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«Canti sciolti», nuove liriche di Marcello
Vitale Ballate per i morti di 'ndrina e
mafia
Franco Piccinelli
Un procuratore della
Repubblica di fronte ai tanti casi di ordinaria e straordinaria
quotidianità. Di fronte in che senso? voi vi domanderete. Infatti siamo
usi a considerare i magistrati soltanto toga e applicazione del diritto,
anzi, per meglio dire, applicazione della legge che dovrebbe coincidere
con il diritto del singolo e non sempre così è. Marcello Vitale (nella
foto) è un alto grado nell'ordinamento giudiziario. Ha fatto il sostituto
a Torino nel tempo della contestazione studentesca, poi per nove anni è
stato giudice della Corte d'Assise di Catanzaro occupandosi di delicati
processi a carico di organizzazioni mafiose. Adesso, sessantenne, è
procuratore capo della Repubblica a Lamezia Terme, impegno prestigioso e
oneroso che tuttavia, come accade agli innamorati della vita, non lo
distoglie affatto dagli intimi quesiti esistenziali. Seguendo un filone
più o meno fortunato, avrebbe potuto scrivere, a esempio, un libro di
memorie: sapete, uno di quei libri dove fra tante ovvietà basta inserire
l'originalità d'una mezza rivelazione per accendergli su i riflettori, con
annessa, ulteriore dietrologia. E attorno a questi volumi ecco aprirsi
dibattiti e tavole rotonde in cui si discute del nulla, esercizio
accademico sul quale si costruisce un protagonismo dai piedi piatti:
perché ogni relatore la sua mezza verità in aggiunta la possiede, e la
tira fuori come un giocatore di poker quando vuole strabiliare
l'avversario o il concorrente. Invece Marcello Vitale, che è poeta di
lungo corso e che ha per portolano una spiccata sensibilità unita a
un'amara ironia, ha prodotto un nuovo libro di poesia edito da Luigi
Pellegrini con il titolo emblematico e musicale «Canti sciolti e ballate
per i morti di 'ndrina e di mafia», dove ogni verso delle settanta
composizioni, lievi come lo zeffiro ma ruggenti come il maestrale, è un
sorso tonificante di pensosa meditazione. E i tonici, si sa, di regola non
sono dolci. Anzi, sono aspri e forti per poter meglio assimilare e
filtrare le realtà più agre: quelle delle mille ingiustizie disseminate
sul nostro cammino e quelle delle feroci assurdità per togliere di mezzo,
fisicamente, chi fa il proprio dovere. C'è insomma, in queste ballate, il
tragico percorso della lotta al malaffare e c'è il dramma di vivere
situazioni insoddisfacenti per il singolo e per la collettività. Ne
risulta un amalgama, come annota l'autore stesso, tra le grandi tradizioni
culturali del Sud italico e mediterraneo, e la storia contemporanea
dell'uomo. E c'è, secondo il prefatore Antonio Piromalli, una tecnica
quasi cinematografica nel costrutto, con balzi arditi eppure
conseguenziali dall'idillio arcadico dell'epos cavalleresco in cui è
configurabile l'eroico dolore di uomini di giustizia quali Falcone,
Montalto, Borsellino e tanti altri. Le loro azioni, Vitale non le celebra,
bensì «indica che i giusti soccombono da eroi» ai quali gioverebbe un
aiuto universale perché «anche i killer hanno i loro santi potentissimi».
Immagini. Flash immediati. Prologhi e epiloghi nello spazio di sei versi,
sferzanti in specie se l'epilogo a cui l'autore giunge non è, pare di
capire, quello desiderabile. È quello che è. Ed è facile scorgerlo, dietro
i suoi versi, il poeta-magistrato Marcello Vitale, intento ad applicare
anche con la Musa la regola aurea dei fatti, fatti e non altro per
giudicare obiettivamente, per un corretto coinvolgimento quando ci tocca
esporci.
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