da  PERFORMANCE

 

 

 

 

  P.22

 

 

     si dee

manifestar le idee con soggetto e

complemento oggetto e predicato

( se esorto,vocativo ) e non

loquar a suoni gutturali

e incoerenti accenti

a cenni a segni a vari cavernicoli

ammiccamenti di ciglia d’occhi.

                                V’è esigenza

che un passo dopo l’altro segua

con coordinazione

( il tic tac d’elvetico orologio )

e che il palazzo dalle fondamenta

incominci e non dal decimoquarto

                                             piano.

S’iniziano da uno a contare le dita

della mano e non da cinque: dunque

non ci si può disfare di strutture

ma procedere in rigide armature

come l’ossa nel corpo.

 

 

 

P.25

 

 

arrese armi archibugi

di sbaragliati eserciti in fuga

finiti in fossa.Le ossa

di guerrieri franano in mucchi

tra ferri e dubbia sabbia. Biacca

occorre calce per tanta scalcinata

umanità che pura torni: tinteggiata

pietà aleggerà leggera sulla buca.

 

 

 

P:29

 

 

Il verso da sotterranea

vena venuto s’impunta

in arrischiata cima di speranza:

un raggio di sole

redime la ragione.

 

Suona il verso il piffero magico

e folla d’uomini e donne

segue discinta.

 

Ognuno ha scordato l’orologio totomatic

Nessuno indossa il vestiario cocoricò

che più vestiario non si può.

Tutti camminano alacremente in fila

attenti a non incespicare

Ridono con la chiostra di denti candida

pur senza l’apporto del dentifricio

floro-flora aut al sorriso schiuma schianto.

                                                     Frattanto

verseggia il verso: - Io posso

alla gente regalare fole ovvero

svelare che la vita s’un mare di morte

galleggia beccheggia e scompare

                                indi riappare

in forma altra slargata o accorciata

minore o maggiore,sugli orli o negli imi,

negli occhi ori di tigri o occhi buoni

                              di buoi. Io posso

far lacrime versare e indirizzare

in giù o in su verso un diverso versante

o mutare di ciascuno il sembiante

in diversificata versione di sé-.

 

 

 

P.35

 

 

Lo tiravamo su,dentro il lenzuolo,

forse il peso nostro avvolto

chiuso e sodo(un cumulo di carne):

immondo era quel lezzo lercio,

grumo sanguigno il feto.

                          Oppressi

sedevamo come di bare calate

in tanta terra,a pale.

Senza volto,senz’occhi,senza mani

respiravamo a fatica nei labirinti

di vene e nascevamo da noi stessi

e morivamo in un intreccio

di causa-effetto insoluto.

Dal letto sfatto spiavamo

in mille,in centomila.

Potrò – mi disse uno – salvarmi

la figura? E non vedeva

che già sfumava e si perdeva

mentre svanivo anch’io lasciando

dietro la mia scia. Una donna pia

immerse nell’acquasantiera

le dita e si segnò la fronte

esorcizzando il male.

Rise un tale e grugnì

come un maiale. Un altro pianse

quatto e si portò

il pollice alla bocca.