Poesie & Racconti

 

 

 

Piece de Resistance

Qualdo la forchetta mangia il cucchiaio
E il coltello pugnala 
La faccia riflessa nel piatto
La cena è finita


Vetrate

Nel silenzio di legno
Fornicatori si genuflettono
Cercando penitenza e
Idealisti con la dentiera
Gettando sul piatto delle offerte, un contentino.

Accendete una candela per i peccatori
Accendete un fuoco

Il profeta autonominato, il protestante che parla per parabole
Predica il suo dogma diatonico
Sbudellandosi senza discrezione.

Supplicate
Riunitevi
Il mondo appare migliore attraverso una vetrata

Accendete una candela per i peccatori
Date fuoco al mondo

Falsità
Falsità
Realtà falsificate
Tutte in fila come spugne in attesa
Di assorbire le realtà terziarie della vita.


Hotel Allucinogeno 

Steso sul mio letto a contemplare
Il domani, meditando solamente,
Fisso un unico punto vuoto
E mi accorgo che lo sguardo penetrante 
Di due occhi che guardano su
E giù e da varie bizzarre angolazioni
Mi stanno ispezionando in segreto; e sento
Il mio sguardo che scivola via
Dallo schermo bianco davanti
Ai miei occhi, diretto
Verso le otto lattine vuote di birra
Che formano una piramide involontaria.

Chiudo gli occhi e penso:
Quante ore sono passate
Da quando ho costruito
Un edificio di latta tanto perfetto?
Ma l' ho proprio fatto io?
O sono stati quelli che mi spiano?

Apro gli occhi e fisso di nuovo la piramide.
Ma la piramide adesso
E' diventata una pira in fiamme
E la faccia che c'è dentro è la mia.
Qual è la profezia che 
Viene a me come un garzone,
Fredda e incurante del proprio messaggio
Chiedendo solo di essere riconosciuta?
Ma non cadrò preda
Di questa rivelazione di irrilevanza.
Non riconoscerò questa perversione 
Di pensiero

Non lo farò

Lancio il cuscino verso
La tomba infernale, come per salvare
I miei occhi dalla comprensione terrificante
E sento il sordo clangore
Di sette lattine vuote di birra,
Non otto.
E' stato il destino che ne ha lasciata
Una in piedi?
Perché questo solitario soldato di latta
Resta lì a sfidare il messaggio
Di annientamento del mio cuscino?

Poi, per qualche ragione strana, idiota
E assolutamente enigmatica
La lattina erompe in un fuoco di fila
Di strilli piagnucolosi.
Si lamenta perché
Tutti gli amici e la famiglia se ne sono andati
O perché non ha più nessuno con cui procreare?
Erano andati tutti via...

Ma no, non è quello il motivo.
E' il pianto di un bambino per il tradimento della madre.
Il terrore urlante dell'abbandono.
E questi lamenti, urli, piagnistei
Fanno rialzare le lattine morte 
E io non credo ai miei occhi:
Questo consesso di
Contenitori di bevande sta cantando
In una cacofonia di futile ribellione
Alla mia Dottrina dell'Annientamento
Che è stata discussa nel mio
Summit del Cuscino (ora perso
Fra i piedi che pestano per terra
Degli anarchici in lega di alluminio).

Ho paura, paura di queste
Lattine, di questi ribelli nichilisti.
Uno di loro si avvicina, il bimbo piangente, credo.
La mia paura ora cresce,
E innalza un muro
Intorno al mio letto, cercando di chiudere
Tutti fuori.

Ma senza esitazione
Il piagnone si arrampica con disinvoltura su quello
Che pensavo fosse un Grande Muro
Simile a quello di Berlino.

Comincia a parlare.

Le sue parole sgorgano criptiche
Dal buco che ha in testa
Come musica da funerale: profonde, sonore
E piene di dolore.

Mi dice: "Devi
Arrenderti ai tuoi sogni, è giusto.
Noi ce ne stiamo tutto il giorno a pensare al tuo ritorno
E quando arrivi 
Con maleducazione
Ci ignori".

In soggezione, faccio involontariamente segno di si
E lui mi chiude gli occhi.

No.

Mi dà un paio di occhiali da sole afrodisiaci
E io mi addormento nell'ombra.

Dormo in un campo di giacinti e di giada.

Quando emergo dal sonno
Mi alzo
I capelli in una massa disordinata di riccioli biondi.
Entro in cucina
E vado verso il frigo
Tiro fuori una lattina di birra
E mentre comincio a bere
Sento

Il pianto di un bimbo abbandonato.

 

 

 

 

Tutto in Famiglia



Sperava che il registratore funzionasse ancora. Era uno di quelli portatili, che spesso si usano nelle scuole e nelle
biblioteche. Teddy non si rese nemmeno conto dell'ironia del suo gesto: era stata proprio Angie a comprarglielo.
Rimosse i capelli e il sangue dallo spigolo e sospirò, frustrato. Probabilmente la mamma mi vieterà la tv, pensò,
guardando il macello che aveva combinato. "Accidenti a lei. Accidenti a tutti loro. Perché doveva far male a Peg?
Perché?" Minaccioso, diede un calcio al corpo che gli giaceva accanto. Gli occhi vitrei di lei lo fissarono con vuoto
incantamento. "Cagna. Hai ucciso Peg." 
Lo sguardo senza vita della sorella non lo corrispose (si chiese perché). Sul suo viso c'era un'ombra. Le tirò su la testa
tenendola per i capelli e vide che l'ombra sulla guancia era sangue rappreso. Vide anche che la ferita alla testa aveva
smesso di sanguinare: il sangue coagulato aveva formato un tappo gelatinoso. 
La mamma sarebbe tornata presto. Avrebbe dovuto scavare una fossa. 
Teddy si alzò e andò in camera sua, dove il corpo di plastica di Peg giaceva in terra, sgonfio. Conficcato nel petto
senza sangue aveva un coltello da cucina e fissava il soffitto con la solita espressione, la bocca a forma di O.
Sembrava sul punto di urlare. 
Tirò su la testa della bambola e ne fissò in lacrime la sagoma piatta. Cullandole la testa, cominciò a piangere e con
ogni lacrima si augurava di riportarla in vita. Era contento che Angie fosse morta, si meritava ogni colpo. Mentre
carezzava i capelli artificiali di Peg, Teddy si rese conto del fetore che veniva dalla sorella, a qualche metro di
distanza. Sapeva che era urina, aveva sentito la vescica che si rilassava quando le aveva dato il colpo mortale.
L'aveva colpita ancora una volta, per sicurezza. Aveva ucciso Peg e lui ne aveva ogni diritto. 
Delicatamente, posò la testa di Peg sul tappeto. Chinandosi, le baciò la guancia e le tolse un che di appiccicoso dalle
labbra di gomma.. La mamma gli aveva già detto di non toccare Peg né di farle porcherie in bocca ma lui non poteva
farne a meno. L'amava troppo per lasciarla stare. Se la mamma lo avesse scoperto di nuovo a fare porcherie in bocca a
Peg gliel'avrebbe nascosta, l'aveva già fatto, e lui avrebbe dovuto cercarla. 
Quando Teddy tornò accanto al corpo di Angie si fermò un attimo stupito a osservarne la nudità. L'aveva sempre
spiata dall'armadio mentre si vestiva, ma non le aveva mai visto da vicino quel posto. Era affascinato dal ciuffo di peli
scuri che aveva fra le gambe. Peg non ce l'aveva. Cautamente, le toccò una coscia e trasalì, come se la pelle fosse
bollente. Ma non lo era. In realtà si stava raffreddando. Erano passate quattro ore. 
"Ti odio", disse rivolto a quegli occhi cadaverici. 


Le poesie ed il racconto "Tutti in famiglia" sono stati inviati da Marilyn Manson  il 28 marzo 1988 al "Night Terrors Magazine".