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Il prezzo della pace

kabul150 chilogrammi di esplosivo spezzano in pochi secondi le vite di 6 militari del 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore di stanza a  Siena, ma mietono vittime anche tra i civili.
Due convogli militari sono stati fatti esplodere ieri a Kabul, in Afghanistan, alle 12.10 ora locale ( le 9.40 in Italia). L'attentato viene presto rivendicato dai talebani.
Le salme dei sei militari rimasti uccisi arriveranno a Ciampino domenica mattina, mentre i funerali di Stato saranno celebrati lunedì, giorno di lutto nazionale.
E così continuiamo la conta dei morti.



Resto sgomenta di fronte a certe immagini, a certe notizie, e riesco solo in parte ad immaginare la voragine che si apre nello stomaco e nel petto di chi perde un marito, un padre, un figlio, in quel modo. Non puoi vederlo, toccarlo, parlargli per un'ultima volta. Non puoi assisterlo nella morte, confortarlo, stargli accanto. Lontano dalla patria, da casa, dagli affetti. In definitiva solo.
Ci vuole un bel coraggio a morire per un ideale, perché siamo ancora al punto che per portare la pace, la democrazia, occorre che muoiano delle persone. L'umanità ha ancora bisogno dei suoi martiri. Ed eccoli dunque qui, gli ultimi sei martiri del genere umano. Gente che non faceva altro che il proprio dovere, non solo nei confronti dello Stato, dell'esercito, per il quale lavoravano, ma anche e soprattutto nei confronti della gente, la povera gente sottomessa dal giogo talebano. Persone che servivano, prima dell'esercito, un ideale, per il quale hanno sacrificato la famiglia e la propria vita. Un ideale di libertà e democrazia, per il quale occorre ancora lottare e perdere la vita, purtroppo mai facile da ottenere e mai scontato. E così come i nostri sei connazionali, altre vite se ne vanno, tra il caos ed il vocìo della disapprovazione e del disappunto, come quella della giovane Sanaa, rea di aver desiderato e preso per sé, contro il volere del padre-padrone, l'indipendenza e la libertà di vivere come voleva.
Qualunque cosa io dica oggi suona scontata, come già sentita. Le pagine dei giornali sono piene di commenti come il mio, e tutti sono unanimi nel condannare gli attentati, i talebani, i padri-padroni che in nome di Allah si prendono la briga di decidere come gli altri debbano vivere e SE debbano vivere. Persino il mondo politico, seppur con l'immancabile sparuta minoranza, è concorde nell'esprimere il proprio cordoglio e nel ribadire l'importanza di una missione umanitaria per il popolo afgano, oppresso dall'estremismo islamico. Avrei potuto scrivere tante cose ancora, cosa ne penso del fondamentalismo, della nostra cultura occidentale, del nostro essere cristiani addormentati e passivi, che si lasciano schiacciare la testa. ( Rischiando, così , di essere eletta a furor di popolo come degna sostituta della Fallaci). Ma non me la sento. In questo momento credo che i fatti, le immagini, parlino da sé, e che non ci sia bisogno delle mie invettive furiose. In questo momento voglio solo dare anche io il mio contributo in termini di profondo dolore e cordoglio, abbracciando virtualmente tutti i familiari delle vittime: quelle di ieri, quelle di oggi. Civili e militari. Italiane e straniere.




 

 

saddamPena di morte: sarà davvero possibile eliminarla?

 

Torna alla ribalta il tema della pena di morte. Il nostro Governo sta spingendo per ottenere presso l’ONU una moratoria di tutte le esecuzioni, in attesa che i singoli Paesi eliminino definitivamente dai propri sistemi legislativi questo tipo di condanna. La Corte Suprema statunitense ha temporaneamente già sospeso le esecuzioni tramite iniezione per sollevati dubbi di incostituzionalità della stessa.

Forse ci stiamo muovendo, forse sta accadendo finalmente qualcosa di positivo. Ma non è detto, ad essere realisti, che qualcosa si ottenga.

Troppi Paesi ancora ne fanno uso, troppi ne abusano, troppo pochi condannano questo tipo di sanzione, decisiva ed inappellabile. Troppo severa, troppo disumana.

Ho letto cose, in questi giorni, che mi hanno letteralmente sconvolta. Non che non fossi già a conoscenza di come vanno le cose nel mondo. Mi hanno sconvolta la crudeltà, la realtà che non posso vedere, ma che so esistere.

Al mondo ci sono ancora Paesi in cui il tradimento della donna nei confronti del marito è punito con la lapidazione. Ci sono ancora Paesi in cui esistono reati come quello di opinione, di opposizione politica. In Cina, accanto ad una lista ufficiale dei condannati alla pena capitale, ve n’è una segreta di gran lunga più ricca. I condannati vengono portati in pubblico, a testa china, le braccia legate dietro la schiena, con un cartello appeso al collo che ne recita il nome ed il reato commesso. Roba da pubblico ludibrio. O da pubblico scandalo.

 In Arabia Saudita è in uso la decapitazione con lama affilata per gli uomini, ed il plotone d’esecuzione o la lapidazione per le donne.

In Bielorussia Vladimir Toisev fu condannato a morte nel 1970 sulla base di false prove, raccolte attraverso l’intimidazione e la tortura dei testimoni ( venne poi rilasciato nel 1987).

Questo tanto per dirne alcune. Ne ho lette talmente tante, di notizie del genere, che riportarle tutte non avrebbe comunque senso: le storie si assomigliano. Sono storie di legittimazione dell’omicidio, quando a commetterlo è lo Stato. Sono storie in cui si impara che  la vendetta privata è condannata, ma quella pubblica ha tutt’altra risonanza. Ed è legale.

Ma questi sono Stati in cui non è stato ancora assorbito il concetto di democrazia, di diritto, in cui l’uomo non è intoccabile in quanto tale, non possiede diritti inalienabili. Sono Paesi in cui la cultura è talmente diversa dalla nostra, che se anche non è possibile giustificare certi sistemi, in un certo senso riesce anche difficile sorprendersene.

sbarreCiò che mi indigna e mi disgusta, in realtà, sebbene la realtà nel mondo sia già abbastanza ributtante, è sapere che negli Stati Uniti solo 18 Stati non hanno o non applicano la pena di morte. La nazione che si fa portavoce e paladina della giustizia e della democrazia, un sistema evoluto come quello americano, legittima se stesso all’assassinio. Si rende colpevole alla pari dei colpevoli che giudica, applica la legge del taglione. Ci insegna che per quanto possiamo evolverci come società civile, in fondo rimaniamo sempre bestie.

La giustificazione starebbe nel deterrente che tale pena estrema costituirebbe per il resto della cittadinanza, per quella parte di persone atte a delinquere. Ormai sono tutte fandonie. E’ stato da più parti provato che i Paesi in cui il tasso di criminalità è più alto, sono proprio quelli che applicano la pena capitale.

Eppure si continua a comminarla, e ad eseguirla.

Dead man walking. Il morto che cammina. Sono queste le parole che grida il secondino nel momento in cui trae di cella il condannato per portarlo nella stanza dell’esecuzione. Sì, perché in America la legge prevede che non si possa giustiziare un uomo che non sia in perfetta salute, che non abbia la facoltà di arrivare con le sue gambe e di percorrere il miglio verde.

L’ipocrisia delle ipocrisie. Non lo ammazziamo se non sta bene. Se stesse male, che punizione sarebbe?

Poi c’è il momento dell’iniezione, nella maggior parte dei casi. Assurdo il fatto che Ronald Reagan, nel 1973, quando venne introdotto questo sistema, lo paragonò all’atto di pietas che si ha quando si pratica l’eutanasia agli animali malati. Una pura bestemmia.

Tanto per aprire gli occhi, a costo di risultare eccessivamente cruda: vengono iniettati tre veleni diversi, in questa sequenza. Il Sodium Thiopental è un sedativo; Il Pancuronium Bromide è un rilassante muscolare atto a paralizzare il diaframma e a far cessare l’attività polmonare; il Cianuro di Potassio fa cessare il battito cardiaco.

E’ stato detto che la morte interviene di norma dopo sette minuti dalla somministrazioni, ma ci sono stati casi in cui il detenuto ha impiegato molto di più.

Voglio farvi solo un paio di nomi. Il 2 maggio 2006 nella prigione di Lucasville, in Ohio, l’esecuzione di Joseph Clark è durata quasi novanta minuti. Anche il 24 maggio 2007 l’esecuzione di Christopher Newton è durata oltre un’ora: il boia non trovava la vena, data l’obesità del condannato, e molto del veleno è entrato in circolazione nei tessuti molli, prima che nelle vene.

Ma c’è molto di più. Una ricerca dell’Università di Miami, pubblicata dalla nota rivista scientifica The Lancet nel 2005, svela che in realtà l’iniezione letale non è poi tanto differente da metodi definiti più brutali: negli esami post-mortem si è scoperto che in realtà l’iniezione infligge sofferenze ed atroci dolori. Inoltre, prima della somministrazione dei veleni, viene di norma iniettato un anestetico, ma sempre tali esami rivelano che nella maggior parte dei casi le dosi erano talmente basse, nettamente inferiori a quelle usate per gli interventi chirurgici, che in realtà i condannati erano vigili e svegli, in grado di sentire gli atroci dolori provocati dal soffocamento, ed in più intorpiditi quanto bastava per non essere in grado di muovere un muscolo.

La galleria degli orrori ha altre storie orrende, ma non voglio qui raccontarne altre.

Vorrei semplicemente fare alcune considerazioni sulla sorte di queste persone, e sulla nostra sorte.

Non c’è niente di più orrendo che sentire della madre che uccide la figlia, dell’uomo che abusa di bambini, dello stupratore o del serial killer che massacra le sue vittime. E’ naturale e giusto che la rabbia accechi e che si chieda la giusta punizione. Non voglio fare la buonista, non voglio parlare di perdono: quello è talmente difficile in certi casi che, seppure cristianamente auspicabile, è altamente improbabile. Io stessa penso che, presa dalla rabbia del momento, sarei capace di fare spropositi, a sangue caldo. Non riesco a capire, però, la freddezza con la quale lo Stato, che sia l’Ohio o il Texas, la California o l’Alabama, riesce a decidere che un individuo, per quanto malvagio e pericoloso, non merita di esistere. Non si può decidere della vita e della morte altrui: la decisione spetta a Dio, e a Dio solo. La pena di morte è la conferma ultima che l’essere umano ha bisogno di essere brutale, che lo Stato è il legittimato esecutore dei più biechi e barbari istinti umani, quale quello della vendetta.

gesù“ Però chiunque uccida Caino subirà la vendetta sette volte”. Queste sono le parole bibliche. Nessuno, neppure un giudice, uno Stato, una giuria popolare, può uccidere l’uccisore. Sono parole chiare. Perché diventa a sua volta uccisore. Criminale. Assassino.

Fermiamo gli assassinii legalizzati. Fermiamo la brutalità, la vendetta. Perché per quanto delinquente, un essere umano rimane sempre tale. Perché l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, può essere capace di perdonare, di ravvedersi, di pentirsi. Perché Dio si serve anche e soprattutto degli ex cattivi, per compiere il suo disegno. Perché non c’è possibilità di riabilitazione nella pena capitale. Perché si toglie all’uomo l’unica cosa per la quale e con la quale si riesce a vivere: la speranza.

pena morte 

 

 

 

Scienza e fede: sì al progresso, nel rispetto dell'uomo

Quando si pone mente alla scienza, viene subito a galla un altro termine, da secoli contrapposto ad essa: la fede. 

 

 

scienzaLa scienza, come osservazione dei fenomeni naturali, come applicazione delle leggi della natura, e quindi come progresso e innovazione, costituisce l’elemento traino della civiltà.

Scienza vuol dire anche indagine di altro tipo: filosofica, ad esempio. Come vuol dire analisi storica, o sistema culturale, in un senso più ampio ed onnicomprensivo.

Con lo studio della natura l’uomo ha inteso capire il mondo di cui fa parte, capire i meccanismi della natura, per comprenderla ed “adattarla” alle proprie esigenze. Con l’indagine storica ogni azione umana è stata studiata a fondo, per capire le dinamiche della storia, spiegare le realtà politiche e sociali attuali e forse, per non ripetere gli errori del passato – questo, almeno, nei propositi. La filosofia ha tentato, e tenta tuttora, di dare la risposta ad interrogativi esistenziali: del perché esistiamo, chi siamo, dove andremo, cosa ci sarà dopo la vita. Domande, tutte, che hanno sempre coinvolto l’animo umano, il suo senso di smarrimento di fronte all’incertezza.

In generale, quando si pone mente alla scienza, vien subito a galla un altro termine, da secoli contrapposto ad essa: la fede.

Erroneamente, a mio avviso, si è sempre pensato che l’indagine scientifica e filosofica – come quella storica, del resto – fosse assolutamente inconciliabile con la fede cristiana. Questo perché, diversi secoli addietro, ce lo ha insegnato la Chiesa stessa: ragionare su cosa o chi ci sia dopo la vita, sul senso della nostra esistenza, sulla nostra stessa essenza, sarebbe una questione a risolvere alla luce della fede in Dio. Dopo la morte terrena ci attende la vita eterna, quella spirituale, che gode della luce di Dio e dell’unione con Esso; la nostra esistenza ha un senso solo se ed in quanto riflesso di Dio; siamo stati da Dio creati a sua immagine e somiglianza, ossia capaci di amare incondizionatamente.

Come pure indagare su come sia avvenuta la nascita dell’Universo, del mondo, dell’essere umano, o capire se il Sole ruota attorno alla Terra o se è piuttosto il contrario: la Bibbia ci fornisce già le risposte nel libro della Genesi.

vitruvianoSembrerebbe, quindi, che non ci sia modo per sanare il conflitto, e così di fatto è stato per secoli. Basti pensare agli errori madornali commessi dalla Chiesa all’epoca della Santa Inquisizione, che costrinsero Galileo Galilei a sconfessare e a ritrattare tutti i risultati rivoluzionari cui era pervenuto, considerati eretici perché in contraddizione con quanto scritto nel libro della Genesi.

Pur non conoscendo a fondo la storia e l’operato della Chiesa, credo di poter dire che oggi, però, tale conflitto sia stato superato, o perlomeno, si sia dato un input positivo per iniziare un nuovo discorso. Questo stimolo viene dal compianto ultimo Pontefice, Giovanni Paolo II, il quale, nella enciclica “ Fides et ratio”, ammette che “la Chiesa non può che apprezzare l’impegno della ragione per il raggiungimento di obiettivi che rendono l’esistenza personale sempre più degna”.

Egli, inoltre, sostiene con viva forza , in ogni suo discorso, che il fine della religione, ossia della fede, così come quello della ragione, è, e non può essere diversamente, la ricerca della verità: una verità spirituale per la Chiesa cattolica, evidentemente, ed una verità materiale per ogni campo della scienza. I due campi di indagine, a ben vedere, non interferiscono l’uno con l’altro, poiché diverso è l’oggetto della conoscenza, anzi, dove la ragione non può arrivare spiegare, lì supplisce la fede: deve esserci necessariamente una spiegazione alla creazione dell’Universo, che non può essere considerata come un fortuito combinarsi di molecole impazzite. Ma se la scienza non riesce tutt’oggi a trovare un motivo razionale a questa creazione dal nulla di un intero universo, forse ha ragione la Chiesa nel dare una spiegazione di ordine metafisico e ultraterreno: dietro a tutto ciò vi sarebbero lo sguardo e la volontà di Dio.

Un’obiezione, però, viene posta dallo stesso Giovanni Paolo II: la conoscenza tecnica può essere adoperata per il bene come per il male.

E’ così, infatti, che l’energia nucleare è stata creata dall’uomo ed è stata usata contro l’uomo. Il progresso della medicina è statoeinstein sfruttato a fin di bene ed ha consentito, come ad esempio con il trapianto degli organi, di migliorare la vita di molte persone, e nei casi più estremi, di dare una speranza di vita; ma proprio la nuova tecnica di trapianto ha fatto sì che nascesse una nuova forma di male per l’umanità, come il commercio illegale di organi, reperiti, oltretutto, per vie abominevoli. Passando dall’esempio ad un discorso più generale, si può dire senza incertezze che la sete di conoscenza che anima l’uomo ha fatto sì che questi riuscisse a spingersi oltre limiti fino a poco tempo fa invalicabili. E’ nella stessa natura umana l’istinto  di dominare sulla Terra, di comprendere le cose che non si conoscono, per non averne paura e per utilizzarle per i propri scopi: l’uomo non vive e  basta, ma vuole essere padrone del mondo, vuole conoscerlo fino in fondo, poiché è nel suo carattere non accettare le cose acriticamente. E’ nel suo carattere spingersi oltre: oltre il conosciuto, oltre il possibile.

Scatta, infatti, quel meccanismo perverso della mente umana, che ci esorta ad avere di più: più ricchezza, più fama, più conoscenza. L’inconoscibile fa quasi paura, e d’altro canto riuscire a dominare la natura crea nell’uomo quel senso di potenza, che lo porta sempre più in là, ad avvicinarsi quasi, a sfidare, o magari a sostituirsi a Dio.

Sicuramente la scienza ha avuto ed ha un ruolo importante nella nostra vita: grazie allo studio ed alle ricerche di menti ingegnose la società ha potuto progredire dal livello primitivo ad un livello avanzatissimo, in cui tutto è più semplice. L’invenzione delle macchine ha consentito una produzione su larga scala di beni di prima necessità; l’invenzione delle navi, dei treni e degli aerei, sempre più sofisticati, ha consentito enormi spostamenti, ci ha permesso di raggiungere mete sempre più lontane; l’invenzione della stampa ha portato una grande diffusione della cultura ed ha favorito l’alfabetizzazione. La ricerca nel campo della medicina ha alleviato le nostre sofferenze fisiche, e ha debellato o controllato malattie un tempo mortali.

Ovunque ci giriamo, ovunque volgiamo lo sguardo, siamo consapevoli che la nostra civiltà è frutto di una incessante ricerca, di un instancabile desiderio di migliorare le condizioni di vita.

Ma da qui ad ammettere soltanto la possibilità di decidere le sorti di una vita, di “ copiare” una persona a immagine e somiglianza di un’altra, c’è un’enorme differenza.

La nostra conoscenza ci ha portati ad essere l’aberrazione di noi stessi.

Così, se in passato è stata la Chiesa a rifiutare la scienza, oggi è quest’ultima a rifiutare la fede, a relegarla su un piano inferiore. In nome della scienza si va avanti, si creano nuovi esseri umani e si sceglie quali debbano vivere e quali no, si donano figli sani e con un patrimonio genetico perfetto, frutto della migliore combinazione possibile, creata in provetta, dei geni migliori di una madre e di quelli migliori di un padre.

 Ma in nome di Dio, che fine ha fatto l’essere umano? Che fine ha fatto la cultura dell’uomo, la bellezza della diversità? Ci porterà, tutto questo, a nuove forme di sterminio e a nuovi razzismi?

I diritti umani, sacri ed inviolabili, tra cui la libertà e la difesa della vita, predicati dalle società civili, sono gli stessi per cui lotta la Chiesa, per cui lotta la fede. Dove sono finiti il diritto di vivere e la libertà di essere diversi dal prototipo perfetto? Non c’è nessuna libera determinazione in questo: un uomo non può decidere per conto di Dio, come Dio ci lascia liberi di fare le nostre scelte. Ma quale scelta può fare un embrione congelato? Non è forse, quella, già una vita?

Oggi i termini del conflitto fra fede e ragione si sono invertiti: è la ragione che vuole prevaricare sulla fede, ma soprattutto sulla morale, quella morale universalmente riconosciuta che vede uniti cattolici, ebrei e musulmani: la morale della vita.

Perché il fine del progresso, della conoscenza, non può giustificare il mezzo. Il sacrificio che la ragione ci chiede oggi è troppo alto, non ha prezzo, e sfida le leggi di Dio e degli uomini: è il sacrificio della nostra umanità.

Noi siamo uomini, non Dio.

quadro

(ARTICOLO PUBBLICATO SU IL CORRIERE DEL SUD DEL 15 NOVEMBRE 2006)

 

 

La violenza, ieri come oggi: dal razzismo al fondamentalismo, alle lotte religiose

 

 ku klux klan

Si può senz’altro affermare che la violenza sia un dato innegabile della nostra condizione di esseri umani, un aspetto purtroppo connaturato ed imprescindibile del nostro essere uomini fallibili. E’ il ritratto del nostro lato oscuro, dell’egoismo prevaricante. E’ il necessario mezzo di affermazione, nel momento in cui falliscono la dialettica, la diplomazia, la politica.

La violenza come la guerra.

E paradossalmente la violenza, tanto fisica quanto psicologica, è strumento per raggiungere la pace, come per turbarla.

Tutta la nostra civiltà è fondata su atti di violenza e di guerra, atti di prevaricazione ed imposizione, visti, con gli occhi di chi li ha perpetrati, come necessari al raggiungimento di uno scopo.

E’ come ammettere, in definitiva, che senza armi l’essere umano non approda a nulla, non è in grado di costruire alcunché.

Sono state scritte col sangue intere pagine di storia.

I primi Cristiani subirono le persecuzioni dell’Impero Romano, prima di essere liberi di professare il loro Credo; i Cristiani stessi, a loro volta, furono forieri di distruzione e morte allorquando, intraprendendo le Crociate, si prefissarono lo scopo, di certo guidato anche da motivazioni razziali, politiche ed economiche, di liberare la Terra Santa dai musulmani infedeli.

In effetti la religione ha fornito spesso il movente per azioni di lotta e violenza. Si pensi, ancora, alla riforma protestante ed al tentativo della Chiesa Cattolica di arrestare la scissione: il mezzo più diretto ed efficace fu proprio la violenza, attuata spesso apertamente, ma anche in forme più subdole di violenza psicologica. La controriforma cattolica perseguì i ritenuti eretici, ossia coloro che si definivano protestanti, per mezzo di una rigidità attuata con torture corporali e psicologiche dall’ Istituto della Santa Inquisizione. La quale si preoccupò, in maniera altrettanto incisiva, di stroncare sul nascere ogni tentativo di libera espressione, bandendo tutti i libri non conformi ai precetti del Cattolicesimo puro. La successiva caccia alle streghe, a pensarci bene, come strumento di intimidazione e repressione rivolto alle “povere sventurate” ritenute seguaci di Satana, potrebbe essere letta anche in una prospettiva ben più ampia, come vera persecuzione di chi è diverso, di chi ha idee diverse, che è un po’ il tema principale di tutta la storia dell’umanità.

La guerra a tutto ciò che è diverso da noi, e quindi ci spaventa, può essere portata avanti, oltre che con le armi, con i mezzi ben più pesanti della discriminazione: che sia razziale, o religiosa, poco importa. I suoi risultati sono deleteri e letali quanto un fucile pronto a sparare.mandela

Lo sanno bene i neri d’America, per i quali l’affermazione dell’uguaglianza con i bianchi è stata un’utopia fino ad epoche a noi molto vicine; lo sanno i neri del Sudafrica, che nella loro stessa terra sono stati segregati in vasti ghetti, senza avere il diritto di sedere accanto ad un bianco su un autobus, in Chiesa, nelle scuole. Le idee razziste alla base dello schiavismo, le leggi per la segregazione razziale, le organizzazioni segrete come il famigerato Ku Klux Klan, che fece del razzismo e della violenza contro i neri il suo unico scopo, hanno costituito l’affermazione di quell’abietto principio per cui con la violenza si afferma il proprio ego, seppure meschino, e seppure a scapito di altri.

Un mondo da sempre armato fino ai denti ha dovuto usare le armi per legittimarsi, ed anche se sono in molti oggi i seguaci della non violenza, così come  intesa da Ghandi, ossia come lotta e forza positiva, si continua ostinatamente a considerare da parte dei più, armi e violenza come strumenti più efficaci di ogni altro per affermare le proprie ideologie del momento, i propri interessi economici e politici, nonché religiosi.

Un esempio per tutti illuminante è la guerra condotta dal fondamentalismo islamico contro l’Occidente capitalista ed infedele; e dello stesso Occidente, capitanato dalla super potenza mondiale Stati Uniti d’America, contro il fanatismo religioso musulmano, i suoi tiranni e le loro armi di distruzione di massa.

E’ un’immagine apocalittica quella che balza alla mente. Lo scenario è, comunque, sempre lo stesso, da secoli: la violenza, da entrambe le parti del conflitto, si eleva a giustizia, contro altra violenza condannata come ingiusta. E’ l’errore logico, ma forse necessario; è l’illusione madornale di combattere il male con latro male, con l’effetto di confermarlo e stabilirlo come metodo principe di azione.

Dal vortice della guerra per ottenere la pace non si uscirà più, a meno che non si consideri che la vita umana è troppo fragile e temporanea da non valere la pena di sciuparla in lotte che non portano a niente, se non al degrado totale di noi stessi e dei nostri spiriti.

E’ destabilizzante, oltre che tremendamente aberrante, l’idea che per la legge dei corsi e ricorsi storici, una fitta rete di alleanze,  una pace sottoscritta, un disarmo – quanto meno parziale – a nulla servono se non a creare coalizioni, in vista di future guerre, sempre possibili e probabili, più o meno lontane nel tempo.

Ed allora la guerra serve per avere la pace, e la pace serve per combattere una guerra.

Il circolo continua, e non ha più fine.

(ARTICOLO PUBBLICATO SU IL CORRIERE DEL SUD DEL 15 NOVEMBRE 2006)

 

 

 

Popoli e religione, nel bene e nel male

 

 mussulmani

Il senso di Dio, nella storia dell’uomo, è sempre stato un aspetto imprescindibile insito nella natura umana: non vi è popolo che non abbia venerato un’entità superiore e sovrannaturale e che non si sia ad essa affidato per dare una risposta ad interrogativi cui, nella sua limitatezza, non sapeva rispondere.

Nella coscienza e nell’animo dell’uomo ricorrere a Dio, ad Allah o a Javhè, ha significato cercare conforto nei momenti di affanno, di bisogno, di sconforto; ha significato vincere la paura della morte e della sofferenza corporale e spirituale, in vista di una vita ultraterrena, che avrebbe ricompensato gli esseri umani per aver condotto la propria vita secondo i dettami divini.

Soltanto gli atei o i miscredenti pensano che tutto ciò sia soltanto un’illusione costruita per placare gli animi.

La verità può stare solo nella fede: nessuno in effetti può fornirci le prove concrete dell’esistenza di Dio e del Paradiso, né può dire che un Dio è più giusto di un altro.

La religione, da che mondo è mondo, ha subito poi le influenze dei popoli presso i quali si è andata affermando, e a sua volta ha influenzato essa stessa il modo di vivere di quei popoli. Basti pensare che, ad esempio, l’islamismo detta anche regole pratiche di vita, regole igieniche come quella di non bere alcolici e di non mangiare carne di maiale: per i popoli che vivono in terre calde ciò significa preservare la propria salute, e sicuramente ciò non ha nulla di divino  o trascendentale. Gli Ebrei, invece, non possono mangiare carne di maiale, né pesci senza spine e squame, non possono consumare carne e latticini contemporaneamente.

A ben vedere si tratta, quindi, per lo più di regole alimentari che servono a spingere la gente, con la convinzione di uniformarsi alla volontà di Dio, a seguire una dieta salutare ed adeguata al luogo in cui si vive.

Il fine di una religione monoteista, poi, a mio avviso, è quello di ricongiungere l’uomo a Dio, e quindi si può forse sostenere che in realtà il fine ultimo è unico, ma piuttosto sono diversi i mezzi per raggiungerlo.

E che spesso in nome di Dio i capi religiosi abbiano coinvolto i popoli seguaci e fedeli in imprese riprovevoli, non è affatto un mistero. Spesso e volentieri, purtroppo, nella storia dell’umanità, la religione è stata strumento di persecuzione, subita e perpetrata, nella quale si celavano, e si celano tuttora, motivi politici ed economici. La persecuzione dei cristiani nell’Impero Romano, perché essi veneravano Dio e non l’imperatore, ha fornito la scusa per tentare di eliminare una minaccia destabilizzante per l’intero assetto del potere: sostenere, come fece Gesù Cristo, che tutti gli uomini sono uguali, tanto i ricchi quanto gli uomini e gli schiavi, costituiva senz’altro un elemento pericoloso di disturbo.

crociate

In realtà, noi stessi cristiani, in epoche molto più recenti, siamo passati dalla parte dei carnefici, e ci siamo fatti scudo di Dio per giustificare guerre mostruose come le Crociate per la liberazione della Terra Santa dagli infedeli, che effettivamente nascondevano dietro questa facciata i reali motivi di ordine politico ed economico.

Stessa sorte è toccata successivamente a tutti coloro che, prendendo le distanze dalle interpretazioni fanatiche della Chiesa, hanno subito il giudizio e le torture della Santa Inquisizione, che ha creato ovunque martiri, per aver trasformato Dio in un essere impietoso e intollerante, da temere più che amare, e snaturando, quindi, i veri dettami del Cristianesimo.

Stragi di massa sono state compiute, poi, nell’America settentrionale e centrale, ad opera di una colonizzazione europea che, prendendo spunto dall’esigenza di cristianizzare i selvaggi, di portare loro la conoscenza di Dio, ha in realtà inteso conquistare nuove terre da coltivare, nuovi spazi da abitare, nuove materie prime da sfruttare.

In effetti anche oggi assistiamo a fenomeni simili, questa volta ad opera dei musulmani: la persecuzione degli sciiti, la jiiad o guerra santa, non forniscono forse una visione distorta di Dio?

Non è forse imposizione violenta del proprio modo di vivere, e lotta politica contro il capitalismo occidentale?

Non sono una profonda conoscitrice del Corano, ma credo che Dio sia il bene e non comandi brutali stragi in suo nome: anche per i musulmani si tratta, forse, di una storpiatura, una reinterpretazione di comodo delle sacre scritture, che fornisce agli uomini, esseri fallibili e limitati, la giustificazione per i loro orrori. La guerra santa non potrebbe essere voluta da Allah senza armi? Morire per lui non potrebbe accostarsi alla visione cristiana del proprio sacrificio, dell’accettare le sofferenze e le conseguenze della propria fede, come fecero San Paolo e gli Apostoli, vittime della persecuzione cristiana?s.antimo

Gli stessi Ebrei sono un popolo perseguitato in nome di Dio sin dalle sue origini.

La religione ha coinvolto popoli nel bene e nel male, ed ha putroppo prodotto, e continua per alcuni a produrre, errori/orrori dovuti non tanto alla diversità del fine perseguito, quanto ai mezzi per raggiungerlo.

A prescindere da tutto ciò, penso che in ogni caso per l’uomo credere nella propria immortalità dia un senso alla vita, aiuti a sopportare sofferenza, dolori ed angosce, e dia ai meno fortunati la continua speranza di una vita migliore, di un completo riscatto.

E se tutto ciò è solo un’illusione, chi lo sa?

Sarebbe comunque una bella illusione sapere che la nostra vita non finisce qui, che le nostre buone azioni verranno premiate, e come un bambino ha piena fiducia nel padre e sa che questi lo ama e vuole solo il suo bene, così dobbiamo aver fede in Dio, che per ogni essere umano su questa terra ha dato se stesso.

 

 

 

Attuale la letteratura dell'Ottocento

 

 Emily e Charlotte Bronte, due delle scrittrici più significative del periodo vittoriano

 

 

     Come può la letteratura dell’Ottocento essere in qualche modo attuale, ed interessare una categoria di lettori, come quella dei giovanissimi, degli studenti, che sembrano curarsi poco della lettura se non del best-seller del momento?  

    Accostarsi alla letteratura, infatti, e soprattutto a quella di un periodo storico a noi lontano, con una cultura e problematiche diverse, non è semplice, e a volte non si riescono ad apprezzare il modo di scrivere ed il pensiero di un autore di cui non si comprendono a fondo le motivazioni e le intenzioni.

     Di recente ho trovato la risposta alla mia domanda. E’ contenuta in due romanzi in particolare: “Cime tempestose“ di Emily Bronte e “Jane Eyre“ di Charlotte Bronte, due delle scrittrici a mio avviso più significative della letteratura inglese del periodo vittoriano.

     La loro vita ruota attorno ad un mondo intriso di ostilità: quell’ostilità di regole fatte solo da uomini, ostilità di una cultura che reprime coloro che non seguono la corrente, che non seguono i sani – puritani – principi religiosi, che esaspera all’ennesima potenza un convenzionale moralismo ed un’ottusa ipocrisia e chiusura mentale. E questa cultura ostile domina su tutto e su tutti, pretende di controllare azioni e reazioni, sentimenti e linguaggio, è nemica di qualsiasi segno di apertura.

     Ed è sicuramente in questa prospettiva che, a parer mio, vanno letti i due romanzi in questione.

     Cime tempestose“ e “Jane Eyre” sono lo specchio di due giovani donne, Emily e Charlotte, ed in essi si legge un disagio dei protagonisti ad adattarsi ad un mondo che sta loro stretto, che non riesce a mantenere la totalità delle loro pulsioni e passioni, che non sono solo passioni d’amore, ma passioni che ardono per ogni singolo aspetto della vita e della morte. Vivono in un mondo che li segrega in un ruolo, ma che alla fine dei conti non riesce ad imporre loro i suoi schemi: le loro personalità, seppure combattute -  e forse proprio per questo più ricche – dirompono, esplodono con tutta la forza di cui sono capaci, e si prendono tutto lo spazio di cui hanno bisogno per espandersi ed esprimersi, a dispetto dell’opinione di tutti.

     Attraverso i loro personaggi Emily e Charlotte rivelano al mondo i propri pensieri e desideri.

     Emily Bronte ha un carattere tormentato, estraniato da tutto e tutti: è solitaria ed estremamente insofferente nei confronti diALBERO quel teatrino di ipocriti burattini che le danzano intorno. La sua insofferenza si placa soltanto con la contemplazione e la compagnia della brughiera inglese, che ne rispecchia le sfaccettature e le intime contraddizioni: dolcezze delle colline, dei fiori e dei profumi; asperità dei dirupi, delle tempeste violente e del freddo pungente.

     E proprio la brughiera fa da sfondo ad una storia di contrasti, tra una vita tranquilla e convenzionale – un matrimonio con un nobile tanto affezionato quanto scialbo, che la protagonista sposa per convenienza e prestigio sociale, non certo per amore – ed una storia d’amore morbosa e tormentata con un uomo intelligente e scaltro, passionale e caparbio, ma senza lignaggio, che infrange tutte le regole per avere la donna che ama e per vendicarsi di lei nel momento in cui questa decide di seguire una strada più convenzionale. I personaggi sono avvolti in una coltre di amore-odio, di sentimenti assoluti e non contrattabili; non ci sono compromessi, e qualora ce ne fossero, i protagonisti avranno modo di rendersi conto dei loro errori, pagheranno care le loro vigliaccherie, e la loro vita, desiderata sì, ma mai vissuta, sarà per loro un tormento. Vi è una forza vitale che sfida le regole dell’uomo e della natura, e rende i personaggi estranei ad una società bigotta, puritana, convenzionalmente moralista e perbenista.

   BRONTE  La vita di Charlotte Bronte, come quella di Jane Eyre è sicuramente più lineare, ma non per questo meno rivoluzionaria.

     Attraverso Jane, Charlotte ci fa sapere che rifiuta in toto il ruolo che la società le impone:  non vuole essere relegata al ruolo di moglie e devota serva dell’uomo, non vuole essere una damina scialba, tutta merletti e frivolezze, che ha come sola prospettiva per il futuro la sistemazione con il matrimonio – e per questo rifiuta di sposare un uomo che la vuole in moglie non per amore, ma per avere un sostegno nella divulgazione della sua missione cristiana. Odia dal profondo di se stessa la vanità e la leggerezza femminile delle sue coetanee: le sue armi non sono la bellezza e l’abilità nel ricamo, ma una mente acuta ed ironica; la sua istruzione, la sua passione, che traspare dai suoi occhi, per tutti gli aspetti della vita,.

     Odia le regole della società maschile, che precludono alla donna la possibilità di essere se stessa, di lavorare per vivere, e che impongono una rigida divisione di classe:  ed infatti Jane – Charlotte lavora come istitutrice , e si innamora di un uomo di altro rango sociale.

     E’ una donna che ama con passione, ma che non accetta di scendere a compromessi neppure per l’uomo che ama: compromessi che la costringerebbero a vivere nell’ombra di una moglie, nel peccato dell’adulterio e nella deplorazione generale.

     Sono profondamente convinta che Emily e Charlotte Bronte abbiano precorso i tempi ed abbiano lasciato un segno indelebile nella storia della letteratura.

     Per questa loro modernità, questo senso di democrazia che scavalca il rigido classismo, per queste loro intense emozioni che infliggono una dura ferita al puritanesimo, sono delle pioniere della letteratura e del modo di intendere le vicende della vita: una donna vale quanto un uomo, la ricchezza o la discendenza nobile non sono un buon sistema per classificare le persone, un sentimento non è necessariamente un orrendo peccato, il conformismo non è il modo migliore di vivere se le regole cui ci si conforma sono ingiuste , fatte di pregiudizi e di repressione di spiriti liberi.

     Nasce con loro una nuova coscienza femminile, una nuova consapevolezza che costituirà un esempio per tutte le donne che in seguito pubblicheranno libri e saranno apprezzate, senza essere costrette a ricorrere ad uno pseudonimo maschile.

     E per questo ringrazio Emily e Charlotte Bronte, per avermi aperto gli occhi: aperto gli occhi alla letteratura, che può essere estremamente attuale seppure lontana duecento anni.

(ARTICOLO PUBBLICATO SU IL CORRIERE DEL SUD DEL 15 NOVEMBRE 2006)

 

 

 


Sdegno

Voglio lasciare un commento pubblico sulla mia indignazione, il mio senso di sconfitta, ed il mio disgusto di fronte ad una vicenda che avrebbe a mio parere richiesto uno schieramento unanime di fronte alla scelta tra la vita e la morte. Voglio gridare il mio dolore forte e chiaro.
Sappiamo tutti di cosa sto parlando.eluana
Ieri sera Eluana ci ha lasciato. E lo ha fatto non perché lo abbia voluto, ma perché qualcuno ha deciso per lei. Perché di fronte alla malattia, al disagio ed al dolore, ci sono persone che ritengono non valga la pena di vivere, di toccare con mano la sofferenza, di assistere i propri cari. Perché si considera la vita come un bene relativo, che vale la pena di portare avanti solo se si può viverla ottenendo risultati soddisfacenti, se si può essere qualcuno, se si può realizzare qualcosa. Perché la malattia fa paura, il sacrificio fa paura. Ci ha lasciato perché un gruppo di magistrati si è arrogato il diritto di decidere in merito ad una questione su cui non aveva alcun diritto, per cui non esisteva una normativa. E la giurisprudenza mi insegna che quando manca una legge, non si può decidere. Ma questi magistrati lo hanno fatto comunque, pretendendo di possedere la verità. Eluana ci ha lasciati perché- e lasciatemelo dire, se è vero che da noi c'è la democrazia- un capo dello stato codardo e sinistroide non ha saputo né voluto, per quanto mi riguarda, guardare al di là del proprio naso: perché interpreta la costituzione a modo suo, non ritenendo opportuna una decretazione d'urgenza, quando l'urgenza era palese. Ed anche qui i miei studi di giurisprudenza mi insegnano che si era in presenza di una situazione di effettivo pericolo e di estrema urgenza, e che il governo in tali casi è chiamato a decretare. Ma perché rischiare di diventare impopolare? Il capo dello stato, in questa orribile vicenda, non era affatto super partes, ma chiaramente schierato. Altro discorso è il suo auspicio che si giunga ad una normativa completa ed organica della materia, per evitare altri casi come questo. Ha sempre preteso di possedere la verità il signor Englaro, tanto certo che la figlia non aveva percezione del mondo esterno, né del dolore, quando neanche i medici possono fare affermazioni del genere. O almeno, medici coscienziosi, i cui punti di forza sono la consapevolezza di non essere arrivati, di non possedere la verità in quanto scienziati, ma soprattutto l'umanità. In una lettera indirizzata al sig. Englaro il padre di Terry Schiavo ( ricorderete la sua vicenda dolorosa) lo metteva in guardia dalle false verità, e poteva testimoniare che la figlia soffrì le pene dell'inferno, che aveva percezione sia del mondo esterno, sia del dolore. Ma questo padre codardo ha preferito bendarsi ed andare avanti, ottusamente ed incoscientemente. Voglio dire le cose così come le penso, non me ne frega di filtrarle attraverso una patina di buonismo e di pietismo, che a mio modo di vedere le cose fanno solo male. In un momento in cui anche il valore della vita è diventato relativo, fa bene colpire con opinioni schiette e sincere di chi ha ancora una coscienza. E sono contenta di sapere che non sono la sola.
Tutta questa vicenda ha dell'incredibile dal suo inizio, fino al doloroso epilogo. Lo dico perché nel tempo dei dibattiti e dei diversi schieramenti ho potuto sentire cose finora taciute, perché ritenute non di interesse pubblico, che personalmente mi hanno profondamente scossa e portata a riflettere, se possibile, ancora di più. E a convincermi di aver ragione.
Si è parlato anche ieri sera di casi del tutto analoghi, se non più gravi, in cui l'amore dei famigliari, la costanza

nella cura, l'intento di riabilitazione, nei limiti del possibile, hanno portato buoni frutti ed hanno fatto sì che persone in questo stato di

 disgrazia potessero, seppur con i loro forti limiti, continuare a vivere, ed iniziare a reagire.
Allora mi chiedo: perché tutto questo con Eluana non è stato fatto? Il suo caso non era più grave di tanti altri, che hanno potuto invece migliorare un poco.
L'indifferenza e l'egoismo sono due brutte bestie, e lei ne paga il fio. L'assenza di coscienza, e di Dio, hanno fatto sì che lei pagasse per tuti. E non è giusto.
hitlerSe le cose stanno così, siamo davvero sull'orlo del baratro. E ci troviamo davanti ad uno dei tanti corsi e ricorsi storici. Sono più che certa che il signor Hitler, dal basso dell'inferno, si stia facendo ora delle grasse risate. Siamo arrivati all'assurdo: una vita che non funziona più come dovrebbe viene messa sullo stesso piano di una macchina rotta, se ne riduce l'importanza e la sacralità.
So perfettamente che accettare una condizione del genere per un parente sia una grande sofferenza; sono perfettamente consapevole che accettarsi così, come nel caso di Welby, non è facile né scontato. Sono sicura che io stessa avrei non pochi problemi. Ciò non vuol dire nulla, non vuol dire di certo che farla finita sia lecito e legittimo. Mi auspico che questa triste vicenda abbia scosso le menti dei nostri politici, perché possano provvedere anche a fare avere il giusto sostegno, morale e materiale, a quanti si trovano in queste condizioni.
Ma per l'amor del cielo, non venitemi a dire che si è trattato di un atto d'amore di un padre verso la figlia. Sono madre di due bambini e per quanto ne so io non sarei mai e poi mai capace di un atto del genere. Sarebbe quello il momento in cui amerei ancora di più, se possibile, in cui il sacrificio di me stessa avrebbe un senso ed una ragione che vanno al di là della ragione stessa.
In tutti questi giorni sono stata vicina ad Eluana, seppur non fisicamente. Lei è morta da sola, ma idealmente circondata da tante persone che l'anno amata di più proprio perché indifesa. Ho pensato a lei, ed ho pregato per lei. E visto che non si è fatto in tempo a legiferare per salvarle la vita, confido ora nella legge di Dio.
Ora sì, riceverà l'amore di cui aveva bisogno quando era in vita, e che non ha purtroppo avuto.
Ora sì, ne sono certa, è davvero in buone mani.

 
 

Magdi Allam diventa Magdi Cristiano Allam 

magdi allam 

Magdi Allam, il noto giornalista di origine egiziana, vice direttore del Corriere della Sera, è diventato cristiano! E’ stato battezzato da Papa Benedetto XVI durante la veglia solenne di Pasqua. Sono innanzitutto contenta per lui...e secondariamente per tutti noi. Perché in un’epoca in cui si gioca al buonismo a tutti i costi ed in cui il relativismo odierno ci fa accettare e spesso subire atteggiamenti e stili di vita del tutto contrari alla nostra storia, alla nostra cultura ed al nostro credo religioso, una persona è riuscita, con le sue parole, ma soprattutto con il suo esempio, a dire chiaramente il suo "non ci sto". E’ un grande esempio, quello che abbiamo ricevuto da Magdi Allam: innanzi tutto perché ha un coraggio immenso...lui che già vive con la scorta perché, a causa delle sue idee, del suo profondo rispetto per la vita e per la libertà, per i valori veri, e per la sua obiettività, ha ricevuto numerose minacce di morte proprio dai musulmani dai quali, ricordiamolo, proviene. Ha fatto il suo percorso interiore, è giunto alla conversione, e si è fatto battezzare pubblicamente, senza timore, ben consapevole di ciò a cui va incontro con questo suo gesto. Ed incita i tanti ex musulmani, divenuti cristiani, ad uscire allo scoperto, a sentirsi liberi di professare il loro credo serenamente ed alla luce del sole, a farsi, come lui, apostoli.

Mi vengono in mente, a questo punto, le parole di Papa Giovanni Paolo II: " Non abbiate paure: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo"...

Che Magdi Cristiano Allam sia un esempio per tutti noi....Di sicuro lo è per me.