è dopo una giornata nera alle corse che ti rendi conto che non ce la farai mai, torni a casa coi calzini puzzolenti e qualche dollaro spiegazzato nel portafogli e capisci che il miracolo non avverrà mai e, quel ch'è peggio, ripensi alla scommessa sballata che hai fatto, sul numero 11 dell'ultima corsa,
pur sapendo che non avrebbe vinto, la puntata più fessa che potevi fare, 9 a 2, ma l'ha fatta
lo stesso, dimenticando tutto quello che avevi appreso in anni e anni, sei andato allo sportello delle giocate da dieci e hai detto: "due volte l'undici!" e l'ometto canuto alla ricevitoria
t'ha chiesto conferma: "l'undici?" chiede sempre due volte quando fai la puntata balorda. non lo saprà, chi vince, ma lo sa quando è proprio sballata, la scommessa, e ti da la più malinconica delle occhiate e incassa i venti dollari. tu vai là e assisti allo spettacolo di quel brocco che arriva
buon ultimo, in coda tutto il tempo, e neanche ci mette un po' d'impegno, no, niente, batte la fiacca dal principio alla fine, mentre a te ti martella un pensiero: "cazzosanto, ho da essere matto."
ne ho discusso, di questo fatto, con un amico mio, veterano degli ippodromi. anche a lui è capitato e lo chiama: "desiderio di morte" il che è roba vecchia. è un luogo comune che ormai fa sbadigliare, ma qualcosa di vero ci dev'essere, per strano che sia. in effetti uno si stanca, via via che le corse
si susseguono, e alla fine c'è sì questa voglia matta di mandar tutto all'inferno. la voglia può venirti sia quando stai vincendo sia quando stai perdendo, ed è allora che cominci a fare scommesse sballate. secondo me c'è questo, il vero problema sta qui: c'è che tu EFFETTIVAMENTE vorresti essere da qualche altra parte:
seduto in poltrona a leggere Faulkner, o a far disegni coi pastelli di tuo figlio. l'ippodromo è un LAVORO come un altro, alla fin fine, e duro pure. se la nausea mi viene quando sono in buona forma, allora prendo e me ne vado via dall'ippodromo;
se invece mi prende che sono fuori fase, allora attacco con le puntate balorde. un'altra cosa da tener presente è che è DIFFICILE vincere a
qualsiasi gioco. perdere è facile. bella roba essere il Grande Perdente... chiunque è buono. quasi tutti perdono.
un uomo capace di fregare i cavalli sarà in grado di fare quasi tutto ciò che si prefigge. l'ippodromo non è il posto per lui: costui dovrebbe trovarsi sulla Riva Sinistra davanti a un cavalletto, oppure all'East Village a comporre una sinfonia d'avanguardia. o sennò a far felice una donna. o sennò abitare in una caverna sulle montagne.
frequentare gli ippodromi t'aiuta però a capire te stesso e anche la folla. adesso s'usa dire peste e corna di Hemingway, da parte di critici che manco sanno tener la penna in mano. sia pure, il vecchio Ernie ha scritto alcune cose piuttosto brutte negli ultimi tempi -qualche rotella gli s'andava allentando- ma, anche allora, faceva fare agli altri
la figura di scolaretti che alzano la mano per chiedere il permesso di fare una pisciatina letteraria. io lo so perché Ernie andava alle corride. semplice: l'aiutava a scrivere. Ernie era un meccanico: gli piaceva aggiustare congegni sulla carta. la corrida per lui era paradigma di ogni cosa: Annibale che passa le Alpi coi suoi elefanti
o un avvinazzato che picchia la sua donna in una stamberga. Hem batteva a macchina stando in piedi. la usava come un fucile. come un'arma. le corride erano un punto di riferimento per qualsiasi altra roba. gli stava tutto in testa come un blocco di sole o di burro: e lui lo trascriveva sulla carta.
quanto a me, le corse di cavalli mi fanno capire dove sono forte e dove sono debole, sanno dirmi come mi sento quel giorno e come noi mutiamo e tutto muta, tutto il tempo, e quanto poco ne sappiamo di questo.
e lo spennamento della folla è il film horror del secolo. TUTTI perdono. guardateli. se ne siete capaci. un giorno alle corse vi insegna più di quattro anni all'università. se mai insegnassi scrittura creativa, inviterei i miei allievi a recarsi all'ippodromo una volta a settimana e fare almeno una giocata da 2 dollari per ogni corsa.
sul vincente. non sui piazzati. chi gioca sui piazzati è uno che avrebbe preferito restare a casa, ma poi è andato
lo stesso alle corse. i miei allievi diventerebbero senz'altro più bravi a scrivere, anche se molti di loro comincerebbero a vestire in modo trascurato, e dovrebbero magari andare a piedi.
mi ci vedo, insegnante di scrittura creativa.
"come è andata, Miss Thompson?"
"ho perso 18 dollari."
"su chi ha puntato nella corsa clou?"
"su One-Eyed Jack."
"scelta scema. il cavallo rendeva 5 libbre, il che attira la folla, ma significa anche un passaggio a classe superiore. e un surclassato vince solo quando è giù di giri sulla carta.
invece One-Eyed Jack aveva fatto registrare ottimi tempi, altro motivo di attrazione per la folla, ma questi ottimi tempi si riferivano a un percorso di 6 furlongs e, su tale distanza, la velocità è sempre più elevata, rispetto a quella che si realizza su altre piste. Inoltre, quel cavallo aveva risalito sei posizioni, quindi, ragionava la folla,
avrebbe ben figurato sul miglio-e-un-sedicesimo. ma One-Eyed Jack non vince una corsa con 2 curve da due anni. e non è un caso, questo. quel cavallo è uno scattista, e solo uno scattista. che sia arrivato ultimo, pure dato 3 a 1, non sorprende."
"com'è andata a lei professore?"
"ho perso 140 dollari."
su chi ha puntato nella corsa clou?"
"su One-Eyed Jack. la lezione è finita."
prima di frequentare gli ippodromi e quando ancora non era cominciata l'epoca dell'irrealtà sterilizzata e dell'innacquamento dei cervelli alla tivù, lavoravo come magazziniere, in una fabbrica di lampadari e affini, e, ben sapendo che le biblioteche non servono a niente e che i poeti sono tanti fasulli lagnosi, io facevo le mie scuole nei caffè e nelle arene di pugilato.
che serate, ai vecchi tempi, all'Olympic. il presentatore era un irlandese piccolo e pelato (si chiamava Dan Tobey?) e aveva stile, ne aveva viste di cotte e di crude, fin da ragazzo sui battelli fluviali, o comunque -se non era tanto vecchio- Dempsey lui se lo ricordava senz'altro.
mi pare ancora di vederlo che allunga una mano e afferra il microfono a salscendi, con una mossa lentissima, e noialtri eravamo già ubriachi prima del primo match, ma erano sbornie allegre, e fumando e chiacchierando, su di giri, aspettavamo che i ragazzi salissero sul ring -la cosa era crudele, d'accordo, ma così andava il mondo, anche per noi era la stessa legge,
eppure eravamo ancora vivi- e quasi tutti, sì, ci avevamo una bionda ossigenata o una rossa, perfino io. la mia si chiamava Jane e i nostri incontri da dieci riprese erano la fine del mondo, una volta uno finì con me messo kappaò. provavo un moto d'orgoglio quando Jane tornava dalla toilette dimenando quel suo culo stupendo
nel vestito attillato, e dalla platea si levavano fischi e ululati, al suo passaggio. stupendo era, il suo culo. roba da lasciarti senza fiato, a urlare parole d'amore a un cielo di cemento. veniva a sedersi accanto a me, e io alzavo la lattina di birra come se fosse uno scettro e gliela passavo, lei dava un sorso, me la restituiva, e io dicevo, alludendo ai ragazzi in platea: "quei bastardi pugnettari incivili, io li ammazzo."
lei guardava il programma e diceva: "allora? per chi tieni, dei primi due?"
ero bravo -ne imbroccavo nove su dieci- però prima dovevo vederli. sceglievo sempre quello che saltellava meno, che pareva non avesse voglia di combattere. e se uno dei due si faceva il segno della croce prima della campana e l'altro no, eccolo il
vincitore: quello che non si segnava.
ma di solito quello che saltellava di più e faceva più manfrina era pure quello che si faceva il nome del padre e che le buscava. non c'erano molti incontri truccati a quel tempo e, se ce n'erano, erano perlopiù nella categoria dei massimi, come oggi. ma a quei tempi non gliela facevamo mica passar liscia:
buttavamo giù il ring, schiodavamo le sedie, davamo fuoco al locale. non potevano proprio permetterselo di offrirci troppi incontri truccati. alla Hollywood Legion sì, gli incontri erano spesso truccati, ma noi stavamo alla larga da quella palestra.
anche i ragazzi della Legion sapevano bene che la boxe stava di casa all'arena Olympic. qui venivano George Raft e gli altri, e un sacco di stelline, e sedevano in prima fila intorno al ring. la platea s'inferociva e i pugili combattevano con tutti i sentimenti e il locale era azzurro di fumo, e come urlavamo, baby baby,
e facevamo scommesse e bevevamo whiskey a garganella, e dopo la riunione, la serata finiva a far l'amore, con le nostre donne ossigenate e perverse. ti facevi la tua scopataccia, poi dormivi come un angelo ubriaco. che bisogno avevi della biblioteca pubblica? che bisogno avevi di Ezra? di T.S.? E.E.? D.H.? H.D.? degli Eliot? dei Sitwell?
non scorderò mai la prima sera in cui vidi il giovane Enrique Balanos. a quel tempo tenevo per un ragazzo di colore. uno che si presentava sul ring tenendo in braccio un agnellino bianco. l'accarezzava, prima dell'incontro. una cosa piuttosto sdolcinata, d'accordo. ma il ragazzo era bravo, era duro, e a uno bravo e duro gli concedi un certo margine, giusto?
fatto sta, era lui il mio campione. mi pare si chiamasse qualcosa come Watson Jones. Watson aveva classe, aveva intuito: agile, svelto svelto, e la CASTAGNA, e il mestiere gli piaceva. ma una sera, all'improvviso, senza chiasso, gli opposero quel giovane Balanos. e Balanos ci sapeva fare, si diede tempo, un po' alla volta -con un buon lavoro- sfiancò Watson e alla fine lo demolì.
il mio eroe. non riuscivo a crederci. se non ricordo male, Watson finì kappaò. un finale di serata molto amaro, dunque. e fino all'ultimo momento, con la mia bottiglia in mano, avevo seguitato a urlare, a invocare un'impossibile vittoria. Balanos aveva grinta, ci sapeva fare, quel maledetto: aveva due serpenti al posto delle braccia: non saltellava: sgusciava, scattava come un ragno, un grosso malvagio ragnaccio, non falliva mai il bersaglio.
mi resi conto subito che ci voleva un grosso campione per batterlo, e che Watson poteva pigliar su il suo agnellino e tornarsene a casa. solo molto più tardi, quella sera, dopo un fiume di
whisky, dopo aver litigato con la mia donna, averla presa a male parole ché faceva vedere le gambe, finii per ammettere che aveva vinto il migliore.
"Balanos. saldo sulle gambe, non ragiona, lui, reagisce e basta.meglio non pensare.stasera il corpo ha battuto l'anima. di solito succede così. addio Watson. addio Central Avenue. è tutto finito."
scagliai il bicchiere contro il muro e poi tornai a casa con la donna. ero ferito. lei era bella. ci ficcammo a letto. mi ricordo che una pioggia leggera entrava dentro, dalla finestra. lasciammo che ci piovesse addosso. era bello. era così bello che facemmo l'amore due volte e, quando ci mettemmo a dormire
ci addormentammo con le facce rivolte alla finestra e ci piovve addosso tutta la notte e la mattina dopo le lenzuola erano zuppe e noi ci alzammo starnutendo e ridendo. "gesù cristo! gesù cristo!" era buffo, e chissà Watson dov'era, con la faccia pesta e tumefatta, a tu per tu con l'Estrema Verità, d'ora in poi incontri di 6 rounds, poi di 4, poi il ritorno in fabbrica,
con me, ad assassinare otto-dieci ore al giorno, per qualche soldo, senza arrivare da nessuna parte, aspettando Madama Morte, con la mente che perde colpi, con l'anima che s'avvilisce, starnutivamo, "gesù cristo!", era buffo e lei disse: "sei tutto blu! sei blu dalla testa ai piedi! gesù, guardati allo specchio!"
ero gelato, morivo dal freddo, mi guardai allo specchio e ero tutto BLU! ridicolo! un teschio e pelle e ossa. mi misi a ridere. risi tanto che caddi sul tappeto e lei cadde sopra a me e dai a ridere ridere ridere, gesù cristo pareva che fossimo diventati matti, poi mi toccò smettere e alzarmi, mi vestii, mi pettinai, mi lavai i denti, da mangiare non m'andava, avevo la nausea,
ebbi dei conati di vomito quando mi pulii i denti, uscii e andai alla fabbrica di lampadari dove lavoravo, c'era soltanto il sole di buono, ma bisognava pigliare quel che capita.
Henry Charles Bukowski