Benedetto Croce - Luigi Einaudi

 

Liberismo e liberalismo

 

B. Croce - I partiti politici e il loro carattere storico

 

Da La storia come pensiero e come azione (Bari, Laterza, 1938, pp. 223-31), dove è il quinto paragrafo della sezione settima, " Storiografia e morale ".
I due enunciati  citati sono tratti da altri due paragrafi del citato La storia come pensiero e come azione, rispettivamente intitolati La storia come storia della libertà ("Che la storia sia storia della libertà [...] è qui pronunziato, non per assegnare alla storia il tema del formarsi di una libertà che prima non era e un giorno sarà, ma per affermare la libertà come eterna formatrice della storia, soggetto stesso di ogni storia. Come tale, essa è, per un verso, il principio esplicativo del corso storico e, per l'altro, l'ideale morale dell'umanità. [...] il pensiero direttivo è in essa sempre il bene, a cui il male finisce per servir da stimolo, l'opera è della libertà che sempre si sforza di ristabilire, e sempre ristabilisce, le condizioni sociali e politiche di una più intensa libertà", pp. 46-50} e L'attività morale (" il fine della morale è di promuovere la vita [...]. La moralità è nient'altro che la lotta contro il male; che se il male non fosse, la morale non troverebbe luogo alcuno. E il male è la continua insidia ' all'unità della vita, e con essa alla libertà spirituale; come il bene è il continuo ristabilimento e assicuramento dell'unità, e perciò della libertà. [...] l'azione che mantiene nei loro confini le singole attività, che tutte le eccita ad adempiere unicamente il loro ufficio proprio, che si oppone in tal modo al disgregamento dell'unità spirituale, che garantisce la libertà, è quella che fronteggia e combatte il male in tutte le sue forme e gradazioni, e che si chiama l'attività morale", pp. 42-4)].

 

 

I due enunciati: che la storia sia storia della libertà, e che la libertà sia l'ideale morale dell'umanità: non soffrono contradizione. Si può bensì contradirli a parole, ma da chi a quel modo neghi la storia e da chi soffochi l'attestazione della coscienza morale, rinnegando la libertà. Ai primi che, sotto nome di storia, danno non già l'intelligenza di quanto lo spirito umano è venuto creando in ogni parte della vita, ma pesanti cronache incoerenti o mitologie del caso e del fato, di forze irrazionali e di oscure potenze materialistiche, si deve dire semplicemente che le loro non sono storie, come comprova già per se stesso il sentimento di depressione e di smarrimento che inducono negli animi. Ma ai secondi, - che noi, nati nella luce della libertà italiana e perciò usi già a leggere con sorriso piuttosto che con isdegno le invettive e contumelie antiliberali scritte in servigio di Borboni, austriaci e preti, non pensavamo mai più di vedere un giorno, con modernistiche vesti, ricomparire al mondo, - vien l'impeto di rispondere non con altro che con l'immaginosa imprecazione di Giosue Carducci: " Dalla bocca bestemmiatrice un rospo verde palpiti! ".
Una più particolare disamina merita il concetto di libertà in rapporto all'azione, ossia non più come criterio di interpreta-zione storica né come generale orientamento morale, ma come azione determinata in circostanze determinate. Se nella sfera pratica si prescinde, come qui si deve, da coloro che sono l'eterno volgo dell'umanità, intenti esclusivamente, o in quanto sono così intenti, alle loro Decorrenze private, di sussistenza, di agi e di piacere, e si considerano soltanto gli uomini veri, animati dall'assidua ricerca del bene comune e perciò da ideale morale, i quali effettivamente portano innanzi con l'opera loro l'umanità, tutti questi sono, intrinsecamente, rappresentanti di libertà. Variano, di certo, discordano e si contrappongono e si combattono nei singoli casi, operando ciascuno secondo il proprio sentire, le proprie esperienze, le proprie conoscenze, le proprie previsioni e speranze. Ma l'evento storico, che vien fuori per cooperazione, composizione ed elisione, dalle loro diverse o contrarie tendenze, è creazione di una nuova e più ricca forma di vita, e perciò progresso di libertà. Quali che siano le loro particolarità e specificazioni, li stringe tra loro una volontà medesima segnandoli del medesimo carattere di  homines bonae voluntatis, operatori di cose alte e degne.
Lo stesso è da dire dei partiti, che si formano sulla varietà degli uomini e dei loro problemi e tendenze, e ne designano i mutevoli aggruppamenti; i quali, sempre che abbiano virtù e consistenza morale, cioè volontà del bene comune, e non si riducano a fazioni e a bande, sono anch'essi tutti, nel loro intrinseco, liberali. In effetto, lo spirito liberale li accetta tutti, li vuole, li richiede, li invoca, e lamenta la loro assenza o la loro scarsa efficienza; e sente mancare o piuttosto scemare la sua propria libertà quando quella varietà e quei contrasti scemano e vengono meno o tendono ad adeguarsi nell'inerzia dell'acrisia, del docile assenso e dell'indifferenza.
Ora, se così stanno le cose, come mai si è potuto parlare in passato, e si parla tuttora, di un partito liberale, specificamente liberale, che pare voglia rivendicare a sé il prestigio della libertà? C'è, dunque, un partito che non sia formazione storica né soggetto alle contingenze, e che propugni da sua parte un principio filosofia) ed eterno, un partito filosofico tra i partiti politici, qualcosa di più e qualcosa di meno di essi, e, in fondo, di diverso, e che perciò ad essi non ben si lega, e, come intruso e superfluo, torna fastidioso e può sembrare perfino ridicolo? Niente di questo. Il partito liberale è seriamente un partito, perché rappresenta una situazione storica, e il suo nome, che, come tutti i nomi, ha le sue buone ragioni non logiche ma etimologiche, è nome di partito politico e non di scuola filoso-fica. Il carattere suo di formazione storica risalta subito quando ci si prova a trasportare quel nome ad epoche diverse da quella che fu sua, perché allora si avverte immediatamente la sconcordanza, lo stridore, il suonare a vuoto del nome. L'anelito alla libertà, le lotte e i sacrifici per la libertà, le glorie della libertà prorompono da ogni parte della storia, della libertà " che è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta"; ma, con tutto ciò, un partito propriamente e consapevolmente liberale non c'era, nonché nel gerarchico medioevo, neppure nella libertà di Grecia e di Roma, e non c'era neppure ai primi secoli dell'età moderna, che lavorarono a liberarsi da feudalismo e teocrazia, foggiando l'arma ed il presidio delle monarchie assolute. Il partito liberale nacque tutt'insieme contro le invecchiate ed esaurite monarchie assolute, ed il parimente invecchiato e vacuo assolutismo ecclesiastico, cattolico o non cattolico che fosse; e, percorsa una sorta di preistoria nelle lotte per la libertà di coscienza, nella rivoluzione inglese, nell'illuminismo e nella rivoluzione francese, si configurò e si assodò dopo la caduta del cesarismo napoleonico, predominando per un secolo nella vita europea. Nel suo dominio, esso, come ogni altro partito che giunga al governo, si mise in pugno la forza, ebbe o si procurò il sostegno di talune classi economiche, si comportò variamente secondo i vari paesi, fece di volta in volta necessari accordi e transazioni, come si usa nel mondo degli affari e perciò anche degli affari politici, ma non perciò confuse e disperse nella materialità delle circostanze e dei modi di attuazione la libertà, alla quale igneus est vigor et caelestis origo, che è forza spirituale ed etica, operante bensì tra quelle circostanze e con quei modi pratici, ma non mai coincidente con essi o risolventesi in essi. Fu detto e ripetuto che, col salire ai governi, col raffermarsi nel potere, sorpassati i pericoli dei ritorni offensivi dei vecchi regimi, il partito liberale smarrì le sue splendide virtù, l'entusiasmo, l'impeto, la dedizione, la prontezza a combattere e a gettar la vita per salvare l'anima. E si levarono grida affannose di sgomento via via che si vedevano dileguare le sue forme consuete, le risaltanti divisioni politiche di conservatori e liberali, di destra e sinistra, e simili, e succederne altre più prosaiche sopra questioni particolari ed economiche; e nondimeno era affatto naturale che tutto ciò accadesse e che a guerra terminata si deponessero con le armi gli spiriti bellicosi di un tempo. Il trionfo del partito liberale portava con sé, come logico correlativo, la fine graduale di questo partito stesso, che aveva adempiuto il suo ufficio e che, per poter fare altro di utile, doveva farsi altro, ossia cedere il luogo ad altro.
Non propriamente, dunque, il partito liberale, già in certo modo collocato a riposo per effetto della sua stessa vittoria, entrò, come si dice, in decadenza e in crisi, ma l'assetto liberale, che esso aveva voluto e attuato e assodato, cominciò a essere insidiato, minacciato e minato da un duplice ordine di forze, in relazione bensì tra loro ma non per questo identiche. Erano esse, nella vita mentale, l'arresto del pensiero spiritualistico, dialettico e storico, che, sorto tra la fine del sette e i principi dell'ottocento, aveva regnato nella prima metà di questo secolo, e il succedere al suo luogo del materialismo positivistico e più tardi, di un vario irrazionalismo e misticismo; e, nella vita sociale, i profondi cangiamenti nell'economia, che avevano tolto importanza ad alcune classi sociali e accresciutala ad altre, alcune quasi disciolte ed altre quasi fatte nascere o rese straordinariamente potenti. Non è qui il caso di dire come si sia svolto e si svolga, e come si sia accelerato, un processo che nei suoi tratti essenziali sta agli occhi e nella mente di tutti.
Domande poste male e risposte conformi, soluzioni che non risolvono e proposte stolte si susseguono dinanzi a questa che è stata chiamata " crisi ", delle quali la prima e più comune, revocando in dubbio il principio stesso della libertà, si fa a ricercare se la vita umana non possa meglio condursi col sostituire al pensiero e alla critica l'inculcata e obbligata credenza e alle deliberazioni del volere l'obbedienza: ricerca che è giudicata dalla sua stessa formula e non merita altro discorso. C'è poi di frequente chi si appiglia allo scrutamento augurale per determinare se l'avvenire sarà di libertà o di autorità, ossia di servitù, dando a vedere un'ansia forse talora non priva di qualche nobiltà, ma che, indirizzandosi alla soluzione di un fantastico problema teorico e vanamente aggirandovisi intorno, non può se non accrescere se stessa fino allo spasimo e impedire l'unico mezzo di salute, che è di seguire la non mai incerta via del dovere, e alimentare in sé e negli altri le virtù della libertà.
Giacché è ovvio che, come le grandi età della poesia e dell'arte sono sopraggiunte (per dirla alla dantesca) dalle " etadi grosse ", e nondimeno si vagheggia sempre e si augura e si prepara con sforzi e con industrie l'avvento della sempre fiorente e classica bellezza; come alle grandi età del pensiero tien dietro il rilassamento e succedono ripetitori, compilatori o addirittura generazioni dimentiche e inintelligenti, e nondimeno l'ideale resta sempre il pensiero, creatore della verità, e non diventa già il non-pensiero, né ci apparecchiamo piamente a farci stupidi o corti di mente in onore del secolo stupido o di mente corta; così le età di libertà sono momenti di fulgore morale che dan luogo a tempi di minore splendore e forza, di luce incerta o addirittura di abbuiamento e di tenebra. Nel qual caso estremo si ritrova il senso del vichiano corso e ricorso, o del detto di Volfango Goethe, che Dio, quando vede una società sempre più saggia e illuminata ma di necessità sempre meno energica perché meno pugnace, disgustato, manda l'universo in frantumi per una nuova creazione. E nondimeno, quando i tempi della barbarie e della violenza si approssimano, non perciò l'ideale diventa (salvo che nei vili e negli sciocchi) la libertà e il servaggio, ma rimane sempre quello che solo può dirsi umano, l'unico perpetuamente operoso; e alla libertà sempre si tende, per essa si lavora anche quando pare che si lavori ad altro, essa si attua in ogni pensiero e in ogni azione che abbia carattere di verità, di poesia e di bontà.
All'azione morale non appartiene, dunque, regolarsi secondo quei modi pratici, ma non mai coincidente con essi o risolventesi in essi. Fu detto e ripetuto che, col salire ai governi, col raffermarsi nel potere, sorpassati i pericoli dei ritorni offensivi dei vecchi regimi, il partito liberale smarrì le sue splendide virtù, l'entusiasmo, l'impeto, la dedizione, la prontezza a combattere e a gettar la vita per salvare l'anima. E si levarono grida affannose di sgomento via via che si vedevano dileguare le sue forme consuete, le risaltanti divisioni politiche di conservatori e liberali, di destra e sinistra, e simili, e succederne altre più prosaiche sopra questioni particolari ed economiche; e nondimeno era affatto naturale che tutto ciò accadesse e che a guerra terminata si deponessero con le armi gli spiriti bellicosi di un tempo. Il trionfo del partito liberale portava con sé, come logico correlativo, la fine graduale di questo partito stesso, che aveva adempiuto il suo ufficio e che, per poter fare altro di utile, doveva farsi altro, ossia cedere il luogo ad altro.
Non propriamente, dunque, il partito liberale, già in certo modo collocato a riposo per effetto della sua stessa vittoria, entrò, come si dice, in decadenza e in crisi, ma l'assetto liberale, che esso aveva voluto e attuato e assodato, cominciò a essere insidiato, minacciato e minato da un duplice ordine di forze, in relazione bensì tra loro ma non per questo identiche. Erano esse, nella vita mentale, l'arresto del pensiero spiritualistico, dialettico e storico, che, sorto tra la fine del sette e i principi dell'ottocento, aveva regnato nella prima metà di questo secolo, e il succedere al suo luogo del materialismo positivistico e più tardi, di un vario irrazionalismo e misticismo; e, nella vita sociale, i profondi cangiamenti nell'economia, che avevano tolto importanza ad alcune classi sociali e accresciutala ad altre, alcune quasi disciolte ed altre quasi fatte nascere o rese straordinariamente potenti. Non è qui il caso di dire come si sia svolto e si svolga, e come si sia accelerato, un processo che nei suoi tratti essenziali sta agli occhi e nella mente di tutti.
Domande poste male e risposte conformi, soluzioni che non risolvono e proposte stolte si susseguono dinanzi a questa che è stata chiamata "crisi", delle quali la prima e più comune, revocando in dubbio il principio stesso della libertà, si fa a ricercare se la vita umana non possa meglio condursi col sostituire al pensiero e alla critica l'inculcata e obbligata credenza e alle deliberazioni del volere l'obbedienza: ricerca che è giudicata dalla sua stessa formula e non merita altro discorso. C'è poi di frequente chi si appiglia allo scrutamento augurale per determinare se l'avvenire sarà di libertà o di autorità, ossia di servitù, dando a vedere un'ansia forse talora non priva di qualche nobiltà, ma che, indirizzandosi alla soluzione di un fantastico problema teorico e vanamente aggirandovisi intorno, non può se non accrescere se stessa fino allo spasimo e impedire l'unico mezzo di salute, che è di seguire la non mai incerta via del dovere, e alimentare in sé e negli altri le virtù della libertà.
Giacché è ovvio che, come le grandi età della poesia e dell'arte sono sopraggiunte (per dirla alla dantesca) dalle "etadi grosse", e nondimeno si vagheggia sempre e si augura e si prepara con sforzi e con industrie l'avvento della sempre fiorente e classica bellezza; come alle grandi età del pensiero tien dietro il rilassamento e succedono ripetitori, compilatori o addirittura generazioni dimentiche e inintelligenti, e nondimeno l'ideale resta sempre il pensiero, creatore della verità, e non diventa già il non-pensiero, né ci apparecchiamo piamente a farci stupidi o corti di mente in onore del secolo stupido o di mente corta; così le età di libertà sono momenti di fulgore morale che dan luogo a tempi di minore splendore e forza, di luce incerta o addirittura di abbuiamento e di tenebra. Nel qual caso estremo si ritrova il senso del vichiano corso e ricorso, o del detto di Volfango Goethe, che Dio, quando vede una società sempre più saggia e illuminata ma di necessità sempre meno energica perché meno pugnace, disgustato, manda l'universo in frantumi per una nuova creazione.1 E nondimeno, quando i tempi della barbarie e della violenza si approssimano, non perciò l'ideale diventa (salvo che nei vili e negli sciocchi) la llibertà e il servaggio, ma rimane sempre quello che solo può dirsi umano, l'unico perpetuamente operoso; e alla libertà sempre si tende, per essa si lavora anche quando pare che si lavori ad altro, essa si attua in ogni pensiero e in ogni azione che abbia carattere di verità, di poesia e di bontà.
All'azione morale non appartiene, dunque, regolarsi secondo fine, fedele alla sua propria religione, deve rinnovarsi nella sua azione pratica, studiare altri modi di penetrare negli intelletti e nei cuori, allearsi con altri interessi, dare vita a una nuova classe dirigente. Che se alcuno domandi che si partico-lareggi il programma del rinnovato partito e si dettino le norme precise per conseguire l'intento, si potrà ricambiare la richiesta con un sorriso verso il troppo semplicistico richiedente, che vorrebbe possedere, racchiuso in poche regolette, quello che deve essere il moto vario e complesso che trova le sue vie camminando e i mezzi del fare facendo, e che è opera di senno, di coraggio, di pazienza, d'ingegno pratico e politico, piccolo o grande che sia, e non aspetta programmi e si mette in atto ogni giorno e ogni istante, perché in ogni giorno e in ogni istante c'è lavoro da compiere per il proprio ideale. E (tanto per chiarire il detto con un esempio) anche in questo istante, chi scrive queste pagine a suo modo lavora e collabora a quel fine, fugando le nebbie di taluni cattivi ragionamenti politici e lasciando fluire coi raggi solari un po' di quel calore, del quale è grande il bisogno. I gagliardi impulsi, l'apertura di nuove vie all'azione, le risoluzioni nei momenti di crisi sono più specialmente serbate agli apostoli e ai geni politici, che non c'è ragione di credere che siano per venir meno al mondo, il quale ha necessità di loro e li invoca coi suoi sforzi stessi e coi suoi travagli dolorosi.

 

 

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