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La lunga ombra di Mr. Welles
Restaurato l'anno scorso in occasione del 50° anniversario, è stato ora distribuito anche nelle sale italiane (nella versione originale sottotitolata, deo gratias!)
questo classico del cinema di spionaggio inglese.
La vicenda si snoda attraverso i vicoli di una Vienna rabbuita da un decadente clima post-bellico, incancrenita dalle macerie dei bombardamenti , dallo sciacallaggio del mercato nero e straziata dalla spartizione tra le quattro potenze vincitrici.
Holly Martins, scrittore di romanzetti western (che tra l'altro impallidisce di fronte a un circolo di intellettuali che lo interrogano su Joyce), si trova così a precipitare in una spirale nera (Harry Lime) che lo inghiotte modificando la sua traiettoria, da disperato bisognoso di soccorso a soccorritore e poi da soccorritore a impietoso segugio, da inseguitore a inseguito, da vittima a carnefice, nel tentativo di districarsi dai fili che lo muovono a sua insaputa.
Lime, almeno nella prima parte del film, vive della sua programmatica assenza, necessaria in quanto forza motrice dell'intreccio e quando appare (sequenza ottimamente strutturata) lo fa attraverso le tenebre, protetto da quella barriera oscura che gli garantisce il beneficio dell'intoccabilità, sicurezza data dall'invisibilità, dall'essere celato allo sguardo dei suoi persecutori-inseguitori. Quindi il cinema, arte del visibile, qui muta a un tratto in arte dell'invisibile, del fuori campo, della presenza infilmabile e dell'assenza filmabile, proiettando così la figura di Harry Lime al centro degli eventi.
Reed dirige il film con sapiente mestiere e con un certo talento visivo che si sviluppa attraverso un uso massiccio del grandangolo e di bellissime inquadrature deformate (e soprattutto deformanti), che spesso partono dal basso e che contribuiscono in maniera decisiva a conferire al film quel carattere teso, nero e angoscioso tipico proprio dello stile di Welles. Addirittura si vocifera che il ruolo del grande regista non si sia limitato alla semplice interpretazione… Pare, tra l'altro, che Welles collaborò alla stesura dei dialoghi, indimenticabile la sua battuta sugli svizzeri e i Borgia, una perla di sopraffino umorismo che vale da sola il prezzo del biglietto. E' curioso, quindi come l'ombra di Welles aleggi per tutto il film, proprio come quella di Lime e come quella di tanti suoi demoniaci personaggi.
Ottime sia la fotografia curata da Robert Krasker che il motivo musicale che accompagna il film, suonato alla cetra da Anton Karas.
Almeno tre momenti di assoluto valore: la scena in cui un bambino accusa Martins dell'omicidio del portiere, quella sulla ruota panoramica e, più di ogni altro, l'inseguimento finale nelle fogne.
Stefano Trinchero
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