da DAL FONDO DELL’ALEPH

QUESTA FRENESIA DI MORTE
Questa frenesia di morte
degli uomini del Sud
in questo succo scuro ch’è la terra,
i sassi sono gli occhi del mugugno
sordo che viene dalla Storia –
una nenia divenuta memoria.
Vado,vado nel Sud,dove il degrado
ha gli occhi di animale sparato,inseguito,
di cinghiale che ferito carica
e sbudella la folla bella dei cacciatori,
ha gli occhi di preda predatore
che insanguinata insanguina i pianori,
le valli,i picchi,le case dei signori.
Vengo a farmi scannare,compare,
anche se la mia pelle è bianca,son nero,
portami,su,al cimitero.
SENZA POSA CAMMINANO GLI UOMINI
Senza posa camminano gli uomini nei paesi
innanzi e indietro portando l’angosciato vivere,
e con rancore a frusto a frusto si contendono il
giorno.
Cade malamente qualcuno tra i cardi,fra gli sterpi,
e gli rifanno il verso,gli altri,lo irridono
quasi a crocifiggerlo e allontanarsi la croce,
in bilico tra l’ostentato dileggio
e l’uccisione di sé nel fratello schernito.
E quello,deriso piagnucola sì,interpreta
la iaculatoria parte che ormai gli compete,
e intona un canto simile al lamento del muezzin
sul minareto
e s’affloscia,s’impallidisce,sino a divenire sottile
come un filo
e scompare.
MIO PADRE CAMMINAVA COL CAPPELLO
Mio padre camminava col cappello
sotto il sole e aveva mani e piedi piccoli.
E gli occhi cerulei.
Mio padre aveva una sottile cicatrice
sul labbro,e assomigliava
a un pitagorico che la Storia
aveva accantonato sulla via.
Serafico avrebbe colloquiato
in mezzo ai pampini.
Faceva l’avvocato,mio padre,
che fumava le Serraglio e le Due Palme
e amava ballare il tango figurato.
Non si curò dei sofismi
ma dei grandi temi dell’Uomo.
Marxismo e Cristianesimo seppe contemperare
scrivendo il Libro* sino alla sua morte.
*Si
fa riferimento al libro di Angelo Vitale”Cristo
nell’Universo e nella Umanità”,edito il 20 giugno
1954 dalla tipografia Nucci di Nicastro.
ALTRI DEBBONO COGLIERCI
Altri debbono coglierci.
Non siamo noi che le nostre apparenti
qualità,la sommatoria di comportamenti,
i sorrisi che passano appiccicati ai volti.
La notte siamo,divenuta corpo,
il materializzato canto d’un uccello
o proiezioni d’un tempo lineare
che s’interruppe per sfuggire alla noia.
Forse l’enigma dell’originario peccato.
Nel Caos costituiamo un’aspirazione all’unità
sicchè coi numeri traemmo ordine dal disordine.
La nostra esistenza conferisce significato
al morale,al bello e al buono.
Le circostanti plaghe popolammo
d’inventate categorie di demoni e di santi,
di faccendieri,di martiri e di eroi,
di teatro che facesse insomma da sfondo
al nostro giorno vuoto.
C’imponemmo delle regole e dei codici.
Scoprimmo vittime e imputati,innocenti
e colpevoli.
I negri soggiogammo e le donne.
Le umani azioni chiamammo pomposamente
Storia e ci fingemmo un passato.
Per fugare la nostra essenza d’ombra
ripensammo il volo degli uccelli.
Sostanziammo il presente e il futuro.
Siamo ciò che non siamo.
L’oggettivo si subiettiva in noi
per darsi un senso o un colore.
LA TIGRE
Abili i giocolieri
roteano sulle loro teste le fiaccole
ed evanescenti merletti spandono
di fiamma a fiamma.
Tra poco
nel cerchio di fuoco salterà alta la tigre
al rullo dei tamburi –
e il tuo sguardo nei garretti di lei,
nel teso scatto all’oltre.
Un simile distacco già presentiva Blake
quando ci descrisse la tigre
o forse il salto che si prolunghi nel salto
all’infinito
o la caduta di noi nel folle volo
sino alla misericordiosa rete di un bonario
Padreterno
che ironico contempli i nostri equilibrismi
assiso sull’universale trapezio.
NOTE
DELL’A.
p.25
Per Jorge Luis Borges l’Aleph è “il luogo dove si trovano,senza confondersi,tutti i luoghi della terra,visti da tutti gli angoli”. Il mio Aleph è il profondo Sud dove vivo e opero.