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Amazing Arts ![]() |
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Il prezzo della
pace 150
chilogrammi di esplosivo spezzano in pochi secondi le vite di 6 militari
del 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore di stanza a Siena, ma
mietono vittime anche tra i civili.Due convogli militari sono stati fatti esplodere ieri a Kabul, in Afghanistan, alle 12.10 ora locale ( le 9.40 in Italia). L'attentato viene presto rivendicato dai talebani. Le salme dei sei militari rimasti uccisi arriveranno a Ciampino domenica mattina, mentre i funerali di Stato saranno celebrati lunedì, giorno di lutto nazionale. E così continuiamo la conta dei morti. Resto sgomenta di fronte a certe immagini, a certe notizie, e riesco solo in parte ad immaginare la voragine che si apre nello stomaco e nel petto di chi perde un marito, un padre, un figlio, in quel modo. Non puoi vederlo, toccarlo, parlargli per un'ultima volta. Non puoi assisterlo nella morte, confortarlo, stargli accanto. Lontano dalla patria, da casa, dagli affetti. In definitiva solo. Ci vuole un bel coraggio a morire per un ideale, perché siamo ancora al punto che per portare la pace, la democrazia, occorre che muoiano delle persone. L'umanità ha ancora bisogno dei suoi martiri. Ed eccoli dunque qui, gli ultimi sei martiri del genere umano. Gente che non faceva altro che il proprio dovere, non solo nei confronti dello Stato, dell'esercito, per il quale lavoravano, ma anche e soprattutto nei confronti della gente, la povera gente sottomessa dal giogo talebano. Persone che servivano, prima dell'esercito, un ideale, per il quale hanno sacrificato la famiglia e la propria vita. Un ideale di libertà e democrazia, per il quale occorre ancora lottare e perdere la vita, purtroppo mai facile da ottenere e mai scontato. E così come i nostri sei connazionali, altre vite se ne vanno, tra il caos ed il vocìo della disapprovazione e del disappunto, come quella della giovane Sanaa, rea di aver desiderato e preso per sé, contro il volere del padre-padrone, l'indipendenza e la libertà di vivere come voleva. Qualunque cosa io dica oggi suona scontata, come già sentita. Le pagine dei giornali sono piene di commenti come il mio, e tutti sono unanimi nel condannare gli attentati, i talebani, i padri-padroni che in nome di Allah si prendono la briga di decidere come gli altri debbano vivere e SE debbano vivere. Persino il mondo politico, seppur con l'immancabile sparuta minoranza, è concorde nell'esprimere il proprio cordoglio e nel ribadire l'importanza di una missione umanitaria per il popolo afgano, oppresso dall'estremismo islamico. Avrei potuto scrivere tante cose ancora, cosa ne penso del fondamentalismo, della nostra cultura occidentale, del nostro essere cristiani addormentati e passivi, che si lasciano schiacciare la testa. ( Rischiando, così , di essere eletta a furor di popolo come degna sostituta della Fallaci). Ma non me la sento. In questo momento credo che i fatti, le immagini, parlino da sé, e che non ci sia bisogno delle mie invettive furiose. In questo momento voglio solo dare anche io il mio contributo in termini di profondo dolore e cordoglio, abbracciando virtualmente tutti i familiari delle vittime: quelle di ieri, quelle di oggi. Civili e militari. Italiane e straniere. |
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Torna alla ribalta il
tema della pena di morte. Il nostro Governo sta spingendo per ottenere
presso l’ONU una moratoria di tutte le esecuzioni, in attesa che i
singoli Paesi eliminino definitivamente dai propri sistemi legislativi
questo tipo di condanna. Forse ci stiamo muovendo, forse sta accadendo finalmente qualcosa di positivo. Ma non è detto, ad essere realisti, che qualcosa si ottenga. Troppi Paesi ancora ne fanno uso, troppi ne abusano, troppo pochi condannano questo tipo di sanzione, decisiva ed inappellabile. Troppo severa, troppo disumana. Ho letto cose, in questi giorni, che mi hanno letteralmente sconvolta. Non che non fossi già a conoscenza di come vanno le cose nel mondo. Mi hanno sconvolta la crudeltà, la realtà che non posso vedere, ma che so esistere. Al mondo ci sono ancora Paesi in cui il tradimento della donna nei confronti del marito è punito con la lapidazione. Ci sono ancora Paesi in cui esistono reati come quello di opinione, di opposizione politica. In Cina, accanto ad una lista ufficiale dei condannati alla pena capitale, ve n’è una segreta di gran lunga più ricca. I condannati vengono portati in pubblico, a testa china, le braccia legate dietro la schiena, con un cartello appeso al collo che ne recita il nome ed il reato commesso. Roba da pubblico ludibrio. O da pubblico scandalo. In Arabia Saudita è in uso la decapitazione con lama affilata per gli uomini, ed il plotone d’esecuzione o la lapidazione per le donne. In Bielorussia Vladimir Toisev fu condannato a morte nel 1970 sulla base di false prove, raccolte attraverso l’intimidazione e la tortura dei testimoni ( venne poi rilasciato nel 1987). Questo tanto per dirne alcune. Ne ho lette talmente tante, di notizie del genere, che riportarle tutte non avrebbe comunque senso: le storie si assomigliano. Sono storie di legittimazione dell’omicidio, quando a commetterlo è lo Stato. Sono storie in cui si impara che la vendetta privata è condannata, ma quella pubblica ha tutt’altra risonanza. Ed è legale. Ma questi sono Stati in cui non è stato ancora assorbito il concetto di democrazia, di diritto, in cui l’uomo non è intoccabile in quanto tale, non possiede diritti inalienabili. Sono Paesi in cui la cultura è talmente diversa dalla nostra, che se anche non è possibile giustificare certi sistemi, in un certo senso riesce anche difficile sorprendersene.
La giustificazione starebbe nel deterrente che tale pena estrema costituirebbe per il resto della cittadinanza, per quella parte di persone atte a delinquere. Ormai sono tutte fandonie. E’ stato da più parti provato che i Paesi in cui il tasso di criminalità è più alto, sono proprio quelli che applicano la pena capitale. Eppure si continua a comminarla, e ad eseguirla. Dead man walking. Il morto che cammina. Sono queste le parole che grida il secondino nel momento in cui trae di cella il condannato per portarlo nella stanza dell’esecuzione. Sì, perché in America la legge prevede che non si possa giustiziare un uomo che non sia in perfetta salute, che non abbia la facoltà di arrivare con le sue gambe e di percorrere il miglio verde. L’ipocrisia delle ipocrisie. Non lo ammazziamo se non sta bene. Se stesse male, che punizione sarebbe? Poi c’è il momento dell’iniezione, nella maggior parte dei casi. Assurdo il fatto che Ronald Reagan, nel 1973, quando venne introdotto questo sistema, lo paragonò all’atto di pietas che si ha quando si pratica l’eutanasia agli animali malati. Una pura bestemmia. Tanto per aprire gli occhi, a costo di risultare eccessivamente cruda: vengono iniettati tre veleni diversi, in questa sequenza. Il Sodium Thiopental è un sedativo; Il Pancuronium Bromide è un rilassante muscolare atto a paralizzare il diaframma e a far cessare l’attività polmonare; il Cianuro di Potassio fa cessare il battito cardiaco. E’ stato detto che la morte interviene di norma dopo sette minuti dalla somministrazioni, ma ci sono stati casi in cui il detenuto ha impiegato molto di più. Voglio farvi solo un paio di nomi. Il 2 maggio 2006 nella prigione di Lucasville, in Ohio, l’esecuzione di Joseph Clark è durata quasi novanta minuti. Anche il 24 maggio 2007 l’esecuzione di Christopher Newton è durata oltre un’ora: il boia non trovava la vena, data l’obesità del condannato, e molto del veleno è entrato in circolazione nei tessuti molli, prima che nelle vene. Ma c’è molto di più. Una ricerca dell’Università di Miami, pubblicata dalla nota rivista scientifica The Lancet nel 2005, svela che in realtà l’iniezione letale non è poi tanto differente da metodi definiti più brutali: negli esami post-mortem si è scoperto che in realtà l’iniezione infligge sofferenze ed atroci dolori. Inoltre, prima della somministrazione dei veleni, viene di norma iniettato un anestetico, ma sempre tali esami rivelano che nella maggior parte dei casi le dosi erano talmente basse, nettamente inferiori a quelle usate per gli interventi chirurgici, che in realtà i condannati erano vigili e svegli, in grado di sentire gli atroci dolori provocati dal soffocamento, ed in più intorpiditi quanto bastava per non essere in grado di muovere un muscolo. La galleria degli orrori ha altre storie orrende, ma non voglio qui raccontarne altre. Vorrei semplicemente fare alcune considerazioni sulla sorte di queste persone, e sulla nostra sorte. Non c’è niente di più
orrendo che sentire della madre che uccide la figlia, dell’uomo che
abusa di bambini, dello stupratore o del serial killer che massacra le
sue vittime. E’ naturale e giusto che la rabbia accechi e che si chieda
la giusta punizione. Non voglio fare la buonista, non voglio parlare di
perdono: quello è talmente difficile in certi casi che, seppure
cristianamente auspicabile, è altamente improbabile. Io stessa penso
che, presa dalla rabbia del momento, sarei capace di fare spropositi, a
sangue caldo. Non riesco a capire, però, la freddezza con la quale lo
Stato, che sia l’Ohio o il Texas,
Fermiamo gli assassinii legalizzati. Fermiamo la brutalità, la vendetta. Perché per quanto delinquente, un essere umano rimane sempre tale. Perché l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, può essere capace di perdonare, di ravvedersi, di pentirsi. Perché Dio si serve anche e soprattutto degli ex cattivi, per compiere il suo disegno. Perché non c’è possibilità di riabilitazione nella pena capitale. Perché si toglie all’uomo l’unica cosa per la quale e con la quale si riesce a vivere: la speranza.
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Scienza e fede: sì al progresso, nel rispetto dell'uomo Quando si pone mente alla scienza, viene subito a galla un altro termine, da secoli contrapposto ad essa: la fede.
Scienza
vuol dire anche indagine di altro tipo: filosofica, ad esempio. Come
vuol dire analisi storica, o sistema culturale, in un senso più ampio ed
onnicomprensivo. Con lo
studio della natura l’uomo ha inteso capire il mondo di cui fa parte,
capire i meccanismi della natura, per comprenderla ed “adattarla” alle
proprie esigenze. Con l’indagine storica ogni azione umana è stata
studiata a fondo, per capire le dinamiche della storia, spiegare le
realtà politiche e sociali attuali e forse, per non ripetere gli errori
del passato – questo, almeno, nei propositi. La filosofia ha tentato, e
tenta tuttora, di dare la risposta ad interrogativi esistenziali: del
perché esistiamo, chi siamo, dove andremo, cosa ci sarà dopo la vita.
Domande, tutte, che hanno sempre coinvolto l’animo umano, il suo senso
di smarrimento di fronte all’incertezza. In
generale, quando si pone mente alla scienza, vien subito a galla un
altro termine, da secoli contrapposto ad essa: la fede.
Erroneamente, a mio avviso, si è sempre pensato che l’indagine
scientifica e filosofica – come quella storica, del resto – fosse
assolutamente inconciliabile con la fede cristiana. Questo perché,
diversi secoli addietro, ce lo ha insegnato Come pure
indagare su come sia avvenuta la nascita dell’Universo, del mondo,
dell’essere umano, o capire se il Sole ruota attorno alla Terra o se è
piuttosto il contrario:
Pur non
conoscendo a fondo la storia e l’operato della Chiesa, credo di poter
dire che oggi, però, tale conflitto sia stato superato, o perlomeno, si
sia dato un input positivo per iniziare un nuovo discorso. Questo
stimolo viene dal compianto ultimo Pontefice, Giovanni Paolo II, il
quale, nella enciclica “ Fides et ratio”, ammette che “ Egli,
inoltre, sostiene con viva forza , in ogni suo discorso, che il fine
della religione, ossia della fede, così come quello della ragione, è, e
non può essere diversamente, la ricerca della verità: una verità
spirituale per
Un’obiezione, però, viene posta dallo stesso Giovanni Paolo II: la
conoscenza tecnica può essere adoperata per il bene come per il male. E’ così,
infatti, che l’energia nucleare è stata creata dall’uomo ed è stata
usata contro l’uomo. Il progresso della medicina è stato Scatta,
infatti, quel meccanismo perverso della mente umana, che ci esorta ad
avere di più: più ricchezza, più fama, più conoscenza. L’inconoscibile
fa quasi paura, e d’altro canto riuscire a dominare la natura crea
nell’uomo quel senso di potenza, che lo porta sempre più in là, ad
avvicinarsi quasi, a sfidare, o magari a sostituirsi a Dio.
Sicuramente la scienza ha avuto ed ha un ruolo importante nella nostra
vita: grazie allo studio ed alle ricerche di menti ingegnose la società
ha potuto progredire dal livello primitivo ad un livello avanzatissimo,
in cui tutto è più semplice. L’invenzione delle macchine ha consentito
una produzione su larga scala di beni di prima necessità; l’invenzione
delle navi, dei treni e degli aerei, sempre più sofisticati, ha
consentito enormi spostamenti, ci ha permesso di raggiungere mete sempre
più lontane; l’invenzione della stampa ha portato una grande diffusione
della cultura ed ha favorito l’alfabetizzazione. La ricerca nel campo
della medicina ha alleviato le nostre sofferenze fisiche, e ha debellato
o controllato malattie un tempo mortali. Ovunque ci
giriamo, ovunque volgiamo lo sguardo, siamo consapevoli che la nostra
civiltà è frutto di una incessante ricerca, di un instancabile desiderio
di migliorare le condizioni di vita. Ma da qui
ad ammettere soltanto la possibilità di decidere le sorti di una vita,
di “ copiare” una persona a immagine e somiglianza di un’altra, c’è
un’enorme differenza. La nostra
conoscenza ci ha portati ad essere l’aberrazione di noi stessi. Così, se
in passato è stata Ma
in nome di Dio, che fine ha fatto l’essere umano? Che fine ha fatto la
cultura dell’uomo, la bellezza della diversità? Ci porterà, tutto
questo, a nuove forme di sterminio e a nuovi razzismi? I diritti
umani, sacri ed inviolabili, tra cui la libertà e la difesa della vita,
predicati dalle società civili, sono gli stessi per cui lotta Oggi i
termini del conflitto fra fede e ragione si sono invertiti: è la ragione
che vuole prevaricare sulla fede, ma soprattutto sulla morale, quella
morale universalmente riconosciuta che vede uniti cattolici, ebrei e
musulmani: la morale della vita. Perché il
fine del progresso, della conoscenza, non può giustificare il mezzo. Il
sacrificio che la ragione ci chiede oggi è troppo alto, non ha prezzo, e
sfida le leggi di Dio e degli uomini: è il sacrificio della nostra
umanità. Noi siamo
uomini, non Dio.
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La violenza, ieri come oggi: dal razzismo al fondamentalismo, alle lotte religiose
Si può
senz’altro affermare che la violenza sia un dato innegabile della nostra
condizione di esseri umani, un aspetto purtroppo connaturato ed
imprescindibile del nostro essere uomini fallibili. E’ il ritratto del
nostro lato oscuro, dell’egoismo prevaricante. E’ il necessario mezzo di
affermazione, nel momento in cui falliscono la dialettica, la
diplomazia, la politica. La
violenza come la guerra. E
paradossalmente la violenza, tanto fisica quanto psicologica, è
strumento per raggiungere la pace, come per turbarla. Tutta la
nostra civiltà è fondata su atti di violenza e di guerra, atti di
prevaricazione ed imposizione, visti, con gli occhi di chi li ha
perpetrati, come necessari al raggiungimento di uno scopo. E’ come
ammettere, in definitiva, che senza armi l’essere umano non approda a
nulla, non è in grado di costruire alcunché. Sono state
scritte col sangue intere pagine di storia. I primi
Cristiani subirono le persecuzioni dell’Impero Romano, prima di essere
liberi di professare il loro Credo; i Cristiani stessi, a loro volta,
furono forieri di distruzione e morte allorquando, intraprendendo le
Crociate, si prefissarono lo scopo, di certo guidato anche da
motivazioni razziali, politiche ed economiche, di liberare In effetti
la religione ha fornito spesso il movente per azioni di lotta e
violenza. Si pensi, ancora, alla riforma protestante ed al tentativo
della Chiesa Cattolica di arrestare la scissione: il mezzo più diretto
ed efficace fu proprio la violenza, attuata spesso apertamente, ma anche
in forme più subdole di violenza psicologica. La controriforma cattolica
perseguì i ritenuti eretici, ossia coloro che si definivano protestanti,
per mezzo di una rigidità attuata con torture corporali e psicologiche
dall’ Istituto della Santa Inquisizione. La quale si preoccupò, in
maniera altrettanto incisiva, di stroncare sul nascere ogni tentativo di
libera espressione, bandendo tutti i libri non conformi ai precetti del
Cattolicesimo puro. La successiva caccia alle streghe, a pensarci bene,
come strumento di intimidazione e repressione rivolto alle “povere
sventurate” ritenute seguaci di Satana, potrebbe essere letta anche in
una prospettiva ben più ampia, come vera persecuzione di chi è diverso,
di chi ha idee diverse, che è un po’ il tema principale di tutta la
storia dell’umanità. La guerra
a tutto ciò che è diverso da noi, e quindi ci spaventa, può essere
portata avanti, oltre che con le armi, con i mezzi ben più pesanti della
discriminazione: che sia razziale, o religiosa, poco importa. I suoi
risultati sono deleteri e letali quanto un fucile pronto a sparare. Lo sanno
bene i neri d’America, per i quali l’affermazione dell’uguaglianza con i
bianchi è stata un’utopia fino ad epoche a noi molto vicine; lo sanno i
neri del Sudafrica, che nella loro stessa terra sono stati segregati in
vasti ghetti, senza avere il diritto di sedere accanto ad un bianco su
un autobus, in Chiesa, nelle scuole. Le idee razziste alla base dello
schiavismo, le leggi per la segregazione razziale, le organizzazioni
segrete come il famigerato Ku Klux Klan, che fece del razzismo e della
violenza contro i neri il suo unico scopo, hanno costituito
l’affermazione di quell’abietto principio per cui con la violenza si
afferma il proprio ego, seppure meschino, e seppure a scapito di altri. Un mondo
da sempre armato fino ai denti ha dovuto usare le armi per legittimarsi,
ed anche se sono in molti oggi i seguaci della non violenza, così come
intesa da Ghandi, ossia come lotta e forza positiva, si continua
ostinatamente a considerare da parte dei più, armi e violenza come
strumenti più efficaci di ogni altro per affermare le proprie ideologie
del momento, i propri interessi economici e politici, nonché religiosi. Un esempio
per tutti illuminante è la guerra condotta dal fondamentalismo islamico
contro l’Occidente capitalista ed infedele; e dello stesso Occidente,
capitanato dalla super potenza mondiale Stati Uniti d’America, contro il
fanatismo religioso musulmano, i suoi tiranni e le loro armi di
distruzione di massa. E’
un’immagine apocalittica quella che balza alla mente. Lo scenario è,
comunque, sempre lo stesso, da secoli: la violenza, da entrambe le parti
del conflitto, si eleva a giustizia, contro altra violenza condannata
come ingiusta. E’ l’errore logico, ma forse necessario; è l’illusione
madornale di combattere il male con latro male, con l’effetto di
confermarlo e stabilirlo come metodo principe di azione. Dal
vortice della guerra per ottenere la pace non si uscirà più, a meno che
non si consideri che la vita umana è troppo fragile e temporanea da non
valere la pena di sciuparla in lotte che non portano a niente, se non al
degrado totale di noi stessi e dei nostri spiriti. E’
destabilizzante, oltre che tremendamente aberrante, l’idea che per la
legge dei corsi e ricorsi storici, una fitta rete di alleanze,
una pace sottoscritta, un disarmo – quanto meno parziale – a
nulla servono se non a creare coalizioni, in vista di future guerre,
sempre possibili e probabili, più o meno lontane nel tempo. Ed allora
la guerra serve per avere la pace, e la pace serve per combattere una
guerra. Il circolo
continua, e non ha più fine.
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Popoli e religione, nel bene e nel male
Il senso
di Dio, nella storia dell’uomo, è sempre stato un aspetto
imprescindibile insito nella natura umana: non vi è popolo che non abbia
venerato un’entità superiore e sovrannaturale e che non si sia ad essa
affidato per dare una risposta ad interrogativi cui, nella sua
limitatezza, non sapeva rispondere. Nella
coscienza e nell’animo dell’uomo ricorrere a Dio, ad Allah o a Javhè, ha
significato cercare conforto nei momenti di affanno, di bisogno, di
sconforto; ha significato vincere la paura della morte e della
sofferenza corporale e spirituale, in vista di una vita ultraterrena,
che avrebbe ricompensato gli esseri umani per aver condotto la propria
vita secondo i dettami divini. Soltanto
gli atei o i miscredenti pensano che tutto ciò sia soltanto un’illusione
costruita per placare gli animi. La verità
può stare solo nella fede: nessuno in effetti può fornirci le prove
concrete dell’esistenza di Dio e del Paradiso, né può dire che un Dio è
più giusto di un altro. La
religione, da che mondo è mondo, ha subito poi le influenze dei popoli
presso i quali si è andata affermando, e a sua volta ha influenzato essa
stessa il modo di vivere di quei popoli. Basti pensare che, ad esempio,
l’islamismo detta anche regole pratiche di vita, regole igieniche come
quella di non bere alcolici e di non mangiare carne di maiale: per i
popoli che vivono in terre calde ciò significa preservare la propria
salute, e sicuramente ciò non ha nulla di divino
o trascendentale. Gli Ebrei, invece, non possono mangiare carne
di maiale, né pesci senza spine e squame, non possono consumare carne e
latticini contemporaneamente. A ben
vedere si tratta, quindi, per lo più di regole alimentari che servono a
spingere la gente, con la convinzione di uniformarsi alla volontà di
Dio, a seguire una dieta salutare ed adeguata al luogo in cui si vive. Il fine di
una religione monoteista, poi, a mio avviso, è quello di ricongiungere
l’uomo a Dio, e quindi si può forse sostenere che in realtà il fine
ultimo è unico, ma piuttosto sono diversi i mezzi per raggiungerlo. E che
spesso in nome di Dio i capi religiosi abbiano coinvolto i popoli
seguaci e fedeli in imprese riprovevoli, non è affatto un mistero.
Spesso e volentieri, purtroppo, nella storia dell’umanità, la religione
è stata strumento di persecuzione, subita e perpetrata, nella quale si
celavano, e si celano tuttora, motivi politici ed economici. La
persecuzione dei cristiani nell’Impero Romano, perché essi veneravano
Dio e non l’imperatore, ha fornito la scusa per tentare di eliminare una
minaccia destabilizzante per l’intero assetto del potere: sostenere,
come fece Gesù Cristo, che tutti gli uomini sono uguali, tanto i ricchi
quanto gli uomini e gli schiavi, costituiva senz’altro un elemento
pericoloso di disturbo.
In realtà,
noi stessi cristiani, in epoche molto più recenti, siamo passati dalla
parte dei carnefici, e ci siamo fatti scudo di Dio per giustificare
guerre mostruose come le Crociate per la liberazione della Terra Santa
dagli infedeli, che effettivamente nascondevano dietro questa facciata i
reali motivi di ordine politico ed economico. Stessa
sorte è toccata successivamente a tutti coloro che, prendendo le
distanze dalle interpretazioni fanatiche della Chiesa, hanno subito il
giudizio e le torture della Santa Inquisizione, che ha creato ovunque
martiri, per aver trasformato Dio in un essere impietoso e intollerante,
da temere più che amare, e snaturando, quindi, i veri dettami del
Cristianesimo. Stragi di
massa sono state compiute, poi, nell’America settentrionale e centrale,
ad opera di una colonizzazione europea che, prendendo spunto
dall’esigenza di cristianizzare i selvaggi, di portare loro la
conoscenza di Dio, ha in realtà inteso conquistare nuove terre da
coltivare, nuovi spazi da abitare, nuove materie prime da sfruttare. In effetti
anche oggi assistiamo a fenomeni simili, questa volta ad opera dei
musulmani: la persecuzione degli sciiti, la jiiad o guerra santa, non
forniscono forse una visione distorta di Dio? Non è
forse imposizione violenta del proprio modo di vivere, e lotta politica
contro il capitalismo occidentale? Non sono
una profonda conoscitrice del Corano, ma credo che Dio sia il bene e non
comandi brutali stragi in suo nome: anche per i musulmani si tratta,
forse, di una storpiatura, una reinterpretazione di comodo delle sacre
scritture, che fornisce agli uomini, esseri fallibili e limitati, la
giustificazione per i loro orrori. La guerra santa non potrebbe essere
voluta da Allah senza armi? Morire per lui non potrebbe accostarsi alla
visione cristiana del proprio sacrificio, dell’accettare le sofferenze e
le conseguenze della propria fede, come fecero San Paolo e gli Apostoli,
vittime della persecuzione cristiana? Gli stessi
Ebrei sono un popolo perseguitato in nome di Dio sin dalle sue origini. La
religione ha coinvolto popoli nel bene e nel male, ed ha putroppo
prodotto, e continua per alcuni a produrre, errori/orrori dovuti non
tanto alla diversità del fine perseguito, quanto ai mezzi per
raggiungerlo. A
prescindere da tutto ciò, penso che in ogni caso per l’uomo credere
nella propria immortalità dia un senso alla vita, aiuti a sopportare
sofferenza, dolori ed angosce, e dia ai meno fortunati la continua
speranza di una vita migliore, di un completo riscatto. E se tutto
ciò è solo un’illusione, chi lo sa? Sarebbe
comunque una bella illusione sapere che la nostra vita non finisce qui,
che le nostre buone azioni verranno premiate, e come un bambino ha piena
fiducia nel padre e sa che questi lo ama e vuole solo il suo bene, così
dobbiamo aver fede in Dio, che per ogni essere umano su questa terra ha
dato se stesso.
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Attuale la letteratura dell'Ottocento
Come
può la letteratura dell’Ottocento essere in qualche modo attuale, ed
interessare una categoria di lettori, come quella dei giovanissimi,
degli studenti, che sembrano curarsi poco della lettura se non del
best-seller del momento?
Accostarsi
alla letteratura, infatti, e soprattutto a quella di un periodo storico
a noi lontano, con una cultura e problematiche diverse, non è semplice,
e a volte non si riescono ad apprezzare il modo di scrivere ed il
pensiero di un autore di cui non si comprendono a fondo le motivazioni e
le intenzioni.
Di recente ho trovato la risposta alla mia
domanda. E’ contenuta in due romanzi in particolare: “Cime
tempestose“ di Emily Bronte e “Jane
Eyre“ di Charlotte Bronte, due delle scrittrici a mio avviso più
significative della letteratura inglese del periodo vittoriano.
La loro vita ruota attorno ad un mondo
intriso di ostilità: quell’ostilità di regole fatte solo da uomini,
ostilità di una cultura che reprime coloro che non seguono la corrente,
che non seguono i sani – puritani – principi religiosi, che esaspera
all’ennesima potenza un convenzionale moralismo ed un’ottusa ipocrisia e
chiusura mentale. E questa cultura ostile domina su tutto e su tutti,
pretende di controllare azioni e reazioni, sentimenti e linguaggio, è
nemica di qualsiasi segno di apertura.
Ed è sicuramente in questa prospettiva che,
a parer mio, vanno letti i due romanzi in questione.
“Cime
tempestose“ e “Jane
Eyre” sono lo specchio di due giovani donne, Emily e Charlotte, ed
in essi si legge un disagio dei protagonisti ad adattarsi ad un mondo
che sta loro stretto, che non riesce a mantenere la totalità delle loro
pulsioni e passioni, che non sono solo passioni d’amore, ma passioni che
ardono per ogni singolo aspetto della vita e della morte. Vivono in un
mondo che li segrega in un ruolo, ma che alla fine dei conti non riesce
ad imporre loro i suoi schemi: le loro personalità, seppure combattute -
e forse proprio per questo più ricche – dirompono, esplodono con
tutta la forza di cui sono capaci, e si prendono tutto lo spazio di cui
hanno bisogno per espandersi ed esprimersi, a dispetto dell’opinione di
tutti.
Attraverso i loro personaggi Emily e
Charlotte rivelano al mondo i propri pensieri e desideri.
Emily Bronte ha un carattere tormentato,
estraniato da tutto e tutti: è solitaria ed estremamente insofferente
nei confronti di
E proprio la brughiera fa da sfondo ad una
storia di contrasti, tra una vita tranquilla e convenzionale – un
matrimonio con un nobile tanto affezionato quanto scialbo, che la
protagonista sposa per convenienza e prestigio sociale, non certo per
amore – ed una storia d’amore morbosa e tormentata con un uomo
intelligente e scaltro, passionale e caparbio, ma senza lignaggio, che
infrange tutte le regole per avere la donna che ama e per vendicarsi di
lei nel momento in cui questa decide di seguire una strada più
convenzionale. I personaggi sono avvolti in una coltre di amore-odio, di
sentimenti assoluti e non contrattabili; non ci sono compromessi, e
qualora ce ne fossero, i protagonisti avranno modo di rendersi conto dei
loro errori, pagheranno care le loro vigliaccherie,
e la loro vita, desiderata sì, ma mai vissuta, sarà per loro un
tormento. Vi è una forza vitale che sfida le regole dell’uomo e
della natura, e rende i personaggi estranei ad una società bigotta,
puritana, convenzionalmente moralista e perbenista.
Attraverso Jane, Charlotte ci fa sapere che
rifiuta in toto il ruolo che la società le impone:
non vuole essere relegata al
ruolo di moglie e devota serva dell’uomo, non vuole essere una damina
scialba, tutta merletti e frivolezze, che ha come sola prospettiva per
il futuro la sistemazione con il matrimonio – e per questo rifiuta di
sposare un uomo che la vuole in moglie non per amore, ma per avere un
sostegno nella divulgazione della sua missione cristiana. Odia dal
profondo di se stessa la vanità e la leggerezza femminile delle sue
coetanee: le sue armi non sono la bellezza e l’abilità nel ricamo, ma
una mente acuta ed ironica; la sua istruzione, la sua passione, che
traspare dai suoi occhi, per tutti gli aspetti della vita,.
Odia le regole della società maschile, che
precludono alla donna la possibilità di essere se stessa, di lavorare
per vivere, e che impongono una rigida divisione di classe:
ed infatti Jane – Charlotte lavora come istitutrice , e si
innamora di un uomo di altro rango sociale.
E’ una donna che ama con passione, ma che
non accetta di scendere a compromessi neppure per l’uomo che ama:
compromessi che la costringerebbero a vivere nell’ombra di una moglie,
nel peccato dell’adulterio e nella deplorazione generale.
Sono profondamente convinta che Emily e
Charlotte Bronte abbiano precorso i tempi ed abbiano lasciato un segno
indelebile nella storia della letteratura.
Per questa loro modernità, questo senso di
democrazia che scavalca il rigido classismo, per queste loro intense
emozioni che infliggono una dura ferita al puritanesimo, sono delle
pioniere della letteratura e del modo di intendere le vicende della
vita: una donna vale quanto un uomo, la ricchezza o la discendenza
nobile non sono un buon sistema per classificare le persone, un
sentimento non è necessariamente un orrendo peccato, il conformismo non
è il modo migliore di vivere se le regole cui ci si conforma sono
ingiuste , fatte di pregiudizi e di repressione di spiriti liberi.
Nasce con loro una nuova coscienza
femminile, una nuova consapevolezza che costituirà un esempio per tutte
le donne che in seguito pubblicheranno libri e saranno apprezzate, senza
essere costrette a ricorrere ad uno pseudonimo maschile.
E per questo ringrazio Emily e Charlotte
Bronte, per avermi aperto gli occhi: aperto gli occhi alla letteratura,
che può essere estremamente attuale seppure lontana duecento anni.
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Sdegno Voglio lasciare un commento pubblico sulla mia indignazione, il mio senso di sconfitta, ed il mio disgusto di fronte ad una vicenda che avrebbe a mio parere richiesto uno schieramento unanime di fronte alla scelta tra la vita e la morte. Voglio gridare il mio dolore forte e chiaro. Sappiamo tutti di cosa sto parlando. ![]() Ieri sera Eluana ci ha lasciato. E lo ha fatto non perché lo abbia voluto, ma perché qualcuno ha deciso per lei. Perché di fronte alla malattia, al disagio ed al dolore, ci sono persone che ritengono non valga la pena di vivere, di toccare con mano la sofferenza, di assistere i propri cari. Perché si considera la vita come un bene relativo, che vale la pena di portare avanti solo se si può viverla ottenendo risultati soddisfacenti, se si può essere qualcuno, se si può realizzare qualcosa. Perché la malattia fa paura, il sacrificio fa paura. Ci ha lasciato perché un gruppo di magistrati si è arrogato il diritto di decidere in merito ad una questione su cui non aveva alcun diritto, per cui non esisteva una normativa. E la giurisprudenza mi insegna che quando manca una legge, non si può decidere. Ma questi magistrati lo hanno fatto comunque, pretendendo di possedere la verità. Eluana ci ha lasciati perché- e lasciatemelo dire, se è vero che da noi c'è la democrazia- un capo dello stato codardo e sinistroide non ha saputo né voluto, per quanto mi riguarda, guardare al di là del proprio naso: perché interpreta la costituzione a modo suo, non ritenendo opportuna una decretazione d'urgenza, quando l'urgenza era palese. Ed anche qui i miei studi di giurisprudenza mi insegnano che si era in presenza di una situazione di effettivo pericolo e di estrema urgenza, e che il governo in tali casi è chiamato a decretare. Ma perché rischiare di diventare impopolare? Il capo dello stato, in questa orribile vicenda, non era affatto super partes, ma chiaramente schierato. Altro discorso è il suo auspicio che si giunga ad una normativa completa ed organica della materia, per evitare altri casi come questo. Ha sempre preteso di possedere la verità il signor Englaro, tanto certo che la figlia non aveva percezione del mondo esterno, né del dolore, quando neanche i medici possono fare affermazioni del genere. O almeno, medici coscienziosi, i cui punti di forza sono la consapevolezza di non essere arrivati, di non possedere la verità in quanto scienziati, ma soprattutto l'umanità. In una lettera indirizzata al sig. Englaro il padre di Terry Schiavo ( ricorderete la sua vicenda dolorosa) lo metteva in guardia dalle false verità, e poteva testimoniare che la figlia soffrì le pene dell'inferno, che aveva percezione sia del mondo esterno, sia del dolore. Ma questo padre codardo ha preferito bendarsi ed andare avanti, ottusamente ed incoscientemente. Voglio dire le cose così come le penso, non me ne frega di filtrarle attraverso una patina di buonismo e di pietismo, che a mio modo di vedere le cose fanno solo male. In un momento in cui anche il valore della vita è diventato relativo, fa bene colpire con opinioni schiette e sincere di chi ha ancora una coscienza. E sono contenta di sapere che non sono la sola. Tutta questa vicenda ha dell'incredibile dal suo inizio, fino al doloroso epilogo. Lo dico perché nel tempo dei dibattiti e dei diversi schieramenti ho potuto sentire cose finora taciute, perché ritenute non di interesse pubblico, che personalmente mi hanno profondamente scossa e portata a riflettere, se possibile, ancora di più. E a convincermi di aver ragione. Si è parlato anche ieri sera di casi del tutto analoghi, se non più gravi, in cui l'amore dei famigliari, la costanza nella cura, l'intento di riabilitazione, nei limiti del possibile, hanno portato buoni frutti ed hanno fatto sì che persone in questo stato di disgrazia
potessero, seppur con i loro forti limiti, continuare a vivere, ed
iniziare a reagire. |
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Magdi Allam diventa Magdi Cristiano Allam
Magdi Allam, il noto giornalista di origine egiziana, vice direttore del Corriere della Sera, è diventato cristiano! E’ stato battezzato da Papa Benedetto XVI durante la veglia solenne di Pasqua. Sono innanzitutto contenta per lui...e secondariamente per tutti noi. Perché in un’epoca in cui si gioca al buonismo a tutti i costi ed in cui il relativismo odierno ci fa accettare e spesso subire atteggiamenti e stili di vita del tutto contrari alla nostra storia, alla nostra cultura ed al nostro credo religioso, una persona è riuscita, con le sue parole, ma soprattutto con il suo esempio, a dire chiaramente il suo "non ci sto". E’ un grande esempio, quello che abbiamo ricevuto da Magdi Allam: innanzi tutto perché ha un coraggio immenso...lui che già vive con la scorta perché, a causa delle sue idee, del suo profondo rispetto per la vita e per la libertà, per i valori veri, e per la sua obiettività, ha ricevuto numerose minacce di morte proprio dai musulmani dai quali, ricordiamolo, proviene. Ha fatto il suo percorso interiore, è giunto alla conversione, e si è fatto battezzare pubblicamente, senza timore, ben consapevole di ciò a cui va incontro con questo suo gesto. Ed incita i tanti ex musulmani, divenuti cristiani, ad uscire allo scoperto, a sentirsi liberi di professare il loro credo serenamente ed alla luce del sole, a farsi, come lui, apostoli. Mi vengono in mente, a questo punto, le parole di Papa Giovanni Paolo II: " Non abbiate paure: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo"... Che Magdi Cristiano Allam sia un esempio per tutti noi....Di sicuro lo è per me. |