IL POPOLO DEL MARE

Dario Giansanti & Anna Perugini


L'onda si sfrange in schiuma quando mi tendo a spezzare il tetto dorato del mare. Allora il sole mi ferisce lo sguardo e la luce mi ravvolge in un bacio. All'apice del balzo sono percorsa da un fremito. Respiro, m'inarco, mi rovescio e sprofondo di nuovo. Le bollicine mi solleticano i fianchi e il mare mi accoglie ancora, e per sempre, nel suo abbraccio infinito.

- La giornata è ancora lunga, Stella Danzante! - mi rimprovera qualcuno. - Non sprecare le tue forze.

È Pinna Azzurra, vecchio e prudente. Gli dò un colpetto con la coda per dirgli che non me la sono presa.

- La giovinezza è gioia di vivere! - interviene Onda Orgogliosa. Mi scivola accanto e mi sfiora un fianco con la punta della pinna. - Ma c'è qualcuno, qui, che a quanto pare ha dimenticato cosa significa essere giovani.

Una scarica di euforia percorre il Popolo del Mare. Fianchi e musi e pinne danzano tra noi. Altri giovani s'inarcano a spezzare la superficie del mare: scompaiono nel blu e nell'oro, trasformarsi in sagome sospese nel bagliore del sole e infrangere di nuovo le onde in turbini di bolle. Fischiano, gridano, cantano la loro gioia di vivere. Un maschio ricadendo mi sfiora i fianchi in un invito d'amore. Sta scherzando ma il complimento mi rende felice.

- Andiamo, siam quasi alla costa - chiama Pinna Azzurra.

Distendo le pinne a carezzare le quiete correnti. Il mare è calmo e verso la superficie il sole ha riscaldato l'acqua e il tepore invita a sonnecchiare. I piccoli si tengono vicini alle madri, i vecchi maschi nuotano in retroguardia.

Onda Orgogliosa mi si fa nuovamente vicina. - Hai sentito il profumo delle correnti, Stella Danzante?

- Quale profumo ? - dischiudo le narici.

E d'un tratto lo sento anch'io. Lontano, quasi impercettibile. Non riesco a definire quali strani echi susciti in me. Sprazzi d'un tempo lontano cercano di tornare alla luce. Il ricordo di un paio di labbra, di un bicchiere infranto, di una corsa nella notte...

Turbata, con un colpo di coda mi porto più in basso, in quel regno magico dove il blu sostituisce tutti gli altri colori e rimango a nuotare in silenzio. Onda Orgogliosa mi segue dall'alto, senza disturbarmi. Comprende il mio bisogno di star sola.

Arriviamo alla costa. Il fondale si alza con tornanti irregolari e quando lancio il mio canto gli scogli mi rimandano echi scabri e complessi. È bello cercare polpi e gamberetti tra le rocce. È un piacere addentarli, croccanti. Sanno di alghe e del mistero del mare. Ci sono tantissime isole: un labirinto in cui è piacevole perderci e rincorrerci. Onda Orgogliosa mi sfiora e sento il suo rostro scivolarmi contro il fianco in un gesto di affetto. Si allontana, si lascia inseguire. Giochiamo a lungo. Ma intanto il cuore batte più forte.

Salgo a prendere aria; Onda Orgogliosa è con me. È sera e il cielo si stende dorato dall'uno all'altro orizzonte. L'isola davanti a noi è coperta di verde. Sento il profumo degli alberi, degli uomini, del fumo. E poi d'un tratto un rintocco limpido spezza il silenzio. A quel rintocco ne segue un altro, un altro ancora. Un campanile batte le ore e qualcosa scocca dentro di me. Una nostalgia inesplicabile mi riempie. Una musica quasi dimenticata. Proveniente da un sogno.

- Fu qui - dice Onda Orgogliosa.

Mi accorgo che mi sto muovendo impercettibilmente verso l'isola, sbirciando sopra il pelo dell'acqua. Mentre le rocce si avvicinano, la sensazione si fa più forte. Un strano sentore dolceamaro mi investe e mi avvolge. Non capisco. È un richiamo. E di nuovo, un bacio, danze tra gli ulivi e un bicchiere infranto.

- Stella Danzante! Dove vai? Torna indietro!

Non rispondo. Mi muovo a ridosso delle rocce. Sento il riflusso dell'acqua che s'infrange contro gli scogli e cerca di spingermi indietro. M'infilo col muso tra le correnti e mi trovo a nuotare tra due muraglioni. Al mio canto il gioco delle rocce si accende di forme sconnesse, mentre m'introduco tra le scogliere. L'idea che un'ondata mi possa scagliare contro quelle lame di rocce mi sfiora appena: sono troppo giovane, troppo incosciente per morire.

Conosco questi luoghi, queste rientranze, questi pericoli. Schivo l'ultimo scoglio con un colpo di coda, calvalco l'onda che si ritrae scrosciando. La spiaggia è lì. Mi ritraggo a colpi di pinna mentre l'onda mi spinge dolcemente in avanti. E quasi d'istinto libero qualcosa di dimenticato dal più profondo della mia natura e d'un tratto sento la sabbia graffiarmi le ginocchia e le dita. È freddo. E il mio corpo si è fatto goffo e pesante. Mi piego in modo strano per levarmi da terra e le gambe stentano a reggermi. I capelli bagnati aderiscono al viso. Sono neri come i miei nuovi occhi. Li scosto con la mano e volgo intorno lo sguardo. Tutto ha un aspetto strano, fatto di sfumature ambrate. Il sole è al tramonto. Una barca giace lì accanto, reclinata su un fianco, i remi allineati all'interno. Tra le ombre scorgo il viottolo che sale su per la collinetta. Lassù, contro il buio della notte che avanza, c'è la casetta.

M'incammino. I sassi mi feriscono i piedi, gli sterpi mi graffiano i fianchi, ma il corpo ancora intorpidito non avverte dolore. Quando arrivo in cima, l'ultima scheggia di sole svanisce oltre l'orizzonte e il mare si è trasformato in una superficie nera e uniforme. La prima stella si accende là dove il sole è appena sparito e subito lo rincorre nel tramonto.

Il freddo non mi dà più fastidio.

La casetta che avevo scórto dalla spiaggia. I muriccioli intonacati di bianco, il tetto di ardesia. Dietro c'è la stalla e il muso di un asinello si affaccia sotto la tettoia. La panchina è sotto il melograno, dov'è sempre stata. Una rete da pesca è appesa ai supporti per essere riparata. Ci sono le arnie, ma non vedo le api.

Un lume esce dalle fessure della porta,e di nuovo immagini ed emozioni salgono alla mente, distorte, senza che riesca a metterle insieme in modo coerente. La memoria del mare si sovrappone ad esse, le attutisce e le soffoca in un abisso azzurrino.

Poggio le dita sulla porta. Il legno è caldo e levigato. La spingo. E poi rimango immobile sulla soglia, mentre all'interno due volti umani si voltano di scatto, gli occhi sbarrati, gridano e si segnano. Non vedo bene: mi soffoca l'odore acre che sala dalla marmitta. Il fumo aranciato si avvolge sotto il soffitto e tutta la scena ha un'aria lugubre. Nelle icone, i volti dei santi distolgono lo sguardo.

L'uomo porta la mano al fianco e un coltello scivola fuori dallo stivale. Ma la donna, che è anziana, si leva in piedi e avanza di un passo. Sembra trovare dentro di sé una sorta di assurdo coraggio, perché leva una mano tremante e bisbiglia un nome.

- Svoboda?

Quel nome...

- Cosa dici, Varvara? - grida il giovane. - In nome di DIo, cosa dici?

La vecchia gesticola come impazzita. - Mihajlo, metti via il coltello! Non riconosci Svoboda?

Lui è indeciso, la lama rimane dov'è.

- Non è Svoboda! - mormora. - Non può essere lei!

- Sì, invece. È Svoboda!

- È uno spirito, Varvara! È una vila! - Il coltello trema nella mano di Mihajlo che non sa cosa fare.

Poi la donna si avvicina. Noto le rughe e le lacrime. Ciocche gialle scivolano fuori dal fazzoletto annodato sul capo. Mi accorgo solo ora, in maniera quasi dolorosa, di quanto siano belli i suoi occhi. Sono velati dagli anni ma vi arde una dolcezza strana, che conosco bene. E d'un tratto un noto sentimento mi trabocca nel cuore.

Sento le mie labbra dischiudersi, muoversi, scivolare intorno a quella strana parola umana, così nuova e così familiare al tempo stesso. - Ma... madre...

- Svoboda! - Varvara si avvicina. - Sei tornata! Che Dio ti benedica, figliola, sei tornata!

Tornata? Faccio per rispondere ma non riesco a dire nulla.

Varvara mi prende per mano. - Vieni, Svoboda, cara. Guarda, non riconosci Mihajlo?

Mihajlo si riscuote e rimette a posto il coltello.

Varvara mi porta all'interno. Il pavimento d'argilla è caldo sotto i piedi nudi. Il tavolo mi sfiora il fianco e urto col capo un cespo d'aglio. Il soffitto è basso, l'aria carica di fumo. Qualcosa dentro di me si ribella: non voglio star lì. Preferisco star fuori, invece, fuori, anche se è freddo, sotto le stelle gelide e distanti. O ancora di più, ritornare nell'abbraccio caldo del mare.

Il mio sguardo cade sul posto vuoto a capotavola.

Varvara scuote la testa. - Tuo padre se ne è andato quest'inverno, il povero vecchio. Il freddo se l'è portato via... Ora è Mihajlo che si prende cura di noi.

Mio padre... Non riesco nemmeno a richiamare le sue fattezze. Tutto ciò che ricordo è la smorfia delle sue labbra. E la sua durezza. Sento di averlo odiato. Ma è stato tempo fa, in un'altra vita.

Sollevo la mano e Varvara non si sottrae alla mia carezza. La pelle è sottile come pergamena, increspata e asciutta. Mia madre non sa se ridere o piangere. Fruga in una cassapanca e viene verso di me svolgendo una veste bianca. Io osservo attenta i ricami intorno lo scollo. Devo aver indossato quel vestito, un giorno, tanto tempo fa. E di nuovo ricordo un ulivo e una danza.

- Su, indossalo - dice Varvara.

La stoffa mi infastidisce la pelle. Sento il bisogno di sgusciare via con un colpo di reni, balzare verso il sole e quindi ricadere tra le onde. Invece eccomi seduta dinanzi al tavolo e davanti a me c'è una scodella di legno piena di qualcosa che fuma. Bollito di pesce. Avrei invece il desiderio di un bel calamaro vivo e scricchiolante tra i denti.

Mihajlo si siede accanto a me. Leggo nei suoi occhi meraviglia e incredulità. Non so cosa pensare.

- Credevo fossi morta - mormora.

Robusto, i capelli ricci. Gli occhi neri come la notte. Il viso affilato, le sopracciglia unite, le labbra sottili. Levo la mano a sfiorare quelle labbra, e il ricordo di un bacio mi punge il cuore.

- Mihajlo...

Gli occhi gli si accendono di dolcezza.

Mihajlo, Mihajlo, Mihajlo. Forte, allegro, robusto Mihajlo. Orgoglioso, gli occhi accesi sotto l'iconostasi, mentre avanzo raggiante nel mio abito da sposa. Dividiamo il pane e beviamo il vino. Il pranzo imbandito sulle candide tovaglie. Vino rosso come il sangue per il brindisi. E il bicchiere frantumato sotto il tacco dello stivale.

Mihajlo. Che ora è davanti a me. È più magro, ma i suoi occhi non hanno perso quella luce altera. Si protende per carezzarmi i capelli. - Sei così bella - mormora. La mano è ruvida e calda. - Svoboda, amore! Dove sei stata per tutto questo tempo?

Chino lo sguardo. Cosa rispondere? E dico soltanto: - Nel mare.

Lui fa un sospiro. - Sì, sì. Quanto amavi bagnarti nella baia! Non t'importava nulla del decoro e delle buone creanze, tutto quel che volevi era tuffarti giù dagli scogli e nuotare per ore tra le onde, come un delfino...

Altri ricordi. Le lunghe nuotate con Vassilissa. Papà che brontolava dicendo che una fanciulla costumata non poteva passare le giornate a sguazzare come un pesce. E quel giorno in cui...

- Ma perché te ne sei andata? - insiste Mihajlo. - Così, senza dire una parola. La prima notte di nozze?

Vorrei spiegare ma non ci riesco. Perché un gabbiano deve volare, un delfino nuotare, un arpista cantare, un poeta sognare?

- Tutti danzavano nel cortile, attendendo gli imenei e la macchia di sangue. Tu eri così bella, così bella. Ricordi? Quando giunsi nella camera nuziale, trovai il letto vuoto e la finestra aperta. Te n'eri andata. Silenziosa come una gatta, di nascosto. Dalla finestra, giù verso il mare.

Dischiudo le labbra. Vorrei spiegare quel richiamo di onde e di libertà.

- Ti abbiamo cercata tutta la notte, il giorno dopo, e il giorno dopo ancora - aggiunge la mamma. - Abbiamo trovato la tua camicia da notte sulla spiaggia e abbiamo creduto che tu fossi annegata. Com'era già successo l'anno prima alla tua povera amica. Povera Vassilissa. Accanto alla sua lapide, dietro la chiesa, adesso c'è anche la tua. Il pope non voleva neppure che ti seppellissimo nella terra consacrata. Quanto s'infuriò tuo padre. Ma eccoti, adesso. Svoboda, dolce cigno. Sei viva, sei viva!

Vorrei rispondere, e spiegare, e narrare. Il canto delle correnti, gli abissi freddi e profondi, e in alto il sole che indora le onde. Vorrei spiegare delle danze e dei canti, della gioia di vivere, della saggezza dei vecchi e dell'esuberanza dei giovani. Vorrei narrare dei calamari e delle grandi tartarughe, di banchi di pesci più fitti ancora delle stelle, gocce d'argento che guizzano e scivolano. Vorrei raccontare di un azzurro così profondo che null'altro ha importanza.

Vorrei piangere.

Mihajlo mi stringe.

Dopo, mentre le braci languiscono, Varvara annuisce in direzione di Mihajlo.

- È la tua sposa, Mihajlo.

Mihajlo la fissa con un moto di sorpresa, poi guarda me. Come se un antico nodo si fosse sciolto e un peso gli fosse caduto di dosso. Mentre mia madre regge il piccolo lume, Mihajlo mi prende in braccio e mi porta nell'altra stanza. Il letto nuziale profuma ancora di ginepro. Sembra che il tempo si sia fermato, che tre anni siano passati in un soffio, che gli amici e i parenti siano ancora lì fuori a suonare e danzare.

Mihajlo mi depone nel letto e mi rimbocca le coperte.

- Sono così felice che tu sia tornata - dice. - Un attimo e sono da te.

Spegne il lume e nella debole luce azzurrata vedo la sua sagoma muoversi attraverso la stanza. La camicia vola via e un raggio di luna ritaglia nel buio i suoi muscoli.

Rimango per un attimo immobile, cerco di decifrare le mie emozioni. Ma tutto quello che mi sgorga dal profondo è il mare, onde che si accavallano sopra di me, rigate di sole e di schiuma. Voglio bene a Mihajlo, ma un muro azzurro si erge tra me e lui.

- Mia dolcissima... - mormora lui. Fa per entrare nel letto, poi rimane per un attimo col ginocchio sollevato nel buio. - Un attimo, scusami.

Esce.

Nell'attesa porto una mano al seno e conto i battiti del mio cuore. Che piccolo cuore. E come sono rapide le sue pulsazioni! Mi pare che la vita si stia srotolando così veloce... Una corrente che mi trascina senza che io possa far niente per oppormi.

E poi...

Il richiamo.

Il lamento.

Lo sento.

Di nuovo.

Dal mare.

Sono in piedi. Non ricordo neppure di essere uscita dal letto. Spalanco l'imposta e balzo fuori. L'aria fredda della notte mi riempie i polmoni. La luna è alta, un uncino che penzola giù dal cielo, trasformando il mondo in una magia d'argento.

Il mare è una distesa lucente, e la luna vi stende un ponte baluginante che dall'orizzonte arriva all'isola. È un invito. Vado.

- Svoboda!

Non mi volto, continuo a camminare, mentre il vento mi sfiora il viso e la braccia.

- Svoboda!

La sabbia contro i piedi. Son giunta alla spiaggia. Il mare si spalanca davanti a me, in un richiamo che è anche un invito. Faccio per togliermi la veste ma una mano si serra con forza attorno al mio braccio.

- Svoboda!

Mi volto. Gli occhi di Mihajlo affondano nei miei.

- Io... nel mare.

Non c'è risposta più semplice e diretta. Ma Mihajlo rimane sconcertato. Fa un passo indietro, cerca qualcosa da dire.

- Non puoi! Tu sei mia moglie!

- No, Mihajlo...

Lui apre la bocca ma non riesce a dir nulla. Per un attimo sta lì immobile davanti a me, poi una strana disperazione sembra afferrarlo. Il coltello balza fuori dallo stivale, balza contro la luna, contro le stelle. Le nocche sono sbiancate, anch'egli è pallido in viso, come se tutto il sangue e il calore si fossero ritratti da lui. Guardo la lama, ma non ho paura. È tutto un sogno velato e danzante.

- Allora, Svoboda?

Non reagisco. Se vuole uccidermi, che lo faccia. Scomparire è una forma di libertà...

Mihajlo dice qualcosa ma il fragore di un'onda copre le sue parole. Sento l'acqua scrosciare sui miei piedi, sollevarsi alle ginocchia e poi ritrarsi di nuovo verso il bagnasciuga. E mentre l'onda torna indietro, una mezzaluna affiora sulla superficie nera, schiumante, in quel luogo magico che si trova tra il mare e la spiaggia. Alla seconda ondata, un'altra pinna compare accanto alla prima, e poi un'altra, e un'altra ancora. Odo l'ansito spezzato di Mihajlo.

- Che succede? - esclama.

Sono sei, adesso. Vicinissimi alla riva, più vicini di quanto sia possibile.

- Gesù e Maria ci proteggano! - mormoro Mihajlo.

E quando l'ultima onda ritrae il suo strascico di schiuma, i delfini si levano in piedi.

Nudi e perfetti, dalla pelle bianca come avorio, cosparsi di stelle e di scintille. I maschi alti e imponenti, le femmine dolci. Li riconosco. Nuota Veloce, Occhio di Squalo, Pinna Azzurra, Giù negli Abissi e Crepuscolo. Davanti agli altri sta Onda Orgogliosa. I riccioli biondi le piovono sulle spalle, il seno sfrontato, il capo ritto in una posa altera. La sua posa è quella di una regina, di una sirena, di una dea del mare.

Scuote appena il capo. - Lasciala andare, Mihajlo.

La sua voce è fredda e profonda.

- Ti riconosco! - esclama Mihajlo. - Tu sei... Vassilissa!

- Lasciala andare - ripete Onda Orgogliosa.

Mihajlo mi afferra. Il suo solido petto contro la mia schiena. È come essere premuta a una parete, il suo braccio che mi stringe con forza. La lama del coltello mi sfiora la gola in un bacio d'argento.

- Ah, Vassilissa, strega, o chiunque tu sia... Non puoi impedirmi di tenerla con me. Non puoi nemmeno impedirmi di ucciderla, se io lo voglio.

- No - conviene Onda Orgogliosa. - Ma se le farai del male, decreterai la tua inimicizia con il Popolo del Mare. Ogni volta che uscirai con la tua barca avrai la malasorte per compagna di viaggio, le tue reti saranno sempre vuote e le correnti ti trascineranno dove ti sarà impossibile il ritorno.

Mihajlo non risponde. Sento la lama tremare. Passa un tempo lunghissimo prima che possa udire di nuovo la sua voce, trasformata in un soffio.

- Svoboda è mia. Non avete il diritto di riprendervela.

- Ella appartiene al mare - dice Nuota Veloce.

- Appartiene a me! - urla Mihajlo.

- Comprendiamo il tuo dolore - sussurra Giù negli Abissi.

- Voi non capite! Io la amo!

- E allora devi lasciarla andare - conclude Onda Orgogliosa.

Il coltello scivola lontano da me. Mihajlo retrocede di alcuni passi, cade in ginocchio. La lama sulla sabbia. Mi volto appena e noto le sue spalle scosse dai singhiozzi. Quando solleva il capo io vedo le sue lacrime.

- Ti prego, Svoboda...

- Mihajlo...

- Io ti... ti amo, Svoboda!

Scuoto il capo. - Il tuo dolore, Mihajlo, mi taglia fino al cuore. Ma con te non sarò mai felice. Appassirei nella nostalgia del mare e la mia vita diventerebbe insopportabile.

A Mihajlo tremano i pugni. È quasi l'alba, ormai.

- Non c'è più nulla da dire - mormora Pinna Azzurra.

Uno dopo l'altro, la gente del Popolo del Mare volge le spalle alla spiaggia e si tuffa tra le onde. Risalgono la risacca a colpi di coda. Rimane solo Onda Orgogliosa, splendida e nuda, e mentre il cielo si tinge di rosa, la sua mano si tende verso di me.

Guardo ancora una volta Mihajlo inginocchiato sulla spiaggia. Il coltello giace vicino alle sue ginocchia. Le lacrime gli bagnano il volto. Allora m'inginocchio accanto a lui e gli sollevo il viso. Per un attimo i nostri occhi sono gli uni negli altri.

Le sue labbra sono salate quanto le sue lacrime.

E mi levo in piedi. Incrocio le braccia e la veste vola via. Sono libera, adesso. La mano di Onda Orgogliosa afferra la mia. Sento il suo calore giungere a me.

Ci tuffiamo insieme e dopo un attimo nuotiamo fianco a fianco.

- Perdonami - dico alla mia compagna. - Dovevo ritornare. Almeno per una volta, capisci?

- Ti comprendo, Stella Danzante. Ma ora, bentornata.

E colei che era stata Vassilissa, e che ora è Onda Orgogliosa, mi sfiora il fianco con la pinna per farmi capire quanto mi è vicina. Annuisco grata. Il Popolo del Mare ci aspetta. Ci uniamo a loro e ritorniano nell'azzurro infinito.

 


 

FRATTAGLIE LETTERARIE

© 2001

DARIO GIANSANTI
ANNA PERUGINI

Variazioni su un tema norreno

L'ANGOLO DI DARIO

Variazioni su un tema babilonese

Variazioni su un tema minoico

Il popolo del mare

A casa del diavolo

Gola pirenaica

La principessa Tempestosa