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MARTIN LUTHER KING

(1929 - 1968)

UNA MARCIA PER RICORDARE UN SOGNO LONTANO

WASHINGTON 23 AGO - Quaranta anni dopo l'America si e' fermata per ricordare un sogno. E per riflettere su un sogno.
Migliaia di persone hanno marciato oggi su Washington per essere presenti nel punto dove il 28 agosto 1963 Martin Luther King pronuncio' il suo storico discorso 'I have a dream'.
Migliaia di persone, forse diecimila,
secondo gli organizzatori della marcia del 2003. Vecchi e giovani, veterani delle battaglie per i diritti civili e nuove generazioni, ma sempre pochi rispetto ai 250 mila venuti ad ascoltare Martin Luther King nel 1963 sotto il monumento marmoreo ad Abraham Lincoln e dei 250 mila confluiti nella capitale in occasione del ventesimo anniversario.
Dieci anni fa, per il trentennale del sogno, vennero in 75 mila. Passano gli anni, i leader muoiono, alcuni come Luther King assassinati, la tensione politica della battaglia si allenta. Dei coraggiosi protagonisti di allora solo John Lewis, deputato della Georgia, e' ancora vivo.
Con le lacrime che gli velavano gli occhi per l'emozione Lewis e' stato accanto a Coretta Scott King, la vedova di Martin sui gradini marmorei del monumento ad Abraham Lincoln per l'inaugurazione di una lapide commemorativa della marcia.
''I have a dream'', il motivo ricorrente del discorso, queste quattro parole incise nel granito, ''danno oggi - ha detto Coretta - un nuovo senso di unita' a questo posto''.
Un'unita' storica, un collegamento ideale: Abraham Lincoln era il presidente che libero' gli schiavi, Luther King il predicatore che diede ai loro discendenti una speranza.
Oltre mille persone si sono date appuntamento ieri, nonostante un caldo africano, per assistere alla cerimonia con la quale e' stata scoperta la lapide, il primo appuntamento in una serie proseguita con il grande raduno sotto il Lincoln Memorial a cui hanno partecipato anche rappresentanti di gruppi che si sentono i 'neri' di oggi: gay, malati di Aids, senzatetto, pacifisti, verdi.
''Ho un sogno, che i miei quattro figli vivranno un giorno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle ma per il contenuto del loro carattere'', aveva detto 40 anni fa Martin Luther King e uno di quei quattro figli, Martin Luther King III, che oggi ha 45 anni, ha osservato che ''quattro decenni dopo molti problemi che avrebbero dovuto essere risolti sono in realta' peggiorati''.
Quattordici milioni di americani vivono sotto il livello di poverta', 44 milioni non hanno la mutua, tre milioni di persone negli ultimi 18 mesi sono rimaste disoccupate. ''Dobbiamo organizzare la gente su un programma politico diverso che dia voce agli esclusi e agli emarginati'', ha detto Luther King III facendo un bilancio del sogno del padre.
''Le parole di King non hanno liberato solo un popolo, ma un'intera nazione'', ha detto Lewis, che ha contribuito a organizzare la commemorazione e che 40 anni fa organizzava sit-in di protesta nelle mense segregate del Sud.
Ma se e' vero che componenti del sogno si sono realizzate, molte altre sono ancora lontane. ''Anch'io ho un sogno: che un giorno la visione di mio marito possa essere veramente realta'', ha detto Coretta.
La segregazione razziale e' stata abolita per legge negli Stati Uniti, ma l'emarginazione dei neri e' ancora un dato di fatto circostanziato dalle statistiche: secondo le ultime del Children Defense Fund tre bambini neri su dieci vivono in miseria; il tasso di morte tra i neonati di colore e' diminuito a un ritmo assai inferiore che tra i bambini bianchi; tre donne nere contro una bianca rischiano di morire di parto; tra gli studenti, i neri che abbandonano prematuramente gli studi sono il doppio dei bianchi.

(Aggiornato il 23 Agosto 2003 ore 19:00)

 

I DIMENTICATI DELLA NEGRO LEAGUE

NEW YORK 23 AGO - Le loro magliette stinte, dal taglio tipicamente anni '40, fanno bella mostra nei negozi sportivi accanto a quelle degli idoli di oggi: Jason Giambi, Derek Jeter, Sammy Sosa e Barry Bonds. I campi della Major League li accolgono festanti ricordando attraverso i loro volti i tempi eroici del baseball, quando i fuoricampo di Babe Ruth accompagnavano gli Stati Uniti verso la prosperita' del Dopoguerra. Sindaci e assessori li chiamano, immancabilmente, in occasione di feste e ricevimenti per ricordare a tutti il miracolo dell'integrazione americana: eppure le loro vite sono fatte di ospizi, solitudine, medicine da comprare, bollette che pesano come macigni. Loro sono i Negro Players: i reduci della Negro League, la lega per soli giocatori di colore rimasta in vita fino al 1947 quando un giovane fuoriclasse, Jackie Robinson, sconvolse il mondo del baseball diventando il primo nero a calcare i palcoscenici della Major League. Questi giocatori riempivano le arene a suon di fuoricampo e giocate spettacolari sul diamante capaci di spaventare, con la loro fisicita', le stelle della Lega piu' ambita. Campioni, molti di origine cubana e portoricana che ora faticano ad arrivare a fine mese e a raggiungere una pensione dignitosa. Degli oltre 200 giocatori della Negro League rimasti in vita (le statistiche variano dai 200 ai 280), tutti ben oltre i 70 anni con un picco di 101, nessuno pare aver raggiunto una stabilita' economica per se' e per la propria famiglia, continuando a vivere ai margini. Proprio come il loro campionato: di seconda fascia rispetto a quello luccicante dei bianchi. La vendita delle loro magliette nei negozi - quel merchandising che, nel mondo del calcio, ha trasformato i Diavoli Rossi del Manchester United in macchine da soldi - non garantisce ai veterani del baseball nero che pochi spiccioli e il museo nato per onorarli, il Negro League Baseball Museum aperto a Kansas City nel 1991 fatica a spedire loro assegni consistenti nonostante il milione di dollari all'anno in ricavi e un accordo commerciale raggiunto nel 1993 tra lo stesso museo e la Major League. Questo prevede la corresponsione del 50% del danaro ottenuto dai prodotti pubblicitari venduti dalla Major League ma - da quanto riportato dal Washington Post - quasi nulla finisce nelle tasche dei vecchi atleti. Tuttavia cio' che ferisce di piu' gli esponenti della Negro League e' la situazione pensionistica. Se nel 1947, Robinson apriva la strada ai neri nel baseball dei ricchi (l'ultimo team a integrare bianchi e neri furono i Red Sox di Boston nel 1959), nel 1953 solo la meta' delle 16 squadre di Major League li pagava con stipendi adatti alla Lega sui quali, poi, e' stato calcolata la pensione. Per la maggior parte degli atleti, pagati con pochi dollari, l'attuale pensione supera difficilmente gli 800 dollari al mese: una cifra difficile da far quadrare con gli acciacchi, l'eta' e il bisogno di cure e medicine. Il caso piu' eclatante, forse, e' quello di Geraldine Day, moglie di Leon Day, l'unico giocatore della Negro League ad essere ammesso nella Hall of Fame del baseball, l'Arca della gloria dedicata ai campionissimi di mazza e guantone. Morto nel 1995, sei giorni dopo il suo ingresso nella Hall Of Fame, non ha lasciato alcuna pensione alla moglie. Per i Negro Players non erano previsti piani pensione estesi ai familiari: la donna e' riuscita solo ad ottenere 625 dollari al mese dall'ente di beneficenza Baseball Assistance Team, dichiarando condizioni di indigenza. Un passo che tanti ex campioni non vogliono compiere. Come Jose Piloto, leggenda della Lega di origine cubana e scovato in un ospizio da un tecnico telefonico di Verizon, la cui vita e' tutta in un angolo di una strada di Washington dove, dalla sua sedie a rotelle, racconta ai bambini storie memorabili sulle sue sfide con il leggendario Babe Ruth.

(Aggiornato il 23 Agosto 2003 ore 19:00)

Alcuni dei discorsi di Martin Lutuher King (italiano)

La Storia di Martin Luther King (italiano)

 

Tutto su Martin Luther King su Time.com (inglese)

Stanford University: documenti, discorsi, biografie, articoli su Martin Luther King (inglese)

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Ultimo aggiornamento: 24-08-03.

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