pag. 24 - Domenica 11 Aprile 1993 - n. 99 - il sole - 24 ore
Ecco il Borges del nostro Sud
Millenni di mediterraneo
si rispecchiano qui
di Dario Del Corno
Accade a volte, leggendo i poeti nativi delle terre che furono la Magna Grecia, di cogliere nei loro versi una trama di immagini, una linea di suoni che evoca una corrispondenza arcana con i remoti archetipi della loro civiltà e della nostra. E' come se la voce della grande lirica ellenica valicasse i secoli, per disegnare ancora la linea nitida di una primigenia scoperta del mondo e dell'uomo, del suo destino e della sua storia. Non si tratta certo della programmata rivendicazione di un'eredità maestosa: piuttosto, interviene il senso autentico e spontaneo di un canto che nasce dalle cose e dalle luci, e dal pensiero di una gente avvezza da millenni a fronteggiare la vita con l'energia dell'intelletto e l'ardore della passione.
Questa singolare emozione, che è un raro dono del presente per chi ha immerso la propria vita nello studio della Grecia antica, emana con lancinante intensità dalla lirica di Marcello Vitale, un magistrato calabrese cui arridono l'amore e la chiamata della poesia. E' questa la sua quarta raccolta di liriche: l'Aleph è il segreto sito borgesiano dove sono compresenti tutti i luoghi della terra, che nella suggestione del titolo si assimila al profondo sud. Qui il problema dell'esistenza sembra raggrumarsi in una verità totale quanto misteriosa, destinata a scoprirsi solo nei momenti in cui l'occhio del poeta sa sfidare il bagliore accecante del sole: "Provatevi a guardarvi attorno senza gli occhi/ dei poeti: non scorgereste nulla di veramente/ oggettivo - e quel poco che credeste d' aver visto/ vi renderebbe certamente intollerabile la vita" .
Il richiamo a Borges scavalca i millenni, lega l'antico all'oggi. Questa capacità di sinergia tra figurazioni echeggianti le parole del passato e i segni del presente è il timbro del lirismo di Vitale. Supponiamo per paradosso un poeta dell'Ellade evocare un'esperienza della nostra contemporaneità, e le sue parole non saranno molto distanti da queste: "I treni della mia infanzia giungevano/ alle stazioni nitrendo come stalloni,/ le criniere baldanzose di vittorioso fango". La realtà si stringe all'immaginazione, raggiunge un'evidenza profonda che annulla la materialità dell'esperienza nel fulgore dell'analogia. Per i poeti della Grecia classica i cavalli sono grandi protagonisti della metafora; e l'epigono di quella tradizione ne attualizza il riuso con la naturalezza assoluta che è voce del sangue.
In questo poetare acceso e forte emerge un'attitudine sapienzale, che si collega anch'essa alla storia atavica della Calabria. In un mirabile ricordo del padre, Vitale accenna il disegno di quest'ascendenza: "Assomigliava/ a un pitagorico che la Storia/ aveva accantonato sulla via". E' l'immagine stessa di un Meridione appartato nel fondo di rituali di vita, dove i connotati della modernità vengono assorbiti nel ritmo di usanze perenni. In un'altra lirica bellissima, "Funerali del Sud", si dipana fra stendardi e suoni di banda il corteo funebre di una bambina; ma "gli uomini s'erano rifugiati tra i monti/ ad accendere falò di pianto e rabbia".
A orientare la problematica sintesi di significati eterni e valenze storiche è la consapevolezza alta di una poesia cosmologica, che nell'accadere identifica l'illusione degli uomini: "I condottieri e gli eroi si votarono all'azione/ perché obliarono il loro effimero destino". Nel grande ciclo della vita gli opposti si annullano; e a distinguerli s'affanna la mente umana. Ma non invano: come i "suoi" greci Vitale fugge l'agnosticismo della contemplazione, impegna nella parola poetica un'ardente responsabilità morale, sotto l'insegna della ragione: "Se avesse prevalso l'intelletto/ non ci sarebbero stati i forni crematori./ E Israel non avrebbe versato ancora una volta/ il suo divino sangue".
Marcello Vitale, "Dal fondo dell'Aleph",
editore Rubbettino, Soveria Mannelli 1993.