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Chi vuole
dunque la libertà? La libertà pratica, quella che si desidera nei rapporti
con i propri simili, con gli inferiori ed i superiori, con i governati ed i
governanti; la libertà di muoversi, di parlare, di credere, di scrivere, di
scegliere i propri modi di vita, di avere e di cercar di soddisfare i propri
gusti senza chiedere il permesso altrui, di lavorare secondo la propria
inclinazione e nel luogo di propria scelta? Né il monopolismo privato né
il monopolismo pubblico soddisfano all'esigenza della libertà: non il primo
perché rende gli uomini schiavi dell'unico o dei pochi proprietari degli
strumenti di produzione; non il secondo perché instaura un rapporto di
conformismo e di ubbidienza di coloro che sono collocati in basso verso
coloro che stanno in alto nella gerarchia politica. L'uomo comune non è
libero nell'uno né nell'altro tipo di struttura sociale, perché dipende
per il pane, suo e della famiglia, da coloro i quali posseggono, se
monopolisti privati, o regolano, se monopolisti pubblici, i mezzi di
produzione, epperciò distribuiscono i mezzi di vita.
Quale è dunque il tipo di struttura economica che soddisfa meglio
all'esigenza della libertà? Troppa gente, a questo punto, comincia a
balbettare, affermando di essere pronta ad accogliere le più coraggiose
affermazioni delle idee nuove, di rendersi conto di quel che di buono c'è
nel socialismo, nel collettivismo, nel comunismo; e conclude: siamo tutti
socialisti - si tratta di misura e di gradualità - arriveremo anche noi
alla stessa meta - si tratta di arrivarci con garbo e con le buone maniere.
Fa d'uopo affermare che, così pensando ed operando, non ci si mette su una
strada la quale possa condurre ad una meta qualsiasi. Combinando insieme
ideali eterogenei e repugnanti, si arriva male, tardi e con gran costo alla
meta finale comunistica, funesta a quella libertà che noi abbiamo
sopratutto in onore. La terza via non si scopre con la confusione e cercando
di conciliare il diavolo con l'acqua santa, il meccanismo esistente
nell'Occidente con l'opposto regime orientale. L'unico risultato è quello
di fracassare il meccanismo esistente senza mettere nulla al suo posto. La
pianificazione o è collettivistica o non esiste; essa non può essere
parziale e, per agire, deve essere totale.
Contro la confusione mentale noi dobbiamo innanzi tutto proclamare alto che
sinora l'umanità non ha inventato nessun sistema economico produttivo di
più copiosa ricchezza e meglio distribuita, nessun sistema atto a far
vivere più largamente le grandi moltitudini umane di quello nel quale vive
il mondo occidentale, il mondo di noi europei occidentali, degli americani e
dei Paesi politicamente indipendenti ed abitati e governati da discendenti
di europei. ..;. .v.j-1 i;*?o!>>oooooo.,!o.o, ooo o '-, n
Uno scrittore americano ha dato ad un suo libro il titolo: Capitalism thè
creator; il capitalismo creatore. Il titolo non è appropriato perché il
capitalismo, come tutte le altre personificazioni in ismo, essendo esso
stesso una creazione dello spirito umano, è esso stesso derivato da
qualcosa d'altro e non può trasmettere altrui se non ciò che l'uomo gli
da. Ma il titolo serve a chiarire che oggi, come ieri, chi crea ricchezza,
chi crea benessere, chi distribuisce equamente o ingiustamente i beni della
terra è l'uomo; ed è l'uomo nella infinita varietà della sua natura,
delle sue virtù e dei suoi difetti, dei suoi desideri e dello sforzo posto
nel soddisfarli. Assoggettiamo l'uomo ad una regola uniforme, sia questa
imposta da un'oligarchia di monopolisti privati, sia da un ceto di tecnici
sapienti posti al vertice della macchina collettiva (monopolismo
comunistico); e voi avrete, in ambi i casi, la tirannia economica, la
distruzione del ribelle, l'uniformità nell'ubbidienza, la graduale
scomparsa dello spirito creatore.
Viviamo invece nella nostra società contemporanea, difettosa sinché si
voglia, ma varia, ma snodata, composta di milioni di imprese indipendenti
l'una dall'altra, concorrenti tra di loro od a volta a volta indotte a
collegarsi ed a riunirsi e poi, di nuovo, a frantumarsi ed a rivaleggiare,
ed avremo creato l'humus fecondo per la creazione, per il progresso, per
l'emulazione, per l'ascesa spontanea dei più operosi, dei più meritevoli e
per la discesa dei neghittosi e degli incapaci. Le società dei monopolisti
privati e dei monopolisti collettivi sono parimenti società nelle quali si
sale non per virtù propria, non per il consenso spontaneo altrui; ma in
virtù delle arti, moralmente degradanti ed economicamente distruttive, del
favore cercato dall'inferiore presso il superiore.
Se le amministrazioni pubbliche si salvano dal prevalere degli intriganti e
dei piaggiatori, ciò accade perché esse sono solo una parte della società
intera; e perché spontaneamente ad esse accorrono coloro che hanno l'animo
del soldato e sentono, come un sacerdozio, l'ufficio del giudice o
dell'insegnante o dell'amministratore. Ed altri invece, che ha l'animo volto
alle cose economiche, fa il commerciante, l'agricoltore, l'industriale,
l'artigiano e lucra o perde a seconda della sua capacità di organizzare
bene o male la sua impresa. E v'ha chi non vuoi correre rischi, né di
comandi civili o militari, né di imprese economiche più o meno fortunate,
e si mette al soldo altrui. Egli preferisce od è costretto a preferire,
perché non ha tempo o mezzi da aspettare, l'occupazione a salario altrui.
L'agricoltore, il quale diventi insofferente di sopportare sul podere, suo o
tolto in fitto od a mezzadria, le vicende delle stagioni, delle grandinate,
delle pioggie e della siccità, si reca in città, dove sul salario non
piove o non grandina, e dove si corre invece il rischio della
disoccupazione. La caratteristica dei Paesi occidentali non è, come si
favoleggia negli imparaticci di una storia economica deteriore, quella
entità mitica astratta detta capitalismo; ma sono invece quelle cose vive
che si chiamano economia di mercato o ad impresa libera; dove gli uomini
creano e contrattano fra di loro e non ubbidiscono né al monopolista
privato, che essi, ove non ne siano impediti a forza dalla legge, ogni
giorno combattono e distruggono; né all'unico datore pubblico di lavoro. Il
ribelle non è, come nelle società monopolistiche e co-munistiche, ridotto
a paria; non è reietto, messo al bando, come nel medioevo, dall'acqua e dal
fuoco. Egli crea ogni giorno, a migliaia, imprese concorrenti a quella che
minaccia la libertà altrui con la sua forza prepotente; e tentando ogni
giorno, in quella che scioccamente si chiama anarchia economica ed è invece
continua perpetua creazione di nuove giovani imprese, rivali di quelle già
stabilite, offre ai suoi simili il mezzo di salvarsi dalla tirannia. Coloro
i quali nella concorrenza non riescono a durare, sono bensì colpiti dalla
sanzione del fallimento, lievissima sanzione in confronto della morte
economica, la quale si abbatte sui ribelli nelle società monopolistiche
private o sui cosiddetti sabotatori nelle società collettivistiche.
In una società economica, come quella italiana, nella quale, a fare un solo
esempio, vi sono oggi 22.930.909 proprietari di terreni e vi sono 9.988.123
proprietà rurali, e queste vanno dalle minutissime alle grandissime, nel
grande numero vi è la garanzia contro la dominazione dei pochi monopolisti
privati o dell'unico dittatore pubblico. Nelle società nostre, dove, se si
fa astrazione dai vincoli e dalle bardature ereditate dalla guerra e dalla
dittatura, i ceti professionali non dipendono dallo Stato, ma dal favore
della clientela; dove gli agricoltori sono ancora re in casa propria e
portano i propri prodotti al mercato e non sono costretti - e giova sperare
che gli ultimi residui degli ammassi forzosi scompaiano - a consegnarli a
prezzi fissati ad un padrone anonimo detto Stato, dove esistono ed
esisteranno sempre, ove non siano aboliti per legge, artigiani e
commercianti ed industriali piccoli e medi, non è possibile, ove gli uomini
ciecamente e supinamente non vi si sottomettano, la tirannia. Non siamo un
Paese dove tutti siano dipendenti da qualcuno posto in alto e dove si sia,
per paura della fame, costretti a dir di sì a chi abbia conquistato il
potere. Vivono nelle nostre società milioni di uomini appartenenti a ceti
indipendenti dal monopolista privato o dal leviatano statale. Questi ceti
indipendenti sono ancora, per fortuna, la grandissima maggioranza del popolo
italiano, come degli altri popoli di civiltà occidentale; ed in questi ceti
indipendenti sta il presidio ultimo della libertà civile e politica.
Noi dobbiamo conservare questa nostra preziosa struttura economica, frutto
di esperienza secolare e causa e garanzia di avanzamento tecnico ed
economico e di innalzamento mai più visto delle condizioni materiali e
morali delle moltitudini. Le due grandi guerre mondiali hanno fatto compiere
alla nostra struttura economica un lamentevole regresso verso il monopolismo
privato (protezioni doganali, contingenti, restrizioni, divieti fecondi di
camorre e di privilegi) e verso il collettivismo statale. La gente
frettolosa ha scambiato il regresso per il sole dell'avvenire ed annuncia la
morte dell'economia libera, senza sapere che così prognostica e prepara
anche la morte della libertà politica.
Agli uomini che vogliono mantenersi liberi fa d'uopo dire che essi debbono
fermarsi sulla via del suicidio. La struttura economica attuale deve essere
perfezionata ma non distrutta. Dobbiamo andare verso l'alto, verso una
libertà maggiore, non scendere in basso verso la schiavitù. Si afferma con
ciò che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili; e che non c'è nulla
da fare per migliorare la struttura sociale presente? Certamente no; ma
altrettanto sicuramente bisogna aggiungere che perfezionare non vuoi dire
distruggere. È necessario abbattere tutto ciò che ostacola l'aumento della
ricchezza e del reddito sociale totale; ed è necessario distribuire meglio,
togliendo le punte estreme all'ingiù ed all'insù, la ricchezza esistente.
Ma è necessario aver ben chiaro in mente che a ciò non si giunge togliendo
forza a quella che è la virtù creatrice della ricchezza materiale come dei
beni spirituali: la libertà.
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