LA PRINCIPESSA TEMPESTOSA


 Tempestosa la nomaron nella culla
in quanto nata in mezzo alla bufera.
Crebbe bella e decisa la fanciulla,
accigliata l'espressione e sempre altera.
Di cose da donna non sapea nulla
la spada maneggiava fino a sera.
Aveva proprio un'anima focosa
la bella principessa Tempestosa.

Ogni venerdì, la principessa Tempestosa riceveva i suoi pretendenti.

Le presentazioni avevano luogo nel cortile antistante Castel Torrione, tra due ali di folla trepidante. La principessa attendeva con fiero cipiglio che il mazziere annunciasse il nome di colui che era venuto a chiedere la sua mano. Dopodiché usciva dall'ombra alla luce del sole. Con gesti misurati infilava l'elmo in capo, stringeva la corazza, calzava le monopole. E dato di piglio alla spada, una lama elegante e ben bilanciata, attendeva a pie' pari che il pretendente avanzasse, armato fino ai denti, a chiedere la sua mano.

Troppo abile era Tempestosa, troppo fiera, e ben decisa a preservare il suo onore. L'avversario faceva appena in tempo a scorgere il bagliore degli occhi neri attraverso la celata, che già lo spada si spezzava, lo scudo andava in pezzi e lui crollava al suolo senza un lamento. Quante ossa rotte aveva lasciato dietro di sé l'indomita principessa Tempestosa! Ossa rotte e cuori spezzati, perché, quando tornava a sfilarsi l'elmo ed i capelli si spandevano all'intorno in un'onda nera e lucente, quando lasciava cadere la corazza rivelando le forme perfette di un corpo che sembrava scolpito dall'Amore, e quando voltava le spalle senza degnare nemmeno di uno sguardo il povero sconfitto (che già i barellieri correvano a raccogliere) e faceva per rientrare nei portoni di Castel Torrione, allora, in quell'attimo di inaudita perfezione, altri cuori, a decine, s'incrinavano e si spezzavano. Ad aguzzare le orecchie si poteva udire il crac di tutti quei cuori che cedevano nei petti dei presenti, un crepitare che attraversava i nobili schierati sotto i baldacchini reali, uno scoppiettare disordinato, di castagne sulla padella, che s'inseguiva tra gli spettatori accalcati oltre le barriere.

La folla che ogni venerdì si riuniva ad assistere al torneo, perlopiù composta dai cittadini di Castel Torrione e dai valligiani delle campagne circostanti, tifava naturalmente per Tempestosa. La principessa era molto popolare nel piccolo regno. I suoi sudditi erano un po' tutti innamorati di lei. E tutti quanti godevano di quel gusto ribaldo, tipico del popolino, che si esalta nel vedere nobili cavalieri crollare al suolo dinanzi alla principessa. Sarebbe troppo lungo elencare le vittorie di Tempestosa: in un anno, da quando la fanciulla si era messa in testa di provare così l'ardore dei suoi pretendenti, nessuno dei più rinomati eroi del regno, nessuno dei baroni e visconti e cavalieri convenuti dai ducati circostanti o dalle marche più lontane, era mai riuscito a scalfire nemmeno un capello alla bella principessa.

Gli unici a disperarsi erano il re e la regina. Entrambi volevano un gran bene a quella loro figlia così altera e stravagante e temevano che di questo passo sarebbe finita col restare zitella. Il re, per soprannumero, si doleva di perdere tutti i suoi più valenti paladini. - E se dovessimo scendere in guerra? - si lamentava. - Tutti i nostri campioni giacciono scassati all'ospedale! Figlia mia, perché non la smetti con questa tua follia, assurda in verità, e non ti scegli uno sposo in modo più consono a una principessa reale?

Quando suo padre così si lamentava, Tempestosa gli lanciava uno sguardo irridente dei suoi occhi di ossidiana. - Ma padre, proprio tu mi consigli di sposare un uomo che valga meno di me? E come potrei aver rispetto di codesto marito? A me sembra piuttosto di farti un favore, padre mio, liberando il regno da tutti questi millantatori, che pretendono a parole di essere dei prodi guerrieri ma poi, messi alla prova, non valgono un soldo. Sono dei pavoni buoni soltanto a far la ruota!

- Figlia, cara Tempestosa, ma un marito può avere molte virtù! - piangeva la regina. - Non devi giudicare gli uomini soltanto dal loro valore con le armi! Ci sono giovani che non sanno combattere eppure sono leali e gentili. E secondo me molto più affidabili, come mariti, di certi individui, capaci soltanto di spacciare i nemici e sbaragliare gli avversari. Mia cara, un vero uomo deve avere un po' di tutte le qualità... e anche un po' di tutti i difetti.

Ma nessun ragionamento scuoteva l'animo indomito di Tempestosa, che ogni venerdì continuava imperterrita a sbaragliare baroni e visconti e cavalieri con facilità quasi irridente, tra il plauso della folla, il frantumarsi delle ossa e lo spezzarsi di nuovi cuori.

Bella di corpo e dai capelli neri
Tempestosa sapea ben incantare
e visconti e baroni e cavalieri.
Ma sta un abisso in tra 'l dire e 'l fare:
sol pochi rimanevan tutt'interi
dopo averla provata a corteggiare.
Si comportava proprio da riottosa
la fiera principessa Tempestosa.

Uno di questi cuori spezzati apparteneva a Ferruccio.

Ferruccio non era un barone, non era un visconte e neppure un cavaliere. Era il minore dei tre figli del mugnaio del paese, ma mentre i fratelli aiutavano il padre a mandare avanti il mulino, Ferruccio era un ragazzo svagato, dall'aria sognante, che passava le giornate nel verziere reale. Il vecchio giardiniere lo aveva preso a benvolere e gli affidava volentieri piccoli compiti. Ferruccio potava le siepi, raccoglieva la frutta, innaffiava le piante. E nei luminosi mattini di primavera, sbrigati quei lavoretti, amava stendersi all'ombra della vecchia quercia che si levava al centro del giardino e, mentre le api raccoglievano il nettare e gli uccelli gorgheggiavano tra i rami, Ferruccio si abbandonava alle sue fantasie...

In quelle fantasie la principessa Tempestosa scendeva dalla torre per passeggiare nel verziere reale e, solo in quelle fantasie, ella s'imbatteva nel buon Ferruccio. Dopo qualche scherzosa celia e qualche imbarazzata presentazione, i due giovani prendevano a passeggiare per i viottoli. Ferruccio mostrava a Tempestosa i gigli e le orchidee, le pansè e le viole del pensiero, le dalie e le rose, tutti i fiori del giardino nelle loro inesauste varietà, le illustrava i dettagli che li rendevano così rari e preziosi, invitandola ogni volta a inebriarsi del loro profumo, e allora il viso delicato della principessa ne sfiorava i petali con l'intensità di un bacio. In queste fantasie, Tempestosa indossava un bellissimo abito di sciamito azzurro che assecondava la sua femminilità. Niente gioielli o raffinate passamanerie, ché ella risplendeva semplicemente nella sua pura bellezza.

Neppure nelle sue fantasie più audaci, il rispettoso Ferruccio si spingeva al di là di una casta passeggiata. Si accontentava di indovinare un sorriso fugace sulle labbra coralline della principessa, di suggellare un istante di complicità in un rapido sguardo di quegli occhi in cui annegavano tutte le stelle del cielo.

Lo riscuoteva dai suoi sogni il vecchio giardiniere che gli recava l'innaffiatoio o il rastrello. Allora Ferruccio balzava seduto sotto la vecchia quercia e si guardava intorno con sguardo imbambolato, liberandosi quasi a fatica dai meandri delle sue fantasie. E allora i suoi occhi si staccavano dal suolo e si levavano in direzione di Castel Torrione, indovinando i terrazzi in cui si trovavano gli appartamenti della principessa Tempestosa.

Naturalmente ogni venerdì anche Ferruccio assisteva all'incontro tra Tempestosa e il suo nuovo pretendente. Si arrampicava sul muretto del giardino, dove la vista spaziava al di sopra della folla e abbracciava il cortile, e da quel posto privilegiato, assisteva al combattimento col cuore in subbuglio. Gioiva nel veder Tempestosa emergere dall'ombra ed esultava quando il sole la accendeva di gloria. Poi si sgomentava alla vista del nuovo pretendente: gli pareva che ciascuno fosse più forte e minaccioso del precedente e assisteva all'enunciazione dei molti titoli di cui questi si fregiava, barone visconte e cavaliere, con un mal di stomaco che cresceva gradualmente, come se quei titoli sottolineassero l'appartenenza a un mondo che gli era precluso, un mondo dove un uomo nobile e coraggioso poteva ambire alla mano della principessa. Ma sempre il suo animo afflitto veniva risollevato dallo sguardo noncurante con cui Tempestosa assisteva alla presentazione. Ella era una creatura superiore, pensava Ferruccio, che non gradiva affatto quell'inutile spiego di titoli. Ella era fatta della stessa pasta degli angeli ed era alla ricerca di un giovane dal cuore puro e di grande coraggio!

Terminate le presentazioni, la tensione che si era così accumulata si scioglieva in pochi istanti. Si udiva un rumore di pentole e ferraglia e poi ecco là a terra un'armatura disfatta, una spada a pezzi, una speranza infranta. Tempestosa si toglieva l'elmo e illuminava il mondo con la sua bellezza. O meglio, illuminava il cuore di Ferruccio, il quale era il solo e unico responsabile della proprio percezione del mondo.

E mentre correvano i barellieri a raccogliere lo sventurato, più incredulo che dolorante, Ferruccio scuoteva il capo e mormorava: - Tempestosa, io... io saprei renderti felice!

Il genere maschile odiava a morte
Tempestosa altera e senza cuore;
si adirava se le facean la corte,
sprezzava i giochi e le follie d'amore.
In tanti vennero a sfidar la sorte
ma furono abbattuti con furore.
Proprio non intendeva andare in sposa
l'altera principessa Tempestosa.

Una sera Ferruccio era seduto a tavola, nella casetta dietro il mulino. Teneva la mescola in mano ma i suoi occhi trasparenti erano sgranati a fissare qualcosa che si trovava oltre il piatto, oltre le pareti, oltre il mondo.

- Eppure io saprei renderti... - mormorava tra sé. E ripeteva: - Felice, felice...

I due fratelli risero con affetto. Nel paese tutti quanti erano innamorati della principessa Tempestosa ma la cotta di Ferruccio trascendeva ogni considerazione realistica. Superava il rango e la realtà, per attingere a quella sfera ideale in cui abitano i sogni.

Il fratello maggiore gli scompigliò i capelli. - Tempestosa odia gli uomini, Ferruccio, mettitelo in testa. Guarda che razza di condizioni ha posto perché qualcuno possa ambire alla sua mano! Sconfiggerla in duello! Facile a dirsi! Lei è così abile che nessuno è mai riuscito a sostenere il suo attacco. Quanti baroni e visconti e cavalieri sono stati abbattuti dalla sua furia? Sembra che non esista forza sulla terra capace di arrestarla!

- Non è vero - mormorò Ferruccio con aria imbambolata. - Non sarà la forza delle armi a piegare il carattere indomito della principessa. Lei aspetta qualcuno che la vinca con il sentimento e la dolcezza. Solo l'amore si aprirà la strada nel suo cuore...

- Tu sogni, fratellino. Il sentimento non la tocca, la dolcezza non la smuove. Nessuno dubita che molti degli avversari della principessa fossero perdutamente innamorati di lei. Han forse risolto qualcosa? Ci hanno guadagnato ossa frantumate, denti spezzati e nasi pestati. Quei valenti baroni e visconti e cavalieri adesso son tutti all'ospedale, dove gemono più per le pene d'amore che per i lividi e le ferite.

- Ma se io fossi un cavaliere, andrei incontro a Tempestosa senza armi e senza armatura - mormorò Ferruccio che non l'aveva nemmeno ascoltato. - E se Tempestosa traesse la spada per colpirmi, io mi inginocchierei ai suoi piedi e le porgerei un fiore, còlto per amor suo ed a lei offerto insieme alla mia vita...

Nel sogno di Ferruccio l'intera scena si stagliava avvolta da una luce soprannaturale. Tempestosa immobile a metà d'un passo, la spada levata verso il cielo, la dura lama protesa e fremente, con straordinario contrasto, sul dolce pugno di una rosa. Raggi di sole sfolgoravano sull'acciaio e scintillavano sui petali inghirlandati di gocce di rugiada. Ed ecco, la spada si conficcava nel suolo e l'elmo le cadeva dal capo, liberando un turbine di capelli neri e due occhi dilatati dalle lacrime. Scivolata al suolo la manopola con odioso rumore di ferraglia, la delicata mano di Tempestosa scendeva a cogliere la rosa che le porgeva...

Le mani dei fratelli piovvero a riscuoterlo dai suoi sogni. - Non sognare, Ferruccio, la zuppa si raffredda!

Tempestosa, indomita bellezza,
ferma nella decisione formulata,
d'un passo non cedé alla debolezza
che riteneva cosa dispregiata,
e incrollabile d'insolita fortezza
si attenne alla prova condordata.
Ma non potea tirare a lungo questa cosa
l'insana principessa Tempestosa!

A maggio arrivò la notizia che il possente Tervagan, sultano di Mauritania, era sbarcato sulla costa del paese ed ora avanzava, alla testa di un poderoso seguito, verso Castel Torrione. Tervagan aveva sentito decantare la bellezza e la fierezza di Tempestosa e veniva a sfidarla a singolar tenzone. Nell'udire la terribile notizia, il re e la regina cominciarono a strapparsi i capelli ed a disperarsi.

- Tempestosa, questa sarà la tua rovina! - esclamò il re. - Non puoi tenere testa al possente Tervagan! Pare abbia sgominato da solo un intero esercito composto di più di mille uomini e anche che abbia ucciso due orribili orchi sbattendone le teste l'una contro l'altra! Si dice che ogni mattina non faccia colazione se prima non abbia strangolato un toro con un braccio e un leone con l'altro. La sua scure pesa quanto due uomini e può spaccare la roccia più dura!

- Non mi fa paura questo Tervagan - rispose Tempestosa col suo solito tono noncurante. - Ho affrontato uomini di cui si decantavano imprese più truci e tutti quanti hanno morso la polvere.

- Tu non capisci! - si accorava la regina. - Se Tervagan dovesse batterti, non avrai scampo. Non sarà un festoso matrimonio a sancire la tua sconfitta, perché egli ti porterà con sé a Babilonia d'Egitto! Dovrai rinnegare la tua fede e convertirti al credo di Maometto! Tervagan ha un serraglio con novanta mogli e un numero sterminato di concubine: dicono che se ne porti al letto dodici per notte soltanto per appagare la sua lussuria. Le tratta come schiave e le fa frustare a sangue per conciliarsi il sonno...

Tempestosa fece spallucce. - Se mi vuole nel suo serraglio, questo vostro Tervagan, prima dovrà affrontarmi e battermi sul campo! Poi se ne riparlerà.

- Smettila, Tempestosa! Tu non afferri la gravità della situazione! - Il re batté il pugno sul bracciolo del trono, con rabbiosa impotenza. Poi sollevò lentamente gli occhi sotto la pesante corona. - Ascoltami bene, figlia mia. Tervagan non sarà qui prima di quattro settimane. Ci sono ancora tre valenti baroni e visconti e cavalieri in lizza per chiedere la tua mano. Sei ancora in tempo: arrenditi ad uno di loro. Guarda, sono dei bravi giovanotti, ciascuno di loro potrà renderti felice. Arrenditi e sarai una sposa serena e rispettata. Altrimenti, che Dio ti assista, ragazza!

Tempestosa gli lanciò uno dei suoi sguardi irridenti, scrollò il capo e si allontanò dalla sala del trono.

I tre pretendenti giunsero a Castel Torrione, fiduciosi che Tempestosa si sarebbe arresa, se non alla forza delle armi, almeno al calcolo della ragione. Alcuni le mandarono ricchi doni e la incontrarono cercando di convincerla della necessità della resa. - Deponete le armi, principessa, - imploravano baroni e visconti e cavalieri. - Arrendetevi e scamperete il fato di diventare schiava di quell'uomo orribile.

Ma nonostante i loro appelli, i tre pretendenti caddero anch'essi, come tutti gli altri, sotto i colpi sempre più feroci della principessa. Mentre tali sconfitte scandivano il mese di maggio, araldi e corrieri arrivavano a Castel Torrione confermando l'avanzata del truce Tervagan. Voci sempre più allarmanti sul conto del sultano rimbalzavano di bocca in bocca. Non era un uomo, dicevano, ma un gigante! La sua testa era così alta che non sarebbe passata senza chinarsi sotto l'architrave del portone della chiesa! Uno solo dei suoi passi copriva la distanza che un uomo normale percorreva con cinque! Affilava personalmente la sua scure arrotandola con i denti!

All'accrescersi di queste voci faceva eco la preoccupazione dei valligiani. Amavano tutti la principessa Tempestosa e, se era divertente assistere alle consuete giostre del venerdì, in cui tutti quei boriosi baroni e visconti e cavalieri crollavano sconfitti dinanzi alla principessa, non sarebbe stato lo stesso se Tervagan si fosse portato via la bella Tempestosa per destinarla a una sorte peggiore della morte. Il più preoccupato di tutti era Ferruccio. Man mano che le settimane passavano, egli smise di mangiare e di dormire, e per la prima volta, ai combattimenti del venerdì, si accorse che non faceva più il tifo per Tempestosa ma per i suoi avversari. Il truce Tervagan riempiva i suoi incubi. Lo vedeva caricarsi sulle spalle il corpo esanime della principessa e svanire all'orizzonte in quattro dei suoi passi da gigante. Le sue risate roboanti, simili a tuoni, lo destavano di soprassalto nel cuore della notte.

Vedendo Ferruccio così afflitto e prostrato, i suoi fratelli cercarono di suggerirgli un po' di buonsenso.

- Tu non puoi farci nulla! - gli dicevano. - Guarda, la principessa continua a fracassare baroni e visconti e cavalieri senza riflettere sul destino che si sta preparando, anzi, con ferocia ancora maggiore che in precedenza! Che cosa vuoi fare tu che sei solo l'aiutante di un vecchio giardiniere? Tempestosa è troppo testarda! Se avesse un po' di sale in zucca, si lascerebbe battere da uno di questi giovani pretendenti. Sarebbe certamente meglio che lasciarsi portar via dal truce Tervagan!

Questi discorsi non facevano che far disperare sempre di più il povero Ferruccio. E man mano che il venerdì destinato all'incontro con Tervagan si avvicinava, la preoccupazione del ragazzo raggiunse l'apice. Perduto ormai il lume della ragione, Ferruccio decise che sarebbe stato un ben vile innamorato colui che non avesse offerto a Tempestosa un'ultima possibilità di scampare il suo fato. Attese tra mille spasmi la mattina di quel venerdì fatale. Quando l'alba mise fine all'ennesima notte insonne, Ferruccio indossò il vestito buono e corse a Castel Torrione. C'era uno strano silenzio nel paese, non si avvertiva la solita allegria di sempre, i visi solitamente allegri erano sostituiti da espressioni lunghe e ombrose.

Ferruccio si recò nel verziere di Castel Torrione, colse la rosa più bella, ne tolse le spine e la nascose nello scollo della camicia.

Gli araldi avvertirono che Tervagan e il suo seguito si trovavano ormai a poche leghe dal paese. Il re e la regina si recarono ai padiglioni con i visi lunghi di preoccupazione. Nel cortile sotto Castel Torrione la folla attendeva in silenzio, ma la principessa Tempestosa apparve sulle porte del palazzo con l'espressione spavalda di sempre. Nel vederla, Ferruccio sentì il cuore balzargli in gola. Com'era bella! Teneva l'elmo sotto il braccio e le piume sul cimiero arsero come fiamme quando vennero colpite dalla luce del sole. Ma ancora più scintillavano i suoi occhi, mentre si ergeva orgogliosa dinanzi all'ingresso del castello, in attesa del suo sfidante.

Qualche minuto dopo un messaggero annunciò che Tervagan era arrivato alle porte del paese e non esistevano parole in grado di descrivere la sua brutale possanza. Un mormorio corse nella folla e Ferruccio capì che non poteva indugiare oltre. Inspirò profondamente, saltò giù dal muro del giardino e fendette la folla.

- O Ferruccio, dove vai? Che cosa vuoi fare? - Qualcuno notò la strana luce nei suoi occhi sgranati e cercò di acchiapparlo. - Ferruccio, non fare il matto! Férmati!

Ma Ferruccio si districò da quelle mani ansiose di bloccarlo, proteggendo col braccio il fragile tesoro che nascondeva sotto la camicia, oltrepassò gli armigeri che trattenevano la folla e si ritrovò d'un tratto nel bagliore del sole, al centro del campo destinato allo scontro.

Per la prima volta, la principessa Tempestosa si accorse di lui.

Senza espressione, senza proferir parola, la principessa osservò il giovane attraversare il campo per raggiungere il punto dove solitamente si piazzava lo sfidante. All'ombra dei padiglioni, il re e la regina si scambiarono occhiate perplesse. Un mormorio attraversò la folla come una lieve brezza.

Voltatosi in direzione della principessa, Ferruccio si cavò il cappello dal capo, aprì la bocca per parlare ma impiegò alcuni lunghi attimi prima di trovare dentro di sé quelle parole che nelle sue fantasie fluivano sempre così libere e fiere. - Salve a te, principessa Tempestosa! - esordì infine con voce alta e roca. - Io non sono né barone né visconte né cavaliere, a meno che non mi sia titolo la sincerità del mio amore. Il mio nome è Ferruccio, aiuto il vecchio giardiniere nel curare i verzieri del re tuo padre e sono qui per sfidarti e ottenere in premio la tua mano!

E nel proferire queste parole, Ferruccio sentì come un émpito di fierezza. Teneva la mano nello scollo della camicia, le sue dita sfioravano il gambo della rosa. Non appena Tempestosa avesse tratto la spada per raccogliere la sfida, egli si sarebbe inginocchiato e le avrebbe donato il suo tesoro. In quell'istante inondato dal sole, Tempestosa non avrebbe potuto fare a meno di comprendere la profondità e la purezza dei suoi sentimenti.

Tempestosa serrò impercettibilmente gli occhi. - Apprezzo il tuo coraggio, ragazzo, ma questo non è posto per te. Sgombra e torna alle tue aiuole!

- No! - esclamò Ferruccio. - Chiunque può presentarsi alla sfida e io sono nel mio pieno diritto!

- Il diritto di farti ammazzare. - La risata di lei era insieme dolce e irridente. - Non farmi ridere, bamboccio. Non sei nemmeno armato e, come certo sai, la mia spada non perdona.

Ferruccio scosse il capo. Nel suo sguardo fanciullesco si sarebbe potuta riconoscere quella luce che aveva un tempo animato i folli cavalieri di cui si odono le imprese nei cantari. Era un atteggiamento che per un istante trovò un appiglio nel cuore romantico di Tempestosa, ma poi ella considerò che ben poca gloria avrebbe tratto dal combattere un giardiniere.

Qualcuno corse nel recinto gridando che Tervagan ora percorreva la via principale del paese diretto a Castel Torrione. Per un istante la folla ammutolì. Poi d'un tratto qualcuno si fece largo tra gli armigeri gridando: - Principessa! Battetevi con Ferruccio, principessa!

- Sì! - gli fece eco una seconda voce. - Battetevi con Ferruccio! Con Ferruccio! Presto!

E poi cento voci insieme a scandire: - Con Ferruccio, con Ferruccio!

Tempestosa si guardò intorno, stupita da tanta insolenza. Si voltò in direzione del re e della regina e notò d'un tratto quanto i volti dei suoi genitori fossero pallidi e tirati. Suo padre e sua madre la fissarono con insopportabile intensità ed ella lesse sulle loro labbra una muta richiesta.

- Tempestosa! Lascia ch'io mi batta con te! - esclamò Ferruccio facendo un passo avanti.

- Con Ferruccio! - gridava la folla. - Ferruccio! Ferruccio!

- Figlia mia, è la tua ultima occasione! - gridò la regina. - Meglio sposare un giardiniere che quel pagano spaventoso!

Un'ombra passò sul volto di Tempestosa. La principessa non si mosse. Non sembrava spaventata ma piuttosto irritata. Lo sguardo che gettò su Ferruccio avrebbe potuto incenerirlo. Come si permetteva quello sciocco a piombarle tra i piedi nell'ora del suo combattimento più glorioso? La principessa portò la mano alla spada e tre dita d'acciaio scivolarono fuori dal fodero.

Il cuore di Ferruccio corse al galoppo. Era il momento. Piegò un ginocchio dinanzi alla principessa e con un gesto solenne trasse dalla camicia la rosa più bella che si fosse mai vista tra cielo e terra. La sollevò e la protese verso Tempestosa in una sublime offerta d'amore.

Ma Tempestosa non guardò la rosa. E nemmeno guardò Ferruccio. I suoi occhi si erano levati al di sopra del fiore, oltre il ragazzo. Come destandosi da un sogno, Ferruccio scorse un lampo di sgomento farsi strada negli occhi della principessa. Un istante più tardi un'ombra immensa gli dilagò intorno come se una nuvola avesse oscurato il sole. Con un senso di gelo, Ferruccio avvertì la presenza maligna che si stava levando alle sue spalle.

Tervagan era un autentico gigante. La sua testa era alta da terra il doppio di quella di un uomo, sotto l'elmo incrostato di carbonchi. La barba nera gli pioveva sul petto nudo, attraversato da due pesanti fasce di cuoio. Le sue braccia erano grosse come le cosce di un vitello, le sue cosce erano grosse come tronchi d'albero. La scure che sollevava a due mani avrebbe potuto spaccare un ulivo dal tronco alle radici con un sol colpo. I suoi occhi, alti come le stelle, scintillavano di una luce infernale.

Ferruccio non fece neppure il tempo ad emettere un grido, o un sospiro, o un respiro, che Tervagan lo spazzò via col dorso della mano, con gesto incurante, come se allontanasse una mosca. Scagliato sul bordo del campo, il giovane batté il capo contro uno dei paletti della recinzione. Il mondo svanì in un lampo e Ferruccio, tramortito, stentò a rimetterne insieme i pezzi. Quando finalmente riprese conoscenza, Tervagan già avanzava inesorabile verso la principessa ad ogni passo la terra tremava sotto di lui. Lentamente la scure si sollevava intercettando i raggi del sole.

- Tempestosa... - mormorò Ferruccio. Cercò di sollevarsi sui gomiti ma il corpo gli rispose nella maniera sbagliata. Avrebbe voluto correre in aiuto dell'indomita principessa e non dubitiamo che nelle sue fantasie già si stesse battendo eroicamente contro l'odiato gigante. Vide Tempestosa abbassare la celata, sfoderare la spada in un arco abbagliante, spiccare il volo per battersi contro il sultano. Poi la vista gli venne meno. Udì lo schianto di una spada e di una scure che si scambiavano un bacio d'acciaio. Il vento trattenne il respiro insieme al suo cuore... e infine un tonfo sul terreno, un tonfo leggero.

Quando, molto tempo dopo, mani pietose raccolsero Ferruccio, i suoi occhi si aprirono su una roteante confusione di cielo e terra. Poi il capo gli ricadde in avanti e l'ultima cosa che vide fu, nel brillar della polvere, una rosa sgualcita.

Ogni uomo indegno ritenendo,
Tempestosa ritrasse la sua mano.
La mente dal consiglio distogliendo,
di Ferruccio il tentativo rese vano.
Stette la gente attonita piangendo
il giorno che fu presa dal sultano.
Proprio non volle coglier quella rosa
la triste principessa Tempestosa.


"La Principessa Tempestosa"

Questo disegno è opera di un'amica davvero speciale, la pittrice
Andrea Josewitz. Carissima Andrea, lasciami dire che il tuo quadro è mille volte più bello del mio racconto! A te, tantissimissimi complimenti e la mia più commossa gratitudine.

Il sito di Andrea, con altri suoi bellissimi disegni [QUI].


NOTA

Credo questa storia abbia una morale. È stata scritta di getto, sull'onda di un periodo di confusione e di rabbia. Fortuna ne è che agli scrittori è concesso di sublimare le emozioni trasformandole in letteratura: così è stato per me, che dello scrittore ho, se non le capacità, almeno i difetti e le idiosincrasie. Vi erano molti possibili finali, dal lieto fine (che pure è scioglimento di una fiaba assai simile alla mia) a conclusioni ancora più ciniche. Tali conclusioni lascio al lettore scoprirle come esercizio per casa. Ringrazio infine l'amica Andrea per il bellissimo disegno che ha realizzato sulla base del mio racconto e che ha avuto la gentilezza di spedirmi.


FRATTAGLIE LETTERARIE

© 2003 DARIO GIANSANTI

Variazioni su un tema norreno

L'ANGOLO DI DARIO

Variazioni su un tema babilonese

Variazioni su un tema minoico

Il popolo del mare

A casa del diavolo

Gola pirenaica

La principessa Tempestosa