Il Convivio

Santino Spartà

La salvezza degli infedeli nel pensiero di Dante Alighieri


Virgilio (cap. V)

 

Scopo della Divina Commedia è soprattutto morale, verso il quale però confluiscono atteggiamenti secondari che, in un chiaroscuro estetico, completano il «poema sacro» (1). Dante lo mette in evidenza nella lettera a Cangrande(2).

«Genus philosophias sub quo hic in toto et in parte proceditur, est morale negotium sive etica, quia non ad speculandum, sed ad opus conceptum est totum»(3); specifica il soggetto avvolto nell’allegoria: «Est ergo subjectum totius operis litteraliter tantum accepit, status animarum post mortem simpliciter sumptus. Nam de illo et circa illum totius operis versatus processus. Si vero accipiatur opus allegorice subjectum est homo prout merendo et demerendo, per arbitri libertatem iustitiae premiandi aut puniendi obnoxius est»(4). In quanto poi al fine «est removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis»(5).

Il poeta nella maturità della vita abbandona «la verace via»(6) per smarrirsi in una «selva selvaggia aspra e forte»(7). Non condannato ancora definitivamente alla perdizione: «ma per la sua follia le fu sì presso / che molto poco tempo avvolger era»(8), può bramare di nuovo la pace dello spirito. Perché egli sia «di servo tratto a libertade»(9) e godere «fruizione divini aspectus»(10), deve acquistare «esperienza piena»(11) dei tormenti di «tutta la gente ria»(12) e delle sofferenze di «quelli spiriti che purgan se»(13).

In questo viaggio per l’Inferno e il Purgatorio, Dante sceglie Virgilio per guida, non senza enfasi psicologica e in un pacato grido gradualmente elogiativo: «Tu duca, tu signore, tu maestro»(14). Virgilio si presenta «come realtà viva del mondo antico, capace di creare i segni della realtà nuova, al di fuori delle egemonie dei popoli, annunciatore di un regno, a cui l’Impero di Roma aveva, nella pienezza del diritto, appianato la via»(15).

Troppe adesioni di stima si sono assiepate intorno alla figura di Virgilio, che in qualche frammento della storia si sono concluse in una idolatria poetica ed hanno sagomato la fisionomia del mantovano in una figurazione di contrastanti e di eccessivi atteggiamenti fisici e spirituali per restare estraneo alla rigorosa tempra del genio dantesco.

Tale ammirazione, equilibrata nelle referenze poetiche di Properzio, Ovidio, Orazio; calda negli scritti di Varo e Igino; operante nelle esegesi stilistica di Modesto Anneo Cornuto, Ascanio, Pediano, Valerio Probo; sincera nell’apologia letteraria di Valerio Donato, Servio, Macrobio, si offre sotto l’esuberanza della fantasia popolaresca di elaborare un Virgilio inedito e assurdo.

Apuleio(16) impressionato da alcuni passi dell’Egloga VIII(17), ne fa del massimo poeta latino un mago. Tale stortura psicologica è favorita dal sincretismo tra il paganesimo romano e le religioni misteriosofiche dell’orien-te, esaltante le cose occulte.

La sua fama di profeta è dovuta a Lattanzio che nelle Divinae Istitutiones, interpreta cristologicamente ma in senso millenaristico la famosa Egloga IV, mentre l’Imperatore Costantino nell’orazione pasquale dà un significato messianico del carme bucolico. Certamente la possibilità dell’ispirazione divina nella Sibilla Cumana, ammessa da S. Agostino(18), avvalora, anche se non in modo apodittico, il tono profetico del componimento. Così Virgilio nelle tradizioni a Napoli e nella Gallia nei “misteri” francesi ed italiani (19) entra nel corteo dei profeti assieme alla Sibilla. Per una valutazione allegorica e morale dell’Eneide si è già impegnato il Vescovo Fulgenzio nel Continentia Vergiliana, completata dal Policraticus di Giovanni Salisbury e dal Commentum super sex libros Eneidos Virgilii di B. Silvestre.

Così a Dante la conoscenza di Virgilio si presenta ricca di nuove espressioni ma anche violentata da un contorno leggendario di aspetti arbitrari quali tessere di un fantasmagorico mosaico ideato dalla mentalità medioevale. Virgilio nella sua inconfondibile personalità è per Dante colui che lo tiene «caramente…per mano»(20) lungo il viaggio e nella conquista del sapere. Il grande discepolo ha affinato la sua sensibilità e il suo gusto sulla realtà poetica del mantovano che lo riconosce in una aperta testimonianza di un amore per il suo maestro.

Tu se' solo colui da cui io tolsi
lo bello stile che mi ha fatto onore(21)

Dante, per i valori pedagogici, didascalici e formali della prodigiosa opera virgiliana e con gli aspetti più intrinseci e vitali della tradizione, fuse nella sua coscienza, oltre a riconoscere profondamente la vis spirituale e politica di Virgilio eleva la sua personalità, nella calda esistenza del singolo, alla più alta perfezione umana. Nel suo mite pessimismo, Virgilio è cristiano. Il mondo idillico di una mistica serenità riposandosi, ora sull’arco evanescente dell’orizzonte, al lirico colloquio con il tubare delle colombe ed il frusciare del ruscello(22), ora nella rassegna bucolicamente suggestiva della satira cosmica e umana, fatta da Sileno per Cromi e Mnasillo(23), o nelle amorose evasioni dei pastori dell'Arcadia(24), è turbato da soldati che confiscano beni, da guerre che stroncano affetti(25), da disperati singhiozzi su una tragica scena di morte(26) da smarriti atteggiamenti di dolorante compassione(27), da gemiti per un amore non corrisposto(28); triste retaggio di una colpa originale che attende la necessità di una purificazione(29).

Nell’attesa, il poeta ha scoperto che la ragione e lo scopo della sofferenza umana è la redenzione morale, il presupposto inalienabile per costruire grandezza e dignità. Il lavoro dopo aver goduto la suggestività lirica di un idillio notturno(30) e ricevuta l’adesione del poeta(31), entra fra le componenti della realtà quotidiana.

Nella prospettiva virgiliana, il lavoro non raccoglie solamente benessere materiale o sanità fisica(32) o abbondanza di frutta, ma soprattutto feconda la divina gloria dei campi(33), favorisce una consapevole fruizione di intenti e di opere(34), sublima il pudore della donna e gli effetti sereni dell’intimità domestica(35). Questo cozzare della realtà e del sogno, di pace invocata e di continue lotte, se smorza il contrasto nella ipnosi lirica dell’arte, scandalizza quasi l’idealistico candore virgiliano e si risolve nell’attualità di «una tristezza serena»(36).

Le sofferenze e l’immolazione di giovani vite, trovano una spiegazione, anche se parziale, ma la più alta prima del Cristianesimo, nella sublimità di scopi ideali. Per la grandezza di Roma, viva nell’anima virgiliana, non per investigazione razionale, ma per fede, «morì la vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso di feruta» come interpreta Dante nella Commedia. Davanti allo svolgimento della guerra, Virgilio di duole per le «scellerata insania» prodotte. D’altronde «sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tantum»(37) ha constatato nel travaglio spirituale della sua malinconia, e nella dialettica di leggi misteriose che governano il tempo.

Enea, specchio dell’altissimo cantore, ansioso di pace, combatte, ma per ubbidire ai fati che comandano di fondare Roma. Pallante e Lauso con gli altri giovani eroi, morendo, vivono più che nella mistica della giovinezza romana, votata al sacrificio supremo, piuttosto nell’impero predestinato per la salvezza dell’umanità(38). Dante ha meditato l’Eneide intuendone i caratteri più riposti avvalendosi e sviluppando spunti e dando vigore e figure(39).

L’unità della fede religiosa e poetica del poema latino, trasportata nella prospettiva cristiana da Dante, entra con pacata prepotenza a vivificare la Commedia. Una nuova coscienza acquista colui che è «mar di tutto il seno»(40), quando Dante gli affida una insolita missione.

Egli è «degno di fede e d’obbedienza»(41) lungo l’itinerario dell’ascesa, per un corredo di virtù etiche e qualità stilistiche e umane: la sua aristocratica egemonia artistica sugli altri poeti che gli è stata assegnata dai «bucolici canti»(42) e soprattutto dall’Eneide che è «una storia»(43) e «divina fiamma / onde sono allumati più di mille»(44). L’invocazione di augurio e di pace(45) è poeticamente più affascinante per la sua lievissima indeterminatezza; la sua fede religiosa documentata da Orazio(46) e palpitante nell’Enede che ne permea tutta la trama, a tal punto che se fosse eliminata la componente soprannaturale perderebbe la intrinseca vitalità(47).

La maturità delle fede di Virgilio si conferma nella cornice di alcuni particolari. «Discitet iustitiam monitiet non tenere divos»(48) fa gridare Phlegias, non certo per una opportuna emozione evocata dalla euforia lirica, ma pregnante di personale adesione al divino. L’Olimpo virgiliano, a differenza di quello omerico, ha tutti i caratteri di una dignitosa seduta del Senato Romano(49); forse che Enea non è chiamato «pius»(50) per la sua devozione agli dei? Enea è «l’eroe stordito in continuo potere della divinità» (51). Egli non porta i Penati ma li consegna al padre durante la fuga da Troia perché macchiato di sangue(52). Ricorda con nostalgica commozione la sacralità sacerdotale di Panto(53); con serena mestizia, Cassandra, la vergine profetessa «ad coelum tendes ardentis lumina»(54); odia Messenzio e la sua orgogliosa empietà(55). Virgilio è stato idealmente assunto al vertice della perfezione umana. Ed è proprio il melanconico poeta ad onorare «ogni scienza ed arte»(56), ad essere salutato «dagli altri poeti onore e lume»(58).

Egli si stacca da tutta una letteratura medioevale che gli ha attribuito i nomi più strani per rivivere accanto a Dante come Saggio, Maestro, Guida, con l’affabile accostamento di insospettate delicatezze(59). Nell’invito dolcemente imperioso, rivolto da Beatrice, con signorile finezza a soccorrere Dante che nella «deserta piaggia impedito» (60), il vate latino riceve il più alto riconoscimento ufficiale(61). Ciononostante Virgilio ha avuto preclusa la via al Paradiso, però è stato di salvezza per altri. Egli ha fatto

come quei che va di notte
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé, fa le persone dotte(62).

A Virgilio, che ha raccolto nell’inquietudine del suo spirito le voci del passato, fermentate dal suo genio lungimirante, per la perennità di nuovi valori, Stazio, rende commossa testimonianza della sua conversione. «Per te poeta fui, per te cristiano»(63). Dante, avvolgendo la figura di Virgilio in un crepuscolarismo cristiano illude il suo amore per «il dolcissimo padre» di una gioiosa realtà poetica.

(1)Par. XXV, 1-2;
(2)Sull’autenticità della lettera cfr. Novati, in Lectura Dantis, le opere minori di Dante Alighieri, Firenze 1906; recentemente Francesco Massone, Quaestio de aqua et terra, in Studi Danteschi, Vol. XXXIV (1957)-Firenze;
(3)Epist. XI, 16;
(4)Epist. XI, 8;
(5)Epist. XI, 15;
(6)Inf. I, 13;
(7)Inf. I, 5;
(8)Purg. I, 59-60;
(9)Par. XXXI, 85;
(10)Mon. XXI, 16;
(11)Inf. XXVIII, 48;
(12)Purg. I, 64;
(13)Purg. I, 68;

(14)Inf. II, 140;

(15)G. Fallani, Poesia e teologia nella Divina Commedia, Milano 1959, Vol. I, p. 51.

 

 

 

 

 

 

 
 
(16)De Magia, c. XXX;
 
(17)vv. 64s;
 
(18)De civit. Dei X, 27; Epist. 258, 5;
 
(19)Cfr. Lectio in nativitatis nocte di Salerno;
 
(20)Inf. XXI, 28;
 
(21)Inf. I, 86-87;
 
(22)Cfr. Le prime tre egloghe;
 
(23)Egloga VI;
(24)Egloga VII;
(25)Egloga I, 70-71;
(26)Cfr. Egloga V;
(27)Egloga I, 79-83;
(28)Egloga  X;
(29)Egloga IV;
 
 
(30)Georg. I, 291-296;
(31)Georg. IV, 125-146.
(32)Cfr. La finale della seconda Georgica;
(33)Georg. II, 460; idem 47-474; idem 532-540;
(34)Georg. I, 291 s.;
(35)Georg. II, 594;
(36)G. Carducci, Per l’inaugurazione d'un monumento per Virgilio in Pietole, in Opere VII, Bologna 1935, p. 128;
(37)Georg. I, 262;
(38)I passi fondamentali sono: Aen. I, 256-296; VI, 756-886. In particolare «His ego nec metas rerum nec tempora pono / imperium sine fine dedi quin aspera Iuno / quas more nunc terrasque metu coelunque fatigat / consilium in melius referet mecumque favebit / Romanos rerum dominos gentemque togatam», I, 278-282; «Regere imperio populos, romane, memento / Haec tibi erunt artes; pacique imponere morem / parcere subiectis et debellare superbos» VI, 851-853.;
(39)Riportiamo solo alcune referenze. Inf.III, 71; Aen. VII, 295-297; Inf. II, 4-5, Aen. VIII, 26-27; Inf. II, 24-25, Aen. VI, 756 s; Inf. II, 82 s., Aen. VI, 299-304; Inf. III, 133; Aen. VI, 441; Inf. IV 115-117; Aen. VI, 774; Inf. III, 112-117, Aen. VI, 309-312; Inf. V, 20; Aen. VI, 126-129; Inf. 13-18; Aen. VI, 417; Inf. VI, 26-27; Aen. VI, 419-421; Inf. VII, 106; Aen. VI, 323; Inf. VIII, 46-48, Aen. XII, 846 s; Inf. 22-25, Aen. II, 223 s; Inf. XIII, 10-15, Aen. III, 216-218; Inf. XIII, 33-39; Inf. XIV, 94-96; Aen. III, 104 s; Inf. XVI, 56-59; Aen. II, 13; Purg. II, 76-81, Aen. VI, 70; Purg. VI, 28-31; Aen. VI, 376; Purg. XIV, 40-45; Aen VII, 15-20.;
(40)Inf. VII, 7; Conv. IV, 6.;
 
(41)Purg. XXII, 129;
(42)Purg. XII, 56;
(43)Conv. IV, 26;
(44)Purg. XXI, 95-96;
(45)Per un legame con il Cristianesimo cfr. Egloga IV, 47s.
(46)Odi I, 24;
(47)I due terzi del poema riguardano gli dei direttamente;
(48)Aen. VI, 620;
(49)Aen. XII, 839-840;
(50)Aen. I, 10; II, 311; IX, 392; I, 544-545;
(51)C. Marchesi, Storia d. Lett. Lat., Milano-Messina, 1953 p. 439;
(52)Aen. II, 717-720;
(53)Aen. II, 318-321; 429-430;
(54)Aen. II, 405;
(55)Cfr. Aen. VII, 647-655; , 481-495; X, 689 s.;
(56)Inf. IV, 73;
(57)Inf. I, 80;
(58)Inf. I, 83;
 
(59)Inf. I, 89; VII, 3; XII, 16; XIII, 47; v. 50; VI, 103; III, 21; VIII, 41; III, 32; IV, 31; VII, 37; X, 115; XXXII, 82; Purg. III 53; X, 47; XII, 2; XXVII, 114; III, 22; XV, 25; XVII, 32; XVIII, 7;
(60)Inf. II, 62;
(61)Inf. II, 58-74;
 
(62)Purg. XXII, 67-69; (63)Purg XXII, 73.
 

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