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Il dialetto

Sarchiatura del granturco (mons. C. Iarossi - Fine anni '50)Il dialetto di Castelvetere in Val Fortore (BN) nell'ambito dei dialetti centro-meridionali rappresenta un'area non indagata epperò interessante per certe peculiarità non riscontrate altrove. Tali caratteri dipendono essenzialmente dalla situazione in passato di notevole isolamento, che in certa misura si protrae a causa della distanza dai centri maggiori in condizione di insufficiente viabilità.

Il variare del flusso migratorio e della situazione stanziale, accanto ai cambiamenti socioculturali degli ultimi decenni e all'innalzamento del livello d'istruzione, hanno inciso sul piano culturale con il conseguente evolversi del dialetto.

Il lessico delle generazioni più recenti è infarcito di italianismi, regionalismi vari e di una molteplicità di polimorfismi del tutto estranei al dialetto castelvetrese. La diffusione di tali cambiamenti in passato, come è ovvio, procedeva assai più lentamente.

Dunque se la cadenza e le strutture sintattiche in genere permangono, tuttavia quello che non esiste più è un patrimonio lessicale comune, che esisteva ancora negli anni '60. Nel passato la distinzione del diverso livello di linguaggio familiare avveniva nell'ambito dello stesso patrimonio dialettale. Così ad esempio, per indicare la "lisca" o l’"arista" una famiglia usava la voce lìstrë, un'altra pùchë; oppure, per "spegnere", "smorzare" l'una diceva ammurtà, l'altra stutà, ecc. Residui di tale fenomeno si rilevano anche oggi.

L'aspetto ‘conservativo’ del dialetto castelvetrese si presenta oggi soltanto nel parlato di persone di età avanzata e scarsamente integrate. Tra vecchie e nuove generazioni si parla ormai con linguaggi differenti, fino a turbare talvolta la comunicazione stessa.

 
     
 


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