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Gli articoli sulla ricerca psicoanalitica
vengono citati e letti con minore frequenza rispetto a quelli clinici,
come dimostrato da Schachter e Luborsky (1998). Un decennio dopo
questo stato di cose probabilmente resta immutato e le conclusioni dei
due autori sembrano ancora valide: il persistente disinteresse può
essere basato su previsioni angoscianti che le scoperte empiriche
possano minare dalle fondamenta convinzioni psicoanalitiche
tanto faticosamente apprese - qualsiasi esse siano. E' improbabile che
la pubblicazione del volume fondamentale di Kaechele, Schachter e
Thomae, che riassume tutta una vita di lavoro scientifico da parte di
alcuni dei più esperti ricercatori psicoanalitici, possa portare un
cambiamento - qualsiasi esso sia. Per il futuro della psicoanalisi è
una questione momentanea.
Il divario tra pratica clinica, la maggiore
fonte dei nostri modelli teorici, e ricerca empirica in psicoanalisi
ha attirato una crescente attenzione negli ultimi decenni
(cf. Canestri, 2006; Fonagy, 2003; Leuzinger- Bohleber, Dreher and
Canestri, 2003; Sandler, Sandler and Davies, 2000).
Ciò che
sorprende è che lo scontro tra le due culture ha impiegato tanto tempo
per diventare un aspetto centrale (Luyten,
Blatt and Corveleyn, 2006).
La tesi di Freud (1927, p. 256) del "legame
inseparabile" tra successo terapeutico e sviluppo teorico rendeva
equivalente la cura con la ricerca, ponendo la psicoanalisi su una
posizione epistemologica esclusiva: <<Il nostro procedimento analitico
è l'unico in cui è assicurata questa preziosa congiunzione>>.
Con alcune eccezioni - come l'osservazione
diretta dei bambini (Freud, 1905, p. 201) o gli esperimenti
tachistoscopici di Poetzl (Freud, 1900, p. 181) - Freud era convinto
che il supporto per la teoria e la pratica psicoanalitica potrebbe
venire solo all'interno del setting clinico. Di conseguenza, le
controversie teoriche nei primi tempi della psicoanalisi - e per lungo
tempo anche dopo - non si sarebbero potute risolvere su una base di
prove accessibili, cosicché esse facilmente si trasformarono in
dispute ideologiche. Oggigiorno, nel gergo psicoanalitico, si fa
spesso una distinzione tra ricerca analitica o clinica e ricerca
empirica o extra-analitica, la quale anche mette in contrapposizione
la ricerca in psicoanalisi con quella sulla psicoanalisi. L'assunto
implicito è che la "vera" ricerca psicoanalitica sia la ricerca basata
sulla "congiunzione", e che gli altri strumenti di ricerca, al di là
del metodo terapeutico, siano qualcosa di alieno rispetto alla
psicoanalisi.
Per come lo intendo io, la maggiore
preoccupazione dei co-autori del volume "From
Psychoanalytic Narrative to Empirical Single Case Research:
Implications for Psychoanalytic Practice",
come esposto nel capitolo introduttivo, consiste nell'occuparsi del
divario tra terapia psicoanalitica e ricerca psicoanalitica -
occuparsi nel doppio senso della parola, ossia prestare attenzione al
varco e preservare il "legame". Nel loro sforzo in favore
dell'intersoggettività nella ricerca psicoanalitica, essi seguono la
raccomandazione di Wallerstein (1968) di differenziare la "ricerca",
che presuppone una certa formalizzazione ed una categorizzazione
sistematica dei dati e delle scoperte, e il "cercare" nella situazione
clinica. Dal punto di vista degli autori, la versione contemporanea
della tesi di Freud del "legame inseparabile" va riferita alla ricerca
empirica del singolo caso, ma non ai resoconti clinici: <<Per
l'indagine scientifica non è sufficiente fare affidamento solo ed
esclusivamente sulla memoria dell'analista>>(p. 13).
Il lavoro presentato
in questo libro mette a confronto i seguenti problemi centrali della
psicoanalisi all'interfaccia con la pratica, con la teoria e con la
ricerca scientifica clinica.
* La precaria base
di prove degli assunti centrali della psicoanalisi. Il punto di
partenza esplicito dello "Ulm
Psychoanalytic Process Research Study Group"
è il bisogno di una ricerca descrittiva
sofisticata, complessa e che necessita di molto tempo, la quale
distilli i processi di cambiamento che sono specifici della
psicoanalisi.
* Le relazioni
problematiche tra tecnica psicoanalitica, teoria clinica e
metapsicologia. Secondo Fonagy (2003), se la teoria e la pratica
venissero disgiunte, la tecnica potrebbe progredire su terreni
puramente pragmatici, sulla base di ciò che si vede funzionare. Nella
prospettiva degli autori di questo libro, tali terreni pragmatici
vanno trovati negli studi empirici su casi singoli.
* La moltitudine
delle teorie psicoanalitiche e la mancanza di modalità ben assodate di
comparazione e di validazione di teorie tra loro in competizione.
L'ambizione degli autori è quella di sviluppare una metodologia
rigorosa di validazione della credibilità e della affidabilità dei
nostri modelli teorici, applicabile ad un alto livello di specificità
ad una serie di casi longitudinali.
* La confusione tra
teorie private e teorie ufficiali. Il modello di Ulm di resoconto del
trattamento, presentato in questo libro, offre un modo di esplorare in
che modo le concettualizzazioni implicite dell'analista (Sandler,
1983) influenzino il lavoro analitico.
* La mancanza di
regole stabilite per l'esame durante la seduta delle ipotesi cliniche
interpretative. Comunque, le regole tacite di tale esame necessitano
ancora di essere rese esplicite. Anche qui, la metodologia di Ulm
potrebbe essere un contributo significativo.
Il messaggio
centrale di questo libro consiste nel fatto che il solo modo di
risolvere questi punti problematici passi attraverso la ricerca
empirica. Perciò la prima frase del primo capitolo afferma:<<Il caso
della ricerca psicoanalitica non è accademico; è imperativo>> (p. 1).
Le scoperte cliniche hanno bisogno di essere messe alla prova dalla
ricerca empirica formale. Gli autori affermano con forza che gli studi
naturalistici sui trattamenti psicoanalitici potrebbero aiutare ad
occuparsi del divario tra pratica clinica e ricerca empirica in
psicoanalisi. Ciò faciliterebbe il trovare un focus di ricerca che sia
strettamente connesso con la realtà clinica quotidiana e comporterebbe
il fatto di imparare dalle esperienze dei clinici.
Prima di entrare nei
dettagli della ricerca clinica psicoanalitica del Gruppo di Studio di
Ulm, Thomae e Kaechele presentano un'estesa esposizione dei problemi
attinenti della metascienza, in un capitolo che era stato
originariamente pubblicato nel 1973. In un aggiornamento di 30 anni
dopo, essi si dichiarano empiristi e "nomoteticisti idiografici" del
singolo caso, perciò rifiutando l'opposizione storica di comprensione
e spiegazione, come anche tra linguaggio teorico e osservativo in
psicoanalisi. Riferendosi a Hook (1959), gli autori affermano che
tutti i punti di vista sulle controversie contemporanee sullo status
scientifico della psicoanalisi sono stati già trattati circa mezzo
secolo fa. Senza ignorare le questioni di filosofia della scienza,
essi rifiutano di bloccarsi in questa astrazione ad alto livello e di
essere ostacolati negli studi empirici. Al pari della relazione della
pratica con la teoria, la loro posizione è inequivocabile: le
interpretazioni psicoanalitiche necessitano di teorie esplicative come
una guida. Di conseguenza, le teorie cliniche psicoanalitiche possono
essere clinicamente provate, mentre le teorie metapsicologiche restano
una "sovrastruttura speculativa" (Freud, 1925, p. 32) o una "magia"
attraente ma deludente (Freud, 1937, p. 225). Comunque, nessuna
verifica sperimentale delle teorie psicoanalitiche è possibile senza
considerare che il suo metodo è conglobato nell'interazione umana:
l'eliminazione della coazione a ripetere va attribuita a nuove
esperienze relazionali. Senza usare questo termine, l'articolo del
1973 sulla metascienza termina con una forte posizione
intersoggettiva.
Mi riferirò al
titolo di questo libro per seguire le sue tre sezioni.
Dalla narrazione psicoanalitica...
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Nel terzo capitolo
gli autori documentano la significatività scientifica e didattica
delle storie di casi in psicoanalisi. Prendono in esame le funzioni
delle classiche storie di casi di Freud e presentano la successiva
trasformazione delle vignette cliniche e delle presentazioni dei casi
in studi formalizzati di casi singoli riguardanti il corso del
trattamento. Fanno seguito alcune riflessioni parentetiche.
La strategia di Freud per guadagnare
riconoscimento e legittimazione per il metodo psicoanalitico
consisteva nel mostrare al pubblico descrizioni di casi dettagliate e
persuasive. Quando, insieme a Breuer, pubblicò le prime storie di
casi, il metodo scientifico biografico era diffuso nella ricerca
psichiatrica e psicologica dell'epoca. Il modello medico del XIX
secolo faceva equivalere la conoscenza su una malattia con la
descrizione dell'origine dello sviluppo e del trattamento della
malattia dell'individuo colta nella sua unicità. Nel secondo libro di
"Pratica Psicoanalitica", Thomae e Kaechele (1992, pp. 14ff) si
riferiscono alla distinzione di Freud tra storie di casi (storie di
malattia) e storie di trattamenti. Gli autori evidenziano che Freud
era maggiormente interessato alle questioni della genesi dei sintomi
nevrotici che non all'esame della causa sine qua non del cambiamento.
Le storie di casi sono cruciali per
molte forme di conoscenza professionale, in quanto i casi vengono
costruiti quando la teoria e la pratica si uniscono. Un caso emerge
all'incrocio tra l'individuale ed il generale. La specificità e
l'unicità di ogni caso consiste contemporaneamente
nell'esemplificazione di un modello generale o di una regola. E'
cruciale per la costruzione di un caso la registrazione o l'archivio
di casi
(Bergmann
e
Streeck, 2009).
La
costruzione di un caso fa seguito a regole tacite che devono essere
rese esplicite. Ogni protocollo clinico comporta inevitabili omissioni
ma anche aggiunge qualcosa. Il processo di selezione per la
registrazione di un caso viene diretto da presupposti teorici e
metodologici. Perciò dobbiamo sempre considerare il contesto e
l'intento del protocollo. Le narrazioni psicoanalitiche di casi devono
essere tradotte in un corpus cumulativo di conoscenza supportata da
dati empirici. Seguendo la tradizione dei classici studi di casi di
Freud, l'approccio del Gruppo di Studio di Ulm è al contempo
idiografico e nomotetico. In contrasto con Freud, gli autori
respingono la pretesa che la ricerca clinica in psicoanalisi sia
sufficiente - la traduzione richiede metodi multipli ed extra-clinici.
In più, la ricerca sul processo psicoanalitico presuppone qualche
genere di registrazione dello scambio originale avvenuto in seduta.
Perciò essi preferiscono designare come "resoconti di trattamento" le
differenti forme di documentazione necessarie per la ricerca
sistematica di "case-study" e per la validazione delle ipotesi.
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... alla ricerca empirica su singoli casi |
L'obiettivo degli studi presentati in questo
libro è quello formulato sotto forma di metodi ben definiti per la
descrizione sistematica e multidimensionale dei processi
psicoanalitici e per l'esame delle ipotesi sui processi (p. 18). Gli
autori applicano una gerarchia di quattro livelli di
concettualizzazione: studi su casi clinici, descrizioni sistematiche
di casi, giudizi clinici guidati e studi linguistici assistiti dal
computer. Il disegno complessivo degli studi presentati potrebbe
essere descritto come una prospettiva microscopica e retrospettiva su
un materiale raccolto in modo prospettico.
La registrazione audio del 'caso esemplare' di
Amalia X., trattata da Helmut Thomae e disponibile attraverso la "Ulm
Textbank" (formalmente inaugurata nel 1980), ha permesso una
descrizione estensiva e sistematica del decorso del trattamento che
viene presentato nel Capitolo 4. Esaminatori esterni sono stati capaci
di compilare una presentazione trasversale del processo con un minimo
di gergo psicoanalitico. Nel quinto capitolo, vengono applicati vari
modelli di ricerca a studi formalizzati su casi. Secondo gli
autori, solo un team di ricercatori può testare la validità delle
connessioni causali tra schemi inconsci ipotetici, processi
intersoggettivi ed avvenuti cambiamenti sintomatologici o
strutturali. Questa è la versione contemporanea della tesi freudiana
del "legame inseparabile", tradotta in un postulato metodologico.
I dati hanno permesso una valutazione
comparativa da parte dei ricercatori a partire da prospettive cliniche
differenti. Il resoconto di un 'panel' al 43° Congresso dell'"International
Psychoanalytic Association" a New Orleans ha confermato che ogni
partecipante definiva il materiale clinico da un differente punto di
vista, ma, allo stesso tempo, c'era un ampio consenso sul processo
analitico fondamentale. Gli autori concludono che molti aspetti del
trattamento resterebbero senza un resoconto se si dovesse fare solo
affidamento sulla presentazione delle sedute da parte dell'analista.
Tra i metodi di giudizio clinico guidato, gli
autori presentano l'applicazione di svariati strumenti per il caso
esemplare: la "Emotional Insight Rating Scale", un sistema categoriale
per l'analisi del contenuto riguardante l'auto-stima, "rating scales"
che misurano l'intensità della sofferenza e il sentimento di impotenza
nell'affrontare la sofferenza in sequenze di trascrizioni, analisi in
serie di sogni, il "Core Conflictual Relationship Theme"(CCRT), il
"Plan Formulation Method", l'uso del CCRT per uno studio delle
reazioni alle rotture come indicatore del cambiamento, e il "Psychotherapy
Process Q-Sort".
Il sesto capitolo, sugli studi linguistici,
discute i variegati approcci metodologici resi possibili dall'"Ulm
Textbank". Gli approcci basati sul computer sono stati usati in studi
sui micro-processi in analisi. Inoltre, dati provenienti dall'"Adult
Attachment Interview", applicata al caso di Amalia X., 25 anni dopo la
fine della sua analisi, hanno rivelato l'impatto della morte dei suoi
genitori e delle sue rappresentazioni di attaccamento.
Riassumendo, gli autori riescono a dimostrare
che il quadro multisfaccettato e circostanziato di un unico caso può
portare a conclusioni generali ad un alto livello di specificità
clinica, applicabile a svariati altri casi. Gli studi che sono stati
condotti hanno generato alcune nuove ipotesi e questioni di ricerca
che possono guidare ulteriori ricerche e, si spera, arricchire la
comprensione da parte dei clinici di nuovi casi. Al fine di sviluppare
modelli, supportati da dati empirici, di azione terapeutica in
distinti sottogruppi di pazienti, si deve studiare un gran numero di
casi applicando metodi formalizzati di analisi dei casi. E, vorrei
aggiungere, abbiamo ancora molto da imparare dagli sviluppi
metodologici nell'odierna ricerca qualitativa.
Le trascrizioni parola per parola di sedute e le
annotazioni cliniche estensive costituiscono una lettura secca e
impossibile, come già affermato da Freud (1918, p. 13) e come anche
riconosciuto dagli stessi autori. Come lettori di resoconti estensivi
di casi, dobbiamo far affidamento sull'essere guidati in un modo
affidabile dal presentatore. La scelta del materiale e delle regole di
elaborazione dei dati dev'essere resa esplicita. Gli autori di questo
libro in modo brillante soddisfano queste esigenze. Comunque, c'è
ancora un rischio per il lettore di sentirsi sopraffatto da tutta la
mole di dati e di conclusioni del caso esemplare. Perciò raccomando
una lettura attenta del capitolo conclusivo.
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Implicazioni per la pratica psicoanalitica |
Questo lavoro, vera pietra miliare,
dimostra le potenzialità della ricerca sul trattamento psicoanalitico
per migliorare la nostra comprensione dei processi inconsci e dei
meccanismi di cambiamento. L'uso di metodologie multiple nella ricerca
su singoli casi, come applicato nel caso esemplare di Amalia X., è una
potente esposizione di come la ricchezza delle osservazioni cliniche
possa essere distillata in modelli raffinati ed empiricamente
verificabili con un basso livello di astrazione.
Riassumendo i risultati provenienti da questa
estesa impresa di collaborazione, gli autori concludono che il
lavorare ("working through") sulle aree centrali problematiche del
paziente e l'utilizzare una tecnica orientata sul paziente a
condizione di un trattamento a lungo termine intensivo con uno
psicoanalista esperto ha portato ai miglioramenti già citati. Un
clinico che si dedica con impegno ai pazienti potrebbe obiettare,
chiedendo se tutta questa strada fosse necessaria. L'analista, che
trattava il caso, non ha già percepito questo esito 25 anni prima?
Penso che gli autori risponderebbero che avere una percezione clinica
e stabilire delle connessioni causali sono due cose molto differenti.
Fare affidamento sulle nostre percezioni è necessario per l'arte della
psicoanalisi, ma non è abbastanza per la pratica professionale.
Modalità extra-cliniche di studiare le affermazioni psicoanalitiche
sono necessarie per integrare le osservazioni cliniche.
Come afferma Klein (1976, p. 64), il metodo di
tutti gli psicoanalisti è un <<genere impressionistico, basato
sull'autorità, di enunciazioni, con un riferimento solo aneddotico ai
resoconti dei casi>>. In un articolo precedente la pubblicazione di
questo libro, Thomae e Kaechele (2007) affermavano che è essenziale
comprendere quanto l'analista applichi la sua conoscenza nella
situazione analitica per investigare il processo analitico e
sviluppare modelli di ricerca per valutare le ipotesi cliniche.
Secondo gli autori, la comprensione che si sviluppa in psicoanalisi
non è ricerca. Per la ricerca è necessario mettere in campo
un'esplorazione delle connessioni causali e comprende la trascrizione
audio ed i commenti annotati dell'analista, che possono essere
valutati da osservatori indipendenti. E perché la valutazione sia
scientifica, dev'essere basata su misure affidabili, come viene
documentato in questo libro. L'esame sistematico e multidimensionale
dei cambiamenti pre- e post-trattamento nel caso esemplare potrebbe,
ad esempio, confermare l'ipotesi di Blatt (2008) secondo cui il lavoro
psicoanalitico è ottimale per l'organizzazione della personalità
basata sull'introiezione, al contrario delle tipologie anaclitiche e
supportive di trattamento.
Nel capitolo finale gli autori si occupano di
tali aspetti difficili sia a livello del materiale su cui operano i
fattori mutativi in psicoanalisi sia del ruolo della suggestione e
dell'effetto placebo. Senza riuscire a rispondere a queste questioni,
essi forniscono delle prove convincenti che il lavoro clinico
psicoanalitico può essere soggetto ad una ricerca sofisticata sul
piano metodologico e che una tale ricerca può identificare specifici 'patterns'
di cambiamento. Concordo pienamente con la conclusione che un'indagine
attenta e a lungo termine del processo analitico in una ricerca
empirica sul singolo caso può portare a risultati che potrebbero non
essere evidenti per l'analista che compie il trattamento. In più, la
mia esperienza negli studi prospettici longitudinali rinforza la
visione che tali 'patterns' di cambiamento potrebbero essere
difficilmente identificati ad un livello di sedute a breve termine e
richiedono una prospettiva a lungo termine sul decorso del
trattamento. Nel suo complesso, questo libro è un'impressionante
invocazione di un pluralismo metodologico e di una multidimensionalità
nella ricerca sull'impatto dei processi inconsci sull'esperienza ed il
comportamento conscio. Naturalmente, <<tale ricerca è
realizzabile, a patto che vengano spesi abbastanza impegno, passione e
risorse finanziarie>>(p. 394). A questo riguardo il successo del "Ulm
Psychoanalytic Process Research Study Group" è anche un risultato
straordinario.
Un aspetto che vorrei commentare è la scelta
metodologica di trascrivere le sedute e l'esclusione delle interviste
con entrambi i partecipanti del contesto psicoanalitico. Gli autori
riconoscono che indagare in modo empirico un sistema a due persone
richiede dati provenienti da due persone, ossia un esame dei pensieri
e dei sentimenti interni dell'analista e del paziente (p. 15). Questo
concetto si applica anche ad altri sistemi psicoanalitici a due
persone (ad es., alla diade di supervisione), come anche alla ricerca
sul processo e sull'esito. C'è un bisogno pressante di ricerca
psicoanalitica che raccolga dati da entrambi i partecipanti nelle
situazioni diadiche. Al fine di avvicinare le tacite costruzioni di
significato degli analizzandi e dei loro analisti - le loro teorie
private di cura - applichiamo nei nostri studi un modello di
intervista specificamente concepito. Contrariamente ai timori
originariamente espressi dal Gruppo di Studio di Ulm, l'intervistare
ripetutamente entrambi i partecipanti all'analisi non ha influenzato
negativamente né ha rappresentato un'intrusione rispetto al processo
clinico. Questa esperienza, condivisa con altri gruppi di ricerca,
riceve anche un riconoscimento nel capitolo finale di questo libro (p.
394).
Il più importante contributo di questo lavoro
pionieristico per gli sviluppi della psicoanalisi è il fare un passo
in avanti rispetto ad una visione "sacra", autoritaria o "magica" del
ruolo dell'analista come interprete neutrale ed 'iniziato' di un
preesistente messaggio nascosto, e ad idee più o meno utopiche di
condurre 'l'analisi propriamente detta'. La più rilevante conseguenza
della ricerca empirica sul singolo caso per la pratica psicoanalitica
consiste, secondo le parole degli autori, nel fatto che <<l'analista,
piuttosto che fare delle inferenze potenti e piuttosto che trarre
delle forti conclusioni... è ottimale che abbia umiltà e disposizione
a mettersi alla prova in tutti i suoi interventi>> (p. 400). E' mia
convinzione profonda che una tale ricerca possa aiutarci a riempire il
divario tra come stiamo lavorando come analisti e cosa crediamo che
dovremmo fare per condurre un'"analisi propriamente detta".
Di conseguenza, gli autori raccomandano di porre
termine alle infinite discussioni sulla validità degli specifici
interventi e sulle cornici paradigmatiche di riferimento. Come
mostrato altrove (Bernardi, 2002, 2003), gli analisti non cambiano i
loro modelli teorici secondo i canoni della scienza, ma piuttosto
secondo i cambiamenti nelle loro private teorie, influenzati anche da
cambiamenti della cultura e della società. Per navigare nell'oceano
dell'odierno pluralismo in psicoanalisi, ci vuole più ricerca.
Come è anche testimoniato da molti altri
ricercatori che si sono dedicati al compito ingrato di condurre studi
psicoanalitici empirici, gli autori rivelano quanto sia enorme
l'impatto di condurre la propria ricerca sul proprio pensiero
psicoanalitico. Non sono sicuro che l'impatto di questa pubblicazione
sulla comunità psicoanalitica dei clinici sarà ugualmente
impressionante. Il capitolo più breve è quello sulle conseguenze per
la pratica psicoanalitica. Il compito di trarre delle conclusioni
teoriche e cliniche a partire dal corpus fino ad ora accumulato di
risultati di ricerca degli studi empirici deve essere ancora portato a
termine. Boesky pose l'interrogativo nel 2002: perché i nostri
istituti non insegnano la metodologia dell'evidenza clinica
psicoanalitica? Concluse che abbiamo bisogno di inventare una nuova
disciplina, ossia la psicoanalisi comparativa (Boesky, 2002). In
realtà, il modello di Ulm di resoconto del trattamento è stato
sviluppato come base per la psicoanalisi comparativa. Spero che questo
libro epocale possa essere già incluso nel curriculum formativo
psicoanalitico di molti istituti. Il futuro della psicoanalisi è
nelle mani dei nostri studenti, ma è obbligo dell'attuale generazione
di psicoanalisti didatti e di supervisori di incorporare i corsi di
studio di ricerca all'interno dell'abc psicoanalitico.
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Bibliografia:
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