Le esequie - Vicini a chi piange

di RENATO BORRELLI
(Vita Pastorale n. 11- Novembre 1999)

 

La difficile situazione psicologica legata al primo impatto con la morte di un congiunto e alle successive fasi di elaborazione del lutto chiama in causa la pastorale dell’accompagnamento, che coinvolge non solo il pastore d’anime ma anche tutta la comunità cristiana e si manifesta principalmente con la vicinanza ai congiunti nella difficile ora della solitudine e del dolore successiva alla prima fase dei funerali e delle visite di parenti e amici. La liturgia dei funerali è una celebrazione del mistero pasquale. I sacerdoti hanno il dovere di ravvivare nei presenti la fede nella risurrezione dei morti e la certezza che tutti saremo con Cristo. Quali canti usare? Quelli che aprono alla speranza.


Parlare di esequie significa interessarsi non solo dell’aspetto rituale, ma anche di quello prettamente pastorale legato alla cura, e quindi all’incontro, del celebrante e della comunità con chi è provato dal dolore e sta vivendo la difficile situazione psicologica legata al primo impatto con la morte di un congiunto e alle successive fasi di elaborazione del lutto. Qui è chiamata in causa la pastorale dell’accompagnamento che inizia con la cura pastorale dell’infermo nelle varie fasi della malattia e prosegue con la vicinanza ai congiunti per la veglia di preghiera e nella difficile fase della solitudine col dolore, successiva alla prima fase movimentata dei funerali e delle visite, quando, in certe circostanze, prendono corpo i rimorsi e il dubbio di aver fatto tutto il possibile per evitare la perdita della persona amata.

La Conferenza episcopale tedesca in un interessante documento sulla cura dei defunti suggerisce al riguardo che «accanto alle diverse incombenze da sbrigare in caso di lutto vi dovrebbe essere anche l’aiuto per le persone colpite dal lutto: superamento del dolore, riconoscimento della realtà della morte, valutazione e crescente accettazione della perdita, interiorizzazione nel mondo dei vivi. La persona colpita da lutto non può assicurare da sola questi compiti. Essa ha bisogno dell’aiuto umano dei parenti e degli amici, soprattutto dei cristiani della sua comunità, i quali le offrano, con la loro parola e con la loro vita, un aiuto e un accompagnamento nel lutto» (CET, La cura per i morti, 1994, n. 3).

Lo psichiatra inglese Colin Murray Parkes delinea molto bene le varie fasi del cordoglio: – «...un processo di presa di coscienza, vale a dire il modo in cui la persona in lutto procede dal negare o evitar di riconoscere la perdita verso la sua accettazione; – una reazione di allarme-angoscia, inquietudine e quanto fisiologicamente si accompagna alla paura; – l’urgenza di ricercare, e di trovare la persona perduta, in una qualche forma; – rabbia e colpa, compresi scoppi d’ira diretti contro chi voglia troppo presto far accettare la perdita alla persona in lutto; – sentimenti di perdita interna del sé o di mutilazione; – fenomeni di identificazione: adozione di tratti, modi e sintomi della persona perduta, con o senza l’impressione della sua presenza all’interno di sé; – varianti patologiche del cordoglio, vale a dire che la reazione può essere eccessiva o prolungata o inibita, ed incline a comparire in forma distorta» (cf Il lutto, studi di cordoglio negli adulti, Feltrinelli 1980, pag. 202. Lo schema viene ampiamente sviluppato nei vari capitoli).

Si esige da parte del parroco ed eventualmente dei rappresentanti della comunità qualificati e particolarmente adatti allo scopo, una presenza di accompagnamento delle persone in lutto, aiutandole a vivere e a superare le varie fasi, fino al raggiungimento di un certo equilibrio. Non si può lasciare a sé stessa una famiglia che ha perso il sostegno di un genitore o un figlio in giovane età, come pure le persone anziane rimaste sole. Possono tornare utili, con gli opportuni adattamenti, i suggerimenti di ordine pastorale offerti da Parkes: «I parrocchiani che stiano già in rapporti amichevoli col loro sacerdote accetteranno più facilmente lui che altri a loro completamente estranei o secondo i quali l’unica motivazione per farsi vivi sia di trarre vantaggio dalla loro condizione di lutto per recuperarli alla chiesa. In generale, durante le prime ventiquattr’ore è troppo presto: la persona in lutto è tuttora in fase di stordimento o di shock, e non è ancora pronta ad affrontare la propria stessa confusione.

«A occhio e croce direi che il momento migliore per la visita di un ecclesiastico cade entro la settimana seguente al funerale e, di nuovo, a intervalli regolari durante il primo anno di lutto (l’esperienza mostra tuttavia che può essere significativa e producente la presenza del parroco – prescindendo dal tipo di rapporti con la famiglia – già nei giorni immediatamente successivi al funerale, ndr). Appunto quando il funerale è finito e la famiglia ha ricominciato a disperdersi è probabile che la persona in lutto resti sola. È il momento in cui il cordoglio è al culmine, e deve cominciare a cercare di affrontare i dolorosi, sconcertanti pensieri che l’assediano... Verrà a galla la rabbia contro Dio e l’uomo: non servirà a niente controbattere rabbia con rabbia, contrapporre il dogma all’emozione o una loquace sicurezza allo spasimo.

«Il sacerdote aiuterà soprattutto ascoltando e, se invitato, cercando di collaborare con la persona in lutto per un tentativo onesto di "raddrizzare le cose", rassicurando la persona circa il suo equilibrio mentale pur in presenza di allucinazioni ipnagogiche del defunto o di incubi di particolare vividezza. Il sacerdote "in consonanza" con i suoi parrocchiani potrà trovare la preghiera giusta o una citazione biblica utile, ma non deve lasciarsi tentare a nascondersi dietro queste risposte "facili" evitando il coinvolgimento col prescrivere troppo prontamente soluzioni "magiche" al cordoglio. Nessuno può fornire l’unica cosa che la persona in lutto ricerca: che chi è perduto ritorni. Ma un riconoscimento onesto di impotenza sotto questo rispetto potrà rendere accettabile il visitatore più di una spuria onniscienza» (l.c., pp. 188-189). «Vero amico è colui che comprende gli sfoghi, è presente in silenziosa attesa, ascolta e rievoca i ricordi della persona scomparsa, dà spazio alla diversità di reazioni, accoglie le inquietudini e gli interrogativi, fa appello alle risorse della persona e ne promuove la speranza» (A. Pangrazzi; cf il suo studio: Il lutto: un viaggio dentro la vita, Camilliane ’91).

Un attento esame richiede anche l’omelia alle esequie, il cui tenore deve tenere in debita considerazione ciò che il Rito delle esequie (RE) indica in senso generale: «La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore. Nelle esequie la Chiesa prega che i suoi figli, incorporati per il Battesimo a Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alla vita e, debitamente purificati nell’anima, vengano accolti con i santi e gli eletti nel cielo, mentre il corpo aspetta la beata speranza della venuta di Cristo e della risurrezione dei morti. È per questo che la Chiesa, madre pietosa, offre per i defunti il sacrificio eucaristico, memoriale della Pasqua di Cristo, e innalza preghiere e compie suffragi; e poiché tutti i fedeli sono uniti in Cristo, tutti ne risentano vantaggio: aiuto spirituale i defunti, consolazione e speranza quanti ne piangono la scomparsa» (n. 1).

Utilissime sono le indicazioni puntuali che suggeriscono il modo di porgere queste verità: «Ricordino poi tutti, e specialmente i sacerdoti, che quando nella liturgia esequiale raccomandano a Dio i defunti, hanno anche il dovere di animare nei presenti la speranza, di ravvivarne la fede nel mistero pasquale e nella risurrezione dei morti; lo facciano però con delicatezza, in modo che nell’esprimere la comprensione materna della Chiesa e nel recare il conforto della fede, le loro parole siano di sollievo al cristiano che crede, senza urtare l’uomo che piange» (RE 17).

La messa esequiale è una delle occasioni che vede presenti anche quei fedeli che non hanno un forte senso di appartenenza alla Chiesa e alla comunità, con connotazioni di indifferenza religiosa o di rifiuto: proprio queste situazioni, come pure le varie circostanze della morte, richiedono, nei testi eucologici e nella scelta delle letture, un adattamento che si spera venga fatto al più presto nell’ottica di una revisione del RE che ci si augura imminente. Bisogna comunque utilizzare queste occasioni con molta saggezza e prudenza per fare una garbata forma di evangelizzazione che non scada nel moralismo o in una sorta di terrorismo spirituale. La morte è un segno e bisogna aiutare la gente a leggerlo come richiamo alla sacralità della vita e alla serietà dell’impegno mondano che va inteso in senso cristiano anche come prolixitas mortis. Bisogna farsi interpreti dell’ansia dell’uomo di fronte alla morte senza trincerarsi dietro formulazioni astratte riguardanti la risurrezione e la vita eterna, ed evitando un linguaggio che, «per essere troppo di fede, finisce con l’essere disumano, con il passare, come si suol dire, al di sopra dei cuori e delle teste, senza trascinare gli animi verso quell’unica risposta a tutti i tragici interrogativi umani che si chiama Cristo Risorto!» (S. Sirboni in Rivista di Pastorale Liturgica 148, 1988/3). Cristo infatti è la risposta sia al desiderio dell’uomo di sopravvivere alla morte che al suo rifiuto istintivo di considerare i propri cari perduti per sempre e finiti nel nulla.

L’accenno alle esigenze della sequela è doveroso per far risaltare le esigenze di un Dio che è sì Padre infinitamente buono e misericordioso, ma non certo un «Dio dolce, remissivo, infinitamente bonario: occorre infondere un profondo rispetto del mistero di Dio e della sua grandezza» (cf La cura per i morti, o.c. n. 2). Pur evitando accuratamente ogni forma di elogio funebre (RE 63), non è fuori luogo personalizzare la celebrazione con un accenno – dettato dalle circostanze particolari – alla persona del defunto. Al momento del commiato qualche laico potrà prendere la parola per farsi interprete di sentimenti di riconoscenza verso il defunto (RE 74).

Per concludere le riflessioni sull’omelia, riporto le considerazioni dell’episcopato tedesco: – «La proclamazione non può e non deve essere un corso universitario su morte, giudizio e risurrezione, ma esprime anche la testimonianza di fede della comunità cristiana e del proclamatore; – la proclamazione in occasione del funerale, deve contenere anche un appello alla riflessione e alla conversione personale per ogni cristiano, anche per coloro che sono lontani dalla Chiesa; – ogni celebrazione e omelia esequiale dovrebbero far emergere in modo evidente la partecipazione umana e la compassione: la Chiesa deve dimostrarsi umana nei confronti del defunto e dei parenti; – non può essere compito della liturgia quello di liberare le persone dal lutto e dal dolore. Il suo compito è piuttosto quello di fare lutto con le persone in lutto, di dare loro coraggio, di dare adito nel corso del lutto alla speranza, di non sprofondare in esso» (o.c. nn. 4 e 5).