GOLA PIRENAICA

 

A Faire, per aver creduto.


Era così giovane! Non era pronto per morire!

Era un cavaliere, però, e se la morte fosse arrivata, scintillando sul filo delle scimitarre, l'avrebbe accolta con il coraggio che gli si confaceva.

Trattenne il cavallo con un colpo di briglie e la sua spada si scontrò con una lama saracena. Trenchante si chiamava la spada, e nel cozzo volarono scintille. La scimitarra dell'avversario si spezzò con uno schianto: Trenchante calò sull'elmo del nemico, ne fece saltar via i carbonchi, spaccò il cappuccio di maglie di ferro e azzannò il cranio. Il saraceno non ebbe neanche il tempo di invocare Allah. Il cavallo scartò quando il corpo cadde di sella e venne trascinato via per la staffa.

Con un gesto delle redini, Walther fece arretrare il cavallo di pochi metri, si fermò e alzò la lama insanguinata.

- Mons Gaudi!

Era il grido di guerra dei Franchi! Il grido di Carlo imperatore!

- Mons Gaudii! Mons Gaudii et Sanctus Dionisius!

Il respiro mozzo gli rimbombava nell'elmo. L'armatura gli gravava addosso incandescente. Poche strisce di mondo arrivavano a lui attraverso la celata: linee di luce accecante in cui era difficilissimo creare un'immagine del mondo.

Quanti erano i nemici? Li vedeva brulicare su lungo il valico, oltre la strettoia dove i Franchi si erano stretti a difesa: un oceano di armature nere e dorate e istoriate e ingemmate, splendide e terribili, dal quale onde fatte di guerrieri si avventavano lungo il terreno, protendendo una schiuma di spade e di lance. Cavalcavano cavalli neri come l'inferno, dalle rosse gualdappe ricamate d'argento e gli zoccoli affilati, cammelli gibbosi, muli riottosi e dal pelo ispido, grifoni leontocefali e grossi elefanti. Il sole giocava su quel mare di armature, lance, spade, borchie, gemme, occhi e odio che avanzava verso di loro.

All'alba avevano affrontato la prima ondata. Ventimila franchi avevano resistito per ore contro centomila nemici. Mori, per la maggior parte, saraceni, africani ed etiopi, tutti i colori del paganesimo, ma anche falangi di cristiani traditori della Navarra e del León, e persino alcuni di quegli agguerriti briganti Wascones che abitavano i brulli Pirenei. Quando l'ondata del nemico si era ritratta, respinta dal valore dei paladini, quasi metà dei franchi era stato falciato. Per un attimo i cristiani superstiti si erano illusi di aver vinto, poi le sentinelle avevano dato l'allarme. Altri quattro eserciti nemici erano calati su di loro dai valichi. Avevano ingombrato le gole e gli stretti passaggi, e si erano riversati giù dal crinale come un'orda inumana, senza lasciar loro una sola via di fuga.

Quattrocentomila saraceni convergevano su di loro.

I Franchi, stanchi, feriti, affamati, sovrastati nel numero, si erano arroccati nel punto più stretto della gola e si difendevano con tutte le loro forze, con l'aiuto di Dio, San Giorgio e San Michele.

I corpi degli uccisi si ammassavano in alti mucchi. Ed erano proprio quei cadaveri a fornir loro un minimo di respiro: era sempre più difficile per i saraceni scavalcarli per avventarsi. Eppure continuavano a farsi avanti, e per ciascuno che veniva ucciso un altro ne prendeva il posto. Sembravano incuranti delle perdite, certi che li avrebbero sopraffatti semplicemente grazie al loro numero. Era un massacro. Di ventimila cristiani non ne rimanevano ormai che tremila... forse ancora meno. Abbacinati dal sole, schiacciati dalla calura, spossati dalla stanchezza, si battevano con la pura forza di volontà e poi cadevano col sorriso sulle labbra, mentre gli angeli scendeva a raccogliere le loro anime. A intervalli regolari, un grido erompeva dalle loro gole:

- Muns Gaudii et Sanctus Dionisius!

Walther si azzardò a guardarsi intorno. Per quanto non riuscisse a capir molto di ciò che accadeva, sapeva che solo il nòcciolo più forte e compatto dei cristiani era rimasto ad affrontare l'urto delle armate moresche.

I dodici baroni che l'imperatore aveva posto a capo della retroguardia si ergevano a cavallo nei punti nevralgici dello schieramento. Eccoli, gettarsi contro i capi dei pagani quand'essi salivano su per i tornanti, impegnarsi con loro in furiosi combattimenti. Avevano ricevuto molte ferite, ma nessun pagano che avesse incrociato la spada con loro era tornato indietro a vantarsene. Quei dodici paladini erano il fiore dell'esercito franco e la loro fama li aveva preceduti in terra di Spagna.

Berenger era a sinistra: nell'armatura ornata d'oro, col giaco bianco e il manto purpureo. Dietro di lui il duca Sansone, armato di lancia e scure, e Anseïs il fiero, e Girart di Rossiglione il vecchio. Ivo e Ivorio combattevano in coppia: gentili e cortesi in ogni occasione, feroci e implacabili nella mischia. Anche Geriers e Gerins formavano coppia: agili e scattanti come due Dioscuri fasciati di acciaio, era difficile dire quale dei due fosse più agile e veloce. Engeler il guascone stava oltre: impulsivo, dai gesti rapidi e nervosi, si gettava sui nemici travolgendoli con il puro impeto. Otes di tutti era il più feroce: ruggiva come un leone e tagliava teste con il ferro mulinante. E Olivier il saggio e Rotlant il prode, che di tutti erano i più grandi in cortesia e fierezza, facevano prodigi di valore. Le loro spade splendevano al sole e massacravano i mori con sanguinosa efficienza. Negli schianti sembravano avere una loro musica, quasi cantassero: Altachiara fischiava come vento tra gli alberi e sparpagliava intorno strie di sangue; Durendala aveva una voce vibrante, ricca di echi, simile al ringhio di una lupa che difenda i suoi piccoli.

- Orsù! - La voce dell'arcivescovo Turpino, che l'abito talare non rendeva meno esperto nel gioco delle spade, superò il frastuono della battaglia. - Combattete, cristiani! Per Cristo signore e la dolce Vergine che lo portò in seno! Dio sta preparando per noi seggi d'oro in Paradiso! Mons Gaudii!

- Mons Gaudii! Mons Gaudii et Sanctus Dionisius!

E nel suo angolo di battaglia, ser Walther combatteva.

Il braccio era di piombo, eppure Trenchante si levava, parava, si abbatteva, dotata di propria vita. Intorno a lui la battaglia pulsava come un immenso cuore. A tratti sembrava distendersi, allentarsi, affievolirsi, ma era solo l'attimo di quiete che intercorre tra il lampo e il tuono: ma poi tornava ad abbattersi una tempesta fatta di schianti, nitriti di cavalli, grida di vittoria e urla di feriti.

Un altro moro cadde sotto i colpi di Trenchante. Si era fatto avanti con un'immensa scure intarsiata d'oro. Walther aveva sollevato lo scudo appena in tempo: la lama aveva spaccato il legno e si era conficcata sopra l'umbone: un contraccolpo che gli aveva quasi strappato il braccio dalla spalla. Walther non ci aveva badato. Nel furore della mischia le ferite erano un problema trascurabile. Il moro aveva impiegato un attimo di troppo per estrarre la scure dallo scudo frantumato di Walther e quell'attimo era bastato al giovane paladino per vibrargli un fendente tra il collo e la spalla. Aveva spaccato il moro fino allo sterno, cavando la spada con una decisa torsione del braccio.

Quando Walther tornò indietro, lanciò un'occhiata allo scudo. Era spezzato a metà. Diviso in due anche lo stemma che vi era dipinto: un falco dall'espressione altera ritto sopra una falce di luna.

Strano come la sua anima, in questo terribile frangente, si fosse già separata dal corpo, quasi presagisse la prossima fine, e aleggiando al di sopra di lui lo stesse guardando combattere. Walther non aveva scampo, lo sapeva. Un pugno di cristiani, per quanto di gran valore e devoti all'unico vero Dio, non potevano affrontare centinaia di migliaia di mori spalleggiati da tutti i diavoli dell'inferno. Stranamente, la consapevolezza della morte gli dava nuova forza. Ser Walther degli Unni. Un giovane alto e robusto, con il viso ornato da una barbetta bionda, squadrata, il naso aquilino e corti capelli biondi tagliati a scodella intorno al capo. La pelle era arrossata dal sole di Spagna. Gli zigomi aguzzi e i sopraccigli arcuati delineavano un paio d'occhi sottili, allungati, d'un cupo verdazzurro come le acque dell'Atlantico.

Non aveva scampo. E la consapevolezza della fine si mescolava al desiderio di vita della sua gioventù, in un amalgama strano e tremendo che d'un tratto, in un lampo, gli fece comprendere il profondo significato di cò che, davvero, voleva dire essere un cavaliere.

- Nel nome di Dio, San Michele e San Giorgio, io ti creo cavaliere!

Così aveva esordito re Carlo otto anni prima, quando con un unico gesto aveva tratto dal fodero la sua spada, il cui nome era Gioiosa, l'aveva tenuta per un attimo sollevata contro il rosone fiammeggiante di luce, poi l'aveva abbasstata su di lui per la collata.

E mentre combatteva la sua ultima battaglia e il mondo intorno a lui si torceva in un inferno di acciaio e di sangue, Walther era ancora in piedi di fronte all'imperatore. Un giovane di sedici anni, emozionato e commosso, col viso in fiamme e gli occhi brillanti. Sotto le alte e scure volte della Cappella di Aquæ Grani, i baroni e i cavalieri assistevano all'iniziazione, immobili come le statue dei santi che li spiavano dall'alto delle loro nicchie. Dal rosone, un fascio di luce pioveva attraverso lo spazio e s'infrangeva sull'altare, sparpagliando intorno una moltitudine di faville scarlatte, dorate, perlacee, azzurrine, violette. La sagoma di Carolus Magnus era sospesa in quell'alone, regale e gloriosa come un'apparizione. Un uomo alto e magro, dal viso allungato, gli zigomi sporgenti, il naso aquilino, occhi attenti d'un azzurro slavato. La barba del colore del biancospino che gli arrivava a metà petto e i capelli lunghi e ugualmente candidi gli piovevano sulle spalle. Sul capo il pesante cerchio della Corona di Ferro, che conteneva i chiodi della Crocifissione, sembrava irradiargli intorno al capo come un'aura chiara e solenne. Centinaia di fiammelle danzavano negli angoli. L'aria riempiva le sacre architetture, fresca e umida per il contatto con la pietra, impregnata del sentore della cera vergine, colma di mistero e di grazia divina.

Il giovane Walther aveva inspirato quel mistero e quella grazia e se ne era riempito i polmoni, con tale impeto che aveva quasi avuto un capogiro. Era stanco. La veglia d'armi si era protratta per tutta la notte, un'eternità di tenebra e preghiera prostrato con le braccia aperte dinanzi all'altare, come una croce vivente. Circondato dal silenzio delle colonne e sovrastato dal buio delle immense arcate; sospeso tra gli abissi siderali della notte e le profondità insondabili della sua anima; misurando il volgere delle ore con l'estenuante gocciolìo delle candele, o più intimamente, con lo svolgersi delle preghiere sulla punta della lingua. Con tale raccoglimento che aveva accolto il canto del gallo con fastidio, mentre la luce che penetrava dalle finestre si faceva più chiara di quella delle candele. Sul far dell'alba, le grandi porte della chiesa si erano aperte, e mentre le campane suonavano la prima, lo avevano riscosso i passi dei baroni e dei cavalieri che venivano alla Messa.

La spada dell'imperatore si era poggiata sulle spalle e sul suo capo, e così aveva forgiato il suo destino. Un ponte d'acciaio che da Acquæ Granni lo avrebbe condotto, in un immenso balzo nel tempo e nello spazio, in quell'assolata gola pirenaica, incontro alla morte.

Dopo la collata, re Carolus aveva rivolto la punta della spada contro il lastricato e si era appoggiato con le mani all'elsa d'oro ornata di gemme.

- Àlzati, adesso, ser Walther del Hum.

E lui si era alzato, incespicando nella lunga tunica bianca che era il suo unico indumento. Avrebbe dovuto sentirsi stanco, insonnolito, affamato, gelato fin nelle ossa, eppure avvertiva soltanto una sorta di interiore esaltazione.

La medesima esaltazione che avvertiva tuttora.

Quelle catene fatali forgiate ad Aquæ Granni si sarebbero sciolte oggi, in questo giorno glorioso e infausto della sua morte, diciotto giorni prima delle calende di settembre, nell'Anno di Grazia DCCLXXVIII. E il suo cadavere sarebbe rimasto lì, tra le carcasse di ventimila cristiani massacrati, in un orrido mucchio di carne e metallo, lì, sui Pirenei, in questo posto che Dio aveva dimenticato dal giorno della creazione, in questa gola chiamata Roncisvalle...

Ma il fatto che questo era il suo ultimo giorno di vita, conferiva un valore particolare a ogni suo atto. Rizzò il busto come a sfidare il nemico...

- Muns Gaudii! Muns Gaudii et ...

Il saraceno che veniva a recargli la morte era alto almeno otto piedi. La sua armatura trasse lampi azzurrini quando venne avanti.

Walther si lanciò su di lui disegnando con la spada una luna calante. Ma mentre i due cavalli si sfioravano, il nemico si gettò di traverso sulle staffe, evitando il suo fendente, e Walther vide quella scimitarra abbattersi contro le zampe anteriori del suo cavallo...

Dopo un istante di turbinante confusione, il suolo lo colpì dal basso in alto. L'armatura risuonò fin dentro le sue ossa. Walther rimase a terra, stordito e confuso, per un tempo che gli parve lunghissimo. Cercò di rialzarsi ma ogni movimento era una fitta di dolore. Spostò la testa contro le pietre e di traverso nelle fessure della celata vide una gran confusione di polvere e sassi, e piedi e zoccoli, e lo sguardo languido d'una testa recisa. Tirò a sé il braccio destro e sentì la pressione delle corregge di cuoio a cui teneva agganciata la spada. Per un attimo si illuse che non tutto era ancora perduto. Cercò di trascinare a sé il peso del ferro, ma di colpo un piede calò dall'alto e gli calpestò la mano.

Walther gridò tra i denti.

E vide la sagoma nera del saraceno sopra di lui. Vide quella scimitarra abbassarsi lentamente verso la gola che l'elmo gli lasciava scoperta.

Il giovane cavaliere chiuse gli occhi, cercando dentro di sé le parole di una preghiera. Ma mentre una luce bianca e morbida si dilatava sopra di lui e gli angeli scendevano turbinando intorno alla lama saracena, la sua mente scivolava indietro come per rifugiarsi nei ricordi, nel passato...

O le dolci valli del Reno, il castello degli avi, questa giovinezza appena assaporata...

O padre, madre, fratelli e sorelle...

O vita, o sogni...


NOTA

Questo frammento non è da considerarsi un racconto storico, ambientato nel periodo carolingio. Se così fosse mi sarei ispirato piuttosto ad Eginardo. Si svolge invece nella Chanson de Roland, di cui riporta volutamente tutte le esagerazioni epiche e gli errori storici lì presenti. E dunque, non disturbatevi di informarmi che la retroguardia di Carlomagno venne sopraffatta dai briganti baschi e non da un'armata di cinquecentomila saraceni, o ricordarmi che all'epoca dei fatti Carlomagno aveva soltanto trentasei anni e certo non la "barba fiorita", eccetera eccetera. Lo so anch'io. AOI.

 


FRATTAGLIE LETTERARIE

© 2003 DARIO GIANSANTI

Variazioni su un tema norreno

L'ANGOLO DI DARIO

Variazioni su un tema babilonese

Variazioni su un tema minoico

Il popolo del mare

A casa del diavolo

Gola pirenaica

La principessa Tempestosa