GLI AMICI INGLESI

 

Il mare porta tante cose sulle spiagge e tra gli scogli delle isole: brandelli di naufragi, brandelli di destini, relitti, oppure idee, aspirazioni e solitudini lucide e pulite come la madreperla, essenziali e levigate come i ciottoli dalla risacca, tese come vele nel vento fresco. E tra cose, porta a volte uomini, ulissidi alla ricerca di se.

A La Maddalena giunsero, ciascuno col proprio fato, alcuni inglesi nei quali si rinnovò l'innamoramento che già aveva colpito Nelson e i suoi per la bellezza selvaggia del luogo e la dolcezza, un tempo virile ed eroica, semplice e disponibile, degli abitanti. Certamente non fu estraneo a tale migrazione l'afflato romantico che percorreva l'Europa, dell'800, ma va appunto sottolineato come ancora una volta il nostro arcipelago rispondesse appieno alla realizzazione dei più elevati ideali emergenti.

La figura di gran lunga più autorevole è quella di Daniel Roberts, Capitano della Marina Inglese, figlio di un marinaio, Henry, che aveva navigato con il grande Cook nel suo ultimo viaggio intorno al mondo. Daniel in gioventù aveva militato sotto il Comando di Nelson e con ogni probabilità fu con lui a La Maddalena; si sa che partecipò alla battaglia di Trafalgar e che poi proseguì onorevolmente nella carriera in Marina fino al grado di Capitano. Lasciata la flotta, continuò a navigare per i mari a bordo di un suo yacht e più volte toccò il ridente rifugio di Cala Gavetta, ogni volta sentendosene attratto, fino a maturare l'idea di stabilirvisi per il resto dela sua vita. Roberts era un uomo dai vastissimi interessi sociali, economici e culturali; fu amico dei maggiori poeti inglesi. Shelley Byron: era presente la notte in cui, nei pressi di Lerici, Shelley morì in mare, e partecipò alle sue esequie.

Ormai anziano, volle realizzare il suo sogno: mise in vendita le proprietà in Inghilterra e si trasferì a La Maddalena, ove si fece costruire una bella palazzina proprio sulla Cala Gavetta, nel cuore del traffico marittimo dell'isola, a contatto quotidiano con marinai e pescatori. Aprì immediatamente un'agenzia di spedeizioni attraverso la quale per molti anni passò tutto il traffico mercantile dell'Arcipelago da e per il resto del mondo. Risulta fosse socio della Compagnia Rubattino & C. di Genova e che si battesse sempre per lo sviluppo delle comunicazioni a vantaggio dei "suoi" maddalenini. Questi, come era nel loro carattere, ben presto adottarono il simpatico e buon inglese e ne fecero un concittadino stimatissimo, anzi amato. Ci voleva poco per amare Daniel Roberts: non ci fu bisognoso che non fosse da lui soccorso, ne problema comunitario che non lo vedesse in primo piano nel tentativo di soluzione; ne disputa in cui non fosse comprensivo paciere; fu chiamato "Padre dei poverelli". Era inoltre un'anfitrione generoso e signore con tutti i visitatori che dall'estero giungevano all'isola e furono famosi i suoi pranzi, le sue scampagnate nelle sue ottime vigne, le battute di caccia da lui organizzate. Passava ore di solitudine leggendo molto e suonando; il suo fu per molti anni l'unico pianoforte dell'arcipelago.

La scrittrice Speranza Von Schwartz, che fu sua ospite nel 1857 quando egli aveva ormai 75 anni, ne descrive il corpo robusto dalla figura ancora slanciata, il fuoco degli occhi vivaci e l'energia della persona. Garibaldi lo ebbe amico e lo stimò per la lealtà e la bontà.

Quando morì, sinceramente pianto dai maddalinini, Roberts volle essere sepolto nel loro piccolo cimitero.

La storia dei coniugi Collins, approdati a La Maddalena intorno al 1832 sembra appartenere al più vieto filone romantico e è proprio nell'Arcipelago si consumò il suo lungo, fedele, umano iter, tanto che alla fine perde quella patina da Feuilleton con cui alcuni autori c'è l'hanno, per essere semplicemente la storia di un uomo e di una donna che molto si amarono.

La vicenda ebbe inizio nell'Inghilterra severa e tradizionalista del primo "800", dove una graziosa e ricca fanciulla della migliore nobiltà si innamorò perdutamente di uno scudiero di famiglia, Riccardo Collins. I due scelsero l'unica via che a quei tempi consentiva di coronare un così "sconveniente" sogno d'amore: la fuga.

Non sappiamo come e perchè siano capitati proprio in queste isolette; comunque sia , essi sbarcarono a La Maddalena prendendo alloggio dapprima in una modestissima casetta; poi acquistarono un'appezzamento di terreno a Punta Moneta e vi edificarono un comodo villino bianco in stile vagamente moresco. Quando nel 1842 avvenne la ripartizione dei beni demaniali, i Collins si aggiudicarono la metà della parte meridionale di Caprera e vi costruirono una piccola casa dove vissero per molti anni.

Il menage di questa coppia era un mistero, nel quale peraltro i maddalenini non misero mai il naso: tanto era dolce e di modi gentili e raffinati la signora, tanto era rude, rozzo e taciturno lui. Egli amava oltre ogni dire la pesca e la caccia, perciò partivano insieme per mesi consecutivi con una loro barca e andavano per mare, in qualsiasi stagione, pescando; oppure erravano a cavallo in Gallura o a Caprera cacciando , dormendo spesso nelle grotte di granito o presso i pastori. Entrambi amavano molto lavorare la terra e il marito tentò vari tipi di coltivazione a Caprera, spesso senza successo, finchè ripiegò sul grano e sui vigneti; la signora Collins invece curava il giardino con ottimi risultati.

La coppia non ebbe figli nè volle assumere domestici o personale agricolo. Era, il loro, un amore esclusivo e possessivo e anche quando lui, nell'età più matura, se ne andava da solo a caccia o a pesca, lei non lasciava mai la casa nè riceveva alcuno: pare che per vent'anni nessuno l'abbia vista per le strade di La Maddalena. Viveva nell'accogliente casa alla Moneta con una bliblioteca molto ben fornita, un caminetto per l'inverno, i suoi fiori.

Nella prima parte della vita di Garibaldi a Caprera, i loro terreni erano confinanti e un giorno scoppiò una lite violenta tra il generale e Collins, per una questione di sconfinamento del bestiame. Il diverbio fu appianato soltanto grazie all'intervento del buon Capitano Roberts, ma da allora tra i due uomini si instaurò una totale antipatia. Garibaldi, che detestava Collins per la rozzezza e per la sua frequente ubriachezza, riconosceva però nella moglie la gentilezza e la classe, e suoi rapporti con lei furono sempre cordiali, anzi, come vedremo, la riservata signora giunse a offrirgli un prezioso aiuto quando egli ne ebbe bisogno.

Collins con gli anni fu sempre più preda dell'alcool, sempre più chiuso ed irrascibile; lei sempre più devota e amorevole.

L'inglese morì nel 1864 distrutto dal vino: la moglie lo compose con le sue mani nella bara e lo fece trasportare nella loro palazzina alla Moneta, e volle murarne il feretro in una parete. Poi si chiuse in casa e aspettò a sua volta la morte, che avvenne dopo parecchi anni di solitudine. I maddalenini la seppellirono nel vecchio cimitero come una di loro. Più tardi, quando il terreno di Punta Moneta fu espropriato dal governo, le ossa di Riccardo Collins furono recuperate e sepolte accanto a quelle della moglie.

Si dice che un'altro strano eremita inglese vivesse in quegli anni nell'Arcipelago: un certo Dottor George Jermy, pastore protestante, ritiratosi in preghiera, , non si sa se a Caprera o Santo Stefano, è lì morto e sepolto.

Un personaggio dei più originali tra quanti approdarono in quegli anni a La Maddalena fu James Webber, ricchissimo commerciante inglese. La sua storia può essere istruttiva e interessante per molti uomini che si immedesimano nella corsa al successo fino a morirne.

Le origini di Webber pare fossero delle più modeste, ma egli crebbe nell'Inghilterra del primo industrialismo, nella religione del capitale: l'uomo si riconosce per i mezzi di cui può disporre, essere qualcuno significa saper produrre ricchezza. Con tale verbo nell'anima, Webber iniziò dai più bassi gradini ad arrancare su per la lunga scala dell'economia, commerciando in vari settori; ben presto gli affari lo portarono a viaggi sempre più lunghi in Europa, poi a varcare l'oceano fino all'America. Uno dei commerci più lucrosi per lui era quello dei cappelli e sull'onda dei suoi traffici gli si prospettò una vantaggiosa opportunità di andare a produrre e vendere cappelli in Australia, il nuovissimo continente che si era aperto in quel tempo all'imperialismo britannico. Gia la sua salute cominciava a risentire di tanti strapazzi, ma il denaro proprio allora iniziava ad entrare con una certa abbondanza nelle sue casse e Webber voleva averne molto, moltissimo,, voleva "essere qualcuno" Perciò lasciò inghilterra per l'australia e divenne il maggior industriale del cappello: per dieci anni lavorò come un dannato e guadagnò, guadaqgnò cifre enormi. Ma a misura che la ricchezza cresceva la salute diminuva; palpitazioni, disturbi di fegato, esaurimento nervoso, insonnia. E un tarlo cominciò a roderlo dentro, giorno dopo giorno: che senso ha questa vita e questa ricchezza?.

Nella durissima scalata al successo era vissuto come un monaco, non aveva pensato a farsi una famiglia, anzi aveva perso anche i contatti con i parenti in inghilterra, era solo con i suoi quattrini in quel continente sconfinato, senza dimensione umana, circondato di cappelli da produrre e da vendere. Gli prese una nostalgia insopportabile per i verdi limiti di Europa, per le belle case, il gusto di caldi mobili antichi, delle sale che sapevano di vecchi libri, con i quadri degli antenati alle pareti. Decise che era tempo di tornare in Inghilterra e di mostrare finalmente il frutto di tanta fatica. Vendette tutto e partì. Ma a Londra non placò la sua profonda crisi, ne lo soddisfecie l'esibire la sua ricchezza; gli affari lo presero di nuovo con la facile giustificazione di introdurre il suo famoso marchio di cappelli anche in Europa.

Tetro e insofferente di molti mali fisici , James Webber navigava un giorno in Meditteraneo, non so da quale porto a quale altro porto, quando nei pressi delle bocche di Bonifacio si scatenò la più spaventosa burrasca di Maestrale che si possa immaginare. In quell'inferno di marosi, di mal di mare, di grida degli uomini che tentavano di salvare la nave dalla bocca dell'abisso, il ricco commerciante- industriale toccò il fondo dello sconforto e vide tutta la meschinità del suo stato.

Come Nettuno volle, il legno riuscì a ripararsi nella cala di una delle molte isolette granitiche che costellasvano quel mare dannato, di cui il capitano gli disse il nome: La Maddalena. Gli disse anche che non era pensabile riprendere il mare prima di alcuni giorni. Non c'era che accettare la mala sorte, cercando di rimediare allo stato di profondo malessere in cui Webber si trovava. E per prima cosa cadde in un sonno profondo; il giorno dopo si accorse che da anni non aveva dormito così bene. Vagò nell'isola sconosciuta: gli isolani erano cortesi, lo salutavano per via come se lo conoscessero da tempo; fu colpito dalla straordinaria varietà delle forme del granito e dalla strenua lotta delle forze della natura. La vegetazione si misurava col vento e con la roccia quasi fosse pensante e mobile come un'animale. Il mare, che ruggiva ancora come mille leoni contro le coste settentrionali, si ammansiva poi in una trasparenza di calme irreali nelle molte cale e calette ridossate. Isole come sogni si stagliavano ad ogni punto cardinale intorno a La Maddalena e lo spettacolo era superbo, d'un tipo di bellezza che commosse Webber fino in fondo all'anima.

Per la prima volta dopo anni mangiò di gusto e non ebbe alcun disturbo d fegato e di stomaco. Camminò e camminò senza la minima palpitazione, anzi, i suoi polmoni si allargavano come fossero affamati d'aria e quell'aria gli dava energie nuove che non aveva conosciuto nemmeno in gioventù.

Godeva fino in fondo il sapore di una sensazione nuova: si sentiva essere, semplicemente, indipendente da ogni senso razionale della vita.

Per farla breve, allorchè la nave fu pronta a salpare dopo alcuni giorni, James Webber era pronto a non lasciare più le "sue" isole beate, a ritirarsi dagli affari, a chiudere per sempre l'assurdità alla scalata divoratrice al successo.

Anziche esibire le sue ricchezze davanti alla sofisticata società inglese, preferì esibirle sotto il sole e il vento de La Maddalena, davanti allo sguardo tranquillo, distaccato e soltanto leggermente ironico di quella gente di mare, solida, nobile e povera che la felicità la trovava in tuttaltra dimensione.

Villa Webber fu costruita tra il 1855 e il '57, senza badare a spese, a mezza costa dello splendido e selvaggio anfiteatro granitico sopra il Padule; la brillante Speranza Von Schwartz, che non mancò di visitarla appunto nel '57, mentre fervevano i lavori di rifinitura, ne scrisse un quadretto gustosissimo.

"L'aristocrazia del denaro fa sentire quì il suo potere, e se La Maddalena avesse molti di questi ricchi coloni ai quali l'oro rende tutto facile, la sua sognante solitudine sarebbe presto sostituita da un rumore assordante". Speranza non sapeva di essere in ciò profetessa dei guai dei nostri giorni!"

"un'attività convulsa regnava dentro e fuori della casa. Squadre di operai lavoravano nel parco e intorno alle costruzioni. Numerosi domestici accudivano i loro focosi cavalli, altri valletti toglieva dalle casse mobili di rara eleganza. L'interno degli appartamenti era pieno di operai genovesi, venuti appositamente per disporre i pavimenti di stucco veneziano. Il rumore dei martelli e delle seghe si mescolava al canto degli operai: chi fisciava, cho parlava, tutti erano così occupati nei loro lavori che ci fu difficile trovare qualcuno in quella folla per farci annunciare."

"fummo introdotti in una camera piena di oggetti d'arte, di quadri magnificamente incorniciati, di libri rilegati con lusso... il Signor Webber era tutto preoccupato dei suoi tesori ed anche della sua nomina a vice - console, che tra poco gli sarebbe stata conferita ufficialmente; questa carica gli faceva tonto più piacere, in quanto l'aveva ottenuta a dispetto dell'opposizione dei suoi compatioti."

"....Le cosruzioni, di uno stile moresco - italiano, fanno onore al gusto del Signor Webber...".

Webber era felice. La sua casa era indubbiamente la più sontuosa, non soltanto del'isola (ci voleva ben poco a superare le linde casette isolane) ma di tutta la Gallura e poche potevano starle a confronto nell'intera Sardegna. Vi raccolse una biblioteca degli autori più importanti d'Europa, con i volumi rilegati in raffinati marocchini e pelli fregiate in oro, che non permetteva a nessuno di spolverare, riservando a se stesso l'intimo piacere di quel rituale contatto; la pinacoteca raccoglieva anch'essa alcune delle firme più quotate del tempo, ed egli mostrava con orgoglio ai visitatori paesaggi di scuola fiamminga, le nature morte la sua Susanna con i vecchioni e il Sansone e Dadila, senza trascurare di richiamare l'attenzione sulle cornici, che per di se erano dei veri gioielli di artigianato. I mobili, molti dei quali fatti cercare presso antiquari inglesi e italiani, davano alla dimora quella impronta di sostanziosa ricchezza che, per Webber, era l'indinspensabile corollario del buon gusto.

Ma il nostro ex industriale voleva anche misurare la solidità delle sue sostanze con le forze della natura e quindi circondò la villa con un parco di cui ogni albero era una sfida al vento e alle intemperie del mare; gli splendidi "Pini Pinea", "Marittimi" e "Inzenga" furono piantati nel 1862 ciascuno con particolari muretti di protezione del virgulto.

Il frutteto, per il quale fece trasportare la terra appositamente, crebbe difeso da un colossale muro alto sei metri per fermare l'urto del violento "ponente": Per cinque volte il vento lo abbattè, e per altrettante Webber lo fece ricostruire potenziandone lo spessore e sostenendolo con poderosi contraforti verticali. Finchè la spuntò e potè far piantare oltre 150 varietà della frutta più pregiata, piante nane fatte venire a qualunque prezzo dall'estero; creò boschetti di aranci, limoni e cedri, che fino allora nessuno era riuscito a far sopravvivere agli insulti del vento delle Bocche, difendendo le piante con tanto piccoli paraventi di frasche e giunchi. Il viale della marina saliva alla villa fiancheggiato da una fuga di meravigliosi ginepri arborei, che si possono ammirare ancor oggi, immersi nella sterpaglia.

Per l'irrigazione delle culture e del giardino, Webber provvide alla costruzione di grandi serbatoi per la raccolta dell'acqua.

Le pendici del Padule furono coltivate a vigneto, con vitigni delle specie più pregiate; le cantine furono attrezzate per l'invecchiamento dei vini fino a 14 - 20 anni. Nelle adiacenze coloniche fu avviato l'allevamento di razze speciali di polli, conigli, suini.

Il Signor Webber aveva ora una sola preoccupazone: a chi lasciare quel paradiso e d i suoi beni alla sua morte: gli era insopportabile l'idea di non essere continuato. Perciò prese la grande decisione di adottare un figlio. Tutto quanto ho potuto ricostruire e che adottò un uomo e non un fanciullo e che costui sposò una signorina Tamponi, gallurese, e visse col padre adottivo sino alla morte di questi. Webber morì in tarda età, a Pisa, dove s'era recato forse per acquisti o richieste di opere d'arte per il suo regno, e la fu sepolto.

Dopo la sua morte incominciò il declino di quel paradiso artificiale: gli eredi, che oggi sono i Tamponi, abitarono la villa sempre più sporadicamente; di generazione in generazione ne furono tolti mobili e quadri, fu trascurato il parco, il frutteto, la manutenzione degli stabili. Il vento e il mare ripresero il sopravvento sulle difese murarie, la vegetazione della macchia l'ebbe vinta sulle sofisticate ed esotiche piante. Allo scoppio dell'ultimo conflitto mondiale, Villa Webber restò disabitata e muta, finchè, come vedremo, vi giunse, anch'egli prigioniero del proprio sogno di grandezza, Benito Mussolini che vi fu tenuto in detenzione per un mese.

Poi i propietari Tamponi cessarono di occuparsene e allora la bella casa cominciò a subire , oltre all'ingiuria degli elementi, quella sistematica degli uomini: scomparvero dapprima i pochi mobili rimasti, poi le porte, le finestre, gli stipiti, i marmi dei caminetti, gli impianti igenici, le inferriate; tutto, tutto fu sottratto con un lavoro da roditori che durò anni. Gli splendidi alberi del parco cominciarono ad essere abattuti per far legna.