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Su di un livello

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Educazione bilingue negli idiomi nativi
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agosto 1999 - Quando l'esperto d'informatica e di educazione José Linares Gallo arrivò ad Ayacucho, come responsabile del progetto 'Infoscuola', del Ministero dell'Educazione, trovò che il 40 % della popolazione scolastica parlava quechua, mentre lui portava solamente un software in inglese.
Questo avvenne prima che, a metà del 1998, lo Stato peruviano istituisse ufficialmente e in modo massiccio l'educazione bilingue negli idiomi nativi, come mezzo di preservazione dell'identità culturale.
Linares Gallo adattò allora il suo programma al quechua e, a suo parere, si tratta della prima esperienza latinoamericana nella quale il bilinguismo per l'insegnamento è utilizzato dai computer.
Secondo l'agenzia IPS, circa 3.500 maestri che lavorano nelle comunità native hanno ricevuto un'abilitazione per sviluppare l'insegnamento bilingue. Si pensa che per l'anno 2.000 saranno 9.000.
Tra testi di lettura, quaderni di lavoro e altri materiali, il Ministero dell'Educazione ha editato circa 50 titoli in lingua nativa, che sono utilizzati da decine di migliaia di bambini sui monti e nelle foreste peruviane. La decisione governativa è frutto della richiesta dei capi delle comunità amazzoniche e della constatazione dell'allontanamento sociale che mostrano i nativi sottomessi alla pressione ufficiale di una cultura che è loro estranea.
Carmen Peralta, una delle insegnanti preparata per insegnare l'educazione primaria in quechua, osserva che "i bambini forzati a studiare in un idioma ufficiale che non è il loro, si sentono discriminati di fronte a professori che parlano solo il castigliano".
Dei quasi quattro milioni di peruviani che non parlano spagnolo o sono bilingui, più di tre milioni utilizzano la lingua degli Incas, il quechua, mentre l'aymarà è parlato nella regione dell'altipiano della Sierra Sur. Si stimano in circa 40 le lingue native utilizzate dagli abitanti della selva amazzonica.

Teleferica su Machu Picchu?
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luglio 1999 - Imprenditori del ramo turistico e difensori della salvaguardia dei monumenti storici si stanno confrontando su di un progetto di costruzione di una teleferica a Machu Picchu, la città di pietra costruita dagli Incas.
Scoperta quasi intatta nel 1911 dall'archeologo nordamericano Hiram Bingham, dell'Università di Yale, questo gioiello della cultura peruviana e latinoamericana costituisce uno dei punti di attrazione turistica più importanti della nazione andina ed è visitato da circa 600 persone ogni giorno.
Mentre le aziende turistiche applaudono il progetto approvato dal Governo, perché sperano che con questo aumenti il numero dei visitatori, l'Istituto di Cultura di Cuzco si oppone a questa idea per paura che possa danneggiare la conservazione di Machu Picchu, dichiarato inoltre Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'UNESCO.
La teleferica sarebbe totalmente elettrica, con una capacità di trasporto di 400 persone dalla base della montagna dove si trova la città incaica fino a una stazione situata a 2.442 metri sul livello del mare.
Secondo il presidente del Comitato di Promozione dell'Investimento Privato (COPRI), Gustavo Caillaux, gli studi di impatto ambientale effettuati garantiscono che l'apparato non danneggerà il monumento storico né l'ambiente circostante. "Sarà costruito in accordo con le norme tecniche svizzere, non verranno utilizzati esplosivi e la stazione finale sarà a 300 metri dall'entrata di Machu Picchu", ha assicurato Caillaux alla stampa.
Si pensa che in qualche momento si inserisca nella polemica l’aspetto più difficile da risolvere: se si deve limitare l’affluenza massiccia dei visitatori, cosa che si è posta anche riguardo ad altri monumenti storici nel mondo come l’Acropoli di Atene, la tomba di Tutankamon e le piramidi, in Egitto, e le grotte di Altamira, in Spagna.
Ad Atene le autorità non hanno ritenuto necessario limitare il numero dei visitatori, ma hanno stabilito norme di comportamento e aree a transito autorizzato; in Egitto, da quando nel 1988 sono iniziati lavori di manutenzione nella zona delle piramidi, importanti aree sono state chiuse al pubblico per dieci anni e la riapertura è stata possibile solo a metà dello scorso anno, ma a ingresso controllato; la Spagna, da parte sua, ha proibito le visite alle grotte di Altamira.
Ma gli albergatori e le agenzie di viaggio di Lima e di Cuzco, così come le autorità peruviane, non condividono i criteri adottati in Egitto e in Spagna e comprendono l’incremento dei turisti nei loro programmi di sviluppo.
La situazione deve essere affrontata secondo i consigli della storica María Rostworowski: "Machu Picchu è un emblema del Perù... Bisogna decidere senza emotività, pensando ai valori del passato e del futuro, senza limitarsi unicamente alla convenienza materiale".

Il parco della pace
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giugno 1999 - La pronta creazione del Parco Ecologico della Pace, nella zona dell'Alto Cenepa, nella Cordigliera del Cóndor, porterà, dopo più di 50 anni di guerra tra Ecuador e Perù, l'unificazione e il riavvicinamento degli indigeni shuar, che abitano la zona di frontiera tra i due paesi.
Con la delimitazione formale dei nuovi confini da parte dei Presidenti Jamil Mahuad e Alberto Fujimori, nel maggio scorso, sono entrati in vigore tutti i punti dell'accordo di pace, tra questi la creazione di questo parco.
Yolanda Kakabatse, Ministro dell'Ambiente dell'Ecuador, ha dichiarato alla IPS che "stiamo analizzando le caratteristiche dell'area e della sua popolazione per poi decidere come portare a termine i progetti nel turismo, nella conservazione, nella ricerca e nello sviluppo".
Per gli 80.000
shuar nell'area ecuadoriana-peruviana è molto importante che le loro opinioni siano prese in considerazione nel momento di creare il parco, dato che la natura è per loro parte integrante della loro vita.
Uno degli impegni che i due governi dovranno affrontare subito è lo sminamento della zona: "Quando vanno a caccia, i miei fratelli seguono le orme del
saíno o della danta (due mammiferi dell'Amazzonia) per evitare le mine", dice con preoccupazione Carlos Viteri, un dirigente indigeno ecuadoriano.
Anche se dall'inizio dell'ultima guerra, nel 1995, le organizzazioni degli indigeni avevano sottoscritto una dichiarazione congiunta per mantenere la pace, questo fatto non ha impedito che alcuni di loro venissero reclutati dagli eserciti dei due paesi per le loro eccezionali condizioni fisiche e psicologiche e per la conoscenza del terreno. Di conseguenza, migliaia di indigeni hanno patito gli effetti diretti dei combattimenti.
Ma la guerra è finita e con questo fatto è stato risolto un grande problema per queste etnie. Nessuno meglio degli
shuar può sapere che cosa sia stato per decenni vivere assediati nelle proprie case, con le famiglie impossibilitate a farsi visita, per una ragione a loro lontana.
In realtà per gli
shuar il settore dell'Alto del Cenepa non è mai stato né ecuadoriano né peruviano in quanto i confini imposti dai governi e dai conflitti bellici non hanno potuto dividerli.

Si continua a parlare quechua
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giugno 1999 - Quasi cinquecento anni dopo l'arrivo dei conquistatori spagnoli, la lingua dell'Impero Inca, il quechua, è parlato da un terzo dei 23 milioni di peruviani e da cinque milioni tra ecuadoriani e boliviani.
"Sissignore, il quechua è la lingua della mia gente", ha detto alla AP Teófilo Quispe, un venditore di un banchetto stradale di Lima.
La migrazione interna verso la capitale ha contribuito al fatto che la popolazione di Lima aumentasse negli ultimi 30 anni da 1.8 a 7.6 milioni di abitanti e ha accentuato la cultura andina della città.
Il direttore di Educazione Bilingue del Governo, Juan Carlos Godennzi, si sente per questo ottimista. Ma allo stesso modo che altre lingue indie, il quechua si trova attualmente sotto pressione nella misura in cui il Perù si "modernizza". Molti giovani, compresi i contadini, quando vanno a vivere nelle città, cercano di nascondere le loro radici indie per potersi sviluppare socialmente, soprattutto tra i molti discendenti di europei che disprezzano quelli che parlano quechua e li considerano ignoranti e inferiori.
Una maestra di una scuola della capitale ha dichiarato che gli stessi genitori che parlano quechua, cercano di parlare spagnolo di fronte ai loro figli, affinché non lo apprendano.
Edolia Salcedo è arrivata a Lima da 15 anni e adesso è una venditrice in un banchetto stradale. Può darsi che lei non abbia cultura nel senso "moderno" della parola, né tantomeno istruzione, ma quando il giornalista della suddetta agenzia le ha chiesto perché solo ora parla spagnolo, gli ha risposto, senza volerlo, la vera ragione per la quale l'idioma incaico è in pericolo: "Parlando quechua non si guadagnano soldi".
Per fortuna, tuttavia, lo si parla nei quartieri più poveri, o lo si canta sulle note della musica melanconica dell'altipiano.

Disputa per un chilometro quadrato?
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maggio 1999 - Dopo 170 anni, le differenze territoriali tra i due paesi andini si sono virtualmente risolte lo scorso 13 maggio con la delimitazione dell'ultimo tratto di frontiera, anche se non è terminata del tutto la discordia per una piccola area nell'enclave di Tiwinza.
I presidenti Alberto Fujimori e Jamil Mahuad si sono scambiati i documenti che hanno ufficializzato la posizione degli ultimi limiti di confine che ratificano la delimitazione stabilita dal Protocollo di Río de Janeiro del 1942 e ribadita negli accordi di pace firmati a Brasilia nell'ottobre scorso, con la mediazione di Stati Uniti, Brasile, Cile e Argentina come garanti.
In esecuzione dell'Atto di Brasilia, Lima ha consegnato a Quito anche la proprietà privata - ma non la sovranità - di un chilometro quadrato nella zona di Tiwinza, dove nel 1995 i due paesi sostennero degli scontri che non ebbero un chiaro epilogo: l'Ecuador non fu in grado allora di stabilire il controllo dell'area che un distaccamento del suo esercito occupava in Tiwinza, mentre il Perù non riuscì a sgomberare i soldati ecuadoriani che si erano trincerati nella pantanosa selva.
Prima della prevedibile escalation della guerra per la definizione di quest'enclave, i quattro paesi garanti ottennero che i contendenti iniziassero i negoziati che culminarono con l'Atto di Brasilia.
Ora, molti settori politici delle due parti si rivelano contrari a quest'accordo. Dalla parte ecuadoriana, per aver accettato Tiwinza solo come proprietà, senza sovranità: "Di fronte a coloro che questa settimana hanno vanagloriosamente dichiarato che il paese ha coraggio, io sostengo, come molti ecuadoriani, che questo paese l'aveva fin dal 1830 ... e che se lo abbiamo perso è responsabilità del governo attuale", ha dichiarato all'AFP l'ex presidente e ora sindaco di Guayaquil, León Febres Cordero. Per alcuni peruviani non è accettabile aver ceduto una parte del proprio territorio: nell'annunciare marce di protesta, i portavoce del Fronte Patriottico di Iquitos hanno affermato che la cessione "è come una pugnalata al cuore" dei loro compatrioti e che porterà "problemi nel futuro".
Il Ministro degli Esteri dell'Ecuador, José Ayala Lasso, si è mostrato fiducioso che i peruviani considereranno che quello che deve essere Tiwinza è "un monumento alla pace ed alla cooperazione", soprattutto quando cominceranno a esserci i benefici di due centri di commercio e di navigazione ecuadoriani che s'installeranno sul suolo peruviano.
La firma della pace la scorsa settimana è un fatto storico che apre nuove prospettive nelle relazioni bilaterali. Ambedue le nazioni hanno annunciato che destineranno nei prossimi dieci anni circa tre milioni di dollari in progetti d'infrastrutture per lo sviluppo e l'integrazione della zona di frontiera. Si prevedono anche la realizzazione di progetti con finanziamenti internazionali tra cui quello di un parco ecologico.
Ayala, uno degli artefici degli accordi di pace, ha annunciato le sue dimissioni dopo la cerimonia del giorno 13, date le divergenze con il governo di Mahuad per il voto contro Cuba nella Commissione dei Diritti Umani dell'ONU.
"Tutti vogliamo che questa nuova fase sia contraddistinta dall'impegno di costruire un mondo migliore per i nostri popoli", ha dichiarato.

Prima di guardare gli altri...
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marzo 1999 - Una controversa relazione sui diritti umani diffusa recentemente dal Governo degli Stati Uniti ha ricevuto forti critiche in Perù, dove è stato messa in discussione, persino, dal Presidente Alberto Fujimori.
Nel documento, Washington segnala che nel paese andino "avvengono serie violazioni dei diritti umani, che la stampa è perseguitata e che il potere giudiziario è inefficace e spesso corrotto", come riferito dall'agenzia EFE.
Di fronte a tali accuse, il ministro di Governo, generale José Villanueva, ha dichiarato a Prensa Latina che ogni paese dovrebbe autoesaminarsi e guardare quello che succede nel proprio cortile. "Basta vedere solamente qual è la situazione con i latini", ha detto il ministro per fare un esempio di come negli Stati Uniti sono violati questi diritti.
Villanueva ha ricordato che il Perù è un paese sovrano e indipendente che non deve rendere conto a nessuno su questioni interne.
Il Presidente Fujimori, altri ministri e parlamentari hanno affermato che la relazione non risponde al vero e che contiene imprecisioni e secondi fini.
Il direttore della sezione peruviana di Amnesty International, Hans Landolt, si è lamentato del fatto che gli Stati Uniti non si giudichino con la stessa severità con la quale giudicano altre nazioni e ha richiesto che le autorità nordamericane adottino le misure necessarie per correggere le costanti violazioni dei diritti fondamentali degli uomini che vivono nel loro territorio. Landolt ha, inoltre, criticato Washington per non aver voluto aderire agli accordi internazionali su questo tema, e ha aggiunto che il Governo degli Stati Uniti è l'unico che, con la Somalia, non ha sottoscritto la Convenzione sui Diritti del Bambino, e neppure un'altra contro qualsiasi forma di discriminazione della donna.
Secondo il rappresentante di Amnesty International, la pena di morte nella nazione nordamericana "ha il dubbio privilegio di essere applicata ai minorenni" e, dal 1990 fino a oggi - riporta una nota dell'organizzazione - sono state messe in atto 350 esecuzioni e sono oltre 3.300 le persone condannate alla pena capitale.
E' solo un esempio del fatto che prima di guardare nella casa degli altri bisogna guardare nella propria.

Fine delle prestazioni gratuite nel servizio sanitario
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marzo 1999 - Da quest’anno tutti i servizi offerti dagli ospedali pubblici peruviani – che adesso si chiamano "cliniche popolari" – si pagano, poiché, secondo le nuove disposizioni, questi centri assistenziali devono funzionare come imprese e finanziare quanto non copre il Governo.
"Forse per loro cinque ‘soles’ (1.45 dollari) non sono nulla, ma per me vuol dire lasciare i miei figli senza un pasto" ha detto a IPS Esperanza Ventocilla, un’umile donna che non ha potuto curarsi una bronchite acuta in un ospedale a nord di Lima perché le mancava questo importo.
Il numero dei pazienti curati quotidianamente è calato al 40 %. Nell’ospedale di Collique, a esempio, vengono distribuiti nel turno del mattino solo 500 tickets, degli oltre mille che venivano dati prima.
Dai dati ufficiali, circa 12 milioni di peruviani – più della metà della popolazione del paese – sono poveri. Mentre nella capitale vi è un medico per ogni 800 abitanti, in alcune province il rapporto si riduce a uno per ogni 12.000.
In teoria, solo il 20 % di coloro che si presentano agli ospedali pubblici hanno diritto a essere ammessi gratuitamente contro la prova di essere indigenti. Anche così, tra costoro vi sono categorie: ai "meno indigenti" viene praticato uno sconto, però devono pagare determinati servizi come le radiografie e le operazioni.
"Si suppone che la popolazione con pochi mezzi fosse la nostra ragione di essere", si lamentava il presidente della Federazione Medica del Perù, Isaías Peñaloza. I medici si sentono impotenti e frustrati vedendo che il paziente si ritira perché ha investito tutti i soldi nella visita e non gli rimane nulla per le medicine.
Alcuni ospedali cercano di rendere meno pesante la situazioni e ricorrono per conto proprio ad accordi con università e organizzazioni non governative che finanziano indirettamente alcuni dei loro servizi. L’impresa privata si mostra reticente a partecipare ad un "affare" che non promette dividendi superiori.
Nel mentre, l’accesso alla medicina sta diventando un’utopia per i più poveri. "Chi può, paghi" sembra sia la nuova parola d’ordine.

Il Signore di Sipán
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febbraio 1999 - Circa 400 pezzi d’oro, d’argento e di bronzo, che facevano parte degli ornamenti del Signore di Sipán, un capo della cultura Mochica dell’Antico Perù, sono tornati al museo Bruning, di Chiclayo, capitale del Dipartimento di Lambayeque, dopo cinque anni di esposizioni fuori del Paese e a Lima.
Secondo AFP, il trasporto dei preziosi pezzi archeologici, è stata effettuata con un aereo dell’aviazione militare peruviana, con un rigoroso programma che includeva la sicurezza e la protezione.
Oltre un centinaio di poliziotti hanno tutelato l’arrivo in loco e il suo trasporto al museo conosciuto come "Tombe Reali del Signore di Sipán". Gli specialisti del Bruning stanno controllando lo stato di conservazione.
L’archeologo Carlos Westers ha detto alla stampa che, nella calda città del nord del Perù, l’esposizione al pubblico avverrà dopo non meno di 45 giorni, dopo che nel locale in cui verranno sistemati i reperti sarà stata raggiunta la giusta temperatura che deve essere tra i 7 e i 15 °C.
La tomba archeologica è stata scoperta nel 1987 nell’Anexo de Sipán, a 30 chilometri a est di Chiclayo, da un gruppo di ricercatori con a capo l’esperto peruviano Walter Alva, che ha qualificato il ritrovamento come "il maggiore dei nostri tempi in America".
"Il suo significato - ha detto Alva - non sta nella quantità di oro trovato, ma nel valore delle informazioni che si sono ottenute sui riti funerari, sulla struttura sociale e politica della cultura Mochica, che si è sviluppata tra gli anni 400 e 1000 dopo Cristo.
Lo specialista ha ricordato che dopo la prima scoperta sono state aperte a Sipán altre dodici tombe.

Parchi ecologici in territori di confine

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gennaio 1999 - L’organizzazione Unione per la Conservazione Mondiale ha dichiarato che all’inizio di questo decennio esistevano nel mondo 90 parchi di protezione ecologica situati in territori di confine disputati tra Paesi e che la loro istituzione ha avuto un ruolo positivo sia nell’alleviare o nell’eliminare tensioni sia nella conservazione degli ecosistemi.
Il più recente di questi parchi è stato costituito sulla frontiera tra Ecuador e Perù dopo la firma a Brasilia, nell’ottobre scorso, dell’accordo tra i rispettivi Presidenti, Jamil Mahuad e Alberto Fujimori, che ha posto fine a un conflitto che ha causato tre guerre negli ultimi 56 anni.
Situati nella cordigliera di El Cóndor, il parco avrà una superficie dal lato Ecuadoriano di 25.4 chilometri quadrati e dal lato peruviano di 54.4 chilometri quadrati. Si afferma che l’area si trova tra quelle biologicamente più ricche del pianeta.
Nel 1993, 1994 e 1997 missioni di scienziati ecuadoriani e peruviani hanno studiato la flora e la fauna di questa regione, nella quale predominano i boschi umidi e i loro ritrovamenti sono stati qualificati spettacolari.
Quanto alla flora, si riferisce della scoperta di nuovi tipi di orchidee e di altre specie in pericolo di estinzione come rare piante carnivore, felci, specie sconosciute delle piante da cui si estraggono la chinina e il cacao.
Anche la fauna di El Cóndor ha mostrato specie non catalogate, poco conosciute o in pericolo di estinzione, come il
perico dorato, o il gufo nano.
Nell’accordo si è stipulato che le comunità indigene che tradizionalmente hanno abitato questa zona dell’Amazzonia, ora permanentemente smilitarizzata da entrambi i lati della frontiera, possano transitare liberamente.

Alla fine, la fine
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novembre 1998 - Si sono dovuti aspettare quasi 180 anni, da quando Ecuador e Perù hanno conquistato la loro indipendenza, per porre fine a un conflitto di frontiera che ha i suoi precedenti più remoti al tempo dell'Impero incaico, ma che in realtà, come in altre parti del mondo, è stato creato da arbitrarie decisioni di poteri coloniali.
La pace sottoscritta dai presidenti Jamil Mahuad e Alberto Fujimori, sotto gli auspici delle nazioni garanti del Trattato (Argentina, Brasile, Cile e Stati Uniti), è ben accolta oggi in tutto il mondo. Una soluzione negoziata, con mutue concessioni, ma con dignità, che può benissimo essere presa come esperienza da molti paesi di Africa, Asia e America Latina che impiegano notevoli risorse per le loro dispute territoriali.
Si chiude così il capitolo delle guerre - tre in 57 anni - e si rafforza quello della collaborazione e dell'intesa. Quito, per la prima volta, riconosce le frontiere stabilite nel 1942, un anno dopo il primo confronto armato. Lima, da parte sua, permette l'accesso al Río delle Amazzoni, e di conseguenza lo sbocco verso l'Atlantico, che costituisce una decisione di incalcolabile beneficio economico e sociale per gli equadoregni.
Naturalmente, come di solito capita in qualsiasi paese, dall'opinione pubblica e dalle organizzazioni politiche delle due nazioni non tutto è stato valutato in maniera rosea. Ci sono stati molti decenni di sovraddimensionata propaganda, compresi temi inseriti nei libri di testo delle scuole, e questo potrebbe spiegare che, oltre all'entusiasmo e all'approvazione della maggior parte della gente, si siano avute proteste, critiche, denunce, fortunatamente da parte di una minoranza.
Quello che è certo è che con il trattato di pace e l'accordo di libera navigazione e commercio, per Ecuador e Perù inizia una nuova storia. Paesi con identità propria ma con radici molto simili, stanno facendo adesso un passo molto importante nel processo di integrazione latinoamericana che era stato sognato dai liberatori e che i cubani hanno sempre appoggiato.
Il cammino, tuttavia, ancora non è totalmente spianato come desiderano gli equadoregni e i peruviani. Rimangono da risolvere problemi molto importanti e complessi come, per esempio, la bonifica dalle mine di varie decine di chilometri quadrati nelle zone dove negli ultimi tre anni, fino dalla guerra del Cenepa e dagli altipiani del Condor, si sono verificate alluvioni e i conseguenti smottamenti del terreno.
Per questo i due paesi hanno bisogno di aiuti tecnici e finanziari, principalmente quest'ultimi, dai paesi più sviluppati. Anche per la lodevole idea di creare nelle zone contese due parchi ecologici nazionali.
A tutti quelli che hanno contribuito alla riconciliazione, i migliori complimenti.