MABI COLOMBO

 

 

 

 

 

 

POPOLI

D’AMERICA

PRIMA DEL 1492

 

        AMERICHE SCONOSCIUTE

 

 

Quando si parla dei territori americani, dal punto di vista archeologico, tutti pensano sempre e soltanto ai tre grandi imperi precolombiani, fondati da Aztechi, Maya e Incas. Quasi nessuno sa che le Americhe, prima del nefasto arrivo della razza bianca, erano un puzzle di nazioni, tanto quanto l’Euroasia, e che, tanto quanto l’Euroasia, il territorio americano aveva visto migrazioni e riassetti politici (vedi bibl.: La Terra dell’El Dorado). E’ vero che la maggior parte delle popolazioni vivevano ancora allo stato nomade, soprattutto nei territori del Nord e nella foresta dell’Amazzonia, ma questo non ha impedito che fiorissero differenze anche sostanziali tra una tribù e l’altra, tra un gruppo linguistico e l’altro (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America e Gli Indios dell’Amazzonia). E’ vero che la metallurgia non aveva raggiunto i livelli tecnologici del vecchio continente né era stato introdotto l’uso della ruota da traino, ma il fatto non aveva impedito la costruzione, nel Sudamerica, di grandi complessi monumentali in pietra, canali d’irrigazione, strade lastricate. Sempre nel Sudamerica, luogo che aveva sostenuto lo sviluppo dell’agricoltura,  le guerre erano sempre state altrettanto cruente e prive di scrupoli di quelle eurasiatiche. I Precolombiani non facevano a schioppettate, non usavano i cannoni, ma se le davano di santa ragione con pesanti mazze di pietra, fionde, lance dalla punta di ossidiana e coltelli di selce, con risultati altrettanto deleteri di quelli ottenuti dai contemporanei eurasiatici (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi e L’Impero degli Inca), mentre nel Nordamerica l’atteggiamento dei guerrieri si era mantenuto meno intemperante, forse grazie a un minor popolamento dei territori (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America). Oro, rame e bronzo venivano utilizzati a solo scopo ornamentale, perché non è così evidente disporre di una tecnologia e sapere come utilizzarla. La ruota non venne mai impiegata né per il tornio da ceramica né per il traino, tranne che per i giocattoli infantili (vedi bibl.: Il mondo dei Maya).

Da dove provenivano gli antenati di codesti popoli? I dati realmente accertati sono pochi. Tutti gli studiosi sembrano essere d’accordo sul fatto che la specie Homo Sapiens ebbe origine in Africa, circa 80.000 a.C. (vedi bibl.: Le Origini dell’Uomo Moderno) e che colonizzò le Americhe  30-40.000 a.C. attraverso lo stretto di Bering, allora terra emersa, seguendo le migrazioni delle grandi mandrie di caribù o di cervidi (vedi bibl.: La Terra dell’El Dorado). L’Homo Americanus sarebbe, quindi, di origine asiatica, imparentato forse con le tribù di Cinesi predinastici, non ancora di razza mongola, che abitavano le steppe russe e le valli dei grandi fiumi, come l’Indo o lo Huang-He. Prova inequivocabile, dal punto di vista genetico, sarebbe il punto mongolo, ovvero una macchia della pelle di colore violetto o porpora, posta sul dorso dei bambini, ma destinata perlopiù a sparire prima dei 4 anni d’età. Questo particolare elemento genetico viene condiviso da numerose popolazioni aldiquà e aldilà del Pacifico, come Mongoli, Cinesi, Giapponesi, Birmani, Tailandesi, Eschimesi, Mexicani, Maya, Pellirosse Nordoccidentali e Indios Equadoregni, Peruviani, Boliviani, Cileni, Brasiliani, ma anche dagli abitanti delle isole di Giava, Sumatra, Borneo, Hawai, Samoa, Tahiti, Nuova Zelanda, Pasqua (vedi bibl.: L?Isola di Pasqua). Le isole di Giava, Sumatra e del Borneo sono relativamente vicine al continente asiatico e nessuno mette in dubbio la possibilità di una loro colonizzazione per via di mare anche con mezzi primitivi, ma prove inequivocabili hanno dimostrato che le isole del Pacifico, Australia compresa, vennero colonizzate con mezzi di trasporto che dovevano comportare l’uso di una tecnologia marinara piuttosto avanzata (vedi bibl.: Gli Aborigeni Australiani). L’Australia cominciò a essere abitata in un periodo compreso tra i 40-50.000 a.C., mentre per le altre isole, specie quelle dell’Arcipelago Polinesiano, gli studiosi indicano il II millennio a.C., ossia un tempo relativamente recente, come epoca del primo insediamento umano. Verso l’inizio del I millennio a.C., avvennero contatti per via di mare con le etnie polinesiane (vedi bibl.: L’Isola di Pasqua), ma certamente qualcuno giunse in America del Sud anche partendo dall’Australia e dalla Nuova Zelanda (vedi bibl.: La Terra dell’El Dorado). Ne riportarono la patata dolce, principale alimento dei Polinesiani e dei Maori, la zucca e il giunco totora (vedi bibl.: Introduzione all’Antropologia). Sempre intorno a 1.000 d.C., vennero fondate alcune colonie vichinghe nella Groenlandia, avamposti di popolazioni giunte per via di mare attraverso la rotta islandese. Codesti avamposti vennero poi abbandonati, forse per ragioni climatiche, senza lasciare indicazioni circa la destinazione delle popolazioni che li abitavano (vedi bibl.: I Vichinghi).

 Le caratteristiche fisiche di alcune antiche popolazioni americane  mostrano una chiara somiglianza con gli Ainu giapponesi, gli Shang Cinesi e i Khmer della Cambogia (vedi bibl.: Zeus & C.). D’altra parte, anche in Sudamerica, quanto a varietà di caratteristiche razziali non si scherza. L’arte americana ci ha tramandato una certa varietà di fisionomie: Chorrera e Totonaca si rappresentano con occhi allungati e visi piatti, che ricordano la fisionomia mongola (vedi bibl.: La Terra dell’El Dorado); le grandi teste olmeche hanno tratti chiaramente di tipo negroide etiope (vedi bibl.: L’Arte della Mesoamerica); alcuni bassorilievi di La Venta e Monte Alban mostrano barbette rade e nasi aquilini di tipo semita (vedi bibl.: Impronte degli Dei). Alcuni studiosi come i signori Soustelle e Von Hagen sono convinti che le civiltà americane siano d’origine unicamente autoctona (vedi bibl.: Olmechi e Il Mondo dei Maya), altri come i signori Hancock, Gilbert e Cotterell sono convinti dell’esistenza di apporti esterni, dovuti ad iniezioni di culture diverse (vedi bibl.: Lo Specchio del Cielo e Le Profezie dei Maya). A chi dare credito? Personalmente, penso che abbiano ragione tutti quanti. Credo che non vi siano state migrazioni considerevoli tra un continente e l’altro, dopo quella del 40.000 a.C., ma piuttosto che per via di mare siano giunti in tappe successive piccoli gruppi di navigatori, il cui apporto dal punto di vista culturale potrebbe essere stato, però, fondamentale. Del resto, ovunque aleggiano miti di civilizzatori venuti e ripartiti per via di mare (vedi bibl.: Le Impronte degli Dei). I polinesiani organizzavano spedizioni di piccoli gruppi, comprendenti un capo e le famiglie di tutti i suoi parenti e sostenitori, composti da 30-40 canoe d’alto mare equipaggiate di tutto punto. Lo scopo era trovare nuove terre d’insediamento (vedi bibl.: Introduzione all’Antropologia). Anche se non ci sono pervenute notizie circa la marineria dei popoli del deserto peruviano, l’ipotesi più corrente è che si trattasse di attività costiere, effettuate su zattere di legno di balsa poco governabili, sebbene qualcuno, forse per caso fortuito, giunse fino alle Galapagos, luogo dove sono stati rinvenuti cocci di chiara fattura continentale. Esisteva, però, una tecnica di costruzione d’imbarcazioni di giunco molto simile a quella usata sia in Egitto sia sul lago Tihticaca sia sull’Isola di Pasqua, ancora applicata dagli abitanti della costa ai giorni nostri (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto e L’Isola di Pasqua). Del resto, i Lambayaque dicevano di essere arrivati dal mare. La tradizione racconta che il loro capostipite Naymlap arrivò in America, insieme alla moglie Ceterni e alcuni accompagnatori, su imbarcazioni, che sembrerebbero state dotate di un’alta prua ricurva, raffigurate su di una lamina d’oro (vedi bibl.: Il Perù prima degli Inca), la forma delle quali potrebbe rassomigliare a quella delle canoe d’alto mare polinesiane. Se qualcuno tornò indietro dalle Americhe per riportare la patata dolce o portare la notizia della scoperta della Nuova Zelanda, nella maggior parte dei casi chi giungeva a una nuova terra abitabile vi restava. Così accadeva sul bacino del Mediterraneo. Basti pensare alla fondazione di Cartagine o all’insediamento di Enea nel Lazio (vedi bibl.: L’Eneide). La medesima cosa potrebbe essere accaduta presso le popolazioni americane, che con il tempo rielaborarono autonomamente le tradizioni e le tecniche d’origine straniera, come del resto hanno fatto anche i Cinesi nei loro 5.000 anni di civiltà (vedi bibl.: Corradini, Cina). Le culture americane sono, quindi, autenticamente autoctone, ma non si può escludere categoricamente qualche sporadico contatto con popolazioni d’origini eurasiatiche, solo perché tutte le possibili tracce storiche potrebbero essere andate distrutte con il rogo dei documenti maya e aztechi. Del resto, l’origine della preziosissima giada, ritenuta in tutte le culture americane più preziosa dell’oro, non è mai stata appurata (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya). Non è possibile, quindi, escludere categoricamente la sua provenienza da altri territori. E’, comunque, mia opinione personale che, sebbene siano stati accertati i contatti per via di mare soltanto attraverso il Pacifico, non siano da escludere possibili esperimenti di navigazione attraverso l’Oceano Atlantico, anche prima dei Vichinghi. Dello stesso Colombo si dice che fosse venuto a conoscenza di carte nautiche antiche, custodite in Turchia e ricopiate in tempi successivi dai Portoghesi, che mostravano dettagli dell’Antartide e delle Coste Sudamericane (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide).

Lunghe dissertazioni sono state scatenate anche dall’argomento inerente la longevità dell’introduzione dell’agricoltura sui territori Americani. Si sa per certo che le tribù pellirosse del Nordamerica mantennero, fino allo scorso secolo, un tipo di cultura prevalentemente nomade, legata alla caccia e alla raccolta dei prodotti vegetali. Fra le tribù dei territori più meridionali, come i Pownee, si era andato determinando un sistema di vita semistanziale, indotto dai contatti con le culture della Mesoamerica, da cui avevano importato la tecnica della coltivazione del mais (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America). Completamente stanziali sono, invece, gli Hopi che abitano la Mesa Nera, tra i canions del fiume Colorado (vedi bibl.: Introduzione all’Antropologia). I loro antenati, gli Anasazi, costruirono i villaggi pueblos e coltivarono zucche, fagioli e mais. La costruzione del villaggio di Pueblo Bonito sembrerebbe risalire al 400 d.C. e, prima di venire abbandonato, tale sito mostra tracce di frequentazione per almeno un millennio (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute). Il primato dell’introduzione dell’agricoltura in America spetta, però, al Mexico, dove le tracce di coltivazione del mais sembrerebbero risalire fino al 5.000 a.C. Il mais, comunque, non fu sicuramente il primo vegetale ad essere stato addomesticato nelle Americhe, bensì il primato tocca alle zucche, che già dal VII millennio a.C. venivano coltivate negli altipiani del Perù, sebbene il sig. Lanning sia convinto che la loro provenienza, insieme a quella di alcuni tipi di fagioli e del peperoncino, sia accreditabile ai territori mexicani (vedi bibl.: Il Perù prima degli Incas). Il divario temporale tra l’introduzione della produzione agricola nel vecchio e nel nuovo continente non sarebbe, dunque, tanto grande quanto si era invece creduto fino a poco tempo fa. Ci sono, inoltre, seri dubbi sull’origine del cotone, coltivato sia in India sia in Perù già dalla metà del III millennio, e su quella della manioca, contesa tra i continenti africano e sudamericano e risalente più o meno allo stesso periodo (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute). Del resto, anche la provenienza delle tracce di nicotina e cocaina, rinvenute nei tessuti della mummia di Ramesse II, non sembra essere stata ancora completamente chiarita. Un grande scambio di specie officinali tra i due continenti avvenne, però, solo dopo il 1492 d.C.: vennero importati in Euroasia diverse specie di patate, le fragole, le more, il pomodoro, vari tipi di fagioli, il melone, le arachidi, il cacao, l’avocado, il mais, le zucche, il tabacco, il peperone, il peperoncino, mentre nelle Americhe giunsero il grano, l’orzo, l’aglio, le cipolle, il ciliegio, il pesco, il melo, le fave, le rape, il caffè, la canna da zucchero, la noce di cocco, la banana ma anche gli animali da traino fino ad allora sconosciuti, poiché solo sulle Ande si utilizzava per i carichi il lama, che per altro non  forniva nessun tipo di aiuto in agricoltura. Vi furono scambi anche dal punto di vista epidemiologico: i bianchi portarono il vaiolo e tornarono con la sifilide (vedi bibl.: L’Impero degli Inca).

 Nell’America del Sud e nella Mesoamerica si andarono sviluppando numerose culture di carattere agricolo-stanziale, che generarono le basi delle religioni solari dei tre grandi imperi. Ogni territorio seguì una sua specifica strada evolutiva, producendo forme diverse di civilizzazione: Chorrera, Chavin, Paracas, Moche, Nazca, Lambayeque, Chimu, Totonaca, Tiahuanaco sono solo una piccolissima parte delle culture, che hanno lasciato reperti archeologici da dissotterrare, sparsi per tutta l’America del Centro-Sud (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America). A tutti questi reperti sono stati dati nomi convenzionali, in genere legati ai luoghi di rinvenimento, poiché nessuna delle culture, che li aveva prodotti, ad eccezione degli Olmechi, lasciò tracce di qualsivoglia tipo di scrittura. Fra il 1.300 e il 1.200 a.C. cominciarono le costruzioni dei grandi complessi monumentali in pietra e si pensa che le grandi teste di La Venta potrebbero essere databili intorno al 1.100 a.C. Questa cultura risulta, in effetti, difficilmente databile, in quanto l’unico reperto olmeco, sottoponibile all’esame del Carbonio 14, è stato datato 1.100 a.C., ma questo fatto non esclude la possibilità che la civiltà olmeca sia effettivamente molto più antica (vedi bibl.: Olmechi). Molto interessante è la divinità della pioggia, raffigurata con caratteristiche molto simili a quelle della dea Chalchultlicue dei Maya, sulle pareti rupestri di Chalcatizingo, tra le falesie del Cerro della Cantera, il cui nome ci è ancora sconosciuto (vedi bibl.: Olmechi).  Buona parte delle civiltà sopra citate era già sparita molto tempo prima dell’arrivo dei conquistadores, e quindi, per distinguerle le une dalle altre, ci si deve rifare ai ritrovamenti di ceramiche, ori, dipinti, sculture, architetture. Infatti, ovunque le culture agricole costruirono templi, piramidi, magazzini, terrapieni, strade, canali per l’irrigazione, alcuni dei quali sono ancora in funzione ai giorni nostri. La maggior parte delle notizie, poi, come sempre deriva dall’esplorazione delle tombe e delle necropoli, dove tutti questi popoli sembrano aver accumulato un vero campionario della propria abilità artigiana (vedi bibl.: Il Perù prima degli Incas). Il fatto che nessuno di codesti popoli disponesse di un metodo di comunicazione scritta non significa che Chorrera, Totonaca, Nazca, Chavin, Paracas, Toltechi, Haustechi, Chimu non possedessero una loro organizzazione o una loro speciale espressione artistica (vedi bibl.: Centro America e La terra dell’El Dorado), ma piuttosto che gli unici elementi con cui confrontarsi restano i prodotti artigianali, dai quali è, comunque, possibile dedurre tutta una serie d’indizi circa gli usi e i costumi dei loro autori. A Monte Alban in Mexico, i rilievi di un edificio sono quello che rimane di una struttura probabilmente adibita a tempio-ospedale: numerose lastre di pietra, indicate con il nome di danzantes per le loro strane posture, potrebbero essere tavole anatomiche rappresentanti malformazioni e parti podalici (vedi bibl.: Impronte degli Dei e Le Profezie dei Maya). Le ceramiche, in particolare, rappresentano il mezzo di comunicazione dei Moche, abitanti della costa del Pacifico Meridionale. I primi reperti, databili intorno al 3.000 a.C. sono relativi alla coltivazione del mais, alla produzione di vasellame e di ornamenti funerari. I Moche provvedevano alla mummificazione dei defunti, anche se con mezzi molto meno sofisticati di quelli che venivano impiegati in Egitto, ma sicuramente favoriti dal clima particolarmente secco dei loro territori (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto). Di particolare interesse fu il rinvenimento della sepoltura intatta di un capo, detto Il Signore di Sipan. Insieme alla cassa contenente le spoglie del guerriero, adornato con tutte le sue insegne, vennero ritrovati i cadaveri di tre giovani spose, un bambino, un capo militare, un portastendardo, un servo, una sentinella, due lama e un cane. Inoltre, vennero portati alla luce più di 200 vasi di forma antropomorfa (vedi bibl.: Il Perù prima degli Inca). Nello stesso luogo, vennero rintracciate numerose sepolture di sacerdoti e guerrieri, accompagnati da corredi altrettanto ricchi (vedi bibl.: Il Tesoro dei Moche). Le ceramiche mochica sono considerate una vera forma di linguaggio. Spesso antropomorfe, mostrano momenti di vita quotidiana, vari tipi di patologia (dalla deformazione alle amputazioni), le molteplici forme dell’attività sessuale umana ma anche animali domestici e selvatici. Grande rilievo venne dato alla ritrattistica, da cui si possono desumere le caratteristiche somatiche della popolazione, che spesso ricordano quelle dei Polinesiani (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto). Esse documentano attentamente anche l’uso della coca, il cui alcaloide veniva estratto masticando le foglie dell’Erithroxylon Coca mescolate a calce (vedi bibl.: L’Archeologia dell’Estasi). Quest’ultima veniva conservata in recipienti da tenere appesi al collo, come mostrano i reperti in oro appartenenti al tesoro di Quimbaya, conservati al museo di Bogotà (vedi bibl.: Documenti d’Arte-Ori Precolombiani).

    Sebbene non vi siano certezze assolute, relativamente alla condizione della donna in seno alle antiche culture preimperiali, vi sono indizi che tendono a provare la presenza femminile in ruoli di prestigio, come il fatto che vennero rappresentate sulle ceramiche mochica in vesti sacerdotali (vedi bibl.: Il Perù prima degli Incas) e, dalle relazioni dei conquistadores, è possibile desumere come almeno tra i Chimu, loro contemporanei, le donne godessero di un elevato ruolo sociale, potendo accedere anche alla carica di capo-tribù. Infatti, nelle delegazioni, che incontrarono gli Spagnoli, spesso erano presenti rappresentanti di sesso femminile (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto).

      Molto interessante è la struttura della religione mochica. A capo del pantheon stava un dio-guerriero dalla fisionomia giaguarizzata, Ai Apaec, al quale si sacrificavano i prigionieri di guerra. Il loro sangue veniva bevuto dai sacerdoti e da tutti i partecipanti. I loro corpi venivano poi smembrati, affinché teste, mani e piedi potessero venire appesi come trofei (vedi bibl.: Il Perù prima degli Incas). Al centro del pantheon dei Chimu, loro conquistatori, vi era invece il dio Si, la luna, una entità maschile come il dio Sin degli Assiri, a cui venivano consacrate giovani vergini (esattamente come gli Incas le consacravano al sole). Al dio Si era dedicato un tempio, chiamato Si-An ovvero Casa della Luna, nel quale venivano sacrificati al dio bambini di 5 anni. Anche se le modalità del rito erano differenti, il pensiero corre inevitabilmente ai tophet fenici e alle tradizioni polinesiane degli Aroi (vedi bibl.: I Miti dell’Oriente). Il vero culto popolare, però, era quello degli antenati, che venivano riforniti di tutto punto, come tra gli Incas, perché lasciassero in pace i vivi. Il calendario era basato sulle osservazioni astronomiche e alcune costellazioni come Fur, le Pleiadi, e Pata, Orione, assumevano grande rilevanza di culto (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto). Questo potrebbe essere un segnale di un’avvenuta migrazione per via di mare di almeno una componente della società mochica, sebbene non esistano prove dirette dell’avvenimento. La religione sia mochica che chimu comprendeva un gran numero di divinità totemiche, legate a culti di animali sacri come il dio-granchio, il dio-volpe, il dio-uccello (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto). Non era sconosciuto neppure il culto delle pietre sacre, che venivano chiamate Alecpong (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto).    

Che si voglia accettare oppure no la teoria delle iniezioni di culture provenienti dal mare, certamente va riconosciuto che l’inizio delle attività agricole e la conseguente fondazione di culture stanziali sembrerebbero l’apporto di etnie provenienti da qualche altro territorio, in possesso della tecnica per la costruzione di canali d’irrigazione con sistemi piuttosto sofisticati (vedi bibl.: Impronte degli Dei). Le tracce di mais domestico, rinvenute in strati risalenti al 5.000 a.C., porterebbero alla conclusione che la sua coltivazione fu introdotta nell’America del Sud molto più anticamente di quanto sospettato fino ad ora (vedi bibl.: Olmechi), diminuendo il divario temporale, per quello che riguarda l’introduzione dell’agricoltura, tra Vecchio e Nuovo Continente. Anche se molti studiosi sono convinti dell’impossibilità di collegamento tra le due sponde degli Oceani, io penso che occorrerebbe valutare più attentamente le labili tracce fino ad ora reperite, poiché nulla può fermare i mercanti in cerca di clienti o i popoli in cerca di nuove terre da abitare. Nessuno può negare che alcune ceramiche, rinvenute sul territorio americano, abbiano inequivocabilmente un’aria orientale o che gli Aborigeni abbiano raggiunto l’Australia per via di mare. Comunque sia, è certo che gli Imperi della Costa Occidentale di Bolivia, Perù e Cile subirono rimescolamenti di popolazioni analoghi a quelli di tutti gli altri luoghi della Terra.

   

 

 

                                     ADDOMESTICAMENTO DI SPECIE ANIMALI E VEGETALI

 

                                          specie                                 luogo                         millennio a.C.

 

Suini, Bovini, Ovini

Frumento, Orzo

Zucca

Miglio

Olivo

Riso

Mais

Vigna

Cavallo

Anatra

Manioca

Melo, Pero

Albicocco

Mandorlo

Pomodoro

The

Pollame

Pesco

Patata

Tacchino

Faraona

Prugno, Ciliegio

Cacao

Agrumi

Europa

Medioriente

Perù-Bolivia

Cina

Asia Occidentale

Indocina

Mexico

Valle dell’Indo

Mongolia

Europa Occidentale

Africa

Anatolia

Manciuria

Pamir

Mexico

Cina

Malesia

Cina

Mexico

Antille

Africa

Caucaso

Amazzonia

Asia Orientale

 

VIII-VI

VIII

VII

VI

V

IV
IV
IV

IV

IV

III

III

III

III

III

III

III

II

II

II

II ?

I

I

800 d.C.

 

 

                   (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute, L’Impero degli Inca)

 

 

                                                                              

                                                    

 

    I PELLIROSSE

 

Nonostante il fatto che le popolazioni americane siano sempre state considerate dagli Europei poco più che selvagge, gli abitanti dell’America del Nord e quelli dell’Amazzonia hanno dato vita a un patrimonio culturale altrettanto ricco e vario di quello prodotto dalla Mesoamerica .

Mentre nell’America del Sud si erano andati formando gli Imperi del Sole, con le loro complicate strutture sociali, l’America del Nord vide lo sviluppo di una cultura tribale relativamente omogenea, nonostante le differenze di lingua e di abitudini maturate tra i vari gruppi. All’interno d’ogni singola tribù, la mentalità sociale fu sempre improntata ad un pensiero libertario e democratico, cosa possibile solo perché un relativamente piccolo numero di esseri umani viveva s’un territorio vasto e ricco dal punto di vista alimentare. Un sostanziale equilibrio ecologico venne sempre mantenuto, fino all’arrivo dell’uomo bianco, grazie alla mentalità di conservazione e rispetto delle risorse naturali, che tutte le tribù pellirosse applicavano con solerzia. Alcuni gruppi appresero la tecnica dell’agricoltura, forse attraverso gli scambi commerciali con le civiltà del Sud, ma una larga parte rimase sempre nomade con un’economia a base di caccia e raccolta dei vegetali. Non mancavano le tecniche raffinate come quella della concia delle pelli, la lavorazione della pietra per la fabbricazione di utensili, l’intreccio del vimini, il modellaggio della ceramica. Presso tutte le tribù, il sistema decisionale passava attraverso il consiglio degli anziani, ma nessun partecipante era vincolato dalle decisioni prese in tale sede. Il capo-tribù era di carattere elettivo e veniva prescelto in base alle sue doti di coraggio e saggezza, sebbene le sue funzioni fossero soltanto di portavoce della comunità (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America). Gli anziani erano considerati depositari della storia e della saggezza del popolo e venivano tenuti in gran conto, soprattutto perché ce n’erano pochi. I giovani venivano lasciati liberi di mostrare il loro valore attraverso prove d’iniziazione a volte difficili e dolorose ma mai obbligatorie (vedi bibl.: I Sioux). La guerra, infatti, era quasi sempre rituale e si basava soprattutto sull’acquisizione di punti da parte dei contendenti. Ogni guerriero disponeva di un bastone con il quale era sufficiente toccare l’avversario per causarne la squalifica e acquisire punteggio. Gli scontri veri e propri erano abbastanza rari, sebbene non completamente assenti, ma si trattava principalmente di tentativi di razzia a danno di altre tribù.

Tutte le varie categorie sociali godevano di grande rispetto: i bambini venivano educati con l’esempio ed erano addestrati con attenzione da tutti i parenti della famiglia materna. I termini corrispondenti a madre e padre indicavano anche gli zii, i nonni e tutti gli adulti che in un qualche modo si occupavano dei giovani (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America). Presso le tribù pellirosse, le donne godevano di uno stato di pari dignità con la componente maschile della tribù, sebbene non mancasse una netta divisione dei compiti nel lavoro quotidiano. Presso gli Algonchini, esisteva una istituzione, detta il Consiglio delle Madri, che i rappresentanti del Gran Consiglio Tribale erano obbligati a consultare prima di prendere decisioni (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America). Presso i Lakota, gli uomini erano tenuti a sentire l’opinione delle loro donne prima di prendere una decisione importante per la collettività (vedi bibl.: I Sioux). I giovani crescevano nella famiglia della madre, dove in genere ad occuparsi di loro erano tutti gli adulti, al punto che le parole corrispondenti a madre e padre potevano indicare tutti i parenti in linea materna (vedi bibl.: I Navajo). Inoltre la leggenda sioux della Donna Bisonte Bianco mette in luce come il ruolo di civilizzatore fosse attribuito ad un personaggio femminile (vedi bibl.: I Sioux).

  Alcuni costumi, diffusi presso quasi tutte le tribù, sono facilmente paragonabili a quelli arcaici dell’Asia Centrale: piume e penne come ornamento; i pittogrammi quale metodo di scrittura; il rituale della scarnificazione dei defunti prima del seppellimento; il Culto degli Antenati; il Grande Spirito della Natura; i grandi vasi di ceramica grigia con la parte superiore appuntita, fabbricati ancora oggi dai Navajo (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America e Navajo). Tutte tradizioni probabilmente importate con le migrazioni attraverso lo stretto di Bering, che popolarono il continente americano 30.000 a.C. (vedi bibl.: Olmechi). Codeste eredità comuni vennero, poi, elaborate indipendentemente dalle singole tribù, creando elementi distintivi, che nel complesso agli stranieri possono apparire soltanto dei dettagli. Insieme all’agricoltura vennero introdotte anche alcune usanze provenienti dal Sudamerica: presso i Pawnee, agricoltori semistanziali, avevano ereditato il culto della Donna del Mais, divinità ispirata dalle dee madri del Mexico, e in primavera si praticava la cerimonia in onore del pianeta Venere, in cui veniva sacrificata una giovane vergine. Strutture stabili specifiche per il culto non ne venivano costruite, non vi erano edifici destinati a tale scopo, ma le cerimonie religiose, che per altro erano molto numerose, avvenivano all’aperto negli spiazzi in terra battuta appositamente riservati al centro dell’accampamento, indicati da sculture in legno a carattere rituale (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America), oppure in una grande capanna comune costruita con legno e frasche. Le cerimonie non erano mai in onore di un qualche dio, ma piuttosto servivano a contattare gli spiriti, ai quali si chiedeva aiuto e protezione. Presso i Sioux, prima di ogni rito si procedeva ad un bagno di vapore, perché ripulisse il corpo da tutte le impurità. Nessun adulto era mai escluso dalle cerimonie tribali, guidate da persone considerate particolarmente dotate nel contattare gli spiriti. I giovani guerrieri venivano considerati adulti solo dopo una prova di digiuno e meditazione, che forse comprendeva l’uso di qualche leggero allucinogeno naturale, intesa a ottenere un contatto con lo spirito guida, solitamente quello di qualche specie animale (vedi bibl.: I Sioux). Nel complesso, però, la spiritualità pellirosse sembra non aver mai superato il primo stadio naturalistico, esattamente come la loro civiltà non ha mai completamente abbandonato il nomadismo per l’agricoltura.

 

I SIOUX

 

Le usanze religiose dei Sioux ci sono state largamente spiegate da loro stessi, attraverso i racconti trascritti qualche volta da europei ma spesso anche da individui di cultura mista. Furono tra gli ultimi popoli pellirosse, venuti a contatto con la terribile realtà dell’uomo bianco, e le loro cerimonie vennero proibite solo nel 1870, permettendo così agli etnologi di stilarne una relazione accurata. Inoltre, occorre dire che la loro spiritualità non fu mai estirpata del tutto ed è rimasta latente, in attesa di tempi più propizi. Infatti, recentemente le tribù Sioux hanno ottenuto il permesso di ripristinare le loro usanze sacre dal Governo degli USA.

     Alla base di tutta la spiritualità sioux esisteva una forza generale, che animava ogni cosa, come il Mana dei Maori, chiamata Wakan, specie di frammentazione del Grande Spirito della Natura, Wakan Tanka (il Grande Mistero). Fenomeni naturali come il vento, le stelle o la nascita di un bambino venivano considerati Woniya o Respiro del Grande Mistero. La luna e il sole, pur essendo entità separate con nomi propri, Hanwi e Wi, erano frammenti del Grande Spirito. Wakan Tanka poteva essere suddiviso in 16 aspetti differenti. I Sioux conferivano grande valore anche a Nonna Terra e alle 4 direzioni, ovvero ai punti cardinali. Infatti, la concezione della vita era basata sulla scelta tra due vie, una che corre da nord a sud e l’altra da est a ovest: il Sud era considerato di colore bianco, Fonte di vita; il Nord rosso, la Purezza; Est giallo, il Rinnovamento; Ovest nero, la Morte. La direzione nord-sud veniva identificata con la Via Lattea, alla cui biforcazione meridionale l’anima di ogni essere umano sottostava a un giudizio, per poter proseguire il suo cammino spirituale. In caso contrario era costretto a ritornare a vivere. Esisteva, quindi, un concetto di reincarnazione, kini (vedi bibl.: I Sioux), non molto dissimile da quella jainaita, poi ereditata dall’Hinduismo (vedi bibl.: L’Hinduismo).

    L’oggetto sacro per eccellenza era la Pipa. Secondo il grande sciamano oglala Dito, questo oggetto venne donato ai Sioux da Wohpe, la donna bisonte bianco, che istituì anche le sette cerimonie sacre. La Pipa Sacra è divisa in due parti, cannello e fornello, l’uno ricavato da legno di acero e il secondo da una pietra rossa, la catlinite, reperibile in un unico posto al mondo, Pipestone nel Minnesota. Le due parti vanno conservate separatamente in una custodia di pelle di cervo ornata da perline colorate e aculei di porcospino, per via del grande potere in essa racchiuso. L’atto di collegare i due elementi corrisponde a una cerimonia sacra, l’unione di Cielo e Terra, tra il mondo fisico e quello metafisico. Il combustibile è rappresentato da corteccia di salice rosso, a cui in alcuni casi vengono aggiunti tabacco o erbe aromatiche. L’atto di fumare la Pipa e di offrirla alle 4 direzioni, al Cielo e alla Terra è la preghiera più sacra e il riconoscimento di se stessi come appartenenti all’universo del Grande Spirito. Veniva usata come mezzo di riconciliazione e di pace, poiché non si poteva dichiarare il falso in sua presenza. La pipa originale, donata da Wohlpe ai Lakota esiste ancora e viene custodita da Arvol Looking Horse, ultimo discendente di colui che, secondo la leggenda, l’aveva ricevuta per primo (vedi bibl.: I Sioux). Le sette cerimonie sacre dimostrano tutte un chiaro legame con le religioni a carattere animistico, dove il culto degli spiriti è la base di ogni rituale. Iniziazioni, tran e visioni sono il centro di uno stretto rapporto tra umanità e natura, ch’è possibile rintracciare in tutte le etnie di tipo munda, come Eschimesi, Aborigeni Australiani, Indios dell’Amazzonia (vedi bibl.: I Sioux, Introduzione all’Antropologia e Gli Indios dell’Amazzonia).

 

GLI HOPI

 

    Penso valga la pena dedicare un paragrafo a questa tribù di Pellirosse Nordamericani, poiché contrariamente a tutti gli altri il loro stile di vita è di tipo esclusivamente sedentario. Abitano la Mesa Nera nei canion tra Colorado, Utah, Arizona e New Mexico, e traggono il loro sostentamento principalmente dalla terra. Coltivano mais di numerose varietà, fagioli, zucche, ortaggi, sebbene non disdegnino la caccia allo scopo di procurarsi la necessaria quantità di proteine. La loro vita si svolge su e giù per le scale, che collegano i villaggi arrampicati in cima alla mesa e i campi collocati in prossimità delle sorgenti o dei corsi d’acqua. Pare, in effetti, che la loro discendenza dagli Anasazi, tribù di antenati che costruirono i villaggi Pueblos, sia accertata. Nel New Mexico, presso il fiume Chaco, è stato rinvenuto un villaggio risalente al I secolo d.C., che fu abitato per quasi un millennio. Il sito di Pueblo Bonito sembrerebbe stato abbandonato nel XIV secolo d.C. per ragioni climatiche, dopo un altrettanto lungo utilizzo. L’organizzazione delle case ricorda quella di Chatal Huyuk: camere a pozzo; ingresso dall’alto per mezzo di scale a pioli; locali espressamente dedicati alle cerimonie comuni di culto. I reperti archeologici consistono in cesti di vimini, ceramiche, tessuti di cotone e di piume, grani di madreperla e turchese. L’insieme dà l’idea di una società complessa organizzata intorno alla coltivazione di mais, fagioli e zucca. I sistemi di canalizzazione delle acque per l’irrigazione dei campi erano altrettanto complessi di quelli usati nella già citata località dell’Anatolia (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute).

    L’organizzazione della società hopi contemporanea si basa sull’aggregazione degli uomini in società di mutuo soccorso (ognuno può essere partecipe a più d’una) e sull’autorità di un consiglio degli anziani, ma i campi da coltivare, la casa, gli oggetti di uso comune e quelli sacri sono proprietà delle donne e vengono tramandati per via matrilineare. Soltanto bestiame e alberi da frutta sono di proprietà maschile. Un clan comprende tutti coloro che vantano la discendenza da una progenitrice comune e tutti gli appartenenti allo stesso clan coetanei si considerano, tra di loro, fratello e sorella. Da ciò, ne consegue, che i matrimoni sono possibili solo tra individui di clan differenti. L’uomo al momento del matrimonio va ad abitare nella casa della moglie, la quale ha il diritto di notificargli l’avvenuto divorzio, mettendo un fagotto contenente gli oggetti personali del marito fuori alla porta. Ad occuparsi dell’allevamento e dell’educazione della prole è sempre il fratello maggiore della madre e i bambini appartengono al clan materno. Tutte le donne più anziane si considerano madri di tutti i bambini del clan, tanto ch’è praticamente impossibile che qualcuno di loro cresca orfano.  Tra uomini e donne si attua una ben precisa ripartizione del lavoro: agli uomini tocca la coltivazione dei campi, la caccia e la tessitura; alle donne la macinatura del mais, la ceramica e la preparazione dei cibi. Tutto avviene in un regime di pari dignità e tutte le decisioni vengono prese tenendo conto del parere di tutti. Forse proprio nel loro attento conteggio di ciò che spetta a maschio e femmina, nel più grande rispetto di tutti, è l’essenza della loro vita serena (vedi bibl.: Introduzione all’Antropologia).

    Alle donne tocca l’espletamento dei riti della nascita, del matrimonio e della morte, ma le questioni religiose sono competenza degli uomini, che ereditano il loro ruolo di sacerdoti per via matrilineare. Il capo dei sacerdoti è, quindi, il fratello più anziano della Madre del Clan. Tutte le attività religiose si svolgono nella kiva, stanza comune seminterrata, dove il sacerdote-capo della congregazione passa alcuni giorni in preghiera e digiuno allo scopo di mettersi in contatto con gli spiriti, prima di ogni manifestazione o festa. All’approssimarsi del solstizio d’inverno, si procede a una cerimonia che prevede la creazione di un disegno eseguito con polveri colorate, sabbie e carbone finemente tritato, una specie di mandala simile per concetto a quelli buddhisti, ma riproducente disegni tradizionali hopi. Su questo disegno, viene posta una ciotola d’acqua e tutt’attorno pannocchie di mais, per propiziare la caduta della pioggia necessaria all’agricoltura. Poi, il giorno esatto del solstizio, il Soyala, determinato attraverso l’osservazione di precisi punti di riferimento sulle montagne circostanti, gli uomini escono dalla kiva con maschere rappresentanti gli spiriti e danzano distribuendo bacchette sacre, che vengono messe a protezione delle case e delle sorgenti. Come le bandiere buddhiste, le bacchette sacre sono preghiere rivolte agli spiriti e consistono in asticelle colorate, alle quali vengono legate con fili di cotone piume e penne di aquila, tacchino e altri uccelli. Per gli Hopi tutta la natura è pervasa da spiriti, che sono frammenti del Grande Spirito della Natura, chiamati kachinas. Kachinas sono anche gli spiriti degli antenati, che tornano dall’aldilà a visitare i loro pronipoti. Le feste e le cerimonie sacre sono numerose, sempre coronate da danze sacre, tra cui la più suggestiva, almeno per noi Europei, è la Danza dei Serpenti, che si svolge ad anni alterni, in preparazione della quale gli animali sia innocui che velenosi vengono catturati e resi oggetto di preghiera e di venerazione, per poi essere rilasciati alla fine del rito. Durante la cerimonia della Danza della Farfalla, è abitudine che le fanciulle in età da marito dichiarino il loro amore ai giovani che intenderebbero sposare. La vita degli Hopi è, comunque, sempre arricchita da feste e cerimonie d’iniziazione come quella chiamata Wuwucim, in cui i giovani maschi vengono traghettati nel ruolo di adulti e i fuochi vengo spenti per procedere al rito di una nuova accensione, simile a quello che gli Aztechi tenevano ogni 52 anni ma senza connotati cruenti. La concezione della vita degli Hopi consiste nel dare alla nascita un significato di uscita dal regno degli inferi, per attraversare 4 età (infanzia, gioventù, maturità e vecchiaia) fino al ritorno tra gli inferi, ovvero la morte (vedi bibl.: Introduzione all’Antropologia).

   Come si è visto, è facile riscontrare affinità fra gli Hopi  e le altre popolazioni di pellirosse americani ma anche fra la loro e alcune culture orientali. La loro principale caratteristica, però, è la sedentarietà con l’affidamento conseguente del possesso delle case e dei campi delegato alle donne, che sono la base sociale, su cui poggia il clan. Un clan senza donne è destinato a estinguersi. Gli uomini, infatti, spesso se ne vanno, mentre le donne restano.

 

GLI INDIOS DELL’AMAZZONIA

 

   Il bacino idrico del Rio delle Amazzoni rappresenta un vero continente, abitato da popolazioni di Indios con caratteristiche differenti tra loro, che vanno dal nomade raccoglitore per eccellenza all’agricoltore stanziale. Fra gli altopiani del Perù e la piana brasiliana, le condizioni climatiche variano anche di molto e le tribù che vi abitano hanno adattato i loro costumi alle circostanze. Basti pensare che sul territorio amazzonico si svilupparono ben 592 lingue ancora viventi e quasi 600 lingue ormai estinte.

    Le comunità di Indios non conoscono la tecnica della lavorazione dei metalli e gli unici oggetti, fabbricati con questi materiali, di cui dispongono, provengono dalle regioni abitate dall’uomo bianco. I materiali preferiti per la costruzione degli strumenti da lavoro e da offesa rimangono ancora oggi il legno e la pietra. Perlopiù si usano archi, frecce, lance, propulsori, cerbottane, scudi di pelle di tapiro, asce di pietra. Le frecce hanno punte formate da schegge di osso, spine vegetali o aculei animali, che in qualche caso vengono intinte nel veleno, il famoso curaro. Diffusissimo è anche l’uso delle trappole. Per la pesca si usano zattere e canoe, ma il sistema più diffuso per la cattura del pesce è l’uso del veleno termolabile, per ottenere il quale si coltivano cinque o sei specie vegetali. Per integrare i proventi di caccia e pesca, si usa raccogliere vegetali commestibili e larve d’insetti (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia). Nei casi, in cui si pratica l’agricoltura, in genere si provvede a bruciare un tratto di foresta e si semina con l’aiuto dell’apposito bastone appuntito, strumento già in uso anche presso gli Incas (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia e L’Impero degli Inca). Non si conoscono metodi di concimazione oltre la cenere. Le specie più coltivate sono la manioca, il mais, la patata dolce, l’arachide, l’avogado, l’ananas e una specie di fagiolo, detta pallar. La cucina non è molto complicata e i cibi vengono perlopiù arrostiti su graticci di canna o bolliti in pentole di terracotta. La ceramica è, infatti, assai diffusa. Bottiglie, colini e scodelle sono ricavati dalle zucche. Le abitazioni sono di vario tipo, dai più semplici paraventi alle capanne su palafitte, passando per tutte le varianti possibili dal circolare all’ellittico, al rettangolare con tetto a doppio spiovente. L’arredamento è formato dalle amache e da qualche sgabello di legno, mentre gli oggetti vengono riposti in cesti di vimini o di altre fibre vegetali.  Il costume generalizzato è la nudità sia per le donne sia per gli uomini, che in qualche caso portano un astuccio penico. Entrambi ornano il corpo con pitture, tatuaggi, gioielli di piume, perline di pietra dura, osso, elitre di coleotteri. Alcuni capi di vestiario, come grembiali e tuniche, sono stati introdotti dopo l’invasione europea. La guerra è un’attività assai diffusa, come metodo per conquistare onore e prestigio, per vendicare le offese ricevute, per ingrandire il proprio territorio di caccia e per catturare giovani donne e bambini da inserire nelle famiglie del guerriero. Non esiste né mai esistette la forma della guerra rituale: qui si fa sul serio e i nemici possono anche venir decapitati per rimpicciolirne le teste da portare come trofeo, come avveniva tra i Jivaro. Non era sconosciuto neppure il cannibalismo rituale esogamico, ovvero venivano mangiati solo gli appartenenti ad altre tribù. Codeste usanze potrebbero non essere completamente scomparse (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia).

    Dal punto di vista religioso non è possibile definire esattamente la presenza di un Grande Spirito della Natura, anche se alcune tribù credono in un Signore della Foresta oppure in un Signore degli Animali. Nella maggior parte dei casi, si tratta di spiriti separati come in Africa, e in genere, raccolti in tre categorie: spiriti della natura, spiriti umani, spiriti ausiliari. La natura è concepita come duplice, poiché a ogni cosa corrisponde un doppio nel mondo degli spiriti, che poi è considerato quello veramente reale. Ce ne sono di buoni e di cattivi, ma tutti in un qualche modo intervengono nelle attività umane. Malattie e morte sono considerate il risultato dell’intervento di qualche spirito malvagio. Esistono rituali scaramantici per ogni tipo di attività e tutta la vita degli Indios è permeata da questo senso della sacralità (vedi bibl.: Gli Aborigeni Australiani). Come in tutte le culture animistiche esistono cerimonie d’iniziazione sia per le donne sia per gli uomini, cerimonie di sepoltura e di culto degli antenati, mentre per il matrimonio esiste l’istituzione del compenso per la sottrazione della donna (vedi bibl. Gli Aborigeni Australiani, pag.44). Poiché le residenze sono sia patrilocali che matrilocali, il pretendente deve prestare un periodo di servizio a beneficio di uno dei due genitori della sposa. Nel primo caso la sposa abiterà con la famiglia del marito, mentre nel secondo lo sposo si stabilirà presso la famiglia della moglie. Le unioni sono regolate da una serie di leggi, che impediscono il matrimonio tra cugini paralleli (i figli dei fratelli dei padri, nel primo caso, o i figli delle sorelle delle madri, nel secondo), mentre è permesso tra cugini incrociati (i figli delle sorelle dei padri, nel primo caso, o i figli dei fratelli delle madri, nel secondo). E’ conosciuto il matrimonio avuncolare (lo zio sposa la nipote), il levirato (la vedova sposa il fratello del marito) e il sororato (il vedovo sposa la sorella della moglie) (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia, pag.49 e 50). A causa della più frequente mortalità dei maschi, legata alle loro attività di caccia e di guerra, in molte tribù è diffusa la poligamia, ma non sono assenti i casi di poliandria fraternale. Molti sono i rituali magici legati alle donne e in modo speciale al mestuo e al parto. Il primo mestuo viene conservato e sotterrato così come avviene per la placenta e il cordone ombelicale, quest’ultimo in alcuni casi viene conservato come oggetto scaramantico. In alcune tribù la verginità è molto apprezzata e gli uomini sono disposti a pagare un prezzo più alto per una moglie che lo sia, ma in altre si procede allo sverginamento delle giovani con un fallo d’argilla e all’asportazione del clitoride e piccole labbra, in una cerimonia d’iniziazione che si svolge tra sole donne, ma non è raro il caso di tribù, come presso i Piro e i Machigenca, in cui la cerimonia avvenga in presenza degli uomini in completo assetto di guerra. In alcuni casi, la comparsa del primo mestuo è seguita da una cerimonia di bagno lustrale. I riti d’iniziazione maschile comprendono, invece, circoncisione, scarnificazione, taglio dei capelli, pittura del corpo con genipa, perforazione del labbro inferiore, delle orecchie, delle fosse nasali, flagellazione. In entrambi i casi al termine della cerimonia agli iniziati viene dato un nuovo nome, a indicare il loro passaggio nella categoria degli adulti (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia).

Il culto dei morti comprende, in quasi tutti i casi, una forma di sepoltura. In genere si procede alla deposizione in postura fetale in stuoie o in urne di terracotta, spesso sotto il pavimento delle capanne, che vengono poi abbandonate, ma i Piro li seppelliscono sotto la piattaforma che serve da letto, proprio come avveniva a Chatal Huyuk (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia e Le Grandi Civiltà Perdute). Alcune tribù procedono alla scarnificazione con metodi diversi (animali, pesci, batteri), poi le ossa vengono bruciate oppure lavate e dipinte di rosso. Non sono neppure rari i casi cannibalismo funerario sia delle carni sia delle ossa polverizzate del morto. Questo tipo di rituale è giustificato dalla credenza che nei nuovi nati s’incarni l’anima di un antenato, cosicché si cerca di abbreviare il ciclo tra morte e rinascita, ingerendo una parte del defunto che continua ad esistere nel corpo dei vivi. Non mancano ipotesi di reincarnazione negli animali della foresta o di paradisi, a cui si accede dopo una serie di prove superabili con la magia (vedi bibl. Gli Indios dell’Amazzonia).

    Per venire a contatto con gli spiriti, gli sciamani ingeriscono buone dosi di sostanze allucinogene, che inducono stati ipnotici. Tutti possono divenire sciamani con l’aiuto di chi già pratica questa arte. Le sostanze più comunemente in uso sono d’origine vegetale: tabacco in tutte le sue varietà, anadenanthera, liana dei morti, datura stramonium. Di queste sostanze se ne aspira il fumo oppure s’ingerisce il succo anche sotto forma d’infuso. Diffusissimo è l’uso delle pipe (semplici e doppie) e dei sigari, ma si procede anche all’inalazione e alla masticazione. Gli Indios della Guyana introducono la sostanza allucinogena, contenuta nella secrezione di certe specie di rane, in piccoli tagli della pelle, mentre gli Amawaka allo scopo praticano bruciature sulle braccia o sul petto (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia).

   Da questa breve esposizione, certamente riduttiva per un argomento così vasto, è possibile mettere in evidenza alcune analogie con le culture africane e con le antiche culture ancestrali dell’Euroasia, prima dell’avvento della conquista dravidica. Le caratteristiche fisiche, i costumi che riguardano vestiario e abitazioni, il culto dei morti, le cerimonie iniziatiche non lasciano dubbi circa le affinità con le etnie munda. E’, dunque, evidente come le culture del bacino del Rio delle Amazzoni siano antichissime e la loro maturazione risalga a tempi ancestrali, essendo giunte intatte ai giorni nostri, nonostante l’invadenza delle civiltà di carattere agricolo-stanziale.

                              

                                                          

IMPERI PRECOLOMBIANI

 

Quel che rimane dei codici maya e aztechi o dei testi a cordicelle annodate, sopravissuti alla distruzione operata dai missionari europei, è una ben esigua parte del patrimonio di conoscenze, di cui gli antichi abitanti delle Americhe disponevano, e spesso codesti testi non sono neppure leggibili, perché s’è persa la chiave d’interpretazione. La pazienza, però, fa miracoli e gli archeologi hanno potuto recuperare tutta una serie di notizie relative alle civiltà scomparse (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America). Inoltre, si è assistito a una graduale rivalutazione delle culture indios, che ci hanno restituito una parte della tradizione orale considerata, fino a qualche tempo fa’, perduta (vedi bibl.: Popol Vuh). Certo, l’abitudine di cambiare facciata ai monumenti ogni 52 anni, per ragioni ritualistiche, ci aiuta a rimediare qualche reperto archeologico di valore. Non è raro, infatti, reperire piramidi sovrapposte e, qualche volta, le sovrapposizioni sono più di una (vedi bibl.: L’Arte della Mesoamerica). In alcuni casi, però, il rinnovamento prevedeva il trasloco della comunità in un nuovo insediamento, fatto che comportava l’abbandono dei luoghi abitati precedentemente alla giungla (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya). Nei complessi monumentali, era sempre previsto uno spazio specifico per il gioco della palla, considerato rituale sacro. In tutta la Mesoamerica, si giocava negli sferisteri a forma di H, con lo stesso accanimento con cui oggi si gioca a foot-ball, sebbene non si provveda ancora alla soppressione dei giocatori che sbagliano, come invece avveniva nel gioco introdotto dagli Zapotechi presso le altre culture (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America).

 

 

                                                              “ I CIVILIZZATORI “

 

                                              popolo                                        nome

 

 

 

Cinesi

Hindu

Dravidi

Incas

Maya

Aztechi

Egizi

Sumeri

Babilonesi

Greci

Pohnpei

Celti

Aborigeni Australiani

Polinesiani

Re Leggendari

Ganesh

Ribhu

Viracocha

Itzamna

Quetzalcoatl

Thot

Lahar e Ashnan

Oannes

Prometeo

Olosopa e Olosipa

Re Hartù

Baiame,Daramulun, Bunjil

Hina Haumare

 

 

 

(vedi bibl.:I Miti dell’Oreinte; Lo Specchio del Cielo; Il Filo di Arianna; Impronte degli Dei; Storia dell’India; Storia della Civiltà-L’Oriente; Il Mondo dei Maya; Matthews, I Celti; I Segreti dell’Atlantide; Kramer, I Sumeri)

 

 

In ogni caso, le società degli imperi americani mostrano sempre una netta stratificazione in classi sociali abbastanza rigide, dove i guerrieri predominavano sugli agricoltori e sul resto della popolazione, che doveva spesso sottomettersi a courvées sia per la coltivazione dei campi, destinati ai nobili e al clero, sia per la costruzione di complessi monumentali e strade. Tutte le notizie che hanno potuto essere raccolte, circa la condizione della donna nelle società precolombiane, non ci permettono di sapere con certezza se, in tempi più antichi, queste godessero di qualche diritto in più rispetto al modello classico, sebbene esistano numerosi indizi che ce lo fanno sospettare. La difficoltà di rintracciare prove definitive per qualsivoglia teoria è ulteriormente complicata dall’opera di disgregazione attuata dalle foreste pluviali e le paludi, di cui il territorio è perlopiù disseminato, tranne naturalmente la fascia dei deserti peruviani. I batteri hanno provveduto a disgregare tutto il materiale organico e i metalli, salvando solo i manufatti in oro e le ceramiche, tanto da impedire ogni tipo d’approfondita investigazione (vedi bibl.: Olmechi).

Dal punto di vista culturale, tutta una serie di elementi mette in relazione la Mesoamerica con il Medioriente: la costruzione di piramidi con una tecnica molto simile alle ziggurats mesopotamiche (vedi bibl.: L’Enigma delle Piramidi); un calendario solare di 365 giorni, che prevedeva anche l’anno bisestile (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya); l’architettura delle case concepita su cortile centrale (vedi bibl.: L’Arte della Mesoamerica); i sacrifici umani perpetrati con tecniche molto simili a quelle rituali usate dagli Assiri nei confronti dei prigionieri di guerra o dai Fenici verso i bambini destinati ai tophet (vedi bibl.: Von Hagen Gli Aztechi, L’avventura dei Fenici e Gli Assiri); nomi d’imperatori e di divinità roboanti e assolutamente impronunciabili come quelli delle corrispondenti personalità assire o persiane (vedi bibl.: Storia della Civiltà-L’Oriente); la leggenda dei civilizzatori venuti dal mare (vedi tabella).

 

I  MAYA

 

 La civiltà maya, come quella della Grecia Classica e di tutto il Medioriente, era organizzata con il sistema della città-stato, ognuna regolata con criteri diversi e gestita indipendentemente senza un potere centrale. Molti dei siti archeologici più noti, all’epoca dell’arrivo di Colombo, erano già stati più volte rielaborati e poi abbandonati, con motivazioni di probabile origine religiosa (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya).  Studi accurati, legati alle ricerche archeologiche, hanno accertato che si trattava di una società scientificamente avanzata: i Maya conoscevano lo zero; un sistema di numerazione vigesimale; una scrittura geroglifica; un calendario astronomico, complicato ma estremamente preciso; un sistema di computo del tempo chiamato Lungo Conto, la cui ultima sequenza aveva avuto inizio nell’anno corrispondente al 3114 a.C. A Chicen Itza esiste ancora il rudere di un osservatorio astronomico a cupola, detto Caracol, che ricorda nella struttura le costruzioni di osservatori astronomici moderni. In effetti, i sig.ri Gilbert e Cotterell pensano che i Maya disponessero di una tecnica per la levigazione del cristallo di rocca tanto accurata da poterne ottenere delle lenti d’ingrandimento. Il teschio di cristallo di Lumbaantum, nel Belise, sull’antichità del quale sono stati espressi numerosi dubbi, potrebbe essere stato utilizzato come lente ustoria nella cerimonia del Rinnovo del Fuoco, che si teneva alla chiusura di ogni ciclo di 52 anni (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya). Del resto, pensando al telescopio, con cui Galileo  scoprì l’esistenza delle lune di Giove e studiò le macchie solari, ci rendiamo conto di come fosse rudimentale la tecnica impiegata anche nel XVII secolo d.C. (vedi bibl.: Storia della Civiltà-L’Avvento della Ragione). I Maya potrebbero aver disposto di uno strumento analogo, se non nella tecnica, almeno nella qualità della risoluzione delle immagini. Oltre alle notizie fornite dall’archeologia, si dispone anche di una serie di notizie ricavabili dalla tradizione orale e dai miti, poiché alcune di esse sono state raccolte nel libro sacro dei Quiches, il Popol Vuh, trascritto in epoca abbastanza recente, ma contenente notizie sul passato remoto del popolo Maya: si parla, come nella Bibbia, della confusione di lingue, avvenuta però in circostanze differenti; una migrazione da Oriente, seguita da un ritorno al luogo d’origine per chiedere le insegne del potere al re Naxit (vedi bibl.: Popol Vuh); un diluvio universale che servì agli dei per eliminare la razza degli uomini di legno e che avvenne durante il sole (cioè l’era) di Chalchiultlicue, dea della pioggia (vedi bibl.: Profezie dei Maya). Alcuni sconcertanti reperti mostrano come la ruota venisse usata soltanto per i giocattoli destinati ai bambini, senza mai venir utilizzata né per il traino né per il tornio (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya). Tali oggetti sono molto simili per concezione a quelli analoghi, rinvenuti a Mohenjodaro e Harrapa nella Valle dell’Indo (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute).

Il vescovo Diego de Landa raccolse, nelle sue relazioni, molte notizie circa la condizione della donna in seno alla civiltà maya. Non vi è dubbio che le donne potessero ereditare e godere diritti di proprietà delle terre. Inoltre le pitture di Bonampak mostrano donne che prendono parte ad importanti affari di stato, sebbene non siano altrettanto ben rappresentate nella scultura, tranne che nelle statuette dell’isola di Jaina (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya). L’edificazione del Palazzo di Palenque richiese circa 120 anni, ma le prime costruzioni vennero realizzate nel 600 a.C., quando governava la regina Zak Kuk, madre di Kin Pacal, il grande sovrano la cui tomba venne ritrovata sotto le fondamenta della Piramide delle Iscrizioni con il sarcofago coperto dalla grande lastra sopra citata. In seguito, i territori maya vennero invasi dai Toltechi, che introdussero usi e costumi decisamente più cruenti e maschilisti (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America). Non che i Maya fossero dei santi o degli imbelli (sui muri di Bonampak sono raffigurati prigionieri di guerra, a cui sono state strappate le unghie), ma certamente furono i meno sanguinari tra tutti i popoli, che riuscirono a costruire un impero sul territorio americano. Nella società maya, il matrimonio era di tipo matrilocale, ovvero il giovane sposo andava ad abitare presso la famiglia della ragazza, per la quale doveva lavorare almeno 5 anni, prima di poter divenire indipendente. L’adulterio era faccenda quotidiana e il divorzio poteva essere richiesto sia dalla moglie sia dal marito senza alcun divieto di contrarre nuovi legami. A complicare l’esistenza matrimoniale dei Maya, soprattutto delle donne, era piuttosto la morte del coniuge: l’uomo doveva praticare almeno un anno di lutto con relativa astensione dalla pratiche sessuali; la donna invece era quasi obbligata a restare vedova e sola (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya).

I Maya avevano una ben strana concezione della bellezza, che li portava ad autoinfliggersi una serie di malformazioni a scopo estetico: appiattivano la testa ai neonati; li rendevano strabici; perforavano loro il naso e le orecchie; limavano i denti a punta e li incrostavano di giada; tatuavano tutto il corpo e lo dipingevano di vari colori; non contenti di tutto ciò, soprattutto i nobili, si stuccavano il naso per poter ottenere quella forma a becco, destinata a conferire prestigio (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya). Da dove venissero tutte codeste ubbie, ancora non è dato sapere. Del resto, i Cinesi fino al secolo scorso deformavano i piedi delle bambine di stirpe nobile, per gli stessi scopi discutibili (vedi bibl.: Corradini, Cina).

La religione maya era l’insieme di più tradizioni. Il dio principale Itzamna era raffigurato come un vecchio strabico dal corpo di lucertola e rappresentava una sorta di civilizzatore, patrono di tutti i mestieri e le professioni, nonché inventore della scrittura. Ixtab era la patrona dei suicidi e Ixchel la protettrice della tessitura e della fanciullezza, nonché dea della gravidanza identificata con la luna. Chac, il dio della pioggia, era mostrato come un vecchio lacrimoso, che in alcuni territori esigeva di essere nutrito con cuori umani, ed era di probabile origine olmeca. Yum Kaax, identificato con il dio del mais, era un giovane nel pieno del suo vigore. Ah Puch, la morte, veniva rappresentata con uno scheletro animato, lo stesso rimasto poi nelle tradizioni mexicane di Ognisanti. In effetti, gli dei erano talmente numerosi, che i sacerdoti avevano il loro bel daffare nel tenerli a bada tutti con i relativi riti appropriati (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya). Esaminando nei dettagli la figura della dea della pioggia, scopriamo che codesta divinità portava una sottana di giada e ornava il seno nudo con una collana della stessa pietra, fornita di un pendente d’oro (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya). I sig. Gilbert e Cotterell hanno avanzato l’ipotesi che sia proprio una sua raffigurazione quella incisa sulla lastra di pietra di Palenque, che comunemente viene indicata come l’astronauta (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya). Il suo abbigliamento assomiglia non poco a quello delle signore cretesi del periodo minoico, a quello delle dee di Mohenjodaro e Harrapa ma anche a quello delle più antiche raffigurazioni di signore egizie e sumere, nonché presenta molte analogie rispetto alla descrizione  della dea persiana Anahita (vedi bibl.: Arte Egea, Egyptian Painting, Miti Persiani). Sulla pietra tombale di Pacal, sopra l’astronauta, è rappresentato l’uccello Ehecalt (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya) in una foggia che ricorda la fenice cinese, protettrice dell’Imperatrice (vedi bibl.: I Miti dell’Oriente), e l’uccello Senmurv dei Persiani (vedi bibl.: Miti Persiani). Tra le divinità maya, compare anche un personaggio straordinario, guerriero realmente vissuto e poi santificato dalla tradizione, Kuculclan, identificato come il Serpente Piumato (vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya). Questo dio viene descritto, come i Re Leggendari cinesi e l’Oannes babilonese, mentre insegna al genere umano tecniche raffinate di sopravvivenza quali l’agricoltura e la filatura delle fibre vegetali. Come Oannes, arrivò e ripartì dal mare, promettendo di tornare (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide). Gli Aztechi assorbirono in blocco la leggenda, attribuendo i fatti a Quetzalcoatl. Molte altre tradizioni maya vennero assorbite dagli Aztechi, dopo la loro conquista del Mexico, insieme ad una serie di tecnologie, come la lavorazione della carta amatl, che veniva prodotta con corteccia di fico nello stesso modo, in cui gli Egizi usavano il papiro (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi).

Anche se non determinanti dal punto di vista scientifico, le analogie tra le abitudini e le concezioni religiose delle popolazioni maya e quelle a radice dravidica sono comunque sconcertanti. Nel Popol Vuh è trascritta una invocazione al dio Tohil, da cui traspare il concetto sumero dell’umanità creata dagli dei per alleggerire se stessi dai lavori pesanti (vedi bibl.: Popol Vuh, pag.148).

 

Oh tu bellezza del giorno !

Tu uragano: tu, Cuore del Cielo e della Terra!

Tu datore di figlie e di figli!

Volgi da questa parte la tua gloria e la tua ricchezza

concedi vita e sviluppo ai miei figli e vassalli

che si moltiplichino coloro che devono alimentarti e mantenerti

coloro che t’invocano per le strade, nei campi sulle sponde dei fiumi,

nei burroni, sotto gli alberi e gli arbusti....(omissis)

  

Per quello che riguarda l’architettura, c’è da notare che ziggurats e piramidi americane sono state costruite con tecniche molto simili: fragile materiale di riempimento, ricoperto e contenuto da elementi di rivestimento pregiati e impermeabili, così come vi è una notevole somiglianza tra gli archi ogivali rinvenuti sia a Kabah, presso Uxmal, ed a Bonampak sia ad Hattusa e a Micene (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute e L’Arte della Mesoamerica). La costruzione di codesti monumenti e delle numerose strade rialzate, che percorrono i territori dello Yucatan poterono essere realizzate, grazie alla rigida organizzazione delle città-stato, rette da una teocrazia assoluta, e al lavoro volontario di centinaia di indios. A capo di ogni città vi era l’Halach Uinic, ovvero un sovrano divinizzato, a cui si doveva la più cieca obbedienza. Nella piramide gerarchica, sotto di lui, stava l’Ahkin, il grande sacerdote veggente, il cui compito era rendere noto il volere degli dei. Le funzioni dei sacerdoti maya consistevano principalmente nel computo del tempo, degli anni, mesi e giorni, in cui si sarebbero dovute svolgere le festività e le cerimonie, ma comprendevano anche la divinazione, la cura delle malattie e l’insegnamento alle nuove generazioni.

 

GLI AZTECHI

 

     All’arrivo di Cortez, proveniente dalla Spagna, il popolo Nahuat esibiva ancora la sua civiltà fatta di piume variopinte, gioielli d’oro e di giada, pittogrammi, piramidi a gradini, sacrifici umani. L’Impero Azteco era retto da un sovrano Uei Tlatoani, considerato il dio sole, e l’economia si basava sulla guerra di conquista attuata con armi di pietra come mazze e fionde, simili a quelle in uso presso i comuni antenati cinesi, che valicarono lo stretto di Bering 30.000 anni prima di Cristo (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). La loro tradizione, però, racconta di uno spostamento migratorio da Aztlan, isola non ancora chiaramente identificata, la cui descrizione rassomiglia a quella dell’Atlantide, lasciataci in eredità da Platone (vedi bibl.: Sartori, Gli Aztechi). Vorrei far notare che i Vichinghi della Groenlandia sparirono dai loro insediamenti coloniali intorno al 1000 d.C. (vedi bibl.: I Vichinghi), esattamente due secoli prima che gli Aztechi rintracciassero un luogo dove insediarsi definitivamente, dopo una lunga peregrinazione sui territori americani (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America). Gli Aztechi non furono mai teneri con i popoli loro sottomessi e gli Spagnoli si comportarono con loro, esattamente come i Nahuat si erano comportati con i loro avversari fino a quel momento. Un fatto, però, li aveva messi in netto svantaggio nei confronti dei nuovi arrivati: essi attendevano il ritorno di Quetzalcoatl, dio alto, biondo, bianco e barbuto, che aveva ripreso il mare dopo essere stato sconfitto da Tezcatlipoca, e Cortez corrispondeva fisicamente alla sua descrizione (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide). I costumi degli Aztechi erano effettivamente molto discutibili, al punto che lo stesso Cortez, non troppo avvezzo a complimenti e raffinatezze, rimase allibito di fronte a un festino di pietanze e intingoli confezionati con carne e sangue umani.  La materia prima proveniva dai numerosi sacrifici effettuati sulla cima delle grandi piramidi a gradini, che ospitavano i templi delle divinità (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). Le vittime erano, perlopiù, prigionieri di guerra espressamente catturati a quello scopo e offerti soprattutto a Tonathiu, dio del sole, che con il loro sangue si rigenerava (vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya). Nei primi giorni del mese di febbraio, invece, venivano sacrificati bambini in età da latte, con un procedimento simile a quello che i Fenici riservavano alle vittime coetanee offerte al dio Baal: i malcapitati venivano annegati e poi gettati nel fuoco, per essere cotti e mangiati (vedi bibl.: Sartori, Gli Aztechi). Il calendario azteco derivava da quello olmeco, attraverso la cultura maya, e prevedeva cicli di 52 e 104 anni, al temine dei quali si approfittava dell’occasione per compiere vere e proprie stragi, allo scopo di esorcizzare la paura di un mancato rinnovo del mondo (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). Insomma, gli Aztechi vivevano perennemente con il terrore che qualcosa impedisse al sole di levarsi tutte le mattine, forse memoria ancestrale di qualche cataclisma, a cui avevano assistito i loro antenati (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide). I conquistatori Aztechi avevano assorbito una buona parte delle credenze religiose dai Maya, i quali a loro volta assorbirono buona parte degli elementi ideologici della cultura olmeca. Sopra un substrato di divinità totemiche come il dio-serpente, il dio-colibrì, il dio-farfalla, il dio giaguaro, il dio-pioggia, adorati soprattutto dalla popolazione agricola, imperversavano personaggi dai contorni più evanescenti come Kuculclan, Quetzalcoatl e il dio sole Tonathiu, appannaggio perlopiù delle classi dirigenti (vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya). Vi erano anche tracce del primordiale culto della Grande Madre: presso gli Aztechi era rappresentato dalla terribile dea Coatlicue, dalla collana fatta di mani e teschi umani, come la dea Kali (vedi bibl.: Sartori, Gli Aztechi).

    Il pantheon delle divinità era sovrappopolato e comprendeva tra gli altri: Tonathiu, il dio del sole; Quetzalcoatl, il serpente piumato; Tezcatlipoca, il suo antagonista; Ometeotl, il loro padre; Ehecalt, il vento; Tlaloc, la pioggia; Xipe Totec, dio dei metallisti; Cinteotl, il giovane dio del mais; Huehueteotl, il vecchio dio del fuoco; Xiuhteotl, il dio del turchese. Ometeotl era una forma di Grande Spirito della Natura, principio vitale maschile come An per i Sumeri. Ehecatl era il respiro della natura, portatore di pioggia, ma il vero dio della pioggia era Tlaloc, divinità ereditata dagli abitanti autoctoni degli altipiani del Mexico. Anzi di Tlaloc ce n’erano ben 4 e di 4 colori diversi, legati probabilmente alle quattro direzioni dei punti cardinali. C’erano anche delle divinità femminili come Coatlicue, la Grande Madre, e Xochiquetzal, la dea delle arti e del piacere. Molti anche i riferimenti astrali: Tonathiu era il sole; Tlahuizcal-pantecutli, Venere; Mixcatl, la via lattea, Tecuciztecal, la luna (vedi bibl.: Sartori, Gli Aztechi e Miti Aztechi e Maya). Ma il dio principale degli Aztechi era Huitzilopochtli, il colibrì, dio guerriero che conduceva il suo popolo in battaglia, fratello di Quetzalcoatl. Il mito della sua nascita la dice lunga circa la sua personalità, infatti, viene descritto già armato di tutto punto, al momento del parto, allo scopo di uccidere e fare a pezzi la zia materna Cyolxauhqui, che voleva liberarsi di sua madre Coatlicue (vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya). L’aspetto della Grande Madre, propostoci dagli Aztechi, non era il massimo della bellezza: una statua, rinvenuta a Mexico City, la rappresenta con la testa formata da due serpenti affrontati e il collo ornato da una collana composta di teschi e mani mozzate (vedi bibl.: Lo Specchio del Cielo).

    Le analogie con le divinità di altre etnie, non appartenenti al continente americano, non sono da trascurare: la dea Madre-Terra che dà e toglie a proprio piacimento; la dea delle arti e del piacere ha caratteristiche simili ad Afrodite e a Freya; Omeotl, quale Grande Spirito della Natura; Xipe Totec, come Efesto proteggeva coloro che lavoravano i metalli; Tonathiu, come Ra rappresentava la forza vitale del sole. Vista la mia teoria circa la diffusione delle ideologie religiose, non posso, quindi, essere completamente in accordo con coloro che definiscono le culture americane esclusivamente autoctone. Io credo, piuttosto, che vi sia stata un’evoluzione indipendente a partire da presupposti comuni ad altri popoli, originari anche di altri continenti, che influenzarono la cultura americana con iniezioni sporadiche di elementi estranei, sebbene l’unica migrazione scientificamente accertata sia quella avvenuta attorno al 30.000 a.C. Nel complesso, però, la tradizione azteca sembra presentare connessioni soprattutto con le etnie arya, per la sua base ideologica impostata principalmente sulla guerra. Infatti, il dio Tlaloc e il dio Tonathiu richiedevano un ricco pasto di cuori umani per rifornire i terreni agricoli della pioggia e del sole necessari alle coltivazioni, obbligando il popolo Nahuat a una continua ricerca di occasioni per rifornirsi di prigionieri di guerra da immolare agli dei (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). Indice di una avvenuta stratificazione etnica della popolazione azteca potrebbe essere la dicotomia nella pratica del rito funebre, che per quasi tutti gli individui era la cremazione, nella migliore tradizione nomade, mentre la mummificazione era riservata ai soli personaggi di alto rango, che giungevano a coprire le più importanti cariche dello stato (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). L’imperatore stesso, Tlatoani, era una carica elettiva (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi) simile allo Wanaka dei Micenei (vedi bibl.: La Civiltà Micenea). Occorre, comunque, tenere presente che molti elementi di rilievo dal punto di vista dell’organizzazione sociale e religiosa furono assorbiti dagli Aztechi al contatto di ciò che restava della civiltà maya (vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya). Lo stesso dio Quetzalcoatl, principale divinità del pantheon azteco, era una divinità misteriosa, che riceveva la devozione dei sacerdoti in un tempio chiuso e impenetrabile allo sguardo dei fedeli (vedi bibl.: I Miti dell’Oriente, pag. 203), sembrerebbe piuttosto la divinizzazione di un antico re tolteco (vedi bibl.: I Miti dell’Oriente). Di fatto, le origini di codesta divinità onnipresente non sono mai state effettivamente accertate.

 

GLI INCAS

 

     Nella zona geografica, dove ora si estendono le nazioni moderne di Bolivia e Perù, anticamente abitavano numerose etnie diverse, che vennero assoggettate dai Quechua tra il 1.200 e il 1.300 d.C. Il sovrano di questo popolo portava il titolo di Inca e veniva considerato l’impersonificazione del dio sole Inti. Le culture degli altipiani vennero dominate in tempi storici dall’organizzazione militare quechua, la quale riuscì a fondare un immenso impero, tenuto insieme da una sofisticata burocrazia che usava come metodo di archiviazione i quipu. I Quechua non ebbero mai un sistema di scrittura convenzionale né geroglifico né alfabetico, ma usarono sempre il metodo delle cordicelle annodate. Si trattava di un supporto in corda, a cui venivano legate numerose cordicelle colorate e annodate, che servivano per la registrazione di qualunque tipo di notizia (vedi bibl.: Gli Inca). Codesta tecnica di memorizzazione, il valore attribuito alla giada (considerata più preziosa dell’oro) e l’uso delle piume per la decorazione di abiti e monili (vedi bibl.: Gli Inca) rimandano ai costumi di comuni antenati cinesi, mentre certe opere idrauliche di grande portata, costruite per l’irrigazione dei campi (vedi bibl.: Impronte degli Dei), sembrerebbero analoghe a quelle rinvenute nella Valle dell’Indo e in Mesopotamia. Inoltre, tribù indios, che ancora vivono sulle rive del lago Thiticaca, costruiscono imbarcazioni di giunco che, per tecnica di assemblamento, poco distano da quelle egizie fatte di papiro e dalle canoe di giunco dell’Isola di Pasqua (vedi bibl.: Impronte degli Dei e Lo Specchio del Cielo).

    Oltre al culto del Sole, la religione prevedeva una miriade di culti totemici e un ben radicato culto dei morti. Secondo le loro credenze, i defunti trascorrevano un periodo di latenza, in cui erano non morti e durante il quale passavano il loro tempo a rendere la vita grama ai vivi. Per questo motivo, nella tomba venivano messi abbondanti rifornimenti di tutto l’occorrente per lavorare allo scopo di tenerli occupati nelle loro attività preferite. A volte, tanta era la paura dei loro poteri nefasti che venivano deposti nella tomba legati (vedi bibl.: L’Impero degli Inca). Certo, in codesto concetto quechua, qualcosa di vero c’è: l’influenza di genitori e parenti, ma anche di amici e concittadini, sulla psicologia del singolo è talmente forte da condizionare la vita di chi resta a lungo, anche dopo la loro morte. Gli Inca, invece, venivano mummificati e considerati alla stregua di reliquie (vedi bibl.: Gli Inca). Nel sangue di tre delle cinque mummie regali, sottoposte ad analisi medica, sono state rinvenute tracce del gruppo A, completamente sconosciuto presso le popolazioni indios d’America (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide). A capo del pantheon delle divinità minori vi era Pachacamac, adorato principalmente dai contadini e dal popolo, mentre le classi nobili e intellettuali riconoscevano come dio solo Titi Viracocha, il creatore, l’unico considerato veramente autentico (vedi bibl.: Gli Inca). Era una personalità molto simile a Kuculcan, Osiride, Oannes, con le caratteristiche del civilizzatore, portatore di nuove tecnologie. Aveva insegnato l’agricoltura e la tessitura al genere umano, andando e venendo dal mare, con la promessa di un futuro ritorno (vedi bibl.: Impronte degli Dei).

    I sacerdoti, che erano anche medici, praticavano la trapanazione del cranio e la ricomposizione delle fratture, utilizzando strumenti in bronzo (vedi bibl.: L’Impero degli Inca). Per i sacrifici, invece, venivano usate mazze di legno con la testa di pietra. Con uno strumento simile a quello descritto, vennero immolati i bambini di ambo i sessi, offerti al dio Inti, rinvenuti tra le nevi perenni della montagna sacra, il monte Pichu Pichu. Venivano adornati di tutto punto, forse per un matrimonio rituale, e veniva loro somministrata una bevanda composta di un miscuglio colorante, il lachote, il cui effetto è procurare eccessi di vomito. In quel momento, venivano abbattuti a colpi di mazza. Il Pichu Pichu, per altro, non era l’unico luogo ad ospitare riti sacrificali, che coinvolgevano bambini di età compresa tra gli 8 e i 14 anni. Altri siti sono stati rinvenuti sul vulcano Ampato, dove venne rintracciata la famosa Vergine di Ghiaccio, e sul monte Llullaillaco, le cui nevi ci hanno conservato i corpi di tre bambini assolutamente intatti e accompagnati da un ricco corredo di piume e tessuti. In questo caso, la cerimonia sacrificale avveniva con un rituale differente: i bambini venivano ubriacati, forse con alcol o con allucinogeni e poi strangolati o sepolti vivi.  Le montagne sacre, oggetto di questo tipo di venerazione erano circa una decina (vedi bibl.: Sacrifici di Ghiaccio). I sacerdoti quechua erano tutti maschi, ma vi era una congregazione riservata alle donne, quella delle Vergini del Sole, specie di Vestali, il cui compito principale consisteva nella tessitura delle ricche e complicate vesti dell’Inca e del suo seguito (vedi bibl.: Gli Inca). L’Imperatore, infatti, non indossava mai due volte lo stesso capo d’abbigliamento. Egli, come il Faraone, aveva una sposa-sorella, la Coya, e disponeva di un foltissimo harem. Solo i figli della Coya, però, avevano diritto a divenire eredi al trono e il successore veniva designato attraverso un meccanismo elettivo, che teneva conto delle capacità personali e dell’attitudine al comando. Non erano, comunque, rari i casi di usurpazioni, ottenute con colpi di mano e intervento dell’esercito (vedi bibl.: L’Impero degli Inca).

    Grande importanza sociale rivestivano le feste, una per ognuno dei 12 mesi dell’anno, tra cui citeremo quella d’Iniziazione dei Giovani, nella quale veniva loro consegnato il perizoma; i Giochi di Primavera a carattere orgiastico; le Gare sportive e le Danze rituali. Durante questi riti veniva fatto uso di alcool e sostanze stupefacenti allo scopo di favorire il tran, che sarebbe servito a contattare le forze soprannaturali. In tutti gli altri momenti della vita, l’ubriachezza era altamente proibita e persino punita con la morte. La società era rigidamente divisa in Ayllu, con una gerarchia fondata sui multipli di 10 sia nell’esercito sia nei lavori agricoli e artigianali. Il denaro non esisteva e le tasse venivano pagate sotto forma di corvée, a cui tutti i sudditi dovevano sottostare, lavorando i campi di proprietà dell’Inca, dei nobili e del clero (vedi bibl.: L’Impero degli Inca). Lo stesso sistema era stato applicato in Anatolia tra gli Ittiti, quasi 3 millenni prima (vedi bibl.: Macqueen, Gli Ittiti), ed era stato la base organizzativa del grande Impero Cinese, per quasi 5000 anni (vedi bibl.: Corradini, La Cina).

  

     Native American ‘home page’        

 

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P. Jacquin, Storia degli Indiani d’America, Mondadori 1984

C. Mabi, Zeus & C., antilibro1999

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

Americhe sconosciute

I Pellirosse

I Sioux

Gli Hopi

Gli Indios dell’Amazzonia

Imperi precolombiani

I Maya

Gli Aztechi

Gli Incas

 

Bibliografia

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stampa realizzata al computer dall’autore

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CURRICULUM  di Maria B. Colombo

 

Nata a Milano nel 1947, laureata in Biologia nel 1973. Ha scritto poesie fin dall’adolescenza, sostituendo l’analista con il tipografo. Nel 1970 pubblica 4 liriche brevi sull’antologia ecumenica Il Centone. Nel 1977 smette di scrivere e lascia l’insegnamento per viaggiare, imparare nuove lingue e dedicarsi allo studio dell’etnologia, incontrando culture diverse in Francia, Spagna, Inghilterra, Grecia, Egitto, Svizzera, Bulgaria, Mexico, Brasile, Usa, Cina. Nel 1982 rientra in Italia e fa l’errore di stabilirsi a Genova per ragioni di salute. Nel 1992 insieme ad alcuni artisti e molti appassionati d’arte della Val Polcevera fonda il G.A.C. La Via del Sale, di cui rimane segretaria per 3 anni. Nel 1993 pubblica la raccolta di poesie La Vispa Teresa, comprendente anche una serie di riproduzioni delle sue pitture su seta. Partecipa all’antologia dei poeti della Via del Sale, edita dal circolo stesso, dal titolo Cristalli di Sale. Nel 1994 partecipa al Concorso di Pittura-Poesia della Filarmonica di S.Quirico vincendo il 3° premio con le composizioni abbinate dallo stesso titolo Maschere. Durante l’inverno organizza un Corso di storia dell’Arte, che comprende una panoramica dell’arte nel mondo e nel tempo, preparando una serie di 12 dispense su argomenti diversi dalla Cina all’Egitto, dagli antichi all’arte contemporanea. Nel 1995 vince il 4° premio al Concorso di Poesia di Avegno con la lirica dal titolo Zingarata. Nel 1996, inizia la stesura di un saggio di storia e archeologia dal titolo Enmebaragesi e le altre, nel quale segue le labili tracce delle vite delle Grandi Regine fra il 3.000 e il 1.100 a.C. per identificare i sistemi ereditari in vigore in quel periodo storico. La prima edizione esce nel 1998. Nel 1999, procede alla prima stesura di Zeus & C., saggio sulla trasmissione ereditaria dei concetti religiosi, ed inizia una collaborazione con la rivista Arte-2000 di Sanremo, scrivendo articoli di contenuto archeologico e critiche d’arte.

Nel 2000, predispone una pagina web nel sito internet

                    http://digilander.iol.it/viperacornuta

con la presentazione dei suoi due saggi. Inoltre, procede alla riscrittura del saggio sull’ereditarietà, modificando il titolo in Penelope e le altre e allargando la ricerca archeologica a realtà non esaminate nella precedente versione. Nel mese di giugno, inizia il lavoro di raccolta del materiale lasciato dal compianto amico Mario Arena, che si concretizza nella mostra a lui dedicate a Mioglia e nell’antilibro dal titolo Poesia per tanta cenere, presentato dal prof. Silvio Ferrari presso la S.O.M.S. Fratellanza di Pontedecimo. A settembre, tiene una conferenza sulle civiltà precolombiane presso l’Abbazia del Boschetto di Genova per un corso di aggiornamento, a cui partecipa come relatore insieme al senatore P.E. Taviani. In ottobre, presenta lo scultore Salvatore Aiosa presso la sede di Incontro al Chiostro, preparando una critica dettagliata della sua arte. A dicembre, nella stessa sede, partecipa alla presentazione della produzione letteraria di Marina Salucci, inoltre durante il congresso sul tema dell’ Antilibro, presso la sede della Regione Liguria, inizia una collaborazione con Andrea De Pascale sui rapporti intercorrenti tra arte, natura e società, collaborando al progetto la Materia e il Segno.

                                                                                                 Mabi Colombo, 19 dicembre 2000.

 

 

                         

                                               

                                                           Circe Mabi in un suo disegno.

 

 

 

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