da PERFORMANCE

si dee
manifestar le idee con soggetto e
complemento oggetto e predicato
( se esorto,vocativo ) e non
loquar a suoni gutturali
e incoerenti accenti
a cenni a segni a vari cavernicoli
ammiccamenti di ciglia d’occhi.
V’è esigenza
che un passo dopo l’altro segua
con coordinazione
( il tic tac d’elvetico orologio )
e che il palazzo dalle fondamenta
incominci e non dal decimoquarto
piano.
S’iniziano da uno a contare le dita
della mano e non da cinque: dunque
non ci si può disfare di strutture
ma procedere in rigide armature
come l’ossa nel corpo.
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arrese armi archibugi
di sbaragliati eserciti in fuga
finiti in fossa.Le ossa
di guerrieri franano in mucchi
tra ferri e dubbia sabbia. Biacca
occorre calce per tanta scalcinata
umanità che pura torni: tinteggiata
pietà aleggerà leggera sulla buca.
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Il verso da sotterranea
vena venuto s’impunta
in arrischiata cima di speranza:
un raggio di sole
redime la ragione.
Suona il verso il piffero magico
e folla d’uomini e donne
segue discinta.
Ognuno ha scordato l’orologio totomatic
Nessuno indossa il vestiario cocoricò
che più vestiario non si può.
Tutti camminano alacremente in fila
attenti a non incespicare
Ridono con la chiostra di denti candida
pur senza l’apporto del dentifricio
floro-flora aut al sorriso schiuma schianto.
Frattanto
verseggia il verso: - Io posso
alla gente regalare fole ovvero
svelare che la vita s’un mare di morte
galleggia beccheggia e scompare
indi riappare
in forma altra slargata o accorciata
minore o maggiore,sugli orli o negli imi,
negli occhi ori di tigri o occhi buoni
di buoi. Io posso
far lacrime versare e indirizzare
in giù o in su verso un diverso versante
o mutare di ciascuno il sembiante
in diversificata versione di sé-.
P.35
Lo tiravamo su,dentro il lenzuolo,
forse il peso nostro avvolto
chiuso e sodo(un cumulo di carne):
immondo era quel lezzo lercio,
grumo sanguigno il feto.
Oppressi
sedevamo come di bare calate
in tanta terra,a pale.
Senza volto,senz’occhi,senza mani
respiravamo a fatica nei labirinti
di vene e nascevamo da noi stessi
e morivamo in un intreccio
di causa-effetto insoluto.
Dal letto sfatto spiavamo
in mille,in centomila.
Potrò – mi disse uno – salvarmi
la figura? E non vedeva
che già sfumava e si perdeva
mentre svanivo anch’io lasciando
dietro la mia scia. Una donna pia
immerse nell’acquasantiera
le dita e si segnò la fronte
esorcizzando il male.
Rise un tale e grugnì
come un maiale. Un altro pianse
quatto e si portò
il pollice alla bocca.