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La
difficile situazione psicologica legata al primo impatto con la morte
di un congiunto e alle successive fasi di elaborazione del lutto chiama
in causa la pastorale dellaccompagnamento, che coinvolge non solo
il pastore danime ma anche tutta la comunità cristiana e
si manifesta principalmente con la vicinanza ai congiunti nella difficile
ora della solitudine e del dolore successiva alla prima fase dei funerali
e delle visite di parenti e amici. La liturgia dei funerali è una
celebrazione del mistero pasquale. I sacerdoti hanno il dovere di ravvivare
nei presenti la fede nella risurrezione dei morti e la certezza che tutti
saremo con Cristo. Quali canti usare? Quelli che aprono alla speranza.
Parlare di esequie significa interessarsi non solo dellaspetto rituale,
ma anche di quello prettamente pastorale legato alla cura, e quindi allincontro,
del celebrante e della comunità con chi è provato dal dolore
e sta vivendo la difficile situazione psicologica legata al primo impatto
con la morte di un congiunto e alle successive fasi di elaborazione del
lutto. Qui è chiamata in causa la pastorale dellaccompagnamento
che inizia con la cura pastorale dellinfermo nelle varie fasi della
malattia e prosegue con la vicinanza ai congiunti per la veglia di preghiera
e nella difficile fase della solitudine col dolore, successiva alla prima
fase movimentata dei funerali e delle visite, quando, in certe circostanze,
prendono corpo i rimorsi e il dubbio di aver fatto tutto il possibile
per evitare la perdita della persona amata.
La Conferenza
episcopale tedesca in un interessante documento sulla cura dei defunti
suggerisce al riguardo che «accanto alle diverse incombenze da sbrigare
in caso di lutto vi dovrebbe essere anche laiuto per le persone
colpite dal lutto: superamento del dolore, riconoscimento della realtà
della morte, valutazione e crescente accettazione della perdita, interiorizzazione
nel mondo dei vivi. La persona colpita da lutto non può assicurare
da sola questi compiti. Essa ha bisogno dellaiuto umano dei parenti
e degli amici, soprattutto dei cristiani della sua comunità, i
quali le offrano, con la loro parola e con la loro vita, un aiuto e un
accompagnamento nel lutto» (CET, La cura per i morti, 1994, n. 3).
Lo psichiatra
inglese Colin Murray Parkes delinea molto bene le varie fasi del cordoglio:
«...un processo di presa di coscienza, vale a dire il modo
in cui la persona in lutto procede dal negare o evitar di riconoscere
la perdita verso la sua accettazione; una reazione di allarme-angoscia,
inquietudine e quanto fisiologicamente si accompagna alla paura;
lurgenza di ricercare, e di trovare la persona perduta, in una qualche
forma; rabbia e colpa, compresi scoppi dira diretti contro
chi voglia troppo presto far accettare la perdita alla persona in lutto;
sentimenti di perdita interna del sé o di mutilazione;
fenomeni di identificazione: adozione di tratti, modi e sintomi della
persona perduta, con o senza limpressione della sua presenza allinterno
di sé; varianti patologiche del cordoglio, vale a dire che
la reazione può essere eccessiva o prolungata o inibita, ed incline
a comparire in forma distorta» (cf Il lutto, studi di cordoglio
negli adulti, Feltrinelli 1980, pag. 202. Lo schema viene ampiamente sviluppato
nei vari capitoli).
Si esige
da parte del parroco ed eventualmente dei rappresentanti della comunità
qualificati e particolarmente adatti allo scopo, una presenza di accompagnamento
delle persone in lutto, aiutandole a vivere e a superare le varie fasi,
fino al raggiungimento di un certo equilibrio. Non si può lasciare
a sé stessa una famiglia che ha perso il sostegno di un genitore
o un figlio in giovane età, come pure le persone anziane rimaste
sole. Possono tornare utili, con gli opportuni adattamenti, i suggerimenti
di ordine pastorale offerti da Parkes: «I parrocchiani che stiano
già in rapporti amichevoli col loro sacerdote accetteranno più
facilmente lui che altri a loro completamente estranei o secondo i quali
lunica motivazione per farsi vivi sia di trarre vantaggio dalla
loro condizione di lutto per recuperarli alla chiesa. In generale, durante
le prime ventiquattrore è troppo presto: la persona in lutto
è tuttora in fase di stordimento o di shock, e non è ancora
pronta ad affrontare la propria stessa confusione.
«A
occhio e croce direi che il momento migliore per la visita di un ecclesiastico
cade entro la settimana seguente al funerale e, di nuovo, a intervalli
regolari durante il primo anno di lutto (lesperienza mostra tuttavia
che può essere significativa e producente la presenza del parroco
prescindendo dal tipo di rapporti con la famiglia già
nei giorni immediatamente successivi al funerale, ndr). Appunto quando
il funerale è finito e la famiglia ha ricominciato a disperdersi
è probabile che la persona in lutto resti sola. È il momento
in cui il cordoglio è al culmine, e deve cominciare a cercare di
affrontare i dolorosi, sconcertanti pensieri che lassediano... Verrà
a galla la rabbia contro Dio e luomo: non servirà a niente
controbattere rabbia con rabbia, contrapporre il dogma allemozione
o una loquace sicurezza allo spasimo.
«Il
sacerdote aiuterà soprattutto ascoltando e, se invitato, cercando
di collaborare con la persona in lutto per un tentativo onesto di "raddrizzare
le cose", rassicurando la persona circa il suo equilibrio mentale
pur in presenza di allucinazioni ipnagogiche del defunto o di incubi di
particolare vividezza. Il sacerdote "in consonanza" con i suoi
parrocchiani potrà trovare la preghiera giusta o una citazione
biblica utile, ma non deve lasciarsi tentare a nascondersi dietro queste
risposte "facili" evitando il coinvolgimento col prescrivere
troppo prontamente soluzioni "magiche" al cordoglio. Nessuno
può fornire lunica cosa che la persona in lutto ricerca:
che chi è perduto ritorni. Ma un riconoscimento onesto di impotenza
sotto questo rispetto potrà rendere accettabile il visitatore più
di una spuria onniscienza» (l.c., pp. 188-189). «Vero amico
è colui che comprende gli sfoghi, è presente in silenziosa
attesa, ascolta e rievoca i ricordi della persona scomparsa, dà
spazio alla diversità di reazioni, accoglie le inquietudini e gli
interrogativi, fa appello alle risorse della persona e ne promuove la
speranza» (A. Pangrazzi; cf il suo studio: Il lutto: un viaggio
dentro la vita, Camilliane 91).
Un attento
esame richiede anche lomelia alle esequie, il cui tenore deve tenere
in debita considerazione ciò che il Rito delle esequie (RE) indica
in senso generale: «La liturgia cristiana dei funerali è
una celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore. Nelle esequie
la Chiesa prega che i suoi figli, incorporati per il Battesimo a Cristo
morto e risorto, passino con lui dalla morte alla vita e, debitamente
purificati nellanima, vengano accolti con i santi e gli eletti nel
cielo, mentre il corpo aspetta la beata speranza della venuta di Cristo
e della risurrezione dei morti. È per questo che la Chiesa, madre
pietosa, offre per i defunti il sacrificio eucaristico, memoriale della
Pasqua di Cristo, e innalza preghiere e compie suffragi; e poiché
tutti i fedeli sono uniti in Cristo, tutti ne risentano vantaggio: aiuto
spirituale i defunti, consolazione e speranza quanti ne piangono la scomparsa»
(n. 1).
Utilissime
sono le indicazioni puntuali che suggeriscono il modo di porgere queste
verità: «Ricordino poi tutti, e specialmente i sacerdoti,
che quando nella liturgia esequiale raccomandano a Dio i defunti, hanno
anche il dovere di animare nei presenti la speranza, di ravvivarne la
fede nel mistero pasquale e nella risurrezione dei morti; lo facciano
però con delicatezza, in modo che nellesprimere la comprensione
materna della Chiesa e nel recare il conforto della fede, le loro parole
siano di sollievo al cristiano che crede, senza urtare luomo che
piange» (RE 17).
La messa
esequiale è una delle occasioni che vede presenti anche quei fedeli
che non hanno un forte senso di appartenenza alla Chiesa e alla comunità,
con connotazioni di indifferenza religiosa o di rifiuto: proprio queste
situazioni, come pure le varie circostanze della morte, richiedono, nei
testi eucologici e nella scelta delle letture, un adattamento che si spera
venga fatto al più presto nellottica di una revisione del
RE che ci si augura imminente. Bisogna comunque utilizzare queste occasioni
con molta saggezza e prudenza per fare una garbata forma di evangelizzazione
che non scada nel moralismo o in una sorta di terrorismo spirituale. La
morte è un segno e bisogna aiutare la gente a leggerlo come richiamo
alla sacralità della vita e alla serietà dellimpegno
mondano che va inteso in senso cristiano anche come prolixitas mortis.
Bisogna farsi interpreti dellansia delluomo di fronte alla
morte senza trincerarsi dietro formulazioni astratte riguardanti la risurrezione
e la vita eterna, ed evitando un linguaggio che, «per essere troppo
di fede, finisce con lessere disumano, con il passare, come si suol
dire, al di sopra dei cuori e delle teste, senza trascinare gli animi
verso quellunica risposta a tutti i tragici interrogativi umani
che si chiama Cristo Risorto!» (S. Sirboni in Rivista di Pastorale
Liturgica 148, 1988/3). Cristo infatti è la risposta sia al desiderio
delluomo di sopravvivere alla morte che al suo rifiuto istintivo
di considerare i propri cari perduti per sempre e finiti nel nulla.
Laccenno
alle esigenze della sequela è doveroso per far risaltare le esigenze
di un Dio che è sì Padre infinitamente buono e misericordioso,
ma non certo un «Dio dolce, remissivo, infinitamente bonario: occorre
infondere un profondo rispetto del mistero di Dio e della sua grandezza»
(cf La cura per i morti, o.c. n. 2). Pur evitando accuratamente ogni forma
di elogio funebre (RE 63), non è fuori luogo personalizzare la
celebrazione con un accenno dettato dalle circostanze particolari
alla persona del defunto. Al momento del commiato qualche laico
potrà prendere la parola per farsi interprete di sentimenti di
riconoscenza verso il defunto (RE 74).
Per concludere
le riflessioni sullomelia, riporto le considerazioni dellepiscopato
tedesco: «La proclamazione non può e non deve essere
un corso universitario su morte, giudizio e risurrezione, ma esprime anche
la testimonianza di fede della comunità cristiana e del proclamatore;
la proclamazione in occasione del funerale, deve contenere anche
un appello alla riflessione e alla conversione personale per ogni cristiano,
anche per coloro che sono lontani dalla Chiesa; ogni celebrazione
e omelia esequiale dovrebbero far emergere in modo evidente la partecipazione
umana e la compassione: la Chiesa deve dimostrarsi umana nei confronti
del defunto e dei parenti; non può essere compito della
liturgia quello di liberare le persone dal lutto e dal dolore. Il suo
compito è piuttosto quello di fare lutto con le persone in lutto,
di dare loro coraggio, di dare adito nel corso del lutto alla speranza,
di non sprofondare in esso» (o.c. nn. 4 e 5).
  
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