bordin e Riccardo Baggio, e ad alcuni simpatizzanti del movimento. Poco prima di un'azione, in piena notte, uno dei presunti rapinatori telefonò alla sede locale del Movimento e a casa del segretario. Nell'ordinanza di custodia cautelare, i magistrati sottolineano "il "pactum sceleris" tra i consociati, facilitato dall'essere gli stessi legati a una medesima ideologia politica". Tra gli atti trasmessi al Viminale ci sono anche le analisi degli esperti dell'antiterrorismo sull'organizzazione. E si sottolinea come, sin dal 1996, Massimo Morsello avesse "manifestato la volontà di creare un'area oltranzista diversa da quelle degli anni '70-'80, fondata su tesi marcatamente fasciste, ma adattate alle esigenze attuali e in particolare alla situazione sociale ed economica del Paese". E ancora: "La loro scelta strategica è quella di coinvolgere la componente popolo come elemento indispensabile per la lotta politica, estesa ad ogni livello sociale, con il fine primario di organizzare e costituire uno Stato di popolo , edificando il contropotere in ogni parte del territorio nazionale, adoperandosi per il raggiungimento del "riscatto sociale" che per Forza Nuova coincide con il progetto di "ricostruzione nazionale"". Per le sue valutazioni finali, il ministro non potrà non tenere conto dei risultati delle indagini sull'attentato al manifesto . Ieri due redattori del quotidiano, usciti sul pianerottolo una quindicina di secondi prima dell'esplosione, hanno ribadito di non aver notato nulla di strano. La smentita alle dichiarazioni di Insabato che aveva detto di aver cercato di spegnere l'ordigno dopo aver visto del fumo".

28 dicembre - A Radio 24, nel programma  'Viva Voce' condotto da Giancarlo Santalmassi, il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi, dice che "Quando si decide di sciogliere formalmente un'organizzazione, gli organizzati restano. Rimane la preoccupazione di non spingerli verso la clandestinita'". "Sciogliere una formazione - ha continuato Pellegrino, riferendosi alle ipotesi su Forza Nuova - non aiuta a eliminare il fenomeno, anzi, significa spingerlo verso forme nuove e clandestine". A 'Viva Voce' e' intervenuto anche il prof. Aldo Giannuli, consulente della Commissione Stragi, che si e' detto contrario allo scioglimento di Forza Nuova: "Per due ragioni - ha spiegato -. La prima legata al rischio di indurre alla clandestinita', la seconda e' una questione di ordine di principio: sono contrario a sciogliere una organizzazione per reati di opinione. Vanno repressi i comportamenti, non le opinioni. E allo stato attuale - ha concluso - nulla dimostra la partecipazione di Forza Nuova a questi attentati".

29 dicembre - "Il Corriere della sera" scrive che Omero Mollica, arrestato il giorno dopo la rapina di Todi per possesso di armi, si sarebbe difeso dicendo:"L'arsenale non è mio, è di Giorgio Panizzari". Adesso la polizia sta cercando di stabilire se veramente quelle armi appartenessero all'ex nappista, graziato da Oscar Luigi Scalfaro, che è sospettato di aver compiuto una serie di rapine per finanziare l'eversione e di essere un esponente delle nuove Br. Il "Corriere della sera" scrive: "Davanti al gip di Velletri, Mollica è stato esplicito: "Le armi sono di Panizzari. Mi aveva chiesto di custodirgliele e non ho fatto in tempo a farle sparire solo perché ho saputo del suo arresto poco prima che arrivassero gli agenti". Una dichiarazione che ha indotto il Procuratore Aggiunto Italo Ormanni e i pubblici ministeri Franco Ionta e Giovanni Salvi ad approfondire le indagini sulle attività e sulle frequentazioni di Panizzari nei mesi successivi al delitto D'Antona. Mollica dice la verità o vuole soltanto addossare a Panizzari la colpa del possesso dell'arsenale? È una domanda alla quale stanno cercando di dare una risposta gli investigatori di Ucigos e Digos. Un fatto, comunque, è certo: la santabarbara (un mitra Kalashnikov, due fucili a pompa, una pistola 7.65 vera e una finta, numerose pallottole, radio ricetrasmittenti, gas narcotizzanti) e le rivendicazioni di vecchi attentati delle Brigate Rosse (come la rapina di via Prati di Papa dell'87 nel corso della quale vennero uccisi due poliziotti) sequestrati a Mollica fanno pensare agli inquirenti che difficilmente si sono imbattuti in semplici rapinatori. Per cercare le tracce degli spostamenti di Panizzari anche il Procuratore di Terni Cesare Martellino ha disposto nuove verifiche. Dalla città umbra è partita una richiesta ufficiale per il Sisde: dopo le rivelazioni del Corriere della Sera sulla presenza a Terni dell'ex leader di Autonomia Operaia Oreste Scalzone (latitante da anni a Parigi), la Nazione ha scritto che i servizi segreti lo danno per "sicuro a Terni, la città dove è nato, per almeno tre volte nell'autunno scorso. Da solo e in compagnia. Con Panizzari e con altri". Un accostamento che, secondo Martellino, può portare a ulteriori sviluppi per l'indagine su banda armata che è nelle sue mani: in Umbria si cerca ancora il covo che sarebbe stato utilizzato per portare a termine una serie di rapine. In difesa di Panizzari si è schierata Barbara Balzerani, ex componente dell'ala militare delle Brigate Rosse. "Non ha alcun collegamento con il ritorno della lotta armata in Italia. La verità - ha sostenuto la Balzerani - è che qualcuno oggi ha un interesse politico nell'individuare un unico filo conduttore in episodi che possono ricordare il terrorismo come è stato negli anni '70 e giudicare quindi tutto secondo sempre gli stessi schemi"".

29 dicembre - Il tribunale della liberta' di Roma si riserva di decidere sul ricorso contro l'ordinanza di custodia cautelare di Omero Mollica, l' imprenditore edile ed ex militante dell' eversione rossa arrestato il 13 dicembre scorso dopo la scoperta di un arsenale in un capanno di sua proprieta' nei Castelli Romani.

29 dicembre - Giovanni Pellegrino, presidente della commissione Stragi, ha convocato la commissione il 9 gennaio prossimo per discutere sulle nuove emergenze del terrorismo. "Parleremo anche dei recenti episodi di violenza - dichiara il senatore dei Ds - e decideremo le audizioni da fare. Chiedero' poi che venga acquisito agli atti della commissione il dossier di cui ho letto oggi sui giornali che indicherebbe in Andrea Insabato, il presunto autore dell'attentato a 'Il Manifesto', uno dei cassieri di Forza Nuova".

29 dicembre - Il quotidiano “Il Messaggero” scrive:
“Morsello ammette: «Sì, è vero, tre anni fa Andrea era tornato a Londra e per un po’ aveva lavorato con noi. Faceva il portiere in uno dei nostri palazzi. Quanto prendeva? Mah, due milioni e mezzo, tre al mese. Tutto qui». Intanto emergono le prime indiscrezioni sulla composizione della bomba, i cui residui sono all’esame dei periti della polizia scientifica, nominati dai pubblici ministeri Franco Ionta e Pietro Saviotti. Si tratterebbe di un chilo di polvere pirica, identica a quella usata per i fuochi d’artificio di Capodanno, che potrebbe essere stata comperata per centomila lire o poco più nel napoletano, al mercato illegale dei botti. Ieri pomeriggio gli uomini della Digos hanno interrogato i giornalisti del Manifesto Guido Caldiron e Roberto Zanini. Quando mancava un minuto all’esplosione, Caldiron era sul pianerottolo al terzo piano che parlava al cellulare con Zanini, che si trovava a pochi metri da lui, in redazione. «Scendi per un caffè, così possiamo chiacchierare in pace al bar», aveva detto Caldiron a Zanini. E lui: «Okay. Vengo subito». I due si erano incontrati fuori dalla porta del giornale, dove non hanno visto nessun pacco, ed erano scesi a piedi perché l’ascensore era occupato. Arrivati all’ultima rampa, 30 secondi dopo (hanno cronometrato il tempo che ci vuole), i due redattori hanno sentito il botto. Sono usciti in galleria, senza vedere nessuno, per poi risalire, sempre senza vedere nessuno, dopo avere sentito i lamenti di Insabato. L’attentatore era quindi o in ascensore o al quarto piano, in attesa di scendere al terzo, quando i giornalisti si sono incontrati sul pianerottolo. E probabilmente non aveva un complice dentro il palazzo. Ma forse solo un "palo" in via Tomacelli.”

29 dicembre - Primo incontro, in ospedale, di Andrea Insabato con uno dei suoi avvocati, Saverio Uva. L'avvocato ha detto che Insabato "non ricorda bene l' accaduto" ma ha ribadito piu' volte: "Non c'entro niente". Una frase che, ha riferito Uva, ha ripetuto piu' volte "come una cantilena". Insabato avrebbe detto anche:"Ho visto il fumo e mi sono gettato come un pazzo". L' avv. Uva ha detto anche che si aspettava una persona diversa, si e' trovato di fronte "un uomo fragile, provato sia fisicamente che psichicamente, un uomo che si dichiara estraneo alla vicenda e che forse non si rende nemmeno chiaramente conto della sua posizione; forse la minimizza troppo". Lo testimonia anche la frase "Chissa' cosa stanno dicendo di me i giornali". L' avvocato ha annunciato che contattera' al piu' presto lo psichiatra che per un periodo ha avuto in cura il suo assistito.

30 dicembre - Carlo Insabato, fratello di Andrea, denuncia che "Andrea non vive la situazione di un indiziato ma nelle restrizioni previste dall' art.41bis, il carcere duro". "Non soltanto non puo' leggere, scrivere o vedere la televisione, ma tutti gli oggetti che abbiamo portato sono stati rifiutati - ha sottolineato Carlo - perfino la biancheria intima, cosi' Andrea indossa ancora un camicione di carta che gli hanno dato in ospedale". Andrea Insabato, come ha spiegato il fratello, ha diritto a un solo colloquio la settimana con al massimo cinque persone, tutti vicini parenti. Il presunto attentatore trascorrera' il Capodanno da solo perche' il colloquio settimanale si e' svolto due giorni fa. In merito alle condizioni di detenzione dell' ex di Terza Posizione, l' avv. Saverio Uva, uno dei legali che assiste Andrea Insabato, ha annunciato che presentera' una istanza perche' vengano attenuate le misure restrittive. La decisione di presentare l' istanza e' stata presa dopo che nemmeno il perito della difesa, che doveva scattare alcune foto a sostegno della tesi della scarsa pericolosita' dell' ordigno, e' stato autorizzato a incontrare Insabato. Carlo Insabato, che insiste nel ritenere innocente il fratello, ha detto: "C' e' la possibilita' tecnica che possa essere stato qualcun altro". Ha quindi spiegato che Andrea quella mattina avrebbe incontrato i due giornalisti del Manifesto "sul buio pianerottolo del secondo piano ma, facendosi da parte per lasciarli passare, non e' stato notato". Per Carlo Insabato il vero attentatore avrebbe invece "occupato a lungo l' ascensore, deposto e acceso l' ordigno al terzo piano. E' poi sceso a pianterreno e, dopo aver premuto per il ritorno della cabina al quarto, uscito dal palazzo". Carlo Insabato ha anche precisato che Andrea avrebbe ritirato il mandato all' avvocato Stefano Fiore, e incaricato Giosue' Naso: "Nessuno dei due e' stato informato - ha sottolineato - e' una decisione che, se e' vera, ha preso Andrea autonomamente".

30 dicembre - "La Repubblica" sul caso Insabato: "Cento pagine. E' il dossier che la Digos ha depositato ieri sul tavolo dei magistrati che conducono le indagini. Contiene la prima ricostruzione puntuale dell'attentato e tutti gli elementi fin qui raccolti: testimonianze, tabulati telefonici, riscontri alla versione fornita durante l'interrogatorio da Andrea Insabato. Cento pagine, per dimostrare ciò su cui la polizia non ha dubbi: "L'esecutore materiale dell'attentato è stato Andrea Insabato. La prova regina sono le due testimonianze dei giornalisti del "manifesto"". L'indagine tocca Forza Nuova? No, l'attività dell'associazione di estrema destra non è entrata nel mirino dei magistrati romani. "Adesso il nostro primo obiettivo", dicono i pm, "è raggiungere la sicurezza che la bomba sia stata messa da Andrea Insabato". L'accusato, però, continua disperatamente a negare: "Sono innocente, io non c'entro nulla. Ho visto il fumo e mi sono gettato come un pazzo", ha raccontato ieri l'estremista di destra all'avvocato Saverio Uva. Ma l'approfondimento nel passato di Insabato non finisce qui. Adesso si scopre che l'ex esponente di Terza Posizione ha gestito un negozio di videocassette in inglese, un'attività registrata dallo stesso indagato alla Camera di Commercio di Roma nel 1990. Il negozio - che si trovava in via Pereira, a due passi dalla casa di Insabato - rimase aperto per circa sei anni. Niente di significativo, apparentemente. Insabato si è lanciato anche in altre imprese commerciali di ogni tipo, sempre sfortunate, dall'allevamento dei cani, all'importazione di maglioni norvegesi. Un dato, però, attira l'attenzione. Il periodo di apertura del negozio di cassette coincide con gli anni di maggiore frequentazione di Andrea Insabato con Roberto Fiore e Massimo Morsello (allora latitante in Gran Bretagna), i due leader di Forza Nuova. Non solo, l'attività commerciale aveva rapporti con l'Inghilterra e il movimento di estrema destra ha sempre avuto un radicamento profondo in Gran Bretagna. Di certo c'è solo che in quegli anni Andrea Insabato passò molto tempo in Inghilterra. "Ci andò due volte, all'inizio degli anni Novanta e poi nel '96, mi pare - racconta il fratello dell'accusato, Carlo - faceva il portiere, un lavoro legato alle attività economiche svolte da Forza Nuova in Gran Bretagna per sostenere i suoi simpatizzanti". Per questo Andrea Insabato pare percepisse circa 3 milioni e trecentomila lire al mese. "II gruppo di Fiore e Morsello ha pagato a più riprese mio fratello - tiene a precisare Carlo Insabato - ma sempre come retribuzione per un lavoro". L'esplosione nel palazzo di via Tomacelli continua quindi a far rumore. Il 9 gennaio si riunirà la commissione stragi per esaminare la nuova emergenza terroristica. Le ombre scese in questi giorni su Forza Nuova (che peraltro ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nell'attentato) non hanno comunque allontanato i simpatizzanti. Anzi, assicura Roberto Fiore, gli iscritti si sono moltiplicati in poche ore. Ieri è stata inaugurata una nuova sede dell'associazione ad Aversa. Oggi toccherà a Castrovillari; il comune, però, non ha concesso la piazza agli estremisti di destra. Addio manifestazione". 

30 dicembre - La segreteria nazionale di Forza Nuova ha dato incarico ai propri legali di procedere per diffamazione e calunnia nei confronti dell' Ucigos, del Corriere della Sera e del giornale telematico "Nuovo.it", dopo la pubblicazione sul quotidiano milanese di un articolo dal titolo "Cosi' Forza Nuova finanziava Freda" in cui si parla di un rapporto dell' Antiterrorismo sulle attivita' commerciali e finanziarie di Forza Nuova per un giro di affari da 30 miliardi. L' iniziativa riguarda anche il 'Nuovo.it' "per gli articoli - ha detto Massimo Morsello, uno dei leader del movimento - che seguono la stessa scia e dopo che alcuni giorni fa, pubblicando un rapporto di Scotland Yard, ha definito Andrea Insabato 'cassiere' di Forza Nuova". Morsello ha aggiunto:"Con tutti i mezzi di informazione che seguiranno la linea del 'Corriere della sera' prenderemo lo stesso tipo di provvedimenti".

30 dicembre - Dal 1997 Bologna ricorda i tre giovani carabinieri trucidati il 4 gennaio 1991 al Pilastro con uno spettacolo teatrale, finora creato e rappresentato in quello stesso rione. A dieci anni dal massacro, quel progetto si conclude: non più al Pilastro, ma al Teatro Comunale, il 4 gennaio prossimo alle 21, con "Il Libro di Giobbe". Non più con attori che Paolo Billi, autore e regista, ha di volta in volta scelto tra gli abitanti del quartiere, poi tra i giovani detenuti del Pratello, poi ancora tra i senzacasa, e ancora tra le donne immigrate. Sulla scena vi sarà un solo attore, e celebre: Carlo Cecchi, voce recitante. Poi il Coro e l'Orchestra del Teatro, diretti rispettivamente da Piero Monti e Aldo Sisillo. Ma così come il progetto della memoria si era aperto con un Oratorio, "Oratorio dalla nebbia", così con un oratorio si conclude, con uno concerto spettacolo creato dalla musica di Claudio Scannavini e dal testo di Paolo Billi, che trae la sua materia poetica, e drammatica, dal "Libro di Giobbe". Giobbe, simbolo di tutte le vittime innocenti, a cui è stato portato via tutto, che alzano la voce al cielo e chiedono: perché?. Ho fatto qualcosa di male? No, sono stato un uomo giusto. E allora perché quest'accanimento? "Il libro di Giobbe", ha spiegato ieri Paolo Billi, è dedicato a tutte le vittime innocenti della banda sanguinaria della Uno Bianca: non solo ai morti, ma a chi è in vita, segnato nel corpo, segnato dalla perdita delle persone amate, familiari, congiunti. I loro volti, trasfigurati, saranno nel video (di Leontina Collaceto e Silvia Storelli) che costituirà il fondale dello spettacolo. E come nell'occasione di un precedente spettacolo, un autobus partiva da via Indipendenza per condurre il pubblico al Pilastro, così la sera del 4 gennaio 2001, alle 20.30, due autobus dell'Atc attenderanno il pubblico presso la lapide che ricorda la morte dei tre carabinieri di leva Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini, in via Casini al Pilastro, per condurlo al Comunale. La giornata di commemorazione inizierà alle 10 con la Messa nella chiesa di S. Caterina, proseguirà con la cerimonia al cippo (ore 11). "Il Libro di Giobbe" è realizzato con la partecipazione del Teatro Comunale, Regione, Provincia, Comune e Quartiere San Donato, Associazione delle vittime della Uno Bianca. Alle Vittime della Uno bianca, ha annunciato ieri la signora Rosanna Zecchi, verrà intitolato un parco in via Populonia. L'ingresso allo spettacolo è gratuito, grazie a Fondazione del Monte e Rolo Banca, Fondazione Carisbo e Carisbo che ne hanno sostenuto i costi. I biglietti sono in distribuzione presso la biglietteria del Comunale, fino ad esaurimento.

31 dicembre – “Il Corriere della sera” pubblica la reazione dei dirigenti di “Forza nuova” al dossier proveniente dall’ Inghilterra:
“«C’è molta gente che ci dà soldi o che li riceve da noi. Sono investitori di razza, nazionalità e credo politico diversi che sono coinvolti in operazioni finanziarie assolutamente lecite». Così i capi di Forza Nuova reagiscono al dossier dell’Ucigos, rivelato dal Corriere della Sera , che individua in almeno 30 miliardi il fatturato annuo delle loro attività inglesi ed elenca proprietà e interessi in tutta Europa. I leader di Forza Nuova chiedono anche di essere ascoltati dalla Commissione parlamentare stragi «dove forniremo la documentazione necessaria a chiarire definitivamente la natura degli investimenti economici all'origine dei pagamenti contestati». E Franco Freda, il neofascista che secondo il dossier avrebbe ricevuto finanziamenti, replica al Corriere del Mezzogiorno di Puglia: «È una bufala». La segreteria del movimento ha poi dato mandato ai suoi legali di procedere per diffamazione e calunnia nei confronti dell'Ucigos e del Corriere dopo la pubblicazione del dossier. L'iniziativa riguarda anche il Nuovo.it «per gli articoli - ha detto Massimo Morsello, uno dei leader del movimento - che seguono la stessa scia». Ieri Roberto Fiore era a Castrovillari, in provincia di Cosenza, per inaugurare una sede. Il movimento aveva chiesto l’autorizzazione per una manifestazione, ma il prefetto l’ha negata, dando invece il via libera a quella di Rifondazione comunista, che ha protestato «per essere stati messi sullo stesso piano dell'estrema destra». Un presidio di Forza Nuova è stato, invece, organizzato a Trieste per protestare contro la richiesta di scioglimento. Una decina di aderenti ha occupato simbolicamente e per pochi minuti la sede dell'Ansa. Sempre ieri, contro lo scioglimento si è espresso il presidente della Camera, Luciano Violante. «Sarebbe un errore - ha detto - una misura estrema di quel genere non può essere adottata allo scopo di far risvegliare la coscienza civile». Proteste arrivano invece da Carlo Insabato, il fratello dell’attentatore d e il manifesto . «Andrea - afferma - non vive la situazione di un indiziato, ma le restrizioni previste dal 41bis, il carcere duro. Non può leggere, scrivere o vedere la televisione, tutti gli oggetti che abbiamo portato sono stati rifiutati, perfino la biancheria intima, così indossa ancora un camicione di carta che gli hanno dato in ospedale. Ha diritto soltanto a un colloquio alla settimana con cinque persone e così trascorrerà Capodanno da solo». L'avvocato Uva annuncia che presenterà un’istanza per l’attenuazione delle misure restrittive «visto che nemmeno il perito della difesa ha potuto incontrare il mio cliente». Insabato ha intanto revocato il mandato a uno dei suoi legali, Stefano Fiore, fratello di uno dei capi di Forza Nuova”.

31 dicembre – Su “La Repubblica” un’intervista al giudice Franco Ionta sul riemergere del terrorismo:
“"Un fiume carsico, che va sotto per lunghi tratti per poi riemergere improvviso e ancora più irruente. Ce lo ha ricordato anche la rivendicazione D'Antona: "Il processo rivoluzionario come una guerra di lunga durata". Ecco perchè occorre la massima allerta". Il presidente del consiglio Giuliano Amato lo ha definito "un vulcano mai spento". "L'immagine rende l'idea". Franco Ionta è il sostituto distrettuale della procura di Roma titolare con i colleghi Salvi, Saviotti, De Siervo e l'aggiunto Ormanni dell'inchiesta sull'omicidio D'Antona, sulla nuova banda armata, la bomba di destra alla sede del "manifesto". Questo per parlare dell' attualità. Nel vicino passato Ionta ha istruito i processi sugli anarchico-insurrezionalisti, gli Ncc, i filoni successivi del processo Moro: per un anno e mezzo restò convinto, nonostante le smentite dei fatti e le critiche, che "l'ingegner Altobelli" fosse il quarto uomo del sequestro Moro. Finchè poi Germano Maccari confessò di fronte a una firma su una bolletta della luce. Ionta accetta di fare due chiacchiere su questa nuova stagione di terrorismo. Vietato ogni accenno ad indagini in corso. Dottor Ionta, come pm è testimone di quasi venti anni di indagini sul terrorismo. Questa nuova stagione le ricorda qualche momento del passato? "Assomiglia alla fase della ritirata strategica, il "silenzio" deciso nei primi anni ottanta dalle Br perchè decimate dagli arresti. Da quel "silenzio", dopo pochi anni, nacquero due tronconi: le Br-pcc della prima posizione, i più duri e militaristi; e le Br-partito guerriglia, la seconda posizione, quella meno ortodossa. Diciamo che questa volta il "silenzio" è durato più a lungo, quasi un decennio". Un anno e mezzo fa l'omicidio D' Antona rivendicato dalle nuove Bierre. Nel mezzo una miriade di microattentati da sinistra e da destra. È una nuova stagione di terrorismo? "I fatti ci dicono che l'eversione si è riorganizzata per una nuova lotta armata. I tempi delle organizzazioni eversive comprendono anche lunghi silenzi. Purtroppo un tasso di endemicità del fenomeno- eversivo è quasi fisiologico nei nostri modelli sociali".
Identikit del fenomeno a sinistra: quale l'ideologia politica che sta dietro questo miscuglio di lotta sociale contro lo Stato, la Nato e la globalizzazione?
"Al di là delle singole sigle di questo nuovo fermento, la radice ideologica delle Br che hanno firmato il delitto D'Antona mostra la sua continuità con quella delle Br degli anni settanta e ottanta. L'attacco alla "borghesia imperialista" e alle sue articolazioni fa parte del bagaglio ormai consolidato dell'organizzazione. E il nemico, nel pur mutate condizioni sociali, è sempre lo stesso".
Esiste un fronte eversivo internazionale?
"Qualche collegamento è riscontrato, ad esempio fra la Raf e soggetti legati all'antagonismo. Esiste una contiguità che non sottovalutiamo. Ma non ancora una struttura internazionale organizzata".
I risvegli anarchici che sembrano aver firmato le bombe di Milano appartengono all'eversione di sinistra?
"Sono convinto di profonde differenziazioni fra l'agire della galassia anarchico-insurrezionalista e quello delle strutture di derivazione marxista-leninista I primi agiscono sul momento e in relazione ad un obiettivo, li chiamerei gruppi di affinità. La struttura delle Br, invece, è stabile, ha un programma consolidato e i suoi obiettivi sono quelli espressi nelle rivendicazioni strategiche".
Ci sono differenze anche nell'eversione di derivazione marxista- leninista?
"Esiste una struttura apicale, quella delle Bierre, che prescinde dal territorio; e una più squisitamente territoriale, più legata alle urgenze di certe parti del paese come i Nuclei territoriali antimperialisti nel nord-est emersi con la guerra in Jugoslavia e l'intervento Nato. Questa è una differenza inedita. Prima c'erano le colonne che dipendevano dal vertice delle Br. Adesso altre organizzazioni autonome che cercano agganci e contatti con le Br".
In quale punto dello scontento sociale si saldano vecchi e nuovi eversori? A destra e poi a sinistra?
"È rischioso semplificare. Possiamo dire che mentre la sinistra scrive e spiega le sue prospettive politiche, la destra invece non scrive e dunque limita molto la possibilità di analisi".
Anche nell'eversione di destra assistiamo ad uno strano miscuglio: destra sociale, razzismo, intolleranza religiosa e fanatismo. Il personaggio Insabato ci può spiegare qualcosa?
"Lo stile professionale e la linea della procura di Roma mi impediscono analisi su Insabato o su altre indagini in corso. Possiamo dire che la destra è stata sempre un po' più spontanea, meno organizzata. La sinistra invece ha avuto sempre di più il mito della struttura e dell' organizzazione. L'attività riconducibile alla destra, inoltre, è per ora limitata a Roma e ad attentati di minore spessore".
Intelligence e servizi inviano note e allarmi. E però le indagini sembrano ristagnare.
"Il rapporto non sempre facile fra servizi, polizia giudiziaria e attività della magistratura meriterebbero approfondimenti più accurati. Certo è che il ruolo di ognuna di queste strutture deve essere maggiormente definito per evitare interferenze e sovrapposizioni. In genere gli investigatori devono poter lavorare in silenzio, in modo coordinato e oscuro. Questa è l'unica strategia pagante e possibile".
Polemico?
"Dico che serve un maggior coordinamento secondo le rispettive funzioni in modo che ognuno faccia il suo mestiere. Ai servizi tocca una seria attività preventiva. La polizia giudiziaria deve fare indagini su fatti accaduti. A noi magistrati tocca il duplice lavoro di organizzazione dei dati raccolti e finalizzazione ad un processo".
Negli anni Novanta il terrorismo sembrava morto e sepolto e gli uffici che li devono combattere quasi smantellati.
"Sarebbe stato auspicabile anche in quei tempi di calma relativa un costante monitoraggio degli ambienti a rischio e di analisi dei fenomeni socio-politici. Questo è un compito specifico dei servizi".
Gli scarsi successi investigativi crede sia da addebitare anche ad anni di indagini fondate sui pentiti?
"È parzialmente vero. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono utili ma gli strumenti indispensabili sono soprattutto la memoria storica, la polizia investigativa e scientifica".
Quanto pesa, in questo risveglio eversivo, il vuoto della politica?
"Le logiche terroristiche sono abbastanza indipendenti dalla politica in senso stretto. Semmai sono più legate ai mutamenti nelle dinamiche e negli equilibri sociali".
Ha fatto riflettere che le Br siano tornate ad uccidere proprio con la sinistra al governo.
"Una volta che un'organizzazione armata ha identificato nella borghesia imperialista il nemico da "abbattere" è poco importante, nell'ottica dell'organizzazione, chi in quel momento storico rappresenta le ragioni della borghesia. Prima è stata la Dc del compromesso storico. Poi la sinistra di D' Alema".
Perchè negli anni Novanta l'eversione ha taciuto?
"Non è corretto. L'attività c'è sempre stata, come quella dei Nuclei comunisti combattenti. Poi non ci possiamo dimenticare che fra l'88 e l'89 le forze di polizia avevano disarticolato l'organizzazione. In quel momento aveva prevalso lo Stato".
Geri e Panizzari sono la strada per arrivare ai killer di D'Antona?
"Lasciateci lavorare. Senza fretta e in silenzio".

31 dicembre – “Il Messaggero” pubblica un articolo di Rosanna Santoro su rapporti di Roberto Fiore e gruppi di skinheads:
“Roberto Fiore, il generoso. Non solo avrebbe dato una mano all’ideologo nero Franco Freda, pagandogli l’avvocato per un processo, come sostiene l’Ucigos in un vecchio rapporto alle Questure di varie città. Non solo ha offerto un lavoro ad Andrea Insabato, l’attentatore del Manifesto, dandogli nel ’97 tre milioni al mese per fare il portiere in uno dei palazzi londinesi della Meeting point, la società con fatturato miliardario che Fiore ha creato con Massimo Morsello, l’altro leader del movimento di estrema destra Forza Nuova. Ma avrebbe anche dato soldi a un’organizzazione di skinhead, come emerge da un’inchiesta del ’98, finita con il suo rinvio a giudizio con altre 25 persone, per partecipazione ad un sodalizio razzista, vietato dalla legge Mancino del ’93. L’indagine, condotta dal pubblico ministero Pietro Saviotti (lo stesso che si occupa dell’attentato al Manifesto), era partita dopo le profanazioni di alcune tombe ebraiche al Flaminio. Controlli su estremisti neri ed esaltati, perquisizioni, intercettazioni telefoniche, avevano portato ad ordinare gli arresti domiciliari per sette componenti degli Hammerskinheads (le teste rasate che hanno per simbolo il martello) e per Fiore, che però nel ’98 era latitante a Londra per associazione sovversiva nell’ambito di Terza posizione (adesso, grazie a prescrizioni e indulti, è libero). In un rapporto della Digos di due anni fa viene riportata la sintesi di una telefonata del 4 marzo ’97 tra Fiore e il leader romano degli Hammerskinheads Tommaso Panaccione, 22 anni: «Tommaso dice a Fiore che hanno problemi logistici alla Salita del Grillo (sede degli skin del martello, ndr). E Fiore lo autorizza a trovare una nuova sede». Ancora, il 14 marzo ’97: «Tommaso riferisce a Roberto Fiore della serie di problematiche economiche per la sede e chiede nuovi fondi. Roberto gli dice di andare da suo fratello (l’avvocato Stefano Fiore, ndr) e di farsi dare 150-200 mila lire». Commenta la Digos: «Al di là dell’esiguità della cifra, la telefonata testimonia l’attività di sostegno economico effettuata dal latitante».  Il 28 aprile ’97 Panaccione parla con un camerata di 400.000 lire che servono «per pagare la perizia psichiatrica per Franco», che - come spiega la Digos - è «Franco Gagliardi, detenuto per l’omicidio di un extracomunitario». Due giorni dopo Panaccione parla con Fiore, «che gli dice che lui ha le 400.000 lire». A quel punto Tommaso aggiunge: «Bisogna raccogliere altri soldi per i camerati che stanno in galera. Solo per Franco servono 4 milioni e mezzo». Gli skin si sarebbero anche finanziati con attività imprenditoriali nel settore agricolo «ispirate da Fiore». Ma il legame tra Fiore e gli skin, secondo il Gip che lo ha rinviato a giudizio, sarebbe andato oltre il supporto economico: «Dava impulso all’organizzazione del gruppo romano, fornendo indicazioni sulle modalità di formazione delle strutture territoriali e sui rapporti tra i vari gruppi»”.
 
 

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