Dalla Gazzetta del Sud del 6 luglio 2000


«Canti sciolti», nuove liriche di Marcello Vitale
Ballate per i morti di 'ndrina e mafia


Franco Piccinelli
Un procuratore della Repubblica di fronte ai tanti casi di ordinaria e straordinaria quotidianità. Di fronte in che senso? voi vi domanderete. Infatti siamo usi a considerare i magistrati soltanto toga e applicazione del diritto, anzi, per meglio dire, applicazione della legge che dovrebbe coincidere con il diritto del singolo e non sempre così è. Marcello Vitale
(nella foto) è un alto grado nell'ordinamento giudiziario. Ha fatto il sostituto a Torino nel tempo della contestazione studentesca, poi per nove anni è stato giudice della Corte d'Assise di Catanzaro occupandosi di delicati processi a carico di organizzazioni mafiose. Adesso, sessantenne, è procuratore capo della Repubblica a Lamezia Terme, impegno prestigioso e oneroso che tuttavia, come accade agli innamorati della vita, non lo distoglie affatto dagli intimi quesiti esistenziali. Seguendo un filone più o meno fortunato, avrebbe potuto scrivere, a esempio, un libro di memorie: sapete, uno di quei libri dove fra tante ovvietà basta inserire l'originalità d'una mezza rivelazione per accendergli su i riflettori, con annessa, ulteriore dietrologia. E attorno a questi volumi ecco aprirsi dibattiti e tavole rotonde in cui si discute del nulla, esercizio accademico sul quale si costruisce un protagonismo dai piedi piatti: perché ogni relatore la sua mezza verità in aggiunta la possiede, e la tira fuori come un giocatore di poker quando vuole strabiliare l'avversario o il concorrente. Invece Marcello Vitale, che è poeta di lungo corso e che ha per portolano una spiccata sensibilità unita a un'amara ironia, ha prodotto un nuovo libro di poesia edito da Luigi Pellegrini con il titolo emblematico e musicale «Canti sciolti e ballate per i morti di 'ndrina e di mafia», dove ogni verso delle settanta composizioni, lievi come lo zeffiro ma ruggenti come il maestrale, è un sorso tonificante di pensosa meditazione. E i tonici, si sa, di regola non sono dolci. Anzi, sono aspri e forti per poter meglio assimilare e filtrare le realtà più agre: quelle delle mille ingiustizie disseminate sul nostro cammino e quelle delle feroci assurdità per togliere di mezzo, fisicamente, chi fa il proprio dovere. C'è insomma, in queste ballate, il tragico percorso della lotta al malaffare e c'è il dramma di vivere situazioni insoddisfacenti per il singolo e per la collettività. Ne risulta un amalgama, come annota l'autore stesso, tra le grandi tradizioni culturali del Sud italico e mediterraneo, e la storia contemporanea dell'uomo. E c'è, secondo il prefatore Antonio Piromalli, una tecnica quasi cinematografica nel costrutto, con balzi arditi eppure conseguenziali dall'idillio arcadico dell'epos cavalleresco in cui è configurabile l'eroico dolore di uomini di giustizia quali Falcone, Montalto, Borsellino e tanti altri. Le loro azioni, Vitale non le celebra, bensì «indica che i giusti soccombono da eroi» ai quali gioverebbe un aiuto universale perché «anche i killer hanno i loro santi potentissimi». Immagini. Flash immediati. Prologhi e epiloghi nello spazio di sei versi, sferzanti in specie se l'epilogo a cui l'autore giunge non è, pare di capire, quello desiderabile. È quello che è. Ed è facile scorgerlo, dietro i suoi versi, il poeta-magistrato Marcello Vitale, intento ad applicare anche con la Musa la regola aurea dei fatti, fatti e non altro per giudicare obiettivamente, per un corretto coinvolgimento quando ci tocca esporci.