PESCA E PESCATORI
testo di Antonio Ciotta

Veduta di Cala Gavetta
Nel 1841, Vittorio Angius, nel dizionario del Casalis, riferiva che a La Maddalena: "Le barche pescherecce sono circa 25 - abbondano in queste acque pesci di moltissime specie, e sono un gran ramo di lucro per pescatori, già che provvedono tutta la Gallura". Alla voce Tempio, poi, lo stesso Angius notava che Abbonda il mercato del pesce, perche se ne manda da fiumi della provincia, da mari di terranova, della Maddalena e di Castelsardo".
Già due secoli fa, dunque, l'attività peschereccia a La Maddalena era una sicura fonte economica anche se la contropartita dei prodotti ittici venduti ai commercianti galluresi che scendevano a cavallo sulle coste di Palau e Porto Pollo, non sempre era costituita da denaro, ma più spesso di prodotti agricoli e derrate che i pescatori introducevano clandestinamente nell'isola traendo poi dalla loro vendita un maggior utile. E la cosa non era certo tanto segreta e clandestina tanto che l'Angius aggiunge che i Pescatori "guadagnano assai più dalla segreta industria dei contrabbandi, che esercitano con molta accortezza".
Ma, allora come oggi, e sono passati oltre due secoli, ad esercitare la pesca nell'arcipelago non sono mai stati i maddalenini, almeno quelli del ceppo originario, ma vi è sempre stata in questa attività una continua alternanza di pescatori napoletani, ponzesi, liguri, toscani, pugliesi e siciliani, la cui frequentazione dapprima limitata, specie per la pesca del corallo, alla mera sagionalità, si concretò successivamente con insediamenti stabili e trasferimenti delle relative famiglie.
Gli stessi cognomi delle famiglie di pescatori, i vari Scotto, Acciaro, Aversano, Barretta, Di Fraia, Di Meglio, D'arco, Nicolai, Sabatini, Ricco, Vitiello e tanti altri, danno una precisa connotazione geografica dell'area di provenienza. Ma ifigli di questi immigrati della pesca divennero presto "quasi maddalenini" ed i loro nipoti maddalenini del tutto e come tali restii alle fatiche, ai pericoli, ai sacrifici e alla aleatorietà dei guadagni che l'attività peschereccia comporta. Difatti se l'Angius nel 1841 rilevava la presenza di 25 barche pescherecce, oggi a distanza di oltre un secolo e mezzo, il numero delle unità da pesca non è certo aumentato e il conto delle barche che effettivamente pescano ed i cui equipaggi traggono da questa attività un unica fonte di sostentamento non è certo difficile da fare; bastano le dita delle mani, e forse di una sola.
Ed è cosa ben triste vedere in un'isola circondata dal mare, dove l'attività peschereccia dovrebbe essere primaria, un mercato sempre più povero di pesci locali, osservare nelle prime ore del mattino i mezzi dei commercianti e dei grossisti partire alla volta di Olbia e Golfo Aranci per far rifornimento di pesce e, infine, constatare, alle soglie dell'entrata in funzione del parco il cui scopo è quello di valorizzare tutte le risorse dell'arcipelago, come nei ristoranti isolani, salvo rare eccezioni, non venga servito un solo pesce maddalenino.
Ma tutto ciò non è certo una novità nè una scoperta. La scarsa solerzia dei maddalenini verso l'attivitè peschereccia fu oggetto di osservazioni e di richiami fin dal primo nascere della comunità isolana. Lo stesso Des Geneys, che tanto a cuore aveva le sorti della popolazione, non mancò di spronare gli isolani a dedicarsi alla pesca, ma più volte, nelle corrispondenze dirette al Vicerè che gli chiedeva conto dei risultati della sua attività in tal senso, dovette rammaricarsi del più completo insuccesso.
Ma prima del Des Geneys, fin dal 1793, ci aveva provato il Cav. De Chevillard, comandante della flottiglia della Marina Sarda di stanza nell'isola che, sempre pressato da continue richieste di arruolamento alle quali non poteva accondiscendere, volle esortarew i maddalenini a dedicarsi profiquamente alla pesca non solo dei prodotti ittici, ma anche di quella del corallo fino ad allora praticata esclusivamente dai napoletani che, a quell'epoca, , prima della costituzione del Regno d'Italia, erano pur sempre degli stranieri.
"Secondo gli ordini che mi ha dato V.E." Scriveva al
Vicerè in una lettera del 29 novembre 1793 "Ho vivamente rappresentato
a questi isolani i vantaggi che procurerebbe la loro noncuranza con la quale
lasciano i napoletani in possesso di questa attività. Essi mi hanno fatto
notare che non ci sono attualmente nell'isola che bambini o gente di una certa
età, che tutti gli altri sono al servizio o navigano, e che era impossibile ad
un'uomo che non aveva appreso il mestiere di pescatore nella sua gioventì
applicarvisi in vecchiaia.
Le
intenzioni di De Chevillard, tuttavia, non furono malaccolte da coloro che
vedevano nella pesca una possibile fonte di occupazione e quindi di un profiquo
investimento a livello armatoriale. Nella sua lettera, difatti, egli comunicava
al Vicerè: "Qualcuno dei notabili, e tra questi il pilota Millelire, mi
hanno comunque promesso che farebbero l'anticipazione della somma necessaria
per l'acquisto di tutto il necessario per assicurarsi una pesca uguale a quella
dei napoletani, che hanno i loro battelli carichi di reti di ogni tipo.
Il
conforto dell'appoggio anche economico dei notabili isolani faceva dunque
azzardare il De Chevillard ad avanzare al Re la sua proposta.
"Nei nostri equipaggi c'è un individuo chiamato Pauletti, di
Capraia, marinaio mediocre ma abile pescatore e che sa fare non solo le reti,
ma tutti gli attrezzi necessari alla pesca, Questi, affiancato dal marinaio
invalido volpe, napoletano e già pescatore, potrebbe essere incaricato di
pescare e di insegare a qualche ragazzo. A Pauletti si accorderebbe un semestre
a questi patti, che sarebbero pescritti anche all'invalido Volpe. L'esecuzione
di questo progetto che a molto gradito tutti coloro che devono concorrervi, ci
promette che in qualche mese rivaleggerà con i napoletani che vengono in
quest'isola e che in un anno si potrà anche superarli. Poichè si sono dati
lunghi semestri per fini meno utili, io spero," Concludeva il De
Chevillard "Che V.E. degnerà di onorare con la sua approvazione un piano
il cui successo è assicurato, e che non mi è stato dettato dal desiderio di
conoscere per quanto mi è possibile alle paterne vedute di V.E. ed alla utilità
di questa colonia.
L'ottimistica
proposta del De Chevillard non solo fu pienamente condivisa e approvata dal
Vicerè Vincenzo Balbiano, ma anche oltremodo gradita alla corte piemontese.
Difatti, comunicata la sua iniziativa a Torino, l'8 gennaio del 1794, il Vicerè
ebbe dal segretario per gli affari di guerra e marina, Di Gravanzana, la
seguente risposta.
"Sono ottime, e per tali le ha S.M. ravvisate, le
disposizioni ch'ella mi accenna d'aver dato onde vengano gli isolani della
Maddalena scossi dalla loro indolenza, ed animati ad intrapendere essi stessi
le pesche massime de' coralli procurandosi in tal guisa un ampio consecutivo
guadagno che lasciarono sin ora in mani straniere".
Ma
le iniziative e le esortazioni del De Chevillard e quelle successive del Des
Geneys ebbero scarso risultato e l'attività della pesca a La Maddalena non
assunse mai una portata economica primaria e rimase sempre in mano
"straniera".
Solo
all'inizio di questo secolo e fino all'ultimo dopoguerra, , grazie anche ai
collegamenti maritimi diretti fra l'isola e il continente vi fu un'attività
peschereccia con consistente eportazione di prodotto, ma non fu certo
un'attività positiva. Difatti se è vero che i pochi pescatori locali diranno
che le acque dell'arcipelago sono sempre più povere di pesci, è altrettanto
vero che in quegli anni le unità pescherecce hanno svolto la loro attività, e
non sempre con mezzi legittimi, entro la fascia batimetrica che va dai 50 ai
100 metri di profondita trascurando e addirittura impoverendo anche le
batrimetiche inferiori che costituiscono in tutti i mari oltre il 70% del
potenziale produttivo. Pescare nelle batimetriche superiori, ove la maggior
parte deele specie che vivono a profondità inferiori risalgono stagionalmente
per depositare le uova, da luogo ad un'attività deleteria che a lungo andare
compromette la pescosità del mare a tutti i livelli. Occorre per tanto dar vita
ad un'attività peschereccia diretta allo sfruttamento delle batimetriche d'alto
mare convertendo le attuali piccole imbarcazioni in più grandi unità che
garantiscano non solo una maggiore pesca, ma anche una migliore conservazione del
pescato da avviare poi verso i mercati di consumo tanto al minuto quanto
all'ingrosso.
Solo
così potranno essere finalmente realizzati gli intendimenti del De Chevillard
che voleva "...dirigere verso questo mezzo di sussistenza una gioventù numerosa
che bisogna occupare".
Forse
l'occasione buona per i pescatori maddalenini, oggi trasformati esclusivamente
in barcaioli che conducono all'indiscriminato assalto delle spiagge isolane le
orde dei turisti, è ora quella offerta dal parco. Gli esempi più immediati
vengono dal vicino parco di Lavezzi ove le cernie, scomparse nelle isole
dell'arcipelago, sono tornate numerose, e dal parco di Ustica dove la chiusura
alla pesca di vaste zone di scarsa profondità ha dato luogo già in pochi anni
ad un aprezzabile ripopolamento non solo delle batrimetiche adiacenti poste
agli stessi livelli dei fondali protetti, ma anche delle zone più profonde ove
scende il pesce che si è riprodotto indisturbato ai livelli superiori.
Ipescatori di Ustica, dapprima diffidenti, cominciano a trarre beneficio dal
parco e ad apprezzarne gli effetti positivi. Oggi ai turisti di quell'isola
viene pesce che parla uticense; ai turisti maddalenini, invece, viene portato a
tavola pesce greco, spagnolo, marocchino, corso, olbiese e anche di mari lontani.
Pesce, dunque, delle più disparate nazionalità, ma che ancora oggi, quando
arriva sulle nostre tavole, parla una sola lingua: quella napoletana.

VEDUTA DI CALA GAVETTA