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Psicoanalisi applicata alla Medicina, Pedagogia, Sociologia, Letteratura ed Arte

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 "Un’esistenza murata. La riforma psichiatrica attraverso la vita e l’arte di un uomo"

Introduzione di Anna Ferruta

 

 

Questo testo costituisce l'introduzione  del libro "Un’esistenza murata. La riforma psichiatrica attraverso la vita e l’arte di un uomo" (Antigone, 2012)  di Anna Ferruta e  Paola Zanotti. Si ringraziano sentitamente gli autori e la casa editrice per il permesso alla riproduzione su Frenis Zero.

 


 



 


Scheda Bibliografica:

Autori: Anna Ferruta e Paola Zanotti

Pagine: 220

Editore: Antigone

Luogo di Pubblicazione: Torino

Anno di Pubblicazione2012

Collana: Mente e coscienza

ISBN: 9788895283128


Prezzo: € 29,00

Indice

Anna Ferruta 

“Posso scrivere con questo?” - La riforma psichiatrica attraverso la vita e l’arte di un uomo

Paola Zanotti  

Un’esistenza murata - Tra le pareti delle istituzioni e le sbarre della psicosi

1.      Premessa

2.      La carta di identità

3.      In cammino verso Skillinger

4.      La storia attraverso le istituzioni psichiatriche

5.      Skillinger nell’Atelier di pittura

6.      Il ritratto dell’uomo venuto dal freddo

7.      Uno spazio immaginativo di contatto

Anna Ferruta

  L’identità e la volontà dei sogni

1.      Vinciguerra vuole tornare a casa

2.      Il brefotrofio senza Skillinger

3.      L’ambulatorio della Clinica Psichiatrica e il Laboratorio Protetto

4.      L’Ospedale Psichiatrico

5.      La cura sul territorio dopo la legge 180 –Basaglia

6.      La Comunità Terapeutica dell’Istituto Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro

7.      L’Atelier di pittura “Adriano e Michele”

8.      Skillinger è nato

9.      Che cosa cura la sofferenza mentale?

10.      “Operai di sogni”

 

L’Atelier di Pittura ‘Adriano e Michele’

Michele Munno

Bianca Tosatti

Incontri con Skillinger:

Teresa Maranzano, Storica dell'arte specializzata nell'arte outsider -  Skillinger è morto -

Anna Lastrico, Psichiatra e  Docente universitaria “Eaux vives”-

Andrea Bassoli, Artista - Di qua e di là dal ponte

Elenco delle mostre

L’Atterraggio di Skillinger


 


 

            

 

   

 

Rivista "Frenis Zero" - ISSN: 2037-1853

Edizioni "Frenis Zero"

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AA.VV., "Lo spazio  velato. Femminile e discorso psicoanalitico"                             a cura di G. Leo e L. Montani (Editors)

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana: Confini della psicoanalisi

Anno/Year: 2012 

Writings by: A. Cusin, J. Kristeva, A. Loncan, S. Marino, B. Massimilla, L. Montani, A. Nunziante Cesaro, S. Parrello, M. Sommantico, G. Stanziano, L. Tarantini, A. Zurolo.

 

"The Voyage Out" by Virginia Woolf 

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

ISBN: 978-88-97479-01-7

Anno/Year: 2011 

Pages: 672

Prezzo/Price: € 25,00

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"Vite soffiate. I vinti della psicoanalisi" di Giuseppe Leo 

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Preface: Alberto Angelini

ISBN: 978-88-903710-5-9

Anno/Year: 2011 (2nd Edition)

Prezzo/Price: € 18,00

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"Psicoanalisi e luoghi della negazione" a cura di A. Cusin e G. Leo (Editors)

Writings by: J. Altounian, S. Amati Sas, M. Avakian,  A. Cusin, N. Janigro, G. Leo, B.E. Litowitz, S. Resnik, A. Sabatini Scalmati, G. Schneider, M.  Šebek, F. Sironi, L. Tarantini.

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

ISBN: 978-88-903710-4-2

Anno/Year: 2011

Pages: 400

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"Lebensruckblick"

by Lou Andreas Salomé

(book in German)

Author:Lou Andreas Salomé

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero 

ISBN: 978-88-97479-00-0

Anno/Year: 2011

Pages: 267

Prezzo/Price: € 19,00

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"Psicologia   dell'antisemitismo" di Imre Hermann

Author:Imre Hermann

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero 

ISBN: 978-88-903710-3-5

Anno/Year: 2011

Pages: 158

Prezzo/Price: € 18,00

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"Id-entità mediterranee. Psicoanalisi e luoghi della memoria" a cura di Giuseppe Leo (editor)

Writings by: J. Altounian, S. Amati Sas, M. Avakian, W. Bohleber, M. Breccia, A. Coen, A. Cusin, G. Dana, J. Deutsch, S. Fizzarotti Selvaggi, Y. Gampel, H. Halberstadt-Freud, N. Janigro, R. Kaës, G. Leo, M. Maisetti, F. Mazzei, M. Ritter, C. Trono, S. Varvin e H.-J. Wirth

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

ISBN: 978-88-903710-2-8

Anno/Year: 2010

Pages: 520

Prezzo/Price: € 30,00

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"La Psicoanalisi e i suoi confini" edited by Giuseppe Leo

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"La Psicoanalisi. Intrecci Paesaggi Confini" 

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ISBN 88-8229-567-2

Price: € 15,00

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“Posso scrivere con questo?”

La riforma psichiatrica attraverso la vita e l’arte di un uomo

 

 

 

                                                                                                                        

“Posso scrivere con questo?”: un paziente dell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano si avvicina e mi pone questa domanda, nel corridoio dell’Ambulatorio di Psicologia Clinica, diretto dal prof. Zapparoli, una struttura innovativa che introduce la psicoanalisi nel manicomio. Ho appena iniziato il mio tirocinio di studentessa della Scuola di Specializzazione in Psicologia, istituita congiuntamente nell’Università Statale da Cesare Musatti per la Facoltà di Lettere e Filosofia e Marcello Cesa Bianchi per la Facoltà di Medicina, come apertura ad una visione umana, medica, psicoanalitica, della sofferenza mentale, uno strumento per valicare le mura anche culturali della reclusione manicomiale. E’ l’autunno del 1968: ideali, sogni, speranze di trasformazione personale e sociale ispirano la mia passione per lo studio, la conoscenza, la cura. Ed ecco che all'interno del Manicomio mi viene incontro un ragazzo giovane, minuto, che indossa il pigiama azzurro, divisa dei ricoverati del Paolo Pini, e mi pone una domanda, mostrandomi una crosta sul dito medio della sua mano. La richiesta solleva in me un’onda emotiva partecipe d’immedesimazione: anche sul mio dito medio c’è un rilievo, il cosiddetto ‘callo dello scrittore’ segno dell’appoggio della penna con la quale ho scritto pagine e pagine di appunti durante le lezioni universitarie. Mi sembra di capirlo, sono convinta che voglia esprimersi, sfuggendo all’inerzia custodialistica del manicomio, e così gli dico con entusiasmo: “Ma certo, può farlo, anche se c’è la crosta!”. Allora con l’altra mano gratta via la crosta dal dito e intinge un pezzetto di legno nel sangue che inizia a uscire: vuole scrivere con questo sangue, come in una rappresentazione drammatica del bisogno di esprimere la sua essenza più profonda, radicata nel corpo. Resto ammutolita e capisco che ho molto da imparare: in quel “con questo” si può condensare la speranza di una vita psichica, tesa tra la condanna a affondare nella concretezza del non pensiero e la possibilità di volare immergendosi nelle emozioni.

Da allora, non ho mai più dimenticato il nome di quel giovane, che dopo trent’anni ho rincontrato in un istituto psichiatrico per lungodegenti, l’Istituto Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro, dove, ormai psicoanalista con molti anni di esperienza in strutture psichiatriche pubbliche e private[1], svolgevo la funzione di consulente supervisore delle équipes terapeutiche: Vincenzo Sciandra. Il suo nome si iscrisse indelebilmente nella mia mente, vi fu scritto con il sangue dell’emozione, e per questo non ho avuto difficoltà a ricordarlo e a riconoscerlo.

Il nuovo incontro è stato altrettanto coinvolgente: un uomo che aveva passato tutta la sua vita nelle istituzioni, a cominciare dal brefotrofio in cui fu accolto da bambino, per continuare con l’esperienza del manicomio, dei servizi psichiatrici territoriali, di un istituto per lungodegenti, era riuscito a realizzare il progetto contenuto in quella domanda, a declinare quel “con questo” in figure e parole, acquerelli e poesie, riuscendo a esprimere la sua identità in modo da farsi conoscere. Era stato capace di provare piacere nel manifestarsi e nel comunicare, stabilendo una forma di legame con altri. Lo psicoanalista francese André Green (1992) nel suo bel libro Slegare, osserva che l'artista quando crea nella solitudine del suo spazio, si colloca in una dimensione 'transnarcisistica': è solo, ma ha sempre in mente qualcuno che potrà leggere, vedere, ascoltare, fruire della sua opera, che senza questo 'altro', presente nella mente di chi crea, non può nascere.

Vincenzo non si è rassegnato, ha lottato per realizzare il suo sogno, quello di scrivere-comporre la sua vita: esistere come soggetto, senza appiattirsi e senza piegarsi, conservando un filo sottile di comunicazione con l’altro, che Michele Munno e tutto l’Atelier “Adriano e Michele” dell’Istituto di Riabilitazione Psichiatrica “Sacro Cuore di Gesù” Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro hanno visto, raccolto, sviluppato. Vincenzo, nonostante le difficoltà con cui ha incontrato il mondo, senza famiglia, senza denaro, senza identità, è riuscito a esistere come Skillinger, il personaggio che diventa protagonista dei suoi quadri e dei suoi scritti. E’ riuscito a rigenerarsi ogni giorno come essere senziente, pensante, comunicante con gli altri. Essere una persona umana significa avere la capacità, svolgendo un’attività creativa, cioè lavorativa e sessuale, di creare un poco se stessi, di sentirsi non solo replicanti stampati dalle azioni e dalle parole degli altri, ma soggetti che contribuiscono alla costruzione del mondo e delle relazioni in cui viviamo (Bollas, 1992)[2].

E’ straordinario e commovente che ciò sia potuto accadere: dobbiamo dire che aveva ragione il diciannovenne Vincenzo incontrato nell'Ospedale Psichiatrico, quando oscuramente intuiva che per sentirsi vivi e comunicare con gli altri, per avere un’identità, occorre scrivere con il corpo, con la concretezza e l’autenticità delle sensazioni ed emozioni, come accade per amare e generare. Ecco cosa scrive su un acquerello rosso sangue, un’opera che contribuisce ad arricchire la vita di ciascuno di noi:

 

“L’identità di una personalità. Per quando si nasce oppure se muore una persona. Dalla corporeità di una persona o di un animale. L’identità e la volontà dei sogni. Lo Skillinger”.                      

Per alcuni anni ho continuato a incontrare Vincenzo nei viali dell'Istituto Fatebenefratelli, dove mi recavo una volta la settimana dal 1996 al 2003 per la supervisione alle équipes psichiatriche delle diverse unità di cura: mi riconosce, mi saluta, a volte vado nell'Atelier di pittura a vedere il lavoro suo e di altri ospiti, lavoro che si svolge in un'atmosfera di passione e partecipazione. Nel giugno 2001 collaboro con un mio contributo alla mostra, organizzata a Pavia da Michele Munno nella Galleria dell'A.N.I.M. (Associazione Nazionale Infermieri Neuroscienze): “L'atterraggio dello Skillinger”. Vincenzo è presente all'inaugurazione, consapevole di essere al centro dell'evento, inorgoglito e infastidito, incerto tra l'essere e il non essere, esistenzialmente 'fuori posto', come genialmente lo raffigura la foto di Michele Munno, colto nel momento di un salto al punto massimo di elevazione, a mezz'aria tra cielo e terra, tra sanità e follia, tra i due mondi che si lambiscono, presenti in molti suoi paesaggi.

Successivamente, il lavoro appassionato e altamente professionale di Bianca Tosatti approda a fare inserire alcuni lavori di Vincenzo in una esposizione e asta a Milano presso Finarte-Semenzato tra gli esponenti dell'Art Brut: “Outsider Art in Italia- arte irregolare nei luoghi di cura” (Maggio 2003).  

Teresa Maranzano, coordinatrice dell'Atelier 'Adriano e Michele' inserisce la carta di identità 'geroglifica'  di Vincenzo tra le opere esposte a ’Art en Marge’ (Bruxelles, 2004), “Ecritures imagées-la scrittura come immagine”.

Ma Vincenzo è lontano, non si riconosce in questi contesti. Si realizza una distinzione tra lui e le sue opere, che hanno una vita propria, relativamente indipendente da lui, ma che comunque gli forniscono un reddito con cui soddisfare alcuni desideri.

Nel 2006, improvvisamente, nella notte, Vincenzo lascia questo mondo nel quale non era mai del tutto atterrato, attratto dagli spazi lunari di altri mondi, nei quali si trovava più a casa.

 

Qualche anno dopo, la psichiatra Anna Lastrico che lavora all’Istituto Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro e che ha una docenza alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Pavia, mi fa sapere che una sua studentessa, Paola Zanotti, ha fatto una tesi su Vincenzo e me la fa avere. La leggo e la trovo di grande interesse.  

L'interesse riguarda il lavoro di raccolta dei dati sulla vita di Vincenzo, un’esistenza che ha attraversato l'evolversi e il trasformarsi delle istituzioni psichiatriche. Vincenzo ha conosciuto il custodialismo manicomiale (il primo ricovero nel 1968) con i suoi articoli di legge (art. 4: il paziente è pericoloso a sé o agli altri; art. 66: ricovero volontario),  e poi le prime forme di presa in cura con attenzione al funzionamento mentale del soggetto, fornite dall’Ambulatorio di Psicologia Clinica del Professor Giancarlo Zapparoli e del Professor Franco Ferradini, psichiatri e psicoanalisti, che aprirono l’ambulatorio all’interno dell’Ospedale Psichiatrico ‘Paolo Pini’. La loro proposta clinica comprendeva un approccio con il paziente grave basato sul colloquio, un percorso di diagnosi psicodinamica, una psicoterapia di impostazione psicoanalitica. Vincenzo fruisce anche dei primi tentativi di reinserimento sociale offerti dal laborioso riformismo lombardo (Ergoterapia, Centri Diurni, ecc.), e poi dei dispositivi della psichiatria sul territorio predisposti dalla riforma psichiatrica della Legge 180-Basaglia, (il reparto ospedaliero SPDC –Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, la rete dei servizi ambulatoriali dei Centri PsicoSociali-CPS, la Comunità Terapeutica per medio degenti). Tutti gli interventi medici di competenza psichiatrica gli sono stati prescritti: farmacoterapia con neurolettici, ansiolitici, stabilizzatori dei disturbi dell’umore, elettroshock. Tutti i supporti sociali sono stati utilizzati per lui (collocamento al lavoro in liste speciali, pensione di invalidità, appartamento a affitto agevolato, assistenza legale gratuita, visite domiciliari e aiuto domestico per la pulizia della casa, supporto da parte dei vicini di casa). Tutte le figure professionali individuate per la cura psichiatrica sul territorio hanno avuto a che fare, utilmente, con Vincenzo (psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, infermieri, assistenti sociali, educatori, art-therapists). Nella storia raccolta e narrata da Paola Zanotti, c'è tutto, anche il ricovero per errore nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario.

Possiamo ripercorrere, fuori dalle ideologie, dagli intenti polemici, critici o agiografici, come la psichiatria si è sviluppata in questi 30 anni, monitorando da vicino come si è trovato un uomo, come si sono trovati i medici, gli assistenti sociali, gli educatori, gli psicologi, gli infermieri, i vicini di casa. Si tratta di un'occasione unica, per capire le difficoltà di un soggetto che, nato in situazione carenziale sfavorevole, per sopravvivere con una sua soggettività forte, spesso è 'costretto' a rifiutare gli aiuti che pure ha incontrato nelle istituzioni psichiatriche e nell'ambiente sociale. Il tema dei superpoteri è presente nelle opere e nelle parole di Vincenzo, nei personaggi che nomina (Clark Kent/Superman), a testimonianza del fatto che si aggrappa a questi superpoteri per non sentirsi sopraffatto da fantasmi depressivi catastrofici, come quelli di altri personaggi che nomina, che hanno lottato tra la vita e la morte (Bobby Sands, Giuseppe Pinelli). Il racconto di Paola Zanotti è un'occasione unica anche per comprendere la fatica di tanti terapeuti della psichiatria che lo hanno incontrato e che hanno cercato di curarlo-aiutarlo, misurandosi con i pochi mezzi offerti dalla riforma, con i primi passi di questa, ma anche con le opportunità che la riforma dava a chi desiderava muoversi fuori le mura del custodialismo per incontrare l'altro, isolato non solo per effetto delle mura ma anche della sua riluttanza difensiva e persecutoria, sempre pronto a sentire l'offerta di aiuto come persecuzione e sopraffazione, come talvolta finiva per diventare, a protezione di altri o di lui stesso.

L'interesse del racconto di Paola Zanotti riguarda anche le altre parti del suo scritto, il racconto dell'incontro tra una giovane studentessa di psicologia, non ancora attrezzata con strumenti clinici, ma aperta ad ascoltare, all'interno dell'assetto fondamentale che ha fornito la lezione psicoanalitica: l'ascolto, il farsi vuoto della mente del terapeuta, per accogliere l'altro, il diverso, il non ancora  mentalizzato. Lo psicoanalista Enzo Morpurgo (1998) ha descritto con parole dolorose e illuminanti la profonda differenza tra quello che chiama il ‘dialogo mondano’, attento all’interazione media comune, ritenuta patogena, e la peculiarità del ‘dialogo analitico’, aperto all’ascolto della sofferenza dell’altro come portatore di un bisogno, quello di mettere il male nell’altro e di apparire come un individuo diverso dal se stesso abituale .[3]


Per alcuni anni Paola Zanotti va a fare il suo tirocinio all'Istituto e incontra Vincenzo, lo ascolta, tollera di non capire, raccoglie le sue voci, che non vanno perdute. Il suo testo ha la freschezza delle esperienze colte allo stato nascente, là dove si può assistere alla nascita del filo d'erba, prima che il suo colore si scurisca e si confonda con gli altri fili d'erba. Il merito di farci partecipare a questa esperienza è senz'altro suo, per la sincera curiosità verso l'altro e per la fiducia nella possibilità di stabilire un legame emotivo. Ma il merito è anche di Vincenzo, che alla fine del percorso riesce a preoccuparsi per Paola: la vede magra, sofferente, e le dice che non le fa bene, emergendo dal suo isolamento, dal suo vissuto sempre al confine tra due mondi.

Ritengo questo racconto una testimonianza preziosa di come la teoria psicoanalitica abbia illuminato la pratica quotidiana di chi lavora nella psichiatria: collocare l'altro nella posizione del soggetto e abitare la dimensione 'impossibile' del curante, che cerca di raggiungere i mondi  nei quali lo psicotico si è sistemato per sopravvivere psichicamente; un curante che allo stesso tempo è capace di non idealizzare la follia,  e quindi di non abbandonare il contesto umano e sociale condiviso, proprio quello a cui anche lo psicotico vorrebbe riuscire a partecipare, nonostante tutto.

Il merito di farci partecipare a questo viaggio di Skillinger è anche di quegli psicoanalisti che hanno operato per varcare l'isolamento della concezione della follia e il mondo delle istituzioni psichiatriche con gli strumenti offerti dal pensiero psicoanalitico, che supera l'abisso tra normalità e pazzia, indicando altre strade per comprendere il funzionamento psichico e per la cura.

Singolarmente, lungo la storia di Vincenzo, incontriamo psicoanalisti che hanno rotto il muro segregante la follia: Cesare Musatti, che, con la sua opera di diffusione della psicoanalisi attraverso la ricostruzione della Società Psicoanalitica Italiana dopo gli anni di oscuramento ad opera del fascismo e con l'insegnamento all'Università Statale di Milano e la pubblicazione dell'opera completa di Freud, ha diffuso cultura psicoanalitica allargata, di cui tutti gli operatori della psichiatria hanno fruito, a cominciare da me stessa, allieva delle sue lezioni; Giancarlo Zapparoli, che con la sua coraggiosa iniziativa di aprire un ambulatorio di Psicologia Clinica con un'équipe tutta di psicoanalisti o allievi psicoanalisti nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” è entrato nel cuore della follia e ha formato generazioni di psichiatri; Dario De Martis, professore di Psichiatria all'Università di Pavia, creatore insieme a Fausto Petrella di una scuola di psichiatria analiticamente orientata, che ancora oggi costituisce un punto di riferimento di eccellenza nel panorama della psichiatria italiana, ripiegata spesso sui binari di sedazione e riabilitazione, silenzio. I loro allievi hanno dato a istituzioni, sonnecchianti nella routine o custodialistiche, un nuovo impulso  e una nuova speranza, pur nelle difficoltà obiettive, proprio perché capaci di riconoscerle e di affrontarle in modi possibili. Un collega e collaboratore di De Martis, Tebaldo Galli, psicoanalista, era il primario del SPDC dell'Ospedale San Carlo di Milano, che ha formulato un progetto terapeutico di lungo respiro per Vincenzo e ha inviato l'errante extraterrestre delle revolving doors all'Istituto Fatebenefratelli di San Colombano, con un'attenta analisi della situazione e delle prospettive possibili [4]. Anna Lastrico, relatrice della tesi di Paola Zanotti, è una delle allieve della Scuola di De Martis, psichiatra del Fatebenefratelli di San Colombano e psicoanalista. Giovanni Foresti, allievo di De Martis e psicoanalista, è il Direttore Sanitario dell'Istituto Fatebenefratelli, a cui dà un'impostazione innovativa, con programmi di formazione del personale e con una nuova organizzazione delle cure[5]. Qui nasce l'Atelier 'Adriano e Michele' e il rapporto indispensabile con Michele Munno e  Bianca Tosatti. Io stessa che ho coltivato la psicoanalisi dentro e fuori ‘la nicchia ecologica’ [6] sono chiamata a collaborare con i programmi di formazione e lì rincontro Vincenzo.

Gli incontri fatti lungo questo percorso attraverso la riforma psichiatrica e la cultura psicoanalitica formano un terreno di coltura in cui ha trovato linfa vitale un paziente dato per perso, Vincenzo, che, grazie ai suoi 'superpoteri', cioè alla forza insita nella spinta asintotica presente nella psicosi (che è la stessa alla base della creatività scientifica e artistica, come osserva Diatkine, 1991) riesce a realizzare in modi espliciti l'implicito della domanda che mi fece quando lo incontrai nel lontano 1968 nei corridoi spogli dell'Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini”: è riuscito a scrivere di sé nel mondo, lasciando traccia della sua personale soggettività, senza soccombere  nell’annullamento o nel silenzio.

Le parole di De Martis (1982) mi appaiono ancor oggi illuminanti per gettare luce sulla difficoltà e sulle prospettive di percorsi di cura come questo. In un passaggio chiarificatore e intenso, De Martis  descrive slanci e turbamenti di uno psichiatra che incontra un paziente psicotico: coglie la necessità e insieme l’arbitrarietà con la quale il curante, come rappresentante dell’’altro’, entra nel mondo del paziente, fino a sentirsi egli stesso sradicato dalle radici del suo essere psicosomatico nel mondo:

“La persona che mi sta davanti con il suo comportamento ‘diverso’ induce in primo luogo un movimento di fascinazione, ove si intrecciano curiosità e simpatia, bisogno di testimoniare in una qualche maniera significativa il mio desiderio di avvicinamento, di comprensione e di aiuto, anche se so che mi chiederà molto di più di quanto non sia disponibile a dargli. Desidererei comunque che si rendesse conto che è possibile avere, sul piano dell’incontro, nei confronti di un altro essere umano, sentimenti di spontaneità e di solidarietà tali da rompere la stereotipia asimmetrica  del rapporto paziente-esperto. Vorrei garantirgli che sono dalla parte sua, non da quella degli altri. Sono però respinto, inchiodato al mio ruolo. Intuisco che la paura e la diffidenza del soggetto lo inducono a vivermi come nemico, anche se per avventura mi dice ‘per carità, dottore mi aiuti!’. Sento che al di là di ogni mia intenzione cosciente una parte di me risponde con una paura e una diffidenza simmetrica. (…) Mi ritrovo così ad un certo momento nella posizione tradizionale nei confronti della follia. Cerco di tranquillizzarmi dicendomi che è lui che mi costringe, che non accetta la mia mano tesa, il mio sincero interesse, che mi spinge dall’altra parte vicino ai suoi persecutori. Ma subito dopo mi domando se non abbia proprio ragione il mio interlocutore, che è stato capace attraverso un lungo viaggio in un’esperienza di avvilimento e di sofferenza, di arrivare al fondo delle cose, di smascherare le ipocrisie e le false apparenze in cui ci avvolgiamo tutti per mettere impietosamente a nudo il fondo di angoscia e di vuoto distruttivo che sta al fondo della natura umana. E’ un’esperienza di cui lui è stato capace e io no. Quindi un abisso ci separa ed al di là di ogni dichiarazione di intenti, io sono proprio nella mia natura di tecnico la controparte, in base ad una antinomia insuperabile. Mio è il potere mutuato dalla famiglia, dall’organizzazione sociale, sua è l’impotenza, sua la rivolta e la sfida, anche se questa si esprime prevalentemente in forma autodistruttiva.” (167-168).

Il significato di questo volume non è quello di criticare le istituzioni psichiatriche imperfette. Non è nemmeno quello di idealizzare la follia, che resta un'esperienza di rifugio da una sofferenza insopportabile e di impoverimento del soggetto rispetto alle esperienze affettive sessuali libidiche che si è o gli sono state precluse. Il volume vuole seguire il percorso di un uomo attraverso i dispositivi di cura istituzionali prima e dopo la 180, e la dialettica di coesistenza in un individuo tra il desiderio di simbolizzare la sua esperienza di deprivazione e di dolore e la coazione all’arroccamento in un mondo isolato, per difesa, per narcisismo, per odio, per amore.

Le diverse forme di provvidenza psichiatrica si rendono presenti lungo la strada percorsa da Vincenzo: si fanno conoscere dal vivo, attraverso la storia di un uomo, che ne ha fruito in modi alternati tra l’aiuto e la chiusura, l’esclusione e il soccorso. Non appaiono nella loro burocratica funzione, ma nel modo in cui operano attraverso le persone che vi lavorano. La complessità del soggetto umano, che oscilla tra vertici di comunicazione e abissi di annullamento di sé e dell'altro, si dispiega davanti agli occhi del lettore, suscita sgomento e desiderio di capire, di fare meglio. Le descrizioni fenomenologiche e le interpretazioni psicoanalitiche fanno un passo indietro e lasciano spazio alla complessità del soggetto, che non viene ‘esaurito’ da spiegazioni illusoriamente risolutive. Iniziative pensate e realizzate con cura, come l’Atelier di Art Therapy, mostrano la loro capacità di fare sviluppare potenzialità dormienti.

La strada percorsa da Vincenzo mostra anche le aperture impreviste generate dall’incontro con nuove relazioni, dalla capacità di chi ha colto in lui un desiderio, che fa vivere Skillinger in tutti coloro nei quali ha lasciato una traccia profonda e affettiva di ammirazione per la sua capacità di sopravvivere [7]. I ‘superpoteri’ sono quelle riserve di desiderio che permettono ai bambini e ai folli di proiettarsi verso qualche forma di futuro, non perfetto, carente, zoppicante, ma umano.

Freud stesso in Al di là del principio di piacere (1920) ricorda che la Scrittura dice che zoppicare non è peccato:

“Del resto possiamo consolarci dei lenti progressi della nostra conoscenza scientifica con le parole di un poeta:

                             Was man nicht erfliegen kann, muss man erhinken.

                              ………………………………………………………           

                              Die Schrift sagt, es ist keine Sünde zu hinken.(1)

                            (Ciò che non si può raggiungere a volo, occorre raggiungerlo

                                                                                               zoppicando…

                                La Scrittura dice che zoppicare non è una colpa.” (249)[8]

 

Freud si identifica con Giacobbe che lotta tutta la notte con l’angelo che lo azzoppa e che gli assicura che sarà il progenitore di una numerosa discendenza [9]. Nel suo piccolo, Vincenzo ha lottato contro una forza da cui si sentiva azzoppato, per potersi assicurare una forma di discendenza, almeno attraverso i suoi quadri, i suoi disegni.


         

 

     


        

             

 

 

 

   

 

 


Note dell'Autrice:


[1]     La mia storia professionale ha attraversato le stesse strutture psichiatriche che Vincenzo Sciandra ha frequentato come paziente: Ospedale Psichiatrico, Centro Psicosociale, Centro Diurno, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, Comunità Terapeutica, Clinica psichiatrica, Centro Crisi. Il caso offre l’opportunità di seguire la storia di un uomo e insieme di vedere le istituzioni dal punto di vista del ‘particolare’, che non le critica né le giustifica, ma le  descrive nel loro divenire quotidiano.

[2]           Essere un carattere significa provare piacere nel rischio di essere elaborato dall’oggetto, anzi, in parte cercare oggetti per essere trasformati, man mano che si “subisce” un cambiamento attraverso il momento elaborativo fornito dall’integrità dell’oggetto. Ogni ingresso nell’esperienza di un oggetto assomiglia al rinascere, perché la soggettività viene informata dall’incontro, la sua storia viene modificata da un presente estremamente efficace che ne cambia la struttura. “ (Bollas 1992, 58-59)

 

 [3] “ Se già il porsi il problema dell’altro è per tutti filosoficamente complesso e esistenzialmente altrettanto complesso, credo che tutto cambi radicalmente quando l’accettazione dell’altro diventa accettazione del dolore dell’altro e del suo bisogno di trovare conforto. Credo che in una coppia o in un gruppo l’espressione del disagio interiore crei nell’ascoltatore un’immagine sostanzialmente destabilizzante dell’idea preconscia  della identità del soggetto nel tempo. Io credo che questa alterità dell’altro sofferente  sia la fonte del carattere patogeno della risposta. (...) Che magari è il partner della coppia analitica, cioè lo psicoanalista. Che è meglio attrezzato del partner di vita, e protetto dal setting per affrontare l’espressione di dolore, ma è esposto comunque alla tentazione di respingerla. Magari con teorie raffinate, come spesso mi sembra sia accaduto anche in autori che hanno teorizzato  l’empatia con il paziente. (...) Utilizzava così la sua teoria -quale che fosse- per difendersi anziché più semplicemente, ma quanto più faticosamente, accettare, ricevere e tollerare il dolore del paziente. Dando al paziente e a se stesso tutto il tempo necessario per capire o magari per non capire mai; o per capire e non potere fare niente per il disagio o della sofferenza espressi; ché anche questo significa accettare l‘orizzonte della morte in seduta, come segno del limite, del non esserci garanzia certa di riuscita dell’impresa psicoanalitica”. (1998, 202-04).

 [4] Tebaldo Galli era responsabile dell’Unità Operativa di Psichiatria che accoglieva gli specializzandi della Scuola di Psichiatria di Pavia, che lì svolgevano il loro tirocinio; è autore di progetti di innovazione in tutto il suo Servizio Psichiatrico (vedi gli scritti Uno spazio condiviso (1994) e altri).

 [5] Giovanni Foresti ripercorre in numerosi scritti il suo lavoro di rinnovamento. In particolare Foresti G., Rossi Monti M. (2009). Esercizi di visioning. Psicoanalisi, psichiatria, istituzioni. Borla, Roma.

 

  [6] Mi riferisco al titolo di un lavoro che descrive il percorso possibile della psicoanalisi nelle istituzioni psichiatriche: Ferruta A. (2003).La psicoanalisi fuori dalla nicchia ecologica. A contatto con le patologie gravi nelle istituzioni. In: Rinaldi L. Stati caotici della mente. Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

  [7] Sopravvivere (2003) è il titolo di un lavoro in cui parlo del valore e del significato delle attività espressive nelle istituzioni psichiatriche e nei luoghi di cura.

 [8]   (1 Citazione da Die beiden Golden, la versione di Rückert di un makamat (sermone) di al-Hariri. Freud aveva citato questi stessi versi nella lettera a Fliess del 20 ottobre 1895).

 

 

 [9] Freud utilizza la metafora della lotta di Giacobbe con l’angelo in una lettera a Fliess del 7 maggio 1900:

                “Nessun critico (…) può vedere meglio di me la sproporzione esistente tra i problemi e le mie risposte ad essi, e sarà una giusta punizione per me  che nessuna delle regioni inesplorate della vita psichica, nelle quali io,  primo dei mortali, ho posto piede, riceva il mio nome o si sottometta alle mie leggi. Quando, nella lotta, il respiro ha minacciato di mancarmi, ho pregato l’angelo di desistere ed è ciò che egli ha fatto da allora. Ma non sono stato il più forte, benché da allora vada zoppicando. Bene, ora ho 44 anni e sono un vecchio israelita piuttosto meschino, come potrai vedere tu stesso nell’estate o in autunno. La mia famiglia ha insistito per celebrare il mio compleanno. La mia unica consolazione è che non ho sbarrato le vie del loro avvenire. Il mondo è ancora da vivere e da conquistare per loro, fin dove essi lo potranno. Io lascio loro un gradino su cui potranno porre piede, non li ho portati su una vetta oltre la quale non potranno salire. “(447)

 

 

 

 

 


 


 
 
 
 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 
 

 

   
   
 

 

   
   
   
 

 

   
   
   
   
   
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
   
 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

Responsabile Editoriale : Giuseppe Leo

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