Almanacco dei misteri d' Italia


Altri misteri (Fausto e Iaio, Argo 16, Uno Bianca, fatti recenti,....)
le notizie del secondo trimestre 2001
4 aprile – Il Consiglio dei ministri approva un decreto legge che allunga i termini per le indagini preliminari di alcuni reati in materia di terrorismo, tra cui partecipazione a banda armata o ad associazione sovversiva. Il decreto legge e' “finalizzato ad uniformare la disciplina processuale relativa alla durata delle indagini preliminari per alcuni gravi reati in materia di terrorismo, in modo da evitare le attuali incongrue differenze tra partecipanti e promotori del medesimo sodalizio criminoso, che possono pregiudicare il buon esito delle indagini stesse”. In particolare, il decreto legge interviene sui reati di partecipazione ad associazione sovversiva (art. 270 cp), associazione con finalita' di terrorismo e di eversione (art.270bis cp), e partecipazione a banda armata (art. 306 cp). In pratica, per i reati connessi al terrorismo le indagini preliminari avranno la stessa durata massima, e cioe' due anni, mentre prima del decreto legge il codice faceva differenza tra alcune ipotesi di reato, per esempio strage, e la semplice partecipazione a associazione sovversiva. Il provvedimento potrebbe influire nelle indagini per l' omicidio D' Antona, i cui termini delle indagini preliminari scadranno alla fine del mese.

4 aprile – Il Consiglio dei ministri approva un decreto legge che allunga i termini per le indagini preliminari di alcuni reati in materia di terrorismo, tra cui partecipazione a banda armata o ad associazione sovversiva. Il decreto legge e' “finalizzato ad uniformare la disciplina processuale relativa alla durata delle indagini preliminari per alcuni gravi reati in materia di terrorismo, in modo da evitare le attuali incongrue differenze tra partecipanti e promotori del medesimo sodalizio criminoso, che possono pregiudicare il buon esito delle indagini stesse”. In particolare, il decreto legge interviene sui reati di partecipazione ad associazione sovversiva (art. 270 cp), associazione con finalita' di terrorismo e di eversione (art.270bis cp), e partecipazione a banda armata (art. 306 cp). In pratica, per i reati connessi al terrorismo le indagini preliminari avranno la stessa durata massima, e cioe' due anni, mentre prima del decreto legge il codice faceva differenza tra alcune ipotesi di reato, per esempio strage, e la semplice partecipazione a associazione sovversiva. Il provvedimento potrebbe influire nelle indagini per l' omicidio D' Antona, i cui termini delle indagini preliminari scadranno alla fine del mese.

8 aprile - Un messaggio di minaccia nei confronti dei Carabinieri a firma Nuclei territoriali antimperialisti (Nta), sezione bassa padovana, e' stato fatto recapitare nella redazione del quotidiano “Il Mattino di Padova”. Nel darne notizia, il giornale sottolinea che copia dello stesso comunicato - che attesta per la prima volta la presenza di una presunta sezione bassa padovana dei Nuclei territoriali antimperialisti - e' stata fatta trovare anche ai militari della compagnia di Este (Padova), insieme all'elenco delle targhe di 21 automobili parcheggiate nel cortile interno della caserma. Gli investigatori si sono limitati a dire che sono in corso accertamenti per valutare l'attendibilita' del volantino, nel quale viene annunciato, tra l'altro, che nei prossimi giorni verra' fatta pervenire una risoluzione strategica. “Sono anni che vi controlliamo - viene detto in un passo del volantino – e di voi e delle vostre famiglie sappiamo praticamente tutto”. Il documento si chiude con la frase “e' cosi' facile uccidere un pesce”, un'affermazione che confermerebbe il fatto che l'estensore del documento e' perfettamente a conoscenza della zona e dei militari che vi operano. Secondo gli investigatori potrebbe infatti fare riferimento alla morte, avvenuta lo scorso anno, di un maresciallo, Francesco Pesce, all'epoca comandante dell' aliquota radiomobile di Este, deceduto durante un' immersione nel lago di Garda.

9 aprile - Se l'ordigno fosse esploso in un posto all'aperto non avrebbe provocato danni seri, se fosse invece scoppiato in un luogo chiuso avrebbe anche potuto uccidere. Sono queste le conclusione della consulenza chiesta dai Pm sul materiale esplosivo utilizzato per l'ordigno scoppiato nelle mani di Andrea Insabato nel dicembre scorso vicino l'ingresso della redazione del quotidiano 'Il manifesto'. La relazione e' stata appena consegnata alla Procura di Roma. L'ordigno, stando a quanto si e' appreso, era formato da due chilogrammi di polvere pirotecnica, la stessa usata per un certo tipo di botti che si usano a Capodanno. La conclusione degli esperti, e' stato fatto notare, e' aperta: la micidialita' dell'ordigno cioe' era legata al posto in cui doveva esplodere. Andrea Insabato e' indagato per strage e il risultato di questa consulenza avvalora l'ipotesi di reato contestata finora. Nella consulenza, di una settantina di pagine, i due esperti della Criminalpol nominati dai pm Pietro Saviotti e Franco Ionta scrivono: "L'ordigno non e' intrinsecamente dotato di micidialita' anche se la possibilita' di uccidere non puo' essere esclusa a priori sulla base dell' assenza di elementi offensivi proiettabili". Un altro quesito a cui ha risposto la consulenza riguarda la presenza di eventuali tracce di esplosivo sullo scooter di Insabato, trovato parcheggiato in piazza Augusto Imperatore, a pochi metri dalla redazione del quotidiano. I consulenti non hanno trovato alcuna traccia sul pianale del Piaggio Sfera, ne' nel bauletto. Il gip Maria Giulia De Marco ha disposto intanto una nuova perizia su Insabato per accertare il suo stato di salute. Nelle scorse settimane i periti avevano ritenuto incompatibile con il regime carcerario le condizioni di Insabato e all'indagato era stato consentito di proseguire le cure all'ospedale Gemelli. Questa nuova perizia dovra' stabilire se Insabato puo' continuare le cure al Gemelli o se deve rientrare in prigione.

10 aprile - L'esplosivo utilizzato nell'attentato al Manifesto del 22 dicembre scorso, "contrariamente a quanto asserito da chi ha evidente interesse a mantenere alta la tensione", non puo' essere considerato micidiale, essendo assimilabile ai fuochi pirotecnici classificati nella IV categoria. E' la lettura che i difensori di Andrea Insabato, Stefano Fiore e Saverio Uva danno della perizia che gli esperti nominati dal pm hanno consegnato ieri alla Procura di Roma. I legali sottolineano in una nota come siano state operate "manipolazioni" nella lettura della consulenza da parte di alcuni organi di stampa, "primo tra tutti lo stesso Manifesto". "La possibilita' - scrivono gli avvocati - che esso facesse delle vittime era legata ad una serie di circostanze che non erano quelle verificatesi al momento dell' attentato". Per gli avvocati, infine, "e' importante sottolineare che non essendo stata rinvenuta alcuna traccia di esplosivo sul ciclomotore di Insabato, non ha trovato conferma la tesi secondo la quale l'indagato avrebbe trasportato l'ordigno sul proprio motoveicolo".

10 aprile - Nella notte, verso le 4,45, avviene un attentato a Roma contro la sede dell'Istituto per gli Affari internazionali in via Brunetti nei pressi di piazza del Popolo. L'attentato ha provocato solo danni materiali. L'esplosione ha scardinato la porta d'ingresso dell'Istituto Affari Internazionali, una istituzione privata che studia gli equilibri strategici mondiali, e danneggiato la tromba delle scale. Nell'edificio, oltre alla sede dell' Iai, c' e' anche quella della Associazione per le relazioni Italia-Usa, anche essa privata. L' attentato viene rivendicato dal Nipr, "Nucleo di Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria" con un documento di 36 pagine, inviato via email alle redazioni dei quotidiani "La Repubblica", "Il Corriere della Sera" e "La Stampa". Allegato al documento anche la rivendicazione dell'attentato del 14 maggio 2000 nei confronti della commissione antisciopero. All'inizio del testo sull'attentato di oggi, un errore: la rivendicazione e' datata 10 aprile 2000. Il documento di rivendicazione si conclude con la dedica a Piero Pancirolli, Riccardo Dura, Annamaria Ludmann e Roberto Betassa, quattro militanti delle Brigate Rosse uccisi il 28 marzo 1980 nell' irruzione dei carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all'epoca responsabile del coordinamento antiterrorismo, in un covo a via Fracchia, a Genova. Il Consiglio per le relazioni Italia-Usa era stato indicato, quattro anni fa, come possibile obiettivo in un volantino dei nuclei territoriali antimperialisti. Il volantino era stato trovato a Roma il 12 settembre 1997. L' ordigno sarebbe esploso tramite un impulso inviato da un telefono cellulare. Tecnici informatici stanno tentando di individuare le modalita' di trasmissione della e-mail con la quale l' attentato e' stato rivendicato dai Nipr, sigla gia' comparsa nel maggio 2000 in un attentato incendiario compiuto in Via Po. Gli accertamenti sono affidati ai pubblici ministeri Franco Ionta, Giovanni Salvi e Pietro Saviotti. Secondo i primi risultati dell'esame sulla composizione, l'ordigno era composto da tritolo miscelato. L'ordigno inoltre, secondo gli esperti dell'antiterrorismo dei carabinieri, aveva un innesco con comando elettrico azionato a distanza. La confezione ha permesso agli attentatori di arrivare sul posto, posizionare la bomba, allontanarsi con calma e decidere il momento dell'esplosione. Questo elemento ritenuto "fondamentale" nell'ambito dell'inchiesta, fa ritenere ad inquirenti ed investigatori che chi ha posizionato la bomba non voleva uccidere e non voleva feriti. L'ordigno secondo quanto si e' appreso era confezionato rudimentalmente ma in modo "intelligente", probabilmente da professionisti. La miscela esplosiva e' stata inserita all'interno di un tubo elastico in alluminio con una componente a base di tritolo che secondo gli esperti e' stato depotenziato. La bomba e' stata quindi infilata in un lucernaio, che si trova sopra il portone d'ingresso dello stabile, protetto da una grata con un vetro antisfondamento. Gli attentatori lo hanno legato quindi con una corda di nylon e agganciato con un moschettone. Secondo gli investigatori la deflagrazione doveva servire soltanto a danneggiare il portone dove ha sede lo Iai fondato nel 1965 su iniziativa di Altiero Spinelli. Per il gen. Sabato Palazzo, comandante dei carabinieri del Ros, che si sta occupando in prima persona della bomba esplosa a Roma, "Si puo' certamente parlare di terrorismo e questo attentato va preso sul serio". Per il giudice Rosario Priore, gia' titolare di inchieste sul terrorismo e, in particolare, sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro "Lo Iai era un istituto gia' sotto osservazione, negli anni '70, da parte delle vecchie Brigate rosse. Nell'archivio riconducibile ad Adriana Faranda e Valerio Morucci, trovato nell'abitazione di Giuliana Conforto, c'era traccia di questo istituto". Lo ha detto. Giuliana Conforto, il cui nome torno' d'attualita' negli scorsi anni nell'ambito dell'inchiesta sul cosiddetto dossier Mitrokhin (il nome del padre era inserito nelle liste dell'ex archivista del Kgb) e' la donna che ospito' Morucci e Faranda fino al loro arresto, nel maggio del 1979. "C'era da aspettarsi che organizzazioni eversive intervenissero in un momento come questo di contesa elettorale - ha detto Priore - lo Iai e' un istituto di alta strategia, un obiettivo di grande rango. Non poteva non cadere sotto l' attenzione di questa organizzazione". "Gruppi come questi sono sempre intervenuti alla vigilia delle elezioni - ha concluso Priore - c'eravamo lamentati della 'violenza verbale' degli antagonisti, queste iniziative mi sembrano piu' gravi e fanno fare un drammatico salto di qualita' allo scontro
politico". "L'attentato della scorsa notte - ha aggiunto Priore - potrebbe essere l'occasione per la pubblicazione della risoluzione strategica annunciata nei giorni scorsi in un volantino fatto ritrovare a Padova e con il quale viene, in sostanza, anticipata una ripresa dell'azione armata". "Sarebbe interessante vedere questo documento di rivendicazione - ha concluso Priore - e se si tratti proprio della risoluzione strategica". L' Ansa pubblica il commento di "un magistrato romano che da anni si occupa di terrorismo, e che ha chiesto, per ragioni di riservatezza, di mantenere il riserbo sul suo nome": "L'obiettivo induce a ritenere che si tratti di un attacco agli Usa e a chi li sostiene e non direttamente all'Italia". "Perche' a Roma? Perche' e' il cuore del Mediterraneo, per il ruolo che ha sempre avuto e perche' e' il punto di raccordo tra l'Est e l'Ovest", spiega il magistrato. "Comunque, va tenuto conto che la politica statunitense - aggiunge - e' da tempo al centro di critiche per l'eccessivo interventismo sulle questioni internazionali. Proprio alla politica americana viene attribuita la perdita di peso dell'Onu nella soluzione delle crisi internazionali". E continua l'esperto di terrorismo: "La politica di Bush appare ispirata a scenari di guerra fredda: la vicenda delle spie, il raffreddamento dei rapporti con Putin, quella dell' aereo americano sequestrato dai cinesi sono segnali preoccupanti. A cio' si aggiungano le scelte dell' amministrazione Bush nel settore della tutela ambientale, l' abbandono del ruolo di mediazione in Medio Oriente sostenuto invece da Clinton fino alla fine del suo mandato". "Poiche' lo scenario e' questo - conclude il magistrato - e' possibile collocare i soggetti politici a cui puo' essere ricondotto l'attentato di via Brunetti". Per il giudice veneziano Carlo Mastelloni, che ha seguito le inchieste sulle vecchie Br, si e' trattato "di una azione di basso profilo con contenuto di ampio respiro internazionale" e in qualche modo riconducibile ad una azione simile compiuta nei mesi scorsi a Trieste. Riguardo alla sigla usata, per Mastelloni "potrebbe rappresentare un gruppo che agisce in un altro ambito territoriale". "E' una campagna preoccupante - ha concluso - e potrebbe essere il prodromo ad una azione di profilo piu' alto". La sigla Nipr e' poco conosciuta dagli investigatori. Nel maggio scorso la sigla dei Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria compare, quale intestazione del documento con il quale veniva rivendicato l'attentato incendiario nella Capitale, ai danni della sede della Commissione di Garanzia per l'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici. Un documento, divulgato il 17 maggio 2000, nel quale prima dei consueti slogan programmatici e conclusivi, veniva ribadito l'impegno a promuovere e costruire il Fronte Combattente Antimperialista, riportando integralmente passi del comunicato di rivendicazione dell' omicidio D'Antona delle Br-Pcc. Nel gennaio scorso, inoltre, fu il Procuratore capo di Milano Gerardo D'Ambrosio, nella sua relazione all'anno giudiziario a mettere in relazione la sigla con le Brigate Rosse. D'Ambrosio scriveva infatti: "Risultano diffusi testi di volantini di rivendicazione di matrice chiaramente riconducibile alle Brigate Rosse, sia pur a firma Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria o Nuclei proletari rivoluzionari". E, ancora: "Tali volantini - affermava D'Ambrosio - appaiono frutto di elaborazione ideologica piuttosto approfondita, dopo anni durante i quali erano diffusi poco piu' che meri slogans, ed il segnale che ne consegue risulta complessivamente inquietante, perche' significativo di una ripresa del fenomeno terroristico attribuibile a gruppi gia' organizzati e presumibilmente compartimentati". A Milano, poco prima di Natale era stato fatto trovare un ordigno sul Duomo.Per quanto riguarda l'utilizzo del mezzo telematico e' gia' accaduto nel 1999 e, una seconda volta, nel 2000. I destinatari sono sempre i mezzi di informazione. Nel primo caso si trattava di messaggi e-mail che annunciavano la ripresa della "Primavera Rossa" che vennero inviati al quotidiano La Repubblica, prima dell'omicidio D'Antona. In quel caso la firma del documento era Br Pcc Mcc. Nel secondo caso si trattava della rivendicazione di due ordigni incendiari in via Tadino a Milano, davanti alla sede della Cisl, a firma del Nucleo Proletario Rivoluzionario. Il testo della rivendicazione con la stella a 5 punte asimmetriche come quella delle Brigate Rosse, venne inviato via e-mail alle redazioni milanesi di cinque quotidiani e a quella dell' emittente radiofonica Radio Popolare. Secondo quanto registrato dal sistema di posta elettronica di Radio Popolare, il documento proveniva da un numero di cellulare che risultava attivo ma non raggiungibile.

10 aprile - Poco dopo le 3 di notte, davanti al portone di ingresso di uno dei palazzi di proprieta' della Fiat, in corso Marconi 10, e' trovato un orgigno che probabilmente non sarebbe esploso, forse per un difetto nell' innesco. Secondo quanto si e' appreso infatti, il timer era fermo quando sono intervenuti i carabinieri. Ad accorgersi dell' ordigno e' stato uno dei sorveglianti del palazzo che ha avvertito la sicurezza interna della Fiat la quale ha dato l' allarme ai carabinieri. Poco dopo le 4 l' ordigno e' stato fatto brillare con un cannoncino ad acqua. I vigili del fuoco hanno poi domato il principio di incendio che ha annerito un muro e lievemente danneggiato due cardini in metallo. L' ordigno era costituito da una tanica con dieci litri di benzina e sei bombolette di gas, collegate con dei fili a un timer da forno. Il timer avrebbe dovuto far accendere una batteria con lampadina che col calore avrebbe incendiato uno straccio, imbevuto di benzina e cosparso di diavolina (sostanza altamente infiammabile). Il tutto contenuto in una scatola di cartone.

11 aprile - Una lettera che annuncia la rivendicazione dell' ordigno collocato nell' androne degli ex uffici della direzione Fiat, in corso Marconi, a Torino, e' arrivata questa mattina alla redazione torinese del quotidiano "La Stampa". La lettera e' stata spedita il 10 aprile dal capoluogo piemontese ed e' scritta con un normografo. A firmarla sarebbe un gruppo rivoluzionario probabilmente di estrema sinistra, una sigla - dicono i carabinieri - sconosciuta, diversamente da quella che ha rivendicato l' attentato all' Istituto per gli Affari Internazionali di Roma, i Nipr (Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria). La sigla ,fino ad oggi sconosciuta, fa riferimento al comunismo e all' antimperialismo. Sulla base delle poche indiscrezioni trapelate, lo scritto e' di difficile interpretazione anche per via di una certa rozzezza sia nella forma sia nel messaggio ideologico. Gli inquirenti sono orientati a credere che non si tratti dell' opera di un mitomane.

11 aprile - Il cellulare che sarebbe servito da innesco all' ordigno scoppiato in via Brunetti e' al centro degli accertamenti sull' attentato allo Iai. La telefonata, partita da un altro cellulare o da un telefono fisso, che ha dato l' impulso all' esplosione potrebbe essere una traccia per risalire ai responsabili dell' attentato. I pm titolari dell' inchiesta, Franco Ionta, Giovanni Salvi e Pietro Saviotti, si sono riuniti con il procuratore Salvatore Vecchione per fare il punto delle indagini. I magistrati hanno esaminato la rivendicazione dei nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria con la quale riconoscono la leadership delle br-pcc nella lotta armata e offrono la loro disponibilita' politica e militare. Nei laboratori scientifici dei Carabinieri, si sta cercando di analizzare la componente chimica dell'ordigno e quindi risalire con certezza all'esplosivo usato, anche se, secondo gli investigatori si tratterebbe con tutta probabilita' della "famiglia dei tritoli". Accertare con sicurezza il tipo di materiale usato e' importante, fanno notare gli investigatori, perche' l' esplosivo usato in Italia difficilmente si procura in modo clandestino. Tra l'altro e' stato fatto rilevato, chi ha confezionato l'ordigno, di circa 600 grammi, sapeva esattamente i danni che avrebbe provocato. Accertato che l' impulso al detonatore e' stato dato da un telefonino, si sta cercando attraverso le societa' telefoniche di ricostruire il traffico in partenza e in arrivo in quelle ore. Le trentasei pagine di rivendicazione sembrano non convincere fino in fondo gli investigatori dell'antiterrorismo che in queste ore hanno lavorato sul documento, analizzandolo riga per riga, e ora cominciano a tirare le somme, anche se con molta cautela, ritenendola quantomeno anomala. Secondo alcune indiscrezioni, la sensazione che serpeggia tra chi ha esaminato il testo, arrivato via e-mail ad alcuni quotidiani, e' quella di un certo "scetticismo". A parere degli esperti, infatti, le pagine sono sicuramente da attribuire al Nucleo di iniziativa proletaria rivoluzionaria, ma c'e' qualcosa che rende poco chiaro il filo logico che dovrebbe collegare "motivazione, attentato ed obiettivo da colpire". Qualcuno si spinge a dire, anche se fa notare che questa e' solo una prima valutazione, che le 36 pagine in realta' non sono una vera e propria rivendicazione: sembra che manchi, infatti, "l' analisi dell' obiettivo colpito, non c'e' una motivazione completa anche se le prime righe fanno riferimento allo Iai". Non esiste in sostanza, si sottolinea, una giustificazione sulla reale necessita' di colpire lo Iai e il documento sembra piu' una sorta di "collage" di vecchie risoluzioni strategiche delle Br-Pcc. Ma la valutazione sulla rivendicazione, spedita dagli attentatori subito dopo l' esplosione in Via Brunetti ma scoperta dai redattori dei quotidiani a cui e' pervenuta via e-mail soltanto nel pomeriggio, ha fatto nascere a chi da anni si occupa di terrorismo anche un altro dubbio. Il Nipr, la cui unica azione riconosciuta fino a questo momento e' quella dello scorso maggio in Via Po, puo' aver fatto un simile salto di qualita'? E se cosi' non fosse, chi e perche' potrebbe aver avuto motivi per usare questa sigla? Il lavoro degli inquirenti dunque prosegue perche' le indicazioni sia per le forze dell'ordine che per gli apparati di intelligence sono "di tenere altissima l'attenzione". Non ci sono, come sembra, rischi immediati ma la prevenzione di azioni terroristiche anche solo dimostrative e' "la priorita' assoluta". Le modalita' dell'attentato di Roma destano, infatti, "preoccupazione" - viene ribadito - perche' sarebbero il segnale di "un salto di qualita' di un gruppo che si candida ad aggregarsi con il nucleo che ha rivendicato il delitto D'Antona". Dunque l'impegno e' forte e non si tralascia nessuna pista: anche oggi, infatti, si e' lavorato oltre che sulla rivendicazione anche su eventuali tracce lasciate dal commando e sui resti della bomba (una parte di detonatore e cio' che resta del cellulare usato come innesco). E' proseguita anche la raccolta di testimonianze, tra le quali quella di un giovane che vive nel palazzo antistante quello dell'attentato: il ragazzo ha raccontato di aver sentito il boato dell'esplosione e di essersi subito affacciato alla finestra ma di non aver visto nulla di particolare.

11 aprile - Per il leader di Forza nuova, Roberto Fiore, a Catania per l' inaugurazione della sede del movimento, "C' e' il rischio di un ritorno alla lotta armata da parte della sinistra estrema italiana dopo il voto". "Noi - rivela Fiore - abbiamo gia' disegnato uno scenario che ipotizza, subito dopo il voto, lo scatenamento della piazza da parte dei centri sociali, ma in realta' di tutta la sinistra, e l' inizio di una nuova stagione del terrorismo". In questo quadro Forza nuova si autodefinisce "in prima linea contro l' aggregazione di sinistra, piu' o meno estrema". Fiore ricorda "gli attacchi subiti, con attentati a sedi e militanti" e anticipa la linea di Forza nuova: "noi - dice - terremo i nervi ben saldi ma non siamo disposti a cedere un millimetro del territorio che abbiamo conquistato". "La nostra presenza - conclude Fiore - e' una garanzia, paradossalmente, di pace e di ordine perche' con noi si affermano dei valori che sono di serenita' e tranquillita', di ordine e moralita'".

11 aprile - "La Repubblica" pubblica un' intervista di Silvana Mazzocchi a Valerio Morucci:
"Quello era un nostro obiettivo" L'ex capo br: ritenevamo lo Iai collegato ad ambienti militari italiani e Usa
SILVANA MAZZOCCHI
"Roma - "Sì, all'epoca nelle Br l'Istituto Affari internazionali era stato preso in considerazione all'interno di quello che veniva chiamato il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali, allora per noi responsabile di ogni male. Quando, però, non me lo ricordo. E non so dire niente di più". Valerio Morucci, leader delle Brigate Rosse e componente del commando responsabile della strage di via Fani e del rapimento di Aldo Moro (16 marzo 1978) lavora ormai come esperto di computer. Al telefono cade dalle nuvole. E' sera, si moltiplicano le ipotesi sulla bomba esplosa di prima mattina in via Brunetti, eppure Morucci dice di non ha ancora avuto il tempo di ascoltare almeno un notiziario. E che dunque dell'attentato non sa proprio nulla. Morucci, il giudice Rosario Priore sostiene che negli anni Settanta l'Istituto di Stefano Silvestri era ben conosciuto dalle Brigate rosse. "E' vero, lo ritenevamo ben collegato oltre che ad ambienti militari nostrani ad ambienti militari di oltreatlantico. Tutto qui". E' possibile secondo lei che qualcuno si sia ispirato oggi ai documenti di allora? "Lo escludo, perché l'Istituto Affari Internazionali non è mai stato citato nei nostri scritti, né nei nostri comunicati. Almeno che io sappia. Evidentemente Priore si riferisce alle carte, ai fascicoli sequestrati in qualche base brigatista e finiti nelle inchieste sulle Br. Probabilmente sarà stata trovata una qualche scheda su questo organismo". Probabilmente? "Sarà sicuramente così. Se lo dice Priore... Che io ricordi non comparve mai sui documenti delle Br. Del resto, in caso contrario, agli scritti sarebbe seguita un'azione contro l'Istituto, che invece non c'è mai stata. All'epoca, quando un obiettivo veniva indicato su un documento, poi veniva colpito. Invece, che mi risulti, non venne mai fatto nulla". Il giudice Priore afferma anche che l'attentato potrebbe essere l'occasione per la pubblicazione della risoluzione strategica brigatista annunciata nel volantino trovato a Padova due giorni fa. "Libero di pensarlo. Io non posso saperlo. Ma una cosa sono in grado di dire alla luce dei fatti di allora. Non credo che questo attentato possa essere considerato preparatorio di una risoluzione strategica, perché le Brigate rosse le bombe non le hanno mai messe. Per il resto di questi tempi non so proprio cosa pensare". Sono passati più di venti anni, potrebbe essere cambiata la strategia. Gli investigatori avanzano anche l'ipotesi che ci possa essere una relazione tra la bomba in via Brunetti e la riunione del G8 che si terrà a Genova. "Lo ripeto, non lo so. Non sono in grado di pensare nulla su quello che avviene oggi". Lei diceva che le BR non hanno mai messo bombe. L' attentato di oggi non ha provocato per fortuna né morti né feriti, ma solo danni materiali. Non potrebbe essere stato un atto preparatorio? "Torniamo di nuovo a quel che diceva Priore su una ipotetica e prossima risoluzione strategica? Ecco, a maggior ragione mi sembrerebbe davvero strano che una bomba di questo tipo possa essere preparatoria di un documento corposo e sostanziale come, almeno all'epoca, erano le risoluzioni strategiche delle Brigate rosse. Insomma, secondo me quello che è successo questa mattina non c'entra proprio niente con le Br o almeno con quello che io posso sapere o interpretare". Il secondo possibile obiettivo che ha la sede nel palazzo di via Brunetti è il Consiglio per le relazioni ItaliaUsa. Era citato in un volantino dei Nuclei territoriali antimperialisti del 1997. A lei non ricorda nulla? "Questa sigla non mi dice niente. E all'epoca tra le nostre schede non c'è mai stata. Sono passati tanti anni. Che ci azzecca con quanto avviene oggi la realtà di allora?".

11 aprile - "Il Messaggero" pubblica un' intervista con Adriana Faranda:
Faranda: "Lotta armata? Sconfitta dalla storia"
ROMA - "Noi facevamo inchieste a tappeto su molte cose, poi dividevano il materiale tra una casa e un'altra. Probabilmente quella scheda era da noi; penso sia rimasta una ricerca di informazioni a livello di raccolta di ritagli di giornale". Ventidue anni dopo Adriana Faranda ricorda con fatica la scheda sull'Istituto Affari Internazionali che le "sue" Brigate Rosse confezionarono negli anni di piombo. Stesso obiettivo, oggi come allora. Signora Faranda, cosa le viene da pensare? "Ho un ricordo vago di quella documentazione. Ammesso che sia veritiera la rivendicazione, non mi stupisce il fatto che ci sia una comunanza di obiettivi. Noi eravamo antiamericani, combattevamo l'imperialismo degli Stati Uniti, era ovvio che cercassimo tra gli altri, anche obiettivi che avessero relazioni con i settori della sicurezza e della difesa".
Cosa altro c'è di simile tra le Br che rapirono Moro e i terroristi di oggi?
"Non c'è nessuna continuità di tipo organizzativo, perchè usano strumenti che le Brigate Rosse non hanno mai utilizzato, come l'esplosivo. Forse una continuità di tipo politico: Credo che sicuramente si saranno ispirati ai documenti delle Brigate rosse che hanno letto, che sono depositati agli atti dei processi, che sono stati pubblicati sui libri e sui giornali".
Che impressione le fa, oggi, sentir parlare di lotta armata?
"Il primo istinto è di stupore, mi sembra una cosa inattuale. Già non era attuale ai nostri tempi, figuriamoci oggi. Ma sento anche di non poter giudicare: ecco, guardo questa cosa con stupore e con un po' di preoccupazione. Ma ora sono talmente fuori da tutto che non ho altri strumenti di valutazione".
Neanche per capire le motivazioni di questi Nuclei di iniziativa proletaria?
"Traggono ispirazione da vecchie carte, che avranno attualizzato. Mi sembrano fuori dal tempo, aggrappati ad un passato che non può esistere. Vogliono riproporre un terreno di lotta armata, che è un discorso già sconfitto dalla storia".
Per adesso hanno scelto un via incruenta, quella della bomba senza feriti...
"Un'esplosione è comunque un evento fuori controllo. Il rischio che ci sia un passante è sempre presente".
Signora Faranda, parliamo delle nuove Br che hanno ucciso D'Antona. Sono davvero i vostri eredi?
"Qualcuno, se non vado errata, ha dato il suo appoggio dal carcere. Ora non lo se sono i nostri eredi; non sono qualificata per dirlo. Dovrebbero rispondere le persone che con le Br si identificano ancora. E che sono un'esigua minoranza, molto esigua; non credo che siamo più di dieci persone che sono poi le ultimissime leve, non certo i capi storici. Ecco, al massimo una qualsiasi legittimazione può essere arrivata solo da queste poche persone".

12 aprile - "Il Corriere della sera" scrive:
Spunta un' altra pista per l' omicidio D' Antona
IL RETROSCENA Spunta una nuova traccia per l' omicidio D' Antona ROMA - Al primo piano dell' edificio B, nell' anticamera del procuratore, il carabiniere in divisa annuncia che l' attesa sarebbe inutile: "Il dottor Vecchione è impegnatissimo, non può ricevere". La consegna del silenzio, alla Procura di Roma, è tassativa per tutti i magistrati, e i sostituti del cosiddetto pool antiterrorismo si adeguano: "Non possiamo dire nulla". Eppure gli argomenti non mancherebbero, in un ufficio giudiziario che all' indomani della bomba di via Brunetti è tornato al centro di interrogativi e polemiche: come procedono le inchieste sulle Brigate rosse? Che cosa hanno in mano gli inquirenti sulla nuova minaccia terroristica, a quasi due anni dall' omicidio D' Antona, mentre gli apparati di intelligence lanciano segnali poco rassicuranti per il futuro? Naturalmente il nodo principale è proprio il delitto di via Salaria firmato dalle Br il 20 maggio 1999. Da Torino un altro magistrato che si occupa della nuova emergenza, il procuratore Maddalena, dichiara sconsolato: "Il fatto di non avere ancora risposte chiare su quale struttura si cela dietro il delitto mette in difficoltà un po' tutti". Soprattutto a Roma, verrebbe da dire, nel palazzo di giustizia dove al silenzio si aggiunge un' unica assicurazione: "Stiamo lavorando". Questo almeno non sembra in discussione, visto che i faldoni che raccolgono gli atti sull' omicidio D' Antona e dintorni sono più di ottanta, e dentro ci sono - tra l' altro - le trascrizioni di intercettazioni telefoniche su decine di persone. E se le piste battute finora si sono rivelate dei vicoli ciechi, qualche timida aspettativa suscita l' ultimo filo preso in mano dalla polizia: una traccia sottilissima, emersa proprio da una delle tante conversazioni ascoltate e registrate, che porterebbe a un "ambiente" forse vicino alle Br riemerse due anni fa. Il lavoro su quel filo è cominciato da un po' , e gli investigatori confidano che abbia un destino diverso dagli altri. La storia del presunto telefonista Alessandro Geri, arrestato a maggio del 2000 e scarcerato due settimane più tardi, brucia ancora; nessuno, in Procura come in Questura, parla di "errore", ma tutti sono consapevoli che per adesso è un capitolo chiuso. Quella dell' ex-nappista Giorgio Panizzari, scaraventata sui giornali a dicembre come una "svolta", vale ancor meno. "Nessuno di noi ha mai pensato nemmeno per un momento che Panizzari potesse essere coinvolto nell' omicidio", si lascia sfuggire un inquirente. In quel caso l' interesse sulla vecchia conoscenza degli archivi giudiziari e delle patrie galere nasceva dalle sue frequentazioni con un ex-brigatista di peso molto maggiore, condannato all' ergastolo, rimasto in carcere per dieci anni e oggi semilibero: dal confronto tra alcuni documenti attribuiti a lui e quello che rivendicò il delitto D' Antona, qualche investigatore ipotizzò che potesse essere l' anello di congiunzione tra le vecchie e le nuove Br. Ma Panizzari non ha saputo o voluto dire nulla che potesse collegare l' antico militante alla ripresa della lotta armata, e tutte le indagini mirate su quel personaggio si sono rivelate un buco nell' acqua. Infine, mentre proseguivano gli accertanenti su alcuni ex-br del vecchio nucleo toscano spariti dalla circolazione e la polizia cominciava a seguire l' altro filo ancora segretissimo, i carabinieri hanno consegnato il loro rapporto su un altro segmento di "antagonismo" tenuto sotto controllo per un anno, e che secondo gli investigatori dell' Arma ha tutte le caratteristiche dell' associazione sovversiva che potrebbe dare linfa alle Brigate rosse. Come si sa, quel lavoro è rimasto fermo fino alla scadenza dei termini d' indagine e alla fuga di notizie, provocando la seccata reazione del procuratore Vecchione e qualche scintilla con i carabinieri. Proprio a partire da questa vicenda, però, un risultato la Procura di Roma l' ha raggiunto: ha sollecitato e ottenuto dal governo un decreto-legge che estende anche ai reati di partecipazione ad associazione sovversiva e banda armata la proroga "coperta" dei termini d' indagine, come avviene per gli appartenenti alla criminalità organizzata. Un decreto varato in fretta e furia la scorsa settimana, grazie al quale i magistrati non devono più avvisare gli indagati che c' è qualcuno che li pedina, o ne ascolta i dialoghi. Nel dubbio su quali conclusioni tirare, insomma, gli inquirenti hanno chiesto e avuto altro tempo. Con la speranza di arrivare, pri ma o poi, a qualche risultato che permetta loro di uscire da un tormentato e poco rassicurante silenzio. Giovanni Bianconi

12 aprile - I Nuclei Territoriali Antimperialisti (Nta) rivendicano "la valenza dell' attacco strategico compiuto dai compagni dei Nipr" in via Brunetti in un documento di due fogli, con in alto la riproduzione di una stella a cinque punte - datato 10 aprile 2001, inviato nel pomeriggio per fax all' agenzia Adnkronos. I Nuclei Territoriali Antimperialisti sostengono che con i due obiettivi colpiti i Nipr hanno dato "un nuovo contributo al radicamento dell' opzione di scontro tra Classe e Stato" ed hanno ripromosso "con vigore, come gia' espresso con il precedente documento del 17 maggio 2000, la valenza della promozione e costruzione del Fronte Combattente Antimperialista". Nella rivendicazione di "valenza" dell' attentato di Roma, i Nuclei Territoriali Antimperialisti richiamano la loro "risoluzione strategica"del settembre 1997 con la quale - a loro dire - e' stata avviata la "politica rivoluzionaria", seguita - aggiungono - dall' "esecuzione del nemico di popolo Massimo D' Antona" e dall' "attacco programmatico" da parte della "Cellula Barbara Kistler" alla sede di Trieste dell' Istituto del commercio estero (Ice), nel settembre 2000. I Nuclei Territoriali Antimperialisti informano anche che, simultaneamente all' attentato di Roma, "la cellula 'Bassa Padovana' " dell' organizzazione "ha rilanciato i caratteri dell' attuale stagione rivoluzionaria". Essa - scrivono i Nta -"dovra' esprimersi nella disarticolazione dei progetti emanati dalla Borghesia Imperialista, sia in sede di rinnovo delle cariche e degli istituti del potere esecutivo e legislativo, sia contro gli organi e le funzioni di una Repressione ampiamente caratterizzata al contrasto violento e preventivo di tutte le istanze proletarie e sociali che si avversano al piano di riforma dello Stato e degli Stati: piano di rifunzionalizzazione che affonda e si radicalizza nel progetto imperialista di Coesione Europea e di spartizione dei mercati diretta politamente dagli Usa e, militarmente, dal mortifero braccio armato della Nato". I Nta, inoltre, sostengono che sia l' azione di Trieste, sia l' attentato di Roma rendono "centrale l' attenzione delle forze rivoluzionarie" nei riguardi di "quel personale e quegli organismi che sono, da sempre, silenziosi reggicoda del potere e dei peggiori progetti dispiegati nel mondo della borghesia antimperialista". I Nuclei attaccano poi il vicepresidente dello Iai Stefano Silvestri e lo stesso istituto, accusandolo di avere "una fitta rete di relazioni inter-imperialista", che verrebbero esplicate attraverso un laboratorio finanziato da "enti e gruppi di potere", gli stessi - secondo Nta - che "hanno partecipato e partecipano allo sbilanciamento del patto neo-corporativo tra Confindustria-sindacati-governo", il quale - sempre secondo i Nta - ha "attaccato e distrutto le piattaforme del diritto nell' ambito del lavoro". I Nuclei Territoriali Antimperialisti aggiungono, inoltre, che l' attentato di Roma rientra nella linea di "scontro" che oppone "Classe a Stato" e "antimperialismo a imperialismo", in "oggetiva identita' d' azione con l' impianto teorico-pratico espresso dalle Brigate Rosse per la costruzione del partito comunista combattente". Nell' ultima parte della rivendicazione, infine, si fa riferimento a significative esperienze rivoluzionarie europee" e si aggiunge che l' attentato di Roma ha il valore di"un nuovo e significativo passo nell' attrezzamento del campo proletario, dei rivoluzionari e delle O.C.C. nella prospettiva di guerra di lunga durata per l' instaurazione del Comunismo!".

12 aprile - E' nel Lazio il negozio che ha venduto il telefono cellulare utilizzato per l'innesco dell' ordigno scoppiato a Roma in via Brunetti, davanti alla sede dell' Istituto affari internazionali. Secondo quanto si e' appreso, il titolare dell' esercizio sarebbe gia' stato interrogato dagli investigatori, nel tentativo di risalire all' acquirente. Nell' ufficio del procuratore della Repubblica Salvatore Vecchione, la Digos ha portato una relazione riguardante proprio la scoperta del negozio dove e' stato venduto il telefono cellulare. Gli accertamenti puntano anche a chiarire se un motorino rubato, trovato nei pressi della zona in cui e' avvenuta l' esplosione, sia stato utilizzato dagli attentatori. Per l'ex generale dell'Esercito Fernando Termentini, uno dei massimi esperti di ordigni ed esplosivi, "Il detonatore utilizzato per far esplodere la bomba di Roma e' molto difficilmente reperibile in Italia, ma in alcuni Paesi esteri - dai Balcani al Medio Oriente - non c'e' alcun problema a trovarne in quantita'". Termentini - che in venti anni di carriera ha bonificato campi minati in mezzo mondo, e che ora continua a fornire consulenza ad Intersos - ha esperienza personale di bombe con meccanismi analoghi a quello di Roma in Afghanistan e in Kosovo, dove sono state utilizzate da gruppi di terroristi e paramilitari. "In Afghanistan - dice - gli ordigni erano azionati con delle radio portatili Vhf; in Kosovo con un sistema molto simile a quello utilizzato a Roma: un teledrin, azionato con una telefonata". "Il problema - spiega l'ex ufficiale - e' quello di trovare un detonatore che possa essere attivato da una tensione cosi' bassa come quella provocata dalla suoneria di un telefonino. Un detonatore del genere - secondo Termentini - non esiste in commercio: quindi, o viene costruito artigianalmente, ma e' un lavoro da veri esperti; oppure si aggira il problema".In che modo? "Chi sa di elettronica puo' accoppiare al telefonino un congegno che sia in grado di avere in entrata una bassa tensione e in uscita un'alta tensione. Una sorta di trasformatore". In ogni caso - prosegue Termentini - un detonatore serve e questo, in Italia, "puo' essere procurato solo con mille licenze, autorizzazioni ed un'identificazione certa. Oppure per vie illegali. All'estero e' molto piu' semplice: per chi ha fatto la guerra o vive il terrorismo e' pane quotidiano". Ma anche con tutto il necessario in mano, costruire l'ordigno di Roma - secondo l'esperto - non e' "cosa da novellini. La parte dell'esplosivo e' alla portata di un qualsiasi modesto conoscitore della materia, ma serve una buona conoscenza dell'elettronica per saper collegare l'accensione della carica alla suoneria. Comunque deve trattarsi di qualcuno con una certa fantasia, come tutti quelli che si divertono ad inventare delle trappole esplosive".

12 aprile - L' Ansa scrive:"Se si legge con attenzione il documento si vede che la risposta e' li' ". Un esperto di fatti di terrorismo ragiona in questi termini parlando dell' attentato di via Brunetti e della rivendicazione. La risposta sarebbe proprio nel passaggio in cui si fa riferimento al "tempo passato per crescere politicamente e militarmente". Chi conosce gli ultimi documenti brigatisti non ha difficolta' a trovare le 36 pagine di rivendicazione in linea con i precedenti. Piuttosto, se c'e' un elemento che balza agli occhi e' che "l' obiettivo rispetto al documento sembra posticcio". I documenti collegati all' omicidio D' Antona o trovati a Milano con la sigla Nipr - e' stato fatto notare - erano sempre caratterizzati dalla pertinenza tra obiettivo e motivazione. Nel primo caso era la critica alla concertazione e il sindacalismo, nel secondo la Cisl e il ruolo del sindacato. Nel caso dell' attentato di due giorni fa, sembrerebbe evidente che prima sia stato steso il documento e poi si sia individuato l' obiettivo "che potesse dare luce simbolica massima". Le 36 pagine sarebbero state, quindi, scritte a piu' mani e in tempi diversi e solo quando si e' deciso di colpire e' stato aggiunto il "cappello", una sorta di prefazione attualizzata dal riferimento all' attentato allo Iai. E' stato anche fatto rilevare che la difficolta' di controllare ogni obiettivo cosiddetto 'sensibile' rende le sedi lasciate 'scoperte' facili da colpire e da "caricare di significato". Il fatto che il documento sia state inviato per posta elettronica e', inoltre la prova, che il mittente "e' un soggetto che sa lavorarci". Quasi una conferma dell' eventualita' remota che abbia lasciato tracce telematiche che possano costituire una sorta di un filo di Arianna. Le stesse modalita' dell' attentato confermano che gli organizzatori abbiano fatto in modo di metterlo a punto con il preciso intento di non provocare vittime e, quindi, di sorvegliare la strada fino al momento dello scoppio. Un investigatore ha fatto notare che, visto il potenziale, lo scopo dell' azione era il gesto simbolico. Lo dimostrerebbe anche la collocazione dell' ordigno: lasciarlo fuori avrebbe potuto avere conseguenze su eventuali passanti "ma - e' stato notare - le bombe che fanno vittime non fanno parte della cultura eversiva di sinistra". Gli esperti artificieri stanno ancora esaminando i reperti dell' ordigno: e' certo che era a base di tritolo ma sulle altre componenti gli accertamenti sono ancora in corso. Non e' stata, infine, trovata conferma all' ipotesi che lo scoppio sia stato innescato con una telefonata fatta da una cabina al cellulare collegato all' ordigno.

12 aprile - L' Ansa scrive:" Lo stato delle indagini sul terrorismo in Italia "sotto il profilo dell'impegno, dei risultati conseguiti e di quelli conseguibili sulla base del lavoro svolto" e' "tutt'altro che negativo"; i problemi arrivano, invece, dal sistema legislativo e processuale. E' quanto sosteneva l'allora direttore centrale dell'antiterrorismo ed oggi vice capo della Polizia, Ansoino Andreassi, nell' ultima audizione alla Commissione stragi che, per la delicatezza dei temi trattati, fu secretata. "Se e' vero - sottolineava Andreassi - che l'omicidio D'Antona non ha avuto rispondenze risolutive" la pista romana aperta con l' indagine della scheda telefonica ha dato importanti elementi e individuato "livelli di contiguita'" importanti. Persone, rilevava Andreassi, nei confronti delle quali, pero', "non si hanno ancora elementi probatori per emettere provvedimenti di cattura". Il problema principale, come denunciava il capo dell' antiterrorismo, e' proprio che oggi anche per fattispecie di reato come l'associazione sovversiva o la banda armata, servono "elementi probatori di livello decisamente superiore rispetto al passato". E' dunque estremamente difficoltosa la contestazione di reati nei confronti di soggetti rispetto ai quali e' provato l'impegno organizzativo e l'intento eversivo.Andreassi spiegava inoltre come la tecnologia sempre piu' al servizio dell'investigatore e che offre vantaggi indiscussi non produce pero' risultati utilizzabili in sede processuale: "Ecco che attraverso una scheda telefonica si puo' ricostruire un percorso che prima non era possibile; cio' costa fatica e tempo, ma non produce risultati 'restrittivi'". L'omicidio D'Antona "e' stato giudicato dagli ambienti prossimi all'eversione come una fuga in avanti delle ricomparse Br-Pcc". A tratteggiare cosi' la nuova stagione del terrorismo e' stato Ansoino Andreassi nell'ultima audizione alla Commissione stragi. Il delitto del consulente del ministro del Lavoro "e' stato seguito da eventi minori", ma anche dalla "ricomparsa di sigle che non si vedevano da anni", sottolineava Andreassi secondo il quale: "quello e' stato l'innesco di una ripresa della logica della lotta armata". E tra le sigle comparse Andreassi citava in particolare i nuclei territoriali antimperialisti (Nta) che tanto si appiattiscono, notava, sulle tesi delle Br-Pcc, quanto palese e' che queste li respingono. E poiche' la Nato e l'antimperialismo sono gli obiettivi tradizionale di tutta l' eversione di sinistra e il particolare delle Br anche gli Nta nei loro documenti individuano questi come nemici. Nell'analisi del fenomeno Andreassi sottolineava inoltre il pericolo causato dall'aver abbassato le cautele. "L' essere usciti dall'emergenza terrorismo -diceva - ha portato ad abbassare le cautele che impegnavano trasversalmente le istituzioni, i mass media, la societa' civile e sostenevano l'azione degli inquirenti anche nel rispetto della riservatezza". "In questo senso -denunciava - vanno lette le fughe di notizie"."

12 aprile - I giudici della prima sezione del tribunale di Brescia condannano a 8 anni di reclusione il faccendiere, sedicente legato ai servizi segreti, Aldo Anghessa e a 3 anni e 8 mesi l'ex pubblico ministero di Como Romano Dolce, con cui Anghessa lavoro' a sequestri di armi, sostanze radioattive e denaro falso, eseguiti proprio nel comasco. Anghessa e' stato ritenuto responsabile di alcune operazioni di polizia dei primi anni '90 che, secondo la Procura della repubblica di Brescia, erano "inventate". Secondo l'accusa, il faccendiere "ideava" queste operazioni illegali perche' Dolce le scoprisse e alimentasse quindi la sua fama di "super-investigatore". Anghessa, da parte sua, otteneva dei premi per la collaborazione. E' stato invece assolto uno dei collaboratori di Romano Dolce, il sottufficiale della Guardia di Finanza Antonio Erdas mentre e' stato prosciolto per intervenuta prescrizione l'uomo d'affari, con interessi in Russia, Franco Fraquelli. Questi era imputato con Anghessa per truffa in relazione a oltre 200 milioni di lire che, secondo l'accusa, i due si sarebbero fatti consegnare dai parenti di due comaschi arrestati a Mosca perche' trovati con dollari falsi.

13 aprile - "Panorama" scrive:
La sporca alleanza. Il patto segreto tra nuovi e vecchi brigatisti
L'omicidio D'Antona, una serie di miniattentati dimostrativi e adesso la bomba a Roma. Da tempo il fronte dell'eversione cercava di compattarsi sotto un'unica regia. Ora c'è riuscito. Dopo un tam tam informatico cominciato nel '99 con l'annuncio del ritorno delle Br.
di MARCELLA ANDREOLI
"Ci sono voluti due anni, ma ce l'hanno fatta: la galassia del terrorismo, con la bomba fatta esplodere martedì 10 aprile a Roma contro l'Istituto affari internazionali, si è pericolosamente stretta in una sporca alleanza. Due anni fa, il 6 maggio 1999, nel sottosuolo della lotta armata accadeva un fatto rilevantissimo. I Nuclei territoriali antimperialisti, Nta, una sigla della galassia eversiva nata nei primi anni Novanta, si facevano vivi con un volantino, spedito via e-mail alla redazione della Repubblica, per annunciare una decisione storica: "È cessata da oggi la fase di promozione della campagna Primavera rossa". È nato, sostenevano i terroristi, "il Partito comunista combattente". Sembrava una boutade: come potevano i neofiti dei Nta, legati più ai temi del pacifismo che a quelli classici dello scontro classe-stato, annunciare un programma così ambizioso come, appunto, la nascita del Partito comunista combattente, marchio doc delle ultime Brigate rosse? Soltanto 14 giorni dopo quella missiva, il professor Massimo D'Antona veniva ucciso a Roma da un commando brigatista. Era da undici anni che le Br non premevano il grilletto, esattamente dal 16 aprile 1988, quando era stato eliminato Roberto Ruffilli, un altro esimio professore. È tornato all'azione il "Partito comunista combattente" annunciavano le Br nel documento di rivendicazione. I Nta, con basi soprattutto in Friuli e nel Veneto, avevano dunque visto giusto. Non poteva essere soltanto una fortunata preveggenza. Però quel messaggio e-mail non testimoniava ancora una saldatura tra le sigle del terrorismo, tra le vecchie Br e i nuovi adepti. Esprimeva semmai un auspicio: superare i conflitti. Gli esperti dell'antiterrorismo intravidero dietro l'esecuzione di D'Antona esclusivamente il profilo di seguaci delle Br, guidati da terroristi in carcere e da latitanti all'estero. Gente abilissima nell'impugnare le armi, ma meno esperta nell'uso della penna. Infatti il documento di rivendicazione dell'omicidio D'Antona risultava abborracciato e non all'altezza della perfezione militare dimostrata nel micidiale agguato. Com'era interpretabile il ritorno, dopo tanti anni, sulla scena del terrorismo con un'elaborazione politica di basso livello? Forse l'omicidio era stato eseguito proprio per dare il via a un non facile processo di osmosi. Nemmeno due mesi dopo, il 1° luglio '99, copie della rivendicazione dell'omicidio D'Antona vengono spedite ai consigli di fabbrica di 26 aziende. I brigatisti vogliono dimostrare una certa vitalità, ma ricorrono alle Poste, segno evidente che non hanno un radicamento sociale, come accadeva negli anni Settanta-Ottanta, quando i volantini venivano distribuiti nei mercati. Ciononostante l'esecuzione del professor D'Antona ha messo in moto un meccanismo infernale.
Dalla metà degli anni Novanta sono apparsi i Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza comunista. Sono una filiazione dei vecchi Nuclei comunisti combattenti, nati da una scissione nelle Br. I Carc sono guidati da un ingegnere, Giuseppe Maj, classe 1936, bergamasco, con precedenti di terrorismo risalenti ai primi anni Ottanta. I Carc hanno basi in mezza Italia: da Venezia a Napoli. Prima dell'omicidio D'Antona, i Carc si potevano definire gruppi di antagonismo sociale. Poi è accaduto qualcosa di grave. Incredibilmente, due mesi prima del delitto del professore, Maj diventa irreperibile. Entra in clandestinità d'emblée, benché non ci fossero allora indagini mirate nei suoi confronti. E dalla clandestinità attacca il "salto di qualità imposto dalle Brigate rosse" con il passaggio alla lotta armata. Per Maj e i suoi Carc, D'Antona era ovviamente un nemico di classe, "voleva rottamare i lavoratori, invece hanno rottamato lui". La sua esecuzione viene criticata solo perché intempestiva, come se il dibattito per la confluenza nelle Br di tutti i gruppuscoli sia meno facile del previsto. Il fatto è che la supremazia militare delle Br, dimostrata con l'agguato a D'Antona, ha infastidito la galassia terroristica. "Sembra che questi compagni (i brigatisti, ndr) non abbiano appreso nulla del passato e in particolare dei gravi errori che hanno portato alla disfatta delle precedenti Brigate rosse: lo stesso oggettivismo delirante, la stessa esaltazione, lo stesso culto dello spontaneismo" scrivono i Carc. Insomma, se vogliamo federarci, dobbiamo decidere insieme. I Carc hanno ben chiaro che "la formazione di un Partito comunista combattente che prepari il terreno all'insurrezione è una priorità, un passaggio obbligato". Come dire: D'Antona è stata una scorciatoia, facile per voi brigatisti con esperienza militare. Ma non vi seguiremo su questa strada. Dobbiamo abbassare i toni e scegliere obiettivi che ci facciano guadagnare consenso. È inutile sparare in faccia a qualcuno, meglio mettere qualche bombetta e saldare le alleanze con gruppi stranieri.
Dal 22 al 29 agosto 1999 le cellule minori del terrorismo si danno appuntamento a Giano dell'Umbria. Sono presenti anche aderenti alla Raf e al Grapo, ma anche francesi e turchi. Lo slogan è "sabotare ovunque le attività criminali dell'imperialismo" dove quel sabotare significa chiaramente non uccidere. Le Brigate rosse devono attendere. Non si può ripetere a breve un caso D'Antona, pena fare la fine del gruppo greco 17 Novembre: dal 1975 compie di tanto in tanto un omicidio e poi scompare, quasi fosse il braccio di un servizio segreto.
Inizia, nella tarda primavera del 2000 e firmata da più di una sigla, una sequela di miniattentati. I documenti di rivendicazione che spesso vengono spediti via e-mail risultano meno improvvisati delle gesta compiute. È evidente il rapporto inverso rispetto all'infausta impresa brigatista dove lo sfoggio militare contrastava con una modesta elaborazione teorica. Gli inquirenti sospettano che i Nuclei armati per il terrorismo, pieni di idee ma con pochi mezzi, si siano avvalsi di manovalanza reclutata tra gli anarchici per compiere l'azione contro l'Ince di Trieste.
L'episodio di martedì 10 aprile con l'attentato allo Iai e la rivendicazione dei Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria segna forse l'inizio della sporca alleanza tra vecchie Br e nuovi terroristi: la saldatura invocata con l'omicidio D'Antona. "La strategia della lotta armata è il modo in cui oggi si fa politica rivoluzionaria" decretano i Nuclei, capaci sia di scrivere sia di mettere bombe."
"Panorama pubblica anche un box con l' intervento di Andreassi, vicecapo della polizia:
"Troppe cautele contro i nipotini delle Br
Andreassi, vicecapo della polizia: "Tempi lunghi anche per ottenere
un'intercettazione"
"Avverto, così come i magistrati inquirenti, una sorta di disagio per la difficoltà di procedere con speditezza, specie quando si tratta di fare passi investigativi che non ammettono dilazioni. Un tempo se si chiedeva un'intercettazione telefonica, questa arrivava dopo un'ora. Attualmente occorrono giorni". La desolata denuncia è del dottor Ansoino Andreassi, vicecapo della polizia e già direttore centrale dell'Antiterrorismo. Il 17 gennaio scorso, davanti alla commissione Stragi, Andreassi ha denunciato i lacci e lacciuoli che rendono difficile il lavoro delle forze dell'ordine. "In Francia ci sono organismi come la Dsde che sono double face, sono intelligence e, all'occorrenza, polizia giudiziaria. Hanno facoltà di procedere a intercettazioni cosiddette amministrative ogni qualvolta si tratti di difendere la sicurezza del paese". "L'attenzione del legislatore" ha proseguito Andreassi "si è rivolta verso l'emergenza mafiosa, così che spazi e poteri attribuiti un tempo alla polizia giudiziaria nella lotta al terrorismo (leggi di emergenza, comprese le intercettazioni preventive) sono stati trasferiti sul fronte del crimine organizzato. È sintomatico l'impegno richiesto al Sismi e al Sisde nella lotta alla criminalità organizzata"."

13 aprile - "Il Messaggero" scrive:
I pm vogliono la proroga per Geri
La procura non intende chiudere le indagini. E un decreto consente il segreto
ROMA - Alessandro Geri, il presunto telefonista delle Brigate Rosse, resta sotto inchiesta. Ma non potrà sapere il motivo. Alla vigilia del primo anniversario dell'arresto dell'unico, serio, indiziato per il delitto di Massimo D'Antona, la Procura di Roma si prepara a chiedere la proroga delle indagini sul suo conto. La decisione è maturata negli ultimi giorni, nel massimo riserbo, ma non è ancora stata formalizzata. E non si esclude che anche l'attentato dimostrativo di via Brunetti di martedì scorso abbia contribuito a spazzare via gli ultimi dubbi, se mai ce ne fossero stati, circa la necessità di non archiviare l'inchiesta. Geri non avrà neanche la possibilità di conoscere i motivi per i quali i magistrati romani Ormanni, Ionta, Salvi, Saviotti e De Siervo ritengono necessario indagare ancora. Grazie ad un decreto legge ad hoc, varato dal Consiglio dei Ministri il 4 aprile scorso su proposta del ministro Fassino, e sollecitato dal procuratore di Roma Salvatore Vecchione "per motivi di urgenza", la richiesta di proroga resterà coperta, riservata, segreta. In altre parole, la Procura non dovrà calare i suoi assi. Il provvedimento in questione è uno schema di decreto leggeintitolato: "Disposizioni urgenti in tema di modifica dei termini di durata massima delle indagini preliminari riguardanti taluni delitti contro la personalità dello Stato", che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 5 aprile scorso. In parole semplici, il legislatore equipara gli imputati per reati di terrorismo, anche di entità modesta, ai boss mafiosi, per i quali la legge prevedeva già un termine più esteso per svolgere indagini riservate senza l'obbligo di notifica di atti all'indagato. Alessandro Geri, 27 anni, milanese trapiantato a Roma, tecnico informatico, fu arrestato la mattina del 16 maggio scorso nella sua abitazione in via di Portonaccio a Roma. Secondo il pool di magistrati che indagava sul delitto di Massimo D'Antona, era l'uomo delle Br che il 20 maggio del '99 avrebbe rivendicato l'attentato contro il consulente del ministro Bassolino. Sulla sua fedina penale non comparivano precedenti penali, ma solo segnalazioni circa "significative frequentazioni con gli ambienti della sinistra antagonista". All'identificazione di Geri, la Digos è arrivata seguendo proprio il percorso di una tessera telefonica. L'ultimo ad averla usata, il 7 giugno 1999, era stato Aladin Hamidovic, un nomade "che frequenta centri e organizzazioni collegati al progetto Gipsy". Lo zingaro venne interrogato e indicò alcune persone che potevano avergli regalato la scheda. Tra loro c'era Alessandra Della Ragione, che lavorava alla Cooperativa sociale Magliana 80. La donna venne seguita e si scoprì che frequentava assiduamente un giovane biondino. L'uomo assomigliava a quello dell'identikit fatto da Federico, un ragazzino di 14 anni che il 20 maggio aveva telefonato dalla cabina di via Rocci, appena quattro minuti prima del telefonista Br. "È lui - aveva dichiarato - è la stessa persona che ho visto quel giorno. Aveva un motorino blu e i pantaloni macchiati di vernice". Il confronto venne ripetuto dopo l'arresto. Ma alla fine, assistito dall'avvocato Rosalba Valori, Alessandro Geri fu scarcerato dopo dieci giorni di carcere, mentre si scatenarono le polemiche circa una fuga di notizie che aveva convinto i magistrati a procedere all'arresto in assenza di prove sufficienti per trattenere l'indagato in carcere.Le indagini sono proseguite in un clima di concorrenza tra le stesse forze dell'ordine. E fino a qualche settimana fa non avevano portato a grossi risultati. Il Ros dei Carabinieri aveva consegnato un rapporto sulla galassia dell'antagonismo romano, sollecitando anche l'arresto di un esponete del Centro Sociale Iniziativa Comunista, del Quarticciolo. Richiesta che la Procura non ha preso in considerazione. Più riservata l'indagine della Digos, partita da alcune intercettazioni telefoniche e, forse, molto vicina all'individuazione dei presunti componenti del commando che uccise D'Antona.

13 aprile - "La Stampa" scrive:
L'agente Cia
"C'è la mano delle vecchie Br"
corrispondente da NEW YORK
JOHN Paul Spinelli è un ex 007 della Cia. E' stato a lungo a Roma, incaricato dei rapporti con i colleghi italiani per fronteggiare ogni emergenza, ogni possibile rischio. Negli Stati Uniti è diventato un personaggio pubblico da quando, lo scorso febbraio, il magazine del "Washington Post" ha raccontato la sua avventura in Somalia dove, nel settembre del 1993, cadde in un'imboscata assieme al capo stazione della Cia. Nonostante i due proiettili in corpo, è riuscito a sopravvivere. L'attentato di Roma è stato rivendicato dai Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria. Secondo lei di chi si tratta? "Sono bande di nuovi brigatisti guidati da qualche vecchio". Come fa a dirlo con tanta sicurezza? "Il metodo è quello di bombe di media o bassa potenza. E' la firma delle Br. Ricordo che le usarono, ad esempio, all'epoca delle rivolte nelle carceri. All'epoca era gas adesso tritolo ma è lo stesso tipo di bomba. E la stessa firma". Qual è il loro obiettivo? "Il programma delle nuove Brigate Rosse è noto da tempo, non è un segreto per nessuno. Identificano i loro nemici con i Paesi più industrializzati e le politiche che perseguono". Perché colpire proprio ora? "Di azioni simili potrebbero esservene altre da qui al summit fra gli Otto paesi più industrializzati in programma a Genova questa estate. Il G-8 offre alle nuove Brigate Rosse l'opportunità di farsi vedere, di diffondere il loro programma verso un pubblico vasto nel tentativo di contagiare la galassia di gruppi di protesta che si è fatta già sentire, ad esempio, durante gli scontri avvenuti a Napoli. La bomba esplosa a Roma potrebbe segnare l'inizio di un periodo di azione". Come spiega la scelta dell'obiettivo? "Perché per i nuovi brigatisti sono proprio i centri studi internazionali i luoghi dove i maggiori paesi preparano le loro scelte sui grandi temi sui quali vogliono dare battaglia, come ad esempio l'ambiente. Il programma delle nuove Brigate Rosse è diretto contro i paesi industrializzati e loro politiche". Quanto sono presenti sul territorio in Italia le nuove Br? "Molto. Non credo che vi sia alcuna istituzione pronta oggi ad affermare il contrario". Chi ne fa parte? "In gran parte si tratta di giovani ma alle spalle vi sono dei vecchi che li ispirano e gli danno consigli, sulla base delle loro esperienze". Quanto sono davvero pericolose? "Lo sono perché rispetto alle vecchie Br hanno perfezionato la loro organizzazione". In che maniera? "Innanzitutto sono composte da un numero più ridotto di persone, in secondo luogo sono suddivise in minicellule sul territorio che operano separatamente. Per chi gli dà la caccia non è facile rintracciarle. Se ne scopri una non puoi trovare subito dopo le altre. Da tempo avevano annunciato i loro obiettivi, adesso hanno iniziato la lotta perchè il summit del G-8 a Genova gli consente di avere una ribalta di lusso".

13 aprile - Un volantino anti-globalizzazione, a firma "Brigate Willien" e' recapitato alla redazione Ansa di Aosta. In esso si definisce "la lotta armata elemento propedeutico all' etica della ribellione che e' uno strumento teorico indispensabile per la rinascita di una coscienza civile". Nel volantino - indicato come "Comunicato n. 1", fatto trovare nella buca della posta e contrassegnato da una normale e vistosa stella rossa - si legge inoltre: "abbiamo scelto di intraprendere iniziative di esplicito dissenso nei confronti della globalizzazione politica, culturale e, naturalmente, tecnologica, ideologia perversa, strumento di controllo del pensiero e fautrice della dipendenza di massa". "Operiamo da oggi in Valle d' Aosta con ogni mezzo a nostra disposizione - conclude il "Comunicato n. 1" - Non siamo in guerra con il mondo, ma con chi, facendo sfoggio con prepotenza e presunzione del proprio potere economico, sostiene di avere il diritto di rappresentarlo". Sull' episodio sta indagando la Digos di Aosta, alla quale le "Brigate Willien" risultano sconosciute.

13 aprile - Alcune cicche di sigaretta trovate vicino alla sede dell'Istituto Affari Internazionali, dove all' alba di tre giorni fa e' scoppiato l' ordigno collocato dai Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria (Nipr), sono all' esame degli esperti del Centro investigazioni scientifiche dei carabinieri per l' accertamento del Dna. Gli inquirenti non escludono che le cicche possano effettivamente essere state buttate dal commando che ha piazzato la bomba: i terroristi, dunque, potrebbero aver commesso un' ingenuita', forse conseguenza della concitazione per la collocazione dell' ordigno. Anche in altre indagini (attentato a Falcone, ordigno di via In Lucina a Roma) proprio l' esame del Dna porto' all' identificazione dei responsabili. Alcune persone, intanto, sarebbero state poste sotto controllo, anche con intercettazioni telefoniche ed ambientali. Sull'andamento delle indagini gli inquirenti sono abbottonatissimi, ma per piazzare microspie e ascoltare utenze telefoniche bisogna avere un'idea precisa ed evidentemente ci sono dei nomi che sono gia' al centro dell'attenzione di chi conduce l'inchiesta. Forse gli stessi nomi che compongono le "cellule" che hanno rivendicato l'attentato di via Angelo Brunetti. Testimoni veri e propri, si e' appreso, al momento non ce ne sono e le quattro persone ascoltate dai carabinieri hanno solo sentito l'esplosione ma non hanno visto niente. Del resto l'ora scelta dagli attentatori (dopo le 4 del mattino, la giornata di chiusura del ristorante che sta di fronte alla sede dell' Istituto e la strada buia) sono stati studiati - sottolineano gli inquirenti - con molta attenzione. Per gli inquirenti, comunque, i responsabili dell' attentato sono persone che hanno un lavoro, che si tengono aggiornate sulle nuove tecnologie, navigano su Internet e tra di loro ci sono perlomeno due esperti. Il primo "esperto" e' uno che sa maneggiare con perizia gli esplosivi, e' capace di confezionare un ordigno micidiale senza farselo esplodere tra le mani, in grado di trasportarlo o di farlo trasportare senza rischi. Il secondo e' uno che la sa lunga in fatto d'informatica, di telefoni, sa come utilizzare un computer e mandare una e-mail o un fax senza lasciare tracce o lasciandone di tali che possano confondere chi cerca di ripercorrere i suoi movimenti. Magistrati e investigatori sanno di trovarsi di fronte a persone che hanno alzato il tiro pur rimanendo la bomba di via Brunetti piu' un messaggio che non un'azione mirata come e', invece, proprio dello stile delle Br. Il paragone con il mini attentato di via Po a Roma del maggio dello scorso anno per gli investigatori la dice lunga: in quel caso (nella rivendicazione c'era la stessa sigla usata tre giorni fa) si trattava di due bottiglie piene di esplosivo che neppure scoppiarono e che presentavano una rudimentalita' evidente. La logica vuole che oggi, per chi indaga, ci sia un elemento nuovo: chi ha preparato la bomba scoppiata tre giorni fa e' un estremista che non ha niente a che fare con la persona che preparo' l'ordigno di via Po. Forse qualcuno legato alla criminalita' organizzata? Qualcuno che mette le sue capacita' a disposizione di chi paga? Per gli inquirenti sembrerebbe escluso: l' ordigno e' stato preparato da uno della banda, sostenuto da una forte ideologia e legato all'intera "organizzazione ancillare", come viene definita questa nuova ala rivoluzionaria armata in ambienti investigativi. Al centro delle indagini ci sono i movimenti del Carc, e in posizione piu' avanzata dei Nipr, dei Npr (che siglarono l' attentato alla sede Cisl di Milano), dei Nta (strutturati in quattro o cinque cellule). "Tra di loro si parlano in forma pubblica mandandosi lettere aperte e riconoscendo l'avanguardia brigatista - commentano gli inquirenti - hanno contatti tra di loro, si conoscono, forse si stanno dando una forma piu' precisa. Invece, non c'e' nessun elemento che faccia pensare che abbiano un legame e una comunicazione effettivi con i responsabili dell'omicidio D'Antona. Anzi, probabilmente quel contatto non ce l'hanno e lo stanno cercando".

13 aprile - E' trovata in una cabina telefonica di Miramare a Trieste copia del documento con il quale i Nuclei Territoriali Antimperialisti (Nta) hanno rivendicato all' agenzia Adnkronos la 'valenza' dell' azione dei Nuclei di iniziativa proletaria e rivoluzionaria (Nipr) contro l' Istituto affari internazionali e il Consiglio per le relazioni Italia-Usa di Roma. Il documento e' stato trovato per caso da una persona che doveva fare una telefonata e che ha poi chiamato la Polizia.

14 aprile - "La Repubblica" edizione di Napoli scrive:
"Un patto d'acciaio crimine-disoccupati"
La denuncia di Nicola Izzo che annuncia indagini a tutto campo sulle infiltrazioni nel movimento
IRENE DE ARCANGELIS GIOVANNI MARINO
"ESISTE un patto tra frange di disoccupati e criminalità. Un accordo che ha alzato il livello della lotta a stadi di grande allarme. Per questo non possiamo che indagare su tutti i fronti senza perdere di vista ogni segnale e mettere in atto un più elevato livello di investigazione". Sono parole gravi quelle pronunciate dal questore di Napoli, Nicola Izzo, dopo la giornata di fuoco dell'altroieri. A pochi metri da lui, negli uffici della Digos, un pool di funzionari è al lavoro per uno screening che possa rivelare le infiltrazioni, gli inquinamenti, di altri settori criminali nel mondo dei senza lavoro organizzati; per capire chi intende raggiungere un obiettivo ancora oscuro agli investigatori proprio nel momento caldo della campagna elettorale. E' indagine aperta su chi cerca spazi per costruire una strategia della tensione in città. Qualcuno vuole impadronirsi della lotta dei disoccupati. Dargli connotazioni eversive. Nascondersi dietro sigle con altre finalità. Così si spiega il mese nero di Napoli, con bus incendiati, passeggeri terrorizzati, autisti minacciati. Danni per miliardi. Si respira un clima pesante. Si legge nel dossier su terrorismo e camorra inviato ai presidenti delle commissioni Stragi (Giovanni Pellegrino)e Antimafia (Giuseppe Lumia) dalla Dna del procuratore nazionale Pierluigi Vigna: "Vi è poi una sequenza di episodi, verificatisi nella seconda metà del 2000, sintomatici del livello organizzativo raggiunto dal movimento dei disoccupati". Segue un elenco di vicende lungo due pagine. Non è, non può essere casuale l'inserimento di questa sequela di episodi in un rapporto della Direzione nazionale antimafia destinato a 4 Procure italiane e a 2 commissioni parlamentari. E' significativo di come, gli analisti dei più gravi fenomeni criminali, registrino con allarme la nuova strategia posta in essere dai disoccupati. Il pubblico ministero Franco Roberti, proprio l'autore del dossier spedito a Roma, Firenze, Milano e Napoli, è preoccupato: "Smettiamola di pensare ad azioni casuali. Quanto sta avvenendo deve allarmare perché presuppone, invece, un preciso coordinamento e quindi una organizzazione che pensa e dirige questi raid che scattano simultaneamente in più punti della città. Siamo alle repliche di questo genere di azioni delittuose, è evidente che esiste un gruppo di organizzatori alle spalle. Siamo di fronte ad una strategia criminale ben precisa". "Situazione ad alto rischio la definisce Edoardo Cardillo, segretario Uil specie perché coincide con le bombe di Roma e Torino e si innesta quindi in un quadro generale inquietante". "Inaccettabile quanto sta accadendo a Napoli aggiunge Michele Gravano, segretario della Camera del Lavoro assistiamo a tecniche di intimidazione e di ricatto poste in essere con l'arroganza di chi si crede certo dell'impunità, esistono oggi frange che vogliono ricattare e che agiscono fuori dalla legge danneggiando lo stesso movimento dei disoccupati". Cardillo chiede "alle forze politiche, a tutte le forze politiche, di mostrarsi consapevoli del pericolo in atto e di non coprire neppure minimamente le azioni di autentica guerriglia dentro le quali, spesso, si nasconde dell'altro". "Non bisogna assolutamente abbassare la guardia sostiene il segretario regionale Cisl Pietro Cerrito sono avvenimenti che ritmicamente si stanno ripetendo e quindi rispondono a una strategia della tensione piuttosto che ad una emergenza occupazionale, bisogna vigilare". E Renato Muratore, direttore dell'Anm, l'azienda speciale dei trasporti, è sulla stessa linea: "Quanto sta accadendo non ha nulla a che vedere con la lotta dei disoccupati. Chi brucia gli autobus, cospargendoli di benzina e dandoli alle fiamme, facendo fuggire autisti e passeggeri, non può che definirsi un criminale. Da fermare. Al più presto".
E anche:
In 15 pagine le analisi dei magistrati
il documento
QUINDICI pagine, arrivate a Palazzo San Macuto, sede della Commissione Stragi, nel febbraio scorso, appena un mese e mezzo fa, avvertivano: attenzione, da una molteplicità di segnali, indagini e accadimenti, risulta che camorra e nuovo terrorismo cerchino di reclutare forze nella galassia dei movimenti dei disoccupati. Un lavoro di intelligence e ragionamento messo per iscritto dalla Direzione nazionale antimafia del procuratore Pierluigi Vigna e firmato dal responsabile del dipartimento camorra, Franco Roberti. In quelle pagine si ricostruiscono e si collegano tanti frammenti investigativi che evidenziano zone di contiguità fra l'eversione e frange dei senza lavoro. In particolare, nel corso di una perquisizione nel '99 presso una sede dei Carc, viene trovato un documento in cui si sottolinea l'importanza di spiegare più chiaramente al movimento dei disoccupati napoletani lo scopo che le Br si sono prefisse con il delitto D'Antona. I disoccupati napoletani vengono testualmente definiti motore storico della resistenza al procedere della crisi e quindi alla ricostruzione del partito più potente e diretto degli esecutori del delitto D'Antona. Sempre nel dossier della Direzione nazionale antimafia sono riportati tutta una serie di episodi avvenuti nella seconda parte dello scorso anno con, protagonisti, esponenti del movimento dei disoccupati. Dal ventitre giugno 2000 al ventitre dicembre, si ricordano varie vicende. Fra queste, pure la manifestazione di protesta, condita da insulti dell'otto dicembre in piazza del Gesù contro il cardinale Michele Giordano e il sindaco Riccardo Marone.

17 aprile - "Il Messaggero" pubblica un' intervista al senatore a vita Francesco Cossiga sulle nuove Brigate rosse:
"A Napoli ci sono state le prove generali di quel che potrebbe accadere al G8 di Genova"
"Nipoti delle Br? No, Nuovi anarchici"
Cossiga: sono bombe diverse dagli anni '70. Sottovalutato il popolo di Seattle
di VIRMAN CUSENZA
ROMA - "Nipotini delle BR? No, Nuovi Anarchici". Francesco Cossiga non resiste alla battuta, ma trasuda cautela nell'analisi degli ultimi attentati che autorizzano a parlare di risveglio del terrorismo nel nostro Paese. "Prudenza, innanzi tutto - premette -. E' pericoloso esprimere ipotesi su materie come questa, anche se magari opportunamente agganciate a dati". Sta dicendo, di non essere sicuro che si tratti di terrorismo? "Guardi, il terrorismo inteso come forma di azione violenta in movimenti di contestazione globale è caratteristico di epoche all'insegna della transizione. E la nostra rientra in pieno in quella che è stata efficamente definita come la transizione infinita. Sembra quasi che la democrazia classica non riesca ad adeguare le istituzioni alla realtà del Paese. E non riesca a traghettarle dalla Prima Repubblica alla Seconda che ancora non c'è". Dagli anni 70 ad oggi il terrorismo ha avuto contraltari diversi a livello istituzionale. "Sono sopraggiunti fenomeni che potevano sembrare d'elite, come gli ecologisti e gli ambientalisti che hanno investito le condizioni di vita. Oggi masse e intellettuali possono essere mobilitate su questioni come i cibi transgenici... E la globalizzazione rischia di essere un fenomeno che riafferma la supremazia di un solo paese: gli Stati Uniti. Per non dire del crollo di vari punti di riferimento: la crisi dell'utopia socialista, il crollo della Dc, la crisi di valori come il matrimonio e il suo riconoscimento in forme, come quello omosessuale, che sono al di fuori della tradizione greco-giudaico-cristiana. Nella civilissima Olanda è stata legittimata anche l'eutanasia". Tiriamo le somme. "Tutto questo disgregarsi può far crescere spazi per un'azione politica di contestazione globale che trova naturalmente forme d'espressione nella violenza. Insomma, le condizioni per il ritorno di un certo terrorismo ci sono tutte". Perché l'ultima bomba in piena campagna elettorale? "L'averla fatta scoppiare a ridosso della composizione delle liste e dei travagli politici che vi sono stati a monte è la spia di una crisi. Hanno colto l'occasione per contestare l'insufficienza di questa forma di governo". Abbiamo a che fare con i nipotini delle Brigate Rosse? "Mi sembra una conclusione sbagliata e superficiale. Le Br si confermano un fenomeno nel solco della sinistra tradizionale. Basti ricordare l'efficace "Ritratto di famiglia" di Rossana Rossanda in quegli anni. Le Br erano nel solco di un'applicazione sbagliata del marxismo-leninismo alla nostra realtà. Non erano un fenomeno terroristico, ma di estremismo politico che attraverso la lotta armata volevano innescare una reazione che portasse alla guerra civile e alla rivoluzione. Qui siamo di fronte a qualcosa di diverso". Che tipo di terrorismo? "Parlerei di anarchismo, espressione di cui oggi si è perso un po' il senso. Anche scorrendo i loro documenti, si capisce che siamo di fronte a forme figlie di una cultura anarchica piuttosto che del brigatismo rosso o di Prima Linea, che muovevano in linea diretta dal comunismo. Quindi anarchia nel senso di negazione globale della realtà: ce n'è ampia traccia nello spontaneismo dei centri sociali. Le Br erano ben lungi dal negare l'assetto tradizionale di potere degli Stati e non ritenevano che gli equilibri internazionali fossero in crisi". Che ne pensa della tesi che il Pci stava alle Br come oggi Rifondazione sta ai nuovi anarchici? "Non la condivido. Rifondazione continua a stare nel solco della tradizione marxista-leninista. Naturalmente, essendo la punta estrema dello schieramento di sinistra credeva che tutto ciò che stesse alla sua sinistra fosse figlio suo, per quanto disordinato. Semmai possiamo dire che i centri sociali sono cellule staminali rispetto alle manifestazioni anarchiche di cui stiamo parlando. Nei loro documenti, infatti, c'è una dura critica all'azione dei centri sociali". E dire che nel documento delle Nuove Br dopo l'omicidio D'Antona c'era una dura critica dei Ds e una linea non troppo dura verso Rifondazione. "Verso Rifondazione c'era forse una speranza che però è andata delusa. L'opposizione ai Ds che traspare dal documento delle Nuove Br è durissima in quel maggio del '99, nella misura in cui a Palazzo Chigi c'era D'Alema. Passo che va considerato -non lo dico per mio interesse personale in quella vicenda- come la definitiva democraticizzazione del post comunismo in Italia. La guerra nel Kosovo ne è stata la svolta decisiva". Dalla sua analisi emerge cautela ma non allarme. E così? "Attenzione. Io dico che si sta creando un fenomeno che ha motivazioni forti, anche se sbagliate. La classe politica ha sottovalutato il popolo di Seattle. Ci vuole una presa di coscienza netta da parte di tutti i protagonisti: dalle forze politiche, al capitalismo che non deve essere tratto in inganno dall'ammina-bandiera delle ideologie e pensare che sia venuto meno l'antagonismo di classe seppure in versione aggiornata: il soggetto classe lavoratrice è vivo e vegeto. Infine, il sindacato deve cogliere la grande rivoluzione che c'è stata nel Paese. E i soggetti preposti alla lotta contro l'eversione si adeguino culturalmente a queste nuove forme di violenza. Anche perché, chiunque, vinca le eleizioni, avrà a cuore questo obiettivo". Lei prevede un G8 all'insegna della massima allerta? "C'era da temere per il G8 anche prima di quest'ultima bomba. Non va sottovalutata la prova generale di Napoli, dove solo la responsabilità delle autorità di pubblica sicurezza ha evitato la tragedia. Insomma, abbiamo avute le avvisaglie di quel che si prepara a Genova". Gli Usa sono preoccupati per un'Italia forse tornata nel mirino. "Neanche loro hanno tanto da sorridere. Proprio in questi giorni negli Usa assistiamo a recrudescenze anche con motivazioni antirazziste. Seattle è negli Stati Uniti, non a Napoli o in Basilicata". Ma, secondo lei, c'è un collante ideologico unico per questi ultimi attentati? "L'antiamericanismo è un ingrediente fondamentale della miscela di questo anarchismo. Mentre nel Pci c'erano filo-americani come Veltroni -che poi è diventato addirittura clintoniano- filoamericani nei movimenti eversivi di questo genere non ce ne sono. Gli Usa prima erano considerati il gendarme, oggi sono avvertiti come il gendarme e il dominus della globalizzazione intesa come esclusione selvaggia del capitalismo in una nuova forma di divisione del lavoro e dei consumi". E' il Nord-Est la fucina dei "Nuovi Anarchici", come li definisce lei? "Non lo so. Ma il Nord-Est è il laboratorio della nuova economia del nostro Paese ed è anche il luogo dove è più presente l'elemento militare della globalizzazione". Cioè le basi Nato. "Esatto".

18 aprile - Francesco Cossiga, durante un filo diretto con gli ascoltatori di Radio Radicale, ricorda i giorni del sequestro Moro e dice che "Le Br hanno ucciso Moro nel giorno in cui, praticamente, avevano vinto, perche' la direzione nazionale della Dc stava per convocare il consiglio nazionale che sicuramente avrebbe aperto la trattativa". "Il loro obiettivo, cioe' quello di far saltare l'alleanza tra Dc e Pci - ha detto ancora - sarebbe stato raggiunto molto piu' facilmente con la liberazione di Moro, viste le accuse violentissime che Moro aveva rivolto al Pci e anche a me. Ma la logica pseudorivoluzionaria delle Br non poteva non portare alla teatralita' del sequestro, del processo e dell' esecuzione". Cossiga ha poi affermato di aver cambiato idea sulle lettere di Moro dalla sua prigionia: "mentre prima sostenevo che quelle lettere non fossero autentiche dal punto di vista morale, oggi ho cambiato idea. Quelle lettere sono l'espressione di una sua visione cattolica, e non cattolico-liberale, dello Stato e della societa'. Una frase apparentemente assurda come: 'non potete uccidermi perche' lascereste solo il mio nipotino', dimostra che Moro negava il carattere etico dello Stato e non comprendeva perche' un valore reale, come quello dei sentimenti del nipotino, dovesse cedere rispetto a una cosa astratta come la dignita' dello Stato". Sempre a proposito di Moro, Cossiga ha nuovamente rivendicato la giustezza della scelta di non trattare e ha polemizzato con le "anime belle" presenti nei vari partiti: "chi ha fatto come me la scelta di non trattare doveva sapere che era quasi certo che si sarebbe arrivati alla morte di Moro. Per questo le anime belle, non le accetto; e per questo ho detto provocatoriamente che mi prendo la responsabilita' oggettiva di aver ucciso Moro, insieme, naturalmente, al segretario del Pci Berlinguer". Rispondendo ad una domanda sull' uccisione di Giorgiana Masi, Cossiga dice: "Fu un momento drammatico, in cui ra l'altro chiesi scusa al Parlamento, perche' mi era stato detto che non vi erano in piazza appartenenti alla polizia o all'Arma dei carabinieri in borghese. Io affermai questo". "Debbo dire - ha aggiunto - che era comune che elementi della Digos - che allora si chiamava ufficio politico - e dei reparti operativi dei carabinieri andassero in piazza in borghese. In quella occasione a me fu detto che non era vero. Avendo appreso il contrario, gli amici dell'Espresso mi diedero la documentazione fotografica, rimossi dal suo incarico uno che era mio amico e che mi aveva fornito, non per colpa sua, queste informazioni". "Se si tratta di assumersi la responsabilita' oggettiva della morte di Giorgiana Masi - ha continuato - io non ho difficolta', perche' ero ministro dell'Interno e lei e' morta. E quando uno muore in una manifestazione pubblica, la responsabilita' e' comunque della suprema autorita' di ordine pubblico, quale io ero". "Io non l'ho mai detto - ha concluso Cossiga - ma la decisione di impedire le manifestazioni, di cui mi assunsi la responsabilita', fu assunta in sede di Comitato interministeriale sulla sicurezza, che io non ho mai voluto scoprire. Non vorrei essere frainteso, ma dico con estrema onesta' che io come sia morta Giorgiana Masi non lo so".

18 aprile - L' ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento, consegnata nei giorni scorsi dalla Presidenza del consiglio, punta l'accento "sull'attuale delicata fase per il nostro Paese, con la scadenza elettorale e l'assunzione della presidenza del G8" e avvertiva che questi appuntamenti "impongono" una "specifica attenzione" perche' su di essi "possono convergere, anche al fine di sfruttarne la risonanza, iniziative controindicate di cui si rinvengono numerosi segnali nella propaganda dell'antagonismo radicale". L'analisi, riferita agli ultimi sei mesi del 2000, dedica poi un intero capitolo alle br ed alla sinistra extraparlamentare, ma anche alla destra sottolineando come "sia l'ultrasinistra che la destra radicale hanno sviluppato una sostenuta propaganda antisistema rendendosi protagoniste di numerose iniziative intimidatorie, nel tentativo di creare le condizioni per il rilancio di progetti rivoluzionari". Nelle quaranta pagine di relazione si analizza poi il fenomeno integralista islamico "minaccia prioritaria collegata allo scenario internazionale, che potrebbe trovare momento di innesco nel riaccendersi di crisi regionali, prima fra tutte quella mediorientale". Ma anche il Nordafrica e i Balcani "su cui si incardinano diversificati profili di rischio suscettibili di riflettersi direttamente sulla sicurezza del nostro paese, in ragione del ruolo di spicco assunto dall'Italia nel promuovervi il processo di normalizzazione". Al centro dell'attenzione dei servizi anche "i flussi migratori clandestini e i connessi circuiti illegali". Secondo l' analisi dei servizi segreti, le Br-Pcc puntano ad una saldatura con "nuclei clandestini minori", sono alla ricerca di visibilita' e "l'attuale delicata fase per il nostro paese, cone le elezioni e il G8, appare offrire le condizioni 'ideali' per iniziative di vario spessore". Analizzando gli ultimi mesi del 2000, il documento spiega che si e' trattato di un periodo "caratterizzato dal moltiplicarsi di segnali" di "segmenti del circuito clandestino" determinati a "perseguire propositi intimidatori, anche attraverso attentati con l'uso di esplosivi, in una strategia volta a segnare un'immanente presenza nella vita politica del paese". Per i servizi "si sono succedute azioni violente connotate da fanatismo ideologico, crescente ostilita' alle istituzioni e da suggestioni di carattere emulativo rispetto al forte impatto scaturito dall'omicidio D'Antona". E il lavoro di inteligence, spiega il rapporto, "ha evidenziato la possibilita' di una progressiva omogeneizzazione ideologica tra le varie componenti dell'area eversiva, suscettibile di determinare, nel medio termine, una sorta di saldatura tra nuclei clandestini 'minori' e Br-pcc". Ma non solo: "e' da ritenere verosimile che le Br-Pcc considerino prioritario il rafforzamento dell'assetto strutturale della nuova avanguardia terroristica, attraverso il reclutamento di ulteriori militanti e la pianificazione di progettualita' in linea con l'evoluzione del contesto nazionale e internazionale". E in tal senso, avvertono i servizi, la fase che sta attraversando il nostro paese, offre le condizioni ideali per "iniziative controindicate di vario spessore". Accanto a tutto cio', spiega il rapporto, "resta di forte attualita' l'altra opzione brigatista, quella della lotta armata in funzione antioccidentale, che individua i pricipali bersagli nei progetti di ampliamento dell'unione europea e della Nato. Su tale direttrice verte il tentativo di costituire un 'Fronte combattente Antimperialista', inteso come articolazione eversiva internazionale, basata su collegamenti con omologhi gruppi stranieri". Al centro dell'attenzione dell'intelligence anche, ovviamente, il settore antagonista, soprattutto in vista del Vertice G8 di Genova del luglio 2001. Contro l'appuntamento di Genova infatti "il settore antagonista ha avviato un'ampia mobilitazione propagandistica su tutto il territorio nazionale, che lascia intravedere segnali di forte determinazione nella pianificazione di turbative dell'ordine pubblico". Per questo, in vista del G8, "e' in corso una specifica attivazione dei Servizi per il monitoraggio e la disamina dei profili di minaccia connessi allo svolgimento del Vertice". Non solo l'ultrasinistra pero' preoccupa i servizi, che spiegano: "Il riproporsi dell'estremismo di destra sul piano operativo lascia trasparire l'intento di assumere un ruolo di 'coprotagonista' accanto all'eversione di sinistra in chiave emulativa, in un periodo evidentemente ritenuto favorevole alla diffusione di logiche di destabilizzazione".

18 aprile - La seconda corte di assise di Roma, al termine del processo a otto persone accusate di aver fatto parte delle Brigate Rosse alla fine degli anni Ottanta, emette una sentenza che prevede la condanna di Gino Giunti (due anni e sei mesi di reclusione) e Marcello Tammaro Dell'Omo (due anni) e l' assoluzione con formula ampia per Rocco Buccarello, Gabriele Vecchiatini, Maddalena Conti, Aldo Romaro, Alessandro Lomazzi ed Emilia Getuli. La sentenza, emessa dopo due ore di camera di consiglio, ricalca sostanzialmente le richieste del pubblico ministero Franco Ionta, che aveva sollecitato la condanna di Giunti a tre anni e otto mesi di reclusione e di Tammaro Dell'Omo a tre anni (per banda armata e associazione sovversiva) e l' assoluzione delle altre sei persone. Gli imputati, ai quali non venivano contestati fatti specifici, ma la sola militanza nelle Br, sono stati giudicati con il rito abbreviato. Le loro posizioni erano state stralciate da quelle di altri cinque imputati, in gran parte irreperibili, che saranno giudicati con il rito ordinario. Si tratta di Simonetta Giorgieri, Nicola Bortone, Carla Vendetti, Carla Baiano e l' armeno Kaled Hassan Thamere Birawi. I nomi di alcuni di loro compaiono, tra l' altro, nell' ordinanza di custodia cautelare emessa lo scorso anno nei confronti di Alessandro Geri (il giovane sospettato di essere stato il telefonista che rivendico' l' omicidio di Massimo D'Antona) con riferimento al "nucleo intorno al quale e' venuta a formarsi la nuova struttura delle Brigate Rosse".

19 aprile - In un' intervista al quotidiano napoletano "Roma", Ciro Cirillo, ex assessore regionale democristiano rapito nel 1981 dalle Br, dice:"Il mio memoriale, quello consegnato al notaio? Mah, contrariamente a quello che si possa pensare, in realta' non contiene fatti attinenti al mio sequestro. Vi sono contenuti episodi della mia vita politica che, pero', non voglio rendere noti adesso per evitare il riemergere di tensioni attorno alla mia persona. In questi anni ho continuato a ricevere minacce telefoniche, l'ultima due-tre mesi fa". Cirillo racconta del suo sequestro e dei veleni che lo accompagnarono, smentendo trattative tra il suo partito ed esponenti della criminalita' organizzata e sottolineando, invece, il ruolo dei servizi segreti che condussero una trattativa parallela ed indipendente per arrivare, secondo quanto sostiene Cirillo, a scoprire il covo dei brigatisti. Particolarmente significativo anche il racconto delle dimissioni dagli incarichi regionali che seguirono alla liberazione, dimissioni chieste "dai vertici del partito - dice Cirillo - per evitare crisi di governo. Ma e' evidente che il partito non ebbe un comportamento corretto".

19 aprile - Il senatore dei Verdi Athos De Luca, componente della Commissione Stragi, presenta un libretto di 64 pagine pieno di notizie, date e nomi legati alle stragi compiute in Italia durante gli anni di piombo: una sorta di "Bignami". L'obiettivo di questa pubblicazione, ha spiegato De Luca, e' quello di "evitare che si metta una pietra tombale" sul periodo stragista. De Luca ha intenzione di distribuire l'opuscolo nelle scuole, per sensibilizzare in particolare i giovani. "La pacificazione - ha detto ancora De Luca - deve avvenire facendo pero' chiarezza e acquisendo alcune verita'". La pubblicazione intitolata "Stragismo, il caso Italia", "vuole essere un contributo semplice e chiaro per far conoscere ai cittadini i fatti, i protagonisti, gli apparati dello Stato, le vittime, le sentenze e gli interrogativi che restano aperti". De Luca elenca la cronologia delle stragi e da' tutti i riferimenti sui presidenti del Consiglio e sui ministri dell'epoca, come anche dei responsabili dei servizi segreti. Di ogni strage c'e' poi un sintetico riepilogo dell'accaduto, delle indagini e delle eventuali sentenze. Per il futuro, De Luca chiede piu' trasparenza. "Penso che si debba abolire il segreto di Stato, ridefinire i rapporti di collaborazione e trasparenza con gli alleati Nato nella ricerca dei responsabili di stragi e terrorismo, istituire il reato di depistaggio e realizzare un costante ed efficace coordinamento tra le Procure della Repubblica". Inoltre per il senatore, la Commissione Stragi non deve morire: "L'anomalia italiana richiede che anche la prossima legislatura abbia una Commissione bicamerale che si occupi di queste questioni".

19 aprile - I giudici della terza corte di assise che stanno giudicando, nell'aula bunker di Rebibbia, Simonetta Giorgeri, Nicola Bortone, Carla Vendetti, Carla Biano e l'armeno Kaled Hassan Thamere Birawi, tutti latitanti e accusati di aver fatto parte delle Brigate Rosse, stabiliscono che il processo andra' avanti in base al vecchio rito ma tenendo conto delle novita' introdotte dalla normativa sul giusto processo. Il collegio giudicante, dopo aver dichiarato contumaci gli imputati e aver letto il capo di imputazione, ha stabilito con una ordinanza che "Perche' il contraddittorio si esplichi in condizioni di parita' tra le parti e, al tempo stesso, sia assicurata nel modo piu' ampio la terzieta' del giudice e' necessario che anche l'interrogatorio degli imputati sia condotto con le regole dell'esame incrociato seguito, solo all' esito, da eventuali domande del giudice. L'istruttoria dibattimentale si attuera' pertanto secondo le norme del codice di rito del 1930 adeguate nei termini sopra indicati ed in applicazione della legge 35/2000 ai principi dettati dall'art. 111 della Costituzione". Il processo riprendera' il 25 giugno con l'esame dei testi.

20 aprile - Ecco il testo della dichiarazione letta da Silvio Berlusconi riguardante le minacce nei suoi confronti da lui ricevute:
"Mi dispiace avervi disturbato per una vicenda che e' paradossale ma che e' anche emblematica di questa campagna elettorale che si svolge all' insegna della menzogna e del costante ribaltamento della verita'. Si arriva al punto che il ministro dell' Interno mi contesta di non aver denunciato fatti e situazioni che lui dovrebbe conoscere meglio di me e sui quali semmai lui, nella qualita' di ministro dell' Interno, avrebbe dovuto dare a me informazioni piu' precise. Che, come spieghero', e documentero' tra poco, l' allarme e' venuto a me e al mio partito proprio dalle forze dell' ordine". "Allora, ricapitoliamo i fatti - ha proseguito Berlusconi - facendo giustizia di tutte le menzogne, le strumentalizzazioni e le insinuazioni, che respingo con sdegno nella maniera piu' ferma. Cosa ho detto ieri? Ho denunciato una campagna di odio stigmatizzando il comportamento della sinistra che la alimenta, ricordando come questa campagna generi violenza e come, a furia di seminare veleno ed odio, si sia costretti a registrare, giorno dopo giorno, una serie di atti violenti come: 1) le aggressioni a personaggi e candidati della Casa delle Liberta'; 2) devastazioni di sedi di Forza Italia (l' ultima questa notte a Centocelle, nel comitato elettorale di Melania Rizzoli); 3) incendi di gazebo di Forza Italia e di altri partiti della Casa delle Liberta': 4) volantini contro nostri candidati, l' ultimo quello dei centri sociali contro il G8, intitolato bonariamente 'Neutralizziamo Frattini; 5) le scritte sui muri che istigano alla violenza ed all' aggressione (le ultime, quelle con la condanna a morte di Mauro Pili in Sardegna, siglata con la stella delle Br, oppure quella all' interno del comitato elettorale di Tajani, anch' essa con la stella a cinque punte con la falce ed il martello". "Tutti i fatti - ha proseguito Berlusconi - che sono sotto gli occhi di tutti e di cui i giornali e le televisioni hanno dato, e danno, notizia giorno dopo giorno come si trattasse di cose normali e che normali francamente non mi sembrano. Tutti fatti che generano quell' allarme che ho doverosamente segnalato. Ma di questo allarme le forze dell' ordine sono piu' consapevoli di me tanto da aver deciso, in piu' di un' occasione e con una reiterazione gia' di per se' eloquente, un supplemento particolare di vigilanza anche attorno la mia persona. Il ministro Bianco conosce - chiede Berlusconi - l' ordinanza classificata, cioe' riservata n.42-36, diramata dal questore di Roma l' 11 aprile scorso? E' vero che non si parla solo di Berlusconi, ma certo si parla anche di Berlusconi. E, addirittura, si parla di qualcuno che assume come obiettivo da colpire il futuro, eventuale, governo Berlusconi". "Il ministro Bianco - continua Berlusconi nella sua dichiarazione - conosce l' ordinanza di servizio classificata 'lampo', n.42-44, diramata dallo stesso questore di Roma il 12 aprile successivo? Sono solo le ultime di una lunga serie di ordinanze tutte sullo stesso tema, e cioe' Silvio Berlusconi: una serie che risale sino ad un anno addietro. Ha mai letto il ministro Bianco che in tutte queste ordinanze si ordina di 'rafforzare al massimo le misure di vigilanza e di sicurezza nei confronti di Silvio Berlusconi'?". "E non ha mai letto, il ministro Bianco, che questa raccomandazione viene rafforzata, 'specie in occasione di partecipazione a pubbliche manifestazioni ed attivita' dello stesso Silvio Berlusconi, allo scopo di prevenire ed impedire ogni possibile azione criminosa?'. Ha mai letto il ministro Bianco in questo nutrito carteggio che, nel corso degli ultimi mesi ha interessato tutte le forze di polizia di questo paese, frasi del tipo 'per salvare la democrazia in Italia bisogna eliminare fisicamente Silvio Berlusconi. Non esistono altre alternative per salvare la democrazia in Italia?'. E' mai venuto a conoscenza il ministro degli interni - prosegue il Cavaliere - dell' attivita' investigativa anche internazionale svolta il 20 marzo ed il 6 aprile scorso da Sisde e Sismi in ordine all' annuncio di un attentato in preparazione contro Silvio Berlusconi, che per fortuna poi si e' rivelato infondato? Ha mai sentito parlare, il ministro Bianco, di una telefonata tra le questure di Milano e di Roma che preannunciava un attentato per la domenica sera, quella della chiusura delle liste elettorali?". "Potrei continuare a lungo - ha aggiunto Berlusconi - perche' e' lungo l' elenco degli episodi, delle telefonate, delle minacce, tra le quali naturalmente anche tante bufale e tanti mitomani, ma quello che mi chiedo, in questo clima, con questi fatti, vi sembrano ingiustificate le dichiarazioni che ho fatto ieri? E a questo punto vi chiedo: Mi si puo' onestamente contestare di non aver denunciato io qualcosa a qualcuno quando semmai dovrei essere io a dolermi dell' atteggiamento tenuto da chi ha la responsabilita' dell' ordine pubblico e che queste cose le conosceva tutte e nella loro interezza, mentre io le conosco solo in parte?". "E allora delle due l' una - ha affermato Berlusconi - O il ministro Bianco non sa quello che fanno le forze di polizia, e allora vuole dire che non e' all' altezza del ruolo che ricopre; oppure queste cose le conosceva, e allora e' grave, gravissimo, che solo per ragioni politiche ed elettorali abbia voluto smentirmi e consentire che qualcuno potrebbe arrivare ad accusarmi di scarso senso dello Stato. E invece, proprio perche' ho forte il senso dello Stato, mi sono limitato a denunciare, responsabilmente, soltanto i frutti inevitabili della campagna di odio in cui la sinistra sta trasformando la campagna elettorale". "Altro che 'fifa blu!' - ha aggiunto riferendosi ad una dichiarazione di Rutelli - mediti la sinistra sulla responsabilita' che si assume continuando a spargere veleno e fango, a seminare odio, a demonizzare l' avversario. Non e' cosi' che si fa la campagna elettorale. Non e' continuando ad accusarmi di essere un pericolo per la democrazia, di odiare gli operai, di essere un mandante di stragi, di avere un passato opaco, che si puo' fare politica in una democrazia degna di questo nome. Non e' questo il confronto che puo' portare i cittadini ad una scelta libera e consapevole. Per parte mia, non mi lascio certo intimidire e continuero' a parlare di programmi, e solo di programmi, per spiegare agli elettori come voglio cambiare l' Italia per cambiare in meglio la vita di tutti gli italiani". "Se la sinistra invece - ha concluso - continuera' ad alimentare questo clima avvelenato, come ha fatto sinora, tutto cio' di negativo e di grave che dovesse malauguratamente derivarne, sara' responsabilita' sua, e soltanto sua".

21 aprile - In una conferenza stampa, Silvio Berlusconi dice che Massimo D'Antona e' stato una "vittima di un regolamento di conti interno alla sinistra". "La mia - dice anche Berlusconi - non vuole pero' essere una affermazione. La mia e' solo una impressione, anzi il ricordo di una sensazione che provai in quei giorni leggendo i giornali". Berlusconi tra l' altro durante la conferenza stampa ha detto di essere a conoscenza di una nota informativa riservata in cui si precisava che, nel periodo dell'omicidio D'Antona, anche lui era un potenziale obiettivo terroristico. "Ricordo - ha tra l'altro detto Berlusconi - di aver letto una nota in cui veniva precisato che doveva essere aumentata la vigilanza e la custodia anche nei miei confronti". "Ripeto pero' - ha pero' anche aggiunto - che io non ho competenza su queste cose, esprimo solo una preoccupazione fine a se stessa". Poco dopo, lo stesso Silvio Berlusconi precisa:"Per evitare spiacevoli equivoci - ha detto consegnando ai giornalisti una nota scritta - al di la' di quanto ho detto in conferenza stampa, chiarisco che non ho mai pensato e non ho mai inteso dire che l'assassinio di D' Antona nasca da un regolamento interno della sinistra". "Mi riferivo soltanto - ha proseguito Berlusconi - a quanto contenuto in una ordinanza di servizio della questura di Roma, in cui si leggeva testualmente di una telefonata giunta al ministero dell'Interno di questo tenore: 'rivendicazione Br, dopo D'Antona faremo fuori Berlusconi'. Sarebbe percio' arbitrario - ha aggiunto - ogni collegamento con la sinistra perche' era chiaro che stavo parlando di ambienti estremisti, chiaramente estranei sia al mondo del sindacato sia a quello della sinistra parlamentare". "Ho sempre rispettato profondamente il sacrificio di D'Antona - ha concluso - e non ho mai disconosciuto l'impegno del sindacato e della sinistra parlamentare nella lotta al terrorismo". Dopo le polemiche, in serata, Silvio Berlusconi invia una lettera di scuse alla vedova del sindacalista Massimo D' Antona, signora Olga. "Una mia frase che si e' prestata all' equivoco - scrive Berlusconi a Olga D' Antona - puo' aver leso la memoria di suo marito e i sentimenti che ci legano tutti, senza distinzione di parte, al suo sacrificio. Gliene chiedo scusa in tutta sincerita' e me ne rammarico". Nella stessa lettera, che e' stata recapitata alla signora D' Antona in Rai durante la registrazione della trasmissione "Telecamere", Berlusconi aggiunge che Massimo D' Antona "svolgeva una funzione pubblica delicata e rilevante come consigliere del governo per le politiche del lavoro ed e' su questa funzione civile che si e' accanito, nella sua barbarie, il terrorismo delle Brigate rosse". "Non e' possibile - aggiunge Berlusconi - neanche l' ombra della confusione sul significato della sua morte per mano omicida, una morte che pesa tuttora sul cuore di ogni democratico". "La prego gentile Signora - conclude Berlusconi - di accogliere i sensi della mia stima e la rinnovata condivisione del dolore comune per la perdita di Massimo D' Antona, servitore dello Stato e bersaglio inerme della barbarie dei brigatisti rossi".

21 aprile - Sulla vicenda Ciolini-Berlusconi, ecco due articoli di Giovanni Bianconi sul "Corriere della sera":
La telefonata, la bomba, il depistatore professionale
Misure di vigilanza rafforzate anche per Fazio, D' Antoni, Cofferati
Bianconi Giovanni
DIETRO LE QUINTE La telefonata, la bomba, il depistatore professionale
ROMA - Una telefonata anonima, la bomba di via Brunetti e un depistatore noto alle cronache e agli uffici di polizia da almeno vent' anni. C' è un bizzarro miscuglio di avvenimenti e di "fonti" intorno all' allarme lanciato da Silvio Berlusconi a tre settimane dal voto. Allarme basato su segnalazioni più o meno credibili, più o meno mirate, alle quali - come ammette lo stesso leader della Casa delle Libertà - sono seguite indagini e rafforzamenti delle misure di sicurezza. Nonostante, appunto, le minacce riportate avessero molti crismi, ma non certo quelli della piena attendibilità.
TELEFONATA ANONIMA - Nel suo lungo e dettagliato comunicato Berlusconi non l' ha citata, ma esiste una circolare del questore di Roma del 5 aprile scorso che si riferisce proprio alla sua persona. È un ordine riservato nel quale si riferisce di una telefonata giunta il giorno prima alla polizia da parte di un sedicente giornalista, che ha detto di chiamarsi Manca e ha raccontato di aver ricevuto una chiamata nella quale un anonimo annunciava che "Berlusconi morirà avvelenato". Fatto un primo accertamento dal quale è risultato che il "giornalista Manca" aveva dato un nome falso, in un periodo più tranquillo, probabilmente, la cosa sarebbe morta lì. Invece, viste le indicazioni politiche di non tralasciare nulla, il questore ha inviato una nota al commissariato di Roma centro nella quale raccomanda che i "servizi e i dispositivi" nei confronti dell' onorevole Berlusconi "vengano assicurati con la massima scrupolosità ed efficienza".
L' ATTENTATO - All' alba del 10 aprile una bomba esplode nel palazzo che ospita l' Istituto affari internazionali e il Consiglio per le relazioni Italia-Usa in via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo. Poche ore dopo, i Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria rivendicano l' azione con un lungo documento, nel quale spaziano dalla politica interna a quella estera, dai rapporti sindacali ai problemi dell' economia, annunciando l' avvio di una nuova stagione di lotta armata. Nei giorni seguenti, l' 11 e il 12 aprile, proprio sulla base delle indicazioni contenute in quella rivendicazione, sempre il questore di Roma prepara due ordinanze riservate, numero 42-36 e 42-44. Sono quelle citate da Berlusconi, nelle quali si chiede un rafforzamento delle misure di vigilanza nei confronti del candidato premier del centrodestra, ma non solo. Nella nutrita lista, accanto a Berlusconi , compaiono pure i nomi di Cofferati, Fazio, D' Antoni e Albertini, del presidente della Fiat Paolo Fresco, di Gianni Agnelli, di Marco Tronchetti Provera. E, nel caso che dovessero approdare a Roma, viene raccomandata massima attenzione anche nei confronti di personaggi come Bush, Rockefeller e Haider.
LA PISTA CIOLINI - Infine c' è la segnalazione mirata sul leader della Casa delle Libertà e precedente alle ordinanze della questura di Roma. È quella innestata dal "noto" Elio Ciolini, un signor e nato in Bolivia che un tempo faceva il vigile urbano a Firenze, e che dalla fine degli anni Settanta ha frequentato a lungo gli uffici giudiziari e le patrie galere. Un uomo che - per citare solo due episodi - è stato accusato di aver depistato le indagini sulla strage alla stazione di Bologna e dieci anni dopo, nel 1992, scatenò un putiferio annunciando una sorta di colpo di stato che doveva passare per due attentati a Giulio Andreotti, all' epoca presidente del Consiglio, e a Giuliano Amato, in quel momento vice-segretario del Psi. A metà marzo Ciolini è improvvisamente ricomparso nell' ambasciata italiana di La Paz, dopo aver bussato al consolato di Lima, in Perù, e lì ha riferito di aver appreso da alcune persone - forse appartenenti alla criminalità organizzata - che si stava preparando un attentato contro Silvio Berlusconi e in cinque città italiane. Dall' ambasciata la segnalazione è arrivata in Italia, e a Roma sono stati interessati sia i servizi segreti che la polizia, oltreché la magistratura. Delle indagini degli 007 ha riferito lo stesso Berlusconi, citando "l' attività investigativa anche internazionale svolta il 20 marzo e il 6 aprile scorso da Sisde e Sismi", e hanno dato esito negativo. Ciò che invece il candidato premier non ha riferito è l' attività di polizia giudiziaria ordinata dalla Procura di Roma. Nonostante i precedenti non deponessero a favore della sua attendibilità, i magistrati hanno deciso di far ascoltare Ciolini - che nel frattempo era torna to in Italia - perché spiegasse meglio la sua "soffiata". I poliziotti della questura di Roma l' hanno interrogato, lui ha fatto alcuni nomi, ma i riscontri su quei personaggi non hanno dato certezze nemmeno sulla loro identità. Ciò non è bastato a far chiudere l' inchiesta, ma certo ha reso meno grave l' allarme, suscitando semmai altre domande e altri sospetti. Perché, in un periodo "caldo" come quello che sta attraversando l' Italia, rispunta "il noto depistatore" Ciolini? A parte le questioni relative alla fantomatica "Loggia Montecarlo" e alla strage di Bologna, infatti, le sue denunce del ' 92 sono state oggetto d' indagine da parte della Procura di Palermo nell' inchiesta sui cosiddetti "sistemi criminali". Il capo della polizia dell' epoca, Parisi, lo definì "sospetto emissario di gruppi criminali operanti a livello internazionale"; e se è vero che non ci furono gli attentati contro Andreotti e Amato (per i quali furono comunque rafforzate le "disposizioni a loro tutela"), poche settimane più tardi avvennero le stragi di Capaci e via D' Amelio, per le quali è ancora aperta la caccia ai cosiddetti "mandanti occulti".

Attentati, le rivelazioni del depistatore: nomi inventati e tanti"non ricordo"
Gio. Bia.
Ciolini parlò di azioni terroristiche in alcune città, anche contro il leader azzurro. Gli investigatori: nessun riscontro Attentati, le rivelazioni del depistatore: nomi inventati e tanti "non ricordo" ROMA - Quando stava in Bolivia ha fatto un nome , ma dai primi controlli è risultato che quella persona non esiste. Poi, interrogato dalla polizia in Italia, Elio Ciolini ne ha aggiunti altri due, ma anche stavolta è venuto fuori che erano inventati. Al che, il "depistatore di professione" ha preso le distanze: "Io riferisco quello che mi hanno detto, se è vero non lo so...". Anzi, ha aggiunto che lui stesso ha sentito puzza di bruciato: "Mi sono allontanato da quel gruppo per non essere coinvolto nei loro progetti". Progetti che prevedevano - secondo la "fonte" - un attentato a Silvio Berlusconi e altri quattro in altrettante città: Roma, Venezia, Milano e Bologna. Ma anche su questi punti, davanti a investigatori che apparivano decisi a capire se avevano di fronte un uomo sincero o un v enditore di fumo, Ciolini ha fatto un po' di marcia indietro. E così, se in un primo momento ha rivelato di essere in grado di anticipare perfino la data dell' azione contro il candidato premier del centro-destra, successivamente ha negato. Sulle cit tà da colpire, poi, è diventato improvvisamente generico. La vicenda che ha acceso le polveri della polemica lanciata da Berlusconi sulla sicurezza e l' allarme terrorismo, insomma, resta tutt' altro che chiara, e le carte raccolte nel fascicolo dell a procura di Roma non aiutano - per ora - a capire che cosa c' è dietro. Gli investigatori hanno la sensazione di trovarsi di fronte a invenzioni che non portano da nessuna parte, ma è probabile che l' indagine non si fermi all' interrogatorio di Ciolini. Il quale ha raccontato una storia che, così come è riferita, sembra poco credibile. A cominciare dalle commistioni che, secondo la "fonte", si celerebbero dietro la trama di cui sarebbe venuto a conoscenza. L' ex-vigile urbano protagonista delle cronache giudiziarie degli ultimi vent' anni ha spiegato che ad avvicinarlo in una cittadina della Bolivia è stato un uomo che s' è presentato come esponente di un gruppo eversivo di estrema sinistra, in cerca di aiuti logistici. "Sapevano che io ho buoni agganci in quel Paese - ha spiegato Ciolini - e cercavano aiuti e appoggi per reperire dei documenti". Ma non c' era solo l' eversione, nel gruppo che l' avrebbe contattato. Secondo Ciolini l' emissario e i suoi complici avevano rapporti con i narco-trafficanti locali e con la criminalità organizzata italiana. In particolare, il "depistatore" ha citato la Sacra corona unita pugliese. Un miscuglio non molto verosimile, dai motivi per cui Ciolini sarebbe stato avvicinato alle contaminazion i tra terrorismo rosso e criminalità organizzata, fino all' idea che un gruppo eversivo italiano abbia una sua "colonia" in Sud America. Ora spetta alla magistratura decidere se e come proseguire l' indagine per scoprire se Ciolini ha agito di propri a iniziativa o per conto di qualcuno. Nei primi anni Ottanta, ai tempi del depistaggio sulla strage di Bologna, fu definito dai giudici "probabilmente legato sia ai Servizi francesi che a quelli italiani", mentre il direttore del Sismi che subentrò a i vertici iscritti alla P2, il generale Lugaresi, lo definì "esecutore di ordini altrui e uomo legato a Gelli". Gio. Bia.

22 aprile - L' Ansa scrive:
"Sono le note a margine scritte a mano sui fogli di carta velina sequestrati nei giorni scorsi nelle celle di alcuni irriducibili Br nelle carceri di Latina e Trani la svolta nell'inchiesta sull'omicidio di Massimo D'Antona. Pagine che contengono quasi per intero la rivendicazione siglata Br-pcc del delitto avvenuto il 20 maggio del 1999 e inviata a due quotidiani nazionali. Se si tratti di bozze preparatorie alla rivendicazione o soltanto di una riproduzione saranno gli esperti della scientifica a dirlo. L'analisi degli scritti potrebbe essere portata a termine gia' entro i primi giorni della prossima settimana. Il lavoro importante che attende gli esperti della scientifica riguarda due elementi fondamentali. Il primo e' che le annotazioni scritte a penna sui fogli sequestrati consentono una comparazione con la rivendicazione stessa, cioe' se vi sono delle aggiunte al testo scritto a macchina (delle frasi o interi passi) che poi sono state inserite nello scritto finale diventa evidente che i documenti sequestrati sono effettivamente la minuta della rivendicazione. Il discorso potrebbe cambiare se invece i fogli trovati a Latina e Trani riportassero pari pari la rivendicazione e in questo caso potrebbe trattarsi di una semplice riproduzione. Stando pero' ad una prima analisi tutto sembrerebbe portare alla prima ipotesi. Il secondo elemento riguarda la grafia delle annotazioni che verra' comparata immediatamente con i testi di lettere scritti dai brigatisti perquisiti in cella. In questo modo si potrebbe arrivare in concreto alla mente dell'attentato di via Salaria. Le perquisizioni, chiariscono gli inquirenti, non erano mai state fatte nelle celle dove sono stati trovati i fogli e sono scattate anche in seguito all' attentato dei giorni scorsi in via Brunetti a Roma. I documenti con la rivendicazione, ma anche altro materiale di discussione politica ritenuto interessante, sono stati trovati in quattro celle a Latina e cinque a Trani. In tutto gli uomini della Digos hanno visitato una ventina di celle. Gli investigatori stanno valutando tra l'altro anche i visitatori degli ultimi anni che hanno avuto colloqui con gli irriducibili nelle cui celle sono state trovati i fogli di carta velina. La Digos ha perquisito nel carcere di Latina le stanze di Rossella Lupo e Tiziana Cherubini che scontano l'ergastolo per l'omicidio Ruffilli. Maria Cappello (anche lei perquisita), condannata al carcere a vita per lo stesso omicidio, si e' spostata molto spesso con dei permessi tra il penitenziario di Latina e quello di Trani dove e' detenuto il marito Fabio Ravalli, che nei giorni scorsi ha ricevuto la visita della Digos. Gli investigatori sono stati messi sulla traccia giusta anche da una segnalazione partita dal carcere di Latina. Nelle pagine sequestrate il nome di D'Antona non compare mai per esteso e al suo posto compaiono dei puntini di sospensione e una D puntata. Sul perche' i brigatisti detenuti abbiano conservato in cella una documentazione cosi' importante la risposta degli inquirenti e' laconica: "c'e' sempre stata in quell'organizzazione una maniacalita', un culto dell'archivistica che gia' in altre occasioni sono stati preziosi per l'esito positivo delle indagini".
L' Ansa pubblica anche una scheda sul carcere di Latina:
"E' un carcere per detenuti comuni ma con una sezione "speciale", quella riservata alle terroriste irriducibili, a chi non ha rinnegato i legami con la lotta armata. Qui sono rimaste in sette, a loro e' riservata una parte della casa circondariale di Latina, a due passi dal centro della citta'. Un carcere vecchio e insufficiente la cui situazione igienico-sanitaria e' stata piu' volte denunciata dai detenuti comuni,tutti uomini, che protestano anche per la loro condizione svantaggiata rispetto a quella delle terroriste. Tra queste ci sono anche Rossella Lupo, Tiziana Cherubini e Maria Cappello che adesso sembrano essere coinvolte nella vicenda del documento sull'omicidio D'Antona. La sezione 'speciale', in un carcere super affollato come quello di Latina con decine di detenuti immigrati che sono dentro per reati comuni, ricorda gli 'anni di piombo' con controlli continui delle forze dell'ordine, blitz a sorpresa, massima attenzione nella concessione di permessi per i colloqui. Ed e' in uno degli ultimi controlli a sorpresa che sarebbero emersi i documenti che oggi accusano le vecchie Br di legami con l' omicidio D'Antona ma dalla Questura di Latina non vengono forniti ulteriori particolari."

23 aprile - Il segretario del Cdu Rocco Buttiglione, rispondendo alle domande dei giornalisti prima di una manifestazione elettorale ad Ancona, afferma che ci sono "lati oscuri nell'omicidio D' Antona, il sospetto giustificato di infiltrati della sinistra eversiva dentro la sinistra democratica". "La smettano - dice anche Buttiglione - altrimenti potremmo cominciare a parlare delle zone d'ombra che circondano l'omicidio D' Antona, perche' queste zone d'ombra ci sono e mostrano che ci sono infiltrati della sinistra eversiva dentro la sinistra democratica". "Credo che fosse questo - ha aggiunto Buttiglione - cio' che voleva indicare Berlusconi". Secondo il leader del Cdu "non e' bene parlare di queste cose in campagna elettorale, Berlusconi ha fatto una battuta infelice ma l'ha subito corretta: su questo la sinistra ha innestato una grande e vergognosa speculazione". "Non scherziamo sui temi del terrorismo e della sicurezza - aggiunge ancora - ci vuole la massima compattezza di tutti; anche negli anni '70 si comincio' scherzando e si fini' col sangue". Cosi', per Buttiglione, "la sinistra deve piantarla con la campagna d'odio". "L'ultima sceneggiata - ha concluso - e' l'attacco contro Berlusconi per la frase infelice su D'Antona. Esprimiamo piena solidarieta' alla vedova; pero' attenti: non si vada piu' avanti con questa strumentalizzazione".

23 aprile - Franco Frattini, presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti, nega, in un'intervista a "La Repubblica", che Silvio Berlusconi sia in possesso di documenti riservati relativi ad organizzazioni terroristiche. E sulle affermazioni del Cavaliere riguardo al delitto D'Antona, Frattini definisce "chiarissima la genesi della frase, che e' stata strumentalizzata. Berlusconi - ammette - ha detto una frase oggettivamente equivoca, e lo ha riconosciuto. Non si e' mai sognato di negare l'impegno della sinistra parlamentare e sindacale contro il terrorismo". "Non vedo scandalo - dice ancora Frattini - nel fatto che a Berlusconi siano mostrate carte in cui si parla di lui. E' una prassi normale, quando una personalita' compare in un documento terroristico. Credo tra l'altro che quelle carte siano state inviate almeno a cinquanta persone. Non e' materiale dei servizi".

23 aprile - L' Ansa scrive:
"C'e' un filo rosso che lega gli irriducibili delle Br, le cui celle sono state perquisite nei giorni scorsi, e i brigatisti riparati in Francia e da anni irreperibili. Lo ritengono gli inquirenti che indagano sull'omicidio di Massimo D'Antona. Sui loro eventuali rapporti attuali vi sono degli elementi - su cui comunque viene mantenuto il massimo riserbo - che farebbero pensare a dei contatti di rilevante interesse investigativo. Proprio per questo motivo oggi torna in auge la ricostruzione fatta dal gip Otello Lupacchini nell'ordinanza di custodia cautelare per Alessandro Geri del 16 maggio dello scorso anno. La "rinascita delle Brigate rosse" veniva ricondotta al "nucleo intorno al quale e' venuta a formarsi la nuova struttura terroristica, quasi certamente composto dagli irreperibili Simonetta Giorgieri, Carla Vendetti, Nicola Bortone, Tammaro Dell'Omo, Guido Minnone e Nadia Desdemona Lioce, ai quali potrebbe essersi aggiunto Giuliano De Roma, latitante dal 1996". In particolare Giorgieri e Vendetti, stando alle informazioni non ufficiali delle autorita' francesi, per il passaggio alla clandestinita' "si sarebbero avvalse della collaborazione della nota Hellyette Bess, da sempre punto di riferimento dell'estremismo d'oltralpe". Chi sia il trait-d'union tra gli irriducibili che scontano le pene nelle carceri italiane e i latitanti che vivono in Francia e' il passaggio fondamentale su cui stanno lavorando in queste ore gli investigatori. Una traccia comunque e' sicuramente legata all'omicidio del senatore Dc Ruffilli, cioe' a tutti i brigatisti che organizzarono ed eseguirono l'attentato."

23 aprile - Sarebbe stato un caso a portare gli inquirenti romani su quelle che potrebbero essere le bozze della rivendicazione dell'omicidio di Massimo D'Antona. Tutto e' cominciato nel carcere di Latina con il sorteggio di una decina di celle da controllare come prevede l'ordinamento penitenziario. I detenuti sono stati fatti uscire e la polizia carceraria ha cominciato a rovistare: un'attivita' di routine, con i soliti libri che vengono aperti, le pagine sfogliate, i materassi tirati su, gli oggetti spostati. Poi quei fogli di carta velina, sparsi, inseriti unpo' in un libro un po' in un altro. Una prima occhiata, una lettura piu' attenta, quelle annotazioni e le guardie decidono di fotocopiare tutto quanto perche' non si puo' mai sapere. Le fotocopie vengono mandate alla Digos di Latina nella settimana di Pasqua. Passano alcuni giorni, gli investigatori leggono, s'interessano, arrivano alla conclusione che potrebbe trattarsi di roba che scotta e trasmettono le cartelline alla Digos di Roma: scatta l'allarme, la procura di Roma viene allertata, partono le perquisizioni 'mirate', i fogli vengono sequestrati e cosi' le macchine da scrivere in dotazione al carcere che vengono usate dai detenuti. Adesso tutto il materiale e' nelle mani della Digos di Roma che nelle prossime ore dira' se quel materiale e' effettivamente la minuta della rivendicazione o semplicemente una copia. Intanto gli investigatori stanno passando al setaccio le liste delle persone che negli ultimi due anni hanno avuto colloqui in carcere con gli irriducibili Br che potrebbero essere coinvolti nell'omicidio del consulente di Bassolino.

23 aprile - "Il Nuovo" scrive:
Un summit per rilanciare il terrorismo
Stipulato fra il 12 e il 15 agosto 2000, in un vertice in una località segreta, il patto d'azione fra Nta e Nipr che ha portato alla bomba allo Iai. Ora tocca ai Nuclei proletari di Milano "riposizionarsi"?
di Gianni Cipriani
ROMA-Un summit segreto di quattro giorni per mettere a punto la nuova strategia rivoluzionaria di rilancio della lotta armata, centrata soprattutto contro il sindacato e le politiche "antiproletarie" di un governo formalmente di sinistra, ma in realtà espressione della "borghesia imperialista". Un incontro clandestino al quale hanno partecipato una decina di terroristi dei Nuclei territoriali antimperialisti (Nta) e - è questa la nuova ipotesi - esponenti del Nucleo di Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria che successivamente avrebbe rivendicato l'attentato di via Brunetti dello scorso 10 aprile. Proprio in quell'occasione sarebbe stato stipulato un patto d'azione che, probabilmente, riguarda anche il Nucleo Proletario Rivoluzionario, autore dell'azione contro la Cisl di Milano del 6 luglio 2000. Il summit si sarebbe tenuto in una località ignota (forse un luogo di villeggiatura per non dare nell'occhio) tra il 12 e il 15 agosto 2000, poco prima della diffusione della risoluzione strategica numero 2 dei Nta. Poi ognuno è tornato all'azione, per preparare nuovi attentati e reclutare nuovi militanti disposti a sparare. Sono questi gli ultimi risultati del lavoro di "intelligence" degli esperti dell'antiterrorismo, che hanno messo insieme ed incrociato una serie di dati raccolti nell'ultimo anno e, soprattutto, hanno confrontato i diversi documenti di Nta, Nipr e Npr, notando non solo similitudini, ma un vero e proprio "dialogo" tra le organizzazioni ed alcune "contaminazioni" sia linguistiche che di contenuto che fanno ipotizzare l'esistenza di incontri e contatti molto stretti.
Ma veniamo ai singoli punti, sui quali si è concentrata l'attenzione degli investigatori. Anzitutto il summit. Del quale si parla, tra le righe, proprio nel documento dei Nta del settembre 2000, nel quale si fa capire che la "direzione strategica" dell'organizzazione si è riunita tra il 12 e il 15 agosto per mettere a punto il programma politico-mililtare del gruppo. Dal testo, ovviamente, non emergono indicazioni sui luoghi, ma emerge chiaramente che alla discussione, oltre ai rappresentanti della "direzione" hanno partecipato anche gli emissari delle diverse cellule in cui sono suddivisi i Nta: Carlo Pulcini, Walter Rossi, Barbara Kistler, Nestor Cerpa Cartolini e GianGiacomo Feltrinelli. Nuclei ai quali si è successivamente aggiunto quello della "bassa padovana".
C'è poi un passaggio della risoluzione, che oggi è diventato molto chiaro, in cui praticamente si annuncia l'alleanza tra Nta e altre "avanguardie rivoluzionarie". Scrivevano infatti i terroristi: "(...) fase che presuppone, accanto al lavoro di difesa e di intervento attorno a posizioni e condizioni generali del Proletariato, anche il rafforzamento delle alleanze con le Avanguardie Rivoluzionarie che, a più riprese, hanno espresso ed esprimono identità contenutistica con il portato della nostra Organizzazione". E' evidente, alla luce di quanto accaduto successivamente, che in quel passaggio si parlava del Nucleo di Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria e del Npr. Quindi i lavori del summit clandestino si sono conclusi con l'alleanza tra i vari gruppi i quali hanno scelto di affiancare le Brigate Rosse - Partito comunista combattente al quale tutti riconoscono un "ruolo guida", proprio perché espressione della continuità con il partito armato. Questo la pensare che all'incontro clandestino siano stati presenti anche esponenti degli altri due gruppi. Ad ogni modo, secondo gli esperti, è evidente che ci siano stati molti incontri.
Perché questa convinzione? Anzitutto perché l'attentato di via Brunetti è stato "contrattato" preventivamente con i Nta e non sarebbe stato possibile coordinarsi se tra i due gruppi non ci fosse, da tempo, una trade-union efficace. Veniamo agli elementi riscontrati: la risoluzione strategica dei Nta del settembre 2000 nella quale si annunciavano le "alleanze" con gli altri gruppi, era stata diffusa anche per rivendicare l'attentato che la cellula Kistler aveva fatto a Trieste alla Ice/Cei. I Nipr, dopo la bomba allo Iai del 10 aprile, hanno fatto sapere di riconoscere e rivendicare l'azione triestina, come quella alla Cisl di Milano del Npr (che è chiaramente l'equivalente milanese del Nipr). E poi, subito dopo l'azione di via Brunetti, i Nuclei Territoriali Antimperialisti hanno a loro volta inviato un documento di due pagine per riconoscere l'attacco contro l'Istituto affari internazionali. Particolare significativo: il documento, anche se inviato alcuni giorni dopo, era datato 10 aprile 2001. Proprio a significare che l'attentato era stato fatto in nome e per conto delle due (o tre) organizzazioni.
Altro particolare che è stato sottolineato dagli esperti è che, con ogni probabilità, la risoluzione strategica dei Nta e il documento, sempre dei Nta, di "approvazione" per la bomba in via Brunetti sono stati scritti dalla stessa persona. Lo stile è identico, come identiche sono molte delle espressioni. E poi, circostanza minima ma non priva di significato, il vice-presidente dello Iai, Stefano Silvestri, è definito "porco". Esattamente come nella risoluzione di settembre, era stato definito il segretario della Cisl, Sergio D'Antoni.
Un vezzo dell'estensore. Anche perché esiste una ben più vasta collezione di epiteti (boia, infame, carogna, nemico del popolo e altri) che purtroppo hanno trovato spazio nei volantini dei terroristi durante gli anni di piombo.
Che i rappresentanti delle due Organizzazioni si siano incontrati e confrontati è infine dimostrato da un altro passaggio della rivendicazione dei Nipr: quella in cui si parla del terrorismo "a bassa intensità" alimentato per spaventare la gente. Vengono citati gli esempi degli incendi agli ospedali di Ancona e quello di "Unabomber", il misterioso personaggio che lascia piccoli ordigni sulle spiagge o nei supermercati. "Unabomber" agisce nel Triveneto ed è una figura di cui si parla molto in quelle zone, ma quasi per nulla, ad esempio, a Roma. Ma i Nuclei territoriali antimperialisti agiscono proprio nel Triveneto ed il fatto che di una vicenda così "locale" si parli nel documento di un'Organizzazione armata che è sicuramente romana, dimostra ulteriormente l'esistenza di contatti, di colloqui e di confronti.
E si torna al summit clandestino di agosto, durante il quale è stata pianificata la strategia armata che si sta dispiegando lungo i binari sindacato/antimperialismo. La sensazione è che adesso tocchi al Nucleo proletario rivoluzionario di Milano. Per completare l'opera di "riposizionamento" della nuova galassia terrorista che affianca le Brigate Rosse.

24 aprile - "Il Corriere della sera" scrive:
Il figlio di Gelli ha un seggio all' Onu Rappresenta un' organizzazione "umanitaria": per sede una casella postale a Ginevra
Malagutti Vittorio, Canal Luigino
Ha sempre difeso il padre e la P2. Il legame con il francese Bandier e il sostegno alla lotta contro Castro * Il figlio di Gelli ha un seggio all' Onu * Rappresenta un' organizzazione "umanitaria": per sede una casella postale a Ginevra
DAL NOSTRO IN VIATO FERNEY-VOLTAIRE (ALTA SAVOIA) -
Con il cielo plumbeo e la neve che cade a tratti, la villa di sua eccellenza Henry Bandier sembra ancora più triste e vuota. Porte chiuse, finestre sprangate, la piscina a secco. Inutile suonare il campanello: il padrone di casa è morto un paio di mesi fa, a 86 anni d' età. Bandier, un francese dalla vita avventurosa e dalle molteplici identità (spia e collaborazionista ai tempi di Vichy, secondo alcuni, filantropo e benefattore, secondo altri) non lascia un grande patrimonio. Gli eredi, però, veri o presunti, a quanto pare sono molti. E in prima fila si è subito accomodato Raffaello Gelli. Il primogenito del fondatore della loggia P2, egli stesso più volte oggetto di inchieste giudiziarie e di recente rinviato a giudizio per aver favorito la latitanza del padre nel 1998, era amico di lunga data e stretto collaboratore di Bandier. Il quale ha sempre ricambiato affetto e devozione. D' altronde, come ricordano alcuni suoi amici e conoscenti, non era proprio Bandier a definirsi un ammiratore di Licio Gelli? E allora c' è poco da sorprendersi se adesso sarà il cinquantenne Raffaello a continuare l' intensa opera del defunto amico di famiglia. Gelli junior potrà contare su un osservatorio privilegiato: nientemeno che un seggio all' Onu, o meglio, al Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc), con sede a Ginevra. Il figlio del venerabile Gran maestro della P2, insieme alla moglie Marta, figura tra i partecipanti accreditati all' ultima sessione di lavori della Commissione per i diritti umani dell' Onu, che si concluderà a Ginevra alla fine di questa settimana. Gelli junior è sbarcato all' Onu grazie a Bandier. O meglio, grazie a uno dei tanti enti internazionali a scopi umanitari di cui l' intraprendente Bandier figurava di volta in volta come presidente, fondatore, presidente onorario. Tanto da suscitare la curiosità di un quotidiano locale dell' Alta savoia, "la Tribune Mont-Blanc". Una vera galassia, quella di Bandier, dove spuntano come funghi sedicenti ambasciatori, senatori e onorevoli, con tanto di fantomatici accrediti diplomatici. Qualche esempio? Eccone uno. L' Agenzia delle città unite per la cooperazione nord-sud risulta sconosciuta nel mondo della cooperazione internazionale, ha per indirizzo una semplice casella postale a Ginevra e il suo sito Internet è disattivato da una decina di giorni. In compenso sin dal 1995 questo ente fondato da Bandier ha ottenuto lo status di membro consultivo dell' Ecosoc presso le Nazioni Unite e come tale può nominare propri rappresentanti all' Onu. Tra questi, una trentina in tutto, compaiono Raffaello Gelli e signora. Il figlio del venerabile, un metro e novanta di altezza, eleganza ostentata e una gran passione per le auto di lusso, si è sempre descritto come un globe trotter degli affari, perennemente in viaggio tra l' Italia, la Svizzera e Montecarlo. Giusto 20 anni fa, nel marzo del 1981, con il ritrovamento delle liste a Castiglion Fibocchi, esplodeva lo scandalo P2 e da allora Raffaello non ha mai smesso di difendere le posizioni del padre. Nel frattempo ha fatto molti affari in proprio. Tre anni fa, però, ha lasciato all' improvviso la sua residenza di Montecarlo, ma, a quanto pare, ha anche aumentato il suo impegno diretto nelle organizzazioni fondate da Bandier. Tanto da conquistare un seggio all' Onu. L' Agenzia delle città unite per la cooperazione nord-sud, secondo quanto recita un documento ufficiale, avrebbe lo scopo di "sensibilizzare l' opinione pubblica mondiale all' idea della necessità di una nuova strategia di sviluppo per instaurare un equilibrio economico e sociale tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo". Una missione impegnativa. Forse per questo l' ente di Gelli junior ha unito le forze con un gruppetto di enti sotto la comune etichetta di Generation universelle. E così spuntano la Prima ambasciata dei bambini nel mondo, l' Associazione internazionale degli educatori alla pace mondiale, la Commissione internazionale dell' educazione a distanza, l' Accademia ecologica internazionale. Tutte ovviamente attivissime, secondo quanto recitano i loro siti Internet, nel promuovere la pace e la fratellanza universale. E tutte ben liete di propagandare il loro status di Organizzazioni non governative (Ong) associate all' Onu. A ben guardare, questo intrico di enti rimanda sempre agli stessi nomi. Oltre a Bandier, c' è lo spagnolo Alfonso Roldan More oppure l' imprenditore maltese, che si definisce storico e filosofo, Charles Mercieca. Ma non sempre il loro dichiarato impegno per la pace viene coronato dal successo. Prendiamo il caso dell' Asopazco, una sigla che sta per Associazione per la pace tra i continenti. L' anno scorso questo ente che ruota nell' orbita del "gruppo Bandier" si è visto sospendere per tre anni lo status di membro consultivo delle Nazioni Unite. A maggioranza dei propri membri, l' Ecosoc ha preso questo provvedimento su richiesta del governo cubano. Asopazco infatti avrebbe appoggiato l' attività dell' opposizione anticastrista. Da qui le proteste del governo dell' Avana, che hanno infine provocato l' espulsione dell' ente. Vittorio Malagutti (ha collaborato Luigino Canal)
* LA LOGGIA P2 Il 17 marzo del 1981 ve ngono sequestrati negli uffici della "Giole" di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo) gli elenchi della loggia massonica segreta P2 (Propaganda 2). Tra i 962 nomi, ci sono anche 179 alti ufficiali, 59 parlamentari e tre ministri. Il 22 maggio viene emanato il primo ordine di cattura a carico di Gelli. Il 24 luglio la P2 viene sciolta ufficialmente
* LA COMMISSIONE Il 9 dicembre viene istituita una commissione parlamentare d' inchiesta, presieduta da Tina Anselmi. La relazione di maggioranza c onclude per l' autenticità delle liste e sottolinea gli intrecci tra la loggia, settori dell' eversione e servizi segreti deviati
* L' ARRESTO Il 13 settembre del 1982, dopo 18 mesi di latitanza nei Paesi dell' America del Sud, Gelli viene arrestato, per la prima volta, in una banca di Ginevra. Condannato a un anno e 4 mesi per corruzione, evade nel 1983 da Champ Dollon. Si costituisce nel settembre del 1987 e viene estradato in Italia due anni dopo, ottenendo la libertà provvisoria
* LA CORTE D' ASSISE Il 16 aprile ' 94, la Corte d' Assise afferma che "la loggia P2 non fu una struttura che cospirò contro lo Stato". Gelli, assolto dall' accusa di "cospirazione politica mediante associazione", viene condannato a 17 anni per millantato credito, calunnia e procacciamento di documenti riservati
L' AMBROSIANO Il 22 aprile del 1998 la Cassazione conferma la condanna a 12 anni per concorso in bancarotta fraudolenta per il crack del Banco Ambrosiano. Il 4 maggio Gelli fugge per evitare il carcere. Arrestato il 10 settembre a Cannes, viene estradato in Italia il 16 ottobre. Ottiene gli arresti domiciliari per motivi di salute.

24 aprile - Il Senato approva, a larghissima maggioranza, il decreto che estende da 18 a 24 mesi la durata massima della custodia cautelare per i reati di terrorismo. In questo modo si consente maggior tempo alle indagini e, come ha spiegato il relatore Guido Calvi (Ds), "si impedisce una prematura scarcerazione degli imputati".Il decreto riguarda i reati contro le personalita' dello Stato, con particolare riferimento a quelli connessi con finalita' di terrorismo o di eversione dell' ordinamento costituzionale.

24 aprile - Il segretario nazionale di Democrazia Europea Sergio D'Antoni, a margine della presentazione della sua candidatura a sindaco di Roma, dice che "Il sindacato e' ed e' stato una vittima del terrorismo ma il rischio di infiltrazioni esiste". "Il rischio infiltrazioni comunque tocca alle forze di polizia individuarlo", ha aggiunto D'Antoni che ha sottolineato come "compito di inquirenti e magistrati e' anche quello di individuare mandanti e killer del professor D'Antona". "Il terrorismo e' contro la democrazia e le istituzioni democratiche, come il sindacato - ha proseguito D'Antoni - Si combatte facendo fronte comune come successe negli anni '70 non di certo con le polemiche come stanno facendo i due schieramenti. Il loro e' un falso dibattito". "Per questo credo che Berlusconi abbia fatto male a rinunciare agli impegni elettorali dopo l'allarme sicurezza - ha concluso - nessuno deve rinunciare alla propria attivita' politica o sindacale. Bisogna anzi organizzare risposte pubbliche e unitarie".

24 aprile - I Nipr hanno inviato piu' copie della rivendicazione in diverse citta' italiane. Quelle trovate finora sono 13, e sono state tutte spedite dall' ufficio postale di Roma-Fiumicino. A Roma e provincia ne sono state trovate cinque, spedite al deposito tranviario di Portonaccio, a quello degli autobus dell'Atac a Grottarossa, alle RSU della Zanussi, all'ospedale Grassi di Ostia e all'Aci Informatica. Quattro in provincia di Pordenone: una e' arrivata alle Rsu della Zanussi Electrolux di Porcia, altre due allo stabilimento Zanussi Grandi Impianti di Vallenoncello di Pordenone e una quarta alla Refrigeration Division Villotta Factory Electrolux Professionale di Villotta di Chions. Una rivendicazione anche a Milano, nel deposito dell'Atm, e un'altra a Legnano, all'Ansaldo. Documenti sono stati trovati anche a Bologna, alla Rsu dell'Atc, l'azienda di trasporti e a Taranto, alla Rsu dell'Ilva. In diversi casi i destinatari del documento avevano gia' ricevuto testi analoghi in passato, in particolare dopo l' omicidio D'Antona: cosi' e' stato, ad esempio, per il deposito di Milano e per l'Ilva di Taranto. I documenti, tutti con lo stesso contenuto, riportano la sigla Nipr e la stella a cinque punte. Si tratta di una decina di pagine inserite in normali buste "a sacchetto", di media grandezza, con il mittente scritto a macchina: "Ministero della Sanita', piazzale dell'Industria 20, 00144 Roma". La spedizione sarebbe avvenuta il 23 aprile per posta prioritaria. Le buste hanno tutte il timbro del Centro di meccanizzazione postale dell' aeroporto di Fiumicino, da cui transita la corrispondenza prioritaria imbucata in gran parte della citta' di Roma e dintorni. Gli investigatori stanno lavorando nel massimo riserbo. Al vaglio, in particolare, le precedenti rivendicazioni recapitate alle Rsu per trovare eventuali "collegamenti". In questo senso, un primo riscontro positivo verrebbe da Taranto, dove negli ultimi mesi sono giunti ben tre documenti terroristici: il mittente sulla busta recapitata oggi - secondo gli investigatori - potrebbe essere stato scritto con la stessa macchina per scrivere utilizzata per la busta che conteneva un altro documento del Nipr giunto il 19 giugno dell'anno scorso.

24 aprile - "La Nazione" scrive:
«Senzani è ancora un leader»
ROMA — Vecchi brigatisti tornano alla ribalta. E non tanto per gli ultimi attentati firmati «Nipr» e «Nta», quanto, sembra, per una strategia ben più forte. I contenuti dei documenti sequestrati nelle carceri vanno molto al di là della bomba allo «Iai» di Roma. A rinfuocare il dibattito è ancora il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, che ieri ha chiamato in causa Giovanni Senzani, l'ex leader Br in semilibertà.
Senatore, come mai proprio Senzani?
«Prima dell'omicidio D'Antona erano comparsi documenti siglati solo dal "Partito comunista combattente". Improvvisamente, dopo quell'omicidio, hanno cominciato a circolare altri documenti in cui appare anche la sigla "Br". Qualcuno deve avere autorizzato i nuovi terroristi a utilizzarla».
E questo qualcuno, secondo lei, è Giovanni Senzani?
«Secondo me, sì. La coincidenza singolare è che Senzani ha ottenuto la semilibertà poco prima che fosse ucciso D'Antona. Insomma, se non una partecipazione all'organizzazione dell'omicidio, credo che ci sia stata quantomeno un'autorizzazione di Senzani alla riutilizzazione della sigla Br-Pcc. Un accenno in questo senso ci fu dato dal pm di Firenze Gabriele Chelazzi nella sua audizione in Commissione stragi».
La sua è un'accusa pesante: oggi a carico di Senzani non ci sono inchieste...
«Su Giovanni Senzani c'è un vecchio debito che potremmo definire "di riconoscenza": il vero cervello politico delle Br, per lo meno dalla seconda metà degli anni Settanta, fu lui, non Moretti. E Senzani non si è mai pentito, né dissociato, né ha mai accettato di essere sentito dalla nostra Commissione. Però mi risulta che invece sia stato iscritto di recente nel registro degli indagati dalla procura di Roma per l'omicidio Moro».
Le vecchie Br, allora, sono anche nei nuovi gruppi?
«No. Le vecchie Br sono nel gruppo che ha ucciso D'Antona, non nel nuovo antagonismo sociale che si è andato riorganizzando. I nuovi gruppi hanno messo a segno attentati di limitata pericolosità, tranne l'ultima bomba di Roma che sembra salita un po' nel livello di offesa. Gli altri gruppi, invece, sono entrati in azione uccidendo subito, evidentemente perché provengono da esperienze di omicidio».
Cosa significano i nuovi documenti sequestrati ai detenuti irriducibili?
«Significano che le Br si stanno preparando a uccidere qualcun altro. Chi ha già ammazzato non abbassa il tiro».

24 aprile - Su mandato del suo assistito Giovanni Senzani, l' avv. Bonifacio Giudiceandrea, riferendosi a quanto dichiarato il 23 aprile dal presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino e pubblicato da L' Unita', dichiara che Giovanni Senzani e' "estraneo alle ultime azioni delle Brigate Rosse o comunque di organizzazioni combattenti". Il parlamentare aveva detto che dal fatto che poco prima dell' omicidio D' Antona il brigatista storico Senzani avesse ottenuto i benefici carcerari "non si puo' non trarne una deduzione. Il cambiamento della sigla di Br a Br-Pcc non poteva avvenire senza l' autorizzazione di un esponente storico delle Br. E chi meglio di Senzani ? Ma il mio e' solo un ragionamento deduttivo". "L' infondatezza delle sue deduzioni - scrive l' avv. Giudiceandrea - oltre ad essere palese, e' smentita dalla stessa sua 'fonte', ossia dal pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi, il quale ha piu' volte confermato l' estraneita' di Giovanni Senzani rispetto alle ultime azioni delle Brigate Rosse o comunque di organizzazioni combattenti". "Per dimostrare poi - aggiunge il legale di Senzani - quanto e' poco documentato il giornalista autore dell' articolo, secondo il quale la cella di Giovanni Senzani presso il carcere di Trani sarebbe stata perquisita, e' sufficiente rammentare che il mio assistito e' uscito da quel carcere nel febbraio 1999 e che si trova da allora a Firenze in regime di semiliberta'".

24 aprile - Per Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi, ci sono "tutti i segnali di una possibile saldatura tra i gruppi della galassia che e' nata o si e' ristrutturata sin dalla prima meta' degli anni Ottanta (Nta e Nirp) e il gruppo che ha ucciso Massimo D' Antona che ha con gli esponenti della generazione precedente legami non soltanto ideali". Pellegrino dice di essere preoccupato per la "pioggia" di documenti in diverse parti d' Italia: "E' una prassi che era prevedibile", dice e sull' ipotesi di un legame tra l' assalto al furgone che c' e' stato ieri a Roma e l' azione di "volantinaggio" di oggi, il senatore dei Ds ricorda che l' ultima triade di uccisioni delle Br, e cioe' "gli omicidi Tarantelli, Conti e Ruffilli, fu inframmezzata dalla rapina di Via Prati di Papa che ha modalita' abbastanza prossime a quelle di ieri. Non basta per arrivare ad una conclusione ma e' certamente una prospettiva di cui tenere conto". "Tutto quanto e' accaduto nell' ultimo mese era stato prospettato - ricorda ancora Pellegrino - nel corso di una lunga discussione successiva all' omicidio D' Antona da parte della commissione Stragi". Pellegrino ricorda anche, dopo i ritrovamenti in carcere di veline della rivendicazione dell' omicidio D' Antona, di aver piu' volte segnalato la possibilita' che venisse valutato il fatto che agli 'irriducibili' in carcere venissero contestati i reati associativi o, addirittura, il concorso nell' omicidio, visti i legami che si potevano prospettare gia' prima di questi ultimi giorni. "Anche se riconosco che recenti modifiche del codice di procedura penale non giovano a richiedere l' applicazione di queste possibilita'. Tuttavia, oggi, con l' approvazione del decreto da parte del Senato, si sono prolungati i termini delle indagini. Se non si fosse provveduto a cio' il magistrato avrebbe dovuto gia' scoprire gli elementi indagativi in suo possesso".

24 aprile - Radio Popolare, nella rubrica "I fatti prima che diventino notizia", in onda poco dopo le 18, da' notizia di aver ricevuto una lettera di rivendicazione del presunto attentato, di venerdi' scorso, alla sede della Cisl milanese di via Giambellino. "La lettera, firmata 'Fronte rivoluzionario' - spiega la stessa Cisl in una nota - e' giunta oggi per posta all'emittente radiofonica milanese, ma risulta spedita lo stesso venerdi', qualche ora dopo l'azione contro il sindacato". "Come riportato dalla stampa - ricorda il sindacato - la mattina di venerdi' un impiegato aveva rinvenuto una tanica di benzina, con un accendino attaccato con del nastro adesivo, nascosta in un sacco della spazzatura davanti all'ingresso degli uffici della Cisl". L'attentatore o gli attentatori, secondo quanto ha reso noto Radio Popolare, avrebbero preso di mira la Cisl in quanto firmataria di accordi sottobanco con le associazioni imprenditoriali. Nel testi si dice, tra l'altro, che "colpire i padroni e i loro burattini e' possibile e necessario". "E' presto per fare valutazioni - sottolinea il segretario generale della Cisl milanese, Maria Grazia Fabrizio -, non sappiamo ancora se la rivendicazione e' credibile. In ogni caso, sia che si tratti di un documento autentico, sia che si tratti dell'azione di un mitomane, c'e' da preoccuparsi. Il clima e' pesante. Il sindacato, e la Cisl in particolare, e' nel mirino del terrorismo. Nel merito, e cioe' il riferimento a presunti accordi sottobanco sui contratti a termine, - conclude Fabrizio - non vale nemmeno la pena di rispondere. Qui siamo al delirio piu' totale. Comunque noi non ci facciamo intimidire e andremo avanti per la nostra strada".

 24 aprile - Al ministero della giustizia di via Arenula, arriva una busta, indirizzata al sottosegretario Rocco Maggi, con all' interno una pallottola. La busta, secondo quanto si e' appreso, perche' al tatto non sembrava contenere lettere o documenti, non e' stata aperta dalla segreteria dell' sottosegretario, che ha subito avvertito la Digos.Sono stati gli uomini della Digos ad aprirla e ad appurare che conteneva solo una pallottola cal. 9, senza nient'altro all' interno.Sull' episodio sono state aperte le indagini del caso.

25 aprile - Olga D'Antona, vedova del prof. Massimo D'Antona e candidata dell'Ulivo a Roma, nel corso di una cerimonia in via Salaria, afferma che "Se su questa lapide dovesse comparire un'altra volta la sigla delle Br non la cancelleremo affinche' tutti si rendano conto di persona del pericolo che ncombe sul nostro paese". "Il pericolo non e' per la nostra democrazia che e' salda e solida - ha detto la vedova D'Antona -, ma credo che nessuno possa permettersi il lusso di sottovalutare le azioni simboliche e non solo simboliche che sono state compiute in questi giorni con diverse sigle terroristiche".

25 aprile - Il Procuratore generale di Milano, Francesco Borrelli, a margine della deposizione in piazza della Scala a Milano di una corona alla memoria dei caduti per la resistenza nell' ambito delle celebrazioni per il 25 aprile, dice: "Queste frange approfittano dei momenti di instabilita' e frattura come questo, dovuto alle propagande politiche contrapposte, e in quelle fessure cercano di insinuarsi" ma "e' un po' arrischiato accostare i centri sociali al terrorismo". "E' una verita' lapalissiana - ha aggiunto - che il terrorismo si sviluppa nelle aree marginali". Il magistrato non crede neppure che il terrorismo stia riprendendo vigore: "non credo ad una recrudescenza del fenomeno terroristico, anche se non ho lo specchio magico per sapere se ci siano fenomeni sotterranei di un suo rinvigorimento e non credo neppure che il terrorismo nasca nei centri sociali. quanto riguarda i volantini recapitati ieri in luoghi di lavoro, s tratta di una scelta fatta con criteri convenzionali. In ogni caso le forze dell' ordine non hanno mai abbassato la guardia per prevenire il terrorismo. Purtroppo, esso - ha concluso - e' pressoche' endemico, come tutte le forme estremistiche."

25 aprile - "Il Messaggero" scrive:
L’uso del vecchio simbolo è il salto di qualità
I ”nuclei” sono alla ricerca di proseliti. Si teme un attentato prima delle elezioni
di MASSIMO MARTINELLI
ROMA - Promossi al primo tentativo, nel traballante mondo del terrorismo di serie A. Da ieri i bombaroli dei Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria, già noti come «Nipr», possono usare il simbolo tristmente noto delle Brigate Rosse. E’ bastato un tubo di tritolo davanti all’Istituto Affari Internazionali, un portone saltato nel centro di Roma, la notte di 15 giorni fa, per propiziare l’ultima alleanza tra i gruppi che ancora vagheggiano la lotta armata in Italia. Era questo lo scopo del gruppo: lanciare una segnale di disponibilità alle due maggiori formazioni terroristiche: da una parte i Nuclei Territoriali Antimperialisti, che se la prendono con la Nato e le Multinazionali, dall’altra quel che resta delle Brigate rosse, cioè i killer di D’Antona ancora in libertà e i loro manovratori, che dal carcere scrivono risoluzioni strategiche scopiazzate dal vecchio archivio che Giovanni Senzani custodiva nella sua cella, fino a quando non è uscito anche lui, casualmente un mese prima il delitto D’Antona. Ebbene, i Nipr volevano essere considerati una terza forza. Di supporto, però. Non in concorrenza. Dieci giorni fa era già arrivato il "placet" degli Nta. Che la stella a cinque punte la utilizzano già da tempo, grazie ai legami tra alcuni dei loro esponenti e Bruno Seghetti e Antonio De Luca, che qualche anno fa furono tra i padri delle Br-Pcc che hanno rivendicato anche il delitto D’Antona. L’appoggio degli Nta per la bomba di via Brunetti arrivò subito. Due giorni dopo il botto notturno, con un fax di due cartelle all’Adn Kronos, firmato Nta con tanto di stella a cinque punte. Si legge: «....rivendichiamo la valenza dell’attacco strategico compiuto dai compagni dei Nipr e il collegato impianto programmatico con il quale si aggiorna e si ricalibra il portato rivoluzionario in questa fase di scontro...». Dunque, pieno appoggio alla bomba ma anche alle 36 pagine di risoluzione che furono mandate subito per e-mail ai quotidiani italiani. Le stesse riproposte ieri, con il marchio Br, alle manovalanze e ai sindacati dell’Atac di Roma, dell’Atm di Milano, dell’Alfa Romeo di Arese, dell’Ilva di Taranto, dell’Ansaldo di Legnano e di altri stabilimenti in cui trent’anni fa, agli albori della lotta armata, c’erano collettivi politici che idealmente potevano forse essere vicini alle istanze rivoluzionarie. «Sono deboli, ma pericolosi» è l’analisi secca di un esperto dell’antiterrorismo. Cercano proseliti e hanno fretta di colpire. E’ questo che differenzia le nuove leve delle terrorismo targate Nipr, dalla logica delle Brigate rosse. Le lettere sono state spedite in tutta Italia dalla stessa persona, dallo stesso ufficio postale di Roma-Fiumicino. La pioggia di buste, quasi un volantinaggio-fermoposta, che voleva forse creare qualche timore circa la potenzialità offensiva del gruppo. In realtà, non ha fatto che confermare che questo gruppo cerca il massimo della visibilità con il minimo dispendio di forze. In ogni caso, l’allarme è altissimo da mesi. Le precauzioni adottate sono senza precedenti. Gli analisti del Viminale, che ieri si sono riuniti in un Comitato per la Sicurezza che sembrava convocato proprio per l’occasione, sono convinti che la nuova alleanza provocherà un’accelerazione della strategia del terrore. I Nuclei di Iniziativa proletaria rivoluzionaria vogliono colpire prima delle elezioni del 13 maggio. E subito dopo, in occasione del G8 di Genova previsto per luglio. Forse non uccideranno, dicono gli esperti, perché finora hanno cercato di non spargere sangue. Ma non tutti sono d’accordo con questa ottimistica previsione. Individuati anche i possibili bersagli: nessun politico, perché sono super protetti e poi facilmente sostituibili. I terroristi spareranno ad una «testa pensante», come quelle di D’Antona, Ruffilli, Tarantelli. Gente comune, che per di più la mattina va in ufficio la mattina sola con i propri pensieri, guidando l’utilitaria di famiglia. Per fermare questo progetto delirante, basterebbero forse una decina di arresti per disorientare queste nuove Brigate rosse. In procura ci stanno pensando.

25 aprile - Umberto Bossi, parlando a Pergine Valsugana, in Trentino, a proposito dei recenti atti di terrorismo, dice che “Sono Brigate Rosse Elettorali, in sigla Bre”. “Queste bombe sono Giove tonante: le mette il potere per spaventare i cittadini, che corrono a nascondersi come pulcini sotto le sue ali di chioccia - ha aggiunto - Non riesco a vedere Amato con la borsa del tritolo – se mai lo vedo con la borsa dei quattrini... Ma sono i cattivi esempi del suo governo che sono negativi”. “Non vi dico quante minacce arrivano a me - ha continuato Bossi - almeno due tre alla settimana negli ultimi tempi. Ma sono convinto che chi vuol fare del male lo fa senza avvertire. Di chi avvisa prima non mi preoccupo, e le minacce le butto nel caminetto”.

26 aprile - "La Repubblica", edizione di Bari, scrive:
Il supercarcere degli irriducibili e i segreti del delitto D'Antona
Due donne delle nuove Br erano il tramite per far uscire rivendicazioni e volantini
il reportage
TRANI - Immobili e muti, i brigatisti rinchiusi nel supercarcere di Trani. I detenuti di mafia, "vicini di cella" metà sprezzanti metà sornioni, del resto appena possono lo fanno capire: "Quelli delle due tre lauree? Da loro non saprete niente, non hanno mai parlato". Non aprono bocca neppure quando sabato 21, alle 7 e mezzo del mattino, una quindicina di poliziotti della Digos insieme con carabinieri e guardie penitenziarie (nel complesso, una "squadra" di quaranta investigatori) scorrazzano nelle undici gabbie al primo piano, quelle della "sezione blu", dove sono segregati tredici bierre cosiddetti irriducibili, a caccia di qualcosa che possa aiutare i magistrati romani a "leggere" l'omicidio D'Antona. Le perquisizioni vanno avanti per tre quattro ore: da cataste di libri, riviste, giornali saltano fuori fogli dattiloscritti e, soprattutto, manoscritti. Alla fine, sono un migliaio le pagine da dove in un modo o nell'altro spuntano frasi in tutto identiche a quelle messe insieme nelle ventinove facciate usate per rivendicare l'assassinio di Massimo D'Antona. Con gesti secchi, perentori, quel "mare di carte" è messo in ordine alla meglio prima di venire "impacchettato" per essere consegnato ai pubblici ministeri che si occupano della morte del giurista colpito dalle Br il 20 maggio del 1999. Sono gli stessi pm che avevano elencato uno per uno i nomi di tutti i brigatisti che sarebbero finiti poi "sotto osservazione": il più giovane ha 33 anni, si chiama Giuseppe Di Cecco, il più vecchio è Calogero Diana, che di anni ne ha 52. Gli altri sono i fratelli gemelli Franco ed Enzo Grilli, nati nell'agosto del 1950, Franco Galloni e Carlo Garavaglia, entrambi di 45 anni, Michele Maffei e Pietro Coccone, tutti e due di 47 anni, come Flavio Lori, ci sono anche Fabio Ravalli (49 anni), Giuseppe Armante (40), Antonino Fosso (44), Francesco Donati (41 anni). E', questo, lo stesso carcere di "massima sicurezza" dove il 28 dicembre del 1980 scoppiò la rivolta dei detenuti brigatisti: Toni Negri, il professore padovano, fu indicato come il capo e l'organizzatore della sommossa, sedata al tramonto del giorno dopo dai carabinieri del "Nocs". I rivoltosi erano riusciti a fare giungere alle Brigate Rosse, copia del documento con le loro richieste per la liberazione delle 18 guardie di custodia prese in ostaggio. La storia, in qualche modo, si ripete. Chi sono i "postini" delle nuove Br? Due donne, le prime ad essere sospettate: Maria Cappello, in carcere a Latina e da poco trasferita nel penitenziario femminile qui a Trani, quello "affogato" nel verde della villa comunale, moglie di Fabio Ravalli; Tiziana Cherubini, che invece rimarrà "blindata" a Latina, è la moglie di un altro terrorista "tranese", Franco Grilli. Una volta ogni sette mesi, secondo il regolamento, potevano incontrarsi con i rispettivi mariti. Fare "cambiare aria" alla Cappello, significa innanzi tutto che le due donne non hanno più nessun tipo di contatto: anche solo piccoli "accorgimenti", questi, però necessari a falciare l'erba sotto i piedi di un gruppo eversivo già indicato all'indomani del delitto di Massimo D'Antona come quello in grado di fornire da Trani il "supporto politico strategico" giudicato essenziale per l'omicidio.

Nelle celle di Trani e nelle lotte del lavoro spuntarono i "samurai" del partito armato
Tra il 1978 e il 1981 anche la Puglia visse i "giorni dell'ira" segnati dalle Brigate Rosse e da Prima Linea
la storia
LELLO PARISE
Il partito dell'eversione mette radici fra Taranto e Bari, negli anni dal 1978 al 1981. Rapine in banca per "autofinanziarsi", omicidi, scontri a fuoco: terroristi disposti a tutto, per tre anni, e nella testa la convinzione che esiste l'obbligo di fare ciò che è impossibile. Soprattutto nel tacco d'Italia, appena sfiorato dalla violenza delle bande armate, non per questo meno crudeli quando decidono di "entrare in azione" da queste parti. Quella di Prima Linea elegge la Puglia a "quartiere generale" della "rivoluzione" nel Sud. Spiegava l'allora giudice istruttore Emilio Marzano, attuale procuratore capo a Bari: "Da una parte, avevano l'esigenza di penetrare dal punto di vista politico e propagandistico in questa zona del Paese; dall'altra, la necessità di allontanarsi da quelle città in cui le forze dell'ordine registravano successi repressivi in danno di dette formazioni terroristiche". I primi "contatti", intorno al polo industriale di Taranto: "Pielle", scriveva lo stesso Marzano in un'ordinanza di rinvio a giudizio del 1984, "nutriva la (vana) prospettiva di coinvolgere nel progetto sovversivo gli operai, massicciamente presenti all'Italsider". Vent'anni fa come oggi, quando all'IlvaItalsider finisce il volantino del "Nucleo d'iniziativa proletaria rivoluzionaria" con un duro attacco alla Cgil. Il 3 giugno del 1980, durante l'assalto ad una banca di Martina Franca, il primo morto ammazzato: Antonio Chionna, appuntato dei carabinieri. Così come in un appunto ritrovato sei mesi più tardi in uno dei cosiddetti "covi" di Prima Linea nel capoluogo ionico, quello in via D'Alò Alfieri, gli investigatori apprendono dell'esistenza di "basi" anche nel Barese: i terroristi prendono in affitto un locale di via Timavo, a Torre a Mare. A scegliere, per primo, di "non tacere fatti ed esperienze vissuti all'interno dell'organizzazione", è uno dei componenti della banda finito in manette: Angelo Ricciardi. Avevano trovato rifugio nella città, in particolare "i torinesi": da Luca Frassinetti a Giorgio Soldati, da Daniele Gatto a Federico Alfieri, da Francesco D'Ursi a Lucio Di Giacomo. Nomi che a distanza di tanto tempo, sembrano soltanto semplici espressioni sonore. Il "più atroce delitto consumato a Bari", quello di un poliziotto: Giuseppe Filippo. Era il 28 novembre 1980. La sua pistola d'ordinanza, una "Beretta 92/S bifilare" con caricatore a quindici colpi, era considerata dai terroristi "un'arma ambita". Avevano deciso di portargliela via perché l'agente era di "aspetto fisico apparentemente non prestante". L'agguato, davanti al portone di casa. Leggete nei "verbali" dell'epoca: "A dispetto delle previsioni degli organizzatori del disarmo, il Filippo oppose fiera e tenace resistenza fino a costringere i suoi aggressori a sparargli due colpi di pistola calibro 38 che lo portavano a morte". Dopo l'omicidio, Prima Linea affittò altre due "basi": a Fesca (traversa Cimarosa), per 180mila lire al mese, e in corso Sonnino. Andarono in scena una serie di rapine tra Giovinazzo, Triggiano, Carbonara, la stessa Bari, mentre i "rapporti" dei carabinieri segnalavano la presenza di "piellini in armi" anche nel Brindisino; l'ultimo "covo", nel Foggiano: a Margherita di Savoia; a novembre del 1981, la feroce sparatoria "senza esiti più gravi" con una pattuglia della Guardia di finanza: a Noicattaro, durante un'"operazione di controllo". E' di quell'anno, comunque, l'allontanamento dalla Puglia dei "piellini", che poi vennero catturati altrove. Una "ritirata", facevano sapere i magistrati, dovuta "al progressivo acuirsi della sconfitta politica della lotta armata ed al processo di sfaldamento seguìto ai successi sempre più numerosi delle forze dell'ordine". In guerra, come quella scoppiata durante gli "anni di piombo", non c'è nessun possibile sostituto della vittoria. A quattro lustri di distanza, negli uffici della Digos stringono i denti e sorridono: "Tranquilli, non ci prendono alla sprovvista".

26 aprile - "La Repubblica" edizione di Palermo:
Il disastro di Montagna Longa
in un rapporto l'altra verità
Il 5 maggio del '72 l'aereo si schiantò a causa di un errore umano. Ma la sorella di una vittima ha trovato un documento che parla di una bomba
ENRICO BELLAVIA
Due poliziotti sull'autostrada se lo videro passare sopra abbastanza basso da ricordarsene. Una casalinga al balcone lo vide sparire dietro la montagna con un rumore assordante e poi scorse un bagliore sul costone. Un uomo, sul versante opposto della roccia, ebbe l'impressione che volasse come avvolto dalle fiamme. Il primo perito ricostruì che non poteva essere andata così. Altri quattro tecnici dopo di lui tirarono fuori tesi diverse, giunsero a conclusioni opposte, ma, mai, mai misero in discussione che di incidente si era trattato. Il fuoco doveva per forza essere una conseguenza. Rimase solo un vice questore. Solo lui credette a un attentato e come tale lo trattò. Ma nessuno gli diede retta. Era il 5 maggio del 1972. Venti minuti dopo le 22. Serata calda ma senza vento, visibilità intorno ai cinque chilometri. Il Dc 8 classe 43 Antonio Pigafetta, costruito nel ‘61, in servizio con i colori Alitalia, sigla IDiwb, impegnato sul volo AZ 112, portava 108 passeggeri più 7 uomini di equipaggio da Roma a Palermo. Morirono tutti. Lasciarono 98 orfani e 50 vedove. Fu allora il più grande disastro nella storia dell'aviazione civile italiana. I primi trenta corpi li ritrovarono due vigili del fuoco inerpicandosi lungo il crinale di Montelepre. Otto li recuperarono più in là, tra gli anfratti e i rovi di quella montagna inospitale. Montagna Longa. Lì intorno c'era quello che restava: un giudice, due giornalisti, un uomo e una donna, uno che, dissero, era dei servizi segreti e un paio di militari su quell'aereo. Qualcuno non fu mai identificato. Quasi tutti tornavano a casa per votare. Era l'ultima sera di campagna elettorale, quella sera. Mistero non mistero nella notte dei misteri di Italia. Sciagura, incidente, disastro. Tutto purché a nessuno saltasse in mente di tirare fuori storie di complotti e attentati. Un nota d'agenzia della "Reuter", tre giorni dopo, lanciò subito la tesi di una bomba a bordo. Nessuno raccolse, ad eccezione del rappresentante dei piloti Anpac nella prima commissione di indagine. Cinque anni dopo fu quel poliziotto al quale diedero del visionario a elaborare una sua teoria. L'aereo non doveva esplodere in volo. Non dovevano esserci vittime. Doveva essere un'azione dimostrativa. L'ordigno piazzato sotto un seggiolino, bagaglio terrifico dimenticato lì da un passeggero apparentemente distratto, doveva mandare in mille pezzi l'aereo quando era già vuoto. Ma andò tutto storto quella notte. Andò storto perché il Dc 8 fu costretto a ritardare l'atterraggio. «Palermo Az 112, è sulla vostra verticale e lascia 5000 e riporterà sottovento, virando a destra, per la 25 sinistra», disse Roberto Bartoli, il comandante. «Ricevuto il vento è sempre calmo» rispose Palermo. «Ok, Bartoli». Poi fu il buio, il vuoto. Non ci fu altro perché il nastro della scatola nera era strappato. Non registrò un accidente di niente e di quello che successe a bordo dopo quell'annuncio di discesa non si seppe nulla. A nessuno venne in mente di frugare, di cercare, di capire il come e il perché di un nastro che doveva esserci e non c'era. Eppure quell'assenza era il necessario corredo di un aereo caduto per disgrazia.  Non venne in mente di analizzare i corpi, di verificare se avessero addosso tracce di esplosivo. L'autopsia, poi. L'autopsia la fecero a due cadaveri soltanto. Collo spezzato e intestini a vista. Poteva essere il risultato di un impatto? E quella borsa esplosa dall'interno, come se una misteriosa forza dal di dentro ne avesse scardinato le cerniere, torcendo un barattolo di latta come se lo avessero preso a martellate? Poteva essere tutto questo compatibile con un impatto imprevedibile e imprevisto? Poteva e doveva. Si poteva per questo sorvolare su un dettaglio: i passeggeri non avevano le scarpe. Come se qualcuno li avesse avvisati, gli avesse detto di tenersi pronti per qualcosa, un ammaraggio, un atterraggio di emergenza, l'evacuazione da quella trappola di lamiere e velluto. E gli strumenti, cosa dicevano gli strumenti? Nessuno li ha mai esaminati a fondo. Per quel disastro non c'è neppure un'ora esatta. Non guardarono neppure gli orologi dei passeggeri. Non li cercarono e non li trovarono. Un incidente, era stato un incidente. Ci fu la prima inchiesta, la guidava il generale Francesco Lino, nominato dal ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro in persona. Il decreto fu firmato il 12 giugno. Il 27 avevano già concluso: tutta colpa del comandante. Era miope, era ubriaco (la perizia tossicologica lo escluse), era distratto, e poi lasciava fare al suo secondo, un neofita di quella trappola che chiamavano aeroporto. Ma perfino il generale Lino dovette ammettere che con il nastro strappato rimaneva un mistero: «L'analisi conduce a formulare le ipotesi di una situazione particolare determinatasi all'interno della cabina di pilotaggio per l'intervento di persone estranee oppure di un'avaria che possa avere distolto per quasi due primi l'equipaggio». Certo l'aeroporto era quello che era, non doveva neppure sorgere lì e aveva tutto scassato, incompleto, e approssimativo. Ma era atterrato e decollato di tutto, dissero, perché giusto quel Dc 8 avrebbe dovuto schiantarsi? L'Anpac, l'associazione dei piloti di linea, provò a dire che non poteva essere andata così. Condusse una controinchiesta consegnata ai fogli ingialliti della rivista dell'epoca. Bartoli era atterrato a Punta Raisi il 13 aprile precedente, conosceva a menadito quell'aereo, aveva al suo attivo 8500 ore di volo e sul Dc 8 ne aveva fatte 737. Aveva le lenti, ma era uno che volava con qualunque cosa avesse due ali e un motore, un appassionato. L'inchiesta penale iniziò a Palermo ma la trasmisero subito a Catania poiché tra le vittime c'era Ignazio Alcamo, sostituto procuratore generale presso la corte d'appello del capoluogo. A Catania commissionarono altre due perizie. E spuntarono tre ipotesi: il primo pilota disse che avrebbe virato a destra e sarebbe entrato per la verticale sinistra. Il secondo capì al contrario e l'aereo finì sulla montagna. Seconda ipotesi: l'aereo agganciò la frequenza del radiofaro su monte Gradara e ritenne di trovarsi sulla verticale di Punta Raisi. Il faro era stato installato da poco e per accorgersene i due piloti avrebbero dovuto scrupolosamente dare un'occhiata alle carte di navigazione che segnalavano la novità sul cambio di frequenza. Dal faro di monte Gradara a Montagna Longa l'aereo, questo diceva la seconda ipotesi, c'era arrivato in assetto da atterraggio. La terza ipotesi non differiva dalla prima, ma era una sommatoria di concause che concludeva per la stessa tesi: l'aereo si era schiantato per colpa dei piloti. Così i giudici a  dieci anni dal disastro mandarono assolti il direttore dell'aeroporto e i due tecnici dell'ente per l'aviazione. Per le vittime, le parti civili rimaste erano i familiari di Angela Fais, giornalista de "L'Ora", e i familiari di Elisabetta Salatiello, la figlia dell'ingegnere della Keller. Furono zittite durante tutto il processo e si ritirarono platealmente. Rimase solo quel rapporto di quel vicequestore a raccontare un'altra verità. E anche la storia di questo dossier di 36 fogli è una storia misteriosa. Giuseppe Peri era un poliziotto all'antica, tutto indizi e ragionamento. Poliziotto in quel di Trapani alle prese con il caso dei casi dell'epoca. Si trattava del sequestro dell'esattore Luigi Corleo, il suocero di Nino Salvo, il ras delle esattorie. Al vicequestore arrivarono delle notizie, delle imbeccate, delle soffiate. In breve, sulla scorta delle confessioni di un neofascista brindisino, imbroccò la pista del patto tra mafia e neri. E lì elaborò la sua teoria su Montagna Longa. Scrisse tutto e provò a farsi assegnare le indagini. Ma non accadde nulla. Allora andò alla posta e spedì sette raccomandate alle Procure di Marsala, Trapani, Palermo, Agrigento, Taranto, Milano, Torino e alla Procura generale presso la corte d'appello di Palermo. Spedì quel rapporto a tutti fuorché alla magistratura catanese titolare delle indagini. Quel rapporto non è mai entrato né ufficiosamente, né ufficialmente.

Trame nere, ritardi fatali e quel cadavere senza nome
I dubbi avanzati dal poliziotto che per primo indagò sulla strage
il retroscena
Il rapporto del vicequestore Giuseppe Peri era una proposta di denuncia a carico di 32 persone e ha la data del 28 agosto 1977. Conteneva una serie di elementi sulla responsabilità dei neofascisti, capofila Pierluigi Concutelli, in combutta con la mafia in quattro sequestri di persona verificatisi a Milano Lainate (Egidio Perfetti, 1323 gennaio 1975), a Sciacca (Nicola Campisi (111 luglio 1975), a Salemi (Luigi Corleo, 17 luglio 1975) e a Gallipoli (Luigi Mariano, 23 luglio 19759 settembre 1975). Rincorreva le tracce delle banconote utilizzate per i riscatti e saldava questa ricostruzione con le parole di Luigi Martinesi, detenuto per il sequestro Mariano e figlio dell'ex federale di Brindisi, raccolte dal giudice istruttore di Taranto, Morelli. Il rapporto contiene intuizioni ma anche alcuni eccentrici accostamenti. Da qualche settimana è pubblicato dall'Istituto Gramsci in un volume, "Anni difficili", curato da Leone Zingales e Renato Azzinnari con una serie di note che ne correggono le conclusioni, sulla base delle indagini poi svolte sui sequestri. Il capitolo su Montagna Longa è introdotto con un accostamento cronologico sulla base di una coincidenza. Per Peri non era un caso che il 5 maggio del '71 fosse stato ucciso il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, assassinato con il brigadiere Antonio Lo Russo. A pagina 16 e 17 del rapporto originale si legge: "L'eversione della società costituita sulla base delle istituzioni democratiche è iniziata con tale delitto ed è continuata a un anno preciso di distanza con altro delitto purtroppo di strage. Ci si pone il dilemma: attentato o disgrazia causata da improvviso guasto? L'ipotesi dell'attentato è corroborata dalla seguenti circostanze obiettive; quella sera era l'ultimo giorno della campagna elettorale. Parecchi cittadini di Carini, mentre erano in piazza a sentire l'ultimo comizio, insolitamente videro un aereo che sorvolava la zona e, come scrisse la stampa, in fiamme. Il pilota del Dc 9 (così nel documento originale, ndr), sorvolando Punta Raisi diede la precedenza all'aereo proveniente da Catania, ritardando pertanto di dieci minuti l'atterraggio. I cadaveri secondo i medici legali si presentavano disintegrati, cosa che non avviene invece a seguito di urti violenti. Non fu identificata la centodiciottesima vittima. Ammessa l'ipotesi che anche tale disastro, come la strage del treno Italicus e altre stragi del Nord attribuite a trame eversive, sia un anello della strategia della tensione, si deve ammettere che l'attentatore in possesso di una carica esplosiva a orologeria non voleva di certo anche la sua morte e approssimandosi il momento del contatto delle due lancette e quindi dell'esplosione, non si autodenunziò al personale di bordo per ovviare alla deflagrazione e i dieci minuti di ritardo dell'atterraggio avrebbero fatto esplodere la carica a bordo. Ne discende che l'attentatore non avrebbe voluto anche la sua morte e forse nemmeno la strage perché ne sarebbe stato coinvolto, avrebbe voluto forse il danneggiamento dell'aereo già atterrato allorquando tutti i passeggeri, lui compreso, fossero già scesi a terra... Tale episodio sarebbe stato sicuramente rivendicato se fosse stato distrutto o danneggiato soltanto l'aereo una volta atterrato". Peri era stato per 16 anni capo della Mobile a Trapani e aveva collaborato poi da vicequestore con varie Procure. Dopo quel rapporto fu inviato a Messina e poi trasferito a Palermo in un posto di seconda fila.

26 aprile - La procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio di sette carabinieri del reparto servizi magistratura del tribunale di Roma, di malavitosi, tra cui Massimo Carminati, e dell' avvocato Antonino Juvara. Sono 23 gli indagati per il furto in quasi 200 cassette di sicurezza della Banca di Roma interna a piazzale Clodio. Vari i reati contestati, dal furto, allo spaccio di droga, all' associazione per delinquere. In particolare a Carminati, ad alcuni dei malavitosi ed a quattro carabinieri i magistrati perugini hanno contestato l' aggravante prevista dall' articolo sette del decreto legge 152 del 1991 per avere commesso il fatto al fine di agevolare l' attivita' di un' associazione di stampo mafioso come i pm del capoluogo umbro ritengono la “banda della Magliana”. Per l' avvocato Juvara e' stato invece chiesto il rinvio a giudizio con l' accusa di istigazione alla corruzione. I pm perugini ritengono che l' inchiesta abbia confermato un forte interesse della “banda della Magliana” nel furto. Molti degli indagati per i quali e' stato chiesto il rinvio a giudizio sono infatti considerati vicini al gruppo criminale romano. Il colpo venne compiuto nella notte tra il 16 ed il 17 luglio  del 1999 ai danni del caveau dell' agenzia 91 della Banca di  Roma, quella interna alla cittadella giudiziaria. I malviventi  svuotarono 174 cassette di sicurezza e ne forzarono altre 23  senza pero' riuscire ad aprirle. Si impossessarono quindi di preziosi e denaro per un valore di miliardi di lire, ma anche di uno-due chili di cocaina. Per l' ingresso nella cittadella giudiziaria e la successiva fuga con la refurtiva venne utilizzato un furgone camuffato in maniera tale da renderlo identico a quello utilizzato dai carabinieri. Secondo la procura di Perugia il colpo venne messo a segno grazie alla collaborazione di alcuni carabinieri del reparto servizi magistratura. Un ruolo di primo piano lo avrebbero avuto in particolare i militari Adriano Martiradonna, Feliciano Tartaglia, Mercurio Di Gesu e Roberto Cozzolino. Tra i principali organizzatori ed esecutori sono stati indicati Carminati, Stefano Virgili, Vincenzo Facchini, Lucio Smeraldi e Piero Tommasi, basista Orlando Sembroni, dipendente della Banca di Roma. Per i carabinieri Martiradonna, Tartaglia e Cozzolino e' stato chiesto anche il rinvio a giudizio per corruzione. A Carminati ed agli altri 14 indagati per associazione per delinquere i pm perugini - coordinati dal procuratore aggiunto Silvia Della Monica - contestano anche il tentativo di corruzione di magistrati che avrebbero potuto incidere, direttamente o indirettamente, su vicende giudiziarie nelle quali sarebbero stati coinvolti alcuni appartenenti alla presunta banda. L' avvocato Juvara deve rispondere invece di concorso, con altri quattro indagati, nel reato di istigazione alla corruzione. In particolare il legale avrebbe cercato di ottenere da un importante magistrato romano informazioni riservate e vantaggi processuali per imputati da lui assistiti. L' inchiesta sul furto al caveau di piazzale Clodio non e' comunque conclusa. Nel capoluogo umbro e' infatti ancora aperto un fascicolo a carico di alcuni ufficiali del comando provinciale di Roma dei carabinieri sospettati di avere ostacolato la prima fase dell' indagine condotta dalla procura di Perugia.

26 aprile - La Camera non approva, per mancanza del numero legale, nell' ultima seduta della legislatura il decreto che allunga di sei mesi (da un anno e mezzo a due anni) la durata delle indagini preliminari per i reati di terrorismo. Tra le indagini interessate quella dell' omicidio di Massimo D' Antona i cui termini scadono tra qualche giorno. Non sono bastate due votazioni, effettuate a distanza di mezz' ora: nella prima mancavano 59 deputati. Anche la seconda e' andata a vuoto. Il decreto scade all' inizio di giugno. Adesso la decadenza e’ quasi certa. Il provvedimento (che e' gia' stato approvato dal Senato) scade il 3 giugno. L'Aula e' convocata per il sette maggio, ma non sono previste votazioni: all'ordine del giorno sola la presentazione di decreti. La seduta successiva e' quella del 30 maggio: ma si tratta della prima seduta della nuova Camera eletta il 13 maggio. E per poter esaminare i provvedimenti si dovra' prima eleggere il nuovo presidente e tutto l'ufficio di presidenza e formare i gruppi.

27 aprile – Il quotidiano francese “Liberation” dedica una pagina a Cesare Battisti, ex militante dei 'Proletari armati per il comunismo', uno dei superlatitanti, sui quali pendono condanne pesantissime, fuggito dall'Italia e rifugiato in Francia, dove si sta sempre piu' affermando come scrittore di gialli. 'Arte' la tv culturale, l'ha scelto per una trasmissione che si chiama 'En cavale', in fuga, in onda il 29 aprile; il suo ultimo libro, il decimo, 'Jamais plus sans fusil', e' uscito nell' ottobre scorso; sta scrivendo un altro romanzo ambientato nella sua citta' natale, Latina. Alcuni dei suoi libri sono usciti anche in Italia, come 'L'orma rossa', 'Travestito da uomo', 'L'ultimo sparo'. Finito in carcere a Frosinone per banda armata nell'ambito del processo per l'omicidio del gioielliere Torreggiani, ne evase clamorosamente nel 1981, dileguandosi nel nulla. Vent'anni di latitanza, prima Parigi, poi nuova fuga nel timore dell' estradizione, verso il Messico, con la compagna Laurence che, oggi separata dopo avergli dato due figli, lo aveva preso per un mitomane e non aveva mai creduto che la sua fedina penale fosse cosi' pesante. Lavoretti e lavori di ogni genere, finche' comincia a collaborare con la stampa locale, fonda una rivista culturale, 'Via libre'. Nel 1990 torna a Parigi, e viene arrestato. Cinque mesi di carcere, poi la liberta', perche' la Francia non concede l' estradizione verso Paesi dove i condannati in contumacia non sono riprocessati. Una liberta' strana, dice a 'Liberation', sempre con l'impressione di essere sotto controllo, "da parte di persone con interessi diversi che continuano a voler far espiare i loro sogni agli ex militanti dell'ultrasinistra". "La mia guerra e' finita, non rinnego e non rimpiango nulla". Ha solo un profondo disprezzo per i 'pentiti', e nessun desiderio di tornare in Italia, neppure se potesse. Ma la sua "cavale" non e' certo destinata a finire. Pare che faccia parte di una lista di una settantina di persone, tra cui anche ultra' di sinistra rifugiati a Parigi, indagate per associazione con finalita' di terrorismo dal pm milanese Elio Ramondini, nell'ambito dell'inchiesta avviata dopo la fuga del Br Maurizio Ghiringhelli nel dicembre '98.

27 aprile - "Il Messaggero" pubblica un’ intervista al giudice Antonio Marini:
Marini: troppi benefici ai detenuti
Il pm dei processi agli anarchici: "Non capisco l'indulgenza assolutoria"
di MARIO COFFARO
"Se davvero non vogliamo che si ripeta una stagione triste non dobbiamo ripetere gli errori del passato come l'aver concesso benefici di semilibertà a certi irriducibili terroristi o l'aver giudicato con eccessiva indulgenza i fiancheggiatori dell'eversione": così ammonisce Antonio Marini, sostituto procuratore generale a Roma, un magistrato esperto che è stato impegnato per anni in processi contro brigatisti rossi per la strage di via Fani e il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, contro Ali Agca per l'attentato al Papa, e di recente contro gli anarco-insurrezionalisti.
Lei è dunque un fautore della linea dura?
"Sono convinto che sia un dovere verso il Paese e verso le vittime del terrorismo di ogni colore non dimenticare quel che è accaduto e non concedere facili assoluzioni per poi dover scoprire, magari, di aver rimesso in libertà proprio quelli che fannoattentati".
Sta lanciando un'accusa contro i giudici della Corte d'assise di Roma che hanno assolto 40 dei 53 imputati nel processo agli esponenti dell'Organizzazione rivoluzionaria anarchico insurrezionalista?
"No, rispetto quella sentenza anche se la considero in parte errata e per questo ho già depositato i motivi di appello. Secondo me i giudici non hanno compreso la complessità di quel disegno criminoso. Ma ricordo che durante il processo è stato accertato che l'Orai affonda le sue radici in "Azione rivoluzionaria", un'organizzazione ben nota già negli anni '70 e a nome della quale guarda caso è stato rivendicato a Radio popolare l'attentato a palazzo Marino di Milano".
Ci sono legami tra nuovi e vecchi terroristi?
"La sconfitta subita dal terrorismo è stata in realtà una ritirata strategica. Molti dei loro esponenti si sono resi conto che la società ha respinto le loro proposte e la loro logica sanguinaria. Ma ce ne sono, purtroppo, ancora tanti che hanno sempre in testa gli stessi obiettivi. E oggi come allora ricomincia il proliferare di sigle, di piccoli e meno piccoli attentati, di rapine per autofinanziamento. Qualcuno dice che non si può parlare di allarme terrorismo perché in fondo c'è stato un solo morto, Massimo D'Antona, il 20 maggio del '99. Ma io credo che sia profondamente sbagliato fare conti da ragioniere sul sangue delle vittime e che abbiamo il dovere di utilizzare quel che abbiamo imparato negli anni scorsi per prevenire altre vittime, per impedire il ripetersi di crimini e di lutti".
Ma perché gli anarchici dovrebbero essere considerati terroristi?
"Perché stiamo parlando di imputati condannati all'ergastolo, come ad esempio Francesco Porcu, telefonista del rapimento di Esteranne Ricca,(già condannato all'ergastolo per il sequestro di Mirella Silocchi), considerato il responsabile dell'attentato che, la notte del 24 agosto dell'89, provocò la morte accidentale dell'anarchico Luigi De Blasi, rimasto ucciso nell'esplosione di un'autobomba che era parcheggiata a poca distanza da un commissariato di polizia. Un paio di personaggi di questa organizzazione, Giuseppe Stasi e Gregorian Garagin, nel corso del processo hanno letto in aula una rivendicazione che suona come i vecchi comunicati dei brigatisti. Si definivano "militanti rivoluzionari, anarco-comunisti", e si proponevano una "serie di rivolte, insurrezioni e di attacchi violenti contro gli uomini e le strutture dello Stato-capitale"".
Sono stati condannati ?
"No, dall'accusa di associazione eversiva e banda armata sono stati assolti".
Servirebbe una procura nazionale antiterrorismo?
"Servirebbe di più, anche un giudice specializzato. Come per i minori, il lavoro, la mafia, anche i reati di eversione dovrebbero finire davanti a un tribunale specializzato che abbia una visione d'insieme e non frammentaria dei delitti di terrorismo".

27 aprile - "Il Tirreno" scrive:
Un "Corpo di stato" per rievocare il delitto Moro
Domani va in scena a Arcidosso lo spettacolo-narrazione di Marco Baliani
di Emilio Guariglia
ARCIDOSSO. Giorni di memoria, tra il 25 aprile e maggio, che l'Italia attraversa fibrillante di tensioni elettorali. In questo clima, la memoria storica diventa spesso e volentieri una sorta di chewing gum, da tirare alla bisogna del momento. Ben vengano allora (anzi, ben tornino) in frangenti così avvelenati spettacoli come "Corpo di Stato", narrazione di Marco Baliani con la regia di Maria Maglietta, che rievoca il delitto Moro per ricostruire (recita il sottotitolo) la "storia di una generazione divisa".
"Corpo di Stato", nato per una diretta tv trasmessa da Raidue il 9 maggio '98 (venti anni dopo l'assassinio di Aldo Moro) dai Fori Imperiali di Roma, sarà in scena domenica sera al Teatro degli Unanimi di Arcidosso, nell'ambito della stagione di Accademia Amiata (info 0564 968205).
Cos'è "Corpo di Stato"?
"Uno spettacolo di narrazione, come è nella mia poetica. Ma stavolta c'è un io narrante che racconta in chiave autobiografica i 55 giorni della prigionia di Aldo Moro".
Cosa intende per "autobiografica"?
"Metto insieme episodi miei personali, di quel periodo o di una stagione precedente ma simile, tra il '71 e il '72. C'è una domanda di fondo che scorre per tutto lo spettacolo: come è successo? Come è accaduto che parte di noi a un certo punto abbiano preso le armi? E' una domanda che resta sospesa".
Br, terrorismo... Argomenti attualissimi.
"Il 25 aprile ero in scena a Como. Teatro pieno, una cosa incredibile, era come se stessi parlando di oggi. Ci ritroviamo con tensioni molto simili, perché quei grovigli che portarono all'esplosione del terrorismo non si sono risolti. L'uso strumentale della violenza è rimasto. Non puoi fondare uno Stato nuovo se non sciogli certi nodi, come le stragi o lo stesso delitto Moro. E poi io nomino Cossiga, Andreotti... C'erano trent'anni fa e sono ancora qui. Non si è usciti, da quella situazione, semmai c'è un finto oblio. I padri, soprattutto, non raccontano la storia ai figli".
E lei, a suo figlio, l'ha mai raccontata?
"Ci sono riuscito con questo spettacolo, così l'ho raccontata anche a mio figlio. C'è stata una grossa rimozione, da parte di tutti. Ne siamo usciti sconfitti, ma io ho fatto teatro proprio per questo, per continuare a parlare".
Come reagisce il pubblico a "Corpo di Stato"?
"Per quelli della mia generazione, i "reduci", è un tuffo nella memoria. Per i giovani è una scoperta, un pezzo di storia sconosciuto o quasi che gli si ricompone davanti e li sorprende".
E della tesi "terrorismo come regolamento di conti interno alla sinistra", nel '78 come oggi, cosa pensa?
"E' una visione molto manichea. La vicenda è molto, molto più complessa".

27 aprile – L’ "Unione Sarda" scrive:
Roma Sedi di rappresentanze estere, enti e istituti che operano nei settori economici e sociali, esponenti politici, sindacali e della finanza: sono decine i possibili obiettivi del rinascente terrorismo di sinistra e l'elenco è stato diffuso ieri nel corso del vertice sulla sicurezza che si è tenuto ieri al Viminale sotto la presidenza del ministro Bianco. Il documento è stato rivelato ieri su Internet dal giornale on line "il Nuovo" che ha pubblicato gli "obiettivi sensibili" dei terroristi . Si va dalle rappresentanze diplomatiche di Stati Uniti, Israele, Germania, Gran Bretagna, Austria, Giappone e Corea del Sud, alle strutture militari facenti capo agli Usa e alla Nato. particolare attenzione viene data a una serie di enti che hanno sede a Roma: l'Istituto per il Commercio con l'Estero (Ice) in via Liszt, l'Istituto Ricerche e Informazioni Difesa (Istrid) ini via Tacito, il Sistema Informativo e Osservatorio Economico (Sioe) in piazza San Marco. Seguono la Struttura di missione per il Vertice dei paesi del G8, ospitata nel Dipartimento della Funzione Pubblica. Nell'elenco sono comprese la sede del Garante della Privacy, l'Antitrust, il Garante delle telecomunicazioni, l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private (Isvap), l'Ufficio di rappresentanza dell'Unione Europea. Tra le personalità, figurano nell'elenco dei possibili obiettivi dei terroristi Silvio Berlusconi, Francesco Rutelli, Antonio Di Pietro, il sindaco di Milano Gabriele Albertini, Sergio D'Antoni, Sergio Cofferati, Gianni Agnelli, Paolo Fresco (Fiat), Marco Tronchetti Provera (Pirelli), Gian Maria Gros-Pietro (Eni). Le informative pervenute al Ministero dell'Interno precisano che i nuovi terroristi non sono in condizione di colpire in tempi brevi ma potrebbero preparare un'azione dimostrativa allo scopo di mantenere alto l'interesse e favorire così nuove adesioni. Ieri, decine di documenti firmati dai Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria sono arrivati in aziende dislocate in tutta la Penisola. Sono arrivati per posta e anche per e-mail agli uffici delle rappresentanze sindacali. Una copia è pervenuta alla "Seda International", l'azienda di Arzano del presidente della Confindustria Antonio D'Amato. Altre sono arrivate in tre stabilimenti della Zanussi, alla Nuova Pignone di Firenze, alla Marelli di Milano, alla Breda di Pistoia, all'Inse Cilindri di Brescia, al Sindacato macchinisti Fs di Foligno Al termine della riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica che ieri si è riunito al Viminale è stato dichiarato che non c'è stato un salto di qualità nelle azioni eversive, ma preoccupano i tentativi di aggregazione tra gruppi circoscritti che rappresentano un rischio da non sottovalutare.

28 aprile – Per giovedi’ 17 maggio, alle ore 18, nella sala del Refettorio della Camera dei Deputati, e’ annunciata la presentazione del libro "Il delitto D'Antona. Indagine sulle nuove Brigate Rosse" di Daniele Biacchessi, postfazione di Giancarlo Caselli, edito da Mursia. Oltre all'autore interverranno Olga D'Antona, e il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino. Giovedi’ 31 maggio, alle ore 18, il libro sara’ presentato invece alla Libreria Feltrinelli di Piazza Duomo, Milano. Oltre all'autore interverranno Olga D'Antona, Giancarlo Caselli e Guido Salvini,giudice del Tribunale di Milano.

28 aprile - Riuniti a Ferney-Voltaire, localita' francese nei pressi di Ginevra, a due passi dal confine svizzero, intellettuali di tutta Europa ed altrove, quali il parlamentare europeo Daniel Cohn-Bendit o lo scrittore italiano Antonio Tabucchi, hanno redatto un testo per "denunciare lo scandalo della prigionia dell' ex esponente di Lotta Continua" Adriano Sofri. "Adriano Sofri - afferma l' appello - ha fornito un esempio straordinario di fiducia nella Giustizia (...) e non cessa di battersi per la verita' e la giustizia. Rifiuta di chiedere la grazia e vuole che sia riconosciuta la sua innocenza. Riteniamo che la detenzione di Adriano Sofri e' uno scandalo. Chiediamo a tutte le istanze che ne hanno la possibilita', dalla Corte europea dei diritti dell' uomo, al presidente della Repubblica Italiana, di fare in modo che tale scandalo sia cancellato. L' Europa non puo' costruirsi solo a parole e definendo parametri finanziari. Si costruisce anche mettendo in valore una cultura comune nella quale i diritti dei cittadini devono occupare il posto che spetta loro". "Il caso di Sofri - conclude l' appello - e' un banco di prova dell'Europa del Diritto e dei diritti". L' appello, redatto in presenza del fratello di Adriano, Gianni Sofri, e' firmato, inoltre, da personalita' tra le quali l'attrice Laura Betti, il cineasta Jean Louis Comolli, la scrittrice algerina Assia Djebar, il costituzionalista Olivier Duhamel, lo storico Carlo Ginzburg, il deputato europeo Reinhold Messner, il giurista Geraud de la Pradelle, Matti Wuori, membro della commissione sudafricana Verita' e riconciliazione, lo storico Jacques Le Goff, il filosofo Jacques Derrida, la filosofa franco-bulgara Julia Kristeva, l'editrice Elvira Sellerio. Altri nomi dovrebbero sommarsi nei prossimi giorni. L' appello e' stato redatto nell' ambito di un colloquio che proseguira' anche domani e il cui obiettivo e' di sensibilizzare l' opinione pubblica al caso di Adriano Sofri, in carcere dal gennaio 1997 con l' accusa di aver ordinato l' omicidio del commissario Calabresi nel '72. Il colloquio, intitolato "L' affaire Sofri" (il caso Sofri), si svolge nel castello di Voltaire su iniziativa dell' Auberge de l' Europe Centre culturelle de rencontre. Oltre all' appello i colloqui prevedono la proiezione del film "L' affaire Sofri" di Jean Louis Comolli, seguito da un dibattito con, tra gli altri, il professore Carlo Ginsburg. Domani sara' inoltre reso noto un testo redatto da Sofri. La lettura si svolgera' al castello di Voltaire, un luogo simbolico. E' da qui, infatti, ha ricordato il fratello di Adriano Sofri, Gianni, che lo scrittore-filosofo francese lancio' le sue campagne giudiziarie per ristabilire la giustizia. La causa piu' famosa e' quella del calvinista Jean Calas. Nella lettera, ha detto Gianni Sofri, "mio fratello rifiuta di essere paragonato a Calas o Dreyfus". Delle trenta cartelle scritte da Adriano Sofri, domani sara' data lettura solo della parte iniziale (tradotta in francese), dove - spiega Gianni Sofri - Adriano parla di cosa significhi un invito a castello per qualcuno che vive in una cella di due metri e mezzo per tre metri e mezzo. Il testo dovrebbe essere pubblicato successivamente".

29 aprile - Le uccisioni di Sergio Ramelli, (1975) e di Enrico Pedenovi (1976) sono ricordate a Milano con due manifestazioni distinte da An e da Forza Nuova. Lo studente Ramelli mori' a 17 anni, dopo lunga agonia, in seguito a un agguato a colpi spranga da parte di estremisti di sinistra. Pedenovi, consigliere provinciale dell' Msi, fu ucciso a colpi d'arma da fuoco da terroristi dei Comitati Comunisti Rivoluzionari, formazione fiancheggiatrice di Prima Linea. Un corteo di aderenti ad An, al quale ha partecipato l'on. Ignazio La Russa che accompagnava la madre di Sergio Ramelli, Anita, si e' recato prima in viale Lombardia, dove fu ucciso Pedenovi, e poi in via Paladini, dove fu aggredito a sprangate Ramelli. Stesso tragitto, ma all'inverso e un'ora piu' tardi, per gli aderenti a Forza Nuova.

30 aprile - E' fissato per il 7 giugno davanti al gip di Perugia l' inizio dell' udienza preliminare per l' inchiesta sul furto al caveau dell' agenzia della Banca di Roma che si trova all' interno della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, a Roma. Per questa vicenda la procura perugina ha chiesto il rinvio a giudizio di 23 indagati. Tra loro sette carabinieri del reparto servizi magistratura del tribunale di Roma, malavitosi, con l' ex Nar Massimo Carminati, e l' avvocato Antonino Juvara. Vari i reati contestati, dal furto, allo spaccio di droga, all' associazione per delinquere. In particolare a Carminati, ad alcuni dei malavitosi ed a quattro carabinieri i magistrati perugini hanno contestato l' aggravante prevista dall' articolo sette del decreto legge 152 del 1991 per avere commesso il fatto al fine di agevolare l' attivita' di un' associazione di stampo mafioso come i pm del capoluogo umbro ritengono la "banda della Magliana". Per l' avvocato Juvara e' stato invece chiesto il rinvio a giudizio con l' accusa di istigazione alla corruzione.

1 maggio - Un migliaio di persone partecipano alla tradizionale manifestazione del primo maggio a Portella della Ginestra, in occasione del 54/o anniversario della strage che causo' 11 morti, tra cui due bambini, e 27 feriti. Sull' eccidio, compiuto dalla banda Giuliano, che sparo' sui manifestanti inermi, restano ancora numerosi interrogativi, nonostante la pubblicazione dei documenti coperti dal segreto di Stato decisa nel 1998 dal governo. Il professor Giuseppe Casarrubea, uno storico che presiede l' associazione dei familiari delle vittime della strage, proprio sulla base dell' esame dei documenti desecretati sostiene che l' eccidio "fu un episodio terroristico-mafioso coperto da settori deviati delle istituzioni". Lo studioso, figlio di un bracciante ucciso a Portella, ha anche affidato qualche anno fa a un medico legale una perizia sui feriti ancora in vita. I risultati balistici sui proiettili che colpirono i manifestanti e sulla loro provenienza, non solo dall' alto ma anche dalla sinistra del pianoro, aprirebbero nuovi scenari circa la presenza di altre persone, oltre ai componenti della banda Giuliano, che avrebbero partecipato alla strage.

3 maggio - In esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dalla procura di Roma per il reato di associazione sovversiva, i carabinieri del Ros arrestano otto persone, tre a Roma, tre a Crotone e due a Milano. Sono in corso anche una serie numerosa di perquisizioni (sarebbero una quarantina) e ci sarebbero altri dieci indagati. Secondo l'ipotesi di lavoro del pool antiterrorismo di Roma, all' interno della formazione politica, in Calabria, si sarebbe formata una struttura occulta. Ai provvedimenti si e' arrivati attraverso una serie di intercettazioni e pedinamenti che hanno rafforzato i sospetti dei magistrati. I nomi delle persone interessate dai provvedimenti dell'autorita' giudiziaria, erano contenuti nel rapporto che il Ros aveva stilato nei mesi scorsi sulla rete di presunti fiancheggiatori delle Br-Pcc. Il blitz e' scattato all' alba dopo una "riunione operativa" cominciata verso mezzanotte in una grande caserma dei carabinieri della capitale durante la quale i responsabili delle indagini hanno steso il piano definitivo e messo a punto le linee di intervento. Al termine, squadre di carabinieri dei Ros e del comando provinciale di Roma sono partite per eseguire i provvedimenti e le perquisizioni. Le persone arrestate sono Norberto Natali, di 42 anni, esponente nazionale di Iniziativa comunista, che si era candidato per le elezioni a Crotone, la sorella Sabrina Natali, di 31 anni; Barbara Battista, di 33 anni, dipendente di una scuola romana; Rita Casillo, 33 anni, impiegata; Stefano de Francesco, 35 anni, vigile urbano; Raffaele Palermo, 33 anni, dipendente di un supermercato di Roma; Franco Gennaro e Luca Ricaldone, entrambi di 37 anni e residenti a Milano. Tutti gli arrestati facevano parte di “Iniziativa comunista”, e nessuno degli arrestati ha avuto reazioni scomposte ne', tantomeno, lacrime o disperazione come avvenne quando fu arrestato Alessandro Geri. Norberto Natali e' stato arrestato a Torre Melissa (frazione costiera del comune di Melissa, a circa 25 chilometri da Crotone) in un'abitazione che occupava insieme alla sorella, Sabrina, di 31 anni, e a Stefano de Francesco, di 35 anni. Alle 5, quando nell'appartamento sono entrati i carabinieri del Ros, quelli del Reparto operativo di Crotone e della compagnia di Ciro' Marina, i tre erano gia' svegli e si stavano preparando ad uscire per l'affissione di alcuni manifesti.   Nell'appartamento - preso in fitto e posto nelle vicinanze della caserma dei carabinieri di Torre Melissa - sono stati trovati stampati e manifesti. Le persone che lo hanno conosciuto in Calabria sostengono che Norberto Natali e' praticamente cieco e non riconosce le persone neanche a breve distanza. Anche per il sindaco di Melissa, Pino Bonessi, Natali e' un invalido non vedente e si fa sempre accompagnare da altri. Ovviamente non guida e per la sua malattia agli occhi si e' anche sottoposto, sempre secondo le testimonianze raccolte, ad un paio di interventi chirurgici, tra cui uno in Russia. Norberto Natali aveva tentato di presentare la sua candidatura per "Iniziativa comunista" nel collegio n.10 di Crotone della Camera, saltata a causa del rifiuto ad un apparentamento di Rifondazione comunista. Natali era gia’ andato in Calabria per aiutare le strutture locali della Fgci ed era stato tra il 1983 e il 1985 coordinatore regionale della Federazione giovanile comunista, dopo essere gia' stato coordinatore, nei primi anni '80, della Federazione Giovanile Comunista di Crotone. Adesso Natali era arrivato a Crotone prima di Natale ed aveva preso alloggio - in affitto - in una abitazione della localita' Torre Melissa. E’ sposato e con due figli (la moglie continuava a vivere a Roma e veniva a trovarlo in Calabria). Nel corso di un incontro con i giornalisti nell' ufficio del procuratore Salvatore Vecchione alla presenza dell' aggiunto Italo Ormanni e dei sostituti Franco Ionta, Giovanni Salvi, Pietro Saviotti e Federico De Siervo e' stato sottolineato che, quello finito in manette, e' un gruppo "tendente ad entrare in un rapporto politico con le Br e teso alla costituzione del Partito Comunista clandestino". Anche se - ha sottolineato Vecchione - allo stato "non c'e' alcun elemento per configurare un legame fra gli arrestati e gli autori dell' omicidio di Massimo D'Antona". Lo stesso pm Salvi ha aggiunto che la struttura occulta era sorta all' insaputa dei responsabili di Iniziativa Comunista. Ai giornalisti e' stato consegnato un comunicato nel quale e' sintetizzato il capo di imputazione. Gli otto arrestati sono accusati di associazione sovversiva (art. 270 del codice penale) per aver - si legge nel capo d' accusa - "agendo in concorso tra loro, promosso, costituito, organizzato e diretto una associazione sovversiva agente sotto la denominazione di Iniziativa Comunista, ma in realta' sostanziata da organismi occulti e clandestini, individuabili nei cosiddetti 'commissione'  e 'Comitato Centrale' e costituita da militanti di un cosiddetto gruppo ristretto, tendente alla lotta armata per sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali dello Stato e ad entrare in un rapporto, allo stato, quanto meno di interlocuzione politica, con la banda armata Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente". Nella stessa nota si conferma "che la struttura costituisce la componente clandestina interna ad un gruppo denominato "Iniziativa Comunista". Essa - allo stato delle indagini – non presenta rapporto di identita' con altre sigle eversive quali Br o altre". Gli stessi Pm hanno poi confermato che sono tuttora in corso una quindicina di perquisizioni e che i nominativi di una decina di persone sono finiti nel registro degli indagati della Procura. L’ ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Lupacchini parla anche di "accertati contatti" (maggio 2000) tra Luca Ricaldone, e Nicola Bortone, militante clandestino delle Br-Pcc, nonche' tra Fausto Marini, un "irriducibile" delle Br-Pcc, e Iniziativa Comunista (a decorrere dal luglio 2000). Secondo il Gip, Fausto Marini "nella sua veste di militante delle Br-Pcc, contatta non certo a caso Iniziativa Comunista che, evidentemente, individua almeno quale punto di riferimento dei Ncc". "In questa stessa logica - afferma il giudice - va letto, verosimilmente, il contatto con il clandestino-latitante delle Br-Pcc individuato in Bortone" con Ricaldone, a "ulteriore attestazione della saldatura di un rapporto con la componente responsabile dell'omicidio D'Antona". Secondo il gip Lupacchini "e' pacifico", alla luce della stessa rivendicazione e degli accertamenti degli investigatori, "come l'organizzazione responsabile dell' omicidio del prof. D'Antona sia individuabile in un'evoluzione dei Ncc che assume la denominazione di Br-Pcc". Ed infatti, "i militanti delle Br-Pcc detenuti, che gia' avevano condiviso le precedenti azioni Ncc, avallano la rivendicazione dell'omicidio da parte delle Br-Pcc, riconoscendo legittimazione e autenticita' proprio alla struttura che derivava dai Ncc". Inoltre, lo stesso irriducibile Fausto Marini, che viene citato nell'ordinanza per i suoi contatti con Iniziativa Comunista, in un documento sequestrato dai carabinieri, "attribuisce ancora piu' esplicitamente ai Ncc l' omicidio D'Antona". La componente responsabile del delitto, "che si e' imposta attraverso la prassi, nel mentre assume cosi' a pieno titolo la denominazione di Br-Pcc, coagula - scrive il gip - i contatti con le altre componenti eversive e, a maggior ragione, con i militanti delle Br-Pcc tuttora operativi". Dopo l' omicidio D'Antona la magistratura aveva affidato in particolare ai carabinieri le indagini sulla struttura terroristica che aveva organizzato il delitto, identificata di fatto nei Nuclei comunisti combattenti. Sempre nell'ambito della delega ricevuta dal magistrato il Ros ha identificato una trentina di persone, parte delle quali sono state pedinate e intercettate per mesi. Tra questi sono stati individuati "simpatizzanti" e presunti fiancheggiatori dei brigatisti, ma non solo. Gli investigatori, infatti, avrebbero anche raccolto indizi nei confronti di alcune persone "fortemente sospettate" di aver partecipato all'esecuzione materiale dell'omicidio del consulente di Bassolino. Le indagini hanno pero' subito una battuta d'arresto in seguito ad una fuga di notizie, alla fine dello scorso mese di marzo. Da allora - secondo quanto si e' appreso - i contatti tra le persone tenute sotto osservazione sono cessati, non c'e' stata piu' alcuna telefonata di "interesse investigativo". Gli accertamenti sono comunque proseguiti e dal loro ulteriore sviluppo si e' arrivati agli arresti odierni, anche se nel capo di imputazione non c'e' alcun riferimento all'omicidio D'Antona. "Estremo interesse" viene attribuito nella ordinanza del Gip alla partecipazione di Massimo D' Antona due mesi prima a un convegno organizzato dal Cestes (Centro studi trasformazione economico-sociali) presieduto dal professor Luciano Vasapollo, arrestato il 3 marzo del 1982 "perche' attinto da indizi d'appartenenza alla componente romana delle Brigate rosse". "Nell'operazione che porto' all'arresto di Vasapollo – si legge nel provvedimento - furono coinvolte altre persone tra cui Germano Maccari, condannato in via definitiva con l'accusa di essere stato uno dei killer di Moro. Vasapollo fu scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare. Al momento dell' arresto, scrive il gip Lupacchini, Vasapollo era funzionario presso la Sip e veniva indicato come uno dei fondatori del Cococen (Comitato comunista Centocelle), in seguito allo scioglimento del Comitato nacque il Mpro (Movimento politico resistenza offensiva) considerato "struttura di lancio verso le Br". Tra i militanti del Cococen figuravano anche Antonio Savasta, Maccari, Bruno Seghetti (coinvolto nei processi sulle Br), e Maurizio Falessi, "tuttora latitante e ritenuto responsabile di partecipazione ad associazione sovversiva e banda armata denominata Ucc". Per circa 3 mesi - dal febbraio all' aprile del 2000-  Barbara Battista sarebbe stata messa sotto inchiesta dai suoi stessi compagni. L'indagine dei suoi compagni, simile a quelle delle vecchie Br, si era resa necessaria per via della sua relazione sentimentale con un certo Cesare Rossi, a sua volta "sotto osservazione" perche' sospettato di essere un informatore della polizia. Nell' ordinanza si sostiene che nel contesto dell'inchiesta nei confronti di Cesare Rossi sono collocabili alcuni episodi interni che avevano prodotto, a livello politico organizzativo, la decisione, nei vertici della struttura, di sottoporre ad inchiesta Barbara Battisti e allo stesso tempo di sostituirla nella sua funzione-ruolo con Rita Casillo. Nel corso dell'inchiesta su Cesare Rossi, i componenti del comitato centrale avevano deciso di tenere all'oscuro dell'iniziativa la Battista. Il controllo venne effettuato principalmente da Raffaele Palermo, uno degli arrestati, che riferi' direttamente a Norberto Natali. Ed e' lo stesso Natali che il 10 marzo del 2000, in un' abitazione di Ardea di proprieta' dei genitori della Battista, "interroga" la donna per 7 ore con forme e contenuti che, si sostiene nell' ordinanza, assumono le caratteristiche inquisitoriali tipiche di una prassi politico-organizzativa propria di strutture eversive dell' estrema sinistra. Il colloquio si sviluppa come un vero e proprio interrogatorio durante il quale Battista risponde alle domande consultando una sua memoria scritta. Di volta in volta Natali verifica le risposte della donna su scritti fornitigli da chi ha curato l'inchiesta su Cesare Rossi. Le domande a Battista su Cesare Rossi sono rivolte ad accertare i suoi impegni, le sue simpatie politiche e le sue considerazioni e apprezzamenti sulle forze dell' ordine e sui membri del gruppo. I componenti dell' organizzazione sottoposero la donna anche ad una verifica incrociata dei suoi spostamenti fino ad arrivare alla minaccia di espulsione, poi rientrata con il suo "reintegro" nel comitato centrale. Di notevole importanza, stando a quanto risulta dall'ordinanza di custodia cautelare, sarebbero alcuni contatti tra alcuni degli arrestati e persone coinvolte nella vicenda processuale di Alessandro Geri. In particolare, dalle indagini, come riporta l'ordinanza, sono emersi contatti tra la famiglia Fabiani, di cui fa parte Gabriela, che ha reso una deposizione in favore di Alessandro Geri in seguito al suo arresto, e un'utenza telefonica intestata a Sabrina Natali e utilizzata pure dal suo compagno Stefano De Francesco. Nell'ordinanza di custodia cautelare si fa riferimento anche ad alcuni irriducibili delle Br nelle cui celle di Latina e Trani, perquisite due settimane fa, sono state trovate le presunte bozze della rivendicazione all' omicidio di Massimo D'Antona. La rivendicazione all'attentato alla Confindustria del 18 ottobre del '92 siglato dagli Ncc, e' stato redatto, scrive il Gip, da un autore direttamente ispirato e influenzato da Maria Cappello (la cui cella e' stata perquisita a Latina). Il documento di rivendicazione per l'attentato al Nato Defence college del 10 gennaio '94 e' stato scritto verosimilmente dalla stessa Cappello, con l'apporto di altri legati agli estensori della rivendicazione dell'omicidio dell' ex sindaco Lando Conti. La rivendicazione seguita all'attentato D'Antona e' stato scritto, secondo l'ordinanza, da un'unica persona , la stessa che potrebbe avere fornito un minimale contributo al volantino di rivendicazione dell'attentato al Nato defence college. La persona che ha scritto attribuendosi la paternita' del delitto D'Antona e' con alta probabilita' l'autore del volantino dei Ncc del 18 agosto 1994 fu fatto pervenire all'Ansa di Roma e in cui si smentiva la responsabilita' dell'ordigno di via Panzani, a Firenze, nel corso di una visita ufficiale dell'allora ministro dell' interno Roberto Maroni. Quattro conversazioni intercettate tra il 14 e il 15 dicembre del 2000, si sostiene nell' ordinanza, si riferiscono con evidenza ad un'attivita' di 'inchiesta' nei confronti di una persona, allo stato non ancora individuabile, "probabile vittima di azione delittuosa, posta in essere dagli interlocutori e da considerarsi ancora in fase iniziale". Il gruppo degli arrestati, in pratica, era alle fasi iniziali di preparazione dell'attentato, con la localizzazione dell' obiettivo e lo studio dei suoi movimenti. "Chiari riferimenti ad un' inchiesta", si sostiene ancora nell'ordinanza, erano stati registrati anche tre mesi prima, il 4 dicembre del 2000, in una conversazione tra lo stesso Ricaldone e la convivente Patrizia Di Silverio, avvenuta sempre nella Skoda Felicia di Ricaldone. Una risoluzione strategica completa sarebbe stata trovata dai carabinieri del Ros nell'abitazione di Barbara Battista. Nel pomeriggio il pubblico ministero Federico De Siervo ascolta come testimone Cesare Rossi, un tempo legato a Barbara Battisti, che fu 'osservato' dal gruppo, e stessa sorte tocco' alla stessa Battisti, per verificare che non fosse un informatore della polizia. Dal febbraio all' aprile del 2000 furono controllati gli spostamenti di Cesare Rossi e le persone che incontrava. In ambienti di piazzale Clodio e' stato detto che la deposizione ha soddisfatto gli inquirenti. Gli arrestati, stando alle indiscrezioni, sospettavano di essere controllati e si muovevano con molta circospezione. In particolare, per tentare di sviare i pedinamenti durante gli incontri ritenuti pericolosi, avrebbero utilizzato percorsi lunghissimi e inconsueti spostandosi, di volta in volta, con mezzi pubblici e privati. Gli arrestati si incontravano prevalentemente nella sede romana di Iniziativa Comunista di via Ugento. "Iniziativa comunista" e' un gruppo di una cinquantina di persone che a Roma si riunisce nella sede di Quarticciolo tra bandiere rosse con la falce e il martello e una biblioteca con testi politici, di critica marxista, di storia del movimento operaio. I nomi ricorrenti sui libri sono quelli dei padri fondatori del comunismo - Marx, Lenin, Stalin – e quelli di ideologi russi come Viktor Anpilov, fondatore del movimento russo dei lavoratori. Gli otto arrestati sono tutte persone con un pedigree politico che non fa pensare ad un salto verso l' eversione anche perche' molti hanno militato negli anni '70 nel Pci. Nella Fgci e poi nel Pci (sezione Quarticciolo, una delle piu' dure) militava Norberto Natali, uno dei leader di "Iniziativa Comunista" arrestato assieme allo sorella Sabrina. Figli di un militante del Pci, esponente della cellula "rossa" dell'Atac, anche Norberto e Sabrina in gioventu' militarono nel Partito Comunista. Norberto poi ne usci' per confluire in Rifondazione Comunista. Poi fondo' una formazione di estrema sinistra dal nome piu' che eloquente, "Comunisti Sempre", radunando circa 50 persone ed infine circa cinque anni fa diede vita a "Iniziativa Comunista" ispirandosi alle posizione dell' ortodossia marxista-leninista. Un percorso quello di Natale simile a quello degli altri arrestati molti dei quali tangenti all' area dell'antagonismo capitolino, frequentatori dei centri sociali, ben conosciuti negli ambienti dell'estremismo extraparlamentare. "Un gruppo di rossi ortodossi, comunisti d' altri tempi, non clandestini ma attivi alla luce del sole", li descrive chi li conosce da una vita, a Roma tra chi aderisce alla sinistra di governo e non sono in moltissimi a conoscerli. Talmente "cristallini" da fare ogni anno una festa di autofinanziamento sempre nel loro quartiere generale, Quarticciolo, una sorta di Festa dell'Unita' della "sinistra di di conflitto", e da pubblicare un foglio di lotta "Riscossa", testata rossa ad alto contenuto comunista. Ideologizzati, fermi su posizioni di un comunismo quasi ancestrale, assertori della difesa del proletariato e delle masse, sotenitori dell'antimperialismo e del movimento dei lavoratori. "Roba da biblioteca rossa, mica da neoterroristi", commentano i tanti che li conoscevano e frequentavano. Per i colloqui ritenuti a rischio si sceglievano posti molto affollati. In una di queste occasioni, alla stazione Termini, Stefano De Francesco si sarebbe occupato di 'controllare il territorio', di verificare cioe' che l' incontro si svolgesse lontano da occhi e orecchie indiscreti. Che gli indagati fossero a conoscenza di particolari importanti dell'organizzazione ed esecuzione del delitto D'Antona lo dimostrerebbero anche una serie di telefonate intercettate: quando hanno saputo che il presunto "telefonista" delle Br era stato identificato in Alessando Geri si sono fatti una risata. C'e' poi l'attentato in cantiere: da un'intercettazione tra Luca Ricaldone e Franco Gennaro, i due arrestati a Milano, emerge - si legge nell'ordinanza - che Iniziativa Comunista stava svolgendo un' attivita' di "inchiesta" nei confronti di una persona che avrebbe dovuto essere il prossimo obiettivo da colpire. Nella casa di Barbara Battista, poi, i carabinieri hanno trovato una risoluzione strategica, elaborata prima del delitto D'Antona.  Quello che emerge e' un complesso teorema accusatorio, solo in parte sposato dalla procura (anche se il gip Lupacchini considera accertata la "saldatura con la componente responsabile del delitto D'Antona"), che pero' ha bisogno di prove. E la fuga di notizie avvenuta a fine marzo sull'indagine del Ros rischia di aver prodotto un serio danno, forse irreparabile. I carabinieri non si fanno illusioni, anche se ritengono che i pedinamenti, le intercettazioni, le oltre ottanta perquisizioni compiute oggi in tutta Italia e le altre attivita' investigative compiute da mesi possano supportare almeno le accuse attuali. Certo, il tempo per disperdere eventuali prove c'e' stato, cosi' come quello di adottare "contromisure": nell'ultimo mese i telefoni degli indagati - oltre agli arrestati sono una quindicina - sono rimasti muti e nessuno degli arrestati, alla vista dei carabinieri, e' sembrato sorpreso. "Quasi se lo aspettassero", dice un investigatore. Secondo gli investigatori, Luca Ricaldone si muoveva con "cautele che contraddistinguono i comportamenti degli appartenenti al gruppo ristretto investigato". Due gli episodi di rilievo che lo riguardano. Il primo e' del 5 maggio 2000. Ricaldone esce dal lavoro intorno alle 4 del pomeriggio. Dopo una serie di spostamenti che gli inquirenti definiscono "bizzarri", entra nella stazione della metro 'QT8', portando "sotto il braccio sinistro una pacco delle dimensioni di 24 centimetri per 15, dello spessore di 10 centimetri, avvolto da carta del tipo di imballaggio di colore giallo ocra". Non prende la metro: compra solo alcuni giornali all'edicola che si trova vicino alla biglietteria. Torna in superfice e riscende giu' dopo alcuni minuti: questa volta prende il treno fino alla stazione Lotto. Per un'ora, dalle 18 alle 19, viene visto "effettuare spostamenti alternati a soste nella piazza stessa e nelle vie limitrofe". Poi torna all'auto e dopo qualche minuto va via. Sotto il braccio ha ancora la busta con cui era uscito. Sembra proprio un appuntamento mancato. Il secondo episodio e' di due settimane dopo, il 19 maggio. Il luogo e' sempre piazza Lotto, dove Ricaldone arriva in auto intorno alle 6 del pomeriggio. Porta con se' una "grossa busta di colore giallo ocra, molto simile a quella che aveva al seguito il 5 maggio". Scende nella stazione della metro e, senza prendere il treno, risale dopo pochi minuti. Viene avvicinato da una persona, un uomo sui 45 anni con i capelli neri, che "estrae dal borsello un foglietto di carta e si rivolge a lui come per chiedergli delle informazioni". I due si separano, per poi incontrarsi nuovamente alla stazione della metro. Salgono insieme sul vagone. Durante il tragitto, fino alla fermata Cadorna, vengono visti "parlare fittamente". Scendono e continuano a parlare. Poi riprendono la metro fino alla fermata Romolo. Ricaldone torna all'auto verso le 10 di sera "da solo e senza la busta che aveva in precedenza". La consegna, questa volta, e' andata a buon fine. Sono vite apparentemente al di sopra di ogni sospetto quelle di Franco Gennaro e Luca Ricaldone, le due persone arrestate dai carabinieri del Ros perche' sospettate di essere fiancheggiatori di un gruppo terroristico. "Era qui da 12 anni - ha raccontato Roberto Manzaroli, presidente dell' aeroclub di Bresso, l'aeroporto dove lavora Gennaro e dove vive con la sua famiglia -: Gennaro e' un funzionario del Ministero dei Trasporti, competente e disponibile con tutti. Per noi il suo arresto e' stato un fulmine a ciel sereno. Non parlava mai di politica – ha proseguito Manzaroli -, e la sua grande passione era curare il giardino della villetta e parlare del Milan". I carabinieri hanno prelevato Franco Gennaro all'alba, davanti agli occhi esterrefatti della moglie Audia, che aspetta un bambino, e della figlia di 3 anni, Eleonora. "La moglie, disperata, e' venuta perfino da noi a chiedere se conoscevamo qualche avvocato", hanno detto i soci del club. La moglie e il fratello di lei, raggiunti dai giornalisti nella villetta che si trova proprio a fianco dell' aeroclub, di proprieta' del Ministero dei Trasporti, hanno solo confermato di essere disperati e sorpresi: "Non riesco a capire", e' stato l'unico commento della donna. Gennaro, hanno riferito i conoscenti - aveva frequentato l'istituto tecnico aeronautico, e dopo le scuole, una volta entrato al Ministero aveva chiesto un incarico in un aeroporto. Anche sul posto di lavoro di Luca Ricaldone i colleghi non sanno capacitarsi di quanto accaduto. "Sono arrivati stamani i carabinieri - ha detto un responsabile della ditta Medi srl, di via Europa 35, a Segrate, dove l'uomo da due anni faceva il magazziniere - e hanno perquisito il suo armadietto, dove peraltro c'era dentro solo un camice da lavoro. Era un uomo introverso: non parlava quasi mai e non frequentava nessuno di noi: durante la pausa pranzo si metteva su una sedia a sdraio e leggeva uno o due quotidiani. L'unico suo interesse che conosciamo - ha concluso il collega - e' che frequentava una palestra di arti marziali". In via Pellegrino Rossi 59, in un piccolo condominio, Ricaldone viveva con la sua compagna, che qualcuno al bar di sotto aveva notato qualche volta parlare con accento romano, la stessa citta' della quale era originario anche lui. "Lo vedevamo di rado", e' stato il laconico commento di qualche vicino. Barbara Battista, 33 anni, era un'insegnante di informatica e per qualche tempo aveva tenuto dei corsi di formazione per alcuni detenuti di Rebibbia. Tempo fa aveva lavorato all' Itis "Trafelli" di Nettuno, ma proprio quest'anno aveva ottenuto - su sua richiesta – il trasferimento in in Istituto Tecnico di Roma. Precisa sul lavoro, risoluta e ferrata in materia sindacale Barbara Battista, esile, magra, con lunghi capelli scuri, all' Itis "Trafelli" lavorava come insegnante tecnico pratico nel laboratorio di Informatica, materia in cui e' specializzata. La stessa attivita' che svolgeva nella scuola romana. I colleghi la ricordano per la puntigliosita' dei suoi interventi durante le riunioni ma anche e soprattutto perche' era molto ferrata in materia sindacale. Apparteneva ai Cobas della scuola e chi la conosce ricorda come era sempre pronta a documentare in modo pertinente le proprie prese di posizione per quanto attineva alla gestione scolastica. Soprattutto i colleghi ricordano le sue critiche e il suo marcato atteggiamento di contrasto alla sinistra parlamentare. Eppure, nonostante la ferrea fede sindacale, la durezza dei suoi interventi nelle assemblee i colleghi di Barbara oggi sono stupiti del suo arresto e delle accuse di terrorismo. Barbara Battista – dicono - "non ha mai dato adito a sospetti, neanche durante il periodo dell'omicidio D'Antona aveva assunto comportamenti che feacevano pensare ad una sua collusione con l'eversione: il suo comportamento e' sempre stato normale a livello di attivita' didattica". Come quello di una qualsiasi insegnante. Sarebbe indagato anche Rolando De Francesco, il fratello del vigile urbano arrestato insieme alla sua compagna, Sabrina Natali, con l' accusa di essere fiancheggiatori dei Br. E' stato lo stesso De Francesco a dirlo, appena arrivato sotto casa del fratello in Via degli Olmi. "I carabinieri sono venuti anche a casa mia questa mattina, verso le 4:30 - ha raccontato l' uomo, che e' paraplegico e vive da solo - hanno perquisito l' appartamento e poi mi hanno portato al comando di Via in Selci dove mi hanno fatto le foto e preso le impronte digitali. Non si sa come fanno le indagini, io non c' entro nulla". Rolando De Francesco dice di aver appreso la notizia dell' arresto del fratello e della sua compagna, dei quali non ha voluto parlare, dai telegiornali. "Non sapevo nulla, non mi hanno detto nulla - ha detto - Quando sono uscito dalla caserma ho visto il tg e ho saputo". Stefano de Francesco, il vigile urbano di Roma arrestato dai Ros, faceva parte della banda della polizia municipale. Originario di Livorno, e' entrato nei vigili urbani della capitale nel 1990 con un concorso pubblico ed era stato inizialmente assegnato al gruppo Tiburtino-Val Melaina. Dopo l' assunzione, come previsto, aveva assunto la qualifica agente di polizia giudiziaria e di ausiliario di pubblica sicurezza. Nel 1992 era entrato nella banda dei Vigili Urbani e suonava il basso in fa. "Una persona irreprensibile - ha detto il comandante de vigili urbani Sandro Renzi – assolutamente insospettabile”. Sabrina Natali, 31 anni, e' una sindacalista del Cnl, sindacato che a Roma si e' distinto per un lunghissimo braccio di ferro prima con Cesare Vaciago, al tempo in cui era presidente dell'Atac, e poi col vicesindaco e assessore ai trasporti Walter Tocci. La Cnl per ora ha sospeso cautelativamente Sabrina. La sospensione cautelativa di Sabrina Natali, decisa congiuntamente dalla segreteria nazionale e locale, comunque per i dirigenti della Cnl non e' "un giudizio morale". "Sabrina e' una cara compagna - dice il segretario generale della Cnl trasporti Aurelio Speranza - e' una dura, combattiva, presente nelle assemblee. Una che non si tira mai indietro. Ma non ha mai detto una parola sulla lotta armata, sul terrorismo, mai fatto discorsi eversivi. E' vero, noi siamo un sindacato di conflitto ma le nostre armi sono la democrazia e la legalita’". Chi conosce Sabrina e il fratello Norberto, anche lui arrestato stamane, dice che "non puo' essere vera una loro collusione con le nuove Br". Amici, conoscenti, compagni di sindacato e colleghi di Sabrina parlano "di una famiglia, quella dei Natali, da sempre a sinistra ma sempre contro l' eversione". Il padre di Sabrina e Norberto era un tranviere, ma soprattutto un dirigente della cellula del Pci nell'Atac, uno attivo politicamente ma soprattutto uno che negli anni '70 "tutti sapevano che era chiaramente contro il terrorismo". I figli seguirono le orme politiche del padre e poi Sabrina, in particolare, si impegno' nel sindacato di base. Nel '97 entro' nella dirigenza nazionale della Cnl e si distinse a Roma per la dura lotta che il sindacato fece contro il piano di ristrutturazione dell'azienda di trasporto voluta da Vaciago e Tocci. Questa era la faccia sindacale di Sabrina, quella dura. I colleghi descrivono solo la sua "serieta' sul lavoro". Non avrebbero mai immaginato che dietro quella donna semplice, bionda, minuta, si nascondesse quella che per gli inquirenti e' una terrorista.

3 maggio - Nunzio D'Erme, consigliere comunale uscente di Prc, nuovamente candidato ed esponente di punta di quella fetta dell' antagonismo romano che si muove nei centri sociali commenta che "Gli otto arresti di oggi sono un colpo all'area antagonista, alle frange del dissenso estremo, alle posizioni oltranziste". D'Erme conosce molti "dei compagni arrestati". "Bravi compagni, gente seria, che lavora, impegnata nel sociale - spiega - ma quali terroristi?. Tutte persone con un curriculum politico serio, magari oltranzista, di conflitto ma non di certo fiancheggiatori dell'eversione". "Questa storia si sgonfiera' in breve tempo come la storia di Geri - dice D' Erme - con questi arresti si e' voluto rispondere a quanti sostengono che i centri sociali sono le cellule staminali del terrorismo, si e' voluto rispondere agli allarmismi di Frattini e Cossiga". D'Erme e' convinto che gli otto arresti di oggi "sono una mossa elettorale". "Vogliono alzare il polverone sui centri sociali, sull'antagonismo - continua -. Gli fa comodo e hanno trovato chi fa il loro gioco, un gruppo di magistrati che ha fatto la sua fortuna sulle politiche emergenziali. Del resto, si capiva che si stava preparando un attacco contro di noi: dai volantini dei Nipr sparpagliati dappertutto agli arresti il passo e' stato facile. Oggi hanno partorito questo topolino e ci vogliono mettere sullo stesso piano dei brigatisti. Ma vorrei ricordare che nell'ultima rivendicazione di questi terroristi noi venivamo indicati come 'ruota di scorta del centrosinistra’". "Come si fa ad indicare come terrorista una persona che si voleva candidare? - si chiede D'Erme -. Norberto Natali e' una persona che dunque aveva scelto di partecipare alla politica in maniera legale pur rimanendo su posizioni oltranziste". A riprova "di questo attacco al cuore dell'antagosnimo" D'Erme riferisce anche dei "tre compagni arrestati stamane accusati di avere aggredito un poliziotto durante un'azione antifascista". Anche loro gravitavano nell'area dei centri sociali romani. "A chi ha disposto gli arresti vorrei far notare -conclude D'Erme - che e' molto piu' facile piazzare bombe e sposare la lotta armata che portare centomila persone a Genova. Noi siamo per questa seconda forma di lotta". D’Erme ricorda anche che sulla pubblicazione di "Iniziativa Comunista", "Riscossa", pochi mesi fa era uscito un articolo nel quale la formazione di estrema sinistra si dissociava nettamente dall'azione che porto' all'omicidio del professore Massimo D'Antona. "In quell' articolo - dice - 'Iniziativa Comunista' prendeva le distanze da quell'azione terroristica, dal terrorismo in genere e dalle Br-Pcc marcando le differenze che separavano loro, comunisti ortodossi, da chi aveva scelto di abbracciare la lotta armata".

3 maggio - "Iniziativa comunista" scrisse una lettera al bisettimanale "il Crotonese", pubblicata dal giornale il 3 aprile scorso, in cui l' organizzazione politica si diceva estranea al delitto di Massimo D' Antona. "Precisiamo - si affermava nella lettera - che Iniziativa Comunista non e' coinvolta in alcun genere nella vicenda D' Antona e che nessuna autorita' ha preso il benche' minimo provvedimento nei nostri riguardi. La verita', che possiamo dimostrare in qualunque momento e di fronte a chiunque, e' che Iniziativa Comunista e' stata vittima di un' ignobile montatura, destinata a naufragare nel ridicolo, volta a scongiurare il successo della candidatura comunista di Norberto Natali nelle prossime elezioni politiche".

3 maggio – L’ Ansa scrive:
”Sabrina Natali, una delle otto persone arrestate, dirigente nazionale della Cnl, pochi giorni prima dell'omicidio D'Antona aveva partecipato ad una riunione con il collaboratore di Bassolino ucciso dalle Brigate Rosse. Lo ha rivelato al Tg3 Aurelio Speranza, segretario generale Cnl trasporti. "Con il prof. D'Antona -ha detto- abbiamo avuto piu' di un incontro nel corso del quale abbiamo discusso gli emendamenti che noi abbiamo presentato alle sue proposte. Per cui quando e' successo l'omicidio di D'Antona, e' chiaro che e' stato un argomento che ci ha coinvolto anche perche' pochi giorni prima come coordinamento nazionale avevamo avuto l'ultimo incontro proprio con il professore". C'era anche Sabrina? "C'era –ha risposto Speranza- come c'erano tutti i quadri dirigenti dell'organizzazione". Speranza ricorda Sabrina Natali come "una sindacalista seria che ha sempre difeso il punto di vista della parte dei lavoratori" e non riesce ad immaginarla anche indirettamente coinvolta come fiancheggiatrice dei terroristi. Ma se se la trovasse davanti ora cosa le chiederebbe? "le direi –ha risposto- perche'?".”
In serata la stessa Ansa pubblica una precisazione di Speranza:
“"Sabrina Natali non conosceva il professor D'Antona, non ha mai partecipato alle riunioni al Ministero col professore ma solamente ai direttivi sindacali della Cnl". Lo ha precisato in serata il segretario generale della Cnl Aurelio Speranza, il sindacato del quale Sabrina Natali era dirigente nazionale e locale del settore trasporti. "Forse sono stato frainteso o c'e' stato un errore nel montaggio - aggiunge Speranza, riferendosi ai servizi di alcuni Tg - ma ribadisco che Sabrina non ha mai fatto parte della delegazione sindacale che come Coordinamento nazionale dei sindacati di base partecipava agli incontri al Ministero dei Trasporti col professor D'Antona. Sfido chiunque a dire il contrario anche perche' ci sono i nomi registrati al Ministero di tutti i partecipanti". Speranza precisa dunque che "Sabrina non ha mai incontrato D' Antona in ambito sindacale". "Mi sono limitato a dire - precisa ulteriormente - che lei partecipava, come tutti i dirigenti, ai direttivi sindacali, che la Cnl fa ciclicamente, nei quali si incontrano i quadri sindacali per discutere dei motivi piu' vari".

3 maggio – Daniela Valentini, presidente dell'Ama (Azienda municipalizzata per l' ambiente) di Roma, ex consigliere comunale dei Ds, commenta cosi' la notizia dell'arresto di suo figlio, Raffaele Palermo: "Conosco molto bene mio figlio e sono convinta dell'assoluta estraneita' ai fatti contestati. Per questo sono sicura che la giustizia fara' rapidamente luce sulla verita' e sull' assoluta estraneita' di Raffaele". "Ho appreso dalla radio dell'arresto di Raffaele perche' non vive con me da anni - ha detto Daniela Valentini- Conosco pochissimo le accuse che gli sono state mosse ma come madre conosco bene mio figlio e sono convinta della sua assoluta estraneita' ai fatti. Spero che la giustizia faccia rapidamente luce su tutto questo e ripongo pertanto piena fiducia nell'opera dei magistrati".

3 maggio - Alessandro Geri, sospettato di essere il presunto telefonista delle Br, dice:"La mia speranza e', come quella di un qualsiasi cittadino,che sia fatta al piu' presto giustizia sull' omicidio di D'Antona e sia fatta chiarezza sul terrorismo". Ancora indagato dalla Procura di Roma, Geri non esprime giudizi sugli arresti di oggi. "Per quel che mi riguarda – ha detto - spero di uscire definitivamente da questa odissea giudiziaria con cui io non c'entro nulla". Dopo essere uscito dal carcere, Geri ha cercato di ricominciare la sua vita normale: e' tornato al lavoro alla Fiom Cgil, in corso Trieste, e a vivere nell'abitazione dei suoi genitori. Gli e' passato, pero', l'interesse per la politica. "E' rimasto deluso - racconta il padre Ettore – dalla politica che lo ha abbandonato nel momento del bisogno. E questo nonostante, dopo la sua scarcerazione, tutti i partiti politici lo abbiano corteggiato perche' volevano usarlo". Il padre di Geri ha un'idea precisa sulla rinascita del terrorismo. "Ho sempre detto - spiega -  che si tratta di azioni deprecabili ma se esistono e' perche' manca lo Stato. Il pericolo terrorismo e' stato sottovalutato rispetto agli anni '70 e si e' abbassata la guardia".

3 maggio - L'ex procuratore capo di Palermo Caselli, nel corso della trasmissione 'Iceberg' di Telelombardia condotta da Daniele Vimercati dice che "E' importante non trascurare nessun elemento. Credo sia necessaria una visione organica del fenomeno del terrorismo, una visione unitaria. Per questo penso che una sorta di Superprocura possa essere utile per coordinare tutta l'attivita' di contrasto come avviene per la mafia". "Oggi non bisogna sottovalutare la situazione come non bisogna enfatizzarla - ha continuato Caselli, attualmente rappresentante italiano ad Eurojust, la procura europea -. Il fenomeno del terrorismo brigatista non e' quello degli anni '70 e '80, un dilagare che sembrava inarrestabile, ma oggi sono fenomeni pericolosi, per certi profili preoccupanti ma contenuti. Basti il fatto che i brigatisti di cui mi sono occupato dal '74 all'83 come giudice istruttore a Torino i volantini nelle fabbriche li mettevano personalmente perche' nelle fabbriche c'erano, oggi i volantini li spediscono per posta". Quanto a eventuali collegamenti tra il terrorismo e i centri sociali, Caselli ha affermato "di non avere elementi per imboccare questa strada. I terroristi hanno un'acqua nella quale nuotano, se non ce l' hanno si esauriranno presto. Il problema e' quale e quanta acqua eventualmente oggi abbiano".

4 maggio – In un’ intervista a “La Repubblica” Antonio Marini, pubblico ministero in vent'anni di processi contro il terrorismo, dice: "In passato abbiamo commesso un errore enorme. Quando comincio' la dissociazione e il pentitismo, ci siamo adagiati, abbiamo creduto che il terrorismo si esaurisse con le ammissioni di chi parlava, ma non era cosi". "Una volta il brodo di coltura delle Brigate rosse - spiega il magistrato - era il Movimento, oggi e' l'area dell'antagonismo diffuso, il mare dove pesca il nucleo duro della lotta armata". Le vecchie Br "erano strutturate - aggiunge - in militanti 'regolari' e 'irregolari'. Oggi non e' cosi'. Non c'e' ancora una nuova organizzazione strutturata. E' per questo e' difficile ragionare secondo un identikit preciso". Marini e' pero' convinto "che esista un nucleo di irriducibili, liberi, che stanno tentando di riorganizzare una vera e propria struttura terrorista. E il delitto D'Antona, l'opera di proselitismo e di propaganda di questi giorni sono la prova della loro efficienza".

4 maggio - Giovanni Pellegrino, intervistato da Radio Radicale, commenta tra l'altro quanto dichiarato ieri da Marco Pannella nel corso di una tribuna elettorale su Giovanni Senzani e il nuovo terrorismo ("Ho tanta stima di Senzani - aveva detto Pannella - che mi pare impossibile che non c'entri con le ricostituzioni del terrorismo di questi mesi") dice:"Direi che questi nuovi gruppi sono senz'altro dei gruppi 'senzaniani', indipendentemente dal fatto che poi Senzani stesso abbia o meno una qualche responsabilita' o abbia dato o meno qualche avallo alla ricostituzione dei gruppi". "Durante la sua audizione in commissione - ha ricordato Pellegrino – il dott. Chelazzi che fu quello che ci illumino' sul possibile ruolo di Senzani nella gestione politica del sequestro Moro, sottolineo' come l'assunzione della sigla Br-Pcc da parte del gruppo che uccise D'Antona non poteva essere avvenuta senza l'autorizzazione di qualche 'titolare della ditta'. E sottolineo' come Senzani fosse uscito dal carcere di Trani, per usufruire del regime di semiliberta', poche settimane prima dell' omicidio del consulente del ministro del Lavoro. A questo aggiungerei una cosa - ha aggiunto Pellegrino - confermata dalle indagini di questi giorni. E cioe' che questa esperienza nuova del terrorismo, non solo delle Br-Pcc ma anche dei gruppi contigui come quello individuato con gli arresti di ieri, si richiamano non all' intera esperienza delle Br, ma a quella degli anni '80, quando l'egemonia di Senzani su buona parte delle Br e' comunque un fatto acquisito.

4 maggio - Sarebbe inedita la risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista. Il documento sarebbe stato scritto 2-3 settimane prima dell' omicidio D' Antona e conterrebbe una analisi "a nome proprio Br". La risoluzione strategica - che delineerebbe "le linee ispiratrici del gruppo e il tentativo di accreditarsi come eredi del vecchio partito armato" - consisterebbe in una decina di cartelle. Gli investigatori l' hanno sequestrata durante la perquisizione nell' abitazione di Barbara Battista nei pressi di Frascati, vicino Roma. Era accatastata e impolverata, in mezzo ad altre carte sulle quali erano poggiate alcune valigie. Gli investigatori ritengono che il documento sia stato 'dimenticato' nella pila di carte. La risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista potrebbe essere stata scritta da un aderente alla cosiddetta "seconda posizione" (minoritaria e poi espulsa) formatasi nelle Br durante il dibattito interno scaturito dopo la Ritirata Strategica annunciata nel marzo del 1982 e durato fino ai primi mesi del 1984. Lo si ricava dal fatto che in un passaggio del documento viene detto: "Presentare il nostro percorso politico non deve essere inteso come un voler nascondere una differenza. D' altronde, troveremmo sciocco non dichiarare che ai sensi della battaglia politica interna alle Brigate Rosse sviluppatasi nell' '84 alcuni di noi si trovarono a sostenere la seconda posizione". Nell' ordinanza del Gip Lupacchini, si ricorda che la "Seconda Posizione", in particolare, "rifiuta esplicitamente le tesi della 'guerra di classe di lunga durata' e della 'strategia della Lotta Armata' sostenendo che il Partito doveva lavorare per aumentare la coscienza e l' organizzazione rivoluzionaria delle masse proletarie italiane, per poterle guidare politicamente e militarmente". In contrapposizione con le tesi classiche che erano state alla base della scelta della lotta armata fin dagli inizi degli anni settanta (schemi tradizionali di azione politico-militare), la Seconda Posizione sosteneva - si legge nell' ordinanza - "da un punto di vista metodologico rigidamente leninista, una nuova definizione della strategia politica, ove la lotta armata non assumeva piu' il ruolo centrale ma era soltanto uno degli strumenti necessari alla preparazione delle masse verso la guerra rivoluzionaria finale. In tale ottica il Partito Comunista Combattente diveniva la struttura complessiva, costituita da rivoluzionari di professione, che deve garantire la direzione politica e militare del processo di cambiamento sociale in tutte le sue fasi".

4 maggio - Si concentrano sul presunto incontro tra Luca Ricaldone ed il brigatista latitante Nicola Bortone, con tutta probabilita' residente in Francia, le indagini dei carabinieri del Ros sull'obiettivo che le "nuove Br" avrebbero voluto colpire. In ambienti investigativi viene sottolineato che non e' stata ancora individuata la persona nel mirino, e lo stesso gip Lupacchini sottolinea che l'azione e' "da considerarsi ancora in fase iniziale", e cioe' quella della "localizzazione dell'obiettivo e delo studio dei suoi movimenti". Tuttavia, gli accertamenti su questo aspetto dell'inchiesta sono in pieno svolgimento, anche perche' gli inquirenti sono sicuri che un progetto di attentato, "estremamente serio", era in corso nel maggio del 2000 quando Ricaldone venne per piu' giorni pedinato dai carabinieri a Milano. Il vero problema e' che l'incontro avvenuto il 19 maggio tra Ricaldone e "Zainetto" (il nome convenzionale che i carabinieri hanno dato al presunto Br latitante) e' stato "registrato solo visivamente" dagli uomini del Ros: nessuna foto, nessun video. Una mancata documentazione dovuta al fatto che l'incontro e' avvenuto soprattutto in metropolitana, dopo un rapidissimo contatto in superficie, nei pressi di piazza Lotto. Era poi proseguito all'esterno, ma l'unico sottufficiale rimasto a pedinare i due uomini - come scrive il gip - "non era munito di strumentazione tecnica". I pedinamenti successivi, quotidiani, hanno sempre avuto esito negativo, in parte anche per le "contromisure operative" adottate da Ricaldone. Ma il 19 dicembre gli investigatori sono andati vicinissimi all'obiettivo. L'uomo tenuto sotto controllo, dopo aver parcheggiato l'auto, e' stato visto aggirarsi nella zona di piazza Lotto dalle 17.50 alle 19.28: in testa un cappello di lana, con uno zaino a tracolla, camminava lentamente, usando "tecniche di spedinamento". Ma l'attesa e' stata vana. Quattro giorni dopo, in una telefonata intercettata tra Ricaldone e Gennaro Franco, un altro degli arrestati, si fa riferimento - secondo gli inquirenti - a questo mancato appuntamento.
   Franco:  ...senti... c'hai altre novita?
   Ricaldone: ...eh... mi hanno... mi hanno dato il bidone...
   Franco: (incomprensibile)
   Ricaldone: ...mi ha dato l'appuntamento ... non e' venuto e non mi ha neanche telefonato.
   E poco dopo, in un'altra telefonata:
   Ricaldone:  eh... me sa che non ce sta piu'... qua a Milano
   Franco: non e' che hai capito male per caso...
   Nelle mani degli investigatori, dunque, c'e' per il momento il solo riconoscimento visivo del presunto terrorista latitante - "apparente eta' di 45 anni circa, corporatura media, altezza 1 metro e 65 circa, capelli neri, ondulati, carnagione scura, senza barba ne' baffi, con un borsello sulla spalla destra" - da parte dei tre sottufficiali del Ros che fecero il pedinamento. Tutti e tre lo hanno riconosciuto in alcune foto segnaletiche, ma due lo avevano anche visto "dal vivo" durante le udienze dei processi cui fu sottoposto in Francia all'inizio degli anni '90. Per gli inquirenti il rapporto tra Ricaldone e Bortone "non puo' certo essere ricondotto a una mera relazione interpersonale", ma deve essere "necessariaente valutato come un contatto d'organizzazione", un incontro "operativo". E che questo contatto fosse finalizzato anche ad una eventuale "azione dimostrativa", un attentato, lo potrebbero dimostrare - per gli investigatori - alcuni colloqui intercettati proprio tra Ricaldone e Franco. Tra i due vengono intercettate, nell'auto di Ricaldone, il 14 e 15 dicembre 2000, quattro conversazioni tutte relative - secondo gli inquirenti - ad una "attivita' di inchiesta" nei confronti dell'obiettivo da colpire.
Ricaldone: Senti li' la cosa piu' ... piu' sbrigativa che si puo' fare... secondo me ... penso che... almeno li' c'hai la... se tu lo riconosci, riconosci la voce.    Ed ancora, sempre Ricaldone: ...il fatto di andare li'... ma metti che non c'e'... (...) Cioe' o all'appostamento ci sei... vai davanti casa sua... dice non lo becchi, pero' puoi stare mezz'ora come dei giorni. E Franco: ..meglio la mattina presto..
Anche in precedenza, il 4 settembre 2000, sarebbero stati fatti - secono gli inquirenti - "chiari riferimenti ad un' 'inchiesta"' in un colloquio tra Ricaldone e la convivente, a bordo di un'auto in cui si trovava anche la figlia di quest'ultima.
   Convivente: ...ma come va 'sta inchiesta che stai facendo?
   Rinaldone: ...oggi non ho potuto fare niente (...) sono imnpegnatissimo, guarda...
   Convivente: per questa inchiesta?
   Rinaldone: no, su ... l'altra inchiesta.. (ride).

4 maggio - Cominciano nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori di Raffaele Palermo, Barbara Battista e Rosa Casillo. Gli interrogatori sono condotti dal gip Otello Lupacchini alla presenza dei pubblici ministeri Franco Ionta e Giovanni Salvi. Palermo, secondo quanto riferito dai suoi legali, Luigi Saraceni e Salvatore Amatore, si e' dichiarato estraneo a qualsiasi azione criminale e ha rivendicato "la legittimita' dell' attivita' politica di Iniziativa Comunista". "Un gruppo quest'ultimo - ha sottolineato Saraceni – che agisce alla luce del sole e il cui obiettivo e' ricostituire il Partito Comunista di Togliatti e Secchia e non credo che questo sia un obiettivo da associazione sovversiva". Saraceni ha detto che "non sono emersi fatti concreti". "La contestazione - ha aggiunto - si e' mossa sulla falsariga del contenuto dell'ordinanza di custodia cautelare". Secondo il penalista, che ha anche escluso una conoscenza del suo cliente con Alessandro Geri ("non gli e' stata posta questa domanda"), la vicenda in cui e' coinvolto il suo assistito e' "assolutamente inconsistente. La storia giudiziaria e' costellata da errori e questo e' uno di quelli". Rispondendo ad una domanda su un ipotetico collegamento tra il gruppo di presunti fiancheggiatori arrestati ieri e i responsabili dell'omicidio di Massimo D'Antona, Saraceni ha detto che "e' una circostanza assolutamente esclusa". Circa i rapporti tra Palermo e gli altri arrestati, Saraceni ha sottolineato che tutti i personaggi finiti ieri in manette "si riconoscono in un movimento politico che ha un centinaio di aderenti. E' ovvio che si conoscano tutti". Molto piu' breve il tempo dedicato dai magistrati a Barbara Battista. La donna si e' avvalsa della facolta' di non rispondere in quanto - ha spiegato il suo difensore Domenico Servello - ha "la necessita' di riflettere prima di rispondere alle domande del Gip". Barbara Battista si e' limitata a leggere il contenuto dell'ordinanza di custodia cautelare. "Si tratta di un'indagine che risente del clima elettorale – ha commentato Servello - visto che un esperimento del genere ci fu nel 1921 quando alcuni militanti del Partito Comunista furono imputati di associazione sovversiva. Il governo monarchico di allora assolse tutti perche' il fatto non sussisteva". Anche Rita Casillo ha respinto l' accusa mossa dai giudici nei suoi confronti. Lo ha riferito il suo difensore Antonella Schirripa aggiungendo che la donna ha parlato "della legalita' dell' organizzazione in cui milita" e che le e' stata mostrata la risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista. "La mia cliente - ha aggiunto la penalista - ha detto di non aver mai visto quel documento e, comunque, lo ha disconosciuto". Nel definire "una bolla di sapone" l' indagine giudiziaria, l' avvocato Schirripa ha affermato che "non ci sono elementi su cui si possa fondare l' accusa"."La mia cliente - ha proseguito - ha risposto su quale era la posizione di Iniziativa Comunista dopo l' omicidio D' Antona, sottolineando che il pensiero dell' organizzazione era ben lontano da quello dei gruppi eversivi". Nell' esprimere il convincimento che Rita Casillo possa tornare in liberta' gia' la prossima settimana, l' avvocato Schirripa ha detto che "non ci sono elementi tangibili per dire che le persone arrestate ieri abbiano avuti contatti con esponenti che facciano parte delle Brigate Rosse". Casillo, come anche Barbara Battista e Raffaele Palermo, si trova in isolamento e lo restera' per almeno cinque giorni. L' avvocato Schirripa, legale di altre tre persone indagate, sentite oggi dagli inquirenti, ha annunciato che ricorrera' al Tribunale della Liberta' per chiedere la revoca dell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Casillo. Analoghe istanze saranno probabilmente presentate anche per conto di Battista e Palermo. Anche Alessandro Geri, il giovane sospettato di essere l'autore della telefonata di rivendicazione dell' omicidio di Massimo D'Antona, e' stato interrogato dal Pm Franco Ionta nell'ambito dell'inchiesta sull' agguato di via Salaria, alla luce degli sviluppi delle indagini che ieri hanno portato all' arresto di otto persone considerate fiancheggiatori delle Brigate rosse. Oltre a Geri, i pm Franco Ionta, Italo Ormanni e Giovanni Salvi hanno sentito, come testimoni, Gabriella Fabiani, la donna che forni' l' alibi a Geri sostenendo di aver lavorato con lui al computer quando veniva rivendicato l' omicidio D'Antona, e la cugina Cristina. Le loro frequentazioni con gli esponenti di Iniziativa Comunista finiti ieri in carcere sono state al centro degli interrogatori. Gli accertamenti del Ros, in particolare la scoperta di conoscenze di Geri e di persone da lui conosciute con alcuni degli arrestati di ieri, avrebbero consolidato i sospetti che, un anno fa, portarono la Digos ad arrestare il presunto telefonista delle Br. Non a caso gli interrogatori di oggi in procura sono avvenuti a 24 ore dal blitz dei Ros. Nel corso dell' interrogatorio, Geri, confermando una precedente dichiarazione, ha detto di conoscere da 12 anni Stefano De Francesco, il vigile urbano di Roma, e di averlo incontrato quest' anno una sola volta. Il difensore del tecnico informatico, Rosalba Valori, ha pero' contestato al pm le domande sugli sviluppi di ieri annunciando che il suo cliente non avrebbe risposto ad altri quesiti scaturiti dal blitz dei Ros. Cristina Fabiani, secondo quanto si e' appreso, ha affermato che la sua conoscenza di De Francesco e di Luca Ricaldone (quest' ultimo ospitato nella sua abitazione) e' legata alla comune militanza in Iniziativa Comunista. Gabriella Fabiani, dal suo canto, ha negato di avere frequentazioni in comune con la cugina Cristina. Dal rapporto preparato dai Ros qualche mese fa sui presunti fiancheggiatori delle Br e' emerso anche che De Francesco e la moglie Sabrina Natali frequentano Alfredo Grelli, l' imbianchino che, secondo la procura, avrebbe prestato all' amico Geri il motorino usato per recarsi nella cabina telefonica dalla quale parti' la chiamata di rivendicazione dell' omicidio D'Antona. Geri e' stato convocato dal magistrato anche per chiarire alcuni aspetti legati alla comparsa nelle indagini sull' agguato del 20 maggio '99 di un teledrin chiamato il 1 giugno del '99 con la stessa scheda telefonica usata per la rivendicazione del 20 maggio precedente. Geri, inizialmente, aveva detto di non conoscere nessuno che possedesse un teledrin, ma dopo la scoperta di un numero sulla sua agenda era scattata una contestazione. Geri, e la circostanza e' stata ribadita oggi, ricordo' che un suo amico possedeva un teledrin, ma che questo era disattivo prima del primo giugno 1999. Quindi, secondo il giovane, non puo' essere lui l' autore della telefonata fatta con la scheda il primo giugno '99.

4 maggio – Secondo la valutazione di esperti dell' antiterrorismo che questo gruppo "di gente comune" lo conoscono bene, lo hanno studiato giorno per giorno da mesi, gli otto insospettabili arrestati dai carabinieri del Ros potrebbero costituire "il livello ideologico" dell'organizzazione terroristica che si e' accreditata come "erede del vecchio partito armato". Una valutazione e una analisi che porterebbero a delineare una struttura "che e' bene al corrente delle attuali dinamiche istituzionali nei settori della politica e del lavoro". Una struttura in cui lo "status culturale di chi ne fa parte" diventa elemento portante e prezioso per sostenere il nuovo "sistema di combattere le istituzioni non soltanto con lo scontro frontale e armato ma anche penetrandole e distruggendole dall'interno". Ci sarebbe, in sostanza, tra gli esperti dell'antiterrorismo del Ros, la convinzione di trovarsi di fronte ad un livello molto alto della lotta armata: "un livello informativo" contiguo ai "militanti delle nuove BR, alla loro struttura, ai loro obiettivi, alla loro dottrina". Persone con il compito di "dare linea" e indicare "gli obiettivi": lo stesso ruolo che sarebbe stato svolto anche da chi ha ispirato il gruppo di fuoco che ha colpito due anni fa "un uomo dello Stato" come Massimo D' Antona. Questa ipotesi di lavoro degli investigatori si desume nelle 153 pagine dell' ordinanza cautelare della Procura di Roma in cui vi e' un spaccato "meticoloso, attraverso intercettazioni telefoniche ed ambientali, e pedinamenti, dell' evoluzione ideologica ed operativa del gruppo". Un gruppo che metteva in atto - sottolinea l' ordinanza - "vere e proprie tecniche di attivita' clandestina e militaristica quando doveva riunirsi o scambiare informazioni". Sull'ipotesi di una "attivita' istruttoria" preliminare ad un eventuale attentato, gli investigatori non si sbilanciano. Un conto e' teorizzare la lotta armata, sostiene uno degli inquirenti, e quindi rimanere ad "un livello verticistico molto alto, ma altro discorso e' organizzare poi questa attivita': passare, cioe', dalla fase ideologica a quella logistica che pressuppone lo studio di un obiettivo, pedinarlo e recuperare armi e supporti tecnici". Se gli otto insospettabili fossero passati anche attraverso questa fase, e' stato fatto notare, "forse avremmo potuto parlare anche di qualcos'altro, non solo di associazione sovversiva".

4 maggio - I comunisti "non hanno mai avuto a che fare col terrorismo da quando Bakunin fu espulso dalla Prima Internazionale". Fanno ricorso proprio all'ideologia gli aderenti ad Iniziativa Comunista per spiegare ancora, il giorno dopo gli arresti, la loro distanza dalle idee eversive, dalla lotta armata. Per loro i terroristi sono piuttosto "gli eredi delle sette mazziniane che non di Stalin" e rivendicano la distanza marcata tra comunismo e terrorismo. Argomenti che porteranno in una conferenza stampa, probabilmente domani, in una delle loro sedi, tutte perquisite ieri dalle forze dell'ordine. Si ritengono "un capro espiatorio" e ribadiscono di "non avere nulla da nascondere". Del resto, sottolineano, sulla loro pubblicazione "Riscossa" gia' un anno fa, subito dopo il delitto D'Antona, si erano dissociati da quell'azione terroristica e sulla stessa pubblicazione criticarono, a proposito della 'Gladio Rossa', chi parlo' di contatti tra l'ex br Alberto Franceschini e la Federazione della gioventu' comunista. Loro, dicono, vengono tutti dal Pci e non "hanno mai avuto vicinanze col terrorismo". "Ci conoscono Folena, Veltroni, Leoni, Crucianelli, Cossutta. Ci confrontiamo con le realta' della sinistra. Abbiamo le nostre le idee e le propagandiamo in volantini e pubblicazioni, tutto alla luce del sole", spiegano. Ma, soprattutto, in questa fase tengono a "tenere separata la parte politica da quella giudiziaria" e per quest'ultima rimandano ai loro avvocati. "Sul piano politico - dicono - abbiamo gia' nei mesi scorsi mandato comunicati e fatto conferenze stampa per denunciare la patetica montatura destinata a naufragare nel ridicolo per impedire la candidatura di Norberto Natali". Una candidatura al collegio uninominale di Crotone che, se fosse avvenuta - avverte IC - "in base ai sondaggi della Marketing Ass avrebbe ottenuto il 36 per cento dei consensi". Infine, IC si dichiara preoccupata "per le condizioni di salute di Natali poiche' affetto da patologie gravi".

4 maggio - Tre procuratori aggiunti della Repubblica, due Pm della Direzione Distrettuale Antimafia e un consigliere del Csm assistono a Palermo, nell' aula magna della facolta di Lettere, a un dibattito sul libro di Marco Travaglio ed Elio Veltri "L' odore dei soldi", che ricostruisce l' ascesa finanziaria di Silvio Berlusconi. Alla manifestazione erano presenti, tra gli altri, i procuratori aggiunti di Palermo Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, che sostennero l' accusa nel processo a Giulio Andreotti, i sostituti della Dda Antonio Ingroia (pm del processo Dell' Utri) e Franca Imbergamo, il procuratore aggiunto di Trapani Teresa Principato e il consigliere del Csm Gioacchino Natoli, anche lui ex Pm del processo Andreotti. "Ringraziamo i magistrati presenti - hanno detto i due autori - che sono qui non senza pagare un prezzo".

4 maggio - Trasmesso per la prima volta in tv, su Palco, la pay-per-view di D+, il film "I cento passi" che racconta la storia di Peppino Impastato.

4 maggio - Nella pagina dei commenti, il quotidiano francese 'Le Monde' torna oggi sul caso di Adriano Sofri e sottolinea come la vicenda sia stata ignorata nella campagna elettorale per le politiche. "Il Vaticano ci ha messo piu' di tre secoli e mezzo per rendere giustizia a Galileo - esordisce l'articolo, intitolato "l'incredibile caso Sofri" - e ancora di piu' per riabilitare Jean Hus. Bisogna sperare che lo stato italiano sara' piu' veloce per quanto riguarda Adriano Sofri e non aspetti la morte in carcere dell'ex dirigente dell'organizzazione di estrema sinistra Lotta Continua, condannato a 22 anni di carcere sulla sola testimonianza, dubbiosa e piena di contraddizioni, di un pentito". Notando con sorpresa che "la sorte di Adriano Sofri non e' stata praticamente evocata nella campagna elettorale", 'Le Monde' afferma che "il silenzio della destra si spiega facilmente: essa vede in Sofri il colpevole ideale, quello che consente di affermare che tutte le disgrazie dell'Italia, durante gli anni 1970, sono imputabili all'estrema sinistra e a questi 'cattivi maestri'". Questa visione "sta bene ovviamente a Silvio Berlusconi e soprattutto ad alcuni dei suoi alleati della Casa delle liberta’". "Piu' imbarazzata - continua 'Le Monde' - e' la discrezione della sinistra" e "probabilmente in qualche ex militante comunista c'e' una sorta di rivincita postuma su un' organizzazione scomparsa che li aveva agitati sulla loro sinistra, e su un uomo che aveva incarnato con brio questa contestazione".

4 maggio - Sarebbe inedita la risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista. Il documento sarebbe stato scritto 2-3 settimane prima dell' omicidio D' Antona e conterrebbe una analisi "a nome proprio Br". La risoluzione strategica - che delineerebbe "le linee ispiratrici del gruppo e il tentativo di accreditarsi come eredi del vecchio partito armato" - consisterebbe in una decina di cartelle. Gli investigatori l' hanno sequestrata durante la perquisizione nell' abitazione di Barbara Battista nei pressi di Frascati, vicino Roma. Era accatastata e impolverata, in mezzo ad altre carte sulle quali erano poggiate alcune valigie. Gli investigatori ritengono che il documento sia stato 'dimenticato' nella pila di carte. La risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista potrebbe essere stata scritta da un aderente alla cosiddetta "seconda posizione" (minoritaria e poi espulsa) formatasi nelle Br durante il dibattito interno scaturito dopo la Ritirata Strategica annunciata nel marzo del 1982 e durato fino ai primi mesi del 1984. Lo si ricava dal fatto che in un passaggio del documento viene detto: "Presentare il nostro percorso politico non deve essere inteso come un voler nascondere una differenza. D' altronde, troveremmo sciocco non dichiarare che ai sensi della battaglia politica interna alle Brigate Rosse sviluppatasi nell' '84 alcuni di noi si trovarono a sostenere la seconda posizione". Nell' ordinanza del Gip Lupacchini, si ricorda che la "Seconda Posizione", in particolare, "rifiuta esplicitamente le tesi della 'guerra di classe di lunga durata' e della 'strategia della Lotta Armata' sostenendo che il Partito doveva lavorare per aumentare la coscienza e l' organizzazione rivoluzionaria delle masse proletarie italiane, per poterle guidare politicamente e militarmente". In contrapposizione con le tesi classiche che erano state alla base della scelta della lotta armata fin dagli inizi degli anni settanta (schemi tradizionali di azione politico-militare), la Seconda Posizione sosteneva - si legge nell' ordinanza - "da un punto di vista metodologico rigidamente leninista, una nuova definizione della strategia politica, ove la lotta armata non assumeva piu' il ruolo centrale ma era soltanto uno degli strumenti necessari alla preparazione delle masse verso la guerra rivoluzionaria finale. In tale ottica il Partito Comunista Combattente diveniva la struttura complessiva, costituita da rivoluzionari di professione, che deve garantire la direzione politica e militare del processo di cambiamento sociale in tutte le sue fasi".

4 maggio - Sarebbe inedita la risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista. Il documento sarebbe stato scritto 2-3 settimane prima dell' omicidio D' Antona e conterrebbe una analisi "a nome proprio Br". La risoluzione strategica - che delineerebbe "le linee ispiratrici del gruppo e il tentativo di accreditarsi come eredi del vecchio partito armato" - consisterebbe in una decina di cartelle. Gli investigatori l' hanno sequestrata durante la perquisizione nell' abitazione di Barbara Battista nei pressi di Frascati, vicino Roma. Era accatastata e impolverata, in mezzo ad altre carte sulle quali erano poggiate alcune valigie. Gli investigatori ritengono che il documento sia stato 'dimenticato' nella pila di carte. La risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista potrebbe essere stata scritta da un aderente alla cosiddetta "seconda posizione" (minoritaria e poi espulsa) formatasi nelle Br durante il dibattito interno scaturito dopo la Ritirata Strategica annunciata nel marzo del 1982 e durato fino ai primi mesi del 1984. Lo si ricava dal fatto che in un passaggio del documento viene detto: "Presentare il nostro percorso politico non deve essere inteso come un voler nascondere una differenza. D' altronde, troveremmo sciocco non dichiarare che ai sensi della battaglia politica interna alle Brigate Rosse sviluppatasi nell' '84 alcuni di noi si trovarono a sostenere la seconda posizione". Nell' ordinanza del Gip Lupacchini, si ricorda che la "Seconda Posizione", in particolare, "rifiuta esplicitamente le tesi della 'guerra di classe di lunga durata' e della 'strategia della Lotta Armata' sostenendo che il Partito doveva lavorare per aumentare la coscienza e l' organizzazione rivoluzionaria delle masse proletarie italiane, per poterle guidare politicamente e militarmente". In contrapposizione con le tesi classiche che erano state alla base della scelta della lotta armata fin dagli inizi degli anni settanta (schemi tradizionali di azione politico-militare), la Seconda Posizione sosteneva - si legge nell' ordinanza - "da un punto di vista metodologico rigidamente leninista, una nuova definizione della strategia politica, ove la lotta armata non assumeva piu' il ruolo centrale ma era soltanto uno degli strumenti necessari alla preparazione delle masse verso la guerra rivoluzionaria finale. In tale ottica il Partito Comunista Combattente diveniva la struttura complessiva, costituita da rivoluzionari di professione, che deve garantire la direzione politica e militare del processo di cambiamento sociale in tutte le sue fasi".

4 maggio - Si concentrano sul presunto incontro tra Luca Ricaldone ed il brigatista latitante Nicola Bortone, con tutta probabilita' residente in Francia, le indagini dei carabinieri del Ros sull'obiettivo che le "nuove Br" avrebbero voluto colpire. In ambienti investigativi viene sottolineato che non e' stata ancora individuata la persona nel mirino, e lo stesso gip Lupacchini sottolinea che l'azione e' "da considerarsi ancora in fase iniziale", e cioe' quella della "localizzazione dell'obiettivo e delo studio dei suoi movimenti". Tuttavia, gli accertamenti su questo aspetto dell'inchiesta sono in pieno svolgimento, anche perche' gli inquirenti sono sicuri che un progetto di attentato, "estremamente serio", era in corso nel maggio del 2000 quando Ricaldone venne per piu' giorni pedinato dai carabinieri a Milano. Il vero problema e' che l'incontro avvenuto il 19 maggio tra Ricaldone e "Zainetto" (il nome convenzionale che i carabinieri hanno dato al presunto Br latitante) e' stato "registrato solo visivamente" dagli uomini del Ros: nessuna foto, nessun video. Una mancata documentazione dovuta al fatto che l'incontro e' avvenuto soprattutto in metropolitana, dopo un rapidissimo contatto in superficie, nei pressi di piazza Lotto. Era poi proseguito all'esterno, ma l'unico sottufficiale rimasto a pedinare i due uomini - come scrive il gip - "non era munito di strumentazione tecnica". I pedinamenti successivi, quotidiani, hanno sempre avuto esito negativo, in parte anche per le "contromisure operative" adottate da Ricaldone. Ma il 19 dicembre gli investigatori sono andati vicinissimi all'obiettivo. L'uomo tenuto sotto controllo, dopo aver parcheggiato l'auto, e' stato visto aggirarsi nella zona di piazza Lotto dalle 17.50 alle 19.28: in testa un cappello di lana, con uno zaino a tracolla, camminava lentamente, usando "tecniche di spedinamento". Ma l'attesa e' stata vana. Quattro giorni dopo, in una telefonata intercettata tra Ricaldone e Gennaro Franco, un altro degli arrestati, si fa riferimento - secondo gli inquirenti - a questo mancato appuntamento.
   Franco:  ...senti... c'hai altre novita?
   Ricaldone: ...eh... mi hanno... mi hanno dato il bidone...
   Franco: (incomprensibile)
   Ricaldone: ...mi ha dato l'appuntamento ... non e' venuto e non mi ha neanche telefonato.
   E poco dopo, in un'altra telefonata:
   Ricaldone:  eh... me sa che non ce sta piu'... qua a Milano
   Franco: non e' che hai capito male per caso...
   Nelle mani degli investigatori, dunque, c'e' per il momento il solo riconoscimento visivo del presunto terrorista latitante - "apparente eta' di 45 anni circa, corporatura media, altezza 1 metro e 65 circa, capelli neri, ondulati, carnagione scura, senza barba ne' baffi, con un borsello sulla spalla destra" - da parte dei tre sottufficiali del Ros che fecero il pedinamento. Tutti e tre lo hanno riconosciuto in alcune foto segnaletiche, ma due lo avevano anche visto "dal vivo" durante le udienze dei processi cui fu sottoposto in Francia all'inizio degli anni '90. Per gli inquirenti il rapporto tra Ricaldone e Bortone "non puo' certo essere ricondotto a una mera relazione interpersonale", ma deve essere "necessariaente valutato come un contatto d'organizzazione", un incontro "operativo". E che questo contatto fosse finalizzato anche ad una eventuale "azione dimostrativa", un attentato, lo potrebbero dimostrare - per gli investigatori - alcuni colloqui intercettati proprio tra Ricaldone e Franco. Tra i due vengono intercettate, nell'auto di Ricaldone, il 14 e 15 dicembre 2000, quattro conversazioni tutte relative - secondo gli inquirenti - ad una "attivita' di inchiesta" nei confronti dell'obiettivo da colpire.
Ricaldone: Senti li' la cosa piu' ... piu' sbrigativa che si puo' fare... secondo me ... penso che... almeno li' c'hai la... se tu lo riconosci, riconosci la voce.    Ed ancora, sempre Ricaldone: ...il fatto di andare li'... ma metti che non c'e'... (...) Cioe' o all'appostamento ci sei... vai davanti casa sua... dice non lo becchi, pero' puoi stare mezz'ora come dei giorni. E Franco: ..meglio la mattina presto..
Anche in precedenza, il 4 settembre 2000, sarebbero stati fatti - secono gli inquirenti - "chiari riferimenti ad un' 'inchiesta"' in un colloquio tra Ricaldone e la convivente, a bordo di un'auto in cui si trovava anche la figlia di quest'ultima.
   Convivente: ...ma come va 'sta inchiesta che stai facendo?
   Rinaldone: ...oggi non ho potuto fare niente (...) sono imnpegnatissimo, guarda...
   Convivente: per questa inchiesta?
   Rinaldone: no, su ... l'altra inchiesta.. (ride).

4 maggio - Cominciano nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori di Raffaele Palermo, Barbara Battista e Rosa Casillo. Gli interrogatori sono condotti dal gip Otello Lupacchini alla presenza dei pubblici ministeri Franco Ionta e Giovanni Salvi. Palermo, secondo quanto riferito dai suoi legali, Luigi Saraceni e Salvatore Amatore, si e' dichiarato estraneo a qualsiasi azione criminale e ha rivendicato "la legittimita' dell' attivita' politica di Iniziativa Comunista". "Un gruppo quest'ultimo - ha sottolineato Saraceni – che agisce alla luce del sole e il cui obiettivo e' ricostituire il Partito Comunista di Togliatti e Secchia e non credo che questo sia un obiettivo da associazione sovversiva". Saraceni ha detto che "non sono emersi fatti concreti". "La contestazione - ha aggiunto - si e' mossa sulla falsariga del contenuto dell'ordinanza di custodia cautelare". Secondo il penalista, che ha anche escluso una conoscenza del suo cliente con Alessandro Geri ("non gli e' stata posta questa domanda"), la vicenda in cui e' coinvolto il suo assistito e' "assolutamente inconsistente. La storia giudiziaria e' costellata da errori e questo e' uno di quelli". Rispondendo ad una domanda su un ipotetico collegamento tra il gruppo di presunti fiancheggiatori arrestati ieri e i responsabili dell'omicidio di Massimo D'Antona, Saraceni ha detto che "e' una circostanza assolutamente esclusa". Circa i rapporti tra Palermo e gli altri arrestati, Saraceni ha sottolineato che tutti i personaggi finiti ieri in manette "si riconoscono in un movimento politico che ha un centinaio di aderenti. E' ovvio che si conoscano tutti". Molto piu' breve il tempo dedicato dai magistrati a Barbara Battista. La donna si e' avvalsa della facolta' di non rispondere in quanto - ha spiegato il suo difensore Domenico Servello - ha "la necessita' di riflettere prima di rispondere alle domande del Gip". Barbara Battista si e' limitata a leggere il contenuto dell'ordinanza di custodia cautelare. "Si tratta di un'indagine che risente del clima elettorale – ha commentato Servello - visto che un esperimento del genere ci fu nel 1921 quando alcuni militanti del Partito Comunista furono imputati di associazione sovversiva. Il governo monarchico di allora assolse tutti perche' il fatto non sussisteva". Anche Rita Casillo ha respinto l' accusa mossa dai giudici nei suoi confronti. Lo ha riferito il suo difensore Antonella Schirripa aggiungendo che la donna ha parlato "della legalita' dell' organizzazione in cui milita" e che le e' stata mostrata la risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista. "La mia cliente - ha aggiunto la penalista - ha detto di non aver mai visto quel documento e, comunque, lo ha disconosciuto". Nel definire "una bolla di sapone" l' indagine giudiziaria, l' avvocato Schirripa ha affermato che "non ci sono elementi su cui si possa fondare l' accusa"."La mia cliente - ha proseguito - ha risposto su quale era la posizione di Iniziativa Comunista dopo l' omicidio D' Antona, sottolineando che il pensiero dell' organizzazione era ben lontano da quello dei gruppi eversivi". Nell' esprimere il convincimento che Rita Casillo possa tornare in liberta' gia' la prossima settimana, l' avvocato Schirripa ha detto che "non ci sono elementi tangibili per dire che le persone arrestate ieri abbiano avuti contatti con esponenti che facciano parte delle Brigate Rosse". Casillo, come anche Barbara Battista e Raffaele Palermo, si trova in isolamento e lo restera' per almeno cinque giorni. L' avvocato Schirripa, legale di altre tre persone indagate, sentite oggi dagli inquirenti, ha annunciato che ricorrera' al Tribunale della Liberta' per chiedere la revoca dell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Casillo. Analoghe istanze saranno probabilmente presentate anche per conto di Battista e Palermo. Anche Alessandro Geri, il giovane sospettato di essere l'autore della telefonata di rivendicazione dell' omicidio di Massimo D'Antona, e' stato interrogato dal Pm Franco Ionta nell'ambito dell'inchiesta sull' agguato di via Salaria, alla luce degli sviluppi delle indagini che ieri hanno portato all' arresto di otto persone considerate fiancheggiatori delle Brigate rosse. Oltre a Geri, i pm Franco Ionta, Italo Ormanni e Giovanni Salvi hanno sentito, come testimoni, Gabriella Fabiani, la donna che forni' l' alibi a Geri sostenendo di aver lavorato con lui al computer quando veniva rivendicato l' omicidio D'Antona, e la cugina Cristina. Le loro frequentazioni con gli esponenti di Iniziativa Comunista finiti ieri in carcere sono state al centro degli interrogatori. Gli accertamenti del Ros, in particolare la scoperta di conoscenze di Geri e di persone da lui conosciute con alcuni degli arrestati di ieri, avrebbero consolidato i sospetti che, un anno fa, portarono la Digos ad arrestare il presunto telefonista delle Br. Non a caso gli interrogatori di oggi in procura sono avvenuti a 24 ore dal blitz dei Ros. Nel corso dell' interrogatorio, Geri, confermando una precedente dichiarazione, ha detto di conoscere da 12 anni Stefano De Francesco, il vigile urbano di Roma, e di averlo incontrato quest' anno una sola volta. Il difensore del tecnico informatico, Rosalba Valori, ha pero' contestato al pm le domande sugli sviluppi di ieri annunciando che il suo cliente non avrebbe risposto ad altri quesiti scaturiti dal blitz dei Ros. Cristina Fabiani, secondo quanto si e' appreso, ha affermato che la sua conoscenza di De Francesco e di Luca Ricaldone (quest' ultimo ospitato nella sua abitazione) e' legata alla comune militanza in Iniziativa Comunista. Gabriella Fabiani, dal suo canto, ha negato di avere frequentazioni in comune con la cugina Cristina. Dal rapporto preparato dai Ros qualche mese fa sui presunti fiancheggiatori delle Br e' emerso anche che De Francesco e la moglie Sabrina Natali frequentano Alfredo Grelli, l' imbianchino che, secondo la procura, avrebbe prestato all' amico Geri il motorino usato per recarsi nella cabina telefonica dalla quale parti' la chiamata di rivendicazione dell' omicidio D'Antona. Geri e' stato convocato dal magistrato anche per chiarire alcuni aspetti legati alla comparsa nelle indagini sull' agguato del 20 maggio '99 di un teledrin chiamato il 1 giugno del '99 con la stessa scheda telefonica usata per la rivendicazione del 20 maggio precedente. Geri, inizialmente, aveva detto di non conoscere nessuno che possedesse un teledrin, ma dopo la scoperta di un numero sulla sua agenda era scattata una contestazione. Geri, e la circostanza e' stata ribadita oggi, ricordo' che un suo amico possedeva un teledrin, ma che questo era disattivo prima del primo giugno 1999. Quindi, secondo il giovane, non puo' essere lui l' autore della telefonata fatta con la scheda il primo giugno '99.

4 maggio – Secondo la valutazione di esperti dell' antiterrorismo che questo gruppo "di gente comune" lo conoscono bene, lo hanno studiato giorno per giorno da mesi, gli otto insospettabili arrestati dai carabinieri del Ros potrebbero costituire "il livello ideologico" dell'organizzazione terroristica che si e' accreditata come "erede del vecchio partito armato". Una valutazione e una analisi che porterebbero a delineare una struttura "che e' bene al corrente delle attuali dinamiche istituzionali nei settori della politica e del lavoro". Una struttura in cui lo "status culturale di chi ne fa parte" diventa elemento portante e prezioso per sostenere il nuovo "sistema di combattere le istituzioni non soltanto con lo scontro frontale e armato ma anche penetrandole e distruggendole dall'interno". Ci sarebbe, in sostanza, tra gli esperti dell'antiterrorismo del Ros, la convinzione di trovarsi di fronte ad un livello molto alto della lotta armata: "un livello informativo" contiguo ai "militanti delle nuove BR, alla loro struttura, ai loro obiettivi, alla loro dottrina". Persone con il compito di "dare linea" e indicare "gli obiettivi": lo stesso ruolo che sarebbe stato svolto anche da chi ha ispirato il gruppo di fuoco che ha colpito due anni fa "un uomo dello Stato" come Massimo D' Antona. Questa ipotesi di lavoro degli investigatori si desume nelle 153 pagine dell' ordinanza cautelare della Procura di Roma in cui vi e' un spaccato "meticoloso, attraverso intercettazioni telefoniche ed ambientali, e pedinamenti, dell' evoluzione ideologica ed operativa del gruppo". Un gruppo che metteva in atto - sottolinea l' ordinanza - "vere e proprie tecniche di attivita' clandestina e militaristica quando doveva riunirsi o scambiare informazioni". Sull'ipotesi di una "attivita' istruttoria" preliminare ad un eventuale attentato, gli investigatori non si sbilanciano. Un conto e' teorizzare la lotta armata, sostiene uno degli inquirenti, e quindi rimanere ad "un livello verticistico molto alto, ma altro discorso e' organizzare poi questa attivita': passare, cioe', dalla fase ideologica a quella logistica che pressuppone lo studio di un obiettivo, pedinarlo e recuperare armi e supporti tecnici". Se gli otto insospettabili fossero passati anche attraverso questa fase, e' stato fatto notare, "forse avremmo potuto parlare anche di qualcos'altro, non solo di associazione sovversiva".

4 maggio - I comunisti "non hanno mai avuto a che fare col terrorismo da quando Bakunin fu espulso dalla Prima Internazionale". Fanno ricorso proprio all'ideologia gli aderenti ad Iniziativa Comunista per spiegare ancora, il giorno dopo gli arresti, la loro distanza dalle idee eversive, dalla lotta armata. Per loro i terroristi sono piuttosto "gli eredi delle sette mazziniane che non di Stalin" e rivendicano la distanza marcata tra comunismo e terrorismo. Argomenti che porteranno in una conferenza stampa, probabilmente domani, in una delle loro sedi, tutte perquisite ieri dalle forze dell'ordine. Si ritengono "un capro espiatorio" e ribadiscono di "non avere nulla da nascondere". Del resto, sottolineano, sulla loro pubblicazione "Riscossa" gia' un anno fa, subito dopo il delitto D'Antona, si erano dissociati da quell'azione terroristica e sulla stessa pubblicazione criticarono, a proposito della 'Gladio Rossa', chi parlo' di contatti tra l'ex br Alberto Franceschini e la Federazione della gioventu' comunista. Loro, dicono, vengono tutti dal Pci e non "hanno mai avuto vicinanze col terrorismo". "Ci conoscono Folena, Veltroni, Leoni, Crucianelli, Cossutta. Ci confrontiamo con le realta' della sinistra. Abbiamo le nostre le idee e le propagandiamo in volantini e pubblicazioni, tutto alla luce del sole", spiegano. Ma, soprattutto, in questa fase tengono a "tenere separata la parte politica da quella giudiziaria" e per quest'ultima rimandano ai loro avvocati. "Sul piano politico - dicono - abbiamo gia' nei mesi scorsi mandato comunicati e fatto conferenze stampa per denunciare la patetica montatura destinata a naufragare nel ridicolo per impedire la candidatura di Norberto Natali". Una candidatura al collegio uninominale di Crotone che, se fosse avvenuta - avverte IC - "in base ai sondaggi della Marketing Ass avrebbe ottenuto il 36 per cento dei consensi". Infine, IC si dichiara preoccupata "per le condizioni di salute di Natali poiche' affetto da patologie gravi".

4 maggio - "La Stampa":
La strada é buia
di Fabrizio Rondolino
Ho conosciuto Norberto Natali molti anni fa, nella Federazione giovanile comunista. Difficile credere, rivedendolo ieri sera al telegiornale, che sia diventato un terrorista. Era un estremista, questo sì: e infatti dalla Fgci se ne andò abbastanza presto. Coltivava una sua idea di rivoluzione che, più che pericolosa, appariva e appare un poco ingenua: non salottiera, ma, al contrario, popolare e popolana, come del resto non era infrequente nelle borgate romane di vent'anni fa.
Saranno ora gli investigatori e i magistrati a fare luce sulla reale pericolosità del gruppo di "insospettabili" arrestati ieri, di cui Natali era il punto di riferimento: un documento brigatista non può essere considerato un gioco, ma neppure significa che chi l'ha scritto è per forza un assassino. Né si deve dimenticare che già in passato, indagando sul delitto D'Antona, una pista che pareva giusta s'è poi rivelata inconcludente.
Il terrorismo è cosa troppo seria perché diventi argomento di campagna elettorale: sarà bene, dunque, che le varie forze in campo evitino di servirsi degli arresti di ieri per versare altra benzina sul fuoco della polemica politica. Qualche esponente del Polo non ha resistito alla tentazione della strumentalizzazione: ma si tratta, speriamo, di casi isolati di cattivo gusto.
Sappiamo troppo poco, in queste ore, per formulare ipotesi e giudizi precisi; meglio aspettare e considerare gli imputati, fino a prova contraria, innocenti. Colpisce invece - al di là dei risvolti penali, se ci saranno - il destino di Natali e dei suoi compagni. Che appaiono davvero come quei giapponesi che continuavano a combattere la loro guerra quando la guerra vera era finita da un pezzo.
La disintegrazione del Pci ha lasciato sul campo molti orfani inconsolabili e molti pretendenti ad un'impossibile eredità. La strada scelta da Natali è senz'altro la peggiore, la più buia e disperata: ma appartiene anch'essa alla sinistra e al suo tramonto, e sarebbe sbagliato negarlo. Un tempo si parlava di "compagni che sbagliano". Oggi viene da chiedersi: compagni di chi?

4 maggio - "La Repubblica"
DUBBI E CERTEZZE DI UN'INCHIESTA
di GIUSEPPE D'AVANZO
SARANNO due anni tra qualche giorno che le Brigate rosse - nuove, forse nuove, quasi nuove, un po' nuove un po' vecchiotte - hanno ucciso Massimo D'Antona, e i carabinieri del Ros e magistrati di Roma propongono un nuovo esito investigativo. Otto arresti. Cinque uomini e tre donne. Otto persone dalla faccia qualunque, dal passato qualunque, dal qualunque presente che - a leggere l'ordinanza che li ha consegnati alla galera - si preparavano a uccidere. Forse di nuovo, forse ancora. Scrive il giudice Otello Lupacchini che il gruppo di "Iniziativa Comunista" stava conducendo "un'attività di inchiesta nei confronti di persona - allo stato non ancora individuabile - probabile vittima di azione delittuosa da considerarsi ancora in fase iniziale (localizzazione dell'obiettivo e studio dei suoi movimenti)".
Il mostro del terrorismo può apparire e colpire quanto meno te lo aspetti e d'altronde qualsiasi scemo con una pistola in mano può schiacciare un "obiettivo" inerme. Che torsione della vita democratica del Paese produrrebbe oggi un morto su un marciapiede alla vigilia di un'aspra campagna elettorale? Si comprende allora la preoccupazione dei carabinieri di voler vedere rinchiusi in una galera un gruppo di attivisti politici con qualche conoscenza in Albania e Russia, con troppe cautele nel muoversi, nel viaggiare, nell'incontrarsi, e soprattutto in preda alla tentazione paranoide di proteggersi dalle infiltrazioni della polizia, di creare per una "sicurezza interna" un nucleo ristretto e segreto accanto alle visibili e pubbliche manifestazioni politiche. I carabinieri fanno i carabinieri, e meno male. Per mestiere devono essere anche loro paranoidi.
Meno si comprende la mossa della magistratura che ha chiesto e ordinato l'arresto. Perché nelle 150 e passa pagine dell'ordinanza si fatica ad afferrare una fonte di prova consistente, il bandolo di una convincente rosa di indizi. Ci sarebbe stato un incontro a Milano con un latitante delle Br, Nicola Bortone. Ma era davvero Nicola Bortone quel giorno di un anno fa (19 maggio 2000) a incontrare gli emissari di "Iniziativa Comunista"? L'unica certezza appare il riconoscimento fotografico expost di un maresciallo che ha visto Bortone in un'aula di giustizia a Parigi. L'ultima volta, dieci anni fa. Gli arrestati al telefono parlano, parlano. Hanno "cimici" dovunque, nell'auto, in casa, nella sede del partito e tuttavia si fa fatica a estrapolare una sola conversazione o frase o esclamazione che li inchiodi a meno di non voler considerare due frasi in croce, intercettate sei mesi fa, nella Skoda Felicia di Luca Ricaldone come definitive. A volte sono cauti e circospetti, e poi si scopre che hanno una passioncella segreta. Sembra un riscontro ai sospetti che gli indagati si allertino quando finisce in carcere Alessandro Geri (il primo esito investigativo della lunga indagine), e dalle registrazioni salta fuori il fondo grottesco dell'origliare poliziesco: quello chiama l'altra per farle leggere l'oroscopo sul giornale o quell'altro invita il compagno ad accendere subito la televisione e quello gli risponde: "Non posso, sto vedendo gli Aristogatti". E allora perché presentare all'opinione pubblica questi arresti - lo hanno fatto ieri gli inquirenti - come "la più importante operazione antiterrorismo degli ultimi tempi"? Perché tanta fretta di mettere le manette ai polsi degli otto? Perché chiudere (e mandare definitivamente per aria) un'inchiesta che può mostrare soltanto delle solide ragioni per essere continuata e non stroncata con una discovery? Le possibili ragioni possono essere due. La prima va scartata subito, a meno di non cedere anche qui alla paranoia e voler credere che ci sia la volontà di tenere in tensione il Paese, di farlo sentire minacciato da un'organizzazione terroristica di cui si avvertono senza dubbio i vagiti, ma per fortuna non il grido. La seconda ragione appare, in queste prime ore, più accettabile. Nessuno se l'è sentita di tenere in libertà un gruppo politico che, per i carabinieri, si agitava troppo, appariva prossimo all'azione al punto da ritualizzare procedure e sistemi alquanto bizzarri per un "movimento" che avrebbe voluto presentarsi alle elezioni. Per concludere, la "più importante operazione antiterrorismo degli ultimi anni" appare più una preventiva operazione di polizia, dettata da una preoccupazione politica, che l'esito di un'istruttoria giudiziaria cominciata due anni fa. Un fatto è certo. Nessuno, né carabiniere né magistrato, se la sente oggi di intrecciare gli arresti di ieri all'assassinio di Massimo d'Antona mentre si rintraccia più d'uno convinto che questi segmenti di indagine, se fossero stati coordinati con buona volontà e spirito di collaborazione, avrebbero avuto - e già da un pezzo - un altro risultato.

4 maggio - "Il Nuovo"
Terrorismo, ecco le intercettazioni
L'incontro del 19 maggio 2000 fra Ricaldone e il br latitante Bortone nella metro di Milano. I falliti appuntamenti strategici di piazza Lotto: "Mi hanno dato il bidone" commenta il militante di Iniziativa comunista.
di Gianni Cipriani
ROMA-Il caposaldo dell'inchiesta ruota intorno ad un incontro: quello che si sarebbe svolto il 19 maggio dell'anno scorso nella metropolitana di Milano tra il latitante delle Br-Pcc, Nicola Bortone e Luca Ricaldone, uno dei militanti del "gruppo ristretto" di Inziativa Comunista arrestato per associazione sovversiva. Un incontro decisivo per comprendere le dinamiche del gruppo estremista e la sua volontà di stabilire un contatto con le primule rosse del partito armato, sospettate di essere le ispiratrici dell'omicidio D'Antona. Ma dall'inchiesta emerge che Ricaldone, nel periodo in cui era stato pedinato dai carabinieri del Ros, si era organizzato per andare ad altri "appuntamenti strategici", poi saltati all'ultimo momento. Incontri ai quali l'uomo finito agli arresti andava utilizzando particolari cautele e, in alcuni casi, tecniche definite dagli investigatori di "spedinamento". Ma l'elemento che più ha incuriosito gli inquirenti è che alcuni di questi presunti appuntamenti strategici si sarebbero dovuti svolgere a ridosso del Natale del 2000, negli stessi giorni in cui - sempre secondo l'accusa - i militanti di Iniziativa Comunista avevano avviato la "controinchiesta" destinata alla realizzazione di un attentato. La scena ripresa dai Ros, infatti, si è svolta il 15 dicembre del 2000, tra le 17,50 e le 19,28, quando Ricaldone si è presentato nei pressi di piazza Lotto, a Milano, dove si è aggirato camminando ininterrottamente per due ore,non senza aver preso misure per evitare di essere pedinato. Un incontro riservato saltato poi all'ultimo momento, secondo gli inquirenti. E infatti, due giorni dopo, le microspie hanno registrato una conversazione che l'uomo aveva avuto nella sua auto con Franco Gennaro, l'altro milanese arrestato. Aveva infatti chiesto Gennaro: "Hai altre novità?". La risposta di Ricaldone: "Mi hanno dato il bidone... Mi ha dato l'appuntamento, non è venuto e non mi ha neanche telefonato". E poi, nel prosieguo della conversazione: "Mi sa che non ci sta più qui a Milano...".
Il sospetto dei carabinieri è che gli appuntamenti nella zona di piazza Lotto fossero con Bortone o con emissari delle Br-Pcc. Ma di sospetti si tratta.Così come in mano ai magistrati ci sono solo alcuni indizi che li hanno portati a ritenere che il "gruppo ristretto" di Iniziativa Comunista avesse intrapreso un'attività preventiva di inchiesta finalizzata alla realizzazione di un attentato ai danni di un personaggio non meglio indentificato. L'elemento più significativo è nella registrazione di un conversazione avvenuta il 4 settembre 2000 tra Luca Ricaldone e Patrizia Di Silvestro:
P. Come va l'inchiesta che stai facendo?
L. Oggi non ho potuto fare l'inchiesta
P. Non hai potuto fare l'inchiesta?
L. Tra oggi e domani sono impegnatissimo, guarda...
P. Per questa inchiesta?
L. No, sull'altra inchiesta.
Un dialogo il quale, secondo gli investigatori, è strettamente collegato alla conversazione avvenuta il 14 dicembre del 2000 tra Ricaldone e Franco Gennaro nella quale, tra le altre cose, Ricaldone aveva detto: "Il fatto di andare... ma metti che non c'è, poi no, cioè, tu stai via una settimana, che non lo vedi, no, degli orari che c'ha, no, che... cioè all'appostamento ci sei. Vai davanti casa sua dice non lo becchi, però puoi stare mezz'ora come dei giorni...". Non c'è dubbio che i due parlassero di un "appostamento", mentre nei mesi precedenti si era parlato di una "inchiesta". Però è altrettanto vero che nonostante il gruppo fosse strettamente sorvegliato, dal dicembre del 2000 almeno al 27 marzo del 2001 (giorno in cui una fuga di notizie avrebbe messo sul chi vive gli esponenti di Iniziativa Comunista) non solo non è accaduto nulla, ma non sono state registrate conversazioni né notati movimenti che potessero far pensare alla preparazione di un attentato o allo svolgimento di una controinchiesta rivoluzionaria, tipica della tradizione brigatista, quando c'è da organizzare un'azione.
Insomma, nell'ordinanza di oltre 150 pagine firmata dal gip, Otello Lupacchini, ci sono molti elementi suggestivi e di sicuro interesse. Uno di questi riguarda i contatti tra Ic e il partito "Russia Lavoratrice", durante i quali si era parlato anche di possibili "campi di addestramento" sul Mar Nero. Aveva infatti proposto nel gennaio 2000 l'esponente russo Victor Ivanovich: "Pensavamo che a luglio (...) possiamo passare due mesi solo per i giovani dai 18 ai 28 anni diciamo (...) c'è una località molto bella vicin alla costa del Mar Nero, c'è montagna, abbiamo anche la possibilità di addestrare i giovani fisicamente, fare alcune marce nelle montagne ed anche della teoria". L'addestramento prevedeva anche lanci con il paracadute.
Ma, tralasciando le suggestioni, a parte l'incontro tra Nicola Bortone e Luca Ricaldone, non sembrano emergere prove consistenti di un'attività eversiva vera e propria. Se non l'appartenenza di Iniziativa Comunista a quell'area rivoluzionaria di stretta osservanza marxista-leninista che utilizza un linguagio "terzinternazionalista" dal sapore sicuramente sovversivo, ma non per questo necessariamente filo-brigatista.

5 maggio - Il Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali (Cestes) ha smentito la partecipazione di Massimo D'Antona ad un convegno del febbraio 1999, sottolineando tra l'altro che il professor Luciano Vasapollo, direttore del centro, "non e' mai appartenuto ne' mai e' stato accusato di appartenenza alle BR". La nota del Cestes ricorda che al convegno, organizzato in merito alla legge sulla rappresentanza sindacale, parteciparono "l'allora ministro per la Funzione Pubblica Angelo Piazza, l'onorevole Pietro Gasperoni, relatore in commissione lavoro della Camera, gli onorevoli Giorgio Gardiol, Franco Giordano, Giuseppe Bronzini di magistratura democratica e Ugo Rescigno, professore di Diritto Pubblico all'Universita' La Sapienza di Roma". Per quanto riguarda le notizie che hanno riguardato il coinvolgimento di Vasapollo nelle Br, il CESTES ha aggiunto che "il professore fu imputato nell'82 per reati di natura politica risalenti al '75, periodo in cui era studente delle superiori, ed e' stato assolto con formula piena per non aver commesso il fatto, in tutti e tre i gradi di giudizio, l'ultimo dei quali risalente all'89".

5 maggio - Per il procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna l'attribuzione dei poteri di indagine sul terrorismo alla Direzione nazionale antimafia "sarebbe una cosa razionale: criminalita' mafiosa e terroristica sono entrambe tipi di criminalita' strutturata". Vigna torna sull'ipotesi di una possibile riunione di competenze per le indagini sulla criminalita' terroristica e su quella mafiosa. "Terrorismo e mafia - ha detto Vigna, parlando con i giornalisti a Firenze a margine di un dibattito - agiscono per programmi, ovvero commettono delitti non estemporanei, ma in base a un programma prestabilito. Tra l'altro, spesso si tratta di delitti collegati tra di loro. Quindi per cercare di capire bisogna che i punti di indagine siano accentrati: se facciamo svolgere le indagini a 164 punti di indagine diversi e' molto difficile avere una lettura completa di quanto avviene. Se invece facciamo leggere quanto avviene a 26 punti di indagine come e' avvenuto per la mafia e' molto piu' facile capire". Se e' vero che "la mafia ha comunque connotazioni terroristiche, tanto che gli imputati del processo per strage a Firenze, Roma e Milano hanno avuto l' aggravante di eversione" specifica Vigna "non so perche' si facciano ancora svolgere le indagini sul terrorismo a due organi diversi". Vigna dice anche che "Le nuove sigle terroristiche stanno dialogando tra loro per vedere se da questo magma esce qualcosa di piu' unito. Ma non credo che questo possa avvenire". "Ho l'impressione - ha detto Vigna - che siamo in presenza di una situazione non netta, magmatica rispetto a quella di un tempo. Prima c' erano organizzazioni strutturate, con le loro gerarchie, una suddivisione territoriale dei compiti piu' facile da aggredire quando riuscivamo a trovare il bandolo della matassa. Ora - ha detto ancora il magistrato - siamo in presenza di gruppi emergenti che si caratterizzano per sigle. Sigle che stanno dialogando tra di loro, non tanto all' esterno per raccogliere consensi. Un tempo, i volantini venivano fatti ritrovare nei luoghi di lavoro: c'era un referente che li lasciava li'. Ora vengono inviati per posta, a volte anche ad indirizzi sbagliati. Sembra il tentativo di dialogo interno - ha concluso Vigna - per costruire qualcosa di piu' unito rispetto al magma che c' e' adesso. Ma non credo che questa cosa possa avvenire".

5 maggio - Nel carcere romano di Regina Coeli il Gip Otello Lupacchini alla presenza del Pm Piero Saviotti interroga Luca Ricaldone, 37 anni, e Franco Gennaro, 36 anni, due degli otto arrestati nell'ambito dell'operazione dei Ros e accusati di essere fiancheggiatori delle Br. I due sono giunti da Milano, dove sono stati arrestati dai carabinieri, poco prima delle 10 al carcere romano a bordo di due furgoni blindati della polizia penitenziaria scortati da due auto e moto. Gli inquirenti romani hanno interrogato in mattinata in procura Enkeleida Pulaj, detta Ida, 24 anni, un' albanese che risulta essere stata in contatto con esponenti del "Circolo ristretto" della struttura clandestina sorta all' interno di Iniziativa Comunista. Al termine dell' interrogatorio, tenuto dal procuratore aggiunto Italo Ormanni, la donna e il suo legale non hanno rilasciato dichiarazioni. Nell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti degli otto presunti fiancheggiatori, Pulaj, uno dei 10 nominativi finiti nel registro degli indagati a Roma, viene indicata come il tramite tra il 'Circolo ristretto' e un gruppo di "compagni" albanesi. Il coinvolgimento di Pulaj nelle indagini e' legato ai sospetti degli inquirenti sulla tipologia dei rapporti esistenti tra gli esponenti di Iniziativa Comunista arrestati due giorni fa e un'organizzazione dell'ultrasinistra albanese. La donna, secondo quanto si e' appreso, ha detto al procuratore aggiunto Ormanni di essersi limitata a fare da interprete in occasione degli incontri tra i due gruppi in Italia (l'ultimo alla fine del 1999) e di tradurre le carte scambiate tra loro. Contatti solo di natura politica, avrebbe aggiunto l'indagata, scaturiti dalla comune ideologia marxista-leninista. Ricaldone ha ammesso di avere incontrato una persona nella metropolitana milanese ma ha negato di sapere che fosse Nicola Bortone, latitante probabilmente in Francia e militante delle Br-Pcc, incontrato nel maggio del 2000. "Mi era stato detto di consegnare del materiale, dei volantini, ad una persona che ritenevo essere un emissario dei Carc e che avrei incontrato in metropolitana - avrebbe detto Ricaldone - non lo conoscevo e apprendo ora che si chiama Nicola Bortone". Considerando l' esito dell' interrogatorio, la Procura - a quanto si e' appreso - si ritiene soddisfatta perche' esce confermata la linea accusatoria. Ricaldone ha anche ammesso di conoscere Roberto Zarra la cui fidanzata e' amica della sua ragazza. L' arrestato, ha poi spiegato l'avvocato Luigi Saraceni, ha fornito al Gip e al Pm "chiarimenti in termini abbastanza convincenti" in merito al suo ruolo all'interno dell'organizzazione Iniziativa Comunista. Quanto all'inchiesta che secondo l'accusa Ricaldone stava conducendo con Gennaro per individuare un possibile obiettivo da colpire, Saraceni ha detto che il suo assistito ha negato ogni addebito. Secondo quanto si e' appreso, l'indagato ha preferito avvalersi della facolta' di non rispondere alle domande sull' attivita' di inchiesta che stava svolgendo, nonostante l'invito del difensore a farlo, cosi' come ha fatto anche su altri aspetti specifici della vicenda. Ricaldone ha poi negato di utilizzare, come sostiene il Gip nell'ordinanza, "tecniche di spedinamento", mentre ha fornito, come avevano gia' fatto altri arrestati nei precedenti interrogatori, un quadro chiaro sull'ideologia e l'operato di Iniziativa Comunista. "IC e' un gruppo politico che non approva metodi violenti - ha spiegato ai giudici - di ispirazione marxista-leninista per la ricostruzione del Partito Comunista che ha come riferimenti Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. Un'organizzazione contro la violenza e il terrorismo". Franco Gennaro ha detto che non c' era nessun attentato in preparazione. A riferirlo e' stato il suo avvocato, Renato Ragozzino, al termine di oltre tre ore di interrogatorio. Gennaro ha confermato al Gip l'appartenenza a Iniziativa Comunista ma si e' detto estraneo alle accuse di essere un fiancheggiatore delle Br respingendo anzi la disponibilita' del movimento a dialogare con le Br, come sostenuto nell'ordinanza di custodia cautelare. Quanto alle intercettazioni dei dialoghi tra Gennaro e Ricaldone che hanno portato gli inquirenti a sostenere che fosse in preparazione un attentato, Gennaro ha negato ogni addebito fornendo al Gip "chiarimenti sul significato delle conversazioni con Ricaldone". "Non sono un terrorista e non c'e' mai stato in preparazione un attentato" ha detto Gennaro al Gip. "C'e' una scelta di linguaggio enfatico che e' ricondubile a tutte le formazioni politiche di quell'area - ha detto l'avvocato - e l'adozione di precauzione maniacali che hanno provocato il sospetto negli inquirenti. Fa parte del loro Dna. Abbiamo a che fare con idealisti con persone che vivono in un mondo in cui la politica e' totalizzante ma che per scelta ideologica ha sempre respinto il terrorismo". Gennaro, secondo l'avvocato, ha risposto a tutte le domande del Gip in maniera tranquilla e senza slogan o vittimismo anche se e' rimasto "attonito" alle accuse mosse. "La vicenda sta assumendo i suoi reali connotati - ha concluso il legale - e le domande a 360 gradi a cui Gennaro ha risposto hanno permesso di chiarire molti punti". La procura di Roma ha sentito nel pomeriggio un altro indagato nell'ambito del procedimento sui presunti fiancheggiatori delle Br. Si tratta di Roberto Zarra, ia' arrestato per banda armata nel 1986 insieme con Mario Galesi (latitante) e Jerome Cruciani e poi condannato solo per il possesso di una pistola. Nel 2000 Zarra ha incontrato e ospitato Luca Ricaldone, l'esponente di Iniziativa Comunista visto insieme ad un uomo identificato dagli inquirenti nel latitante Nicola Bortone, e la moglie. Un particolare non trascurabile per gli inquirenti, visti i precedenti di Zarra nella cui abitazione, nel 1986, furono trovati anche documenti riferibili ad attivita' di schedatura di persone legate alla destra eversiva e piantine topografiche con percorsi e possibili obiettivi. Al pubblico ministero Franco Ionta che lo ha sentito per circa tre ore, Zarra - hanno riferito i suoi legali Fabio Baglioni e Mario Angelelli - ha detto di conoscere Ricaldone per interposta persona e di averlo visto un paio di volte. Incontri - ha sottolineato l' indagato al termine del colloquio con il pm - che non hanno nulla a che vedere con la politica. "E' dal 1986 - ha aggiunto Zarra - che non faccio piu' politica". In effetti il nome di Zarra non compare piu' negli atti giudiziari proprio da quell'anno. Diversa, invece, la situazione di Galesi e Cruciani, i quali tornano sulla scena nel '97 con una rapina da 120 milioni di lire (le cui modalita' fanno pensare all' autofinanziamento) nell' ufficio postale di via Radicofani, a Roma. Nel '98, sfruttando un permesso, Galesi e' sparito dalla circolazione quando gli rimanevano pochi anni di carcere da scontare. Sembrerebbe pero’ che la linea di condotta degli arrestati e di alcuni degli indagati davanti alle domande specifiche poste dagli inquirenti negli interrogatori in carcere e in procura sia quella di rifugiarsi in un "Non intendo rispondere". L' indiscrezione si riferisce al fatto che le persone coinvolte nel blitz dei Ros e sottoposte a interrogatorio - ad esclusione di Barbara Battista, che ieri si e' avvalsa della facolta' di non rispondere - avrebbero deciso di parlare in linea generale, ma si sarebbero rifiutate di farlo davanti alle contestazioni piu' dettagliate e, in particolare, a proposito di passaggi delicati delle intercettazioni delle conversazioni. A quanto si e' appreso, a uno degli arrestati e' stato chiesto a cosa si riferisse nel dialogo registrato in cui faceva riferimento a una persona da eliminare fisicamente. Inizialmente l'uomo avrebbe sostenuto che c' era un errore nella interpretazione del colloquio e di aver usato un altro termine, ma quando gli e' stato fatto sentire il nastro si sarebbe rifiutato di rispondere. La decisione di non dare risposte alle contestazioni specifiche riguarderebbe anche altri arrestati: uno avrebbe dichiarato il rifiuto quando i magistrati gli hanno chiesto di chiarire la questione della 'inchiesta' interna avviata dal gruppo su Cesare Rossi, sospettato di essere un infiltrato; un altro sarebbe rimasto muto di fronte alle domande sui nomi di battaglia del gruppo: perche' venivano usati e a chi corrispondevano. "Se devo accoppa' di nuovo qualcuno, non lo faccio per una donna". Sarebbe questo il passaggio di una intercettazione sul quale Raffaele Palermo, uno degli arrestati interrogati, si sarebbe rifiutato di rispondere. La frase e' contenuta nell' ordinanza di custodia cautelare del Gip Otello Lupacchini e farebbe riferimento a una conversazione nella quale Palermo contestava a una donna di aver parlato del loro rapporto in crisi con un altro uomo con cui lo stesso Palermo e altre persone del gruppo erano in contatto. Dopo aver detto la frase che gli e' stata contestata, Palermo nel dialogo registrato aggiunge: "non ti azzarda' de parla' piu' con le persone, che' non sai i rapporti che... che tipo di rapporti io ci ho con certe persone".

5 maggio - "Noi siamo veri comunisti, e i comunisti non fanno cosi'. Considerando le modalita' e il contesto della nuova lotta armata, nessun partito comunista, in nessun Paese, ha mai fatto qualcosa di simile". Ribadiscono la presa di distanza dalle accuse formulate agli arrestati i militanti di Iniziativa Comunista dopo l'operazione del Ros. E respingono anche il tentativo di chi vuole associarli ad un movimento vicino alle Brigate Rosse. In un piccolo sottoscala della periferia romana, i militanti di Iniziativa Comunista hanno convocato i giornalisti per raccontare chi sono e cosa vogliono. Per raccontare che "tutti gli arrestati e molti dei militanti sono stati iscritti a Rifondazione Comunista". Sull'inchiesta giudiziaria nel corso della conferenza stampa non e' stata detta una sola parola, mentre, sui risvolti politici che questa ha fatto nascere, l'opinione condivisa dei militanti e' che si tratti di una "patetica montatura destinata a naufragare nel ridicolo, tesa a impedire la candidatura del suo segretario nel collegio uninominale di Crotone alle prossime elezioni". I promotori della conferenza stampa hanno ribadito la loro ideologia: "Il marxismo-leninismo e' l'ispirazione in cui ci muoviamo e ci riconosciamo, oltre ai valori della Resistenza e della storia del Pci, dal quale molti noi provengono. Per noi la svolta di Occhetto alla Bolognina segna la fuoriuscita di quei compagni dal Partito Comunista e molti di noi militarono in Rifondazione dalla sua nascita fino al II Congresso, dopo il quale uscimmo non condivendone piu' la linea politica". Dopo questa scissione, e' stato spiegato, e' nata Iniziativa Comunista, che ha lo scopo di "ricostruire il Partito Comunista in Italia". Questa prerogativa, hanno spiegato i militanti, "non puo' essere confusa con il terrorismo". "Quando avremo il partito - ha ribadito uno dei militanti - questo non agira' come le BR-PCC, questo lo diciamo non perche' vogliamo precostituire le scelte del futuro, ma in quanto il movimento operaio comunista ha una sua storia reale e una sua teoria scientifica: il marxismo-leninismo. Su queste basi sappiamo come deve agire un Partito Comunista e ancor meglio,quando se ne e' privi, come si deve lottare per avere un partito, anziche' perdersi in bande di stampo anarchico o mazziniano". Con loro c' era anche l' avvocato difensore di Rita Casillo, una delle otto persone arrestate, secondo la quale "elementi alla base dell' imputazione contestata proprio non ne esistono e proprio per questo tutti i difensori concordemente decideranno, ove mai non lo facessero i giudici, di chiedere la scarcerazione per tutti gli arrestati". I militanti di IC hanno voluto ricordare soprattutto l'aspetto pubblico dell' organizzazione che nel quartiere romano del Quarticciolo e' conosciuta come l' ispiratrice della festa popolare d' estate: uno dei modi di autofinanziamento che oltre alle sottoscrizione rendono possibile "l' esistenza dell' unico vero Partito Comunista".

5 maggio - "Il Corriere della sera"
Quella confidenza in auto
"Ma quale telefonista..."
Ritrovati a casa della Battista alcuni documenti nascosti sotto una pila di valigie
il retroscena
CARLO BONINI
ROMA - Capitava spesso. E anche quella sera mancavano venti minuti alle 11 se ne erano rimasti a cianciare intorno all'Alfa 33 di Raffaele "er sonnecchia". Raffaele Palermo. Almeno in quattro. Raffaele, Armando (Casillo), Luca (Balsamà) e un quarto cui occhi e orecchie di chi osservava non riusciranno a dare un nome. Forse un tal "Rasta", come si faceva chiamare Mauro Credentino. Forse. Era il 24 maggio dello scorso anno, Alessandro Geri era finito in carcere accusato di essere il telefonista del commando che aveva assassinato Massimo D'Antona. E Alessandro ("presumibilmente", annota il sottufficiale del Ros) la butta lì: "Per me non c'entra niente Geri! Cioè, un ragazzino (il bambino che riconosce Geri come l'uomo che telefona dalla cabina da cui viene telefonata la rivendicazione dell'omicidio D'Antona ndr.) come fa a ricordarsi dopo un anno, dopo un anno? Un ragazzino, come fa? Tutte le volte che hanno fatto vedé in televisione la faccia di quello (Geri ndr.), come fa a ricordarsi dopo un anno che è quello? Come fai a dà retta a un ragazzino che dopo un anno è quello là....". "E certo. Ma di fatti non è!". Chi parla? Chi, con tanta certezza, risponde del gruppo, escludendo che Geri c'entri qualcosa con gli assassini di via Salaria? Chi firma il verbale di servizio non fa in tempo a capirlo. Ma una cosa quella sì la afferra con certezza. I quattro parlano sul serio. Non sembrano raccontarsi palle. Anche se quella sera "Armando, nell'intento di cambiare argomento, domandava se fosse aperto un locale che erano soliti frequentare". Dunque? Dunque, si concluse in quei giorni negli uffici della sezione Antiterrorismo del Ros, delle due l'una: "O abbiamo ragione noi, e questi di Iniziativa Comunista c'entrano con D'Antona e dunque sanno che Geri è estraneo. O ha ragione la Polizia. E c'entra solo Geri e i nostri parlano tanto per parlare". Non sembri paradossale, ma quella conclusione logica, alla fine, sembra aver resistito intatta alla prova di un ulteriore anno di indagini. Se infatti in queste ore chiedi lumi agli investigatori dell'una e dell'altra sponda carabinieri e polizia su questo almeno li troverai concordi: "Gli esiti delle due inchieste Geri e Iniziativa Comunista almeno sull'omicidio D'Antona si elidono a vicenda".
Osservano negli uffici della Procura che la circostanza che le due inchieste, partite separate, approdino nello stesso stagno di Iniziativa Comunista, "è degna di attenzione". Che non sarebbero casuali, insomma, i rapporti tra Alessandro Geri e Stefano De Francesco, vigile urbano prestato alla rivoluzione, a stare alle carte che lo accusano. Né quelli tra Sabrina Natali, moglie di De Francesco, e Alfredo Grelli, il muratore che prestò a Geri il motorino con cui avrebbe raggiunto la famosa cabina da cui venne effettuata la telefonata di rivendicazione dell'omicidio D'Antona. Eppure, giurano al Ros, dall'autunno '99, al maggio 2000, dal momento cioè in cui comincia l'"ascolto" di Iniziativa Comunista al giorno dell'arresto di Geri, non un solo contatto degno di nota viene registrato. Difficile pensare che appartengano ad una stessa filiera.
La sensazione, insomma, è che come spesso accade ad un lavoro "monco" e tali sono state le inchieste su Geri e "Iniziativa Comunista" sul tavolo dell'istruttoria si contino oggi più domande che risposte. Anche quando le perquisizioni ti regalano è accaduto giovedì quel che non ti aspetti: un documento di una decina di cartelle datato 7 aprile '99 (un mese prima dell'omicidio D'Antona) con cui si invita alla ripresa di una nuova stagione di insurrezione. Le carte, ingiallite, se ne stavano in casa di Barbara Battista, una degli otto arrestati. Buttate tra una pila di vecchie e impolverate valigie. Dimenticate, forse. Anche se protesta l'avvocato Domenico Servello, che difende la Battista "nel verbale di sequestro non se ne fa menzione". "Una risoluzione strategica", viene detto. Che tuttavia una risoluzione non è. Almeno a stare a quello che la parola ha indicato nella storia del terrorismo rosso. Un "appello", piuttosto. "Una riflessione" senza nome e senza simboli, caratterizzata tuttavia da uno specifico riferimento politico. "Presentare il nostro percorso politico scrive l'anonimo estensore non deve essere inteso come voler nascondere una differenza. D'altronde troveremmo sciocco non dichiarare che ai sensi della battaglia politica interna alle Brigate Rosse sviluppatasi nell'84 alcuni di noi si trovarono a sostenere la seconda posizione".
Non ha importanza, ora, ricordare come pure fa l'ordinanza del gip Otello Lupacchini cosa significò la spaccatura tra "prima" e "seconda posizione" all'interno delle Br negli anni '80. Se non per segnalare che chi aveva scelto le armi si divise sulla loro prospettiva. Farne una strategia (Prima posizione) in ossequio ai dettami delle origini. Farne uno strumento di lotta al servizio di una struttura di "Partito comunista combattente" (Seconda posizione). Al contrario, è importante osservare che se quel documento come ritengono gli inquirenti non è farina del sacco di Iniziativa Comunista ma è ispirato da un "vecchio" di "seconda posizione", allora anche i legami di Iniziativa Comunista con i fuoriusciti parigini, Bortone (l'uomo dell'incontro nel metrò di Milano), Vendetti, Giorgieri si fanno faticosi da comprendere. Perché loro, il vecchio nucleo irriducibile, con "seconda posizione" nulla avevano a che spartire.

5 maggio - "Il Corriere della sera"
La battaglia del 1986, al Quarticciolo, contro l'adesione all'Internazionale socialista
"Allora eravamo solo filosovietici"
Quando gli accusati di terrorismo erano nella Fgci. L'ex segretario ricorda
"Una volta eravamo tutti al Quarticciolo. Poi ci siamo persi di vista. Non so che cosa possano aver combinato, anche se per come me li ricordo io stento a capire tutte queste notizie..." Il Quarticciolo sembra proprio un posto dove le cose cominciano in un certo modo e poi vanno a finire male. Come col "Gobbo", il giovane borgataro Alvaro che durante la guerra si era fatto un nome come sabotatore dei tedeschi e dei fascisti, e che poi nel dopoguerra si era trasformato in rapinatore destinato a finire i suoi giorni malamente sotto il fuoco delle forze dell'ordine. O come ora, con l'ultima retata di un gruppo di "ultra-trentenni" targati "Iniziativa comunista", che secondo l'accusa erano pronti a spiccare il tragico balzo nel terrorismo ma che anni fa si erano messi in luce proprio al Quarticciolo animando il circolo dei giovani comunisti della Fgci in piazza del Quarticciolo numero 4, una sede ereditata oggi dai DS. Nel 1986 Enrico Capuano era il leader di quel gruppo del Quarticciolo. Norberto Natali, sua sorella Sabrina, Raffaele Palermo - tre degli arrestati - si sono fatti le ossa tra le mura di quel circolo, dando vita a metà degli anni '80 a un'epica battaglia contro l'adesione dell'organizzazione giovanile comunista all'Internazionale Socialista. Le loro posizioni? No a quell'adesione, sì al legame con l'Urss, molto filosovietismo, niente eurocomunismo. Oggi Capuano è un cantautore di 37 anni, che dopo essere uscito dal Pci è entrato in Rifondazione Comunista e poi da qualche anno nei Comunisti italiani. Suona col suo gruppo canzoni come "Ballata", sui partigiani, contenuto nel disco "Onda d'urto" edito dal Manifesto. "Come eravamo nel 1986? Natali abitava a Casalbruciato, lo stesso sua sorella che era più piccola, Palermo invece viveva ancora colla madre al Laurentino, ma ci ritrovavamno tutti al Quarticciolo dove allora c'era il circolo Fgci più grande di Roma - ricorda Capuano, segretario della struttura per cinque anni - Norberto Natali era nella direzione nazionale della Fgci ma veniva spesso da noi. Avevamo 120 iscritti. E Norberto era il vero capopopolo, uno che aveva fatto solo la terza media ma che sapeva tutto dell'economia. Raffaele invece veniva dal circolo della Garbatella, Sabrina allora era ai suoi primi passi in politica. Quell'anno demmo battaglia con tutte le nostre forze per impedire ciò che consideravamo l'inizio della fine del Pci. Perdemmo e ce ne uscimmo dal congresso cantando l'Internazionale..." "Eravamo legati a Interstampa, una rivista marxista. Sostanzialmente eravamo filosovietici, persone che quando è crollata l'Urss sono state davvero male. A quell'epoca credevamo nell'importanza estrema dell'Urss. Il nostro giorno di festa era il 7 ottobre, l'anniversario della rivoluzione russa. Eravamo fanatici? Non bisogna vergognarsi di aver avuto posizioni marxiste. Quando siamo usciti dal Pci io me ne sono andato per i fatti miei. Non li ho seguiti nei loro movimenti. Non so nulla di questa "Iniziativa comunista". Sono diventati dei terroristi? Boh...Devo confessare che ci sono restato di stucco".
Paolo Brogi

5 maggio - "La Repubblica"
"Spia, drogato, brigatista: quante falsità su di me"
E il teste chiave racconta "l'incubo"
Parla Cesare Rossi: mai fatto politica, solo una breve storia con Barbara, l'auto e la casa bruciata per una lite familiare
EMILIO RADICE
"Io una spia dei carabinieri? Io uno spacciatore, un drogato? Io un brigatista? Che follie, quante menzogne. Sono due giorni che non dormo, mi sembra di vivere un incubo. E se dico la verità, che io con questa storia del terrorismo non c'entro niente e che non so nulla di nulla, qualcuno mi crede?" Cesare Rossi al telefono è quasi imbarazzato. Lui viene indicato dagli investigatori come un teste chiave nell'indagine sul nuovo gruppo filoterrorista. Fatica a parlare. Con una sorta di automatismo all'inizio fa: "Mi chieda". E' dall'alba di giovedì che risponde a domande su domande, quelle degli investigatori e dei magistrati. Anche ieri è stato in Procura, dalle 13 fino alle quattro del pomeriggio. "Mi chieda". Partiamo dall'inizio: lei fa parte di Iniziativa Comunista? "No, mai fatto parte né di Iniziativa Comunista, né del Pci" Però conosceva gli arrestati del gruppo di Iniziativa Comunista. "Io quei ragazzi li conosco tutti, ma non perché facevano parte di qualcosa. Li conoscevo così come si conoscono le persone nel quartiere di Centocelle, al bar, o per la partita della Roma" Ma non era stato fidanzato con Barbara Battista? "Oddio, fidanzato addirittura. Ci incontravamo quando capitava. Poi c'è stato un mese, più di un anno fa, che siamo stati insieme tre o quattro volte. Dopo più niente. Non la vedevo da un pezzo. Barbara è un'amica, nient'altro. Rolando Natali, invece, sì che lo conosco bene, è come un fratello. Mentre Norberto l'avrò visto qualche volta". Cosa le hanno chiesto i magistrati? "Loro hanno un mare di intercettazioni registrate e in mezzo ogni tanto c'è anche il nome mio. Mi chiedono di spiegare chi è questo e chi è quello, se riconosco una voce o un'altra. Ma io spesso non so proprio che dire. Più che parlare sono stato ad ascoltare". L'hanno accusato di qualcosa? "Io non sono accusato di niente". Però di giovedì hanno perquisito anche la sua casa, è indagato. "Indagato, indiziato.....io di queste cose non ci capisco niente. Sì, è vero, mi hanno perquisito e non hanno sequestrato niente. Mi hanno chiesto anche se avevo delle armi. Figurarsi... Ho 37 anni, una figlia, non ho mai fatto attività politica e non ero mai entrato prima in un tribunale in vita mia". E la storia della droga? "Ma chi l'ha messa in giro questa balla? Madonna mia, è il mondo che mi casca addosso, e solo perché sono uscito un paio di volte con Barbara. Non ci posso credere...Sa, il magistrato aveva sul tavolo un libro con la vita mia e di tutta la mia famiglia, un libro dico, e tutto per una breve storia con una ragazza. Non so che dire, non so cosa pensare". E la faccenda della macchina e della casa di Zagarolo, che secondo gli investigatori le sarebbero state bruciate per "diffidarla" dal tradire il gruppo? "Una balla, anche questa. Dietro quell'incendio c'era tutta un'altra storia, privata, di famiglia diciamo". Dovrà essere interrogato ancora? "Spero di no, sono sfinito. Spero soltanto che tutto finisca al più presto e che possa tornare alla mia vita normale ed al lavoro".

5 maggio - "Corriere della sera"
ROMA - Sono diversi i latitanti che i "compagni" di Iniziativa Comunista avrebbero incontrato negli ultimi due anni. Ma a gestire i rapporti era soprattutto Luca Ricaldone, uno degli otto arrestati, interrogato due giorni fa nel carcere di Regina Coeli a Roma. "I parenti", così li definivano parlandone al telefono. E oltre a Nicola Bortone, l'estremista riparato in Francia, numerosi contatti risultano anche con i vertici dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Insieme a Giuseppe Maj, nell'ordinanza di custodia cautelare si parla di suo fratello Luigi, sfuggito alla cattura e rifugiato anche lui oltralpe. Davanti al giudice, Ricaldone ha ammesso di aver incontrato una persona nella metropolitana di Milano il 19 maggio del 2000, ma ha dichiarato di non sapere chi fosse. "Dovevo consegnargli - ha spiegato - alcuni volantini dei Carc". Una versione alla quale gli inquirenti non credono. Il sospetto è che i contatti fossero preparatori ad un attentato che l'organizzazione stava progettando. Dopo aver esaminato le intercettazioni ambientali e telefoniche, carabinieri e pubblici ministeri ritengono che alcuni aderenti a Iniziativa Comunista possano aver compiuto in passato azioni eversive. E adesso stanno verificando se Sabrina Natali, la sindacalista sorella del leader Norberto, possa aver avuto un ruolo nell'omicidio D'Antona. Un'ipotesi che nasce dall'ascolto dei colloqui intercettati, dall'analisi della risoluzione strategica sequestrata durante le perquisizioni, ma anche dalla natura dei rapporti con Linearossa, un'altra formazione marxista-leninista. I contatti tra i due gruppi si interrompono proprio il 20 maggio 1999, giorno dell'attentato contro il consulente del ministero del Lavoro, ammazzato in via Salaria a Roma. E in una conversazione uno dei militanti di Linearossa afferma: "Questi fanno omicidi da trent'anni". I difensori degli arrestati annunciano ricorso al tribunale della Libertà. "Non c'è alcun elemento per sostenere l'accusa di asociazione sovversiva - dichiara Luigi Saraceni che assiste Raffaele Palermo e Luca Ricaldone - e dunque, al termine degli interrogatori condotti dal giudice per le indagini preliminari, chiederemo la scarcerazione". Da parte loro i pubblici ministeri del pool antiterrorismo continueranno gli interrogatori degli indagati e poi decideranno probabilmente un confronto tra i testimoni dell'omicidio di Massimo D'Antona e Sabrina Natali per verificare se quel giorno la sindacalista possa essere stata in via Salaria. Sin dall'inizio, gli inquirenti hanno avuto la certezza che nel commando di terroristi ci fosse almeno una donna. Gli accertamenti si concentreranno anche sui rapporti che alcuni militanti di Iniziativa Comunista avevano con Alessandro Geri, il giovane ancora indagato con l'accusa di esere il telefonista delle nuove Brigate Rosse, e alcuni suoi amici. Rapporti che si sarebbero consolidati anche con la frequentazione del Centro di iniziativa popolare Alessandrino. In particolare, alcuni appartenenti a Iniziativa Comunista risultano in contatto con la famiglia di Gabriela Fabiani, la donna che ha fornito l'alibi a Geri, e con Alberto Grelli, un altro amico del presunto telefonista. Sono proprio questi legami ad aver fatto intrecciare le indagini di carabinieri e polizia che, pur seguendo piste diverse, sembrano approdati agli stessi ambienti e alle stesse persone. Accertamenti che adesso continueranno proprio per arrivare all'individuazione del gruppo di fuoco che entrò in azione nel maggio di due anni fa.
Fiorenza Sarzanini

5 maggio - "Il Tirreno"
Linea Rossa: "Lotta armata? No, grazie"
Il gruppo di Viareggio respinse le proposte. Intercettazioni dei Ros
di Cristina Orsini
FIRENZE. C'è un momento di grande concitazione, quasi frenetico, nei rapporti tra il comitato ristretto di Iniziativa Comunista e "Linea rossa" di Viareggio. Sono decine le telefonate che si scambiano nella primavera del 1999 (una cinquantina tra marzo, aprile e maggio) in concomitanza con l'omicidio di Massimo D'Antona. Poi via via diminuscono. Secondo il rapporto dei Ros di Roma che ha portato all'arresto, due giorni fa, di otto insospettabili accusati di essere i fiancheggiatori delle nuove Br, questo nucleo "ristretto" di Inizitiva comunista avrebbe "sondato" la disponibilità del movimento nato in Toscana
nel 1997 da una scissione dei Carc a intraprendere la strada della lotta armata. Proposta alla quale Linea rossa avrebbe risposto con un documento (dal titolo "A proposito di D'Antona e delle Br") - spedito per posta nel novembre successivo e intercettato dai carabinieri - nel quale sono spiegate le ragioni politiche del rifiuto. Critiche (Linea Rossa è di seconda posizione, ala movimentista per la quale la lotta armata è successiva alla discussione di massa) che come prima conseguenza hanno avuta quella di eliminarli dalla lista dei sospetti. Nessuno degli aderenti a Linea Rossa è iscritto nel registro degli indagati nell'idagine romana che il Ros ha compiuto per individuare l'area contigua al commando di via Salaria. Esistono però indagini della procura di Lucca, segretissime, su contiguità e contatti ritenuti pericolosi. La verità è che l'indagine sui fiancheggiatori della Br-Pcc è partita dalla Toscana e attraverso diversi canali puntualmente vi ritorna. E' iniziata dai controlli che il Ros ha compiuto su alcuni nomi spulciando vecchi fascioli e rileggendo le carte sugli ultimi omicidi firmati dalla Br-Pcc: Lando Conti e Ruffilli. I primi accertamenti sono stati compiuti su Riccardo Maria Antonini, leader di Linea Rossa, arrestato nel 1989 come appartenente alla Br-Pcc, rinviato a giudizio dal gip Otello Lupacchini l'anno successivo per banda armata, armi e esplosivi assieme a altri cinque presunti brigatisti, oggi uomo libero e senza pendenze. Ed è stato monitorando i suoi contatti che i militari del Ros sono risaliti a Iniziativa Comunista e da loro a Fausto Marini, brigatistita di area Br-Pcc, irriducibile, arrestato ne 1988 assieme allo spezzino Fabio Lori del Comitato rivoluzionario Toscano. Il 14 giugno Marini, detenuto a Trani, consegna al pretore Michele Nardi, un documento di adesione all'omicidio D'Antona e sei mesi dopo - nel gennaio del Duemila - ottiene la semilibertà. Secondo il rapporto del Ros uno degli agganci che Marini cerca è proprio con Linea Rossa mentre mantiene i rapporti con Iniziativa Comunista. Ma un'altra traccia, importante, porta al brigatismo toscano. Ed è quella che parte da Nicola Bortone, arrestato a Parigi nel 1989, all'epoca incensurato, e arriva a Simonetta Giorgeri, di Massa Carrara, sua moglie. La Giorgeri ex postina Br, Bortone, uno degli ultimi arruolati nel'organizzazione e Carla Vendetti, latitanti in Francia dal 1992, sono ritenuti tutt'ora i capi indiscussi delle Br-Pcc. Sono loro o l'emissario Bortone che secondo il provvedimento di custodia cautelare firmato da Lupacchini avrebbe incontrato a Milano il 19 maggio dell'anno scorso Luca Ricaldone, uno degli arrestati, ad autorizzare l'uso della sigla Br-Pcc per rivendicare l'omicidio di via Salaria? Il gruppo che ha agito, secondo la risoluzione strategica, si rifà all'esperienza dei Nuclei comunisti combattenti e rivendica la continuità politica con le Br-Pcc. Quella dei Nuclei comunisti combattenti, nati da una costola di Prima linea, è l'ultima pista che riporta in Toscana. L'organigramma Ncc - autori di due attentati a Roma nel 1992 al Nato Defence College e alla Confindustria - è praticamente sconosciuto. Gli unici nomi emersi sono di esponenti toscani, Fabio Fuccini di Pisa, Marco Matteini, fiorentino e una ragazza, pisana, irreperibile da anni. Ma loro con la lotta armata non hanno nulla a che vedere.

6 maggio – La presenza di alcuni magistrati che a Palermo hanno partecipato alla presentazione del libro “L' odore dei soldi” in cui Marco Travaglio ed Elio Veltri ricostruiscono criticamente l'ascesa di Silvio Berlusconi, provoca polemiche. “Quando ben otto Procuratori della Repubblica - ha ribadito Gianfranco Micciche', coordinatore regionale di Forza Italia - partecipano alla presentazione del volume, il messaggio che intendono porre all'attenzione di tutti e' chiaro: chiunque voglia intraprendere iniziative simili faccia pure e avra' un gruppo di magistrati disposti a proteggerlo”. “E' importante- ha aggiunto Micciche' - vincere questa battaglia elettorale per due motivi: primo per evitare che fatti come questi si ripetano e mettano a serio rischio la democrazia e la liberta' e poi per costruire un'Italia diversa e una Sicilia piu' ricca, piu' bella, piu' felice”. Con i pm invece e' Claudio Fava, segretario regionale dei Ds: “Additare alcuni magistrati alla pubblica ignominia per aver assistito alla presentazione del libro di Travaglio ci rivela fuori da ogni metafora cos'e' per il Polo la giustizia ideale: cieca, sorda e muta. Utile solo quando assolve. A Palermo Forza Italia e' gia' regime. Ricordava ieri Violante che troppe volte in Sicilia Cosa Nostra ha ucciso dopo che la politica ha denigrato. Aver definito quei magistrati 'gruppo di fuoco di Caselli' e' un linguaggio da macelleria politica, un modo surrettizio e volgare per esporre quei giudici al rischio delle armi della mafia”.

6 maggio - Il pm Antonio Ingroia, riferendosi all'assoluzione in appello dell' ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, ricorda che “Le prime dichiarazioni accusatorie contro Bruno Contrada le rese Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone nel 1984”. “Per correttezza d'informazione - ha affermato il magistrato che istrui' il processo di primo grado concluso con la condanna di Contrada a 10 anni - tengo a precisare che, diversamente da quello che si e' scritto e detto in questi giorni, la decisione del Tribunale, come e' facile desumere dalla lettura della motivazione, non era fondata soltanto su dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ma anche su testimonianze di autorevoli esponenti delle istituzioni, alcuni dei quali stranieri, di familiari di vittime della mafia e risultanze documentali”. Ingroia non ha voluto commentare l'assoluzione e si e' limitato a dire: “Sono curioso di leggere le motivazioni”.

6 maggio - Il pm Antonio Ingroia, riferendosi all'assoluzione in appello dell' ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, ricorda che “Le prime dichiarazioni accusatorie contro Bruno Contrada le rese Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone nel 1984”. “Per correttezza d'informazione - ha affermato il magistrato che istrui' il processo di primo grado concluso con la condanna di Contrada a 10 anni - tengo a precisare che, diversamente da quello che si e' scritto e detto in questi giorni, la decisione del Tribunale, come e' facile desumere dalla lettura della motivazione, non era fondata soltanto su dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ma anche su testimonianze di autorevoli esponenti delle istituzioni, alcuni dei quali stranieri, di familiari di vittime della mafia e risultanze documentali”. Ingroia non ha voluto commentare l'assoluzione e si e' limitato a dire: “Sono curioso di leggere le motivazioni”.

6 maggio – L’Ansa scrive:
“Erano gia' stati “attenzionati” dall' ufficio della Digos di Firenze i due militanti di Iniziativa comunista Norberto Natali e Barbara Battista, arrestati dai Ros di Roma nell' ambito delle indagini sui fiancheggiatori delle nuove Brigate Rosse con altre sei persone. Secondo quanto appreso in ambienti investigativi i due hanno partecipato, fin dal 1998, ad alcune manifestazioni e incontri nel capoluogo toscano e al dopolavoro ferroviario di via Alamanni, dove spesso si incontravano i Carc e gli appartenenti di “Filorosso” dopo il congresso di Viareggio del '94 che sanci' la frattura del movimento e dove nacque “Linearossa”. Tutte le volte la Digos segnalava la presenza di Natali e Battista cosi' come veniva segnalata la contemporanea presenza di appartenenti all' area antagonista e delle formazioni di estrema sinistra noti sul finire degli anni '80. Tra loro, anche alcuni ferrovieri gia' indagati (e poi assolti) per banda armata che negli anni hanno dato vita a importanti gruppi antagonisti.”

6 maggio - Raffaele Palermo ha risposto alle domande del Gip Lupacchini chiarendo il senso e la portata delle dichiarazioni oggetto delle intercettazioni. Lo affermano i difensori dell'arrestato, gli avvocati Luigi Saraceni e Salvatore Amatore. I due legali definiscono “totalmente priva di ogni fondamento” la notizia riportata da vari organi di informazione secondo cui Palermo si sarebbe rifiutato di rispondere alle contestazioni relative a due intercettazioni circa il suo possesso di armi, nonche' a un suo precedente atto di violenza. In particolare - precisano - “Palermo ha chiarito che, relativamente alla presunta arma, si era trattato di una battuta scherzosa, detta peraltro non da Palermo ma da un' altra persona; mentre la seconda intercettazione si riferiva a un litigio con la sua fidanzata, al momento della rottura del rapporto sentimentale tra i due e pertanto si trattava di frasi esasperate. La seconda circostanza e' stata evidenziata dall'ascolto della registrazione magnetofonica”. Gli avvocati difensori, infine, fanno sapere di riservarsi “ogni idonea azione giudiziaria nei confronti di coloro che hanno pubblicato tali notizie, false, che hanno cagionato una alterazione della verita' nonche' una gravissima lesione alla persona del loro assistito”.

6 maggio - "Il Corriere della sera"
Terrorismo, le indagini sugli otto arrestati. Nel documento sequestrato brani poi ripresi in quello che rivendica l'omicidio
Delitto D'Antona, sospetti sulla sindacalista
Sabrina Natali forse a confronto con i testimoni. Nelle intercettazioni riferimenti a un delitto
ROMA - Nelle accuse contestate formalmente agli arrestati non se ne parla, ma l'indagine sugli otto militanti di Iniziativa comunista, finiti in carcere per associazione sovversiva, punta dritta al delitto D'Antona. Lo scrivono i magistrati della procura di Roma nella richiesta presentata al gip che ha firmato gli ordini di cattura. Riferendosi a Sabrina Natali, la sindacalista rinchiusa a Rebibbia, i pubblici ministeri affermano: "Vanno approfonditi gli elementi indicativi del rapporto con chi ha compiuto l'omicidio D'Antona". Il sospetto del coinvolgimento della donna nell'agguato del 20 maggio del 1999 contro il consulente dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino nasce dall'esame delle intercettazioni ambientali e telefoniche effettuate dai carabinieri del Ros in questi due anni. Ma anche dalla lettura della risoluzione strategica trovata in casa di Barbara Battista durante le perquisizioni. In quel documento inedito, scritto qualche settimana prima dell'attentato, ci sono alcuni passaggi ripresi nel documento di rivendicazione fatto ritrovare dalle Br-Pcc. Nelle dieci pagine viene definita "essenziale la teoria-prassi di attacco al cuore dello Stato e l'esperienza conseguente realizzata dalle Brigate Rosse". L'obiettivo è la "rivoluzione proletaria condotta attraverso la lotta armata delle masse contro lo Stato" e la "necessità del reclutamento al fine di costituire cellule comuniste nei principali poli industriali". Ma è sulle intercettazioni che si concentra il lavoro degli investigatori. Il 20 marzo scorso due aderenti all'organizzazione parlano della Natali. Il colloquio avviene in una macchina e uno afferma: "ammazzano quel compagno pure lei... loro ammazzano quel compagno...". Gli inquirenti ritengono che il riferimento possa riguardare proprio l'omicidio D'Antona e per questo nei prossimi giorni potrebbero decidere di convocare nuovamente i testimoni che la mattina del 20 maggio erano in via Salaria a Roma. Il confronto, a due anni di distanza, non viene ritenuto decisivo, ma potrebbe fornire elementi utili per capire se anche la Natali fosse sul luogo del delitto. Dalle conversazioni captate emerge poi il sospetto che alcuni militanti avessero l'abitudine di andare in giro armati. Il 14 marzo 2000, il leader di Iniziativa comunista Norberto Natali si trova in macchina con Raffaele Palermo, un altro degli arrestati nell'operazione di quattro giorni fa. Natali deve entrare in una banca e chiede a Palermo di seguirlo, ma questi si rifiuta. Natali ribatte: "No, mi devi accompagnare...Che sei armato?". Una settimana prima in un altro colloquio intercettato lo stesso Palermo aveva detto in una scatto d'ira": "Se devo accoppa' di nuovo qualcuno, non lo faccio per una donna". Quando nel corso dell'interrogatorio i magistrati gli hanno contestato questa frase, l'uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Tutti gli arrestati si sono rifiutati di fornire spiegazioni su domande specifiche. Hanno parlato in generale dell'organizzazione e hanno negato qualsiasi legame con il terrorismo. "Non avevamo in progetto alcun attentato", ha dichiarato Franco Gennaro. Gli investigatori sono invece convinti che ci fosse un progetto eversivo e che fosse questo il motivo dei contatti con Nicola Bortone, il latitante riparato in Francia che Luca Ricaldone, uno degli arrestati, incontrò a Milano il 19 maggio scorso. "Vidi una persona in metropolitana - ha affermato Ricaldone - ma non sapevo che fosse Bortone". Indagini sono in corso anche sui legami con un'organizzazione dell'ultrasinistra albanese che potrebbe aver avuto il ruolo di procurare armi.

7 maggio - Cominciano poco dopo le 9:30 nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori delle ultime tre persone arrestate dai Ros nell' inchiesta sui presunti fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Gli interrogatori sono condotti dal giudice per le indagini preliminari Otello Lupacchini, lo stesso che ha firmato l' ordinanza di custodia cautelare, alla presenza del Pm Franco Ionta. Inoltre il pm Pietro Saviotti interroga Barbara Battista, che nel precedente interrogatorio si era avvalsa della facolta’ di non rispondere. La Battista ha respinto tutte le accuse sottolineando di non riconoscersi nella lotta armata. Gran parte dell' interrogatorio e' stato, pero', dedicato alle modalita' di acquisizione della risoluzione strategica trovata nell' abitazione della donna e contenente alcune frasi identiche a qulla con cui fu rivendicato l' omicidio D' Antona. Inizialmente Barbara Battista ha detto che quelle dieci pagine furono messe, a sua insaputa, nella sua auto. Poi, sotto la pressione delle domande, ha ammesso di averle ricevute in un' occasione in cui si trovava con Luca Ricaldone e Norberto Natoli anche se - ha precisato - non ricorda chi gliele diede. Sulla stessa circostanza Ricaldone, sentito il 5, aveva detto che furono gli esponenti di 'Linea Rossa', movimento sorto in Versilia nel 1997 da una scissione con i “Carc” di Giuseppe Maj, a consegnare loro il documento. Il vigile urbano Stefano De Francesco ha detto di non aver mai condiviso l' omicidio di Massimo D'Antona, ma ha confermato di conoscere Alessandro Geri, il giovane sospettato di essere stato il presunto telefonista che rivendico' l' agguato di via Salaria. De Francesco ha rivendicato la militanza in Iniziativa Comunista negando, tuttavia, che all' interno dell' organizzazione ci fossero intenti terroristici. A conferma di cio' - stando alle indiscrezioni - ha citato la presa di posizione di Iniziativa Comunista sulla rivista “La riscossa” con la quale fu criticato l' agguato al consulente del ministero del Lavoro. Nel corso dell' interrogatorio - ha detto l' avv. Giovanna Lombardi - non ci sono state contestazioni specifiche, ne' domande sull' attentato del 19 maggio 1999. Sono state, pero', fatte domande sulla conoscenza di Geri e De Francesco ha risposto dicendo di averlo conosciuto in una scuola di musica, di averlo frequentato di rado e di essersi meravigliato quando seppe del suo arresto. De Francesco ha detto anche di conoscere Alfredo Grelli, l' imbianchino che, secondo la Procura, avrebbe prestato a Geri il motorino usato da quest' ultimo per recarsi in una cabina telefonica a rivendicare l' omicidio di D'Antona. “Non ne so nulla” e' stata, invece, la risposta alla domanda sul documento trovato in casa di Barbara Battista. L' avv. Lombardi ha annunciato che in settimana chiedera' la scarcerazione del suo assistito. Sabrina Natali abrebbe detto ai magistrati:“Avete preso un granchio”. Lo hanno riferito gli avvocati difensori della giovane, Giuseppe Mattina e Simonetta Crisci, i quali hanno anche annunciato di aver chiesto la scarcerazione della donna “per assoluta mancanza di indizi”. I difensori della Natali hanno sottolineato che nel corso dell' interrogatorio non c'e' stata “alcuna contestazione di fatti e di comportamenti specifici”. Sabrina, hanno aggiunto, ha ribadito “che, essendo comunista, non ha nulla a che vedere con il terrorismo. L' equazione comunismo-terrorismo non sta in piedi”. Nel precisare che durante il colloquio non si e' parlato dell' omicidio D' Antona, ne' dell' ipotetico attentato che, secondo gli investigatori, il gruppo di arrestati avrebbe avuto intenzione di attuare, gli avvocati Mattina e Crisci (i quali assistono anche Norberto Natali) hanno aggiunto che alla loro cliente sono state fatte domande sulla struttura organizzativa di Iniziativa Comunista. “Ma noi - hanno concluso - abbiamo contestato questa domanda perche' ognuno ha il diritto di esprimere le proprie idee politiche e di organizzarsi come meglio crede”. Norberto Natali, nel corso dell' interrogatorio, avrebbe contestato che “C' e' un errore di trascrizione nell' ordinanza di custodia cautelare con riferimento ad un' intercettazione in cui si parla di Iniziativa Comunista e invece si tratta di un' altra organizzazione”. Lo riferiscono i suoi legali Giuseppe Mattina e Simonetta Crisci. Alla domanda su quale sia l' organizzazione in questione, i due avvocati hanno risposto: “Nell' ordinanza c' e' scritto resistenza”. “Il giudice - hanno aggiunto - ha sostanzialmente preso atto di questo errore di trascrizione, prendendo atto che c' era questo errore, e che l' ordinanza e' quantomeno mal formulata”. Circa il documento trovato in casa Battista, Natali - hanno aggiunto i due legali - ha affermato di aver “raccolto migliaia di documenti, che gli sembra di averlo letto e che probabilmente gli e' arrivato per posta”. Sui motivi per cui e' stato trovato nell' abitazione della Battista, Natali ha precisato che spesso si recava li' per elaborare i documenti al computer. “Nessuna contestazione concreta e' stata fatta su un' eventuale partecipazione ad un' associazione sovversiva - hanno aggiunto Mattina e Crisci - Natali ha anche dichiarato che ritiene anticostituzionale tacciare come sovversiva un' associazione politica che ha sempre agito alla luce del sole”. I due legali hanno chiesto al gip Lupacchini la scarcerazione del loro assistito.

7 maggio - “Tutto e' possibile”. Cosi' il Gip Otello Lupacchini, firmatario delle ordinanze di custodia cautelare per i presunti fiancheggiatori delle BR, ha risposto ad una domanda dei giornalisti che, riferiferivano commenti degli avvocati i quali, in sostanza, ritengono che l' inchiesta sia “una bolla di sapone”. Durante una pausa degli interrogatori, il Gip uscito dal carcere e rispondendo ad alcuni quesiti ha detto che “gli arrestati stanno rispondendo ai magistrati” e alla domanda se e' soddisfatto dell' andamento degli interrogatori ha risposto: “Qui non e' un problema di soddisfazione di un giudice”. “Non e' mio compito polemizzare con chi definisce l' inchiesta una cosa cialtronesca. La mia risposta voleva equivalere ad un 'no comment'“. Con queste parole, al termine degli interrogatori, il Gip Lupacchini ha precisato il senso della sua risposta alla richiesta di un commento sulle affermazioni degli avvocati che ritengono l' inchiesta “una bolla di sapone”. “Se ritengono di definirla cosi' facciano pure - ha aggiunto - gli avvocati sono liberi di dire quello che vogliono. I giudici parlano attraverso i loro provvedimenti. Di sicuro, nel momento in cui ho emesso l' ordinanza di custodia cautelare ho ritenuto che ci fossero gravi indizi di colpevolezza”.

7 maggio - Nadia Di Murro, moglie di Norberto Natali, mentre attende davanti al carcere di Regina Coeli la conclusione dell' interrogatorio del marito, dice: “Sono preoccupata per le condizioni di salute di mio marito. E' molto malato, e' quasi cieco, non puo' stare assolutamente da solo”. La donna ha detto che le condizioni di salute del marito “non sono compatibili con il carcere” e che il mantenimento nello stato di isolamento “costituisce una forma di tortura psicologica”. Insieme con la donna c'e' anche Giuseppe Natali, padre di Norberto e di Sabrina. L' uomo ha lamentato il trattamento riservato dai carabinieri durante le perquisizioni: “Ho un figlio paraplegico a causa di un incidente stradale – ha detto - e loro, con i mitra spianati se lo sono portati via. Ancora oggi per portare gli abiti ai miei figli sono stato costretto a recarmi all' anagrafe per chiedere i certificati che dimostrano che io sono il padre. Tutto questo non e' giusto”. Parlando dell' attivita' politica del figlio Norberto, Giuseppe Natali ha aggiunto che “le sue posizioni politiche sono vicine a quelle del partito comunista”. Problemi di salute sembra avere anche Raffaele Palermo, secondo quanto riferito da uno dei suoi legali, Salvatore Amatore. Il penalista ha fatto visita stamane al suo assistito, ma non ha voluto chiarire ai giornalisti la patologia di cui soffre il suo cliente. Si e' limitato a precisare di aver chiesto e ottenuto dal Gip Lupacchini che a Palermo vengano somministrati determinati farmaci.

7 maggio –In un’ intervista a “La Stampa” l' avvocato Luigi Saraceni, che difende due degli otto aderenti a Iniziativa comunista ritenuti fiancheggiatori delle Br, definisce l'arresto dei suoi assistiti “una vergogna” e “una cialtronata”. Questi ragazzi, dichiara il legale “fanno pena, tenerezza, vogliono ricostruire il partito comunista, si credono l'ombelico del mondo e sono quattro gatti. In quest'area - valuta Saraceni - c'e' pure chi ha ammazzato il povero professor D'Antona, ma non sono questi”. Secondo l'avvocato “i magistrati stanno aspettando che qualcuno abbocchi alle loro esche per tirare fuori qualcosa”, mentre l'unico elemento “di una certa consistenza” in loro possesso e' che uno degli otto, Ricaldone “si sarebbe incontrato nel metro di Milano con Bortone”, brigatista rosso clandestino. “E non mi pare una condotta sovversiva”, osserva Saraceni, il quale nega, fra l'altro, che nelle intercettazioni telefoniche in possesso degli inquirenti si parli di un attentato.

7 maggio - La Camera approva definitivamente il decreto legge antiterrorismo che allunga da 18 a 24 mesi la durata di tutte le indagini preliminari per i reati di terrorismo. Tra le indagini interessate, quelle sull' omicidio del prof.Massimo D'Antona. Il decreto uniforma la disciplina processuale relativa alla durata delle indagini preliminari per alcuni gravi reati in materia di terrorismo, portandola per tutti i casi a 24 mesi (per alcuni reati era previsto il termine di 18 mesi). L'obiettivo e' quello di evitare le “attuali incongrue differenze tra partecipanti e promotori” che possono pregiudicarne l'esito. In questo modo, ad esempio, si possono allungare di sei mesi le indagini per alcuni reati in materia di terrorismo, tra cui partecipazione a banda armata o ad associazione sovversiva. Il codice finora faceva differenza ad esempio tra la strage e la semplice partecipazione a associazione sovversiva. Il provvedimento ha come conseguenza anche la possibilita' di una custodia cautelare piu' lunga (fino a due anni) per reati contro lo Stato uniformando anche in questo caso le norme.

7 maggio - Esce in questi giorni per la Germano Edizioni il libro di Aldo Ricci sull'assassinio di Mauro Rostagno, 'Il Tonto'. Il libro - come anticipo' un servizio dell'Espresso - doveva essere pubblicato ad aprile scorso per la Bollati ma la casa editrice decise che non rientrava piu' nei suoi programmi. L'autore - un ex sessantottino che vive da anni a New York - denuncio' dalla pagine del settimanale l'intervento di “uno noto lottatore continuo, molto influente”. Lo stesso Ricci ricordo' che, prima della Bollati, diversi altri editori avevano detto di si' al romanzo per poi fare marcia indietro. Il libro - che sara' presentato in una conferenza stampa l’ 8 maggio - racconta in forma di romanzo la morte di Rostagno, ex Lc e fondatore della comunita' di Saman, e le “oscure manovre che l'hanno preceduta e seguita”. Le ipotesi avanzate dall'autore sono due e non riguardano la mafia come in un primo tempo si era pensato per l'omicidio di Rostagno. La prima e' che, ad armare la mano che uccise Rostagno sarebbe stato Francesco Cardella, che aveva in mano la comunita' di Saman, i cui “interessi nel traffico di tangenti, armi e droga potevano essere stati scoperti da Rostagno”. La seconda, e' che la regia e/o la complicita' nel delitto potessero essere attribuite a qualche ex di Lotta continua “alla vigilia della imprevedibile deposizione di Rostagno al processo Calabresi oggi chiuso”. La morte di Rostagno rappresenta fino ad oggi un caso insoluto, anche se l'inchiesta della magistratura procede.

7 maggio - "La Repubblica"
Documenti di Linea Rossa
l'inchiesta torna in Toscana
Gli arresti per associazione sovversiva a Roma terrorismo
Linea Rossa e Riccardo Maria Antonini, il ferroviere viareggino quasi cinquantenne con un passato da militante nelle Br-pcc. Gli arresti per associazione sovversiva degli otto di Iniziativa comunista non lo hanno riguardato in alcun modo. Eppure il gip dedica a lui e alla sua scelta interventista del 1997 per cui si è scisso dai Carc, più di dieci pagine dell'ordinanza di custodia. Come se parlare del movimento Linea Rossa e di Antonini fosse un passaggio essenziale per spiegare cosa si sta muovendo oggi nella galassia delle avanguardie sospettate di eversione. Ma gli interrogatori in carcere degli arrestati sembrano dare ancora più spessore al ruolo di Antonini e riportano le indagini in Toscana. Luca Ricaldone, infatti, uno del gruppo ristretto di Iniziativa comunista, ha spiegato durante l'interrogatorio che il documento politico, sospettato di essere un'anticipazione della rivendicazione dell'omicidio D'Antona e sequestrato in casa di una delle arrestate, gli era stato "consegnato da quelli di Linea Rossa in valle d'Aosta nell'estate 1999". Il leader di Linea Rossa è appunto Antonini. "Conosco Iniziativa comunista, per un periodo ci siamo scambiati carte e documenti perché c'era un progetto di fusione. Ci siamo anche incontrati più volte fra Roma e Viareggio" spiega. Di quel documento non sa cosa dire e "dall'omicidio D'Antona Linea Rossa ha sempre preso le distanze"
Il 9 maggio, nella rubrica delle lettere, "La Repubblica" pubblica una precisazione di Antonini.
"Non ero un militante delle BrPcc
L'affermazione fatta da Repubblica di lunedì 7 maggio a pag.II, in cui è stato scritto "Linearossa e Riccardo Maria Antonini, il ferroviere viareggino quasi cinquantenne con un passato da militante nelle Brpcc" è priva di fondamento in quanto il sottoscritto aderisce ad un'organizzazione, qual è Linearossa, che giudica azioni come quelle contro D'Antona profondamente errate perché prive di prospettiva politica e di ostacolo al compito attuale dei comunisti: la ricostruzione del Partito Comunista nel nostro paese. Faccio presente, inoltre, che il sottoscritto nell'inchiesta giudiziaria del settembre 1989 fu assolto con formula piena "perché il fatto non sussite". Pertanto, parlare all'opinione pubblica di un mio passato nelle file delle Br, è un gravissimo falso rispetto alla linea politica che da sempre perseguo e anche alle stesse carte processuali che mi hanno interessato. Riccardo Antonini"

7 maggio - "Il Nuovo"
E' scontro sulla risoluzione br
Il difensore della Battisti: Barbara trovò il documento in auto e la portò in casa. Ma la versione è contestata dal pm Saviotti. I difensori presenteranno istanza per gli arresti domiciliari. Protestano i familiari.
di Simone Navarra
ROMA-La risoluzione strategica che i Carabinieri dei Ros hanno trovato nell'abitazione di Barbara Battista, arrestata nell'ambito dell'inchiesta sui nuclei di Iniziativa comunista, fu rinvenuta dall'indagata nella sua auto. E solo successivamente portata in casa. La presunta terrorista dice che il rinvenimento avvenne in circostanze casuali. E' quanto avrebbe dichiarato la Battista nel corso degli interrogatori di quattro degli otto insospettabili avvenuti questa mattina nel carcere di Regina Coeli.
E questa è, almeno, la versione resa ai gornalisti dal difensore della donna, Domenico Servello, interpellato all'uscita dal carcere. Ma il pm Pietro Saviotti, che con i colleghi Salvi e Ionta sta portando avanti l'indagine, non conferma pienamente la versione del legale. "Ci interessava sapere l'origine del documento - attacca il magistrato - e la Battista ha fornito una sua versione. La Procura però resta di tutt'altro avviso. E cioè che - questo Saviotti non lo dice ma è scritto nell'ordine di cattura - quella risoluzione non era arrivata per caso nelle mani dell'indagata.
Sempre secondo quanto affermato da Servello, l'imputata avrebbe affermato inoltre di non riconoscersi affatto nelle tesi esposte nel documento che, come noto, fu scritto prima dell'omidio di D'Antona. Anche qui, netta smentita del giudice: la Battista non si sarebbe affatto dissociata dal documento, e solo al termine dell'interrogatorio avrebbe ammesso di aver avuto fra le mani il documento, anche se per circostanze del tutto casuali. La ricostruzione sarebbe quella ricostruita da Luca Ricaldone negli interrogatori di sabato. Qualcuno li aveva dati a lui e lui li aveva "girati" alla Battista.
Molti difensori comunque, all'uscita dal carcere, ostentano sicurezza e sostengono che gli interrogatori si stiano evolvendo in senso positivo per gli arrestati. E fin qui nulla di strano. Ognuno gioca la sua parte. Certo è che fra le maglie del segreto istruttorio starebbe cominciando ad emergere qualche crepa nell'impianto accusatorio. Al punto che, pur senza lasciar trasparire alcuna convinzione in un senso o nell'altro, molti hanno letto in una battuta del gip Lupacchini un accenno, seppur vago, a un possibile ridimensionamento della vicenda. "Tutto è possibile". In una pausa dell'interrogatorio in corso a Regina Coeli, il gip ha risposto così ai cronisti che gli riferivano le affermazioni dei legali di alcuni degli arrestati secondo cui tutto il caso sarebbe una "bolla di sapone". "Gli interrogati rispondono alle nostre domande- afferma Lupacchini - Soddisfatto? Qui non c'è un problema di soddisfazione". Alla fine della giornata il suo orientamento è quello di non fare bilanci. Per il momento la sua concessione ricalca il decreto d'arresto e dispone che da domani gli imputati escano dall'isolamento.
E' in qualche modo il segnale di un'attenzione per la famiglia Natali. I genitori e la moglie di Norberto per tutto il giorno hanno aspettato segnali dai difensori. Nella mattinata la loro protesta era stata per le condizioni in cui è avvenuto l'arresto del congiunto e degli altri indagati. "Urlo perché sono preoccupata delle condizioni di salute di mio marito. Quella cui è sottopostoè unatortura psicologica, una vera tortura psicologica" dice Nadia Di Murro di fronte a Regina Coeli. Accanto a lei c'è il padre del presunto leader di Iniziativa comunista, un anziano signore di nome Giuseppe. Lui attacca frontalmente i giudici che conducono l'inchiesta. "I miei due figli, Norberto e Sabrina, nonsono entrati in nessun modo in alcuna associazione sovversiva. Le loro sono posizioni vicine al partito comunista. La mia stessa militanza ne è una dimostrazione. Siamo a sinistra, ma sempre nel rispetto della legalità. Quello che è stato montato è un marasma senza consistenza".
L'uomo che più di una volta tradisce momenti di commozione e per ore è in piedi, con le mani dietro la schiena, vicino all'entrata della casa circondariale si dice "furioso" per il coinvolgimento del terzo figlio, Rolando, che è non stato arrestato ma è comunque indagato nell'ambito della medesima inchiesta. "Lui è paraplegico - riprende Giuseppe - è rimasto tale dopo un incidente in moto avvenuto alcuni anni fa. Non c'è stata alcuna pietà, lo hanno tirato dentro insieme agli altri due figli in questo vortice. I giudici usano un maglio d'acciaio e non hanno rispetto per nessuno. La burocrazia poi perseguita in casi del genere. Quando sono venuti per le perquisizioni non hanno chiesto se io ero il padre, ma stamani per portare il cambio a mio figlio sono dovuto andare all'anagrafe a richiedere un certificato di partenità per dimostrare che sono io il genitore".
Il difensore del vigile urbano Stefano De Francesco, Giovanna Lombardi ha poi spiegato che nell'interrogatorio al suo assistito "non ci sono state contestazioni specifiche, nè domande sull'attentato a D'Antona". Anche se sono state molte le domande sull'amicizia con Alessandro Geri. De Francesco ha risposto di averlo conosciuto in una scuola di musica, di averlo frequentato di rado e di essersi meravigliato quando seppe del suo arresto. Confermata anche la conoscenza con Alfredo Grelli - l'imbianchino che, secondo la Procura, avrebbe prestato a Geri il motorino usato da quest'ultimo per recarsi in una cabina telefonica a rivendicare l' omicidio di D'Antona. Nulla invece per quanto riguarda il documento trovato in casa di Barbara Battista.
"I fratelli Natali hanno risposto a tutte le domande". I legali Giuseppe Mattina e Simonetta Crisci spiegano chiaro di aver contestato varie volte davanti ai giudici l'articolo della costituzione che preserva da inchieste "dittatoriali" i partiti politici. "Le prove presentate - dice la Crisci - non hano il peso neanche dell'indizio, sono sospetti poco accertati e nulla più. Chiedevo di contestate dei fatti e invece veniva chiesto di illustrare una struttura politica. Questo non deve essere l'appiglio per un'inchiesta in uno stato democratico". Norberto e Sabrina si sono difesi attaccando. "L'esser comunisti non è reato - dice Mattina - il sillogismo con il terrorismo è una cosa che loro, come Iniziativa comunista hanno smentito sempre".
Dopo quasi undici ore dentro lo storico penitenziario romano Sabrina fa ritorno a Rebibbia "sperando di poter tornare alla sua tesi di Laurea in Economia e commercio e al suo lavoro di sindacalista", ricorda la Crisci. Per Norberto la via è quella del carcere di Viterbo. In serata ha potuto ricevere dalla madre alcune gocce per gli occhi. "Ne ha bisogno, lui vede solo lo 0,5 per cento - testimonia la moglie - e solo oggi abbiamo potuto dargliele. Anche per questo faremo i conti".

8 maggio - Giorgio Panizzari riceve un nuovo ordine di custodia cautelare in carcere per una rapina in un istituto di credito di Acquasparta il 31 agosto scorso. Ad emetterlo e' stato il gip del tribunale di Perugia al termine di indagini condotte dai carabinieri del Ros dell' Umbria in collaborazione con quelli del reparto operativo del comando provinciale di Terni. La rapina della quale e' accusato Panizzari venne compiuta ai danni della filiale di Acquasparta della Cassa di risparmio di Spoleto. Due malviventi, armati di pistola, si fecero consegnare 25 milioni di lire. Dopo l' arresto dell' ex nappista per il colpo a Todi, i carabinieri confrontarono le sue foto segnaletiche con le immagini riprese dalle telecamere interne alla banca di Acquasparta accertando che si sarebbe trattato della stessa persona. In una successiva perquisizione nell' abitazione di Panizzari gli investigatori hanno recuperato gli abiti utilizzati per la rapina. In particolare a tradire l' ex nappista sarebbe stata una camicia. Nel corso delle indagini i carabinieri del Ros, comandato dal capitano Daniele Galimberti, hanno controllato il traffico telefonico del cellulare di Panizzari. Hanno cosi' verificato la sua presenza ad Acquasparta nei momenti immediatamente precedenti alla rapina. L' indagine e' comunque ancora in corso. In particolare gli investigatori stanno cercando di identificare il secondo rapinatore (i sospetti si concentrerebbero su Vigano') e per stabilire l' eventuale presenza di un terzo complice.

8 maggio - Saranno presentate entro sabato prossimo al Gip Otello Lupacchini le istanze di scarcerazione dei militanti di Iniziativa Comunista, nell' ambito dell' inchiesta sulla presunta rete di fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Per due di loro, i fratelli Norberto e Sabrina Natali, la richiesta di revoca dell' ordinanza di custodia cautelare e' stata fatta ieri dagli avvocati Giuseppe Mattina e Simonetta Crisci, a conclusione dei rispettivi interrogatori. Per gli altri sei arrestati, Barbara Battista, Raffaele Palermo, Rita Casillo, Luca Ricaldone, Franco Gennaro e Stefano de Francesco, e' in corso una consultazione di legali per stabilire modalita' e tempi di deposito delle richieste. In caso di rigetto da parte del Gip, il quale dovra' tenere conto anche del parere dei pubblici  ministeri, i difensori degli indagati si rivolgeranno al Tribunale della Liberta'. Da ieri sera gli otto arrestati non sono piu' in regime di isolamento. Dislocati in carceri diverse per evitare che possano incontrarsi, gli indagati potranno, in compenso, ricevere le visite dei familiari. I loro difensori, intanto, continuano a ribadire che l' inchiesta e' fondata su elementi inconsistenti e si dichiarano ottimisti sulla scarcerazione a breve termine. "Nel corso degli interrogatori - ha detto Domenico Servello, legale di Barbara Battista - non sono state fatte contestazioni specifiche. Si e' trattato per lo piu' di ricognizioni sul modo di pensare degli indagati e ognuno ha rivendicato la propria militanza comunista ed il ripudio della lotta armata". Per Luigi Saraceni, difensore di Ricaldone e di Palermo, "a conclusione di questa prima tornata di interrogatori si puo' dire che l' infondatezza dell' accusa e' stata ribadita". Per il penalista "l' accusa di associazione sovversiva e' fumosa, ma io credo nella giustizia e sono convinto che tutto si chiarira' presto". Dopo rre giorni di interrogatori in carcere, gli inquirenti che indagano sui presunti fiancheggiatori delle Br tirano ora le fila dell' attivita' istruttoria svolta. In particolare, si valutano i riferimenti a Linearossa, l' organizzazione sorta da una scissione del Carc, fatti nel corso degli interrogatori a proposito del documento di dieci pagine trovato nell' abitazione di Barbara Battista. Gli interrogativi degli inquirenti, impegnati nella ricerca dell' autore del documento, scaturiscono dal fatto che sia stata chiamata in causa (da Luca Ricaldone) un' altra organizzazione, quella appunto che ha il suo fulcro in Versilia come fornitrice di un documento dagli inequivocabili richiami alla lotta armata. Dubbi che scaturiscono dalla spaccatura che ha scandito i rapporti tra Linearossa e Iniziativa comunista, con la prima che accusava l' altra, dopo l' omicidio di Massimo d' Antona, di un' eccessiva caratterizzazione eversiva. Le diverse versioni date sull' acquisizione del documento da Battista, Ricaldone e Norberto Natali potrebbero, in questo senso, rafforzare i convincimenti dei magistrati i quali, tra l' altro, sembrano dare sempre piu' rilievo agli incontri, forse tre o quattro, dello stesso Ricaldone con il Br latitante Nicola Bortone. Sono molti i filoni che i pm romani sono chiamati ad approfondire in questi giorni. L' operazione contro i militanti di Iniziativa comunista ha riportato d' attualita' la pista che conduce al presunto telefonista delle Br, Alessandro Geri, legato da rapporti di frequentazione con uno degli arrestati, Stefano de Francesco. I magistrati, inoltre, non perdono di vista la vicenda delle minute, trovate nelle celle di alcuni irriducibili delle Br a Latina e a Trani, che potrebbero costituire l' originale della rivendicazione dell' omicidio D' Antona.

9 maggio - Riccardo Antonini, membro di Linearossa, ferroviere viareggino, parlando dei rapporti tra Linearossa e Iniziativa comunista, dice: "Conosco perfettamente Norberto Natali e Barbara Battista, ma non mi risulta che qualcuno di noi abbia passato loro materiale, visto che nessuno sa di che si tratta". Tali rapporti sono anche al vaglio degli inquirenti dopo che uno degli arrestati avrebbe fatto riferimento all'organizzazione sorta in Versilia come fornitrice di un documento con richiami alla lotta armata. "Noi abbiamo realizzato alcune manifestazioni in comune, dalla solidarieta' ai portuali di Liverpool ad iniziative sulla nascita del Pcdi assieme ai compagni di Iniziativa comunista - ha detto Antonini - non ultime quelle sulla rivoluzione di ottobre del '17. Conosciamo bene sia Norberto che Barbara e per questo escludiamo nel modo piu' assoluto che la loro organizzazione sia clandestina o armata e tanto meno che abbia avuto rapporti con l'omicidio D'Antona. In merito a quel documento - ha poi aggiunto - non so proprio che documento sia. Qui arriva molto materiale, tutto per posta: in genere, quando ci arriva materiale per posta, una volta che abbiamo visto di che si tratta lo cestiniamo. Come sicuramente succede ad altri". Antonini afferma di non essere stato ascoltato dagli inquirenti che indagano su Iniziativa comunista e di non aver avuto avvisi di garanzia nell'ambito delle indagini sull'omicidio D'Antona. Contesta che si possa associare il suo nome alle Br-Pcc. "Conosco di nome Bortone - afferma Antonini riferendosi al latitante in Francia - perche' e' stato mio coimputato assieme a Carla Vendetti, a Marcello Tammaro dell' Omo e ad altri nel processo per banda armata e associazione sovversiva del 1989, processo che mi ha visto assolto con formula piena, perche' il fatto non sussisteva". Antonini era gia' stato processato, tra l' 81 e l' 82 a Firenze per la presunta appartenenza al Comitato rivoluzionario toscano, la struttura di sostegno delle Br, ma anche in quel caso venne prosciolto per insufficienza di prove. Antonini dunque si dice "contrario oggi" dalla lotta armata: "Azioni come quella D' Antona, compiute da singoli individui o piccoli gruppi sradicati dalla classe operaia e dalla realta' oggettiva - dice Antonini - sono profondamente sbagliate perche' prive di prospettiva politica e rappresentano un ostacolo per il compito attuale dei comunisti: ricostruire il partito nel nostro paese". Linearossa nacque nel novembre '97: i Carc di Giuseppe Maj espulsero nell'ottobre di quell'anno alcuni militanti "perche' non d'accordo con una gestione verticistica dell' organizzazione", spiega Antonini. Quei militanti dettero vita a Linearossa con sedi in Toscana, nel nord est e al sud.

9 maggio - Gli avvocati Simonetta Crisci e Antonio Mattina, in rappresentanza dei fratelli Norberto e Sabrina Natali, presentano le prime richieste al tribunale del riesame di Roma di revoca dell' ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Otello Lupacchini nel quadro degli accertamenti sulla presunta rete di fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Il ricorso al tribunale del riesame - hanno spiegato i due legali - scaturisce dalla necessita' di evitare, in attesa che il gip decida sulla loro istanza, la decadenza dei termini per questo tipo di ricorso. E' nuovamente interrogata Rita Casillo. L'interrogatorio, condotto dal pm Franco Ionta, e’ avvenuto nel carcere di Rebibbia ed e' durato poco meno di un'ora. Alla Casillo, secondo quanto si e' appreso, sono state chieste spiegazioni su un appunto trovato in casa sua e scritto di suo pugno che riguarderebbe i rapporti con Barbara Battista, altra militante di Iniziativa Comunista arrestata dai Ros, nella cui abitazione e' stata trovata una sorta di risoluzione strategica datata aprile '99 (un mese prima dell'omicidio D'Antona). Il pubblico ministero ha anche chiesto alla Casillo (gia' interrogata dal Gip Lupacchini venerdi' scorso) chiarimenti in merito ad una lettera scritta dalla Battista. "Il mio assistito - ha spiegato il legale della donna, Antonella Schirripa – ha fornito tutti i chiarimenti necessari". Quanto all'appunto, Schirripa ha detto che si tratta di "considerazioni e riflessioni personali".

10 maggio – “L’ Espresso”
INCHIESTE
L'ultima battaglia di Emilio Vesce
Trent'anni di lotte. Da Potere Operaio ai Radicali. Poi un'infarto. E l'intervento di Pannella che ne ha fatto una bandiera per l'eutanasia
di Stefania Rossini
Senza volerlo, senza neanche saperlo, Emilio Vesce sta combattendo in questi giorni la sua ultima battaglia. Gli si confà. Chi lo conobbe da vicino e lo ricorda al centro di molte altre battaglie può ritrovare, in questa estrema lotta inconsapevole, una fatalità coerente. In coma profondo da sei mesi, attaccato a macchine che lo alimentano e lo fanno respirare, accudito nel corpo inerme dalla moglie che quel corpo ha voluto a casa, Vesce si congeda dalla vita da par suo.
Grazie al suo corpo, e a Pannella che ne ha fatto in pochi giorni un straziato testimonial per una battaglia di civiltà, l'eutanasia è tornata al centro del dibattito in modo più serio e più vero di quanto sia avvenuto dopo le esternazioni televisive di Celentano. E poco importa se l'uso immediato di quel corpo da parte dei radicali è elettorale: il tema del diritto a morire quando la vita non è più vita, era e resterà, anche dopo queste elezioni, uno dei più sentiti dalle persone. Il vecchio militante di tante stagioni politiche "collettive" esce così di scena con un ultimo contributo a una battaglia della politica moderna, legata all'individuo, ai suoi bisogni e ai sui diritti negati. E chiude un percorso iniziato tanti anni fa, tra quegli studenti padovani a cui la politica trasformò la vita.
Vesce era arrivato a Padova negli anni Sessanta dalla provincia di Avellino. Di famiglia poverissima si manteneva agli studi facendo il piazzista di libri per Einaudi. Un giorno, con quei libri, bussò alla porta del professor Toni Negri. Era già il '68 e lui aveva già quasi trent'anni, ma la sua vita cambiò. Divenne in breve un leader della facoltà di Magistero e un organizzatore di quei "collettivi politici" che furono subito un'avanguardia elitaria del movimento studentesco. Conobbe una ragazza, allora segretaria di Negri, la sposò e le restò accanto tutta la vita. Un anno più tardi, era già stato alle "porte" del Petrolchimico di Marghera con gente come Massimo Cacciari e Luciano Ferrari Bravo. E dopo aver partecipato alla fondazione di Potere operaio, si era trasferito a Torino (erano tempi in cui la passione politica rendeva nomadi) per diventare una specie di eroe popolare di Rivalta, la porta più accesa della Fiat. Poi fu al sud, poi in giro per l'Europa, a Francoforte o ad Hannover, con Negri o con Bifo, in quel crogiuolo di esperienze esistenziali e politiche da cui uscirà anche gente come Joschka Fischer, l'attuale ministro degli esteri tedesco.
Quando Potere operaio si scioglie e il sodalizio con Negri si consuma tra i diversi tronconi dell'Autonomia operaia, Vesce fonda una radio di movimento, "Radio Sherwood", famosa e diffusa nel Veneto quanto "Radio Alice" di Bifo lo è a Bologna. Fa informazione di parte fino al 7 aprile 1979. Quel giorno viene arrestato insieme a decine di altri militanti o simpatizzanti dell'estrema sinistra in base a un teorema giudiziario ("togliere l'acqua dove potrebbero nuotare i pesci del terrorismo") detto "teorema Calogero", dal nome del pubblico ministero che lo inventò. È accusato addirittura di insurrezione armata contro lo stato e fa cinque anni e mezzo di carcere preventivo per poi essere pienamente assolto, come molti altri incappati in quel teorema.
Diventa radicale, viene eletto deputato nell'87 e ricomincia nuove battaglie. È suo malgrado un esperto di carceri e se ne occupa appassionatamente. Va dappertutto, quando ci sono rivolte, quando ci sono casi umani, quando è urgente far chiudere penitenziari orrendi come l'Asinara o Pianosa. Finito il mandato parlamentare, continua le politiche sociali come assessore della regione Veneto e ormai fronteggia senza simpatie gli ultimi eredi di quegli autonomi che furono il suo mondo. "Dovete solo pentirvi", dice loro a muso duro, da radicale convinto.
Poi una sera, è seduto in salotto con la moglie a vedere i risultati delle elezioni americane. Non arriva alla fine. Un infarto lo devasta fino a toglierli ogni lume di coscienza. Ma il cuore batte e un residuo di cervello che non muore lo inchioda a uno "stato vegetativo permanente". Quando il suo corpo è buttato in un cronicario di altri corpi senza speranza, la vecchia ragazza del Sessantotto si ribella. Prende quel corpo, lo riporta a casa e condanna se stessa a un'idolatria dolorosa. Lava e cura quel corpo ogni giorno, controlla le macchine che lo alimentano e lo fanno respirare. È disperata ma non chiede ufficialmente il permesso di staccare quelle macchine. Sa che la risposta non l'aiuterebbe. E non solo perché non c'è ancora una legge che, in casi come questi, permetta una morte dignitosa. Ma forse anche perché, come nella più grottesca delle sceneggiature, il giudice che le direbbe di no porta un nome antico, quello di Pietro Calogero.

10 maggio - "Il Messaggero"
"Non temere: Barbara ha bruciato le carte"
di ROSANNA SANTORO
ROMA - "Non ci dovrebbero essere problemi. Barbara ha bruciato tutte le carte...". Un microfono piazzato dai carabinieri del Ros registra una conversazione tra due militanti di Iniziativa comunista indagati dalla procura di Roma per associazione sovversiva. Sono già uscite sui giornali alcune indiscrezioni sull'inchiesta sui presunti fiancheggiatori delle nuove Br-Pcc, ma non sono ancora scattati gli 8 arresti. Dal resto del colloquio, pare avvenuto all'interno di una macchina, gli investigatori capiscono chi, secondo i due militanti di Ic, avrebbe distrutto il materiale compromettente in mano all'organizzazione: Barbara Battista. Così, lunedì scorso, a Regina Coeli, il pubblico ministero Pietro Saviotti ha contestato quell'intercettazione ambientale all'insegnante sindacalista. Ma Barbara Battista, 32 anni, assistita dall'avvocato Mimmo Servello, avrebbe glissato: "Che ne so io? Non mi devo certo difendere da quello che dicono gli altri. Chiedete a loro...". La Battista è considerata dal pool anti-terrorismo della procura uno dei personaggi chiave, oltre che "la dura" del gruppo. Nella sua casa di Centocelle, durante la perquisizione seguita all'arresto, i carabinieri hanno infatti trovato una risoluzione strategica, sulla quale si sta facendo in questi giorni una perizia, per compararla con la rivendicazione del delitto D'Antona ed altri documenti delle Br-Pcc. Le dodici pagine, dimenticate in una valigia sopra un armadio, riportano in calce la data "aprile '99", un mese prima dell'omicidio del consulente dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino. E iniziano in modo inequivocabile: "Presentazione - Cari compagni, care compagne, noi della cellula del Partito comunista combattente...". Interrogata su quel documento, prima la Battista ha cercato di minimizzare: "Me l'avrà lasciato in macchina qualcuno". Poi, messa alle strette dal pm, ha confermato quanto aveva già detto un altro degli arrestati di Ic, Luca Ricaldone, che nel maggio 2000 avrebbe incontrato a Milano il brigatista Nicola Bortone, latitante in Francia. Cioè che la risoluzione strategica sarebbe stata consegnata a Ic da Linearossa. Il cui leader, Riccardo Antonini, ieri ha ribadito da Viareggio: "Conosco perfettamente Barbara Battista e Norberto Natali, visto che abbiamo realizzato delle manifestazioni assieme. Ed escludo che la loro organizzazione sia clandestina o armata, e che tanto meno abbia avuto rapporti con l'omicidio D'Antona. Per quanto riguarda il documento di cui hanno scritto i giornali, non so proprio che documento sia. Qui arriva molto materiale per posta. Una volta visto di che si tratta, in genere lo cestiniamo". Il 17 maggio il Tribunale della Libertà deciderà sulle richieste di revoca degli ordini di custodia cautelare nei confronti del segretario nazionale di Ic Norberto Natali, di sua sorella Sabrina e del vigile urbano Stefano De Francesco. Le hanno presentate gli avvocati Simonetta Crisci, Giuseppe Mattina e Giovanna Lombardi. Che spiegano: "Agli indagati non sono stati contestati fatti specifici, nè nell'ordinanza di custodia nè durante gli interrogatori. Non ci sono indizi sulla loro partecipazione a questa presunta associazione sovversiva". Analoghi ricorsi saranno presentati nei prossimi giorni dai difensori degli altri arrestati.

10 maggio - "Panorama"
Nella testa dei nuovi terroristi
Entrare o no nella clandestinità per avviare la "lotta armata contro lo Stato"? Un dubbio durato anni.
Poi alcuni di loro hanno fatto il grande salto. Storia, legami e passi falsi dei presunti nipotini delle Brigate rosse.
di MARCELLA ANDREOLI
Tornati a uccidere. Il 20 maggio 1999, in via Salaria, a Roma, viene ucciso Massimo D'Antona. L'azione viene rivendicata dalle Brigate rosse partito comunista combattente: erano 11 anni che le Br non compivano un omicidio.
Caro Luca, non abbandonare il lavoro. Non farti coinvolgere in progetti pericolosi... Non imboccarre strade senza ritorno". Una lettera scritta a mano, una missiva privatissima eppure finita fra i reperti nelle indagini sul nuovo terrorismo di Iniziativa comunista. Il fatto è che il documento era indirizzato a quel ragazzone taciturno, Luca Ricaldone, 37 anni, fino a pochi giorni fa stimato magazziniere presso un'azienda del Milanese e dallo scorso 3 maggio in carcere con altri sette compagni, tutti accusati di associazione sovversiva. La lettera non è una prova d'accusa. Ma rappresenta una chiave di lettura del nuovo terrorismo stanato dai carabinieri del Ros dopo oltre due anni di pedinamenti e intercettazioni. Fra le righe del biglietto si intravede un dramma: entrare o no in clandestinità? Lasciare il lavoro, l'attività politica legale per seguire l'esempio dei brigatisti doc? Oppure continuare a militare in Iniziativa comunista, gruppo nato a Torino sei anni fa, febbraio 1995, da una costola di Rifondazione comunista? "O di qua o di là" avevano fatto sapere i brigatisti. Al magazziniere Ricaldone era stato detto che non era possibile tenere il piede in due staffe. E forse lui, pur così taciturno, aveva fatto trasparire il problema tanto da ricevere, da chi gli stava vicino, quell'invito a lasciar perdere. L'escamotage di aver creato (così almeno sostiene l'accusa) una struttura occulta all'interno di Iniziativa comunista risultava un'aberrazione, un venir meno alle regole della rigida compartimentazione dei terroristi. Persino un personaggio un po' eclettico come Giuseppe Maj, classe 1939, da anni esponente di punta dell'antagonismo sociale, aveva scelto la clandestinità, come gli era stato suggerito. Basta con il dirigere alla luce del sole i Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza comunista: Maj entrò in clandestinità due mesi prima che i brigatisti, dopo 11 anni di inattività, uccidessero a Roma il 20 maggio 1999 il professor Massimo D'Antona. Perché Ricaldone e i suoi compagni di Iniziativa comunista si ostinavano a giocare alla rivoluzione senza entrare in clandestinità? Eppure, Iniziativa comunista ha le idee chiare. È il 21 febbraio 1998 e siamo a Firenze presso la sede dei Carc. Prende la parola Norberto Natali, 42 anni, leader di Iniziativa comunista, romano, titolare di una pensione di invalidità perché quasi non vedente, anche lui arrestato lo scorso 3 maggio. Natali dice che non gli interessano piccole iniziative, in pratica manifestazioni legate all'antagonismo sociale. Il suo progetto è molto più ambizioso: "Iniziare la lotta armata contro lo Stato". Però, anche lui come Ricaldone, non è mai stato sfiorato dall'idea di entrare in clandestinità. Anzi. Due mesi fa aveva deciso di candidarsi nel collegio 10 di Crotone della Camera per le elezioni del 13 maggio, progetto poi sfumato perché Rifondazione all'ultimo momento aveva detto no all'apparentamento. L'idea di partecipare alla lotta politica candidando propri militanti era stata esaminata anche dai Carc, ma senza arrivare a una decisione univoca. Dunque, cosa si nasconde nel sottosuolo del terrorismo? E quale ruolo hanno i brigatisti latitanti o gli irriducibili in carcere sulle nuove reclute, fra le quali gli ultimi otto arrestati? È dal 1995 che gli inquirenti hanno lanciato un preciso allarme: "Vecchi esponenti brigatisti stanno rivestendo un ruolo importante nella riorganizzazione delle Brigate rosse" erano state le parole pronunciate, in un'audizione di quell'anno alla commissione Stragi, dal prefetto Carlo Ferrigno, già capo dell'Antiterrorismo. Il procuratore di Verona Guido Papalia parla di "brigatisti rimasti in sonno" che, giocando su più piani, imprimono una forte accelerazione al ricompattamento del fronte terroristico. A ben vedere la storia del magazziniere Ricaldone e dei suoi complici, tenuti sotto controllo dai carabinieri, ne è la conferma. "Illustre procuratore, la avverto che i brigatisti nel carcere di Novara, dove io sono detenuto, hanno contatti con l'esterno" aveva fatto sapere in gran segreto Felice Maniero, grande boss della mala del Brenta, al procuratore antimafia Piero Luigi Vigna. La data del messaggio è significativa: 22 maggio 1999, due giorni dopo l'omicidio del professor D'Antona. Cinque giorni più tardi, il 27 maggio, proprio dal carcere di Novara uscirà il primo documento di rivendicazione dell'agguato brigatista: "Questa ripresa dell'iniziativa combattente (la morte di D'Antona, ndr) si qualifica nella logica strategica della lotta armata e del rilancio del processo rivoluzionario". Altre due settimane e un gruppo di irriducibili detenuti nel carcere di Trani rivendica l'azione D'Antona e conferma la rinascita della sigla tenuta in sonno per anni, quella delle Brigate rosse, partito comunista combattente. È un imprimatur eccezionale. Proprio nel carcere di Trani, due anni prima, il 21 ottobre 1997, era uscito un primo documento intitolato "Non è questa la libertà che vogliamo". Si trattava di un altolà al dibattito apertosi sul problema amnistia-indulto per gli anni di piombo. Gli irriducibili, in parole povere, dicevano: andiamo avanti, c'è spazio ancora per noi. I carabinieri piazzavano microspie nelle loro celle: e qualche colloquio li indirizzava sulla strada di Iniziativa comunista e dei Carc. Poi c'è stato un vero colpo di fortuna. Il 18 gennaio 2000, Fausto Marini, 50 anni, uno degli irriducibili, viene scarcerato a Trani per fine pena. Torna a Roma, appartamento in via Balzac. Presuntuoso come deve essere, si rimette a trafficare con le nuove reclute del terrorismo. Niente di illegale, come risulta dai pedinamenti dei carabinieri, ma è sintomatico del nuovo corso. Marini si incontra con i capi del gruppo ristretto di Iniziativa comunista e con Victor Anpilov, esponente del partito russo Russia lavoratrice. Poi da Parigi arriva a Milano un altro terrorista doc, Nicola Bortone, 45 anni, già arrestato in Francia nel 1989. Bortone, dopo aver scontato nelle carceri francesi una pena di tre anni, anziché godersi la riconquistata libertà si è rituffato nella clandestinità. Anche lui, come gli irriducibili, crede che si possa ripetere l'"assalto al cuore dello Stato". A Milano si incontra segretamente con Ricaldone. Lo sollecita a lasciare il lavoro per seguire il suo esempio: una vera organizzazione non può avere una struttura legale e una occulta. Iniziativa comunista deve scegliere: stare di qua o di là. Ricaldone è indeciso. I carabinieri, nel frattempo, lo seguono. E al momento del suo arresto, e di quello dei suoi compagni, scoprono che l'attenzione dei nuovi terroristi era rivolta soprattutto al mondo militare. Il prossimo obiettivo era la Nato, come ai tempi del sequestro del generale James Lee Dozier?
"Panorama" pubblica anche una schedina sulle fughe di notizie che hanno danneggiato le indagini:
Brucia la notizia. E l'inchiesta va in fumo
Dopo il delitto D'Antona un'altra fuga di informazioni: le durissime  accuse del gip di Roma
"Un'improvvida fuga di notizie" la definisce il gip Otello Lupacchini nell'ordinanza con cui dispone l'arresto di Norberto Natali e dei suoi sette compagni. Che "rischia, ancora una volta, di vanificare l'efficacia degli strumenti di ricerca della prova". In altri termini, l'inchiesta sul delitto D'Antona  è stata un colabrodo. L'identikit degli otto arrestati è stato reso pubblico in tutti i dettagli oltre un mese fa. Mancavano solo nomi e cognomi. Comincia La Repubblica, il 24 marzo 2001, riportando passaggi dell'informativa del Ros appena consegnata alla procura, su un gruppo di "15-20 persone, con un volto ufficiale, che in Calabria corre anche per le politiche, e una parte occulta, clandestina". Prosegue il Corriere della sera del 27 marzo: nomina Iniziativa comunista e riporta le parole degli indagati nelle telefonate intercettate. Colpevoli o non colpevoli, gli otto presunti terroristi hanno avuto il tempo di far sparire eventuali prove a loro carico. L'unico documento compromettente è stato sequestrato a Barbara Battista. Si è difesa sostenendo che potesse essere stato "piazzato ad arte" dai carabinieri: una giustificazione rivolta ai suoi compagni?  Ma già il 5 novembre '99 La Repubblica aveva rivelato i sospetti degli inquirenti su "il vero artefice della scissione dei Carc impegnato nella ricostruzione del Partito comunista". Negli ambienti della sinistra extraparlamentare è un terremoto: un comunicato diffuso su Internet accusa proprio Norberto Natali di dirottare "le forze antagoniste sulla via del terrorismo". E si arriva all'articolo di La Repubblica del 14 maggio 2000 che determina il precipitoso arresto di Alessandro Geri, presunto telefonista delle Br, scarcerato 10 giorni dopo. Lupacchini parla di fuga di notizie "istituzionale", intanto i giornali svelano le tecniche investigative per rintracciare la scheda telefonica prepagata usata per rivendicare il delitto. Da allora, per le chiamate più delicate, Luca Ricaldone usa solo telefoni pubblici a monete.
(F.F.)

11 maggio - Due spie ricetrasmittenti nascoste nell'auto di altrettanti rappresentanti di Linearossa sarebbero state attive tra il novembre del '99 e il giugno 2000. E' quanto denunciano gli esponenti della formazione politica venuti alla ribalta dopo gli arresti dei militanti di Iniziativa comunista. “I recenti arresti dei compagni di Iniziativa comunista - ha detto in una conferenza stampa Riccardo Antonini, portavoce di Linearossa - li giudichiamo una manovra elettoralistica da parte dei poli della borghesia per accreditarsi nella cosiddetta lotta al terrorismo”. “Siamo consapevoli di essere nel mirino - ha detto ancora Antonini – e mettiamo in conto che nei prossimi giorni potrebbe verificarsi nei nostri confronti una operazione analoga (cioe'il fermo ndr) a quella che ha colpito i compagni di Iniziativa comunista ai quali va tutta la nostra solidarieta’”. Antonini dice anche che il documento trovato a casa di Barbara Battista, la militante di Iniziativa comunista arrestata dai Ros di Roma con l' accusa di fiancheggiare gli esecutori dell' omicidio D' Antona, “non sappiamo neanche che cos' e'. Il documento di elaborazione politica che Linearossa ha inviato all' altro militante di Iniziativa comunista Norberto Natali e che ha dato il via alle indagini su Linearossa e' un testo pubblico, redatto dopo una discussione interna, sostanzialmente e duramente contrario all' omicidio D' Antona”. Il portavoce di Linearossa Riccardo Antonini ha mostrato questo pomeriggio il documento che avrebbe portato l' avvio alle indagini sulla organizzazione politica viareggina. Il documento, un foglio di 39 righe che si intitola “a proposito di D' Antona e Br” critica duramente “l' eliminazione chirurgica di uno dei piu' affidabili e zelanti consiglieri del governo” che “non sposta i rapporti di forza a vantaggio della classe operaia e del proletariato”. La frase incriminata, dunque, potrebbe essere quella all' inizio del periodo, frase che “e' stata estrapolata dal documento di rivendicazione che abbiamo letto sui giornali”. Antonini, a nome di Linearossa, ha chiuso la conferenza stampa manifestando “solidarieta' piena ai compagni di Linearossa, ai 15 indagati di Firenze per aver manifestato contro la guerra imperialista dei Balcani e ai 77 imputati nel processo di Lucca per i disordini dell' inceneritore”.

11 maggio - Con un'istanza depositata oggi in tribunale, l'avvocato Domenico Servello, legale di Barbara Battista, arrestata nell'ambito dell'inchiesta sui fiancheggiatori br, protesta contro il trasferimento della sua assistita dal carcere di Rebibbia in quello di Livorno. “Si tratta di un provvedimento autoritario - si legge nell' istanza consegnata al gip Otello Lupacchini e al pm Pietro Saviotti - la cui opportunita' non appare compatibile con la necessita' anche della procura di proseguire negli iniziati interrogatori, dal momento che di fatto la condizione di isolamento gia' revocata dal gip e' stata invece rinforzata fino all'inverosimile da questa misura che rende impossibile il colloquio di Barbara Battista con l'avvocato e con i familiari”. Secondo Servello, quindi, si tratta di una misura “sgradevole nel suo carattere afflittivo” e in “contrasto con la pochezza degli elementi di prova a conforto dell'accusa”. Lo stesso difensore della donna accusata di associazione sovversiva afferma nell'istanza di aver depositato la copia di una sentenza pronunciata il 26 ottobre 1923 dal tribunale di Roma celebrato “nei confronti dei comunisti veri (nel senso dell'importanza delle rispettive individualita') quali Terracini, Granci, Tasca e altri, tutti imputati come gli appartenenti ad iniziativa comunista, del reato di associazione sovversiva e tutti assolti perche' il fatto non sussiste”.

11 maggio – Sta per uscire in libreria, “Il delitto D’ Antona” , del giornalista Daniele Biacchessi, che mette a confronto i documenti recenti con quelli che rivendicarono l'omicidio Ruffilli, nel 1988, e scava ancora piu' indietro, fino all'alba degli anni di piombo, sulle motivazione ed il modus operandi delle Br di Curcio e Franceschini. Ripropone il dibattito politico, che l'omicidio D'Antona bruscamente chiuse, sull'indulto ed analizza il mazzetto di sigle, dai Nuclei comunisti combattenti ai Nuclei territoriali antimperialisti, considerati vicini alle Br-Pcc. Infine intervista il giudice Giancarlo Caselli sulla tecnica investigativa utilizzata nelle indagini sul sequestro Sossi, sul clima degli anni '70, sull'ipotesi che vi sia un filo conduttore che lega le Br di Curcio e Moretti a quelle che uccidono D'Antona. “Se le nuove leve sono davvero quello che appaiono, allora c'e' una continuita' ideologica, certamente il riproporsi della tragica illusione che la violenza armata possa essere un modo della lotta politica, mentre ormai tutti dovrebbero aver capito che e' soltanto sangue e ferocia, rischio di involuzione e di imbarbarimento politico -risponde Caselli-. Per quanto riguarda le modalita' operative, le nuove Br si presentano subito con un omicidio, senza atti precedenti che rappresentino una escalation di violenza. Non sembra esservi stata una 'campagna', posto che dopo D'Antona, per fortuna, le armi dei brigatisti tacciono a lungo e non si verificano fatti analoghi. Un conto, poi, -conclude il magistrato- era il clima per certi versi favorevole degli anni '70, ben diversa e' la situazione in cui si muovono oggi”.

12 maggio - L' ex deputato radicale e leader di Autonomia Operaia Emilio Vesce muore nella sua abitazione di Padova. Era in coma irreversibile da sei mesi. L'annuncio lo ha dato la moglie Gabriella."Emilio e' morto - ha detto - e' finito il calvario". Le condizioni di Emilio Vesce avevano cominciato ad aggravarsi tre giorni fa, quando si era manifestata una febbre a 39, persistente. Era stato colpito da infarto l'8 novembre scorso e da tre mesi era entrato in coma vegetativo, ricevendo aria da un foro nella trachea, con somministrazione di un'alimentazione minima per la sopravvivenza, nonostante la quale, ultimamente era arrivato a pesare trenta chili. La scelta dei familiari, la moglie Gabriella e i figli Emiliano e Aureliano, era stata quindi quella di assistere a casa il congiunto, quotidianamente visitato da personale infermieristico dell'Ulss 16 di Padova. Ma la famiglia aveva anche scelto di combattere assieme ad Emilio Vesce la sua ultima battaglia politica, quella per l'eutanasia. "Non e' solo un caso personale, ma una questione che investe i diritti dei cittadini", avevano dichiarato nei giorni scorsi. Il figlio Emiliano aveva tra l'altro denunciato che "in Italia l'eutanasia viene praticata all'Italiana". "Ma perche' - aveva detto - dobbiamo decidere noi? Perche' dobbiamo farci carico di un vuoto di regole? Noi poniamo la questione come un gesto di civilta'". "Emilio e' morto naturalmente" ribadisce oggi piu' volte Enrico Vandelli, che all'epoca e' stato difensore di Vesce nella vicenda giudiziaria del '7 aprile' e che in queste ore come amico si e' fatto portavoce della famiglia. "Non c'e' stato alcun intervento esterno. Non c'era alcuna spina da staccare". Al momento del malore, Emilio Vesce, 62 anni, ricopriva la carica di presidente del comitato regionale per il servizio radiotelevisivo presso il consiglio regionale veneto, dove era stato eletto negli anni novanta per i radicali. Nato a Cairano (Avellino), Vesce ha sviluppato tutta la sua attivita' professionale e politica nel Veneto e in particolare a Padova. Raggiunta la laurea in filosofia del linguaggio all'Universita' patavina, giornalista pubblicista, negli anni '70 e' stato direttore delle riviste "Potere Operaio" e "Autonomia" e di Radio Sherwood. Un'esperienza politica che lo portera' ad essere tra i protagonisti del primo blitz contro Autonomia deciso dal Pm Pietro Calogero il 7 aprile 1979, riguardante anche Toni Negri e altri docenti della facolta' di Scienze Politiche. Nella citta' del Santo, Calogero aveva trovato una realta' segnata dalle lotte studentesche, dalle contrapposizioni tra gruppi estremisti. E proprio da questa realta' prese avvio l' inchiesta sull' Autonomia che, arresti dopo arresti a livelli diversi, porto' in carcere decine di persone. Parte degli atti furono anche trasmessi a Roma. Vesce rimase in carcere 5 anni, 5 mesi e 5 giorni, oltre a sei mesi di "esilio" - come e' definito in famiglia - in un paese vicino a Padova. Una vicenda giudiziaria che si concludera' definitivamente con l'assoluzione nel giugno del 1987. Due anni prima, Vesce era intanto entrato a far parte della segreteria nazionale del partito radicale e nel 1987 era stato eletto deputato, sempre per i radicali. Carica mantenuta fino al 20 giugno 1990, facendo parte della commissione giustizia della Camera.

14 maggio - Norberto Natali e' nuovamente interrogato dai Pm Giovanni Salvi e Pietro Saviotti nel carcere di Viterbo. Tra l' altro, i magistrati hanno posto domande relative al documento ritrovato in casa di Barbara Battista in cui ci sono riferimenti alla lotta armata: Natali su questo punto ha ribadito la sua precedente versione, cioe' di non potere escludere che quelle pagine le abbia ricevute, come ha detto anche Luca Ricaldone, da esponenti di Linea Rossa durante una vacanza in Valle D'Aosta nell' agosto del 1999. Natali ha pero' sottolineato che puo' anche averle ricevute per posta come e' avvenuto per tanti altri documenti.

15 maggio - Il pool di magistrati antiterrorismo di Roma affida ad un gruppo di consulenti, quasi tutti docenti universitari, il compito di stabilire con certezza se i fogli contenenti quasi per intero la rivendicazione delle Br-pcc trovate nelle celle di alcuni irriducibili Br nelle carceri di Latina e Trani costituiscano siano o meno le bozze preparatorie del documento fatto trovare dopo l' agguato del 20 maggio 1999 in cui fu ucciso Massimo D' Antona. I consulenti si sono riservati di dare la risposta in 45 giorni. Il lavoro che attende gli esperti non si limitera' ad una semplice comparazione tra la rivendicazione e le minute scoperte nelle celle degli irriducibili Br durante una perquisizione. Sono le annotazioni scritte a mano a margine del testo battuto a macchina che dovranno essere esaminate per verificare se siano state apposte prima dell' omicidio di D' Antona e, quindi, riportate nello scritto finale della rivendicazione.

15 maggio - Il gip Otello Lupacchini respinge le istanze di scarcerazione presentate nei giorni scorsi dai difensori di Sabrina e Norberto Natali e Barbara Battista, arrestati il 3 maggio con l'accusa di essere fiancheggiatori delle Br, perche' "persistono gravi indizi di colpevolezza e tutti i pericoli gia' indicati nell'ordinanza di custodia cautelare". Per il gip, inoltre, "le associazioni che pongono all'ordine del giorno dei propri organi finti suicidi o omicidi dei loro stessi membri, non sono tutelate dall'articolo 21 della Costituzione sulla liberta' associativa". Con questa affermazione, contenuta in un provvedimento di 20 pagine, il giudice fa riferimento alla decisione presa dal "Comitato ristretto" di questo gruppo di punire Barbara Battista, sospettata di essere una spia, con una delle tre opzioni: "finto suicidio, omicidio oppure delegittimazione politica". Per il gip non sono state, inoltre, soddisfacenti le risposte dei tre arrestati nel corso degli interrogatori, poiche' hanno eluso alcune domande su fatti specifici. Lupacchini, intanto, ha disposto una perizia medica per stabilire se le condizioni di Norberto Natali siano compatibili con il regime carcerario e l'incarico sara' affidato nei prossimi giorni. Secondo la moglie di Natali il detenuto sarebbe quasi cieco.

17 maggio - "Il Messaggero"
I carabinieri hanno trovato collegamenti tra esponenti dell'antagonismo e cinque apparecchi pubblici. E spunta il nome del figlio della zarina del Sisde
D'Antona, la pista delle telefonate Le cabine usate per le rivendicazioni dell'omicidio portano agli arrestati di Iniziativa comunista
di ROSANNA SANTORO
Le cabine telefoniche usate dai terroristi per rivendicare l'omicidio D'Antona portano ad alcuni militanti di Iniziativa comunista finiti in manette per associazione sovversiva. Il gip Otello Lupacchini non ne fa cenno nell'ordinanza sugli 8 presunti fiancheggiatori delle Br-Pcc. Ma è questa una delle piste seguite dai carabinieri del Ros nel rapporto che è alla base degli arresti. Nel capitolo che riguarda "La rivendicazione dell'azione: i percorsi effettuati dai telefonisti", il Ros individua gli elementi che collegano i militanti di Ic e altri esponenti dell'antagonismo a 5 delle 7 cabine usate per le rivendicazioni al Messaggero e al Corriere della Sera. Tutte nelle "zone di interesse operativo delimitate dai quartieri Trastevere-Ostiense-Portuense, Salario-Nuovo Salario e Tiburtino-Prenestino, nei quali potrebbe essere operativa una consistente componente dei Nuclei comunisti combattenti". La cabina più direttamente collegata a Ic è quella di piazza Lotto. Da dove, il 22 aprile '99, vennero chiamate "in rapida successione l'utenza della sede di Iniziativa comunista" e quella della casa del militante Leone Di Girolami, "utilizzata all'epoca dalla sua ex convivente Barbara Battista". Cioè dall'arrestata di Ic nella cui casa è stata trovata una risoluzione strategica del Pcc. Inoltre, nei pedinamenti i carabinieri notavano in zona, il 2 dicembre '99, il vigile urbano Stefano De Francesco, finito in manette anche per l'attività di controllo sul territorio svolta per Ic. Nello stesso quartiere abita anche la famiglia di uno degli arrestati, Raffaele Palermo. Mentre la cabina di via Lusitania, utilizzata per la rivendicazione al Messaggero, è proprio "di fronte alla scuola elementare Manzoni", dove risultano arrivate telefonate da casa della maestra Barbara Battista. E ancora, le cabine di via Folchi e di viale dei Quattro Venti, dalle quali erano partite altre chiamate dei terroristi di via Salaria, sono rispettivamente di fronte al posto di lavoro e vicino alla casa di Riccardo C., che, secondo il Ros, avrebbe "uno stretto rapporto con aderenti al Centro di iniziativa proletaria (Cip) Alessandrino". Tra i quali ci sono personaggi entrati nell'inchiesta sull'attentato degli Ncc alla Nato Defence College di Roma, nel '94. E Alberto Luzzi, "uno dei responsabili del Cip Alessandrino", per il quale in "una riunione venne avanzata l'ipotesi di espulsione perché sospettato di tenere contatti con i servizi segreti". Il Ros ricorda che "Luzzi è figlio di Matilde Martucci", la zarina del Sisde vicina a Riccardo Malpica, coinvolta nello scandalo dei fondi riservati del servizio segreto civile. E vicino alla cabina di via Rocci vive un altro esponente del Cip Alessandrino, A. M., che avrebbe avuto contatti con uno degli arrestati per l'attentato alla Nato Defence. Per il Ros, "questi dati assumono valenza di indubbio interesse se inquadrati nel complesso delle indagini". Dalle quali sono emersi contatti certi tra l'arrestato De Francesco e Alessandro Geri, indagato come telefonista del commando di via Salaria. E ancora, tra militanti di Ic e la cugina della donna che ha fornito l'alibi a Geri e l'amico che avrebbe prestato allo stesso Geri il motorino per la rivendicazione. Inoltre, uno dei furgoni parcheggiati a via Salaria era stato rubato a via Donati, "a brevissima distanza dall'abitazione di Norberto Natali e dalla sede di Iniziativa comunista".

17 maggio - Alla presentazione del libro di Daniele Biacchessi "Il delitto D' Antona. Indagine sulle nuove Brigate Rosse", edito da Mursia, l' ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrini dice che "Certo non si potevano controllare tutti i potenziali obiettivi ma se avessimo lanciato l' allarme sul terrorismo, se avessimo provocato una sorta di incitamento politico si sarebbe creata una tensione nel paese tale da costringere i terroristi dal desistere nell' omicidio di Massimo d' Antona". Pellegrino sottolinea la grande capacita' di analisi che aveva portato l' organismo bicamerale nell' ambito di alcune audizioni, a mettere a fuoco la riorganizzazione del terrorismo neobrigatista e ha sottolineato anche che il gruppo che ha ucciso D' Antona lo ha fatto in una logica di "propaganda armata. Quell' omicidio e' stato un messaggio che si e' rivolto ad un certo numero di destinatari. Si uccide perche' tra coloro che hanno organizzato l' omicidio c' e' qualcuno che in passato aveva gia' ucciso. Ecco perche', dopo dieci anni, si e' ripreso quel messaggio di morte che era fermo al senatore Ruffilli". "Il nucleo che uccide Massimo D'Antona - dice anche Pellegrino - e' stato organizzato da qualche irriducibile dell'ultima stagione delle Br, soprattutto toscane". Nel volume "Il Delitto D'Antona", il senatore traccia un quadro di questo 'retroterra' ricomposto su elementi diversi: "Gente - spiega nel volume - nota per aver ucciso Roberto Ruffilli e Lando Conti. Riprende l'attivita' eversiva, la' dove era stata interrotta dalle operazioni di polizia e dagli arresti. Qualcuno che in semiliberta' ha preso contatti con personaggi non scalfiti dalle indagini o piu' probabilmente quelli individuati ma non catturati e che oggi sono latitanti". Il contesto storico in cui Pellegrino colloca  i 'fili' toscani delle Br risalgono fino al caso Moro. A riscontro cita una riflessione che nasce  da una audizione, quella del sostituto Procuratore Antimafia Chelazzi, nel 1978 tra i magistrati impegnati a Firenze sulle indagini riguardanti le Br. "Chelazzi - spiega nel libro Pellegrino - ci ha fatto capire quale era la casa in cui si riuniva il comitato esecutivo delle Br, e chi ne era il proprietario. Lo aveva scoperto da anni, senza rendersi conto del rilievo che la sua scoperta poteva avere nel caso Moro. Da un'indagine giudiziaria fiorentina, mai utilizzata all'interno dei vari processi Moro celebrati a Roma, abbiamo finalmente accertato che, durante i 55 giorni, il comitato toscano delle Br, composto tutto da irregolari, aveva a disposizione un unico covo, che si trovava in una zona di Firenze, corrispondente alla descrizione di Moretti nel libro intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda. Si tratta della casa di un architetto, Gianpaolo Barbi, membro del comitato toscano delle Br. Un appartamento che era proprio sul percorso dell'autobus su cui Lauro Azzolini aveva smarrito il borsello che porta a via Monte Nevoso, a Milano. A quel punto abbiamo capito perche' Azzolini negasse le riunioni di Firenze durante il sequestro: per coprire la partecipazione d'irregolari del comitato toscano nella gestione del rapimento Moro. Ma l'altra cosa che Chelazzi ci ha fatto notare e' che del comitato  faceva parte anche Giovanni Senzani, sin dal 1977. Ecco cosi' emergere tutto uno spezzone delle Br, coinvolto nel caso Moro, ma rimasto completamente ignorato dalle indagini giudiziarie romane". Nel volume, che analizza la vicenda D'Antona, le inchieste, la nascita delle Br-Pcc, sigla che ha rivendicato l'omicidio, e il dipanarsi nel tempo delle molte sigle che si sono ispirate a quella "eredita'", si citano diverse analisi sul perche' e come sia ripreso in Italia il terrorismo che uccide. Tra le altre il giudizio di Roberto Sandalo, il primo pentito di Prima linea: "Il cosiddetto cervello e' nuovo. Chi ha guidato l'azione e' un vecchio. Chi ha sparato e' alle prime armi. Non conosce le tecniche". Alla presentazione, Pellegrino dice anche che "Gli otto arrestati del 3 maggio, sono sicuro, non c'entrano niente con l'omicidio D'Antona, ma e' un gruppo che interloquisce con chi ha messo a segno l' attentato". Pellegrino ha sottolineato che "c'e' una continuita' ideale tra quello che e' avvenuto tra gli anni '70 e '80, soprattutto alla fine degli anni '80, e gli accadimenti degli anni '90". Ha aggiunto poi che "certamente c'e' una contiguita' soggettiva tra l'organizzazione o l'esecuzione del delitto D'Antona con l' esperienza terroristica degli anni '70". Il presidente della Commissione stragi ha ricordato un episodio, quando cioe' in un incontro con Carlo Azeglio Ciampi gli fu chiesto se la procura nazionale antimafia si occupava di terrorismo e alla risposta negativa chiese perche' mai non era possibile. Pellegrino, insomma, ha voluto evidenziare la necessita' di una centralizzazione delle indagini. Alla presentazione del libro di Biacchessi ha preso parte anche Olga D'Antona che ha posto un interrogativo: "Come difendersi da un pericolo cosi' nascosto, cosi' vigliacco da aggredire persone inermi?. L'unica risposta che si puo' dare e' nella partecipazione attiva alla vita sociale". Alla signora D' Antona e' stato chiesto se ritiene che le indagini stiano andando nella direzione giusta: "Non ho elementi per dirlo, a questa domanda non rispondo". Ed ha aggiunto di nutrire la piu' grande fiducia nella magistratura che sta indagando ed anche se non si avranno dei risultati concreti continuero' ad avere fiducia. Olga D'Antona ha parlato del marito, della sua passione di vivere e lavorare per il suo Paese, sottolineando - anche con un occhio al passato - che "gli uomini che sono stati colpiti sono sempre stati quelli che hanno lavorato per la pace sociale. "Avere ucciso Massimo D'Antona - ha chiesto - e' servito a liberare il Paese da un tiranno?". Il Comitato rivoluzionario toscano e' stata l' aggregazione piu' importante, sia da un punto di vista strategico che logistico, delle Brigate rosse fino a quando il suo leader (Umberto Catabiani, detto 'Andrea', nato a Pietrasanta) non venne ucciso da clandestino durante un inseguimento della polizia nella pineta di Migliarino S. Rossore (Pisa), nel maggio 1982. Alcuni membri del Comitato, alcuni professionisti, altri operai e studenti, vennero utilizzati anche durante l' offensiva brigatista che sfocio' nel sequestro e nell' omicidio di Aldo Moro per il supporto logistico del covo fiorentino di via Barbieri. L' appartamento venne infatti acquistato da uno dei membri del Comitato rivoluzionario toscano, l' architetto pisano Giampaolo Barbi, con denaro che proveniva dall' organizzazione e che gli venne consegnato da un altro pisano processato a Firenze per l' adesione al Comitato, Paolo Baschieri. Poi quell' organizzazione, che nelle intenzioni del comitato esecutivo delle Br avrebbe potuto diventare una 'Colonna' (con una dignita' operativa pari grado quindi alla Luddman in Veneto e l' Alasia a Milano), si sciolse. Alcuni dei componenti del comitato toscano vengono citati anche nell' ordinanza di custodia cautelare firmata recentemente dal gip romano Otello Lupacchini a carico di nove esponenti di Iniziativa comunista. Apparentemente hanno abbandonato le attivita' di tipo eversivo, dedicandosi alcuni ad altre esperienze di tipo politico in varie organizzazioni, e sono comunque oggetto dell' attenzione degli organismi di polizia. Tra i nomi citati dal magistrato romano quello di Riccardo Antonini, che venne processato proprio per l' appartenenza al Crt (non venne pero' rinviato a giudizio per carenza di prove), segretario nazionale di Linearossa che, secondo gli inquirenti romani, avrebbe intrattenuto rapporti specifici con i militanti di Iniziativa comunista recentemente arrestati per banda armata. Antonini si e' pubblicamente difeso sostenendo che l' attivita' di Linearossa e' soltanto di tipo politico e non eversivo. Poi quelli di Fabio Matteini, fiorentino, e Luigi Fuccini, pisano, aderenti ai Nuclei comunisti combattenti, processati e condannati nel '96, Simonetta Giorgieri, di Carrara, attualmente latitante segnalata in Francia, che del Comitato rivoluzionario toscano e' stata un elemento di spicco e avrebbe proseguito la sua esperienza politica con le Br - Pcc.

17 maggio - Comincia davanti al tribunale del riesame di Roma l' udienza per le richieste di revoca delle ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di sette degli otto militanti di Iniziativa Comunista accusati di essere fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Per quanto riguarda l' ottavo indagato, Franco Gennaro, l' istanza non e' arrivata ai giudici del riesame. Sono in aula, oltre agli arrestati (e' assente solo Barbara Battista), i pm Franco Ionta e Giovanni Salvi i quali si opporranno alle richieste di scarcerazione. Il tribunale del riesame di Roma si e' riservato di decidere sulla richiesta di scarcerazione e non ha accolto gli elementi d'indagine acquisiti dal pool antiterrorismo di Roma successivamente all' emissione dell' ordinanza di custodia cautelare. Tra questi in particolare non e' stato ammesso l'interrogatorio di Cesare Rossi (legato sentimentalmente a Barbara Battista), il testimone ascoltato dalla procura il giorno degli arresti, messo sotto inchiesta dal gruppo di Iniziativa Comunista perche' sospettato di essere un informatore della polizia. I Pm in aula hanno parlato dell' agenda sequestrata nell' abitazione di Rita Casillo, in cui tra l'altro si fa riferimento alla "ritirata strategica" finita il 20 maggio (data dell' omicidio di Massimo D'Antona, ndr). Su questo argomento l'avvocato della Casillo, Antonella Schirripa, ha spiegato che quelli erano appunti presi dalla sua assistita nel corso di alcune riunioni con altre organizzazioni. Durante l'ultimo interrogatorio la Casillo ha risposto alle domande dei Pm fornendo il nome della persona che aveva pronunciato la frase da lei riportata nell' agenda. L'accusa ha ricordato tra l'altro in aula un'intercettazione telefonica in cui Sabrina Natali confidava al suo interlocutore di aver fatto sparire le cose piu' compromettenti e pericolose. Gli avvocati degli arrestati hanno sostenuto oggi che il tribunale del riesame non dovra' tenere conto nel decidere degli elementi emersi successivamente all' emissione dell' ordinanza, ma solo del provvedimento firmato dal Gip Otello Lupacchini. Difese unite anche nel ritenere che non ci siano a carico degli indagati i gravi indizi ma solo generici sospetti. Per sostenere infatti l'accusa di associazione sovversiva, ha detto l'avvocato Simonetta Crisci, e' necessario che siano trovati documenti programmatici, covi segreti e somme di denaro a disposizione dell' organizzazione. Non solo: per ognuno degli indagati dovra' essere dimostrato un legame diretto con i fatti contestati. Era presente in aula anche Luca Petrucci, difensore della famiglia D'Antona, che ha chiesto al tribunale del riesame di essere ammesso non per intervenire (il che non e' previsto dalla legge) ma per capire il quadro delle indagini delineate durante l'udienza dalla Procura. Fuori dall' aula c'erano alcuni parenti degli arrestati. Il tribunale del riesame ha 10 giorni di tempo dalla ricezione degli atti per decidere.

18 maggio - La procura della Repubblica di Perugia contesta in carcere nuove accuse a Giorgio Panizzari. L' ex nappista e' accusato anche per il reato di associazione per delinquere in relazione ai colpi compiuti ai danni di un istituto di credito di Acquasparta, il 31 agosto, ed un altro presso la filiale di Alba Adriatica della Cassa di risparmio di Teramo, il 30 novembre. Degli stessi episodi e del reato associativo deve rispondere anche Roberto Vigano', bloccato con Panizzari a Todi. Secondo gli inquirenti i due avrebbero agito in concorso con una terza persona non ancora identificata. I pm ritengono che i tre si siano associati per compiere le rapine con scopi economici puramente personali. Nel provvedimento non si fa invece alcun riferimento a presunti obiettivi di finanziamento dell' eversione, come era stato invece ipotizzato subito dopo gli arresti di Todi. Una tesi, quella della rapina compiuta per esigenze personali, sostenuta anche dagli stessi indagati subito dopo il colpo a Todi. Sulla rapina ad Alba Adriatica, per la quale Vigano', difeso dagli avvocati Antonio Raffaele Greco e Daniela Paccoi respinge ogni addebito, aveva indagato inizialmente la procura della Repubblica di Teramo. Gli atti sono poi invece confluiti nel fascicolo della procura di Perugia che indaga ora sui colpi di Todi, Alba Adriatica ed Acqusparta. Contro la nuova accusa di associazione per delinquere hanno gia' fatto ricorso al tribunale del riesame i difensori di Panizzari, gli avvocati Egidia Guarducci e Tommaso Mancini.

18 maggio - Nei confronti dei sette militanti di Iniziativa comunista, accusati di associazione sovversiva, che avevano sollecitato la revoca dell' ordinanza di custodia cautelare, il tribunale del riesame di Roma decide per il mantenimento della custodia in carcere per Norberto Natali, Rita Casillo, Barbara Battista e Luca Ricaldone e la rimessione in liberta' per Sabrina Natali, Stefano De Francesco e Raffaele Palermo. Per l' ottavo indagato finito in carcere durante il blitz dei carabinieri del Ros del 3 maggio scorso, Franco Gennaro, il tribunale del riesame fissera' l' udienza nei prossimi giorni. "Una decisione che conferma in pieno l' impianto accusatorio - ha commentato uno dei sostituti procuratori titolari dell' inchiesta giudiziaria - il tribunale del riesame ha svolto un accurato esame degli elementi indizianti che ci conforta". Secondo l' avv. Simonetta Crisci, legale dei due fratelli Natali, quello di oggi "e' un primo passo avanti verso la dimostrazione di un' ordinanza che non doveva essere emessa". La penalista, al pari di tutti gli altri difensori degli indagati rimasti in carcere, ha annunciato l' impugnazione dell' ordinanza del Tribunale della Liberta'. "Sono contento per il ritorno in liberta' di alcuni indagati - ha commentato Luigi Saraceni, difensore di Raffaele Palermo e di Luca Ricaldone - ma sono deluso perche' questa ordinanza conferma l' esistenza di un' associazione sovversiva. Speriamo di trovare piu' lucidita' di giudizio in Cassazione". "Un minimo di giustizia e' stata fatta - ha affermato Giovanna Lombardi, difensore di Stefano De Francesco - anche se sono convinta che non ci sia alcuna associazione sovversiva". "L' ordinanza di oggi - e' il parere di Domenico Servello, legale di Barbara Battista - indica che comincia a sgonfiarsi il pallone. Si tratta di un importante segnale di apertura che portera', tra qualche, giorno, alla scarcerazione degli altri indagati". Per Antonella Schirripa, difensore di Rita Casillo, non si capisce "quale logica abbiano seguito i giudici i quali hanno usato due pesi e due misure". Sabrina Natali, appena uscita dal carcere di Rebibbia, dichiera:"Siamo finiti dentro per le nostre idee politiche. Sapevo che era tutta una montatura e, comunque, che sarei uscita dopo le elezioni". Ad attenderla c' era il convivente Stefano De Francesco, anche lui scarcerato oggi. I due si sono dati un abbraccio caloroso. Davanti all' uscita del carcere erano Sabrina Natali ha trovato anche i genitori e il fratello paraplegico. "Noi non siamo una struttura clandestina, ma proletaria - ha aggiunto - vogliamo la ricostruzione del vecchio partito comunista di Togliatti e Berlinguer". A chi le chiedeva dell' uccisione di Massimo D'Antona, Sabrina Natali ha detto: "Quando sentii parlare dell' omicidio, credevo che si riferisse a D'Antoni. Mi dispiace per lui, ma D' Antona non sapevo nemmeno chi fosse". Quanto al contenuto di un'intercettazione telefonica tra due militanti di Iniziativa Comunista, in cui la Natali viene citato con riferimento all' omicidio di "un compagno" che per la Procura potrebbe essere D' Antona, poiche' nessun altro delitto e' stato rivendicato dalle Br-Pcc, l'indagata e' stata categorica: "Quella registrazione bisogna sentirla tutta. Comunque, i miei compagni ridevano e scherzavano". De Francesco ha invece lamentato l' impossibilita' di votare domenica scorsa. "Volevo farlo - ha dichiarato - ma non me l' hanno consentito".

18 maggio - "La Repubblica"
D'Antona
nuove accuse ai presunti brigatisti
Scarcerazione, decisione rinviata
CLAUDIA FUSANI
ROMA - Quattro righe che portano dirette verso la lotta armata e al gruppo di Iniziativa comunista: "Viene così registrata l'appartenenza di Natali Sabrina alla struttura occulta di Ic e la sua attivazione nell'attentato di presentazione pubblica delle riemerse Brigate rossepcc". Lo scrivono i pm del pool antiterrorismo della procura di Roma nella richiesta di arresto degli otto militanti di Ic. "L'attentato" è l'omicidio del professor Massimo D'Antona, fatto mai contestato agli otto presunti sovversivi di Ic ma che ieri ha aleggiato per tutto il giorno nell'aula dove il Tribunale del Riesame sta decidendo se scarcerare gli indagati. Dell'omicidio D'Antona parlano le migliaia di atti depositati, gli interventi degli avvocati e le repliche dei pm. E la presenza ieri in aula dell'avvocato Petrucci legale della famiglia D'Antona. Il Tribunale si è riservato. La decisione potrebbe arrivare entro il fine settimana, mentre cade il secondo anniversario dell'agguato. Quelle quattro righe che sembrano coinvolgere la sindacalista Sabrina Natali nella preparazione dell'omicidio sono solo uno dei nuovi elementi di accusa che si aggiungono agli altri indizi: gli incontri con latitanti Br del calibro di Nicola Bortone; la struttura compartimentata e clandestina del gruppo; le tecniche di spistamento; le inchieste interne. I pm si riferiscono ad una frase intercettata il 20 marzo 2001 fra due amici di Sabrina "che aveva - in una forma non esplicitata dagli interlocutori - partecipato all'omicidio di un compagno che necessariamente doveva essere individuato in Massimo D'Antona...". Contro Sabrina Natali c'è anche un'altra intercettazione del 29 marzo 2001. Dice una ragazza: "Sabrina ha bruciato tutta la roba, carte, documenti, le lettere di Linea Rossa che le aveva dato Rita (Casillo, una degli otto arrestati ndr) e che le servivano". La frase, fa notare l'accusa, è dopo la fuga di notizie sulle indagini dei carabinieri su Ic. "Io non ho mai bruciato neppure un biglietto del tram" ha replicato Sabrina in aula. Nuovi elementi anche contro Barbara Battista, a cui è stato sequestrato in casa il documento politico datato aprile 1999, un mese prima dell'omicidio. E contro Rita Casillo che nella sua agenda, nell'ottobre 1999, scrive: "La ritirata strategica è finita nel maggio 1999". "E' il resoconto di una riunione con altri gruppi" ha spiegato l'avvocato Antonella Schirripa, "quella frase è stata pronunciata da altri".  "Non siamo sovversivi", si sono difesi gli arrestati in aula. "Abbiamo fatto tutto in modo trasparente", ha detto Norberto Natali, leader del gruppo assistito con la sorella dagli avvocati Crisci e Mattina che insistono: "L'associazione sovversiva non è provata da alcun indizio". Né covi, né armi, né soldi, "la verità è che questi ragazzi sono processati solo per le loro idee politiche".

19 maggio - In un messaggio di tre pagine inviato alla sede Ansa di Parigi, Oreste Scalzone scrive tra l' altro:"Le espressioni nannimorettiane su Bertinotti sono agli antipodi della critica", sono "un tentativo di terrorismo inquisitorio, non fondato su alcun riscontro ragionato e veridico". Scalzone afferma che quelli che contestano Bertinotti "parlano come se colui contro cui scagliano l'anatema fosse il padrone del suo partito e di quelle centinaia di migliaia di uomini e donne che lo hanno votato, e che vengono considerati come un parco buoi, appendice passiva dei capricci del boss". Il regista, qualificato anche come "Moretti-Zdanov" da Scalzone, viene assimilato nel documento ai "capifila della Compagnia della Buona Morte che ha appena finito di portare anche l'Ulivo contro un muro, trascinandolo nel delirio di un referendum morale, personalizzato", contribuendo "suicidariamente alla spettacolarizzazione del candidato Berlusconi, guardandosi bene dallo sfiorare una qualsiasi analisi di contesti e cause diverse". La "compagnia della Buona Morte" e', secondo Scalzone, la "cordata dei Travaglio-Montanelli-Luttazzi- Eco-Bocca-Tabucchi -Freccero-Flores d'Arcais-Biagi". "Meno male - e' ancora opinione di Scalzone - che non tutti sono ipnotizzati da questo illusionismo: il popolo degli ammutinati di Seattle, Davos, Praga, Nizza, Napoli, non pensava certo di doversi focalizzare contro un Berlusconi. Ed anche a Genova il tumulto investira', non potra' non investire, ben altro, e ben oltre".

19 maggio - L' Ansa scrive:
"Quelle scene ce le ho stampate qui in testa, non me le scordo fino a che campo, quei tre - la donna in mezzo ai due uomini - che camminavano per via Adda, arrivavano all'angolo con via Salaria e si fermavano proprio li' dove hanno ammazzato Massimo D'Antona". Uno dei testimoni dell' inchiesta sull' omicidio del consulente del Ministro del lavoro, racconta all' Ansa nel suo romanesco fiorito certi particolari forse importanti che gli sono venuti in mente quando la Digos l'aveva gia' ascoltato. L' uomo abita da 35 anni a pochi metri dall'abitazione del professore ucciso il 20 maggio di due anni fa. Per il lavoro che svolge rientra la sera tardi, tra le 22 e mezzanotte e piu' volte nel mese di aprile del 1999 ha visto "strani movimenti" che si e' spiegato solo il giorno dell'attentato. "Andavo sempre piano perche' stavo cercando di parcheggiare, lei era molto robusta, con un gran sedere, i capelli chiari lunghi fino al collo che sbucavano sotto il cappellino calcato bene in testa, alta piu' o meno un metro e 68, con le mani incrociate dietro la schiena, le apriva e le chiudeva. Portava una tuta da ginnastica di lycra sull'azzurro". E continua come un fiume in piena, alzandosi continuamente dalla sedia per imitare i gesti, i movimenti: "Alla sinistra della donna c'era quello piu' basso, con il viso largo, i capelli scuri, una barbona che gli copriva la faccia. Sulla destra camminava quello piu' alto, con i baffetti. Pure loro indossavano tute da ginnastica scure, con le maniche lunghe nonostante fosse aprile e facesse gia' caldo, e portavano cappellini con la visiera". Il testimone racconta che quei tre l'avevano incuriosito, che sicuramente li ha visti per tre volte, dapprima tra il primo e il 10 di aprile e successivamente tra il 19 e il 25. "Io li ho guardati bene, ma quando mi hanno visto si sono girati, una volta hanno preso a guardare il citofono del numero 7 di via Adda, e le altre due volte - stavano gia' all'angolo con via Salaria - si sono girati verso piazza Fiume. Tutt'e' tre le volte, quando ero gia' passato, la donna si e' girata piegandosi per guardare la targa della mia macchina, che e' di colore scuro e direi della stessa marca di quella di D'Antona". E si rammarica il testimone quando ricorda di avere detto alla Digos che i tre potevano avere una trentina di anni: "Ma poi ci ho ripensato, i due uomini erano sicuramente sui 40, uno forse pure di piu', mentre la donna aveva dai 35 anni in su". Ma non ha visto, prosegue, solo questo: "in serate diverse, per due o tre volte ho visto due uomini, uno fermo a via Ofanto (probabilmente la via usata per la fuga dagli attentatori, ndr.), e uno a via Basento. Uno di loro l'ho visto anche piu' volte fermo sotto la Madonnina dell'incrocio tra via Po e via Salaria, a pochi passi dall'abitazione di D'Antona: indossava una giacca a quadretti. Altre cinque o sei persone stavano invece proprio davanti al civico 126 di via Salaria, il palazzo dove abitava il professore. Non e' mai successo che i tre che ho visto su via Adda fossero presenti sul posto la stessa sera dell'altro gruppo". Ha spiegato bene agli investigatori come erano i vestiti, le tute, i cappellini: indumenti che se fossero trovati nel corso di una perquisizione potrebbero tornare molto utili alle indagini. "Un sacco di cose mi sono tornate in mente dopo - ha concluso - e le ricordo tutte. Se serve, posso dire agli inquirenti tutto quello che ho visto". Un furgone bianco, di grandezza media, probabilmente diverso dai due usati il giorno dell'attentato (20 maggio 1999), e' stato parcheggiato per quasi un mese a Roma proprio in via Salaria davanti al palazzo in cui abitava Massimo D'Antona. Lo rivela lo stesso testimone che nel mese di aprile del 1999 ha visto le persone che con tutta probabilita' stavano preparando l'attentato. "Quel furgone, che aveva due cristalli posteriori, l'avevo notato di sera, quando portavo il cane a fare un giretto, al ritorno dal lavoro", spiega. "Dietro - aggiunge - era tutto verniciato di bianco e solo in basso a destra, su uno dei due cristalli, era rimasto uno spazio non dipinto. C'era pure un pezzo di scotch. Ho guardato dentro, ma non si vedeva niente". Il testimone racconta che non fu l'unico a notare quel furgone e che altre persone nel quartiere "ci avevano prestato attenzione. In particolare una signora, una conoscente di mia moglie che abita proprio li' vicino, l'ha notato e ne abbiamo pure parlato". E conclude: "Quindici giorni prima dell'omicidio di D'Antona, lo ricordo bene, il furgoncino era sparito".

19 maggio - Davanti al carcere di Rebibbia, un centinaio di militanti di Iniziativa Comunista, il giorno dopo la decisione del Tribunale del riesame che ha rimesso in liberta' tre delle persone arrestate, fanno una raccolta di firme, "una petizione popolare", per la liberta' dei "compagni ingiustamente arrestati" con l'accusa di essere terroristi.

19 maggio - L' Ansa scrive:
Del suo ultimo libro parla, e volentieri, ma non di politica e tantomeno del nuovo terrorismo. Renato Curcio, ex capo storico delle Br, oggi ricercatore, respinge l' 'attacco' dei giornalisti, a Milano, poco prima di presentare il suo volume: "Ho le mie opinioni, come qualsiasi cittadino. Ma sono irrilevanti". "Faccio il ricercatore a tempo pieno - aggiunge -. Lavoro in una cooperativa di 300 soci". E la politica? E il travaglio della sinistra? Non se ne occupa? "Mi tengo informato, ma da privato cittadino". Sul suo libro, 'Nella citta' di Erech', scritto con Nicola Valentino ed edito da 'Sensibili alle foglie', entra nei particolari. In un primo volume ('Il bosco di Bistorco', stesso editore, "10mila copie vendute") Curcio trattava, spiega, "i dispositivi di reclusione, dal carcere ai manicomi ai campi di concentramento, e le risorse che i detenuti mettono in atto per affrontare le difficolta' e la sofferenza". Nel libro presentato oggi, il pensiero si allarga ad altri "territori", alle "relazioni difficili in famiglia, negli ospedali, nelle scuole, relazioni frutto talvolta del riprodursi di dispositivi tipici dell' istituzione carceraria", di un carcere, in sostanza, che si trova anche fuori dalle sbarre. E relazioni che avvengono in un periodo di "grandi scelte e trasformazioni", in un'era in cui, conclude, "il neoliberismo si traduce in incertezze: nella precarizzazione del mondo del lavoro, nell' esclusione di intere fasce sociali".

19 maggio - Il settimanale tedesco "Der Spiegel" scrive che in Germania una nuova organizzazine terroristica sarebbe stata creata da vecchi militanti della Raf. Secondo il settimanale la nuova formazione eversiva si servirebbe dell'apparato logistico della vecchia Raf, che annuncio' l'autoscioglimento nel 1998. A sua disposizione sarebbe fra l'altro anche un deposito di armi e munizioni che gli inquirenti non sono mai risuciti a individuare. Il nuovo gruppo terroristico sarebbe stato costituito "al piu' tardi nell'aprile 1999", e avrebbe messo in atto gia' "almeno un colpo", un assalto a un furgone portavalori nel luglio '99 a Duisburg (ovest) che avrebbe fruttato un bottino di un milione di marchi (un miliardo di lire). Tra gli aderenti alla nuova organizzazione, sempre secondo 'Spiegel', vi sarebbero Daniela Klette e Ernst Volker Staub, entrambi ex membri della vecchia Raf.

20 maggio - La corona del Comune, un mazzo di fiori dei sindacati, il discorso di Walter Veltroni e Sergio Cofferati, un minuto di silenzio sotto una pioggerella veloce: cosi' e' stato commemorato Massimo D' Antona a due anni dall' omicidio in via Salaria. "Avevamo deciso di fare una cosa informale, come voleva Olga D' Antona - ha detto Veltroni sotto la lapide che ricorda il professore - sono passati due anni e sono successe tante cose, sono stati anni difficili e duri che ci hanno lasciato il ricordo di una persona importante per il Paese, la democrazia, per la sinistra e i sindacati". E ha continuato: "D' Antona e' il simbolo dell' Italia che ha capacita' e impegno civile contro cui si accanisce il terrorismo, era gia' successo con Bachelet, Ruffilli e Tarantelli. D' Antona non cercava il potere ma voleva rendersi utile". Il candidato a sindaco di Roma dell'Ulivo ha ricordato che la vita del professore e' sempre stata legata alle battaglie sindacali: "Oggi abbiamo il dovere di ricordare che l' azione terroristica e' senza responsabili. Tutto quello che e' avvenuto dopo - i volantini e gli attentati alle cose - richiamano tutti all' unita'. Quando la democrazia subisce attentati bisogna essere uniti". Prima dell' arrivo di Veltroni e di Olga D' Antona, che ha preferito rimanere in silenzio, hanno preso parte alla commemorazione oltre a Cofferati, Luigi Angeletti della Uil e Pierpaolo Baretta della Cisl, Giorgio Benvenuti e Bruno Trentin. Tra le decine di persone che hanno preso parte alla commemorazione c' erano anche alcuni rappresentanti della lista Di Pietro con le bandiere, l' Unione Studenti, un giudice del Tribunale di Roma presente solo come privato cittadino e gli avvocati della famiglia D' Antona. Tra gli altri anche Tana De Zulueta che ha detto ai cronisti: "Non si e' ancora capito che cosa sia successo veramente, quel che e' certo e' che esistono ancora in Italia persone che pensano di fare politica uccidendo".

20 maggio - "Il Corriere della sera"
L'ex capo Br presenta un libro sul carcere e denuncia i problemi del "minorile"
Curcio: al Beccaria finiscono solo gli immigrati
"Non parlo di politica... Certo, quel che succede a sinistra lo seguo sui giornali. Ma le mie opinioni sono irrilevanti. E non voglio sovrapporre al dibattito politico la mia identità di un'altra epoca...". Il segno di quest'altra epoca è un Renato Curcio sbarbato e ingrassato che, accomodato su una poltroncina della Casa della cultura, alle cinque del pomeriggio aspetta il pubblico sotto la grande foto di un oratore che l'ha preceduto qualche tempo fa: Indro Montanelli. Il padre storico delle Br ha scritto un libro, il quinto, titolo "Nella città di Erech" (Erech è una delle prime città fortificate della Mesopotamia, simbolo del muro che divide chi è dentro da chi è fuori), e non accetta di rispondere sul "ritorno del terrorismo" o sull'era Berlusconi. Già nel risvolto di copertina, del resto, si limita a due righe di autopresentazione: "Renato Curcio, ricercatore sugli stati modificati di coscienza".  "Stati" che poi sono i suoi: "Questo libro l'ho pensato 15 anni fa in carcere - racconta a una platea d'una ventina di persone -, quando mi capitò per le mani una rivista che parlava del deterioramento mentale fra i reclusi. Si citavano alcune ricerche e si spiegava che le persone subiscono un deterioramento irreversibile dopo dieci anni di galera. Siccome ne avevo fatto qualcuno di più, cominciai a preoccuparmi...". Da allora, l'ex brigatista s'è trasformato in "osservatore partecipante" del mondo carcerario, ha studiato decine di testi e di casi, elaborato teorie, "un po' come Bruno Bettelheim nei lager". Uscito nel '93, aperta la cooperativa "Sensibili alle foglie", Curcio non ha smesso di scavare nel "malessere d'ogni individuo a contatto con istituzioni ordinarie come la famiglia, l'ospedale, la scuola". Un mondo trascurato, dice. E che alla fine, anche a lui, consente di parlare di politica. I manicomi giudiziari da qualche mese si sovraffollano nel disinteresse generale, denuncia, e "le carceri minorili, per esempio a Milano, a parte qualche "transito" per casi clamorosi di cronaca, sono riservate agli "altri": i ragazzini italiani non ci vanno più, la popolazione è fatta solo di stranieri. Per gli italiani, si trovano sempre situazioni più protette, come le case alloggio".
F. Ba.

20 maggio - "Il Messaggero"
DUE ANNI FA IL DELITTO
D'Antona, un testimone: "Vidi il gruppo di fuoco"
ROMA - A due anni dall'omicidio D'Antona, avvenuto il 20 maggio '99 a via Salaria, un testimone ricorda nuovi particolari su tre gruppi di persone che circolavano in zona e lo avevano insospettito nel mese precedente il delitto. Forse i componenti del commando br che stavano preparando l'attentato. Poi l'uomo racconta di un furgone bianco, diverso dai due usati il giorno dell'omicidio, rimasto parcheggiato per quasi un mese in via Salaria, proprio davanti al palazzo in cui abitava il professore. Ieri l'uomo ha svelato questi nuovi particolari all'Ansa. E alla Digos stanno valutando se risentirlo nelle prossime ore. Si tratta infatti di una delle oltre 300 persone interrogate dopo l'attentato: proprietari delle auto parcheggiate in zona, titolari di negozi, residenti.Il testimone abita da 35 anni a pochi metri dalla casa del professore. Per tre volte, tra il primo e il 25 aprile '99, era rimasto incuriosito da tre persone: "Quelle scene - racconta - le ho stampate in testa: la donna in mezzo ai due uomini, che camminavano per via Adda, arrivavano all'angolo con via Salaria e si fermavano dove hanno ammazzato D'Antona. Lei era molto robusta, i capelli chiari. Alla sua sinistra quello più basso, con il viso largo, i capelli scuri, una barbona. Sulla destra camminava quello più alto, con i baffetti. Tutti e tre indossavano tute, con le maniche lunghe nonostante facesse caldo. Li ho guardati bene, ma quando mi hanno visto si sono girati. Tutte le volte, quando ero già passato, la donna si è voltata, piegandosi per guardare la targa della mia auto, che è scura e direi della stessa marca di quella di D'Antona". Il testimone si rammarica di avere detto alla Digos che i tre potevano avere una trentina d'anni: "Poi ci ho ripensato, i due uomini erano sicuramente sui 40, mentre la donna dai 35 in su. Per due o tre volte ho notato altri due uomini, uno a via Ofanto e uno a via Basento. Uno di loro l'ho visto anche più volte fermo a pochi passi dalla casa di D'Antona. Altre cinque o sei persone stavano invece proprio davanti al civico 126 di via Salaria, il palazzo del professore". Il testimone racconta poi del furgone: "Dietro era tutto verniciato di bianco. Solo in basso a destra, su uno dei due cristalli posteriori, era rimasto uno spazio non dipinto". Oggi alle 12, sul luogo dell'attentato, verrà ricordato il professore per iniziativa della moglie Olga, neodeputata dell'Ulivo.

23 maggio - Paolo Guzzanti, vicedirettore del Giornale ora eletto senatore con la Casa delle Liberta', a proposito della commissione stragi, dice che il suo compito dovra' essere un'operazione di microchirurgia ricostruttiva della storia d'Italia mancante, un organismo che, probabilmente nelle vesti di osservatorio permanente, dovra' riscrivere daccapo la storia d'Italia a cominciare "dal caso Mitrokhin e da Tangentopoli". Quelle che Guzzanti definisce "pagine chiave" della storia italiana dal dopoguerra ad oggi. "Ho seguito come giornalista d'inchiesta, praticamente isolato, l'intera vicenda Mitrokhin - spiega Guzzanti - e spero di riuscire ora a trasferire questo bagaglio di esperienza anche nella mia futura attivita' di parlamentare. Si tratta di un caso che non e' tanto importante per la storia che racconta delle spie che vivevano in Italia, quanto per quella di un sistema di comunicazione e manipolazione guidato dall'Unione sovietica che ha modificato di fatto il corso degli eventi italiani". Del resto, sottolinea, "per capire cosa accadde in quegli anni basta pensare alla storia di 'Paese Sera' che di fatto fu quella di un complicato intreccio di finanziamenti occulti da parte del Kgb". "E anche Tangentopoli - osserva il neo senatore - non e' solo una storia di semplici ruberie. E' qualcosa di piu'. Trovo infinitamente piu' grave che si sia rubato per finanziare un partito piuttosto che per se stessi. Destinare in quel modo soldi ad una forza politica significa infatti aver alterato di fatto il gioco elettorale, la propaganda e la democrazia". Ma per Guzzanti il fronte su cui si dovra' riprendere ad indagare "e' ovviamente piu' grande". "Sono molti i tasselli che si devono ritrovare - afferma - e rappezzare la memoria storica mancante non sara' semplice". "Basta leggere comunque il libro di Giovanni Pellegrino - dichiara ancora - per capire cosa si deve fare. Lui infatti, tra contorcimenti enormi, visto che e' una persona onesta, ma impastoiata nelle vicende di partito, indica le strade da percorrere". "Quello che e' certo per ora - prosegue - e' che indagini 'bipartisan' in Italia non ce ne sono state. Si e' sempre seguita la pista della Cia come unica responsabile di eventuali strategie occulte e non mi sembra che questo abbia portato a grandi scoperte, che ci siano stati grandi risultati. Evidentemente si dovra' cominciare ad indagare anche su altri fronti...". E su questo la commissione Stragi ("che potrebbe anche chiamarsi commissione Mitrokhin...") puo' avere un ruolo "molto importante" visto che, spiega Guzzanti, "spesso e' sulle sue relazioni" che poi "si scrivono i libri di testo...". "Insomma - prosegue - lei vuole sapere se siamo revisionisti? Beh, si'. Perche' la storia si aggiorna di continuo. Non certo nel senso di quelli che sono arrivati a negare addirittura la Shoa. Quelli sono piuttosto dei criminali. Ma il buon revisionista a mio avviso e' colui che si rimbocca le maniche e comincia a studiare i vari documenti che vengono scoperti o ritrovati. Ed e' questo quello che vogliamo fare". Ma qualcuno le ha gia' proposto di presiedere la nuova commissione? "Guardi - risponde Guzzanti - non ne so niente. Ripeto: ho fatto un lavoro da giornalista su tutto questo che potrei proseguire anche da parlamentare. Ma non so niente di eventuali decisioni in proposito".

23 maggio - Franco Gennaro, uno degli otto presunti fiancheggiatori delle Brigate Rosse arrestati nell' operazione dei Ros lo scorso 3 maggio, ha chiesto al pool antiterrorismo della Procura di Roma di essere ascoltato nuovamente. Lo ha riferito il suo avvocato, Renato Ragozzino, sostenendo che Gennaro, arrestato a Milano con Luca Ricaldone, ha chiesto di poter incontrare i pubblici ministeri per fornire ulteriori chiarimenti sugli episodi che gli sono stati contestati nel corso del primo interrogatorio a Regina Coeli. Gennaro, che e' attualmente detenuto in regime di isolamento nel carcere romano, non ha ancora presentato ricorso al tribunale del riesame, come invece hanno gia' fatto gli altri sette imputati, tre dei quali scarcerati. La decisione, ha spiegato ancora Ragozzino, e' di natura tecnica, in quanto non gli e' stata ancora notificata l' ordinanza di custodia cautelare (quindi, ha ancora tempo per l' eventuale ricorso), e di natura 'tattica'. Gennaro, infatti, preferisce attendere le motivazioni che il tribunale del riesame depositera' sui ricorsi presentati dagli altri sette arrestati. In alternativa al riesame, Gennaro potrebbe chiedere al Gip, dopo il nuovo interrogatorio, di modificare la misura cautelare.

24 maggio - Dichiararono, dal carcere in cui erano rinchiusi, il loro pieno sostegno all' omicidio di Massimo D' Antona e per questo quattro irriducibili brigatisti detenuti compaiono in tribunale, a Torino, per rispondere di apologia di reato. Il processo, celebrato in un' aula di Palazzo di Giustizia "blindato" dai carabinieri, si e' concluso con una sola condanna: il giudice Angelo Barbieri ha inflitto un anno e due mesi di reclusione ad Ario Pizzarelli, assolvendo Francesco Aiosa, Cesare Di Lenardo, Stefano Minguzzi, e anche un quinto personaggio, Daniele Bencini, che non era presente in aula e che, come ha sottolineato il suo avvocato, "da tempo ha intrapreso un cammino che lo sta portando a distaccarsi dal suo passato". Una sola condanna, dunque, ma che conferma - spiegano in Procura - l' impostazione accusatoria del pm Onelio Dodero: inneggiare al delitto D' Antona vuor dire fare apologia di reato, e se Pizzarelli e' l' unico colpevole e' perche' e' stato l' unico (accadde il 25 novembre 2000) a leggere pubblicamente in tribunale, nel corso di un altro processo, un documento di appoggio all' omicidio. I quattro imputati (Bencini, quasi a rimarcare la sua presa di posizione, non era presente) lo hanno fatto anche oggi. Avevano preparato un volantino, ma la polizia penitenziaria glielo ha sequestrato prima che cominciasse l' udienza. Allora Pizzarelli (con una condotta che quasi certamente gli costera' un nuovo processo) ha preso la parola, e, parlando a nome dei compagni sotto gli occhi di un piccolo gruppo di amici e parenti assiepati nella tribunetta del pubblico e attentamente sorvegliati dalle forze dell' ordine, ha definito se stesso e gli altri componenti del quartetto "prigionieri politici" e "militanti nelle Brigate Rosse per la costituzione del Partito Comunista Combattente". Poi ha ribadito "la valenza politica dell' azione del 20 maggio 1999 contro D' Antona", affermando che si tratta di un "salto di qualita"' e di un "primo inizio del rilancio del processo rivoluzionario". Non e' mancato un riferimento all' Intifada, alla "Resistenza popolare palestinese", ai "compagni caduti nelle galere del regime turco". Ma la conclusione e' stata: "Meglio di noi parla la guerriglia in attivita'". Gli investigatori e gli esperti dell' anti-terrorismo stanno giudicando con grande attenzione le ripetute prese di posizione dei quattro brigatisti, cercando di capire se abbiano avuto contatti diretti con gli autori dell' omicidio D' Antona o se si tratti solo di solidarieta' ideologica. Pizzarelli, 47 anni, e' stato arrestato nel 1993 nell' inchiesta sull' attentato di Aviano come il quarantaduenne Francesco Aiosa. Minguzzi, 49 anni, sconta il carcere a vita per l' omicidio del senatore Roberto Ruffilli. Di Lenardo, 41 anni, e' stato condannato per il sequestro del generale James Lee Dozier e per le attivita' della colonna veneta delle Br. Bencini, 37 anni, l' unico a non avere mai detto di far parte delle Br (si defini' semplicemente "militante rivoluzionario") ha un fine pena previsto nel settembre 2001.

25 maggio - Aldo Grandi, presenta il suo libro "Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario", edito da Baldini e Castoldi, a Roma alla Biblioteca di Storia Moderna (via Caetani), con lo storico Nicola Tranfaglia, il giornalista Alessandro Curzi, e Gian Paolo Pellizzaro, che nella sua attivita' di consulente della Commissione parlamentare sulle stragi ha acquisito ulteriori inediti elementi. Accanto al libro su Feltrinelli, l'autore presenta anche la sua biografia di Ruggero Zangrandi, "Fuori dal coro", della quale a giorni uscira' l'edizione economica (Baldini e Castoldi editore): un accostamento fra l'editore di ultrasinistra e l'intellettuale antifascista opinabile, ma giustificato dal "filo rosso della contestazione", che - spiega Grandi - lega i due personaggi. Ancora Grandi, nonostante un successo di vendita del suo libro, denuncia un boicottaggio delle librerie Feltrinelli, che avrebbero sacrificato il suo lavoro per favorire quello scritto dal figlio Carlo Feltrinelli: un'opera non di ricerca storica, ma di raccolta di ricordi familiari. Anche questo elemento, secondo Grandi, rientra in una scia di equivoci piu' o meno interessati che hanno accompagnato in questi trenta anni la vicenda Feltrinelli. Ma, quando l'editore salto' in aria accanto ad un traliccio dell'alta tensione a Segrate, ucciso dall'esplosivo che lui stesso stava sistemando, non era affatto una vittima. Era un uomo "consapevole e cosciente della necessita' e della volonta' di instaurare una lotta armata e insurrezionale in Italia". Non fu un burattino, perche' i suoi referenti (Lotta Continua, Potere Operaio, Brigate Rosse e altri ancora) non erano in cerca di padri o di burattinai da cui farsi manovrare. Avrebbe invece voluto essere il generale di quell'improbabile esercito che esisteva solamente nella sua fantasia, come gli rimproverarono alcuni compagni. Ma non ci riusci'. Riusci' pero' ad essere il primo teorico e finanziatore della lotta armata in Italia, ben prima della terribile escalation delle Brigate rosse e dell'assassinio di Aldo Moro.

25 maggio - Si aprono con il riferimento all' omicidio di Massimo D' Antona, avvenuto il 20 maggio del 1999 a Roma, le motivazioni del tribunale del riesame sulla istanza di scarcerazione dei presunti fiancheggiatori delle Br. Un dato significativo, questo, poiche' la stessa procura in un comunicato nelle scorse settimane aveva tenuto a sottolineare che l' arresto degli otto presunti appartanenti a Iniziativa comunista non era collegato con l' omicidio D' Antona. I giudici del tribunale del riesame, Giancarlo Millo, Francesco Taurisano, Renato Preziosi, scrivono che nella rivendicazione dell'attentato a D'Antona "veniva indicato l'obiettivo delle Br-Pcc di costituire un fronte combattente antimperialista per riproporre la lotta armata contro lo Stato al fine di conseguire l'affermazione degli interessi della classe proletaria". Secondo i giudici il documento "si rivolgeva ai gruppi che si riconoscevano in tale programma ideologico sollecitandone l'adesione nel rispetto del ruolo centrale ed organizzativo spettante alle Br-Pcc. Naturalmente, per poter entrare nell' organizzazione principale, i gruppi dovevano dimostrare di avere le caratteristiche idonee, tra cui, fondamentale, la struttura clandestina". Sulla base di questo documento, le indagini di polizia e carabinieri si sono focalizzate su una associazione politica denominata "Iniziativa Comunista", "costituita nel febbraio 1995 da fuoriusciti di Rifondazione Comunista e della quale fanno parte tutti gli indagati sottoposti a misura custodiale in carcere". All'interno del gruppo - scrive il tribunale del riesame - esiste "una struttura ristretta denominata Commissione o CC (Commissione Congressuale, come ha spiegato Barbara Battista nell'interrogatorio del 7 maggio 2001) che ha poteri decisionali e comunque quei connotati indispensabili per entrare nella organizzazione centrale delle Br-Pcc". "Se si riconosce l' esistenza di una associazione sovversiva e il fine di entrare in rapporto diretto con le nuove Brigate rosse per il conseguimento degli scopi propri di esse attraverso la lotta armata allo Stato, non e' necessario aggiungere altro in ordine al pericolo di reiterazione dell' attivita' criminosa e, in particolare, di commissione di gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale". E', questo, uno dei passaggi significativi della motivazione del provvedimento preso dal tribunale del riesame di Roma in relazione alle istanze di scarcerazione presentate dai difensori di sette degli arrestati perche' ritenuti fiancheggiatori delle Br. Stando a quanto scrive il tribunale del Riesame, "il reato di associazione sovversiva, in quanto fattispecie delittuosa di pericolo presunto che prescinde dalla commissione di reati specifici, va dedotto dalla lettura unitaria degli elementi emersi nel corso delle indagini riferibili ai singoli soggetti, ma estensibili a tutti i consociati che fanno parte di un unico gruppo". I giudici, in questo modo, sposano la tesi dei pm secondo i quali e' da evitare "l'errore di parcellizzare l' esame di essi tralasciando lo scenario di carattere generale nel quale devono collocarsi". Per questo motivo il tribunale non ha condiviso l' eccezione sollevata dalla difesa degli indagati sulla nullita' dell' ordinanza impugnata per carenza di motivazioni "essendosi il gip limitato a trascrivere brani delle informative dei carabinieri senza operare su di esse al convaglio critico". Al contrario - scrive il tribunale del Riesame - "il gip, pur riportandosi a fatti e valutazioni prospettati dagli investigatori, ha evidenziato quelle circostanze e quegli episodi ritenuti maggiormente significativi per giustificare la misura cautelare". Infatti "le condotte degli indagati vengono valutate come incompatibili con quelle di una normale associazione politica e, piuttosto, sintomatiche di una struttura clandestina. Il contenuto dei colloqui tra i singoli indagati sono rappresentativi di una totale adesione ideologica alla necessita' di costituire un Fronte Combattente Antimperialista". Nelle sette pagine di motivazioni, i giudici del tribunale del riesame sottolineano una serie di comportamenti degli indagati, gia' evidenziati nell' ordinanza di custodia cautelare del gip Lupacchini, che possono essere considerati "incompatibili" con la normale attivita' di un privato gruppo politico e, piuttosto, simili a quelli di una associazione clandestina. Tra questi comportamenti i giudici evidenziano, ad esempio, i contatti "con altre associazioni politiche estere, in particolare albanesi e russe, tra le quali quella facente capo a Victor Ivanovich Ampilov (leader del Partito dei lavoratori russi) per il quale era fondamentale la costituzione di cellule in ogni angolo dell' ex Urss con il compito di diffondere l' esigenza di unita' e di lotta tra tutti gli operai nelle imprese, nelle cooperative di lavoro, nelle sezioni dell' esercito". In questa ottica significativa appare, per i giudici, l' adesione del gruppo ristretto di Iniziativa comunista ad un campo di addestramento da tenersi ad agosto sulle coste del Mar Nero. "Di rilevante interesse" e' anche l' incontro del 19 maggio 2000 a Milano tra Luca Ricaldone e il Br latitante Nicola Bortone. Nel momento in cui Ricaldone e' stato chiamato a dare spiegazioni su tale incontro ha fornito, scrivono i giudici, "giustificazioni" assolutamente inaccettabili. Secondo i giudici inoltre il gruppo ristretto di Iniziativa comunista entrava in contatto con un altro brigatista irriducibile, Franco Marini, che il 15 giugno del '99, nel corso di una udienza davanti al pretore di Trani, aveva consegnato un documento di adesione al delitto D' Antona. Lo stesso Marini, scarcerato per fine pena, "partecipava nel luglio 2000 ad una festa popolare organizzata dal gruppo ristretto e tale circostanza veniva apprezzata dal gip come un contatto delle Br-pcc con Iniziativa comunista". Il riesame ha ritenuto anche corretta la valutazione che il Gip ha fatto del "maniacale controllo della sicurezza interna" del gruppo che si evince dalle due inchieste decise da Norberto Natali nei confronti di Cesare Rossi (sospettato dal gruppo di essere un informatore della polizia) e di Barbara Battista. Le condotte degli indagati quindi - concludono i giudici - correttamente vengono valutate come incompatibili con quelle di una normale associazione politica e piuttosto sintomatiche di una struttura clandestina. Il Tribunale del Riesame, in relazione alla scarcerazione di tre degli otto arrestati, specifica di condividere solo parzialmente le conclusioni del Gip Otello Lupacchini. Raffaele Palermo sembra essere l'uomo di fiducia di Norberto Natali, scrivono i giudici, con il quale spesso si accompagna e svolge un ruolo operativo piu' che organizzativo all'interno dell' associazione, come dimostrano le conversazioni intercettate all' interno della vettura. In particolare, su una delle frasi intercettate ("se devo accoppa' di nuovo qualcuno non lo faccio per una donna", dice Palermo) i giudici chiedono un approfondimento di indagine. Anche il ruolo di Stefano De Francesco e' "prevalentemente esecutivo" e quello di Sabrina Natali, sorella di Norberto e convivente di De Francesco, appare sfumato "in quanto, pur facendo parte e vivendo le esperienze della struttura associativa, non sembra avere un ruolo direttivo in seno ad essa". Nella richiesta di applicazione della misura di custodia cautelare, i pm riportavano una intercettazione ambientale di una conversazione tra Maria Cristina Benvenuti e Leone Di Girolami durante la quale, facendo riferimento alla Natali, alludevano in maniera non esplicita alla sua partecipazione all' omicidio di un compagno, da individuarsi - ad avviso dei pubblici ministeri - nel prof. Massimo D' Antona. Per i giudici del tribunale del Riesame "si tratta di una ipotesi investigativa che non puo' valere a supportare l' ipotesi accusatoria per associazione sovversiva cosi' come e' stata contestata". Secondo il tribunale, la scarcerazione di Palermo, De Francesco e Natali va spiegata con la contestazione della meno grave ipotesi di partecipazione prevista dal terzo comma dell' art. 270 relativo all' associazione sovversiva, cioe' che parla del ruolo partecipativo differenziandolo da quello organizzativo". Per i giudici, stando a quanto si legge nelle motivazioni, appare decisivo il sequestro dei documenti nelle abitazioni di Barbara Battista e Rita Casillo. In particolare, la risoluzione strategica, datata aprile 1999 trovata a casa della Battista che inizia con questa frase: "I compagni e le compagne che propongono questo documento di dibattito fanno parte della cellula per la costituzione del Partito Comunista Combattente e hanno prodotto e sviluppato le proprie tesi attraverso la rivista 'Per il Partito'". I giudici sottolineano che la Battista, interrogata proprio su questo "imbarazzante documento", ha parlato molto, ma "secondo un copione abituale che si rinviene negli interrogatori degli indagati, non ha risposto alla contestazione precisa". Inizialmente, l'indagata ha detto di averlo trovato in macchina e di averlo portato a casa; successivamente ha detto invece che il documento era stato recapitato a lei e agli altri indagati mentre erano in vacanza in Val D'Aosta. Una versione che e' stata in seguito confermata da Luca Ricaldone e Norberto Natali e tuttavia, sostengono i giudici, nessuno di loro ha spiegato la provenienza del documento che "per il suo contenuto rappresenta un indiscutibile punto di saldatura tra gli indagati e le Br-Pcc". Per quanto riguarda Rita Casillo nel corso della perquisizione in casa sua e' stata trovata una agenda con appunti relativi a un archivio di Iniziativa Comunista fondato su tre livelli, tra cui uno clandestino. Per i giudici l'assenza di spiegazioni nell' indagata "conferma la natura della struttura e le finalita' perseguite". Per la Procura di Roma le motivazioni dell' ordinanza del Tribunale del riesame "confermano sostanzialmente l'impianto accusatorio" nei confronti degli otto arrestati perche' ritenuti fiancheggiatori delle Br. In particolare, e' uno dei brani firmati dal collegio di giudici a confortare il pool antiterrorismo e riguarda proprio la scarcerazione di Sabrina Natali, Raffaele Palermo e Stefano De Francesco. Per loro non e' caduta la contestazione dell' articolo 270, l'associazione sovversiva, ma e' stata solo configurata una fattispecie meno grave: ossia la partecipazione e non l'organizzazione e la direzione della stessa associazione. Per la procura, quindi, non si e' trattato di una "scarcerazione piena" e quindi di una sconfessione dell' inchiesta, bensi' di una diversa valutazione dei ruoli avuti dagli otto arrestati. Secondo gli avvocati dei presunti fiancheggiatori delle Br, il tribunale del riesame, motivando l'ordinanza di scarcerazione per tre degli otto arrestati e confermando la misura di custodia cautelare per altri quattro (Gennaro non ha presentato ricorso) ha ripreso in pieno la linea di pm e del Gip. "Si tratta soltanto di sospetti - ha detto Giovanna Lombardi, che assiste Stefano De Francesco - sono sempre convinta che non ci sono indizi per configurare il reato di associazione sovversiva. Attendiamo comunque i risultati delle indagini, ma hanno in mano soltanto sospetti". Secondo Luigi Saraceni, che difende Raffaele Palermo (e Luca Ricaldone) "il tribunale del riesame, come la procura, ha ritenuto che queste persone abbiano costituito una societa' occulta per entrare nelle Brigate Rosse. Tutto cio' e' assurdo perche' i membri di Iniziativa Comunista hanno sempre agito alla luce del sole e non sono mai voluti entrare nelle Br, nei confronti delle quali si sono sempre posti in posizione di assoluta condanna". Simonetta Crisci, che assiste i due fratelli Natali, Sabrina e Norberto, sostiene invece che i giudici "non abbiano letto attentamente tutti gli atti, limitandosi all'ordinanza di custodia cautelare e a qualche interrogatorio". "Altrimenti - spiega - non avrebbero scritto nelle motivazioni tante inesattezze". I legali hanno gia' annunciato il ricorso in Cassazione.

30 maggio - Enzo Bianco traccia un bilancio positivo dei suoi 18 mesi da ministro dell'Interno, anche se, dice in uno spazio a lui dedicato nel 'Costanzo show' "molti problemi restano aperti" e il piu' pesante, "quello che -afferma - mi provoca dolore, e' il non essere riusciti a catturare gli assassini di Massimo D'antona". Una sconfitta che, si vede, brucia ("D'Antona - ricorda - era un mio amico") e che l'ex sindaco di Catania racconta mettendo da parte per un momento la sua ostentata sicurezza che l'ha aiutato ad uscire dai tanti momenti tumultuosi che hanno caratterizzato il suo mandato. Polemiche e richieste di dimissioni sono fioccate dalla fuga di notizie proprio sul caso D'Antona fino alle code interminabili ai seggi per la tornata elettorale del 13 maggio.

30 maggio - La provenienza del documento trovato nell' abitazione della militante di Iniziativa Comunista Barbara Battista contenente riferimenti alla lotta armata e' stato al centro di un confronto tenutosi fino a tarda sera nel carcere di Regina Coeli tra Norberto Natali, ritenuto il leader della rete di presunti fiancheggiatori Br, e Luca Ricaldone. Il pm Pietro Saviotti aveva deciso di risentirli, e quindi di metterli faccia a faccia, per approfondire le modalita' di acquisizione di quei fogli di carta datati aprile '99 e ritenuti "per il contenuto - come indicato anche dal gip Otello Lupacchini - un indiscutibile punto di saldatura tra gli indagati e le Br-Pcc". Sia Natali sia Ricaldone, a quanto si e' appreso, hanno ribadito quanto gia' sostenuto nel primo interrogatorio. Ricaldone, in particolare, ha affermato che il documento fu consegnato a lui, Natali e Battista, da esponenti di Linearossa, organizzazione ramificata in Versilia, durante una vacanza in Val D'Aosta. Natali, stando alle indiscrezioni, ha invece ritenuto di escludere tale circostanza ribadendo che quel documento possa essere al gruppo arrivato per posta.

31 maggio - Nuova presentazione del libro "Il delitto D'Antona" di Daniele Biacchessi, a Milano. La tesi di Biacchessi e' che l'omicidio D'Antona e' la dimostrazione che la Brigate rosse in Italia non sono mai morte. Biachessi, che ha alle spalle numerosi libri sul terrorismo, ha anche messo a confronto la rivendicazione dell'omicidio D'Antona con quella che le Br fecero trovare dopo l'omicidio di Ruffilli, trovando interi passi identici. Non ci sono, quindi, per Biacchessi, le nuove Br bensi' un gruppo di persone organizzate da qualche vecchio brigatista. Alla presentazione del libro ha partecipato anche il giudice Guido Salvini che ha ricordato come in passato i gruppi terroristici, almeno nei primi tempi, erano riusciti ad avere anche un certo consenso: "Credo - ha detto Salvini - che anche a livello giornalistico sia importante parlare di questo fenomeno con molta attenzione. Il terrorismo si alimenta anche grazie alla propaganda".

31 maggio - Giorgio Panizzari era capace di intendere e di volere quando compi', il 12 dicembre scorso, una rapina in banca a Todi finita con una violenta sparatoria ed il successivo arresto dell' ex nappista e di Giorgio Vigano'. Lo ha stabilito la perizia psichiatrica disposta dal gip del tribunale di Perugia Paolo Micheli nell' ambito del processo con il rito abbreviato in corso davanti allo stesso giudice. L' esame e' stato chiesto dai difensori di Panizzari, gli avvocati Egidia Guarducci e Tommaso Mancini. Il loro assistito ha infatti sempre sostenuto di essere stato incapace di intendere e di volere al momento del colpo a Todi perche' sotto l' effetto della cocaina. L' udienza e' stata quindi rinviata al 13 giugno prossimo per un contraddittorio tra i periti del gip e quelli nominati dai difensori dell' ex nappista. Una linea difensiva analoga e' stata adottata anche da Vigano', difeso dagli avvocati Antonio Raffaele Greco e Daniela Paccoi, i quali non avevano comunque chiesto la perizia psichiatrica. Panizzari e Vigano' hanno sempre sostenuto di avere compiuto la rapina con finalita' economiche personali e di avere sparato per garantirsi la fuga, ma non per uccidere.

1 giugno - Franco Gennaro, uno degli otto presunti fiancheggiatori delle Brigate Rosse arrestati lo scorso 3 maggio nell'operazione dei Ros dei Carabinieri, ha presentato al Gip del Tribunale di Roma Otello Lupacchini un'istanza di scarcerazione. Lo ha reso noto il suo difensore, Renato Ragozzino, che per due volte ha chiesto al pool antiterrorismo della procura di Roma un nuovo interrogatorio del suo assistito. La Procura tuttavia non ha ancora fissato la data e cosi' Gennaro si e' rivolto al Gip, al quale avevano presentato istanza, poi respinta, anche gli altri sette arrestati. Lupacchini ha tempo per decidere fino a venerdi' prossimo. Se l'istanza venisse respinta, Gennaro si rivolgera' al tribunale del riesame che ha gia' scarcerato Sabrina Natali, Stefano De Francesco, Raffaele Palermo mentre ha confermato la custodia cautelare in carcere per Luca Ricaldone, Norberto Natali, Barbara Battista e Rita Casillo.

1 giugno - Il Pm del tribunale dei minori di Roma Massimo Floquet ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Cristiano Maria Fioravanti, accusato dell' omicidio di Walter Rossi, il 17/enne di sinistra, ucciso il 30 settembre del 1977 a Roma. Il reato e' quello di omicidio aggravato. L' udienza preliminare e' stata fissata per l' 8 giugno davanti al Gup Spagnoletti. La riapertura del processo (gia' due volte c' era stata un' archiviazione) e' conseguenza di una denuncia presentata nel '97 dall' avvocato Paolo Angelo Sodani, che assiste l'associazione "Walter Rossi". A carico di Fioravanti, oltre agli elementi gia' conosciuti dal '77 ad oggi, ci sarebbero nuovi elementi raccolti dal Pm Floquet nel corso delle indagini scaturite dalla denuncia di Sodani e nuove testimonianze. Walter Rossi fu ucciso in via delle Medaglie d' Oro dopo alcuni scontri con un gruppo di fascisti tra cui c' era anche Fioravanti (fratello di Giusva, condannato per la strage alla stazione di Bologna). Lo stesso Fioravanti, all' epoca dei fatti minorenne (ed e' per questo che a giudicare sara' il tribunale dei minori) ha sempre ammesso di esser stato li' quella sera ma di essersi staccato dal gruppo di missini che attaccarono i giovani di sinistra prima che fosse ucciso Walter Rossi, colpito da una pallottola sparatagli alle spalle. Quel giorno in via delle Medaglie d' Oro, come ricorda l'avvocato, ci fu una vera e propria battaglia tra giovani di destra e di sinistra. Il gruppo di sinistra stava facendo volantinaggio per il quartiere, mentre i giovani di destra si radunarono nella sede locale dell' Msi, dopo un passaparola per il quartiere. Dopo alcune scaramucce, i giovani di destra caricarono quelli di sinistra anche sparando e nel fuggi fuggi una pallottola colpi' alle spalle Walter Rossi. Il colpo fuoriusci' dalla testa del giovane e colpi' anche un benzinaio che si trovava poco distante. Secondo l'avvocato Giampiero Mendola, che l'8 giugno prossimo difendera' Fioravanti, "non c'e' nessun nuovo elemento, ne' tantomeno nuove testimonianze nei confronti di Cristiano Maria Fioravanti, si tratta di una rilettura degli atti gia' conosciuti dal '77 ad oggi". "Il pubblico ministero - ha spiegato Mendola - ha fatto una rivisitazione dei fatti, dando una nuova chiave di lettura, ma non ci sono nuovi elementi ne' nuove testimonianze rispetto a quanto gia' si sapeva. Il pm ipotizza che vi possa essere da parte di Fioravanti un concorso morale e non materiale nell' omicidio perche' ha sempre ammesso di trovarsi li' quel pomeriggio di settembre". L'avvocato ha aggiunto che Fioravanti, che oggi ha 42 anni, e' rimasto sorpreso dalla richiesta di rinvio a giudizio. "Quando e' stato sentito qualche mese fa - ha detto il legale - credeva di dover fornire ulteriori chiarimenti, ma non si immaginava della richiesta del pm". "Fin dall' '81, quando inizio' a collaborare con la polizia, Fioravanti - ha spiegato l'avvocato - parlo' dell' omicidio di Walter Rossi e disse di aver partecipato alla manifestazione in via delle Medaglie d'Oro e che, per quanto ne sapeva lui, a sparare fu Alibrandi". Secondo l'avvocato fu lo stesso Alibrandi, morto circa sei mesi dopo il racconto di Fioravanti, a confessare al fratello di Giusva di aver sparato a Walter Rossi. "Quando un processo viene riaperto a distanza di 24 anni dal fatto - ha concluso Mendola - un processo che, inoltre, si e' gia' tentato di riaprire piu' volte, significa che qualcosa nel processo stesso non funziona e che gli elementi sono insufficienti e poco significativi". L'omicidio di Walter Rossi porto' all' arresto di una ventina di estremisti di destra, tra i quali Cristiano Fioravanti. Fioravanti, poi pentitosi, accuso' dell' omicidio il neofascista e amico del cuore Alessandro Alibrandi, figlio di un noto magistrato romano e rimasto ucciso nel dicembre dell'81 durante un conflitto a fuoco con la polizia. Fioravanti, che proprio per la sua condizione di pentito "fu rinnegato" dal fratello maggiore Giusva, dichiaro' di aver visto Alibrandi sparare contro il gruppo di cui faceva parte Rossi e che egli non era l'unico armato dei giovani neofascisti che parteciparono agli incidenti del 30 settembre del 1977. Fioravanti aggiunse che la pistola calibro nove fu affidata da Alibrandi ad un altro estremista di destra che la custodi' dopo l'uccisione.

4 giugno - L' avvocato Simonetta Crisci, uno dei legali di Natali, dopo la visita oculistica alla quale e' stato sottoposto l' indagato nel carcere di Regina Coeli, dichiara che "La visita oculistica ha confermato che le condizioni di salute di Norberto Natali, l' esponente di Iniziativa Comunista accusato di associazione sovversiva, non sono compatibili con il regime carcerario". "Secondo il mio consulente - ha aggiunto - Natali non ha alcuna facolta' di vista, vede solo un' ombra di luce". Crisci ricorda poi che un' Asl ha certificato l' invalidita' al 100 %, con accompagno, per il suo assistito. Domani Natali, che nel 1991 e' stato operato per un grave malattia, sara' sottoposto ad una tac per verificare lo stato del male. Intanto, cominciano ad essere depositati in Corte di Cassazione i ricorsi contro l' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti delle otto persone (tre delle quali gia' scarcerate) nell' ambito dell' inchiesta sulla presunta rete di fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Il primo e' stato quello preparato dall' avvocato Domenico Servello, difensore di Barbara Battista.

6 giugno - La corte d' assise d' appello di Firenze dichiara prescritto il reato di omicidio a carico dell' ex di Prima linea Vito Biancorosso, 43 anni, imputato per l' uccisione a Firenze, il 20 gennaio 1978, dell' agente di polizia Fausto Dionisi, ucciso da un commando di Prima linea durante un tentativo di evasione dal carcere delle Murate. A Biancorosso, come gia' accaduto in primo grado davanti al gup, e' stata riconosciuta la prevalenza delle attenuanti generiche, legate alla dissociazione dell' ex di Prima Linea, e alla sua confessione, avvenuta due anni fa. Biancorosso, che partecipo' all' azione di Prima linea senza sparare, chiese anche scusa alla vedova e alla figlia del poliziotto ucciso, costituitasi parte civile al processo con l' avvocato Giuseppe Cardillo. Alla famiglia, ha detto Cardillo, oggi sono stati anche offerti 100 milioni a titolo di risarcimento: somma che pero' e' stata rifiutata come gia' erano stati rifiutati 15 milioni offerti in precedenza. Cardillo, come il pg Gaetano Ruello e l' avvocato dello Stato, aveva chiesto ai giudici di secondo grado di considerare le attenuanti almeno equivalenti alle aggravanti, in modo da non far scattare la prescrizione, ricordando che nell' epoca in cui avvenne l' omicidio, "la morte veniva considerata un diversivo".

7 giugno - Una videocassetta con la registrazione di dichiarazioni di Valerio Fioravanti al processo d'appello per la strage di Bologna in cui afferma che a sparare a Walter Rossi il 30 settembre 1977 furono suo fratello Cristiano e Alessandro Alibrandi e tre testimoni oculari dell'omicidio. Sono i due elementi su cui punta l'associazione 'Walter Rossi' (che nel 1997 ha chiesto e ottenuto l'anno dopo la riapertura del processo dopo due archiviazioni) per far condannare Cristiano Fioravanti, 41 anni. In una conferenza stampa a Montecitorio, alla presenza di alcuni parlamentari, l'avvocato Paolo Sodani ha annunciato che chiedera' l'acquisizione della videocassetta ma c'e' il rischio che non sara' possibile se Fioravanti, sotto programma di protezione per pentiti da due decenni, secondo quanto ricordato da Paola Staccioli dell' associazione, chiedesse il giudizio abbreviato (cioe' il processo allo stato degli atti). Inoltre il legale teme che, se dovessero essere riconosciute le attenuanti generiche, il reato possa essere prescritto perche' decorso nel tempo. Nella dichiarazione di Valerio Fioravanti, riportata peraltro in un libro su Giusva Fioravanti e mai acquisita agli atti del processo (di cui alcuni passaggi sono stati mostrati in conferenza stampa), l'ex Nar afferma tra l'altro che a sparare a Walter Rossi furono suo fratello "Cristiano e Alessandro Alibrandi, che la pistola calibro 9 era una e se la passavano l' un l'altro e che e' finita che Cristiano e' riuscito ad attribuire il colpo mortale ad Alessandro, poi ucciso a sua volta e che il processo e' finito li'". Nonostante questo, ha rilevato l'avvocato, Cristiano Fioravanti e' stato condannato in primo grado solo per il possesso dell'arma mentre in II grado i giudici per i minorenni riconobbero l'eccezionale rilevanza del suo comportamento collaborativo, poiche' accuso' Alibrandi.

9 giugno - "La Stampa"
Il gip: non ha ucciso il militante di Lc Walter Rossi
Cristiano Fioravanti assolto dopo 24 anni
ROMA - Non è stato Cristiano Fioravanti a sparare il colpo di pistola che la sera del 30 settembre del '77 uccise Walter Rossi, il militante di Lotta Continua che faceva volantinaggio durante una manifestazione di Lc in viale delle Medaglie d'Oro. Lo ha deciso ieri il gip del tribunale dei minori di Roma, competente perché all'epoca dei fatti l'imputato - fratello del più noto Giusva, condannato a diversi ergastoli per omicidio e per la strage di Bologna - aveva soltanto diciassette anni. La decisione chiude definitivamente la vicenda, dopo due archiviazioni e quattro anni dopo la riapertura del processo, chiesta dall'"Associazione Walter Rossi". Cristiano Fioravanti, terrorista nero pentito, è stato assolto "per non aver commesso il fatto". L'accusa - forte delle dichiarazioni di tre testimoni oculari e di una videocassetta con una dichiarazione di Giusva Fioravanti - aveva chiesto il rinvio a giudizio per "concorso in omicidio volontario aggravato".
La morte di Walter Rossi portò all'arresto di una ventina di estremisti di destra. Fioravanti aveva accusato dell'omicidio il neofascista e amico del cuore Alessandro Alibrandi, figlio di un celebre magistrato romano e rimasto ucciso nel dicembre 1981 in un conflitto a fuoco con la polizia. "Siamo di fronte a una sentenza impensabile, incomprensibile e gravissima", ha commentato Paolo Sodani, il legale dell'Associazione che ieri ha atteso la decisione del gip con un sit-in davanti alla procura dei minori. Il giudice ha anche disposto la trasmissione degli atti alla procura, chiedendo un'indagine sul conto dei tre testimoni, accusati di "aver reso false dichiarazioni al pubblico ministero". L'avvocato Sodani protesta anche su questa decisione: "I testimoni - spiega - si sarebbero limitati a descrivere fisicamente, senza fare il nome di Fioravanti, l'uomo che sparò contro Rossi". "Il giudice - prosegue Sodani - non ha neppure ammesso l'acquisizione della cassetta vhs contenente le dichiarazioni che Valerio Fioravanti fece durante il processo per la strage di Bologna ". Quella registrazione, secondo l'accusa, sarebbe stata decisiva per provare le responsabilità di Cristiano Fioravanti. Nell'udienza filmata dalla Rai, Giusva - che ha "rinnegato" il fratello in conseguenza del suo pentimento - aveva rievocato il clima di quegli anni, definendo Rossi "il primo morto attribuibile al nostro gruppo". In particolare, Giusva Fioravanti aveva affermato che a passarsi l'arma del delitto, una Beretta calibro 9, sarebbero stati Alibrandi e lo stesso Cristiano: "E' finita che mio fratello riuscì ad attribuire il colpo mortale ad Alessandro. Alessandro è morto e il processo è finito lì.." La nuova archiviazione è un epilogo amaro per l'Associazione Walter Rossi: "Nessuno è mai stato neppure processato per la morte di un ragazzo di vent'anni che aveva la sola colpa di voler difendere le proprie idee", aveva detto giovedì Paola Staccioli, a nome dell'associazione. La difesa parla invece di "esito scontato". "Non c'era nessun nuovo elemento contro Cristiano Fioravanti - sostiene l'avvocato Giampiero Mendola - , si tratta di una rilettura degli atti già conosciuti dal '77. Quando un processo viene riaperto a distanza di 24 anni dal fatto - ha concluso Mendola - significa che qualcosa nel processo stesso non funziona e che gli elementi sono insufficienti e poco significativi".

11 giugno - E' ricordato con una cerimonia in piazza a Sezze (Latina), a poche decine di metri dal luogo dove fu assassinato il 28 maggio 1976, l' omicidio di Luigi Di Rosa, studente militante della Fgci ucciso al termine di un comizio elettorale di Sandro Saccucci. In piazza c' erano circa 500 persone e sul palco, tra gli altri, l' ex ministro Giovanni Galloni, l' esponente dei Comunisti italiani Marco Rizzo e il presidente dei Ds Massimo D'Alema. In piazza era presente anche Giancarlo De Angelis, autore del libro "La memoria smarrita", che ripercorre la storia dell' omicidio Di Rosa e che ha suscitato notevoli polemiche in provincia di Latina. Per quell' omicidio fu condannato in primo e secondo grado l'ex paracadutista ed ex estremista di destra Sandro Saccucci, poi assolto in Cassazione. Il sottotitolo del testo e' "Saccucci, fascisti e servizi segreti nell' assassinio di Luigi Di Rosa". Il presidente dei Ds Massimo D'Alema dice: "Il terrorismo rosso trovo' nella sinistra un avversario, combattemmo nelle fabbriche, nelle scuole e nelle universita' e questo ci porto' a pagare un prezzo altissimo in termini di vite umane. Non e' un caso - ha aggiunto D'Alema - che quando le Brigate Rosse hanno rialzato la testa hanno inteso colpire un autorevole esponente del governo di centrosinistra. Dall' altra parte non fu cosi', l' eversione nera trovo' nella destra politica coperture. Non fu un caso che Saccucci divento' parlamentare e su quei banchi abbiamo trovato complici o contigui al terrorismo nero". Infine D'Alema si e' rivolto al vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini dicendo che "non ha mai affrontato fino in fondo una revisione critica su quegli anni e sulle responsabilita' dell' allora Msi rispetto all' eversione di destra. Se lo avesse fatto oggi - ha concluso il presidente dei Ds - An non avvertirebbe i fastidi dei quali abbiamo letto sulla pubblicazione di un libro relativo all' omicidio Di Rosa".

12 giugno - Si profila la richiesta di rinvio a giudizio per strage per Andrea Insabato, l' ex estremista di destra che il 22 dicembre 2000 avrebbe collocato una bomba davanti all' ingresso del quotidiano Il Manifesto in via Tomacelli, a Roma. I pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti hanno infatti firmato la chiusura delle indagini, come prevede il 415 bis. Gli atti dell' inchiesta verranno adesso messi a disposizione degli avvocati dell' indagato. Il mese scorso da una consulenza chiesta dalla procura era emerso che i due chili di polvere pirotecnica da cui era formato l' ordigno avrebbero potuto uccidere se collocati in un luogo chiuso. Differente sarebbe stato l' effetto dell' esplosione se fosse avvenuta in un luogo aperto. I difensori di Insabato nelle scorse settimane hanno chiesto che il loro assistito potesse curarsi in ospedale a causa delle gravi ferite riportate in seguito allo scoppio dell' ordigno. Il gip ha dato parere favorevole e tuttora Insabato si trova nel policlinico Gemelli.

13 giugno - "Il Corriere della sera"
Roma, la Procura deposita gli atti. Un amico del presunto attentatore chiamò da un luogo vicino poco dopo l'esplosione
Bomba al manifesto, un telefonino può tradire il complice
Chiusa l'inchiesta su Insabato, i pm chiederanno il processo. Caccia a chi aiutò l'estremista di destra: controlli su una decina di nomi
ROMA - L'indagine è chiusa, la Procura di Roma ha deciso: Andrea Insabato va rinviato a giudizio con l'accusa di tentata strage per la bomba esplosa nella sede del manifesto , all'antivigilia di Natale. Ora gli atti saranno a disposizione della difesa, poi scatterà la richiesta ufficiale al giudice. Ma questa è solo una parte dell'inchiesta sull'attentato che il 22 dicembre 2000 distrusse l'ingresso del quotidiano comunista e mandò in ospedale il presunto attentatore, ancora ricoverato dopo sei mesi di cure. Ne resta in piedi un'altra, quella sui presunti complici, la più delicata e la più difficile.
I COMPLICI - Per adesso, sul registro degli indagati sono iscritti una decina di nomi, persone in qualche modo collegate all'estremista di destra. Il sospetto di investigatori e inquirenti è che tra loro possa esserci chi ha aiutato Insabato nella realizzazione dell'attentato. E l'attenzione è concentrata soprattutto su una persona: quella che, col suo cellulare, chiamò pochi minuti dopo l'esplosione da una via che sta alle spalle del palazzo del manifesto , nel pieno centro di Roma, lasciando così un segno della sua presenza prima ancora che venisse divulgato il nome dell'estremista saltato in aria insieme all'ordigno. Dopo che radio e tv dissero che Insabato era rimasto ferito, molti suoi amici si precipitarono o telefonarono all'ospedale San Giacomo per avere notizie; ma perché quella persona era già lì quando ancora il nome del ferito non era stato diffuso? Era lui il complice che ha portato e consegnato l'ordigno a Insabato?
LA PERIZIA - Dal presunto attentatore non arriva alcun aiuto: lui resta fermo sulla versione di una presenza del tutto casuale al quotidiano comunista nel momento dell'esplosione, e quindi non dà indicazioni sui complici. Ha fatto una ricostruzione di quella mattinata smentita in molti punti dai riscontri cercati dalla polizia, ed è anche sulla base dell'ultimo rapporto consegnato dalla Digos che la Procura ha deciso di chiudere quell'indagine. Tenendo in piedi l'accusa iniziale, cioè la tentata strage con l'aggravante delle finalità eversive. La perizia dei pm su quello che per la difesa era solo "un bombone da stadio", cioè poco più che un potente fuoco d'artificio, ha infatti stabilito che nella bomba non c'erano "elementi la cui presenza è spiegabile esclusivamente con la volontà di uccidere" (frammenti metallici, viti, bulloni, ecc.), ma ha anche aggiunto: "La possibilità che l'esplosione di un tale ordigno possa uccidere non può essere esclusa a priori". Tanto basta, all'accusa, per chiedere che Andrea Insabato venga giudicato da una corte d'assise.
Gio. Bia.

15 giugno - Sarebbe stato il sindaco di Melissa, in Calabria, il diessino Giuseppe Bonessi, l'obiettivo dell'attentato mai andato a segno di cui si stavano occupando i presunti fiancheggiatori delle Br arrestati il 3 maggio scorso dai Ros. Franco Gennaro, interrogato l' 11 giugno nel carcere di Frosinone dai Pm romani Giovanni Salvi e Pietro Saviotti, ha raccontato di essersi recato insieme con Luca Ricaldone sotto casa del sindaco Bonessi a Brescia per mettere nella sua buca delle lettere dei volantini di protesta perche' non aveva accettato di appoggiare alle elezioni del 13 maggio la candidatura di Norberto Natali (anche lui arrestato in maggio. Successivamente Natali decise di non presentarsi). Sul perche' avessero una foto del sindaco di Melissa - come risulta da un' intercettazione ambientale del 14 dicembre del 2000 - Gennaro non ha fornito alcuna spiegazione. Sempre dalle intercettazioni risulta che i due avevano intenzione di citofonare al sindaco per sentire se era in casa: alla domanda dei Pm sul nesso tra il porre dei volantini nella buca delle lettere e la chiamata al citofono per controllare se Bonessi fosse in casa, Gennaro ha detto che non avevano intenzione di fare nulla, era solo uno scherzo. Sui motivi che hanno portato il gruppo a desistere dall'idea dell'attentato a Bonessi non sono finora emerse spiegazioni ritenute interessanti dagli inquirenti. Al momento in cui il gip Otello Lupacchini ha firmato gli ordini di custodia cautelare, il nome di Bonessi non era ancora noto. Si legge a pagina 102 nell'ordinanza: "Avuto riguardo ai contenuti delle conversazioni, appare evidente che esse si riferiscano ad un'attivita' di 'inchiesta' nei confronti di una persona - allo stato non ancora individuabile - probabile vittima di azione delittuosa, posta in essere dagli interlocutori e da considerarsi ancora in fase iniziale (localizzazione dell'obiettivo e studio dei suoi movimenti)". Secondo l' avvocato Renato Ragozzino, Franco Gennaro ha detto ai pm che "Non erano volantini contenenti minacce quelli che volevamo mettere nella cassetta delle lettere di Bonessi e la sua foto ci serviva per essere sicuri che a prenderli fosse proprio lui". Qualche giorno prima delle conversazioni intercettate tra Ricaldone e Gennaro (quelle a cui fa riferimento l'ordinanza di custodia cautelare), Natali era andato a Melissa con la moglie di Gennaro per presentare la sua candidatura e in una cena aveva incontrato il sindaco. Il quale, secondo quanto ha riferito Gennaro nell'interrogatorio, avrebbe consigliato a Natali di non candidarsi perche' qualcuno della zona poteva non gradire. Il consiglio del sindaco, ha spiegato sempre Gennaro ai pm, e' stato interpretato da Natali come un rifiuto ad appoggiare la sua candidatura. E' in quel momento che lo stesso Natali chiede a Ricaldone e Gennaro di rintracciare Bonessi a Brescia per fargli capire che la minaccia non aveva ottenuto l'esito sperato e che lui si sarebbe comunque candidato. Subito dopo parte l' 'inchiesta' dei due milanesi. "Loro volevano mettere dei volantini elettorali, e non di minaccia, a sostegno di Natali nella cassetta delle lettere di Bonessi - ha detto Ragozzino - pero' volevano essere sicuri che a prenderli fosse proprio lui e non la moglie o la figlia, che li avrebbero cestinati come qualsiasi foglio di propaganda elettorale. Per questo la loro idea era quella di telefonare a casa di Bonessi e accertarsi che il sindaco fosse presente. Poi mettere i volantini e attendere che li prendesse". Ragozzino ha poi detto che l' 'inchiesta' di Ricaldone e Gennaro e' terminata qualche giorno dopo la telefonata di Natali, quando con il sindaco hanno chiarito le parole dette qualche sera prima a cena e quest'ultimo ha dato il suo appoggio alla candidatura. Il 30 maggio Luca Ricaldone, che durante l'interrogatorio di garanzia davanti al Gip Otello Lupacchini si era avvalso della facolta' di non rispondere sulla vicenda Bonessi, risponde invece alle domande del pm Pietro Saviotti.
Pm: di chi stavate parlando?
R: ci fu chi espresse pareri contrari alla preparazione della lista, non all'interno di Iniziativa Comunista, ma al di fuori...era se non ricordo male il sindaco di Melissa. E allora noi valutammo la possibilita' di arrivare ad un incontro e fare avere del materiale nostro a questa persona. Siccome avevamo saputo che era reperibile anche a Milano, abbiamo pensato che forse...che in una situazione lontana dal luogo...in cui si svolgevano le elezioni fosse piu' semplice riuscire ad avere una discussione per far conoscere meglio le nostre posizioni e superare queste diffidenze.
Pm: fu una vostra iniziativa quella di contattare il sindaco di Melissa o vi fu una richiesta di qualcuno?
R: posso presumere che si fosse trattato di Natali
Pm: sapevate dove abitava?
R: ...quando c'e' stata la discussione a cui fa riferimento lei no. Dopo ne siamo venuti a conoscenza.
Il sindaco di Melissa, Pino Bonessi, che era informato del fatto da alcuni giorni ed e' stato gia' ascoltato sia dai magistrati della Procura di Roma, che dai carabinieri dei reparti operativi speciali, non vuole commentare. Tra gli arrestati ci sono alcune persone che da tempo avevano preso alloggio a Melissa, un paese divenuto simbolo delle lotte del movimento contadino (nell' immediato dopoguerra tre persone morirono nella lotta contro il latifondo). Tra gli arrestati, in particolare, Norberto Natali, che aveva anche annunciato la sua candidatura - mai andata in porto - alle elezioni politiche nel collegio di Crotone. Il nome di Bonessi, sempre secondo quanto si e' appreso, sarebbe emerso dalle intercettazioni telefoniche tra alcuni degli arrestati e l' attentato ai suoi danni doveva compiersi non in Calabria, ma nel nord Italia. Bonessi, infatti, lavora all' ufficio delle Dogane, dipendente dal Ministero delle Finanze, di Brescia. Dalla citta' lombarda, Bonessi fa la spola con la Calabria per esercitare il suo mandato amministrativo. Sposato e padre di due figli, 45 anni, e' stato segretario provinciale di Crotone della Federazione giovanile comunista, membro della segreteria provinciale del Pci di Crotone, aderendo successivamente al Pds e poi ai Ds. Secondo quanto si e' appreso, dalle intercettazioni telefoniche ricorreva spesso l' accostamento Brescia-Pino. Gli investigatori non sono riusciti a capire per tutta la prima parte delle indagini a cosa si facesse riferimento, anche perche' Bonessi, pur lavorando a Brescia, ha la residenza anagrafica a Milano. Ricostruito il mosaico, Bonessi e' stato informato del fatto dagli investigatori ed ascoltato in Procura. Il sindaco di Melissa, non aveva mai subito intimidazioni di carattere politico-terroristico. Un anno fa da ambienti criminali erano giunte minacce legate alla sua attivita' amministrativa. Per Iniziativa Comunista le notizie diffuse non sono altro che "l'ennesimo elemento di una patetica montatura". "I rapporti tra il comune di Melissa e Iniziativa Comunista - e' scritto nel comunicato - sono sempre stati amichevoli. Lo stesso sindaco ha messo a disposizione di Ic i locali della 'Casa delle culture' di Melissa dove si sono svolti seminari e incontri. Per la raccolta delle firme necessarie per la candidatura, il comune di Melissa ha mostrato la piu' ampia disponibilita'." "A cio' - scrivono ancora i militanti di Ic - si aggiunge una conoscenza e amicizia, che risale addirittura agli anni ottanta, quando Natali e Bonessi militavano entrambi nel Pci, con Natali segretario della Fgci della regione Calabria". "Iniziativa comunista - conclude la nota - denuncia la persecuzione a cui e' sottoposta e continua la diffusione del suo appello: 'oggi ai comunisti, domani a chi?'". In difesa "della liberta' di pensiero e di associazione", il movimento ha annunciato una manifestazione per il 30 giugno a Villa Gordiani, a Roma.

15 giugno - Il gip di Roma Otello Lupacchini ha respinto l'istanza di scarcerazione presentata da Gennaro Franco motivandolo con un provvedimento di 35 pagine. "Gennaro Franco - si legge nel documento - ha reso versioni diverse e divergenti da quelle di Ricaldone e Natali sulla vicenda Bonessi. Questi ultimi pur ammettendo che la persona al centro del fuoco dell'interesse era il sindaco di Melissa, in quanto contrario al progetto di Natali di candidarsi nel collegio di Crotone, non accennano tuttavia alle minacce che da costui sarebbero state rivolte al Natali, delle quali invece parla solo Gennaro Franco". Il gip non ha creduto alla ricostruzione fornita dall'arrestato in relazione alle conversazioni intercettate tra Ricaldone e Franco e scrive: "Franco ha imbastito una storia strampalata, di volantini da lasciare nella cassetta della posta di Bonessi, il che se per un verso non spiega perche' fosse necessario a tal fine un appostamento, per altro verso rende ancor piu' inquietante il fatto che si dovesse individuare il sindaco attraverso una foto prima di recapitargli innocui volantini". E ancora: "l'estraneita' di Gennaro Franco ai progetti anche piu' turpi dell'organizzazione sovversiva ne segnalano inequivocabilmente il ruolo apicale nell'ambito della stessa e poiche' permangono i gravi indizi di colpevolezza resta immutata l'esigenza cautelare". L'avvocato di Franco, Renato Ragozzino ha presentato in questi giorni istanza di scarcerazione al tribunale del riesame di Roma.

15 giugno - "Il Nuovo"
Bonessi e Natali, compagni d'annata
Il sindaco di Melissa e il militante di Rifondazione comunista Norberto Natali erano amici. Ecco la storia di una collaborazione maturata in un paese, Melissa, in cui vivono i ricordi delle lotte contadine.
di Mario Meliadò
CROTONE - "A te la parola, caro Natali...". Più o meno queste le parole del sindaco diessino di Melissa Giuseppe "Pino" Bonessi in occasione del convegno del gennaio scorso che aveva sancito la nascita ufficiale dei Ds, a Torre Melissa. L'esponente dell'ex Pci-Pds era stato ben contento degli interventi di alleati e osservatori polisti: fra i primi, con "colonnelli" locali quali il popolare Francesco Grillo e lo stesso segretario provinciale diessino Nello Alfieri, c'era anche il probabile candidato a Montecitorio per Rifondazione Norberto Natali, militante di Iniziativa comunista. Adesso, a circa sei settimane dall'arresto di Natali, della sorella Sabrina e del compagno di quest'ultima Stefano Di Francesco, ritenuti contigui alle Nuove Br, si scopre che proprio il compagno Bonessi era nel mirino dell'araba fenice brigatista. E risuonano un po' lugubri le dichiarazioni "programmatiche" di Natali nell'annunciare la propria ambiziosa scalata al Parlamento: "La mia candidatura ha lo scopo di ricostruire l'ideale comunista per una politica del proletariato contro la borghesia imperialista crotonese e per dare una lezione ai politicanti di questa provincia". Va comunque ricordato che secondo un sondaggio commissionato da Iniziativa comunista alla società Mass-Marketing, addirittura il 36% degli intervistati s'era detto pronto a votare il candidato Norberto Natali: bene o male, una testimonianza eloquente del radicamento sul territorio di quelle che adesso si rivelerebbero pericolose propaggini del terrorismo rosso.
Adesso Pino Bonessi è irreperibile e di commentare la novità non ha certo voglia. Resta il fatto che molte cose, dalla lunga e sofferta campagna elettorale, sono accadute. Crotone e il suo comprensorio, dapprima roccheforti "rosse", hanno perso malamente questa loro caratteristica con l'election day del 13 maggio: se al Senato e al collegio camerale di Isola Capo Rizzuto hanno vinto due ulivisti moderatissimi, gli udierrini Nicodemo Filippelli e Agazio Loiero, il deputato cittadino e' a sorpresa la polista Dorina Bianchi, giovane manager attiva nella Sanità. Nel frattempo, s'è perduta anche l'identità operaista di Crotone, anche perché la stessa azienda chimica-simbolo Pertusola Sud ha imboccato da tempo, dopo un secolo di gloria, un malinconico viale del tramonto.
E restano in pochi a ricordare l'antico "ius primae noctis" di medioevale memoria, i tre "martiri di Melissa" Raffaele Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro, contadini del posto uccisi dalle forze dell'ordine il 30 ottobre 1949 perché colpevoli d'aver manifestato per il lavoro e per non morire più di fame, occupando il fondo Fragalà: malgrado appena 5 anni prima, nel governo Badoglio, il ministro dell'Agricoltura fosse stato proprio un calabrese, Fausto Gullo, appena 5 latifondisti possedevano all'epoca ben 76mila ettari di terra nel Marchesato. Tutto dimenticato, a onta dei 40 morti e 1.614 feriti accavallatisi negli anni per sostenere un'ardua riforma agraria.
Fra l'altro, proprio il sindaco di Melissa Pino Bonessi - l'ignaro bersaglio delle Nuove Brigate Rosse - poche settimane fa aveva annunciato ai giovani protagonisti del "Consiglio comunale dei bambini" la realizzazione di un volume sulla storia moderna del paese, centro crotonese "che non dev'essere ricordato solo per l'eccidio di Fragalà", aveva tuonato il primo cittadino. Sindaco che però aveva orgogliosamente voluto essere presente a Bresso, nel Milanese, alle celebrazioni a distanza di mezzo secolo dei "fatti di Melissa", poi riesumati a vario titolo da film come "Melissa 49/99" e dal più recente e disimpegnato "Il conte di Melissa" di Maurizio Anania, regista originario della vicina Ciro' Marina, luogo natale dell'ex miss Italia Claudia Trieste.

16 giugno - "ANSA":
Non e' stato adottato alcun particolare tipo di protezione per Pino Bonessi, il sindaco diessino di Melissa che sarebbe stato l' obiettivo dei fiancheggiatori delle Br arrestati dai Ros nei primi giorni di maggio. Il pericolo - secondo quanto si e' appreso - e' passato in quanto l' attentato non e' stato portato a compimento, per motivi che non sono stati resi noti dagli inquirenti. Bonessi in questi giorni si trova a Melissa, il paese del crotonese di cui e' sindaco da un paio d' anni. Per alcuni giorni al mese risiede a Brescia, dove lavora all' ufficio delle Dogane, e proprio nella citta' lombarda doveve essere compiuto l' attentato. Anche oggi, cosi' come aveva fatto ieri, Bonessi ha preferito non commentare le notizie che rimbalzano da Roma. E' comunque confermato che circa un anno fa l' esponente politico diessino aveva ricevuto notizie di un avvertimento contro di lui da parte di esponenti della mafia locale. Quell' avvertimento non si tradusse in niente di concreto anche perche' l' esponente mafioso di riferimento venne assassinato. Oggi la preoccupazione e' che - magari dietro la copertura delle minacce terroristiche - possano riprendere corpo le intimidazioni mafiose. Per il resto Bonessi aveva espresso, nel dicembre dell' anno scorso, a Norberto Natali e agli altri di Iniziativa Comunista che avevano preso alloggio a Melissa, di non essere d'accordo alla candidatura alla Camera di cui si stava parlando. Ma il tutto all' interno di un ragionamento di pura intenzione da parte di Iniziativa comunista. Tra l'altro, uno dei presunti fiancheggiatori era presidente di un circolo culturale a Milano ed aveva invitato a dibattiti, nel capoluogo lombardo, sia Bonessi che un assessore della giunta comunale di Melissa.

16 giugno - "ANSA:
"Ci sono forti contraddizioni nelle versioni fornite ai magistrati del pool antiterrorismo di Roma da Norberto Natali e Gennaro Franco in relazione ai motivi del "contatto" con il sindaco di Melissa, Giuseppe Bonessi, ritenuto obiettivo di un attentato. In particolare i fatti ricostruiti da Franco e anche da Luca Ricaldone vengono raccontati in maniera differente da Natali. Le divergenze emergono in particolare da due verbali d' interrogatorio. Il primo e' quello di Natali del 30 maggio scorso davanti al Pm Pietro Saviotti.
"Pm: Oggi Ricaldone ci ha detto che tramite Gennaro Franco avevano, loro di Milano, avuto incarico da Crotone, probabilmente da lei, di contattare il sindaco di Melissa perche' si opponeva alla sua candidatura a Crotone: le risulta di avere dato questo incarico?".
Natali: "...Di cercarlo probabilmente...".
Pm: "Lei non ha dato nessun incarico?".
Natali: "Siccome il sindaco di Melissa abita a Brescia o a Milano puo' darsi che gli ho dato un incarico per qualche motivo politico...per mandargli qualche invito, non lo so".
Pm: "E' vero che si era opposto alla sua candidatura?".
Natali: "Assolutamente no".
Avvocato difesa Simonetta Crisci: "Il problema che si pongono i magistrati giustamente e' che quelle intercettazioni (del 14 e 15 dicembre, ndr) fanno pensare che Franco e Ricaldone cercassero una persona, non per fargli gli auguri di Natale...".
Natali: "Ma non e' cosi', non c'e' niente di minaccioso: la mia interpretazione dell'intercettazione e' che dovessero cercare qualche esponente di Rifondazione per far sapere la mia intenzione di stabilire il collegamento tecnico".
Lunedi' scorso Franco Gennaro e' stato nuovamente sentito su questa vicenda dal Pm Giovanni Salvi e ha fornito una ricostruzione piu' precisa rispetto ai precedenti interrogatori e diversa da quella di Natali.
Franco: "Il sette o l'otto dicembre ci incontrammo a Roma con Norberto Natali con il quale concordammo di cercare il recapito di Bonessi a Brescia".
Pm: "Dove ha cercato l'indirizzo?".
Franco: "A casa mia tra i miei appunti, perche' mia moglie aveva avuto dei rapporti in passato con Bonessi. Se pensa che lo cercavamo per preparare un attentato".
Pm:"Si', e' questo che pensiamo".
Pm: "Non le e' venuto in mente di consigliare a Natali di contattare direttamente il Comune di Melissa?".
Franco: "No...dovevo cercare l'indirizzo ma non l'ho trovato. In seguito Natali mi disse che Bonessi fu una delle prime persone che incontro' appena arrivato a Melissa per informarlo della sua intenzione di candidarsi...L'incontro e' avvenuto a un pranzo a casa di Bonessi e li' il sindaco cambio' idea e inizio' a osteggiare la candidatura di Natali, arrivando a pronunciare frasi che sembrarono essere minacciose per Natali stesso. Norberto s'impauri' e penso' di ricontattare Bonessi a Brescia".

17 giugno - "La Stampa"
GIANVITTORIO GABRI
l'avvocato Coraggio nel mirino delle Br
Claudio Giacchino
L'altro giorno s'è iniziato un processo contro una banda specializzata in grosse rapine e tra i difensori spiccava un signore alto che dopodomani compirà 77 anni. Diceva ai colleghi: "Rappresento l'avvocato Giuliana Gabri, sono il suo giovane di studio" e i colleghi sorridevano. Perché il "giovane di studio" è il papà di Giuliana: Gianvittorio Gabri, uno dei principi del Foro, protagonista in tutte le grandi cause dei Sessanta, Settanta, Ottanta. Insomma, una toga celebre. Per abilità e coraggio. Il coraggio di opporsi alle Brigate rosse quando i suoi assassini sparavano un giorno sì e uno no e ogni settimana ammazzavano o storpiavano a colpi di pistola un innocente tendendogli l'agguato sotto casa. Erano gli anni di piombo e nell'aprile '77 i terroristi uccisero l'avvocato Fulvio Croce, presidente dell'Ordine forense. Gli spararono per impedire il processo contro Curcio, Franceschini e il nucleo storico della banda. Rivendicarono il delitto promettendone un altro, quello del successore di Croce alla guida dell'Ordine. Gabri accettò subito di subentrare al collega assassinato, nominò i difensori d'ufficio dei Bierre che non volevano essere giudicati e minacciavano di morte chi li avrebbe assistiti. In tal modo, il processo poté essere celebrato.
"Ricordo che in aula, dalla gabbia, gli imputati ci tirarono le scarpe urlando che avrebbero fatto fuori me e i colleghi che gli garantivano il patrocinio - dice Gabri - .Sostituire Croce era doveroso. Era anche la maniera migliore, l'unica, per rendere omaggio al suo sacrificio".
Così questo avvocato Coraggio entrò nel mirino delle Brigate rosse. Strano gioco del destino, trentatré anni prima era stato "nemico" di altre Brigate: quelle Nere. "Avevo vent'anni, ero partigiano, una spia tradì me e il mio gruppo, ci fu una retata, tutti in carcere. Ci restai mesi, uscii dalle Nuove l'indomani della Liberazione, il 26 aprile 1945. Con tutto ciò che ho visto, mi meraviglio di essere ancora qui, devo la vita a Mario Dal Fiume, genitore di Geo (altra toga celebre, ndr), il collega con il quale ho fatto tanti processi. Mario Dal Fiume intercesse per me. Dovevano fucilarmi, dovevo essere uno dei dieci partigiani che furono falciati al fondo di via Cibrario dove la lapide ricorda la rappresaglia per l'uccisione di un ufficiale tedesco".
Dalle Brigate nere alle rosse, attraverso cause famose, che hanno scandito la storia criminale torinese e italiana. "E dire che il mio sogno era di diventare chirurgo. Però, con la guerra, era impossibile frequentare con regolarità le lezioni, m'iscrissi a giurisprudenza. Avevo appena superato l'esame d'ammissione all'Albo, papà morì: continuai con la toga e così, eccomi qui, a dare una mano a mia figlia. Le lasciai lo studio nel 1994, quando fui eletto nel Csm (Consiglio superiore della magistratura): terminato il mandato quadriennale, sono tornato. Ma soltanto come giovane aiuto". Sorride il principe del Foro che, alto, baffetti alla Clark Gable, magniloquente, ironico e istrionico come il ruolo richiede, è stato un personaggio a palazzo di giustizia per quasi mezzo secolo. "No, non mi chieda quanti processi ho fatto: sono una valanga, ricordare i più famosi è già un'impresa. Partecipai al giudizio contro Lucia Montalbano, accusata insieme al giovane amante Giuseppe Di Bella di aver ucciso il marito la notte stessa in cui era tornato a casa dopo anni di galera. Con Lucia e il cugino erano imputati anche la mamma di Lucia, i fratelli. La vittima fu ubriacata, trafitta a coltellate e fatta a pezzi, i pezzi furono messi in due valigie, in taxi le portarono nel Cuneese e gettate giù da un ponte. Assistevo il Di Bella, fece di tutto per venire condannato, mai più avuto un cliente con un desiderio tanto grande di espiare... Che fine ha fatto? Lo ignoro, delle migliaia di persone che ho difeso, una volta finita la causa, non ho visto più nessuno. Nell'imputato c'è un istintuale rigetto del passato, e del passato fa parte l'avvocato". Assassini, rapinatori, truffatori, sequestratori. "Ebbi come cliente anche la carceriera di Cristina Mazzotti (la studentessa rapita e lasciata morire dai banditi, ndr)". Tutta la gamma del Male ha visto Gabri. A proposito di sequestri: ha tutelato molte famiglie dei rapiti, accompagnò il padre del piccolo Marco Fiore a versare la prima tranche del riscatto "in un paesino della Calabria, era notte, vie deserte, non una casa che avesse una finestra illuminata, pareva di essere su Marte", e portò ai rapitori i miliardi per la liberazione dell'industriale Paolo Alessio: "Altra notte tremenda, in viaggio sull'autostrada con borse gonfie di banconote". E, adesso? "Sono vivo, e mi basta. Posso assecondare meglio la passione per la storia e la pittura, mi diletto a imbrattare tele" sorride il mancato chirurgo diventato avvocato: un grande avvocato, oggi diligente giovane di studio.

17 giugno - "Il Mattino di Padova":
Lo propone la destra nell'anniversario dell'eccidio
An: "Un libro-inchiesta su Mazzola e Giralucci"
g.b.
"La violenza non costruisce niente. Chi la usa non ha idee". Piero Mazzola era giovane quando, ventisette anni fa, le Brigate Rosse uccisero suo padre, Giuseppe, e Graziano Giralucci. E ora gli universitari di An, per ricordare quel giorno, lanciano una proposta a Comune e Università.
Il 17 giugno del 1974 un commando di brigatisti rossi fece irruzione nella sede del Msi, in via Zabarella, assassinando Mazzola e Giralucci. Azione universitaria, l'associazione degli studenti di destra, quest'anno ha scelto di commemorare l'evento con un'iniziativa nel segno della memoria: "A Padova" spiega Alberto Noventa, presidente di Azione "molti non sanno che quel giorno due cittadini sono stati uccisi per le loro idee. Per questo chiediamo a Comune e Università di realizzare un fascicolo con il racconto dell'attentato". "Non ci interessa una revisione storiografica" continua il giovane "vogliamo la cronaca dei fatti e del processo che ha indicato esecutori e mandanti".
Alle pareti della sede di An sono incorniciati alcuni manifesti. Nella sala riunioni, le sedie e un grande tavolo coperto da un panno verde. "Non abbiamo preparato noi il fascicolo" riprende Noventa "perchè sarebbe apparso di parte. Chiediamo allora alle istituzioni di aiutarci a raccontare, in particolare agli studenti, cosa è successo quel 17 giugno".
Piero Mazzola, seduto di fronte al giovane, interviene: "Vorrei che la morte di mio padre facesse capire a tutti che la violenza provoca solo odio e dolore; non c'è cittadinanza per lei in una società democratica". Mazzola, chiarisce, non vuole che si strumentalizzi quanto successo allora. "Anche per questo" dice "non ho mai voluto fare politica".
Poi un ricordo. "Pochi giorno dopo l'attentato" racconta "in città c'erano dei manifesti commemorativi. Davanti a uno di questi, nelle Piazze, ho sentito un'anziana esclamare: "I ga fatto ben". Non ho detto nulla, ho provato solo una grande tristezza per lei; l'odio le aveva annebbiato la mente. La vera sfida, oggi, è depurare le coscienze dall'odio".
Stamane alle 9,30, l'ora dell'attentato, i ragazzi di Azione universitaria porteranno un mazzo di fiori in via Zabarella. "Ci andremo in silenzio, senza bandiere" conclude Alberto Noventa "vogliamo la verità storica, non la propaganda". "I nostri giovani" commenta Filippo Ascierto deputato di An "danno un segnale forte in favore della pacificazione nazionale. In una società democratica deve esistere il confronto, ma solo tra le idee; il passato insegna che il terrorismo e la violenza sono strade senza uscita".

17 giugno - Verso le 18, vicino a Modena, a bordo di una carrozza dell' Eurostar Roma-Milano sul quale viaggiavano 550