Gazzetta del Sud – Venerdì 20 gennaio 1995

 

Performance”, poesie di Marcello Vitale

 

Territori interiori e cose corporee

 

 

Magistrato in Calabria, Marcello Vitale ha dimostrato di possedere, fin dal suo esordio poetico (Orizzonti è dell’85), un dettato fortemente mosso, con musicali schegge e pietrosità, grumi semantici disposti a unificare i tanti venti di un’ispirazione varia, dove - come ha notato Giuseppe Pontiggia – sapienzialità e paesaggio si mescolano nella “luce del presente”, e dove si raccoglie – così ha scritto Dario Del Corno – la “voce della grande lirica ellenica”.

Ora, con Performance (Campanotto Editore, Udine, pp. 37), il tracciato lirico presenta immediatamente le proprie oscillazioni, il disporsi tra cose corporee e territori interiori e di riflessioni, attraverso la proposta ardua di una pagina giocata sulla contrapposizione di momenti con chiarezza offerti in presa diretta e di altri raccolti in pause, tregue, stacchi e in spazi ampi di parentesi. Il “sordo battito” dilagante tra “anima e soma”, non si disloca in ritmi di racconto, in lineari sviluppi descrittivi, ma si frange (e quasi più non si avverte: mormora, dilegua) in una risacca di momenti accesi e di sequenze che si accampano solo per avere la possibilità di restare come scie, evocazioni, orme. Altra materia è ormai pienamente piantata sul testo: però, dice e disdice, ed è già pronta al suo esilio, a una scomparsa tutta colma di fremiti e riverberi.

Il verso si fa aspro, spezzato, fa convergere i segni contro un magnete, poi allontana la presa, induce soste, sospensioni, nuove e fertili aree di pensosità, in attesa di una frase “ch’altro sottende”. Anche un dispositivo ludico di rime, assonanze, risposte di membrature simmetriche, richiami interni, esalta il tessuto fibrillante di una lirica che non conosce appagamenti e vuole, in modo manifesto, farsi dissonante, stridente: abbracciando pure lo “stile cacofonico”, ma ottenendolo mediante un filtro sofisticato, un laborioso dosaggio di segmenti difficili, screziati; di accostamenti lessicali aspri, metallici. Il “suono” può essere “dissuono”, mentre le parole costruite da una tecnica da orologeria introducono nella fattura del congegno una gran dose di ironico distacco.

E’ il palco su cui si esibisce il “caos letterario parolaio” alla cui devastata polifonia collaborano voci di diverse lingue (dal francese al latino), senza mai cercare una loro isola-identità, un rifugio di piena e autonoma espressione (sono, invece, dentro un flusso unificante, continuo e assediato dalle sue stesse spezzature). Tutto si centrifuga, si contorce in spirali che non vogliono principio e fine, essendo sempre presenti al movimento di vortice: un “girotondo” nel quale saltella il poeta, vagabondo con “il corpo in cielo e i piedi in terra”. Poeta che teme il vuoto da cui tuttavia assume una specie di codice, una legge, capitoli di un comportamento, pur ostile e infrangibile, da indossare: frantumi di canzoni perdute, filastrocche, parabole divengono inviti illusivi, che non hanno un nome. La loro destinazione è un effetto di malinconia, di smemorante abbandono. Forse è meglio farli tacere, occultarli in uno sberleffo, nel paradosso di un autoritratto irridente (“per intanto mi immortalo in foto/ e di me mi fò avo…”), nell’acrobazia verbale, nel bisticcio virtuoso di termini che sprizzano ilarità e pianto con il loro continuo distrarsi da se stessi, dire e negare, piegarsi a comporre immagini strane, divergenti, ossessive.

In primo piano l’io, palazzeschiano uomo di fumo e, insieme, terragno abitatore di una favola sempre più amara e convulsa: “pantofolai” con il cuore impazzito, “stempiato e attempato”, invaso da “ilare corrente”, in lotta con il suo doppio (il “bis me”), immerso in una natura “casuale” e attento al “tic tac d’elvetico orologio”. E’ perduto nel labirinto (“Più in là non si può vagar/ che di sotto di sopra in mezzo,/ in al lo gli la qui qua/ al centro di non si sa che/ chi perché per cosa…”), tra volti ridotti a effimeri fiati, quasi particelle pronominali, non personaggi, di una vicenda che diviene “riga di vita” e anche visione surreale (con ossa di guerrieri “frananti in mucchi”, scomposizioni di immagini “con moviola”; formule chimiche chiamate a indicare destini, la vita e la morte).

Vitale tenta il non sense che “insidia la comedia” degli uomini “assedianti e (o) assediati” sotto la “celeste volta strafottente”. Ne riceve una risposta amara: lo conforta solo la vena del suo canto “in arrischiata cima di speranza”. Sa che con il “piffero magico del verso” è in grado di regalare alla gente le “fole” e svelare che la vita su “un mare di morte/ galleggia beccheggia e scompare/ indi riappare/ in forma altra slargata o accorciata/ minore o maggiore…”. Lo punge il sospetto di un “rischio cerebrale”, ma non può, questo tarlo, bloccare i “microcircuiti” del viaggio che va inventando i giorni con le parole: contenute o ridondanti (difficile è trovare lo “spartiacque” che divida la loro esuberanza dall’essenza), dolorose e piene di malizia, sono il solo conforto di chi, tra origine e fine, è solo di fronte al cosmo.

Giuseppe Amoroso