MABI
COLOMBO
AMERICHE SCONOSCIUTE
Quando
si parla dei territori americani, dal punto di vista archeologico, tutti
pensano sempre e soltanto ai tre grandi imperi precolombiani, fondati da
Aztechi, Maya e Incas. Quasi nessuno sa che le Americhe, prima del nefasto
arrivo della razza bianca, erano un puzzle di nazioni, tanto quanto l’Euroasia,
e che, tanto quanto l’Euroasia, il territorio americano aveva visto migrazioni
e riassetti politici (vedi bibl.: La
Terra dell’El Dorado). E’ vero che la maggior parte delle popolazioni
vivevano ancora allo stato nomade, soprattutto nei territori del Nord e nella
foresta dell’Amazzonia, ma questo non ha impedito che fiorissero differenze
anche sostanziali tra una tribù e l’altra, tra un gruppo linguistico e l’altro
(vedi bibl.: Storia degli Indiani
d’America e Gli Indios
dell’Amazzonia). E’ vero che la metallurgia non aveva raggiunto i
livelli tecnologici del vecchio continente né era stato introdotto l’uso della
ruota da traino, ma il fatto non aveva impedito la costruzione, nel Sudamerica,
di grandi complessi monumentali in pietra, canali d’irrigazione, strade
lastricate. Sempre nel Sudamerica, luogo che aveva sostenuto lo sviluppo
dell’agricoltura, le guerre erano
sempre state altrettanto cruente e prive di scrupoli di quelle eurasiatiche. I
Precolombiani non facevano a schioppettate, non usavano i cannoni, ma se le
davano di santa ragione con pesanti mazze di pietra, fionde, lance dalla punta
di ossidiana e coltelli di selce, con risultati altrettanto deleteri di quelli
ottenuti dai contemporanei eurasiatici (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi e L’Impero degli Inca), mentre nel Nordamerica l’atteggiamento
dei guerrieri si era mantenuto meno intemperante, forse grazie a un minor
popolamento dei territori (vedi bibl.: Storia
degli Indiani d’America). Oro, rame e bronzo venivano utilizzati a solo
scopo ornamentale, perché non è così evidente disporre di una tecnologia e
sapere come utilizzarla. La ruota non venne mai impiegata né per il tornio da
ceramica né per il traino, tranne che per i giocattoli infantili (vedi bibl.: Il mondo dei Maya).
Da dove provenivano gli antenati di
codesti popoli? I dati realmente accertati sono pochi. Tutti gli studiosi
sembrano essere d’accordo sul fatto che la specie Homo Sapiens ebbe origine in
Africa, circa 80.000 a.C. (vedi bibl.: Le
Origini dell’Uomo Moderno) e che colonizzò le Americhe 30-40.000 a.C. attraverso lo stretto di
Bering, allora terra emersa, seguendo le migrazioni delle grandi mandrie di
caribù o di cervidi (vedi bibl.: La
Terra dell’El Dorado). L’Homo Americanus
sarebbe, quindi, di origine asiatica, imparentato forse con le tribù di Cinesi
predinastici, non ancora di razza mongola, che abitavano le steppe russe e le
valli dei grandi fiumi, come l’Indo o lo Huang-He. Prova inequivocabile, dal
punto di vista genetico, sarebbe il punto
mongolo, ovvero una macchia della pelle di colore violetto o porpora,
posta sul dorso dei bambini, ma destinata perlopiù a sparire prima dei 4 anni
d’età. Questo particolare elemento genetico viene condiviso da numerose
popolazioni aldiquà e aldilà del Pacifico, come Mongoli, Cinesi, Giapponesi,
Birmani, Tailandesi, Eschimesi, Mexicani, Maya, Pellirosse Nordoccidentali e
Indios Equadoregni, Peruviani, Boliviani, Cileni, Brasiliani, ma anche dagli
abitanti delle isole di Giava, Sumatra, Borneo, Hawai, Samoa, Tahiti, Nuova
Zelanda, Pasqua (vedi bibl.: L?Isola
di Pasqua). Le isole di Giava, Sumatra e del Borneo sono relativamente
vicine al continente asiatico e nessuno mette in dubbio la possibilità di una
loro colonizzazione per via di mare anche con mezzi primitivi, ma prove
inequivocabili hanno dimostrato che le isole del Pacifico, Australia compresa,
vennero colonizzate con mezzi di trasporto che dovevano comportare l’uso di una
tecnologia marinara piuttosto avanzata (vedi bibl.: Gli Aborigeni Australiani). L’Australia cominciò a essere
abitata in un periodo compreso tra i 40-50.000 a.C., mentre per le altre isole,
specie quelle dell’Arcipelago Polinesiano, gli studiosi indicano il II
millennio a.C., ossia un tempo relativamente recente, come epoca del primo
insediamento umano. Verso l’inizio del I millennio a.C., avvennero contatti per
via di mare con le etnie polinesiane (vedi bibl.: L’Isola di Pasqua), ma certamente qualcuno giunse in America del
Sud anche partendo dall’Australia e dalla Nuova Zelanda (vedi bibl.: La Terra dell’El Dorado). Ne
riportarono la patata dolce, principale alimento dei Polinesiani e dei Maori,
la zucca e il giunco totora (vedi bibl.: Introduzione
all’Antropologia). Sempre intorno a 1.000 d.C., vennero fondate alcune
colonie vichinghe nella Groenlandia, avamposti di popolazioni giunte per via di
mare attraverso la rotta islandese. Codesti avamposti vennero poi abbandonati,
forse per ragioni climatiche, senza lasciare indicazioni circa la destinazione
delle popolazioni che li abitavano (vedi bibl.: I Vichinghi).
Le caratteristiche fisiche di alcune antiche popolazioni
americane mostrano una chiara
somiglianza con gli Ainu giapponesi, gli Shang Cinesi e i Khmer della Cambogia
(vedi bibl.: Zeus & C.).
D’altra parte, anche in Sudamerica, quanto a varietà di caratteristiche
razziali non si scherza. L’arte americana ci ha tramandato una certa varietà di
fisionomie: Chorrera e Totonaca si rappresentano con occhi allungati e visi
piatti, che ricordano la fisionomia mongola (vedi bibl.: La Terra dell’El Dorado); le grandi
teste olmeche hanno tratti chiaramente di tipo negroide etiope (vedi bibl.: L’Arte della Mesoamerica); alcuni
bassorilievi di La Venta e Monte Alban mostrano barbette rade e nasi aquilini
di tipo semita (vedi bibl.: Impronte
degli Dei). Alcuni studiosi come i signori Soustelle e Von Hagen sono
convinti che le civiltà americane siano d’origine unicamente autoctona (vedi
bibl.: Olmechi e Il Mondo dei Maya), altri come i
signori Hancock, Gilbert e Cotterell sono convinti dell’esistenza di apporti
esterni, dovuti ad iniezioni di culture diverse (vedi bibl.: Lo Specchio del Cielo e Le Profezie dei Maya). A chi dare
credito? Personalmente, penso che abbiano ragione tutti quanti. Credo che non
vi siano state migrazioni considerevoli tra un continente e l’altro, dopo
quella del 40.000 a.C., ma piuttosto che per via di mare siano giunti in tappe
successive piccoli gruppi di navigatori, il cui apporto dal punto di vista
culturale potrebbe essere stato, però, fondamentale. Del resto, ovunque
aleggiano miti di civilizzatori venuti e ripartiti per via di mare (vedi bibl.:
Le Impronte degli Dei). I
polinesiani organizzavano spedizioni di piccoli gruppi, comprendenti un capo e
le famiglie di tutti i suoi parenti e sostenitori, composti da 30-40 canoe
d’alto mare equipaggiate di tutto punto. Lo scopo era trovare nuove terre
d’insediamento (vedi bibl.: Introduzione
all’Antropologia). Anche se non ci sono pervenute notizie circa la
marineria dei popoli del deserto peruviano, l’ipotesi più corrente è che si
trattasse di attività costiere, effettuate su zattere di legno di balsa poco
governabili, sebbene qualcuno, forse per caso fortuito, giunse fino alle
Galapagos, luogo dove sono stati rinvenuti cocci di chiara fattura
continentale. Esisteva, però, una tecnica di costruzione d’imbarcazioni di
giunco molto simile a quella usata sia in Egitto sia sul lago Tihticaca sia
sull’Isola di Pasqua, ancora applicata dagli abitanti della costa ai giorni
nostri (vedi bibl.: Gli Imperi del
Deserto e L’Isola di Pasqua).
Del resto, i Lambayaque dicevano di essere arrivati dal mare. La tradizione
racconta che il loro capostipite Naymlap arrivò in America, insieme alla moglie
Ceterni e alcuni accompagnatori, su imbarcazioni, che sembrerebbero state
dotate di un’alta prua ricurva, raffigurate su di una lamina d’oro (vedi bibl.:
Il Perù prima degli Inca), la
forma delle quali potrebbe rassomigliare a quella delle canoe d’alto mare
polinesiane. Se qualcuno tornò indietro dalle Americhe per riportare la patata
dolce o portare la notizia della scoperta della Nuova Zelanda, nella maggior
parte dei casi chi giungeva a una nuova terra abitabile vi restava. Così
accadeva sul bacino del Mediterraneo. Basti pensare alla fondazione di
Cartagine o all’insediamento di Enea nel Lazio (vedi bibl.: L’Eneide). La medesima cosa potrebbe
essere accaduta presso le popolazioni americane, che con il tempo rielaborarono
autonomamente le tradizioni e le tecniche d’origine straniera, come del resto
hanno fatto anche i Cinesi nei loro 5.000 anni di civiltà (vedi bibl.: Corradini,
Cina). Le culture americane
sono, quindi, autenticamente autoctone, ma non si può escludere categoricamente
qualche sporadico contatto con popolazioni d’origini eurasiatiche, solo perché
tutte le possibili tracce storiche potrebbero essere andate distrutte con il
rogo dei documenti maya e aztechi. Del resto, l’origine della preziosissima
giada, ritenuta in tutte le culture americane più preziosa dell’oro, non è mai
stata appurata (vedi bibl.: Il Mondo
dei Maya). Non è possibile, quindi, escludere categoricamente la sua
provenienza da altri territori. E’, comunque, mia opinione personale che,
sebbene siano stati accertati i contatti per via di mare soltanto attraverso il
Pacifico, non siano da escludere possibili esperimenti di navigazione attraverso
l’Oceano Atlantico, anche prima dei Vichinghi. Dello stesso Colombo si dice che
fosse venuto a conoscenza di carte nautiche antiche, custodite in Turchia e
ricopiate in tempi successivi dai Portoghesi, che mostravano dettagli
dell’Antartide e delle Coste Sudamericane (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide).
Lunghe
dissertazioni sono state scatenate anche dall’argomento inerente la longevità
dell’introduzione dell’agricoltura sui territori Americani. Si sa per certo che
le tribù pellirosse del Nordamerica mantennero, fino allo scorso secolo, un
tipo di cultura prevalentemente nomade, legata alla caccia e alla raccolta dei
prodotti vegetali. Fra le tribù dei territori più meridionali, come i Pownee,
si era andato determinando un sistema di vita semistanziale, indotto dai
contatti con le culture della Mesoamerica, da cui avevano importato la tecnica
della coltivazione del mais (vedi bibl.: Storia
degli Indiani d’America). Completamente stanziali sono, invece, gli Hopi
che abitano la Mesa Nera, tra i canions del fiume Colorado (vedi bibl.: Introduzione all’Antropologia). I
loro antenati, gli Anasazi, costruirono i villaggi pueblos e coltivarono
zucche, fagioli e mais. La costruzione del villaggio di Pueblo Bonito
sembrerebbe risalire al 400 d.C. e, prima di venire abbandonato, tale sito
mostra tracce di frequentazione per almeno un millennio (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute). Il
primato dell’introduzione dell’agricoltura in America spetta, però, al Mexico,
dove le tracce di coltivazione del mais sembrerebbero risalire fino al 5.000
a.C. Il mais, comunque, non fu sicuramente il primo vegetale ad essere stato
addomesticato nelle Americhe, bensì il primato tocca alle zucche, che già dal
VII millennio a.C. venivano coltivate negli altipiani del Perù, sebbene il sig.
Lanning sia convinto che la loro provenienza, insieme a quella di alcuni tipi
di fagioli e del peperoncino, sia accreditabile ai territori mexicani (vedi
bibl.: Il Perù prima degli Incas).
Il divario temporale tra l’introduzione della produzione agricola nel vecchio e
nel nuovo continente non sarebbe, dunque, tanto grande quanto si era invece
creduto fino a poco tempo fa. Ci sono, inoltre, seri dubbi sull’origine del
cotone, coltivato sia in India sia in Perù già dalla metà del III millennio, e
su quella della manioca, contesa tra i continenti africano e sudamericano e
risalente più o meno allo stesso periodo (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute). Del resto, anche la provenienza
delle tracce di nicotina e cocaina, rinvenute nei tessuti della mummia di Ramesse
II, non sembra essere stata ancora completamente chiarita. Un grande scambio di
specie officinali tra i due continenti avvenne, però, solo dopo il 1492 d.C.:
vennero importati in Euroasia diverse specie di patate, le fragole, le more, il
pomodoro, vari tipi di fagioli, il melone, le arachidi, il cacao, l’avocado, il
mais, le zucche, il tabacco, il peperone, il peperoncino, mentre nelle Americhe
giunsero il grano, l’orzo, l’aglio, le cipolle, il ciliegio, il pesco, il melo,
le fave, le rape, il caffè, la canna da zucchero, la noce di cocco, la banana
ma anche gli animali da traino fino ad allora sconosciuti, poiché solo sulle
Ande si utilizzava per i carichi il lama, che per altro non forniva nessun tipo di aiuto in agricoltura.
Vi furono scambi anche dal punto di vista epidemiologico: i bianchi portarono
il vaiolo e tornarono con la sifilide (vedi bibl.: L’Impero degli Inca).
Nell’America del Sud e nella Mesoamerica si andarono sviluppando
numerose culture di carattere agricolo-stanziale, che generarono le basi delle
religioni solari dei tre grandi imperi. Ogni territorio seguì una sua specifica
strada evolutiva, producendo forme diverse di civilizzazione: Chorrera, Chavin,
Paracas, Moche, Nazca, Lambayeque, Chimu, Totonaca, Tiahuanaco sono solo una piccolissima
parte delle culture, che hanno lasciato reperti archeologici da dissotterrare,
sparsi per tutta l’America del Centro-Sud (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America). A tutti questi reperti sono stati
dati nomi convenzionali, in genere legati ai luoghi di rinvenimento, poiché
nessuna delle culture, che li aveva prodotti, ad eccezione degli Olmechi,
lasciò tracce di qualsivoglia tipo di scrittura. Fra il 1.300 e il 1.200 a.C.
cominciarono le costruzioni dei grandi complessi monumentali in pietra e si pensa
che le grandi teste di La Venta potrebbero essere databili intorno al 1.100
a.C. Questa cultura risulta, in effetti, difficilmente databile, in quanto
l’unico reperto olmeco, sottoponibile all’esame del Carbonio 14, è stato datato
1.100 a.C., ma questo fatto non esclude la possibilità che la civiltà olmeca
sia effettivamente molto più antica (vedi bibl.: Olmechi). Molto interessante è la divinità della pioggia,
raffigurata con caratteristiche molto simili a quelle della dea Chalchultlicue
dei Maya, sulle pareti rupestri di Chalcatizingo, tra le falesie del Cerro
della Cantera, il cui nome ci è ancora sconosciuto (vedi bibl.: Olmechi). Buona parte delle civiltà sopra citate era già sparita molto
tempo prima dell’arrivo dei conquistadores, e quindi, per distinguerle le une
dalle altre, ci si deve rifare ai ritrovamenti di ceramiche, ori, dipinti,
sculture, architetture. Infatti, ovunque le culture agricole costruirono
templi, piramidi, magazzini, terrapieni, strade, canali per l’irrigazione,
alcuni dei quali sono ancora in funzione ai giorni nostri. La maggior parte
delle notizie, poi, come sempre deriva dall’esplorazione delle tombe e delle
necropoli, dove tutti questi popoli sembrano aver accumulato un vero
campionario della propria abilità artigiana (vedi bibl.: Il Perù prima degli Incas). Il fatto
che nessuno di codesti popoli disponesse di un metodo di comunicazione scritta
non significa che Chorrera, Totonaca, Nazca, Chavin, Paracas, Toltechi,
Haustechi, Chimu non possedessero una loro organizzazione o una loro speciale
espressione artistica (vedi bibl.: Centro
America e La terra dell’El
Dorado), ma piuttosto che gli unici elementi con cui confrontarsi
restano i prodotti artigianali, dai quali è, comunque, possibile dedurre tutta
una serie d’indizi circa gli usi e i costumi dei loro autori. A Monte Alban in
Mexico, i rilievi di un edificio sono quello che rimane di una struttura
probabilmente adibita a tempio-ospedale: numerose lastre di pietra, indicate
con il nome di danzantes per le loro strane posture, potrebbero essere tavole
anatomiche rappresentanti malformazioni e parti podalici (vedi bibl.: Impronte degli Dei e Le Profezie dei Maya). Le ceramiche,
in particolare, rappresentano il mezzo di comunicazione dei Moche, abitanti
della costa del Pacifico Meridionale. I primi reperti, databili intorno al
3.000 a.C. sono relativi alla coltivazione del mais, alla produzione di
vasellame e di ornamenti funerari. I Moche provvedevano alla mummificazione dei
defunti, anche se con mezzi molto meno sofisticati di quelli che venivano
impiegati in Egitto, ma sicuramente favoriti dal clima particolarmente secco
dei loro territori (vedi bibl.: Gli
Imperi del Deserto). Di particolare interesse fu il rinvenimento della
sepoltura intatta di un capo, detto Il
Signore di Sipan. Insieme alla cassa contenente le spoglie del
guerriero, adornato con tutte le sue insegne, vennero ritrovati i cadaveri di
tre giovani spose, un bambino, un capo militare, un portastendardo, un servo,
una sentinella, due lama e un cane. Inoltre, vennero portati alla luce più di
200 vasi di forma antropomorfa (vedi bibl.: Il Perù prima degli Inca). Nello stesso luogo, vennero
rintracciate numerose sepolture di sacerdoti e guerrieri, accompagnati da
corredi altrettanto ricchi (vedi bibl.: Il
Tesoro dei Moche). Le ceramiche mochica sono considerate una vera forma
di linguaggio. Spesso antropomorfe, mostrano momenti di vita quotidiana, vari
tipi di patologia (dalla deformazione alle amputazioni), le molteplici forme
dell’attività sessuale umana ma anche animali domestici e selvatici. Grande
rilievo venne dato alla ritrattistica, da cui si possono desumere le
caratteristiche somatiche della popolazione, che spesso ricordano quelle dei
Polinesiani (vedi bibl.: Gli Imperi
del Deserto). Esse documentano attentamente anche l’uso della coca, il
cui alcaloide veniva estratto masticando le foglie dell’Erithroxylon Coca
mescolate a calce (vedi bibl.: L’Archeologia
dell’Estasi). Quest’ultima veniva conservata in recipienti da tenere
appesi al collo, come mostrano i reperti in oro appartenenti al tesoro di
Quimbaya, conservati al museo di Bogotà (vedi bibl.: Documenti d’Arte-Ori Precolombiani).
Sebbene non vi siano certezze assolute, relativamente alla condizione
della donna in seno alle antiche culture preimperiali, vi sono indizi che
tendono a provare la presenza femminile in ruoli di prestigio, come il fatto
che vennero rappresentate sulle ceramiche mochica in vesti sacerdotali (vedi
bibl.: Il Perù prima degli Incas)
e, dalle relazioni dei conquistadores, è possibile desumere come almeno tra i
Chimu, loro contemporanei, le donne godessero di un elevato ruolo sociale,
potendo accedere anche alla carica di capo-tribù. Infatti, nelle delegazioni,
che incontrarono gli Spagnoli, spesso erano presenti rappresentanti di sesso
femminile (vedi bibl.: Gli Imperi del
Deserto).
Molto interessante è la struttura della
religione mochica. A capo del pantheon stava un dio-guerriero dalla fisionomia
giaguarizzata, Ai Apaec, al
quale si sacrificavano i prigionieri di guerra. Il loro sangue veniva bevuto
dai sacerdoti e da tutti i partecipanti. I loro corpi venivano poi smembrati,
affinché teste, mani e piedi potessero venire appesi come trofei (vedi bibl.: Il Perù prima degli Incas). Al centro
del pantheon dei Chimu, loro conquistatori, vi era invece il dio Si, la luna,
una entità maschile come il dio Sin degli Assiri, a cui venivano consacrate
giovani vergini (esattamente come gli Incas le consacravano al sole). Al dio Si
era dedicato un tempio, chiamato Si-An ovvero Casa della Luna, nel quale
venivano sacrificati al dio bambini di 5 anni. Anche se le modalità del rito
erano differenti, il pensiero corre inevitabilmente ai tophet fenici e alle
tradizioni polinesiane degli Aroi (vedi bibl.: I Miti dell’Oriente). Il vero culto popolare, però, era quello
degli antenati, che venivano riforniti di tutto punto, come tra gli Incas,
perché lasciassero in pace i vivi. Il calendario era basato sulle osservazioni
astronomiche e alcune costellazioni come Fur, le Pleiadi, e Pata, Orione, assumevano
grande rilevanza di culto (vedi bibl.: Gli
Imperi del Deserto). Questo potrebbe essere un segnale di un’avvenuta
migrazione per via di mare di almeno una componente della società mochica,
sebbene non esistano prove dirette dell’avvenimento. La religione sia mochica
che chimu comprendeva un gran numero di divinità totemiche, legate a culti di
animali sacri come il dio-granchio, il dio-volpe, il dio-uccello (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto). Non era sconosciuto neppure il
culto delle pietre sacre, che venivano chiamate Alecpong (vedi bibl.: Gli Imperi del Deserto).
Che si voglia accettare oppure no la
teoria delle iniezioni di culture provenienti dal mare, certamente va
riconosciuto che l’inizio delle attività agricole e la conseguente fondazione
di culture stanziali sembrerebbero l’apporto di etnie provenienti da qualche
altro territorio, in possesso della tecnica per la costruzione di canali
d’irrigazione con sistemi piuttosto sofisticati (vedi bibl.: Impronte degli Dei). Le tracce di
mais domestico, rinvenute in strati risalenti al 5.000 a.C., porterebbero alla
conclusione che la sua coltivazione fu introdotta nell’America del Sud molto
più anticamente di quanto sospettato fino ad ora (vedi bibl.: Olmechi), diminuendo il divario
temporale, per quello che riguarda l’introduzione dell’agricoltura, tra Vecchio
e Nuovo Continente. Anche se molti studiosi sono convinti dell’impossibilità di
collegamento tra le due sponde degli Oceani, io penso che occorrerebbe valutare
più attentamente le labili tracce fino ad ora reperite, poiché nulla può
fermare i mercanti in cerca di clienti o i popoli in cerca di nuove terre da
abitare. Nessuno può negare che alcune ceramiche, rinvenute sul territorio
americano, abbiano inequivocabilmente un’aria orientale o che gli Aborigeni
abbiano raggiunto l’Australia per via di mare. Comunque sia, è certo che gli
Imperi della Costa Occidentale di Bolivia, Perù e Cile subirono rimescolamenti
di popolazioni analoghi a quelli di tutti gli altri luoghi della Terra.
specie
luogo
millennio a.C.
|
Suini, Bovini, Ovini Frumento, Orzo Zucca Miglio Olivo Riso Mais Vigna Cavallo Anatra Manioca Melo, Pero Albicocco Mandorlo Pomodoro The Pollame Pesco Patata Tacchino Faraona Prugno, Ciliegio Cacao Agrumi |
Europa Medioriente Perù-Bolivia Cina Asia Occidentale Indocina Mexico Valle dell’Indo Mongolia Europa Occidentale Africa Anatolia Manciuria Pamir Mexico Cina Malesia Cina Mexico Antille Africa Caucaso Amazzonia Asia Orientale |
VIII-VI VIII VII VI V IV IV IV III III III III III III III II II II II ? I I 800 d.C. |
(vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute, L’Impero degli Inca)

I PELLIROSSE
Nonostante il fatto che le popolazioni americane
siano sempre state considerate dagli Europei poco più che selvagge, gli
abitanti dell’America del Nord e quelli dell’Amazzonia hanno dato vita a un
patrimonio culturale altrettanto ricco e vario di quello prodotto dalla
Mesoamerica .
Mentre nell’America del Sud si erano
andati formando gli Imperi del Sole, con le loro complicate strutture sociali,
l’America del Nord vide lo sviluppo di una cultura tribale relativamente
omogenea, nonostante le differenze di lingua e di abitudini maturate tra i vari
gruppi. All’interno d’ogni singola tribù, la mentalità sociale fu sempre
improntata ad un pensiero libertario e democratico, cosa possibile solo perché
un relativamente piccolo numero di esseri umani viveva s’un territorio vasto e
ricco dal punto di vista alimentare. Un sostanziale equilibrio ecologico venne
sempre mantenuto, fino all’arrivo dell’uomo bianco, grazie alla mentalità di
conservazione e rispetto delle risorse naturali, che tutte le tribù pellirosse
applicavano con solerzia. Alcuni gruppi appresero la tecnica dell’agricoltura,
forse attraverso gli scambi commerciali con le civiltà del Sud, ma una larga
parte rimase sempre nomade con un’economia a base di caccia e raccolta dei
vegetali. Non mancavano le tecniche raffinate come quella della concia delle
pelli, la lavorazione della pietra per la fabbricazione di utensili,
l’intreccio del vimini, il modellaggio della ceramica. Presso tutte le tribù,
il sistema decisionale passava attraverso il consiglio degli anziani, ma nessun
partecipante era vincolato dalle decisioni prese in tale sede. Il capo-tribù
era di carattere elettivo e veniva prescelto in base alle sue doti di coraggio
e saggezza, sebbene le sue funzioni fossero soltanto di portavoce della
comunità (vedi bibl.: Storia degli
Indiani d’America). Gli anziani erano considerati depositari della
storia e della saggezza del popolo e venivano tenuti in gran conto, soprattutto
perché ce n’erano pochi. I giovani venivano lasciati liberi di mostrare il loro
valore attraverso prove d’iniziazione a volte difficili e dolorose ma mai
obbligatorie (vedi bibl.: I Sioux).
La guerra, infatti, era quasi sempre rituale e si basava soprattutto
sull’acquisizione di punti da parte dei contendenti. Ogni guerriero disponeva
di un bastone con il quale era sufficiente toccare l’avversario per causarne la
squalifica e acquisire punteggio. Gli scontri veri e propri erano abbastanza
rari, sebbene non completamente assenti, ma si trattava principalmente di
tentativi di razzia a danno di altre tribù.
Tutte le varie categorie sociali godevano
di grande rispetto: i bambini venivano educati con l’esempio ed erano
addestrati con attenzione da tutti i parenti della famiglia materna. I termini
corrispondenti a madre e padre indicavano anche gli zii, i nonni e tutti gli
adulti che in un qualche modo si occupavano dei giovani (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America).
Presso le tribù pellirosse, le donne godevano di uno stato di pari dignità con
la componente maschile della tribù, sebbene non mancasse una netta divisione
dei compiti nel lavoro quotidiano. Presso gli Algonchini, esisteva una
istituzione, detta il Consiglio delle
Madri, che i rappresentanti del Gran Consiglio Tribale erano obbligati a
consultare prima di prendere decisioni (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America). Presso i Lakota, gli uomini
erano tenuti a sentire l’opinione delle loro donne prima di prendere una
decisione importante per la collettività (vedi bibl.: I Sioux). I giovani crescevano nella famiglia della madre, dove
in genere ad occuparsi di loro erano tutti gli adulti, al punto che le parole
corrispondenti a madre e padre potevano indicare tutti i
parenti in linea materna (vedi bibl.: I
Navajo). Inoltre la leggenda sioux della Donna Bisonte Bianco mette in
luce come il ruolo di civilizzatore fosse attribuito ad un personaggio
femminile (vedi bibl.: I Sioux).
Alcuni costumi, diffusi presso quasi tutte le tribù, sono facilmente
paragonabili a quelli arcaici dell’Asia Centrale: piume e penne come ornamento;
i pittogrammi quale metodo di scrittura; il rituale della scarnificazione dei
defunti prima del seppellimento; il Culto degli Antenati; il Grande Spirito
della Natura; i grandi vasi di ceramica grigia con la parte superiore
appuntita, fabbricati ancora oggi dai Navajo (vedi bibl.: Storia degli Indiani d’America e Navajo). Tutte tradizioni
probabilmente importate con le migrazioni attraverso lo stretto di Bering, che
popolarono il continente americano 30.000 a.C. (vedi bibl.: Olmechi). Codeste eredità comuni
vennero, poi, elaborate indipendentemente dalle singole tribù, creando elementi
distintivi, che nel complesso agli stranieri possono apparire soltanto dei
dettagli. Insieme all’agricoltura vennero introdotte anche alcune usanze
provenienti dal Sudamerica: presso i Pawnee, agricoltori semistanziali, avevano
ereditato il culto della Donna del Mais, divinità ispirata dalle dee madri del
Mexico, e in primavera si praticava la cerimonia in onore del pianeta Venere,
in cui veniva sacrificata una giovane vergine. Strutture stabili specifiche per
il culto non ne venivano costruite, non vi erano edifici destinati a tale
scopo, ma le cerimonie religiose, che per altro erano molto numerose,
avvenivano all’aperto negli spiazzi in terra battuta appositamente riservati al
centro dell’accampamento, indicati da sculture in legno a carattere rituale
(vedi bibl.: Storia degli Indiani
d’America), oppure in una grande capanna comune costruita con legno e
frasche. Le cerimonie non erano mai in onore di un qualche dio, ma piuttosto
servivano a contattare gli spiriti, ai quali si chiedeva aiuto e protezione.
Presso i Sioux, prima di ogni rito si procedeva ad un bagno di vapore, perché
ripulisse il corpo da tutte le impurità. Nessun adulto era mai escluso dalle
cerimonie tribali, guidate da persone considerate particolarmente dotate nel
contattare gli spiriti. I giovani guerrieri venivano considerati adulti solo
dopo una prova di digiuno e meditazione, che forse comprendeva l’uso di qualche
leggero allucinogeno naturale, intesa a ottenere un contatto con lo spirito
guida, solitamente quello di qualche specie animale (vedi bibl.: I Sioux). Nel complesso, però, la
spiritualità pellirosse sembra non aver mai superato il primo stadio
naturalistico, esattamente come la loro civiltà non ha mai completamente abbandonato
il nomadismo per l’agricoltura.
I
SIOUX
Le
usanze religiose dei Sioux ci sono state largamente spiegate da loro stessi,
attraverso i racconti trascritti qualche volta da europei ma spesso anche da
individui di cultura mista. Furono tra gli ultimi popoli pellirosse, venuti a
contatto con la terribile realtà dell’uomo bianco, e le loro cerimonie vennero
proibite solo nel 1870, permettendo così agli etnologi di stilarne una
relazione accurata. Inoltre, occorre dire che la loro spiritualità non fu mai
estirpata del tutto ed è rimasta latente, in attesa di tempi più propizi.
Infatti, recentemente le tribù Sioux hanno ottenuto il permesso di ripristinare
le loro usanze sacre dal Governo degli USA.
Alla base di tutta la spiritualità sioux
esisteva una forza generale, che animava ogni cosa, come il Mana dei Maori,
chiamata Wakan, specie di frammentazione del Grande Spirito della Natura, Wakan
Tanka (il Grande Mistero). Fenomeni naturali come il vento, le stelle o la
nascita di un bambino venivano considerati Woniya o Respiro del Grande Mistero.
La luna e il sole, pur essendo entità separate con nomi propri, Hanwi e Wi,
erano frammenti del Grande Spirito. Wakan Tanka poteva essere suddiviso in 16
aspetti differenti. I Sioux conferivano grande valore anche a Nonna Terra e
alle 4 direzioni, ovvero ai punti cardinali. Infatti, la concezione della vita
era basata sulla scelta tra due vie, una che corre da nord a sud e l’altra da
est a ovest: il Sud era considerato di colore bianco, Fonte di vita; il Nord rosso,
la Purezza; Est giallo, il Rinnovamento; Ovest nero, la Morte. La direzione
nord-sud veniva identificata con la Via Lattea, alla cui biforcazione
meridionale l’anima di ogni essere umano sottostava a un giudizio, per poter
proseguire il suo cammino spirituale. In caso contrario era costretto a
ritornare a vivere. Esisteva, quindi, un concetto di reincarnazione, kini (vedi bibl.: I Sioux), non molto dissimile da quella jainaita, poi ereditata
dall’Hinduismo (vedi bibl.: L’Hinduismo).
L’oggetto sacro per eccellenza era la
Pipa. Secondo il grande sciamano oglala Dito, questo oggetto venne donato ai
Sioux da Wohpe, la donna bisonte bianco, che istituì anche le sette cerimonie
sacre. La Pipa Sacra è divisa in due parti, cannello e fornello, l’uno ricavato
da legno di acero e il secondo da una pietra rossa, la catlinite, reperibile in
un unico posto al mondo, Pipestone nel Minnesota. Le due parti vanno conservate
separatamente in una custodia di pelle di cervo ornata da perline colorate e
aculei di porcospino, per via del grande potere in essa racchiuso. L’atto di
collegare i due elementi corrisponde a una cerimonia sacra, l’unione di Cielo e
Terra, tra il mondo fisico e quello metafisico. Il combustibile è rappresentato
da corteccia di salice rosso, a cui in alcuni casi vengono aggiunti tabacco o
erbe aromatiche. L’atto di fumare la Pipa e di offrirla alle 4 direzioni, al
Cielo e alla Terra è la preghiera più sacra e il riconoscimento di se stessi
come appartenenti all’universo del Grande Spirito. Veniva usata come mezzo di
riconciliazione e di pace, poiché non si poteva dichiarare il falso in sua
presenza. La pipa originale, donata da Wohlpe ai Lakota esiste ancora e viene
custodita da Arvol Looking Horse, ultimo discendente di colui che, secondo la
leggenda, l’aveva ricevuta per primo (vedi bibl.: I Sioux). Le sette cerimonie sacre dimostrano tutte un chiaro
legame con le religioni a carattere animistico, dove il culto degli spiriti è
la base di ogni rituale. Iniziazioni, tran e visioni sono il centro di uno
stretto rapporto tra umanità e natura, ch’è possibile rintracciare in tutte le
etnie di tipo munda, come Eschimesi, Aborigeni Australiani, Indios
dell’Amazzonia (vedi bibl.: I Sioux,
Introduzione all’Antropologia e
Gli Indios dell’Amazzonia).
GLI
HOPI
Penso valga la pena dedicare un paragrafo
a questa tribù di Pellirosse Nordamericani, poiché contrariamente a tutti gli
altri il loro stile di vita è di tipo esclusivamente sedentario. Abitano la
Mesa Nera nei canion tra Colorado, Utah, Arizona e New Mexico, e traggono il
loro sostentamento principalmente dalla terra. Coltivano mais di numerose
varietà, fagioli, zucche, ortaggi, sebbene non disdegnino la caccia allo scopo
di procurarsi la necessaria quantità di proteine. La loro vita si svolge su e giù
per le scale, che collegano i villaggi arrampicati in cima alla mesa e i campi
collocati in prossimità delle sorgenti o dei corsi d’acqua. Pare, in effetti,
che la loro discendenza dagli Anasazi, tribù di antenati che costruirono i
villaggi Pueblos, sia accertata. Nel New Mexico, presso il fiume Chaco, è stato
rinvenuto un villaggio risalente al I secolo d.C., che fu abitato per quasi un
millennio. Il sito di Pueblo Bonito sembrerebbe stato abbandonato nel XIV
secolo d.C. per ragioni climatiche, dopo un altrettanto lungo utilizzo.
L’organizzazione delle case ricorda quella di Chatal Huyuk: camere a pozzo;
ingresso dall’alto per mezzo di scale a pioli; locali espressamente dedicati
alle cerimonie comuni di culto. I reperti archeologici consistono in cesti di
vimini, ceramiche, tessuti di cotone e di piume, grani di madreperla e
turchese. L’insieme dà l’idea di una società complessa organizzata intorno alla
coltivazione di mais, fagioli e zucca. I sistemi di canalizzazione delle acque
per l’irrigazione dei campi erano altrettanto complessi di quelli usati nella
già citata località dell’Anatolia (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute).
L’organizzazione della società hopi
contemporanea si basa sull’aggregazione degli uomini in società di mutuo
soccorso (ognuno può essere partecipe a più d’una) e sull’autorità di un
consiglio degli anziani, ma i campi da coltivare, la casa, gli oggetti di uso
comune e quelli sacri sono proprietà delle donne e vengono tramandati per via
matrilineare. Soltanto bestiame e alberi da frutta sono di proprietà maschile.
Un clan comprende tutti coloro che vantano la discendenza da una progenitrice
comune e tutti gli appartenenti allo stesso clan coetanei si considerano, tra
di loro, fratello e sorella. Da ciò, ne consegue, che i matrimoni sono
possibili solo tra individui di clan differenti. L’uomo al momento del
matrimonio va ad abitare nella casa della moglie, la quale ha il diritto di
notificargli l’avvenuto divorzio, mettendo un fagotto contenente gli oggetti
personali del marito fuori alla porta. Ad occuparsi dell’allevamento e
dell’educazione della prole è sempre il fratello maggiore della madre e i
bambini appartengono al clan materno. Tutte le donne più anziane si considerano
madri di tutti i bambini del clan, tanto ch’è praticamente impossibile che
qualcuno di loro cresca orfano. Tra
uomini e donne si attua una ben precisa ripartizione del lavoro: agli uomini
tocca la coltivazione dei campi, la caccia e la tessitura; alle donne la macinatura
del mais, la ceramica e la preparazione dei cibi. Tutto avviene in un regime di
pari dignità e tutte le decisioni vengono prese tenendo conto del parere di
tutti. Forse proprio nel loro attento conteggio di ciò che spetta a maschio e
femmina, nel più grande rispetto di tutti, è l’essenza della loro vita serena
(vedi bibl.: Introduzione
all’Antropologia).
Alle donne tocca l’espletamento dei riti
della nascita, del matrimonio e della morte, ma le questioni religiose sono
competenza degli uomini, che ereditano il loro ruolo di sacerdoti per via
matrilineare. Il capo dei sacerdoti è, quindi, il fratello più anziano della
Madre del Clan. Tutte le attività religiose si svolgono nella kiva, stanza
comune seminterrata, dove il sacerdote-capo della congregazione passa alcuni
giorni in preghiera e digiuno allo scopo di mettersi in contatto con gli
spiriti, prima di ogni manifestazione o festa. All’approssimarsi del solstizio
d’inverno, si procede a una cerimonia che prevede la creazione di un disegno
eseguito con polveri colorate, sabbie e carbone finemente tritato, una specie
di mandala simile per concetto a quelli buddhisti, ma riproducente disegni
tradizionali hopi. Su questo disegno, viene posta una ciotola d’acqua e
tutt’attorno pannocchie di mais, per propiziare la caduta della pioggia necessaria
all’agricoltura. Poi, il giorno esatto del solstizio, il Soyala, determinato
attraverso l’osservazione di precisi punti di riferimento sulle montagne
circostanti, gli uomini escono dalla kiva con maschere rappresentanti gli
spiriti e danzano distribuendo bacchette sacre, che vengono messe a protezione
delle case e delle sorgenti. Come le bandiere buddhiste, le bacchette sacre
sono preghiere rivolte agli spiriti e consistono in asticelle colorate, alle
quali vengono legate con fili di cotone piume e penne di aquila, tacchino e
altri uccelli. Per gli Hopi tutta la natura è pervasa da spiriti, che sono
frammenti del Grande Spirito della Natura, chiamati kachinas. Kachinas sono
anche gli spiriti degli antenati, che tornano dall’aldilà a visitare i loro
pronipoti. Le feste e le cerimonie sacre sono numerose, sempre coronate da
danze sacre, tra cui la più suggestiva, almeno per noi Europei, è la Danza dei
Serpenti, che si svolge ad anni alterni, in preparazione della quale gli
animali sia innocui che velenosi vengono catturati e resi oggetto di preghiera
e di venerazione, per poi essere rilasciati alla fine del rito. Durante la
cerimonia della Danza della Farfalla, è abitudine che le fanciulle in età da
marito dichiarino il loro amore ai giovani che intenderebbero sposare. La vita
degli Hopi è, comunque, sempre arricchita da feste e cerimonie d’iniziazione
come quella chiamata Wuwucim, in cui i giovani maschi vengono traghettati nel
ruolo di adulti e i fuochi vengo spenti per procedere al rito di una nuova
accensione, simile a quello che gli Aztechi tenevano ogni 52 anni ma senza
connotati cruenti. La concezione della vita degli Hopi consiste nel dare alla
nascita un significato di uscita dal regno degli inferi, per attraversare 4 età
(infanzia, gioventù, maturità e vecchiaia) fino al ritorno tra gli inferi,
ovvero la morte (vedi bibl.: Introduzione
all’Antropologia).
Come si è visto, è facile riscontrare
affinità fra gli Hopi e le altre
popolazioni di pellirosse americani ma anche fra la loro e alcune culture orientali.
La loro principale caratteristica, però, è la sedentarietà con l’affidamento
conseguente del possesso delle case e dei campi delegato alle donne, che sono
la base sociale, su cui poggia il clan. Un clan senza donne è destinato a
estinguersi. Gli uomini, infatti, spesso se ne vanno, mentre le donne restano.
GLI INDIOS
DELL’AMAZZONIA
Il bacino idrico del Rio delle Amazzoni
rappresenta un vero continente, abitato da popolazioni di Indios con
caratteristiche differenti tra loro, che vanno dal nomade raccoglitore per
eccellenza all’agricoltore stanziale. Fra gli altopiani del Perù e la piana
brasiliana, le condizioni climatiche variano anche di molto e le tribù che vi
abitano hanno adattato i loro costumi alle circostanze. Basti pensare che sul territorio
amazzonico si svilupparono ben 592 lingue ancora viventi e quasi 600 lingue
ormai estinte.
Le comunità di Indios non conoscono la
tecnica della lavorazione dei metalli e gli unici oggetti, fabbricati con
questi materiali, di cui dispongono, provengono dalle regioni abitate dall’uomo
bianco. I materiali preferiti per la costruzione degli strumenti da lavoro e da
offesa rimangono ancora oggi il legno e la pietra. Perlopiù si usano archi,
frecce, lance, propulsori, cerbottane, scudi di pelle di tapiro, asce di
pietra. Le frecce hanno punte formate da schegge di osso, spine vegetali o
aculei animali, che in qualche caso vengono intinte nel veleno, il famoso
curaro. Diffusissimo è anche l’uso delle trappole. Per la pesca si usano
zattere e canoe, ma il sistema più diffuso per la cattura del pesce è l’uso del
veleno termolabile, per ottenere il quale si coltivano cinque o sei specie
vegetali. Per integrare i proventi di caccia e pesca, si usa raccogliere
vegetali commestibili e larve d’insetti (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia). Nei casi, in cui si pratica
l’agricoltura, in genere si provvede a bruciare un tratto di foresta e si
semina con l’aiuto dell’apposito bastone appuntito, strumento già in uso anche
presso gli Incas (vedi bibl.: Gli
Indios dell’Amazzonia e
L’Impero degli Inca). Non si conoscono metodi di concimazione oltre la
cenere. Le specie più coltivate sono la manioca, il mais, la patata dolce,
l’arachide, l’avogado, l’ananas e una specie di fagiolo, detta pallar. La
cucina non è molto complicata e i cibi vengono perlopiù arrostiti su graticci
di canna o bolliti in pentole di terracotta. La ceramica è, infatti, assai
diffusa. Bottiglie, colini e scodelle sono ricavati dalle zucche. Le abitazioni
sono di vario tipo, dai più semplici paraventi
alle capanne su palafitte, passando per tutte le varianti possibili dal
circolare all’ellittico, al rettangolare con tetto a doppio spiovente.
L’arredamento è formato dalle amache e da qualche sgabello di legno, mentre gli
oggetti vengono riposti in cesti di vimini o di altre fibre vegetali. Il costume generalizzato è la nudità sia per
le donne sia per gli uomini, che in qualche caso portano un astuccio penico.
Entrambi ornano il corpo con pitture, tatuaggi, gioielli di piume, perline di
pietra dura, osso, elitre di coleotteri. Alcuni capi di vestiario, come
grembiali e tuniche, sono stati introdotti dopo l’invasione europea. La guerra
è un’attività assai diffusa, come metodo per conquistare onore e prestigio, per
vendicare le offese ricevute, per ingrandire il proprio territorio di caccia e
per catturare giovani donne e bambini da inserire nelle famiglie del guerriero.
Non esiste né mai esistette la forma della guerra rituale: qui si fa sul serio
e i nemici possono anche venir decapitati per rimpicciolirne le teste da
portare come trofeo, come avveniva tra i Jivaro. Non era sconosciuto neppure il
cannibalismo rituale esogamico, ovvero venivano mangiati solo gli appartenenti
ad altre tribù. Codeste usanze potrebbero non essere completamente scomparse (vedi
bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia).
Dal punto di vista religioso non è
possibile definire esattamente la presenza di un Grande Spirito della Natura,
anche se alcune tribù credono in un Signore della Foresta oppure in un Signore
degli Animali. Nella maggior parte dei casi, si tratta di spiriti separati come
in Africa, e in genere, raccolti in tre categorie: spiriti della natura,
spiriti umani, spiriti ausiliari. La natura è concepita come duplice, poiché a
ogni cosa corrisponde un doppio nel mondo degli spiriti, che poi è considerato
quello veramente reale. Ce ne sono di buoni e di cattivi, ma tutti in un
qualche modo intervengono nelle attività umane. Malattie e morte sono
considerate il risultato dell’intervento di qualche spirito malvagio. Esistono rituali
scaramantici per ogni tipo di attività e tutta la vita degli Indios è permeata
da questo senso della sacralità (vedi bibl.: Gli Aborigeni Australiani). Come in tutte le culture animistiche
esistono cerimonie d’iniziazione sia per le donne sia per gli uomini, cerimonie
di sepoltura e di culto degli antenati, mentre per il matrimonio esiste
l’istituzione del compenso per la sottrazione della donna (vedi bibl. Gli Aborigeni
Australiani, pag.44). Poiché le
residenze sono sia patrilocali che matrilocali, il pretendente deve prestare un
periodo di servizio a beneficio di uno dei due genitori della sposa. Nel primo
caso la sposa abiterà con la famiglia del marito, mentre nel secondo lo sposo
si stabilirà presso la famiglia della moglie. Le unioni sono regolate da una
serie di leggi, che impediscono il matrimonio tra cugini paralleli (i figli dei
fratelli dei padri, nel primo caso, o i figli delle sorelle delle madri, nel
secondo), mentre è permesso tra cugini incrociati (i figli delle sorelle dei
padri, nel primo caso, o i figli dei fratelli delle madri, nel secondo). E’
conosciuto il matrimonio avuncolare (lo zio sposa la nipote), il levirato (la
vedova sposa il fratello del marito) e il sororato (il vedovo sposa la sorella
della moglie) (vedi bibl.: Gli Indios
dell’Amazzonia, pag.49 e 50). A causa della più frequente mortalità dei
maschi, legata alle loro attività di caccia e di guerra, in molte tribù è
diffusa la poligamia, ma non sono assenti i casi di poliandria fraternale.
Molti sono i rituali magici legati alle donne e in modo speciale al mestuo e al
parto. Il primo mestuo viene conservato e sotterrato così come avviene per la
placenta e il cordone ombelicale, quest’ultimo in alcuni casi viene conservato
come oggetto scaramantico. In alcune tribù la verginità è molto apprezzata e
gli uomini sono disposti a pagare un prezzo più alto per una moglie che lo sia,
ma in altre si procede allo sverginamento delle giovani con un fallo d’argilla
e all’asportazione del clitoride e piccole labbra, in una cerimonia d’iniziazione
che si svolge tra sole donne, ma non è raro il caso di tribù, come presso i
Piro e i Machigenca, in cui la cerimonia avvenga in presenza degli uomini in
completo assetto di guerra. In alcuni casi, la comparsa del primo mestuo è
seguita da una cerimonia di bagno
lustrale. I riti d’iniziazione maschile comprendono, invece,
circoncisione, scarnificazione, taglio dei capelli, pittura del corpo con
genipa, perforazione del labbro inferiore, delle orecchie, delle fosse nasali,
flagellazione. In entrambi i casi al termine della cerimonia agli iniziati
viene dato un nuovo nome, a indicare il loro passaggio nella categoria degli
adulti (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia).
Il
culto dei morti comprende, in quasi tutti i casi, una forma di sepoltura. In genere
si procede alla deposizione in postura fetale in stuoie o in urne di
terracotta, spesso sotto il pavimento delle capanne, che vengono poi
abbandonate, ma i Piro li seppelliscono sotto la piattaforma che serve da
letto, proprio come avveniva a Chatal Huyuk (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia e Le Grandi Civiltà Perdute). Alcune
tribù procedono alla scarnificazione con metodi diversi (animali, pesci,
batteri), poi le ossa vengono bruciate oppure lavate e dipinte di rosso. Non
sono neppure rari i casi cannibalismo funerario sia delle carni sia delle ossa
polverizzate del morto. Questo tipo di rituale è giustificato dalla credenza
che nei nuovi nati s’incarni l’anima di un antenato, cosicché si cerca di
abbreviare il ciclo tra morte e rinascita, ingerendo una parte del defunto che
continua ad esistere nel corpo dei vivi. Non mancano ipotesi di reincarnazione
negli animali della foresta o di paradisi, a cui si accede dopo una serie di
prove superabili con la magia (vedi bibl. Gli Indios dell’Amazzonia).
Per
venire a contatto con gli spiriti, gli sciamani ingeriscono buone dosi di
sostanze allucinogene, che inducono stati ipnotici. Tutti possono divenire
sciamani con l’aiuto di chi già pratica questa arte. Le sostanze più
comunemente in uso sono d’origine vegetale: tabacco in tutte le sue varietà,
anadenanthera, liana dei morti, datura stramonium. Di queste sostanze se ne
aspira il fumo oppure s’ingerisce il succo anche sotto forma d’infuso.
Diffusissimo è l’uso delle pipe (semplici e doppie) e dei sigari, ma si procede
anche all’inalazione e alla masticazione. Gli Indios della Guyana introducono
la sostanza allucinogena, contenuta nella secrezione di certe specie di rane,
in piccoli tagli della pelle, mentre gli Amawaka allo scopo praticano
bruciature sulle braccia o sul petto (vedi bibl.: Gli Indios dell’Amazzonia).
Da questa breve esposizione, certamente
riduttiva per un argomento così vasto, è possibile mettere in evidenza alcune
analogie con le culture africane e con le antiche culture ancestrali dell’Euroasia,
prima dell’avvento della conquista dravidica. Le caratteristiche fisiche, i
costumi che riguardano vestiario e abitazioni, il culto dei morti, le cerimonie
iniziatiche non lasciano dubbi circa le affinità con le etnie munda. E’,
dunque, evidente come le culture del bacino del Rio delle Amazzoni siano
antichissime e la loro maturazione risalga a tempi ancestrali, essendo giunte
intatte ai giorni nostri, nonostante l’invadenza delle civiltà di carattere
agricolo-stanziale.

Quel che rimane dei codici maya e aztechi
o dei testi a cordicelle annodate, sopravissuti alla distruzione operata dai missionari
europei, è una ben esigua parte del patrimonio di conoscenze, di cui gli
antichi abitanti delle Americhe disponevano, e spesso codesti testi non sono
neppure leggibili, perché s’è persa la chiave d’interpretazione. La pazienza,
però, fa miracoli e gli archeologi hanno potuto recuperare tutta una serie di
notizie relative alle civiltà scomparse (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America). Inoltre, si è assistito a una
graduale rivalutazione delle culture indios, che ci hanno restituito una parte
della tradizione orale considerata, fino a qualche tempo fa’, perduta (vedi
bibl.: Popol Vuh). Certo,
l’abitudine di cambiare facciata ai monumenti ogni 52 anni, per ragioni
ritualistiche, ci aiuta a rimediare qualche reperto archeologico di valore. Non
è raro, infatti, reperire piramidi sovrapposte e, qualche volta, le
sovrapposizioni sono più di una (vedi bibl.: L’Arte della Mesoamerica). In alcuni casi, però, il rinnovamento
prevedeva il trasloco della comunità in un nuovo insediamento, fatto che comportava
l’abbandono dei luoghi abitati precedentemente alla giungla (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya). Nei complessi
monumentali, era sempre previsto uno spazio specifico per il gioco della palla,
considerato rituale sacro. In tutta la Mesoamerica, si giocava negli sferisteri
a forma di H, con lo stesso accanimento con cui oggi si gioca a foot-ball,
sebbene non si provveda ancora alla soppressione dei giocatori che sbagliano,
come invece avveniva nel gioco introdotto dagli Zapotechi presso le altre
culture (vedi bibl.: Antichi Imperi
d’America).
“ I
CIVILIZZATORI “
popolo nome
|
Cinesi Hindu Dravidi Incas Maya Aztechi Egizi Sumeri Babilonesi Greci Pohnpei Celti Aborigeni
Australiani Polinesiani |
Re
Leggendari Ganesh Ribhu Viracocha Itzamna Quetzalcoatl Thot Lahar
e Ashnan Oannes Prometeo Olosopa
e Olosipa Re
Hartù Baiame,Daramulun,
Bunjil Hina
Haumare |
(vedi
bibl.:I Miti dell’Oreinte; Lo Specchio del Cielo; Il Filo di Arianna; Impronte degli Dei; Storia dell’India; Storia della Civiltà-L’Oriente; Il
Mondo dei Maya; Matthews, I
Celti; I Segreti dell’Atlantide;
Kramer, I Sumeri)
In ogni caso, le società degli imperi
americani mostrano sempre una netta stratificazione in classi sociali
abbastanza rigide, dove i guerrieri predominavano sugli agricoltori e sul resto
della popolazione, che doveva spesso sottomettersi a courvées sia per la
coltivazione dei campi, destinati ai nobili e al clero, sia per la costruzione
di complessi monumentali e strade. Tutte le notizie che hanno potuto essere
raccolte, circa la condizione della donna nelle società precolombiane, non ci
permettono di sapere con certezza se, in tempi più antichi, queste godessero di
qualche diritto in più rispetto al modello classico, sebbene esistano numerosi
indizi che ce lo fanno sospettare. La difficoltà di rintracciare prove
definitive per qualsivoglia teoria è ulteriormente complicata dall’opera di
disgregazione attuata dalle foreste pluviali e le paludi, di cui il territorio
è perlopiù disseminato, tranne naturalmente la fascia dei deserti peruviani. I
batteri hanno provveduto a disgregare tutto il materiale organico e i metalli,
salvando solo i manufatti in oro e le ceramiche, tanto da impedire ogni tipo
d’approfondita investigazione (vedi bibl.: Olmechi).
Dal punto di vista culturale, tutta una
serie di elementi mette in relazione la Mesoamerica con il Medioriente: la
costruzione di piramidi con una tecnica molto simile alle ziggurats
mesopotamiche (vedi bibl.: L’Enigma
delle Piramidi); un calendario solare di 365 giorni, che prevedeva anche
l’anno bisestile (vedi bibl.: Le
Profezie dei Maya); l’architettura delle case concepita su cortile centrale
(vedi bibl.: L’Arte della Mesoamerica);
i sacrifici umani perpetrati con tecniche molto simili a quelle rituali usate
dagli Assiri nei confronti dei prigionieri di guerra o dai Fenici verso i
bambini destinati ai tophet (vedi bibl.: Von Hagen Gli Aztechi, L’avventura dei Fenici e Gli Assiri); nomi d’imperatori e di divinità roboanti e
assolutamente impronunciabili come quelli delle corrispondenti personalità
assire o persiane (vedi bibl.: Storia
della Civiltà-L’Oriente); la leggenda dei civilizzatori venuti dal mare
(vedi tabella).
I MAYA
La civiltà maya, come quella della Grecia Classica e di tutto il
Medioriente, era organizzata con il sistema della città-stato, ognuna regolata
con criteri diversi e gestita indipendentemente senza un potere centrale. Molti
dei siti archeologici più noti, all’epoca dell’arrivo di Colombo, erano già
stati più volte rielaborati e poi abbandonati, con motivazioni di probabile
origine religiosa (vedi bibl.: Il
Mondo dei Maya). Studi accurati,
legati alle ricerche archeologiche, hanno accertato che si trattava di una
società scientificamente avanzata: i Maya conoscevano lo zero; un sistema di
numerazione vigesimale; una scrittura geroglifica; un calendario astronomico,
complicato ma estremamente preciso; un sistema di computo del tempo chiamato
Lungo Conto, la cui ultima sequenza aveva avuto inizio nell’anno corrispondente
al 3114 a.C. A Chicen Itza esiste ancora il rudere di un osservatorio
astronomico a cupola, detto Caracol, che ricorda nella struttura le costruzioni
di osservatori astronomici moderni. In effetti, i sig.ri Gilbert e Cotterell
pensano che i Maya disponessero di una tecnica per la levigazione del cristallo
di rocca tanto accurata da poterne ottenere delle lenti d’ingrandimento. Il
teschio di cristallo di Lumbaantum, nel Belise, sull’antichità del quale sono
stati espressi numerosi dubbi, potrebbe essere stato utilizzato come lente
ustoria nella cerimonia del Rinnovo del Fuoco, che si teneva alla chiusura di
ogni ciclo di 52 anni (vedi bibl.: Le
Profezie dei Maya). Del resto, pensando al telescopio, con cui
Galileo scoprì l’esistenza delle lune
di Giove e studiò le macchie solari, ci rendiamo conto di come fosse
rudimentale la tecnica impiegata anche nel XVII secolo d.C. (vedi bibl.: Storia della Civiltà-L’Avvento della Ragione).
I Maya potrebbero aver disposto di uno strumento analogo, se non nella tecnica,
almeno nella qualità della risoluzione delle immagini. Oltre alle notizie
fornite dall’archeologia, si dispone anche di una serie di notizie ricavabili
dalla tradizione orale e dai miti, poiché alcune di esse sono state raccolte
nel libro sacro dei Quiches, il Popol
Vuh, trascritto in epoca abbastanza recente, ma contenente notizie sul
passato remoto del popolo Maya: si parla, come nella Bibbia, della confusione
di lingue, avvenuta però in circostanze differenti; una migrazione da Oriente,
seguita da un ritorno al luogo d’origine per chiedere le insegne del potere al
re Naxit (vedi bibl.: Popol Vuh);
un diluvio universale che servì agli dei per eliminare la razza degli uomini di
legno e che avvenne durante il sole (cioè l’era) di Chalchiultlicue, dea della
pioggia (vedi bibl.: Profezie dei Maya).
Alcuni sconcertanti reperti mostrano come la ruota venisse usata soltanto per i
giocattoli destinati ai bambini, senza mai venir utilizzata né per il traino né
per il tornio (vedi bibl.: Il Mondo
dei Maya). Tali oggetti sono molto simili per concezione a quelli
analoghi, rinvenuti a Mohenjodaro e Harrapa nella Valle dell’Indo (vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute).
Il vescovo Diego de Landa raccolse, nelle
sue relazioni, molte notizie circa la condizione della donna in seno alla
civiltà maya. Non vi è dubbio che le donne potessero ereditare e godere diritti
di proprietà delle terre. Inoltre le pitture di Bonampak mostrano donne che
prendono parte ad importanti affari di stato, sebbene non siano altrettanto ben
rappresentate nella scultura, tranne che nelle statuette dell’isola di Jaina
(vedi bibl.: Il Mondo dei Maya).
L’edificazione del Palazzo di
Palenque richiese circa 120 anni, ma le prime costruzioni vennero realizzate
nel 600 a.C., quando governava la regina Zak Kuk, madre di Kin Pacal, il grande
sovrano la cui tomba venne ritrovata sotto le fondamenta della Piramide delle
Iscrizioni con il sarcofago coperto dalla grande lastra sopra citata. In
seguito, i territori maya vennero invasi dai Toltechi, che introdussero usi e
costumi decisamente più cruenti e maschilisti (vedi bibl.: Antichi Imperi d’America). Non che i
Maya fossero dei santi o degli imbelli (sui muri di Bonampak sono raffigurati
prigionieri di guerra, a cui sono state strappate le unghie), ma certamente
furono i meno sanguinari tra tutti i popoli, che riuscirono a costruire un
impero sul territorio americano. Nella società maya, il matrimonio era di tipo
matrilocale, ovvero il giovane sposo andava ad abitare presso la famiglia della
ragazza, per la quale doveva lavorare almeno 5 anni, prima di poter divenire
indipendente. L’adulterio era faccenda quotidiana e il divorzio poteva essere
richiesto sia dalla moglie sia dal marito senza alcun divieto di contrarre
nuovi legami. A complicare l’esistenza matrimoniale dei Maya, soprattutto delle
donne, era piuttosto la morte del coniuge: l’uomo doveva praticare almeno un
anno di lutto con relativa astensione dalla pratiche sessuali; la donna invece
era quasi obbligata a restare vedova e sola (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya).
I Maya avevano una ben strana concezione
della bellezza, che li portava ad autoinfliggersi una serie di malformazioni a
scopo estetico: appiattivano la testa ai neonati; li rendevano strabici;
perforavano loro il naso e le orecchie; limavano i denti a punta e li
incrostavano di giada; tatuavano tutto il corpo e lo dipingevano di vari
colori; non contenti di tutto ciò, soprattutto i nobili, si stuccavano il naso
per poter ottenere quella forma a becco, destinata a conferire prestigio (vedi
bibl.: Il Mondo dei Maya). Da
dove venissero tutte codeste ubbie, ancora non è dato sapere. Del resto, i
Cinesi fino al secolo scorso deformavano i piedi delle bambine di stirpe
nobile, per gli stessi scopi discutibili (vedi bibl.: Corradini, Cina).
La religione maya era l’insieme di più
tradizioni. Il dio principale Itzamna era raffigurato come un vecchio strabico dal
corpo di lucertola e rappresentava una sorta di civilizzatore, patrono di tutti
i mestieri e le professioni, nonché inventore della scrittura. Ixtab era la
patrona dei suicidi e Ixchel la protettrice della tessitura e della
fanciullezza, nonché dea della gravidanza identificata con la luna. Chac, il
dio della pioggia, era mostrato come un vecchio lacrimoso, che in alcuni
territori esigeva di essere nutrito con cuori umani, ed era di probabile
origine olmeca. Yum Kaax, identificato con il dio del mais, era un giovane nel
pieno del suo vigore. Ah Puch, la morte, veniva rappresentata con uno scheletro
animato, lo stesso rimasto poi nelle tradizioni mexicane di Ognisanti. In
effetti, gli dei erano talmente numerosi, che i sacerdoti avevano il loro bel
daffare nel tenerli a bada tutti con i relativi riti appropriati (vedi bibl.: Il Mondo dei Maya). Esaminando nei
dettagli la figura della dea della pioggia, scopriamo che codesta divinità
portava una sottana di giada e ornava il seno nudo con una collana della stessa
pietra, fornita di un pendente d’oro (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya). I sig. Gilbert e Cotterell hanno avanzato
l’ipotesi che sia proprio una sua raffigurazione quella incisa sulla lastra di
pietra di Palenque, che comunemente viene indicata come l’astronauta (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya). Il suo abbigliamento assomiglia
non poco a quello delle signore cretesi del periodo minoico, a quello delle dee
di Mohenjodaro e Harrapa ma anche a quello delle più antiche raffigurazioni di
signore egizie e sumere, nonché presenta molte analogie rispetto alla
descrizione della dea persiana Anahita
(vedi bibl.: Arte Egea, Egyptian Painting, Miti Persiani). Sulla pietra tombale
di Pacal, sopra l’astronauta, è rappresentato l’uccello Ehecalt (vedi bibl.: Le Profezie dei Maya) in una foggia
che ricorda la fenice cinese, protettrice dell’Imperatrice (vedi bibl.: I Miti dell’Oriente), e l’uccello
Senmurv dei Persiani (vedi bibl.: Miti
Persiani). Tra le divinità maya, compare anche un personaggio straordinario,
guerriero realmente vissuto e poi santificato dalla tradizione, Kuculclan,
identificato come il Serpente Piumato (vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya). Questo dio viene descritto, come i Re
Leggendari cinesi e l’Oannes babilonese, mentre insegna al genere umano
tecniche raffinate di sopravvivenza quali l’agricoltura e la filatura delle
fibre vegetali. Come Oannes, arrivò e ripartì dal mare, promettendo di tornare
(vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide).
Gli Aztechi assorbirono in blocco la leggenda, attribuendo i fatti a
Quetzalcoatl. Molte altre tradizioni maya vennero assorbite dagli Aztechi, dopo
la loro conquista del Mexico, insieme ad una serie di tecnologie, come la
lavorazione della carta amatl, che veniva prodotta con corteccia di fico nello
stesso modo, in cui gli Egizi usavano il papiro (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi).
Anche se non determinanti dal punto di
vista scientifico, le analogie tra le abitudini e le concezioni religiose delle
popolazioni maya e quelle a radice dravidica sono comunque sconcertanti. Nel
Popol Vuh è trascritta una invocazione al dio Tohil, da cui traspare il
concetto sumero dell’umanità creata dagli dei per alleggerire se stessi dai
lavori pesanti (vedi bibl.: Popol Vuh,
pag.148).
|
Oh
tu bellezza del giorno ! Tu
uragano: tu, Cuore del Cielo e della Terra! Tu
datore di figlie e di figli! Volgi da questa parte la tua gloria e
la tua ricchezza
concedi
vita e sviluppo ai miei figli e vassalli che
si moltiplichino coloro che devono alimentarti e mantenerti coloro
che t’invocano per le strade, nei campi sulle sponde dei fiumi, nei
burroni, sotto gli alberi e gli arbusti....(omissis) |
Per
quello che riguarda l’architettura, c’è da notare che ziggurats e piramidi americane
sono state costruite con tecniche molto simili: fragile materiale di
riempimento, ricoperto e contenuto da elementi di rivestimento pregiati e
impermeabili, così come vi è una notevole somiglianza tra gli archi ogivali
rinvenuti sia a Kabah, presso Uxmal, ed a Bonampak sia ad Hattusa e a Micene
(vedi bibl.: Le Grandi Civiltà Perdute
e L’Arte della Mesoamerica). La
costruzione di codesti monumenti e delle numerose strade rialzate, che
percorrono i territori dello Yucatan poterono essere realizzate, grazie alla
rigida organizzazione delle città-stato, rette da una teocrazia assoluta, e al
lavoro volontario di centinaia di indios. A capo di ogni città vi era l’Halach Uinic, ovvero un sovrano
divinizzato, a cui si doveva la più cieca obbedienza. Nella piramide
gerarchica, sotto di lui, stava l’Ahkin,
il grande sacerdote veggente, il cui compito era rendere noto il volere degli
dei. Le funzioni dei sacerdoti maya consistevano principalmente nel computo del
tempo, degli anni, mesi e giorni, in cui si sarebbero dovute svolgere le
festività e le cerimonie, ma comprendevano anche la divinazione, la cura delle
malattie e l’insegnamento alle nuove generazioni.
GLI
AZTECHI
All’arrivo di Cortez, proveniente dalla
Spagna, il popolo Nahuat esibiva ancora la sua civiltà fatta di piume
variopinte, gioielli d’oro e di giada, pittogrammi, piramidi a gradini,
sacrifici umani. L’Impero Azteco era retto da un sovrano Uei Tlatoani, considerato il dio
sole, e l’economia si basava sulla guerra di conquista attuata con armi di
pietra come mazze e fionde, simili a quelle in uso presso i comuni antenati
cinesi, che valicarono lo stretto di Bering 30.000 anni prima di Cristo (vedi
bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi).
La loro tradizione, però, racconta di uno spostamento migratorio da Aztlan,
isola non ancora chiaramente identificata, la cui descrizione rassomiglia a
quella dell’Atlantide, lasciataci in eredità da Platone (vedi bibl.: Sartori, Gli Aztechi). Vorrei far notare che i
Vichinghi della Groenlandia sparirono dai loro insediamenti coloniali intorno
al 1000 d.C. (vedi bibl.: I Vichinghi),
esattamente due secoli prima che gli Aztechi rintracciassero un luogo dove
insediarsi definitivamente, dopo una lunga peregrinazione sui territori
americani (vedi bibl.: Antichi Imperi
d’America). Gli Aztechi non furono mai teneri con i popoli loro
sottomessi e gli Spagnoli si comportarono con loro, esattamente come i Nahuat
si erano comportati con i loro avversari fino a quel momento. Un fatto, però,
li aveva messi in netto svantaggio nei confronti dei nuovi arrivati: essi
attendevano il ritorno di Quetzalcoatl, dio alto, biondo, bianco e barbuto, che
aveva ripreso il mare dopo essere stato sconfitto da Tezcatlipoca, e Cortez
corrispondeva fisicamente alla sua descrizione (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide). I costumi
degli Aztechi erano effettivamente molto discutibili, al punto che lo stesso
Cortez, non troppo avvezzo a complimenti e raffinatezze, rimase allibito di
fronte a un festino di pietanze e intingoli confezionati con carne e sangue
umani. La materia prima proveniva dai
numerosi sacrifici effettuati sulla cima delle grandi piramidi a gradini, che
ospitavano i templi delle divinità (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). Le vittime erano,
perlopiù, prigionieri di guerra espressamente catturati a quello scopo e
offerti soprattutto a Tonathiu, dio del sole, che con il loro sangue si
rigenerava (vedi bibl.: Miti Aztechi e
Maya). Nei primi giorni del mese di febbraio, invece, venivano
sacrificati bambini in età da latte, con un procedimento simile a quello che i
Fenici riservavano alle vittime coetanee offerte al dio Baal: i malcapitati
venivano annegati e poi gettati nel fuoco, per essere cotti e mangiati (vedi
bibl.: Sartori, Gli Aztechi).
Il calendario azteco derivava da quello olmeco, attraverso la cultura maya, e
prevedeva cicli di 52 e 104 anni, al temine dei quali si approfittava
dell’occasione per compiere vere e proprie stragi, allo scopo di esorcizzare la
paura di un mancato rinnovo del mondo (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). Insomma, gli Aztechi
vivevano perennemente con il terrore che qualcosa impedisse al sole di levarsi
tutte le mattine, forse memoria ancestrale di qualche cataclisma, a cui avevano
assistito i loro antenati (vedi bibl.: I
Segreti dell’Atlantide). I conquistatori Aztechi avevano assorbito una
buona parte delle credenze religiose dai Maya, i quali a loro volta assorbirono
buona parte degli elementi ideologici della cultura olmeca. Sopra un substrato
di divinità totemiche come il dio-serpente, il dio-colibrì, il dio-farfalla, il
dio giaguaro, il dio-pioggia, adorati soprattutto dalla popolazione agricola,
imperversavano personaggi dai contorni più evanescenti come Kuculclan,
Quetzalcoatl e il dio sole Tonathiu, appannaggio perlopiù delle classi
dirigenti (vedi bibl.: Miti Aztechi e
Maya). Vi erano anche tracce del primordiale culto della Grande Madre:
presso gli Aztechi era rappresentato dalla terribile dea Coatlicue, dalla
collana fatta di mani e teschi umani, come la dea Kali (vedi bibl.: Sartori, Gli Aztechi).
Il pantheon delle divinità era
sovrappopolato e comprendeva tra gli altri: Tonathiu, il dio del sole;
Quetzalcoatl, il serpente piumato; Tezcatlipoca, il suo antagonista; Ometeotl,
il loro padre; Ehecalt, il vento; Tlaloc, la pioggia; Xipe Totec, dio dei
metallisti; Cinteotl, il giovane dio del mais; Huehueteotl, il vecchio dio del
fuoco; Xiuhteotl, il dio del turchese. Ometeotl era una forma di Grande Spirito
della Natura, principio vitale maschile come An per i Sumeri. Ehecatl era il
respiro della natura, portatore di pioggia, ma il vero dio della pioggia era
Tlaloc, divinità ereditata dagli abitanti autoctoni degli altipiani del Mexico.
Anzi di Tlaloc ce n’erano ben 4 e di 4 colori diversi, legati probabilmente
alle quattro direzioni dei punti cardinali. C’erano anche delle divinità
femminili come Coatlicue, la Grande Madre, e Xochiquetzal, la dea delle arti e
del piacere. Molti anche i riferimenti astrali: Tonathiu era il sole;
Tlahuizcal-pantecutli, Venere; Mixcatl, la via lattea, Tecuciztecal, la luna
(vedi bibl.: Sartori, Gli Aztechi
e Miti Aztechi e Maya). Ma il
dio principale degli Aztechi era Huitzilopochtli, il colibrì, dio guerriero che
conduceva il suo popolo in battaglia, fratello di Quetzalcoatl. Il mito della
sua nascita la dice lunga circa la sua personalità, infatti, viene descritto
già armato di tutto punto, al momento del parto, allo scopo di uccidere e fare
a pezzi la zia materna Cyolxauhqui, che voleva liberarsi di sua madre Coatlicue
(vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya).
L’aspetto della Grande Madre, propostoci dagli Aztechi, non era il massimo
della bellezza: una statua, rinvenuta a Mexico City, la rappresenta con la
testa formata da due serpenti affrontati e il collo ornato da una collana
composta di teschi e mani mozzate (vedi bibl.: Lo Specchio del Cielo).
Le analogie con le divinità di altre
etnie, non appartenenti al continente americano, non sono da trascurare: la dea
Madre-Terra che dà e toglie a proprio piacimento; la dea delle arti e del
piacere ha caratteristiche simili ad Afrodite e a Freya; Omeotl, quale Grande
Spirito della Natura; Xipe Totec, come Efesto proteggeva coloro che lavoravano
i metalli; Tonathiu, come Ra rappresentava la forza vitale del sole. Vista la
mia teoria circa la diffusione delle ideologie religiose, non posso, quindi,
essere completamente in accordo con coloro che definiscono le culture americane
esclusivamente autoctone. Io credo, piuttosto, che vi sia stata un’evoluzione
indipendente a partire da presupposti comuni ad altri popoli, originari anche
di altri continenti, che influenzarono la cultura americana con iniezioni
sporadiche di elementi estranei, sebbene l’unica migrazione scientificamente
accertata sia quella avvenuta attorno al 30.000 a.C. Nel complesso, però, la
tradizione azteca sembra presentare connessioni soprattutto con le etnie arya,
per la sua base ideologica impostata principalmente sulla guerra. Infatti, il
dio Tlaloc e il dio Tonathiu richiedevano un ricco pasto di cuori umani per
rifornire i terreni agricoli della pioggia e del sole necessari alle
coltivazioni, obbligando il popolo Nahuat a una continua ricerca di occasioni
per rifornirsi di prigionieri di guerra da immolare agli dei (vedi bibl.: Von
Hagen, Gli Aztechi). Indice di
una avvenuta stratificazione etnica della popolazione azteca potrebbe essere la
dicotomia nella pratica del rito funebre, che per quasi tutti gli individui era
la cremazione, nella migliore tradizione nomade, mentre la mummificazione era
riservata ai soli personaggi di alto rango, che giungevano a coprire le più
importanti cariche dello stato (vedi bibl.: Von Hagen, Gli Aztechi). L’imperatore stesso, Tlatoani, era una carica
elettiva (vedi bibl.: Von Hagen, Gli
Aztechi) simile allo Wanaka dei Micenei (vedi bibl.: La Civiltà Micenea). Occorre,
comunque, tenere presente che molti elementi di rilievo dal punto di vista
dell’organizzazione sociale e religiosa furono assorbiti dagli Aztechi al
contatto di ciò che restava della civiltà maya (vedi bibl.: Miti Aztechi e Maya). Lo stesso dio
Quetzalcoatl, principale divinità del pantheon azteco, era una divinità
misteriosa, che riceveva la devozione
dei sacerdoti in un tempio chiuso e impenetrabile allo sguardo dei fedeli
(vedi bibl.: I Miti dell’Oriente,
pag. 203), sembrerebbe piuttosto la divinizzazione di un antico re tolteco
(vedi bibl.: I Miti dell’Oriente).
Di fatto, le origini di codesta divinità onnipresente non sono mai state
effettivamente accertate.
GLI
INCAS
Nella zona geografica, dove ora si
estendono le nazioni moderne di Bolivia e Perù, anticamente abitavano numerose
etnie diverse, che vennero assoggettate dai Quechua tra il 1.200 e il 1.300
d.C. Il sovrano di questo popolo portava il titolo di Inca e veniva considerato
l’impersonificazione del dio sole Inti. Le culture degli altipiani vennero dominate
in tempi storici dall’organizzazione militare quechua, la quale riuscì a
fondare un immenso impero, tenuto insieme da una sofisticata burocrazia che
usava come metodo di archiviazione i quipu.
I Quechua non ebbero mai un sistema di scrittura convenzionale né geroglifico
né alfabetico, ma usarono sempre il metodo delle cordicelle annodate. Si
trattava di un supporto in corda, a cui venivano legate numerose cordicelle
colorate e annodate, che servivano per la registrazione di qualunque tipo di
notizia (vedi bibl.: Gli Inca).
Codesta tecnica di memorizzazione, il valore attribuito alla giada (considerata
più preziosa dell’oro) e l’uso delle piume per la decorazione di abiti e monili
(vedi bibl.: Gli Inca)
rimandano ai costumi di comuni antenati cinesi, mentre certe opere idrauliche
di grande portata, costruite per l’irrigazione dei campi (vedi bibl.: Impronte degli Dei), sembrerebbero
analoghe a quelle rinvenute nella Valle dell’Indo e in Mesopotamia. Inoltre,
tribù indios, che ancora vivono sulle rive del lago Thiticaca, costruiscono
imbarcazioni di giunco che, per tecnica di assemblamento, poco distano da
quelle egizie fatte di papiro e dalle canoe di giunco dell’Isola di Pasqua
(vedi bibl.: Impronte degli Dei e
Lo Specchio del Cielo).
Oltre al culto del Sole, la religione
prevedeva una miriade di culti totemici e un ben radicato culto dei morti.
Secondo le loro credenze, i defunti trascorrevano un periodo di latenza, in cui
erano non morti e durante il quale passavano il loro tempo a rendere la vita
grama ai vivi. Per questo motivo, nella tomba venivano messi abbondanti
rifornimenti di tutto l’occorrente per lavorare allo scopo di tenerli occupati
nelle loro attività preferite. A volte, tanta era la paura dei loro poteri
nefasti che venivano deposti nella tomba legati (vedi bibl.: L’Impero degli Inca). Certo, in
codesto concetto quechua, qualcosa di vero c’è: l’influenza di genitori e
parenti, ma anche di amici e concittadini, sulla psicologia del singolo è
talmente forte da condizionare la vita di chi resta a lungo, anche dopo la loro
morte. Gli Inca, invece, venivano mummificati e considerati alla stregua di
reliquie (vedi bibl.: Gli Inca).
Nel sangue di tre delle cinque mummie regali, sottoposte ad analisi medica,
sono state rinvenute tracce del gruppo A, completamente sconosciuto presso le
popolazioni indios d’America (vedi bibl.: I Segreti dell’Atlantide). A capo del pantheon delle divinità
minori vi era Pachacamac, adorato principalmente dai contadini e dal popolo,
mentre le classi nobili e intellettuali riconoscevano come dio solo Titi
Viracocha, il creatore, l’unico considerato veramente autentico (vedi bibl.: Gli Inca). Era una personalità molto
simile a Kuculcan, Osiride, Oannes, con le caratteristiche del civilizzatore,
portatore di nuove tecnologie. Aveva insegnato l’agricoltura e la tessitura al
genere umano, andando e venendo dal mare, con la promessa di un futuro ritorno
(vedi bibl.: Impronte degli Dei).
I sacerdoti, che erano anche medici,
praticavano la trapanazione del cranio e la ricomposizione delle fratture,
utilizzando strumenti in bronzo (vedi bibl.: L’Impero degli Inca). Per i sacrifici, invece, venivano usate
mazze di legno con la testa di pietra. Con uno strumento simile a quello
descritto, vennero immolati i bambini di ambo i sessi, offerti al dio Inti,
rinvenuti tra le nevi perenni della montagna sacra, il monte Pichu Pichu. Venivano adornati di tutto punto,
forse per un matrimonio rituale, e veniva loro somministrata una bevanda
composta di un miscuglio colorante, il lachote, il cui effetto è procurare
eccessi di vomito. In quel momento, venivano abbattuti a colpi di mazza. Il
Pichu Pichu, per altro, non era l’unico luogo ad ospitare riti sacrificali, che
coinvolgevano bambini di età compresa tra gli 8 e i 14 anni. Altri siti sono
stati rinvenuti sul vulcano Ampato, dove venne rintracciata la famosa Vergine di Ghiaccio, e sul monte Llullaillaco, le cui nevi ci hanno
conservato i corpi di tre bambini assolutamente intatti e accompagnati da un
ricco corredo di piume e tessuti. In questo caso, la cerimonia sacrificale
avveniva con un rituale differente: i bambini venivano ubriacati, forse con
alcol o con allucinogeni e poi strangolati o sepolti vivi. Le
montagne sacre, oggetto di questo tipo di venerazione erano circa una
decina (vedi bibl.: Sacrifici di
Ghiaccio). I sacerdoti quechua erano tutti maschi, ma vi era una
congregazione riservata alle donne, quella delle Vergini del Sole, specie di
Vestali, il cui compito principale consisteva nella tessitura delle ricche e complicate
vesti dell’Inca e del suo seguito (vedi bibl.: Gli Inca). L’Imperatore, infatti, non indossava mai due volte lo
stesso capo d’abbigliamento. Egli, come il Faraone, aveva una sposa-sorella, la
Coya, e disponeva di un foltissimo harem. Solo i figli della Coya, però,
avevano diritto a divenire eredi al trono e il successore veniva designato
attraverso un meccanismo elettivo, che teneva conto delle capacità personali e
dell’attitudine al comando. Non erano, comunque, rari i casi di usurpazioni,
ottenute con colpi di mano e intervento dell’esercito (vedi bibl.: L’Impero degli Inca).
Grande importanza sociale rivestivano le
feste, una per ognuno dei 12 mesi dell’anno, tra cui citeremo quella
d’Iniziazione dei Giovani, nella quale veniva loro consegnato il perizoma; i
Giochi di Primavera a carattere orgiastico; le Gare sportive e le Danze
rituali. Durante questi riti veniva fatto uso di alcool e sostanze stupefacenti
allo scopo di favorire il tran, che sarebbe servito a contattare le forze
soprannaturali. In tutti gli altri momenti della vita, l’ubriachezza era
altamente proibita e persino punita con la morte. La società era rigidamente
divisa in Ayllu, con una gerarchia fondata sui multipli di 10 sia nell’esercito
sia nei lavori agricoli e artigianali. Il denaro non esisteva e le tasse
venivano pagate sotto forma di corvée, a cui tutti i sudditi dovevano
sottostare, lavorando i campi di proprietà dell’Inca, dei nobili e del clero
(vedi bibl.: L’Impero degli Inca).
Lo stesso sistema era stato applicato in Anatolia tra gli Ittiti, quasi 3
millenni prima (vedi bibl.: Macqueen, Gli
Ittiti), ed era stato la base organizzativa del grande Impero Cinese,
per quasi 5000 anni (vedi bibl.: Corradini, La Cina).
Native American ‘home
page’
www.nativeculture.com/lisamitten/indians.html
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Americhe
sconosciute I
Pellirosse I
Sioux Gli
Hopi Gli
Indios dell’Amazzonia Imperi
precolombiani I
Maya Gli
Aztechi Gli
Incas Bibliografia |
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1 6 7 8 9 12 13 15 17 19 |
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CURRICULUM di Maria B. Colombo
Nata
a Milano nel 1947, laureata in Biologia nel 1973. Ha scritto poesie fin
dall’adolescenza, sostituendo l’analista con il tipografo. Nel 1970 pubblica 4
liriche brevi sull’antologia ecumenica Il Centone. Nel 1977 smette di scrivere
e lascia l’insegnamento per viaggiare, imparare nuove lingue e dedicarsi allo
studio dell’etnologia, incontrando culture diverse in Francia, Spagna,
Inghilterra, Grecia, Egitto, Svizzera, Bulgaria, Mexico, Brasile, Usa, Cina.
Nel 1982 rientra in Italia e fa l’errore di stabilirsi a Genova per ragioni di
salute. Nel 1992 insieme ad alcuni artisti e molti appassionati d’arte della Val
Polcevera fonda il G.A.C. La Via del Sale, di cui rimane segretaria per 3 anni.
Nel 1993 pubblica la raccolta di poesie La Vispa Teresa, comprendente anche una
serie di riproduzioni delle sue pitture su seta. Partecipa all’antologia dei
poeti della Via del Sale, edita dal circolo stesso, dal titolo Cristalli di
Sale. Nel 1994 partecipa al Concorso di
Pittura-Poesia della Filarmonica di S.Quirico vincendo il 3° premio con
le composizioni abbinate dallo stesso titolo Maschere. Durante l’inverno
organizza un Corso di storia dell’Arte,
che comprende una panoramica dell’arte nel mondo e nel tempo, preparando una
serie di 12 dispense su argomenti diversi dalla Cina all’Egitto, dagli antichi
all’arte contemporanea. Nel 1995 vince il 4° premio al Concorso di Poesia di Avegno con la lirica dal titolo Zingarata.
Nel 1996, inizia la stesura di un saggio di storia e archeologia dal titolo
Enmebaragesi e le altre, nel quale segue le labili tracce delle vite delle
Grandi Regine fra il 3.000 e il 1.100 a.C. per identificare i sistemi ereditari
in vigore in quel periodo storico. La prima edizione esce nel 1998. Nel 1999,
procede alla prima stesura di Zeus & C., saggio sulla trasmissione ereditaria dei concetti religiosi,
ed inizia una collaborazione con la rivista Arte-2000 di Sanremo, scrivendo
articoli di contenuto archeologico e critiche d’arte.
Nel
2000, predispone una pagina web
nel sito internet
http://digilander.iol.it/viperacornuta
con
la presentazione dei suoi due saggi. Inoltre, procede alla riscrittura del
saggio sull’ereditarietà, modificando il titolo in Penelope e le altre e allargando la ricerca archeologica a
realtà non esaminate nella precedente versione. Nel mese di giugno, inizia il lavoro
di raccolta del materiale lasciato dal compianto amico Mario Arena, che si
concretizza nella mostra a lui dedicate a Mioglia e nell’antilibro dal titolo Poesia per tanta cenere, presentato
dal prof. Silvio Ferrari presso la S.O.M.S. Fratellanza di Pontedecimo. A
settembre, tiene una conferenza sulle civiltà precolombiane presso l’Abbazia
del Boschetto di Genova per un corso di aggiornamento, a cui partecipa come
relatore insieme al senatore P.E. Taviani. In ottobre, presenta lo scultore
Salvatore Aiosa presso la sede di Incontro
al Chiostro, preparando una critica dettagliata della sua arte. A
dicembre, nella stessa sede, partecipa alla presentazione della produzione
letteraria di Marina Salucci, inoltre durante il congresso sul tema dell’ Antilibro, presso la sede della Regione Liguria, inizia una
collaborazione con Andrea De Pascale sui rapporti intercorrenti tra arte,
natura e società, collaborando al progetto la Materia e il Segno.
Mabi
Colombo, 19 dicembre 2000.

Circe
Mabi in un suo disegno.
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