Benedetto Croce - Luigi Einaudi

 

Liberismo e liberalismo

 

B. Croce - Principio, ideale, teoria. A proposito della teoria filosofica della libertà

 

Scritto nel 1939, il saggio fu raccolto in Il carattere della filosofia moderna (Bari, Laterza, 1941, pp. 104-24), da cui si riproduce. L'autore vi premetteva la seguente nota: "Questo prospetto dei principali o più attuali problemi relativi alla filosofia della libertà fu da me delineato nel dicembre 1939 a richiesta della direzione della Science of culture, che si pubblica in New York dalla casa Harcourt and Brace; ed è incluso in inglese come primo saggio nel primo volume della serie (Freedom), recando il titolo: The roots of liberty ("Le radici della libertà"). Lo raccolgo qui perché se anche vi si possa eventualmente notare la ripetizione, per necessità od opportunità didascalica, di qualche concetto che io abbia già avuto occasione di enunciare e svolgere altrove, altri punti vi si trovano da me non trattati prima d'ora, e, in ogni caso, questo prospetto o "veduta d'insieme" non dovrebbe riuscire né sgradito né inutile a coloro che meditano su tali argomenti ".
Al saggio crociano si legano alcuni passi dello scritto di Luigi Einaudi Ancora su " le premesse del ragionamento economico " (in " Rivista di storia economica ", marzo 1941), ristampato in questo volume.

 

 

Tutti vedono e tutti ammettono che il sentimento e l'idea della libertà sono stati, con la grande guerra e dopo la grande guerra, fortemente scossi e turbati nel mondo, e non solo gli ordinamenti liberali sono caduti in molti paesi dove si stimavano ben saldi, ma per ogni dove, e generalmente, gli animi si dimostrano disaffezionati, perplessi e tiepidi verso quell'ideale che non più riempie i cuori né regge e dirige le volontà.
Ma tutti dovrebbero anche avvedersi che la decadenza che si suole affermare dell'idea liberale, o la " crisi ", come altri dicono, in cui sarebbe entrata, ha il sembiante di una strana decadenza e di una strana crisi, nella quale non balena la luce di un ideale nuovo che superi e renda antiquato l'altro; non si delinea un nuovo assetto che succeda a quello abbattuto e sconvolto. Poiché l'ideale liberale è ideale morale di umanità e civiltà, il nuovo e vittorioso dovrebbe presentarsi come di nuova e più vigorosa e più profonda umanità e civiltà; e tale non può, in verità, considerarsi l'unico partito che praticamente si propone e che è della costrizione, la quale, in nome di qualsiasi idolo esercitata, razza, stato o dittatura del proletariato, non ha carattere morale, né ha virtù creatrici di vita civile e umana, ma soltanto capacità di dilatare eventualmente la vita materiale di taluni e di comprimere quella di altri. Può essa certamente gettare a terra con un urto corporale e ridurre al silenzio chi chieda la soluzione di un problema matematico; ma nessuno vorrà dire che col silenzio così ottenuto si sia data la soluzione a quel problema matematico: ci sarà soltanto un uomo a terra e un problema sempre in sospeso, che aspetta la parola di un matematico che lo risolva. Donde la sterilità che per la vita del pensiero, della scienza, dell'arte, del costume sociale, delle relazioni umane dimostrano i regimi fondati sull'esercizio della costrizione o, come per eufemismo si dice, dell'autorità, nei quali quel che di sano e di buono in quelle varie parti ancora esiste e si produce, proviene dalla persistenza e dalla sopravvivenza di spiriti liberali e di attitudini acquisite, che per altro man mano si assottigliano per la mancanza di rifornimento e di alimento e per il trapassare di coloro che le posseggono. D'altra parte, nessuna delle nuove formole d'ideali ha la capacità di sostenersi in un dibattito metodicamente condotto, e di giustificare se stessa con le ragioni della critica e reinterpretazione delle storie, e insomma col pacato e avveduto e cauto ragionare; ed è costretta perciò a ripetere le sue formole meccaniche, senza plasticità, senza dimostrazione di sorta, e ad animarle accompagnandole con minacce. In mezzo a tutto questo fragore di gridi e di armi, e nonostante il ludibrio e lo scherno che gli si scagliano contro, rimane sostanzialmente intangibile e intatto l'ideale della libertà, il quale potrebbe dissolversi e cedere il luogo solo per virtù di un altro più degno, che non è dato nemmeno concepire.
La conclusione a cui si è condotti dinanzi all'esperienza del presente non è dunque che la crisi sia di un ideale particolare (come potè essere quella della polis antica rispetto all'impero o dell'ordinamento feudale rispetto alla monarchia costituzionale e simili), ma che sia, invece, dell'idealità per se stessa, uno smarrimento e traviamento e corruttela di quell'entusiasmo morale che, come nobilita la vita dell'individuo, così rende alta quella dell'umanità e ne segna le grandi epoche. Perché e come questo sia accaduto, mostra la storia, e più particolarmente la storia che seguì al 1870, quando l'opera e la parola e lo spirito del Bismarck, e le teorie e l'azione del socialismo marxistico, cospirarono a discreditare l'ideale della libertà, e, pur serbando le istituzioni liberali e di esse giovandosi, la vita dei popoli prese andamento economico e materiale: storia che è stata già data altrove, lumeggiata sotto questo aspetto. Che se dovessi chiudere in breve il senso di questa storia, non ancora compiuta e che forse ora è pervenuta al suo punto più grave e pericoloso, direi che è nell'angoscia e nel travaglio della ricerca e della formazione di una nuova fede religiosa dell'umanità o dei popoli civili, esauste le antiche religioni e non abbastanza estesa e radicata la religione della libertà, la quale non solo non si è ancora tradotta in convincimento e giudizio popolare (come pur deve, se anche rivestendosi di qualche mito), ma non ha raggiunto tale elaborazione mentale da renderla, nelle classi colte, tetragona alle insidie e agli assalti.
Non c'è per questo da disanimarsi né da abbandonarsi al pessimismo, per definizione contraddittorio e inconcludente, né tristemente rassegnarsi all'avvento ineluttabile di una sequela di secoli di barbarie, conforme alle visioni e previsioni di qualche scrittore apocalittico dei giorni nostri, le quali hanno bensì, come ogni costruzione dell'immaginazione, la vuota possibilità, ma nessuna certezza. Non c'è da disanimarsi, in primo luogo perché il dovere dell'uomo è di lavorare e combattere, e poi perché la società umana ha attraversato altri tempi di stanco sentimento morale e di soverchiante vita materiale, e sempre ne è risorta per uno spontaneo riaccendersi dell'entusiasmo e dell'idealità, per una sempre rifiorente primavera spirituale, per la parola e l'esempio di geni religiosi e apostolici, ai quali, lento o rapido, si è congiunto poi il consenso delle genti.
Per intanto, a noi studiosi e pensatori spetta di mantenere e accrescere il preciso concetto della libertà e costruirne la teoria filosofica; ed è questo il contributo che si ha il diritto di richiedere a noi nel complesso lavoro della restaurazione e risorgimento dell'ideale e del costume liberale. C'è chi dubita e sorride della necessità e dell'importanza di questo concetto: l'albero della teoria (si ripete col poeta) è grigio e quello della vita è verde, concetti e ragionamenti non producono la passione e la forza della volontà, che solo operano praticamente. Ma questa divisione e reciproca indifferenza e inefficacia di pensiero e di azione non regge allo sguardo che penetra nel fondo. Nella viva e concreta realtà spirituale si ha la perfetta unità dei due termini, e nell'atto del pensiero tutt'insieme un atto di volontà, non nascendo da altro il pensiero che da uno stimolo morale, dal dolore, dall'angoscia e dalla necessità di togliere un impedimento al fluire della vita e non mettendo capo ad altro che a un nuovo atteggiamento del volere, a un nuovo contegno e comportamento, a un nuovo modo di agire nel campo pratico. Un pensatore, che non soffra il suo problema e non viva il suo pensiero, non è un pensatore ma un retore, ripetitore di formole che furono pensieri già pensati in passato o da altri. Che se assai di rado o non mai è accaduto che il pensatore sia stato insieme uomo di stato o capitano o capopartito o capopopolo, ciò appartiene alla tecnica specificazione delle attività umane, ciascuna delle quali, per altro, lavorando nella sua cerchia particolare, mira sempre al tutto. Nella sua cerchia, il lavoro della speculazione non resta chiuso, ma raccoglie l'energia necessaria per operare nel largo mondo; il che non solo si adempie con la comunicazione del processo logico di quel lavoro ad altri che lo accolgono e per vie abbreviate lo ripensano e lo fanno proprio, ma sopratutto per la conversione che accade in molti delle conclusioni ragionate in verità evidenti, in detti comuni, in proverbi, alleggerite del loro processo dimostrativo, mutate in articoli di fede, e fattesi guida sicura delle anime. Così si formano le classi intellettuali e dirigenti, senza le quali nessuna società umana ha mai potuto vivere, e il cui vigore è la misura del vigore di una società. E per quel che riguarda l'altra classe, sia pure grande o grandissima, che rimane estranea o quasi ai problemi della vita pubblica e morale non volgendo a essi né la mente né l'animo, e solo da a sentire la soddisfazione o l'insoddisfazione per i suoi particolari bisogni - le cosidette "masse", a cui un demagogico romanticismo attribuisce misteriose e magiche virtù e presta un correlativo culto, - certamente, poiché in quella scarso è il potere dei motivi ideali, non è da aspettare che le verità, ritrovate dai pensatori e rese possesso comune della cultura, agevolmente la compenetrino, ma bisogna adoprarsi, con l'educarla, a metterla in condizione, da una parte, di accrescere la classe dirigente di sempre fresche forze, di sempre nuovi cooperatori e componenti e, dall'altra, di venirsi via via con essa affiatando; e, fin quando e dove ciò non accada, e nella misura in cui non accade, trattarla col politico avvedimento che i casi consigliano, perché non mandi in rovina l'opera sociale, ossia la civiltà. Siffatta rovina e sconvolgimento sono accaduti più volte nel corso della storia, ma sempre, con maggiore o minore difficoltà, in più lungo o più breve tempo, gli argini abbattuti sono stati rialzati e il fiume ha ripreso il suo corso regolare.
Nella teoria filosofica della libertà sono da distinguere, affinchè la trattazione ne riesca compiuta e limpida, tre aspetti o tre gradi: il primo dei quali è della libertà in quanto forza creatrice della storia, suo vero e proprio soggetto, tanto che si può dire (in senso alquanto diverso da quello hegeliano) che la storia è storia della libertà. Invero, tutto ciò che l'uomo fa, è fatto liberamente, siano azioni o istituzioni politiche o concezioni religiose o teorie scientifiche o creazioni della poesia e dell'arte o invenzioni tecniche e modi di accrescimento della ricchezza e della potenza. L'illibertà, come già si è accennato, è sterile, e le sue illusorie opere hanno la qualità di quelle che nella poesia e nelle arti belle si dicono imitazioni e artificiose manipolazioni, le quali ricalcano, sia pure bizzarramente e sconciamente combinandole, le poesie e le pitture già esistenti, incapaci di produrre il veramente nuovo e originale, e perciò, prive come sono di realtà estetica, vengono dal critico e storico dell'arte escluse dal suo campo. Slmilmente non hanno realtà nella storia civile tutti quegli atti che si compiono sforzatamente e che se anche tendono a soddisfare bisogni di protezione, di sostentamento e di comodo dei singoli, appartengono alla vita fisiologica, e non alla vita morale e civile di cui mentiscono l'apparenza. I tempi che si considerano di oppressa libertà, conferiscono anche essi all'opera storica generale, sol perché e in quanto l'oppressione non può essere, e non è mai, assoluta oppressione e completo soffocamento e schiacciamento, che anzi la sua stessa violenza suscita varia reazione in senso opposto. Onde si vedono, da una parte, opere di libertà che gli oppressori stessi sono portati a favorire e a promuovere, senza che le desiderino tali e anzi contro il loro desiderio, per la necessità in cui si trovano di ottenere certi servigi e certi appoggi dei quali hanno bisogno per il loro qualsiasi ordinamento sociale e politico, non potendo far a meno di medici, d'ingegneri, di giuristi, di amministratori, di scienziati, di scrittori e poiché hanno sperimentato che per pressione meccanica non si formano, costretti a lasciarli più o meno liberi nella loro formazione e azione. E, dall'altra parte, si vedono gli sforzi e le opere degli oppositori ed oppressi, che, aperti, nascosti o taciti, non mancano mai e ravvivano alquanto l'aridità e mitigano la durezza del presente e pongono germi per un più o meno vicino avvenire. Se le cose umane non andassero così, quelle età sarebbero affatto infeconde, sarebbero di morte e non di vita o, in ogni caso, di nessuna vita umana, intervalli vacui nel corso storico; il che ripugna al pensiero ed è smentito dal poco o molto che le età per varie ragioni considerate di oppressione hanno pure prodotto, e più ancora dal lieto rigoglio che, come dopo ogni oppressione, si vede espandersi nelle età seguenti e che, preparato dalle condizioni precedenti, doveva già esistere in esse in certa guisa. Lo storico guarda e giudica in modo diverso dagli uomini appassionati e lottanti, così da quelli che si danno a credere di avere abbattuto la libertà come dai loro avversari che la piangono morta e vogliono risuscitarla a nuova vita; e sa come la lotta non si combatte mai per la morte o per la vita della libertà (la quale è poi l'umanità che lotta con se stessa), ma per un meno e per un più, per un ritmo più lento e più rapido, e che le opposte credenze sono fantasmi e illusioni, simboli della parte che gli uni e gli altri esercitano e rappresentano.
Il secondo aspetto o il secondo grado è della libertà non come forza motrice e creatrice della storia, ma come ideale pratico che intende a creare nella società umana la maggiore libertà, e perciò ad abbattere tirannie e oppressioni e a porre costumi, istituti e leggi che valgano a garantirla. Se si va al fondo di questo ideale, si ritrova che esso non è in niente diverso né distinguibile dalla coscienza e azione morale, e che alla coscienza e volontà di libertà mettono capo, e in essa si risolvono, tutte le virtù morali e tutte le definizioni che sono state date dell'etica, le quali variamente ne ripongono il fine nel rispetto della persona altrui, nel bene dell'universale, nell'accrescimento della vita spirituale, nel procurare che il mondo si faccia sempre migliore, e via discorrendo, cioè, in ultima analisi, nel volere che contro avversioni e impedimenti trionfi la libertà e spieghi la sua forza creatrice di vita. Se veniamo in soccorso a un infermo, se calmiamo o leniamo i suoi dolori, è per riacquistare alla società una fonte di operosità ossia di libertà; se educhiamo un fanciullo, è per farne un essere che sappia con-dursi da sé, autonomo e libero; se difendiamo il giusto contro l'ingiusto, il vero contro il falso, si è perché l'ingiusto e il falso sono servitù alle passioni e all'inerzia mentale, e il vero e il giusto sono atti di libertà. E di qui si vede quanto sia fuori luogo lo spavento e la paura di cui taluni sono presi quando si parla di libertà piena e illimitata da riconoscere e favorire nell'uomo, i quali subito ricorrono col pensiero agli abusi che se ne possono fare da malvagi, da delittuosi, da folli, da fanciulli; quasi che contro costoro o per provvedere a costoro non stiano giudizi e condanne morali da parte della società, sanzioni penali da parte dello stato, manicomi e altri luoghi di cura e di correzione, scuole e istituti di educazione, e via dicendo, e il discorso circa la necessità della libertà non si riferisca, come si riferisce, unicamente al modo di spianare la strada all'attività di chi non è malvagio né delittuoso né matto né immaturo e inesperto, ossia di coloro che hanno un'attività da spiegare e non già degli altri che soggiacciono alla varia passività dello sfrenamento bestiale, della follia, della puerilità, dell'ignoranza o altra che sia. Ben chiaro dovrebbe essere che solo in riferimento ai primi si afferma che tutti gli ostacoli frapposti al libero fare sono dannosi alla società umana. E poiché l'ideale liberale si è visto coincidere con la coscienza umana, esso in una forma o in altra, in misura maggiore o minore, si ritrova in tutte le età; e non si può trattarlo come un fatto storico, nato in un certo tempo, vissuto per un certo tempo e, al pari di tutti i fatti storici, destinato a trapassare e morire. Vero è, d'altra parte, che si suoi dire essere l'ideale liberale formazione affatto moderna e i suoi inizi rintracciarsi nel secolo decimo-settimo e la piena fioritura nella prima metà del secolo decimo-nono. Senonché, a parlare propriamente, in questo tempo non nacque già il sentimento e l'ideale di libertà, ma si acquistò coscienza del suo carattere essenziale, del suo valore di supremo principio, come non era agevole per l'innanzi a cagione del dominio che negli animi esercitavano le concezioni del trascendente e le unite leggi e i divieti posti dall'alto, i quali da ogni parte stringevano e legavano e impacciavano l'uomo, e si facevano valere con le persecuzioni e i supplizi dei diversamente pensanti (degli evangelici per opera dei cattolici e dei cattolici per opera degli evangelici, e via discorrendo). Ma, al declino delle guerre di religione, venne l'ora del sentimento di tolleranza e cominciò a scorgersi quanto importasse non sopprimere le idee dei dissidenti ma lasciarle dibattere con le idee opposte; e questa libertà a poco a poco si tirò dietro le altre, e, infine, apparve scoperto nella sua interezza il principio che tutte le reggeva. Era questo l'affermazione di un più alto e complesso ideale, che irrompeva attraverso le credenze del trascendente e le sorpassava e illuminava e riscaldava e formava l'anima dell'uomo moderno, diversa dall'anima medievale, diversa dall'antica: un puro movimento di liberazione e di elevazione morale, del quale non s'intende nulla sempre che si creda di averlo spiegato, come usano i materialisti storici e i molti loro imitatori, con la contemporanea formazione del capitalismo, dell'indùstria, della libera concorrenza nei commerci e di una classe sociale detta la borghesia, cioè come un fatto economico; e neppure, a dir vero, soccorre all'uopo la derivazione puramente psicologica, che ne è stata tentata, dall'idea calvinistica della vocazione e missione, e simili. Questa coscienza e volontà della libertà in quanto bene supremo e fondamentale, così potente nelle generazioni del 1830, del 1848 e del 1860, e che sembrava un acquisto in perpetuo dello spirito umano e della civiltà, è quella che, come si è detto, si mostra fiaccata e mortificata, dove più dove meno, dappertutto nel mondo odierno.
Il terzo aspetto o grado qui considerato della libertà è l'elaborazione della sua forza e del suo ideale a concetto filosofico in una generale concezione della realtà che lo definisca e giustifichi; il che importa l'intima unione della sua teoria con la storia della filosofia, alle cui vicende è andata e va soggetta. Nel lungo dominio della filosofia metafisica e trascendente, il concetto della libertà come legge della vita e della storia non trovò il posto che gli spettava e durò difficoltà ad aprirsi il varco; e anche quando la coscienza della libertà si fece vivissima, fu tale piuttosto nel sentimento e nell'azione che non nel pensiero.
Che cosa era necessario perché quell'ideale trovasse rispondenza e sostegno in una filosofia? Che la negazione del trascendente, che esso faceva praticamente, fosse fatta logicamente e la filosofia concepita come un assoluto immanentismo: un immanentismo dello spirito, e perciò non naturalismo e materialismo, e neppure dualismo di spirito e natura, ma spiritualismo assoluto; e, poiché lo spirito è dialettica di distinzioni e opposizioni e perpetuo crescere su se stesso e perpetuo progresso, uno spiritualismo che sia storicismo assoluto. Ala consimile concezione filosofica stava ben lontana dalle menti nel paese nel quale l'ideale di libertà ebbe la prima e più nobile affermazione e dove fu tradotto in istituti e costumi e donde ne venne l'esempio più efficace agli altri popoli, l'Inghilterra; perché la filosofia vi era allora, e vi rimase ancora per circa due secoli, empirismo sensistico e utilitario, con congiunto agnosticismo e possibilismo religioso; cosicché il figlio primogenito del liberalismo fu per lungo tempo il meno adatto a dimostrare filosoficamente il suo proprio ideale e il suo proprio fare. Intenderà la giustezza di questa osservazione chi riapra, per esempio, il famoso trattato dello Stuart Mili sulla libertà, nel quale gli sarà dato osservare la sincera fede liberale dell'autore meschinamente e bassamente ragionata mercé dei concetti di benessere e di felicità e di prudenza e di opportunità, e dell'imperfezione umana che consiglia, finché questa duri, a lasciar libero campo alle tendenze più diverse, alle opinioni contrastanti, ai caratteri individuali, sempre che la cosa non sia di danno a terzi, e così via. A questi poveri e fallaci teorizzamenti si deve l'origine dell'erronea credenza che liberalismo sia individualismo utilitario (o, come lo si definisce, riecheggiando Hegel, "atomismo"), e che abbassi lo Stato a strumento dell'edonismo dei singoli; laddove è da dire, se mai, individualismo morale, che tratta lo Stato come mezzo o strumento di più alta vita, e, in quanto così lo pone, vuole che il cittadino gli sia devoto e lo serva e per esso all'occor-renza sacrifichi la propria vita. Il concetto stesso di individuo non è, in quel modo di teorizzare, elaborato criticamente, continuandosi a sostanzializzarlo quale monade o a naturalizzarlo quale persona fisica da rispettare e da garantire in quanto tale, invece di risolverlo nell'individualità del fare o dell'atto, ossia nella concretezza dell'universalità. Inoltre, la poca severità dell'idea morale, e la superficialità dei correnti concetti storici, indussero a cullarsi nelle credenze di un roseo progressismo, quasi che si fosse trovata una volta per sempre - con le elezioni, i parlamenti e la libera stampa - la via regia, le chemin de velours, per andare sempre innanzi accumulando comodi, ricchezze e potenza, accrescendo cultura e affinamento e splendore di civiltà, senza più duri e crudeli conflitti e devastazioni, senza guerre né rivoluzioni, senza rischio di ridiscese a forme inferiori di politica e di convivenza sociale, con solo lievi burrasche, tutte pacificamente da calmare e risolvere mercé di dibattiti e accordi. Senonché l'idea morale richiede incessante sforzo e vigilanza, un continuo riacquistare con proprio lavoro e dolore ciò che si è ereditato dai padri; e il corso storico o " l'educazione del genere umano ", come lo chiamava il Lessing, procede per vie scabrose e per dirupi, tra sbalzi e cadute e ferite e morti; e come non mette capo a uno stato finale d'immobile felicità, così neppure può scoprire e praticare a proprio uso una via di progresso piana, sicura e priva di accidenti. Tutto il peggio del peggior passato può sempre tornare, sebbene torni in condizioni sempre nuove e perciò, vinto e superato che sia, porti a un nuovo e maggior elevamento: l'epopea della storia è più vicina alla tragedia che non all'idillio. Il non aver ben meditato questa verità, e Tessersi lasciati andare a quel fatuo e pericoloso ottimismo, è la principale cagione del presente pessimismo e della presente sfiducia, che innanzi alle difficoltà sopraggiunte, - le quali bisognava aspettarsi perché intrinseche alla vita così degli individui come della storia tutta e rispondenti al suo ritmo eterno, - invece di disfarsi delle proprie illusioni e correggere la propria leggerezza, non trova altro miglior partito che di disfarsi dell'ideale stesso rinnegandolo e rimanere senza ideale, in una sorta di stupefazione, che rende l'uomo preda delle forze che gli turbinano intorno. Per un altro verso, in Germania, dove il pensiero filosofia) aveva di gran lunga distanziato sensismo, edonismo, utilitarismo, empirismo e associazionismo, gli elementi metafisici e teologici che persistevano in mezzo alle nuove e originali idee dei suoi grandiosi sistemi filosofici, sottomettevano l'ideale della libertà a schemi storici prefissi; e, nella sfera politica, la scarsa e dubbia tradizione di libertà nella vita germanica, la poca vivezza nel sentimento di essa e la disposizione alla sudditanza la lasciavano schiacciare sotto l'idea dello Stato, una sorta di astrazione personificata con attributi e atteggiamenti da nume giudaico. Più felice congiunzione di storicismo e libertà risplendé nella Francia della Restaurazione e della Monarchia di luglio; ma colà mancarono, in quel tempo, menti filosofiche poderose, che stringessero i molteplici fili in un saldo nodo speculativo. Né l'innalzamento dell'idea della libertà a principio speculativo ebbe forma dottrinale in Italia, dove il più cospicuo ed autorevole dei suoi partiti, nel periodo del Risorgimento, alleò il cattolicismo col liberalismo, e gli altri partiti di libertà rimanevano legati al razionalismo settecentesco ed astratto, mentre la sua nuova filosofia o serbava presupposti e tendenze cattoliche o accettava i concetti dell'idealismo tedesco e della sua statolatria. Peggio fu negli stessi paesi di tradizione liberale, quando, venuti in auge nella seconda metà del secolo decimonono l'evoluzionismo e il darwinismo, si prese a giustificare l'ideale liberale coi concetti della bruta animalità e della lotta per l'esistenza e della sopravvivenza del più adatto: sicché la dialettica, e la tesi e l'antitesi e la sintesi, e le reci-proche vittorie e sconfitte, e le progredienti soluzioni che il liberalismo considerava come intrinseche al suo concetto spirituale della vita, cessero il campo al quadro feroce di belve di diversa specie che si azzannano l'una l'altra, le une divorando e distruggendo le altre.
L'inadeguatezza e l'improprietà di una teoria rispetto alla cosa teorizzata non toglie che la cosa prosperi piena e vigorosa, se vigoroso è l'impulso della sua propria forza vitale. Poesie e pitture e sculture bellissime si vedono nascere da quegli stessi che espongono dottrine dell'arte arbitrarie o convenzionali o viete; azioni moralmente ammirevoli sono compiute con molta semplicità da uomini che professano un crudo materialismo o utilitarismo. C'è incoerenza e contrasto, senza dubbio, in questo accogliere nell'animo pensieri discordanti e atti discordanti; ma ciò accade, ed è necessario che accada, se attraverso le incoerenze si forma la coerenza, attraverso i contrasti l'armonia. E non è dunque maraviglia che l'impetuoso e ferace svolgimento liberale inglese ed europeo del secolo decimonono, che abbattè gli assolutismi e affrancò i popoli dai domini stranieri e li unificò in grandi stati e creò un'agile vita di scambi non solo economici ma intellettuali, morali ed estetici tra le nazioni, se ne stesse o si acconciasse, per quel che riguarda la teoria della libertà, alle condizioni che si sono descritte. Un Cavour era così profondamente, così religiosamente animato e guidato dall'idea della libertà che quasi pare che in lui la parola e l'opera siano una vivente teoria, e che altro non occorra. Ma la cosa non va allo stesso modo quando la coscienza pratica vacilla, si vela, si confonde, e l'azione o s'infiacchisce o si trae indietro, rinunziando, o rinnega il suo ideale e si abbandona alla corrente che prima avversava; e, intanto, falsi concetti, falsi giudizi, false storie si levano come a recitare un poco onorevole necrologio sulla creduta morta e a dettare per la sua tomba un'epigrafe di condanna. Allora sorge l'esigenza di una teoria veramente adeguata che, aspettando la piena ripresa dell'illanguidita attività pratica, per intanto le dia principio nel proprio campo e, dissipato il nero groviglio delle nuvole addensate, riconduca nel ciclo mentale la chiarezza. Allora, se la libertà manca o è insufficiente negli altri, deve nel pensatore ricominciare a tessere la sua tela.
Con questa rimeditazione del problema della libertà, e con questa ricostruzione o costruzione delle fondamenta della sua teoria, sarà dato anche correggere errati concetti che più direttamente interferiscono nella vita dei nostri tempi. L'uno dei quali è il rapporto, non ancora abbastanza schiarito, tra liberalismo (morale) e liberismo (economico), che non è già di principio a conseguenza ma di forma a materia, perché a materia trapassa la vita economica di fronte alla coscienza morale, e materia sono i vari sistemi che essa propone, - liberismo, protezionismo, monopolismo, economia regolata e razionalizzata, autarchia economica, - nessuno dei quali può vantare verso gli altri carattere morale avendo tutti carattere economico e non morale, e potendo ciascuno a sua volta, secondo le varie situazioni storiche, essere adottato o essere rigettato dalla volontà morale. Mirabile moltiplicatrice di ricchezza è certamente con la divisione del lavoro la libertà delle industrie e dei commerci; e con tutto ciò questa pratica viene abbandonata quando, come nei casi di guerra (e guerre non sono solo quelle di stato con stato) c'è una migliore o diversa ricchezza da salvare: il che basta a mostrare che non si tratta di regola assoluta. Si dica lo stesso dell'ordinamento della proprietà capitalistico o comunistico o altro che sia, anch'esso di necessità vario e non mai fis-sabile secondo un disegno di generale e definitivo comodo e benessere, che non solo è utopistico ma intrinsecamente non ha che vedere con la morale, la quale non può mirare e non mira all'impossibile benessere individuale né generale, ma all'excelsius. Né bisogna, passando all'altra qui indebita categoria di causa ed effetto, porre, come da taluni teorici è stato fatto, il precedente, la base o fondamento della libertà morale e civile fuori di lei stessa, nella costituzione economica liberistica, laddove anche quando quella costituzione ha luogo come più delle altre proficua, proprio la libertà morale e civile, che l'approva e la presceglie, è il suo fondamento e la sua giustificazione.
Un altro erroneo concetto proviene dal campo opposto, cioè non dei liberisti ma dei comunisti, ed è la distinzione tra libertà giuridica o " formale " e libertà di fatto o " reale ", la prima delle quali soltanto sarebbe stata largita ai popoli per effetto della rivoluzione dell'Ottantanove, e, con ciò, resa delusoria e vana perché separata dalla seconda e, peggio ancora, adoprata insidiosamente per sviare le richieste e le rivendicazioni della seconda. Or quella che si suoi definire libertà giuridica e formale è, se ben si consideri, nient'altro che la libertà pura e semplice, vera e propria, nella sua schiettezza di principio morale, l'unica libertà; e l'altra non è già libertà ma ordinamento economico, e più particolarmente il vagheggiato ordinamento economico comunistico di eguaglianza. L'avere sussunto le due, con orrenda confusione, sotto lo stesso concetto è prova dell'ottusità che il materialismo storico ha da sua parte concorso a produrre per ciò che si attiene alla vita spirituale e morale. E non si vuole contestare che l'ideale comunistico, in quanto meramente economico, sia tra i possibili o i plausibili, adatto a certe condizioni e in relazione ad esse più o meno duraturo; ma, per la ragione detta di sopra, bisogna respingere l'asserzione che fa a sua volta di quest'ordinamento, diverso dal liberistico e denominato impropriamente di " eguaglianza " e di " giustizia ", il fondamento della libertà, se la libertà non sta in alcuna dipendenza da uno o altro ordinamento economico, ma tutti li revoca in questione e tutti di volta in volta accoglie o respinge secondo che giovino o nocciano al suo fine dell'accrescimento della vita spirituale. Che se s'insiste nel porre il rapporto dei due al contrario del vero, non resta se non fondare l'ordinamento economico col prescindere dalla libertà e dal consenso e ricorrere alla violenza; e di conseguenza, per il noto principio che gli stati si reggono con le stesse forze che li crearono, continuare a mantenerlo con la violenza e a opprimere la libertà, attuando quel che chiamano giustizia col negare all'uomo la prima ed elementare giustizia che è il rispetto alla sua personalità morale. Ciò che qui si dice non ha bisogno di una conferma cercata nei fatti (la quale pur si ha indubbia ed evidente in certe cosiddette dittature del proletariato dei giorni nostri che non possono attingere la libertà, se anche la fingano in carte costituzionali, né possono sbarazzarsi del loro carattere dittatorio, cioè di sé medesime), perché, a confermare la verità del detto, basta la razionalità della logica. Il vero rapporto è, dunque, come nel caso precedente, l'inverso: prima e fondamentale la libertà, la quale, senz'alcun preconcetto, discerne, ammette e sancisce l'uno o l'altro ordinamento che si dimostri moralmente più salutare e, con ciò stesso, economicamente più proficuo nelle particolari condizioni storicamente date. La diade delle "dèe superstiti, Giustizia e Libertà", di cui cantava il nostro Carducci, si può ben dire risolvere nell'unicità della Dea, che in quanto è libertà, ossia coscienza morale, è regolatrice di giustizia.
Né sarà da lasciare senza menzione un terzo concetto, che proviene non più dai contrasti dei sistemi economici ma dal campo propriamente politico, della pratica politica, la quale, formulandosi nel motto del " non-intervento ", suoi ricingersi con ciò di un tal quale alone liberale, rispettosa, come si dichiara, della libertà dei singoli popoli che debbono dibattere e risolvere da sé, magari in guerra civile, i loro interni dissidi. Sotto quel motto e questa ideologia c'è senza dubbio, una cosa ben seria, che è il dovere prossimo dei governi di tutelare la vita e la prosperità del singolo stato a ciascuno di loro affidato, e trattare le cose degli altri stati unicamente secondo le speranze e le minacce, i vantaggi o i danni che possono arrecargli. Il ricordo delle crociate, così idealistiche nelle illusioni e così diverse nei fatti, e quello di certe crociate cattoliche dissennatamente tentate dalla Spagna degli Asburgo, e l'altro delle guerre di religione, che devastarono e bagnarono di sangue le terre d'Europa e si conclusero non con la vittoria dell'una o dell'altra chiesa ma con un ritorno al cuius regio, eius religio, seguito da un'ondata generale di razionalismo e d'illuminismo e dallo interno scadimento così del cattolicismo come dell'evangelismo, e altri casi simili, portano con loro una certamente non irragionevole ritrosia per la politica ideologica o per l'esercizio della cosiddetta morale internazionale. Ma, se questo è vero, importa tuttavia fermare ben chiaro che il non-intervento ha carattere di espediente e di necessità politica, e non già di metodo liberale, perché gli stati in quanto tali non sono in grado di promuovere la libertà di altri stati se non quando questa torni a loro utile, e sia perciò, rispetto ad essi, non un fatto morale ma accrescimento o mantenimento della propria potenza. È senza dubbio da augurare che sempre più i reggitori dei vari stati sentano come loro interesse politico la maggiore estensione della libertà nei popoli e ne favoriscano la nascita, e avvertano il pericolo delle diverse formazioni statali per la vita del mondo, dalla quale non è lecito astrarre. Proximus ardet Ucalegon; e la fiamma si appicca ai vicini e si dilata. Pur tuttavia essi non possono mai uscir fuori dei loro propri limiti, né assumere direttamente la parte di creatori di libertà, che è soltanto degli spiriti religiosi, simili a quelli che riempirono e mossero la storia italiana del Risorgimento, e seppero piegare al loro fine anche la politica dei gabinetti e convertire le proprie richieste in necessità e utilità politiche.
Infine, poiché abbiamo discorso di teoria della libertà, è da soggiungere che una teoria di questa sorta non si deve cercare nelle costruzioni e sistemazioni giuridiche degli istituti e delle garanzie di libertà, la cui utilità e importanza non si nega ma consiste nel contenuto storico delle concrete e gravi esigenze politiche che ivi si dibattono, si esprimono e si affermano, e non già nella definizione del concetto di libertà, che è assunto filosofia) e non giuridico. L'assenso morale che si da a particolari istituzioni non si riferisce alla loro astratta forma, che il giurista propriamente considera, ma alla loro efficacia pratica in dati tempi e luoghi e circostanze e situazioni, e perciò, per duraturo che sia, è sempre condizionato e transeunte: tanto che congegni di libertà che paiono perfetti giuridicamente possono essere effettivamente strumenti d'illibertà, e all'inverso. Anche il Montesquieu, che assai si travagliò in questi problemi, e formulò la famosa teoria dei tre poteri, esecutivo, legislativo e giudicante, che si fanno ostacolo a vicenda e, costretti a muoversi col movimento delle cose, sono costretti a procedere d'accordo, non era in grado di sostenere che con questo meccanismo istituzionale si generasse e mantenesse libertà e si impedisse servitù, perché, se manca l'animo libero, nessuna istituzione serve, e se quell'animo c'è, le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere buon servigio. Le concrete istituzioni liberali le crea di volta in volta il genio politico ispirato dalla libertà o (che è lo stesso) il genio liberale fornito di prudenza politica. E tener vivo questo genio in un popolo è il supremo dovere, sebbene non si possa aspettare che ciò accada consapevolmente nei più, richiedendo esso profondità di sentimento e forza sintetica del pensiero che è delle schiere elette, delle legioni devote all'ideale.
Tutto dunque, per questa parte, torna sempre alla disposizione degli animi, al fervore e all'amore; e perciò non può non formare oggetto di sollecitudini e di gravi pensieri lo scarso o nessun posto che l'idea della libertà e l'affetto per le sue sorti tiene nella odierna letteratura filosofica e in ogni altra letteratura che sia di romanzi, di drammi o di storia: all'opposto di quel che accadeva nella prima metà dell'ottocento, e dovrebbe riaccadere oggi in cui quanto allora si acquistò è gravemente offeso ed è a rischio di andar perduto. Filosofia e letteratura, incommosse dai travagli di quanti amano e temono per un bene così sacro, attendono ad altro e remoto, o riempiendosi di cupe brame e di torbido sentire concorrono all'effetto di abbrutire e istupidire il mondo. Ciò considerando, io, per quel che so e posso, ho procurato da un ventennio in qua di ripigliare con trattazioni filosofiche e storiche il tema della libertà; nel corso dei quali lavori mi è avvenuto di accertare le condizioni assai imperfette della relativa dottrina, che si è lasciata sorprendere, nel giorno della prova, rivestita di troppo leggiera corazza e facile bersaglio ai colpi degli avversari. Ma, segnando come ora ho fatto alcune linee della dottrina che mi sembrano fondamentali, non posso chiudere queste pagine senza dire che l'argomento ha così molteplici aspetti e s'intreccia a tanti e tanto gravi problemi della vita e della storia da richiedere la forza e la solerzia di molti studiosi, i quali è da augurare che non mancheranno a questo alto dovere.

 

 

torna all'indice del libro