LA QUESTIONE INDIANA NEL 2000

Wounded Kneed era una plaga interna alla ‘riserva indiana’ di Pine Ridge abitata dalla tribù Sioux comandata dal grande capo Toro Seduto. Egli faceva fatica a mantenere libero il territorio dagli appetiti di cacciatori e pionieri, spesso coadiuvati dai soldati, le cui incursioni all’interno provocavano di continuo scontri e scaramucce. Per rompere gli indigi ed annettersi il terreno, prendendo la scusa che Toro Seduto si facesse animatore di una rivolta contro il Governo degli Stati Uniti, le autorità federali di Whashington ne ordinarono l’arresto. Di fronte alla sua opposizione di mettersi ai ceppi i soldati lo fulminarono. Dopo, rompendo ogni indugio a spazzare via la riserva, radunarono la sua tribù presso le sponde del torrente Wounded Kneed e lasciarono che ivi si accampasse. All’improvviso il villaggio di tepee (la scena è crudamente raccontata nel film ‘Piccolo Grande Uomo’) venne assaltato e messo a fuoco dai soldati che sterminarono tutti compresi vecchi, donne e bambini. Era il 29 dicembre 1890. Quel giorno parve che la civiltà indiana fosse esaurita e stesse per scomparire.

Nel 2000 sono passati 110 anni dal quel funesto giorno: a che punto e’ negli Stati Uniti la ‘questione indiana’ (loro non usano il termine Pellerossa perché in passato assunte una inflessione razzista)? Se non sono scomparsi cosa e’ successo: Si sono integrati o vivono nelle riserve alla loro maniera ma mantenuti dalle vettovaglie governative non avendo in esse di che sfamarsi?

Una interlocutrice che ha fatto due viaggi di visita turistica nelle ‘riserve’ risponde così ad una mia domanda: "Ebbene si: negli USA ci sono stata più volte. Per essere precisi 4 di cui 2 bellissime nel West girando con una macchina presa a nolo e visitando quelli che loro chiamano "Parchi" (ma chissà perchè non mi fanno venire in mente quello del Sempione). Ovvio: niente paragoni...è impossibile! E' comunque una bella esperienza venire a contatto con quel popolo così pieno di contraddizioni ... Passare d’un tratto dal nuovo al vecchio, da tradizioni che ci appaiono selvagge alla mega tecnologia. Dalla di vita naturale sotto il cielo, tra ruscelli e prati verdi e megalopoli di vetro e acciaio. Avere parlato il giorno prima con un ‘self made man’ e ritrovarsi in quei ghetti del 2000.... In altre parole, bello ma sconcertante".

Comunque sia il senso che sollecita una vita in ‘riserva’ (tristezza? libertà?) in essa e’ riscontrabile accanto alla passiva rassegnazione dei vecchi, l’orgoglio etnico delle nuove generazioni, che riscoprono il gusto delle tradizioni, della propria razza, la fierezza di sentirsi ‘popolo’. Di pari passo anche l’atteggiamento delle istituzioni governative e’ enormemente cambiato. Rispetto allo spirito di rapina e di soppressione che animava le autorità fino alla prima metà del secolo scorso, oggi si avverte una volontà di riparazione, di tutela, di appoggio delle loro istanze. Jane Fonda e Marlon Brando si fecero interpreti di codesta svolta fondando il movimento per i diritti civili della Nazione Indiana, con meno successo, però, di quanto Martin Luter King aveva fatto per la popolazione nera (fatte le dovute proporzioni tra i personaggi). A dare il ben servito all’ostile disprezzo contro i nativi furono altri fattori. Se quelli della militanza ‘engageè’ a loro favore fallirono, in un paese pragmatico come gli Stati Uniti, i presupposti culturali ed economici valsero maggiormente a ribaltare l’atteggiamento razzista.

Negli anni ’30 l’epopea west dei film di Tom Mix presentava i (cattivi) Pellerosse come orde sanguinarie che sfogavano la loro bestiale ferocia sui (buoni) ‘visi pallidi’ fino a che non ‘arrivavano i nostri’ a riportare la ‘pax romana’ dei cow boys. L’avvento del movimento giovanile ‘hippie’ assunse costumi e cultura indiana rendendola di moda in tutto il mondo. Persino all’interno dei filoni ideologici sessantottini, accanto ai rivoluzionari, marxisti-leninisti o quelli della ‘fantasia al potere’, si collocarono gli ‘indiani metropolitani ’. L’intellighenzia operava la rivalutazione indiana nei libri e nel cinema, la gioventu’ rendeva moda corrente paludamenti e gioielli. Questo novello interesse porta nelle riserve un turismo diffuso e di massa che rimpingua le misere finanze. Un popolo che viveva di stenti, i cui giovani sfruttando la dote innata della mancanza di vertigini, per vivere si adattavano a fare i muratori nella costruzione di grattacieli, diviene quasi ricco. Il direttore del Centro Nazionale per lo Sviluppo della Imprenditoria Indiana ammetterà con malcelato stupore: "Nessuno aveva previsto un cambiamento simile". Che si riscontra nei censimenti della popolazione americana: Prima i Pellerossa che non vivevano nelle riserve si mimetizzavano non dichiarando la propria origine. Lo faranno dopo facendo crescere quella popolazione di quattrocento mila unità. L’affannosa ricerca di integrazione si ribalta nell’assioma ‘unità nella diversità’. I giovani riprendono lo studio della lingua, recuperano leggende, danze… il patrimonio della tradizionale civiltà indiana che stava per estinguersi nella condizione di emarginazione, analfabetismo, alcolismo, disoccupazione. L’inedia di una vita miseramente parassitaria rendeva altissimo il tasso dei suicidi.

Tra Governo e Nazione Indiana si stipulano nuovi trattati che riconoscono alle tribù risarcimenti per il mal tolto, lo sfruttamento delle risorse naturali insite nelle riserve (petrolio e uranio in particolare). Affiancando a tutto ciò un ‘management’ endogeno basato su iniziative industriali e di servizi come il gioco di azzardo ed il turismo etnico, le economie tribali stanno decollando in maniera sorprendente.

Questa nuova civiltà Pellerossa fa perno anche nella emancipazione femminile che supera la millenaria condizione di sottomissione della donna indiana relegata al ruolo di ‘squaw’. I Cherokee si eleggono capo del loro popolo una signora dal nome paradigmatico: ‘Colei che uccide gli uomini’!

Barbara Simeroth

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