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Rivista "Frenis Zero" - ISSN: 2037-1853

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Recensioni Bibliografiche

 

  "IL DIVARIO TRA PRATICA CLINICA E RICERCA EMPIRICA IN PSICOANALISI. Dalla narrazione psicoanalitica alla ricerca empirica sul singolo caso: implicazioni per la pratica psicoanalitica"

 

 

 Recensione di Andrzej Werbart del libro di Horst Kaechele, Joseph Schachter e Helmut Thomae "From Psychoanalytic Narrative to Empirical Single Case Research: Implications for Psychoanalytic Practice", Routledge, New York 2009, pp. 470.

  

  Questa recensione è stata pubblicata in inglese sull'International Journal of Psychoanalysis nel numero di dicembre 2009. La traduzione in italiano è di Giuseppe Leo.


 

Gli articoli sulla ricerca psicoanalitica vengono citati e letti con minore frequenza rispetto a quelli clinici, come dimostrato da Schachter e Luborsky (1998). Un decennio dopo questo stato di cose probabilmente resta immutato e le conclusioni dei due autori sembrano ancora valide: il persistente disinteresse può essere basato su previsioni angoscianti che le scoperte empiriche possano minare dalle fondamenta  convinzioni psicoanalitiche tanto faticosamente apprese - qualsiasi esse siano. E' improbabile che la pubblicazione del volume fondamentale di Kaechele, Schachter e Thomae, che riassume tutta una vita di lavoro scientifico da parte di alcuni dei più esperti ricercatori psicoanalitici, possa portare un cambiamento - qualsiasi esso sia. Per il futuro della psicoanalisi è una questione momentanea.

Il divario tra pratica clinica, la maggiore fonte dei nostri modelli teorici, e ricerca empirica in psicoanalisi ha attirato una crescente attenzione negli ultimi decenni (cf. Canestri, 2006; Fonagy, 2003; Leuzinger- Bohleber, Dreher and Canestri, 2003; Sandler, Sandler and Davies, 2000). Ciò che sorprende è che lo scontro tra le due culture ha impiegato tanto tempo per diventare un aspetto centrale (Luyten, Blatt and Corveleyn, 2006).

La tesi di Freud (1927, p. 256) del "legame inseparabile" tra successo terapeutico e sviluppo teorico rendeva equivalente la cura con la ricerca, ponendo la psicoanalisi su una posizione epistemologica esclusiva: <<Il nostro procedimento analitico è l'unico in cui è assicurata questa preziosa congiunzione>>.

Con alcune eccezioni - come l'osservazione diretta dei bambini (Freud, 1905, p. 201) o gli esperimenti tachistoscopici di Poetzl (Freud, 1900, p. 181) - Freud era convinto che il supporto per la teoria e la pratica psicoanalitica potrebbe venire solo all'interno del setting clinico. Di conseguenza, le controversie teoriche nei primi tempi della psicoanalisi - e per lungo tempo anche dopo - non si sarebbero potute risolvere su una base di prove accessibili, cosicché esse facilmente si trasformarono in dispute ideologiche. Oggigiorno, nel gergo psicoanalitico, si fa spesso una distinzione tra ricerca analitica o clinica e ricerca empirica o extra-analitica, la quale anche mette in contrapposizione la ricerca in psicoanalisi con quella sulla psicoanalisi. L'assunto implicito è che la "vera" ricerca psicoanalitica sia la ricerca basata sulla "congiunzione", e che gli altri strumenti di ricerca, al di là del metodo terapeutico, siano qualcosa di alieno rispetto alla psicoanalisi.

Per come lo intendo io, la maggiore preoccupazione dei co-autori del volume "From Psychoanalytic Narrative to Empirical Single Case Research: Implications for Psychoanalytic Practice", come esposto nel capitolo introduttivo, consiste nell'occuparsi del divario tra terapia psicoanalitica e ricerca psicoanalitica - occuparsi nel doppio senso della parola, ossia prestare attenzione al varco e preservare il "legame". Nel loro sforzo in favore dell'intersoggettività nella ricerca psicoanalitica, essi seguono la raccomandazione di Wallerstein (1968) di differenziare la "ricerca", che presuppone una certa formalizzazione ed una categorizzazione sistematica dei dati e delle scoperte, e il "cercare" nella situazione clinica. Dal punto di vista degli autori, la versione contemporanea della tesi di Freud del "legame inseparabile" va riferita alla ricerca empirica del singolo caso, ma non ai resoconti clinici: <<Per l'indagine scientifica non è sufficiente fare affidamento solo ed esclusivamente sulla memoria dell'analista>>(p. 13).

Il lavoro presentato in questo libro mette a confronto i seguenti problemi centrali della psicoanalisi all'interfaccia con la pratica, con la teoria e con la ricerca scientifica clinica.

* La precaria base di prove degli assunti centrali della psicoanalisi. Il punto di partenza esplicito dello "Ulm Psychoanalytic Process Research Study Group" è il bisogno di una ricerca descrittiva sofisticata, complessa e che necessita di molto tempo, la quale distilli i processi di cambiamento che sono specifici della psicoanalisi.

* Le relazioni problematiche tra tecnica psicoanalitica, teoria clinica e metapsicologia. Secondo Fonagy (2003), se la teoria e la pratica venissero disgiunte, la tecnica potrebbe progredire su terreni puramente pragmatici, sulla base di ciò che si vede funzionare. Nella prospettiva degli autori di questo libro, tali terreni pragmatici vanno trovati negli studi empirici su casi singoli.

* La moltitudine delle teorie psicoanalitiche e la mancanza di modalità ben assodate di comparazione e di validazione di teorie tra loro in competizione. L'ambizione degli autori è quella di sviluppare una metodologia rigorosa di validazione della credibilità e della affidabilità dei nostri modelli teorici, applicabile ad un alto livello di specificità ad una serie di casi longitudinali.

* La confusione tra teorie private e teorie ufficiali. Il modello di Ulm di resoconto del trattamento, presentato in questo libro, offre un modo di esplorare in che modo le concettualizzazioni implicite dell'analista (Sandler, 1983) influenzino il lavoro analitico.

* La mancanza di regole stabilite per l'esame durante la seduta delle ipotesi cliniche interpretative. Comunque, le regole tacite di tale esame necessitano ancora di essere rese esplicite. Anche qui, la metodologia di Ulm potrebbe essere un contributo significativo.

Il messaggio centrale di questo libro consiste nel fatto che il solo modo di risolvere questi punti problematici passi attraverso la ricerca empirica. Perciò la prima frase del primo capitolo afferma:<<Il caso della ricerca psicoanalitica non è accademico; è imperativo>> (p. 1). Le scoperte cliniche hanno bisogno di essere messe alla prova dalla ricerca empirica formale. Gli autori affermano con forza che gli studi naturalistici sui trattamenti psicoanalitici potrebbero aiutare ad occuparsi del divario tra pratica clinica e ricerca empirica in psicoanalisi. Ciò faciliterebbe il trovare un focus di ricerca che sia strettamente connesso con la realtà clinica quotidiana e comporterebbe il fatto di imparare dalle esperienze dei clinici.

Prima di entrare nei dettagli della ricerca clinica psicoanalitica del Gruppo di Studio di Ulm, Thomae e Kaechele presentano un'estesa esposizione dei problemi attinenti della metascienza, in un capitolo che era stato originariamente pubblicato nel 1973. In un aggiornamento di 30 anni dopo, essi si dichiarano empiristi e "nomoteticisti idiografici" del singolo caso, perciò rifiutando l'opposizione storica di comprensione e spiegazione, come anche tra linguaggio teorico e osservativo in psicoanalisi. Riferendosi a Hook (1959), gli autori affermano che tutti i punti di vista sulle controversie contemporanee sullo status scientifico della psicoanalisi sono stati già trattati circa mezzo secolo fa. Senza ignorare le questioni di filosofia della scienza, essi rifiutano di bloccarsi in questa astrazione ad alto livello e di essere ostacolati negli studi empirici. Al pari della relazione della pratica con la teoria, la loro posizione è inequivocabile: le interpretazioni psicoanalitiche necessitano di teorie esplicative come una guida. Di conseguenza, le teorie cliniche psicoanalitiche possono essere clinicamente provate, mentre le teorie metapsicologiche restano una "sovrastruttura speculativa" (Freud, 1925, p. 32) o una "magia" attraente ma deludente (Freud, 1937, p. 225). Comunque, nessuna verifica sperimentale delle teorie psicoanalitiche è possibile senza considerare che il suo metodo è conglobato nell'interazione umana: l'eliminazione della coazione a ripetere va attribuita a nuove esperienze relazionali. Senza usare questo termine, l'articolo del 1973 sulla metascienza termina con una forte posizione intersoggettiva.

Mi riferirò al titolo di questo libro per seguire le sue tre sezioni.

 

Dalla narrazione psicoanalitica...

 


Nel terzo capitolo gli autori documentano la significatività scientifica e didattica delle storie di casi in psicoanalisi. Prendono in esame le funzioni delle classiche storie di casi di Freud e presentano la successiva trasformazione delle vignette cliniche e delle presentazioni dei casi in studi formalizzati di casi singoli riguardanti il corso del trattamento. Fanno seguito alcune riflessioni parentetiche.

La strategia di Freud per guadagnare riconoscimento e legittimazione per il metodo psicoanalitico consisteva nel mostrare al pubblico descrizioni di casi dettagliate e persuasive. Quando, insieme a Breuer, pubblicò le prime storie di casi, il metodo scientifico biografico era diffuso nella ricerca psichiatrica e psicologica dell'epoca. Il modello medico del XIX secolo faceva equivalere la conoscenza su una malattia con la descrizione dell'origine dello sviluppo e del trattamento della malattia dell'individuo colta nella sua unicità. Nel secondo libro di "Pratica Psicoanalitica", Thomae e Kaechele (1992, pp. 14ff) si riferiscono alla distinzione di Freud tra storie di casi (storie di malattia) e storie di trattamenti. Gli autori evidenziano che Freud era maggiormente interessato alle questioni della genesi dei sintomi nevrotici che non all'esame della causa sine qua non del cambiamento.

Le storie di casi sono cruciali per molte forme di conoscenza professionale, in quanto i casi vengono costruiti quando la teoria e la pratica si uniscono. Un caso emerge all'incrocio tra l'individuale ed il generale. La specificità e l'unicità di ogni caso consiste contemporaneamente nell'esemplificazione di un modello generale o di una regola. E' cruciale per la costruzione di un caso la registrazione o l'archivio di casi (Bergmann e Streeck, 2009). La costruzione di un caso fa seguito a regole tacite che devono essere rese esplicite. Ogni protocollo clinico comporta inevitabili omissioni ma anche aggiunge qualcosa. Il processo di selezione per la registrazione di un caso viene diretto da presupposti teorici e metodologici. Perciò dobbiamo sempre considerare il contesto e l'intento del protocollo. Le narrazioni psicoanalitiche di casi devono essere tradotte in un corpus cumulativo di conoscenza supportata da dati empirici. Seguendo la tradizione dei classici studi di casi di Freud, l'approccio del Gruppo di Studio di Ulm è al contempo idiografico e nomotetico. In contrasto con Freud, gli autori respingono la pretesa che la ricerca clinica in psicoanalisi sia sufficiente - la traduzione richiede metodi multipli ed extra-clinici. In più, la ricerca sul processo psicoanalitico presuppone qualche genere di registrazione dello scambio originale avvenuto in seduta. Perciò essi preferiscono designare come "resoconti di trattamento" le differenti forme di documentazione necessarie per la ricerca sistematica di "case-study" e per la validazione delle ipotesi.

 

... alla ricerca empirica su singoli casi

L'obiettivo degli studi presentati in questo libro è quello formulato sotto forma di metodi ben definiti per la descrizione sistematica e multidimensionale dei processi psicoanalitici e per l'esame delle ipotesi sui processi (p. 18). Gli autori applicano una gerarchia di quattro livelli di concettualizzazione: studi su casi clinici, descrizioni sistematiche di casi, giudizi clinici guidati e studi linguistici assistiti dal computer. Il disegno complessivo degli studi presentati potrebbe essere descritto come una prospettiva microscopica e retrospettiva su un materiale raccolto in modo prospettico.

La registrazione audio del 'caso esemplare' di Amalia X., trattata da Helmut Thomae e disponibile attraverso la "Ulm Textbank" (formalmente inaugurata nel 1980), ha permesso una descrizione estensiva e sistematica del decorso del trattamento che viene presentato nel Capitolo 4. Esaminatori esterni sono stati capaci di compilare una presentazione trasversale del processo con un minimo di gergo psicoanalitico. Nel quinto capitolo, vengono applicati vari modelli di ricerca a studi formalizzati  su casi. Secondo gli autori, solo un team di ricercatori può testare la validità delle connessioni causali tra schemi inconsci ipotetici, processi intersoggettivi ed avvenuti  cambiamenti sintomatologici o strutturali. Questa è la versione contemporanea della tesi freudiana del "legame inseparabile", tradotta in un postulato metodologico.

I dati hanno permesso una valutazione comparativa da parte dei ricercatori a partire da prospettive cliniche differenti. Il resoconto di un 'panel' al 43° Congresso dell'"International Psychoanalytic Association" a New Orleans ha confermato che ogni partecipante definiva il materiale clinico da un differente punto di vista, ma, allo stesso tempo, c'era un ampio consenso sul processo analitico fondamentale. Gli autori concludono che molti aspetti del trattamento resterebbero senza un resoconto se si dovesse fare solo affidamento sulla presentazione delle sedute da parte dell'analista.

Tra i metodi di giudizio clinico guidato, gli autori presentano l'applicazione di svariati strumenti per il caso esemplare: la "Emotional Insight Rating Scale", un sistema categoriale per l'analisi del contenuto riguardante l'auto-stima, "rating scales" che misurano l'intensità della sofferenza e il sentimento di impotenza nell'affrontare la sofferenza in sequenze di trascrizioni, analisi in serie di sogni, il "Core Conflictual Relationship Theme"(CCRT), il "Plan Formulation Method", l'uso del CCRT per uno studio delle reazioni alle rotture come indicatore del cambiamento, e il "Psychotherapy Process Q-Sort".

Il sesto capitolo, sugli studi linguistici, discute i variegati approcci metodologici resi possibili dall'"Ulm Textbank". Gli approcci basati sul computer sono stati usati in studi sui micro-processi in analisi. Inoltre, dati provenienti dall'"Adult Attachment Interview", applicata al caso di Amalia X., 25 anni dopo la fine della sua analisi, hanno rivelato l'impatto della morte dei suoi genitori e delle sue rappresentazioni di attaccamento.

Riassumendo, gli autori riescono a dimostrare che il quadro multisfaccettato e circostanziato di un unico caso può portare a conclusioni generali ad un alto livello di specificità clinica, applicabile a svariati altri casi. Gli studi che sono stati condotti hanno generato alcune nuove ipotesi e questioni di ricerca che possono guidare ulteriori ricerche e, si spera, arricchire la comprensione da parte dei clinici di nuovi casi. Al fine di sviluppare modelli, supportati da dati empirici, di azione terapeutica in distinti sottogruppi di pazienti, si deve studiare un gran numero di casi applicando metodi formalizzati di analisi dei casi. E, vorrei aggiungere, abbiamo ancora molto da imparare dagli sviluppi metodologici nell'odierna ricerca qualitativa.

Le trascrizioni parola per parola di sedute e le annotazioni cliniche estensive costituiscono una lettura secca e impossibile, come già affermato da Freud (1918, p. 13) e come anche  riconosciuto dagli stessi autori. Come lettori di resoconti estensivi di casi, dobbiamo far affidamento sull'essere guidati in un modo affidabile dal presentatore. La scelta del materiale e delle regole di elaborazione dei dati dev'essere resa esplicita. Gli autori di questo libro in modo brillante soddisfano queste esigenze. Comunque, c'è ancora un rischio per il lettore di sentirsi sopraffatto da tutta la mole di dati e di conclusioni del caso esemplare. Perciò raccomando una lettura attenta del capitolo conclusivo.

 

Implicazioni per la pratica psicoanalitica

Questo lavoro, vera pietra miliare,  dimostra le potenzialità della ricerca sul trattamento psicoanalitico per migliorare la nostra comprensione dei processi inconsci e dei meccanismi di cambiamento. L'uso di metodologie multiple nella ricerca su singoli casi, come applicato nel caso esemplare di Amalia X., è una potente esposizione di come la ricchezza delle osservazioni cliniche possa essere distillata in modelli raffinati ed empiricamente verificabili con un basso livello di astrazione.

Riassumendo i risultati provenienti da questa estesa impresa di collaborazione, gli autori concludono che il lavorare ("working through") sulle aree centrali problematiche del paziente e l'utilizzare una tecnica orientata sul paziente a condizione di un trattamento a lungo termine intensivo con uno psicoanalista esperto ha portato ai miglioramenti già citati. Un clinico che si dedica con impegno ai pazienti potrebbe obiettare, chiedendo se tutta questa strada fosse necessaria. L'analista, che trattava il caso, non ha già percepito questo esito 25 anni prima? Penso che gli autori risponderebbero che avere una percezione clinica e stabilire delle connessioni causali sono due cose molto differenti. Fare affidamento sulle nostre percezioni è necessario per l'arte della psicoanalisi, ma non è abbastanza per la pratica professionale. Modalità extra-cliniche di studiare le affermazioni psicoanalitiche sono necessarie per integrare le osservazioni cliniche.

Come afferma Klein (1976, p. 64), il metodo di tutti gli psicoanalisti è un <<genere impressionistico, basato sull'autorità, di enunciazioni, con un riferimento solo aneddotico ai resoconti dei casi>>. In un articolo precedente la pubblicazione di questo libro, Thomae e Kaechele (2007) affermavano che è essenziale comprendere quanto l'analista applichi la sua conoscenza nella situazione analitica per investigare il processo analitico e sviluppare modelli di ricerca per valutare le ipotesi cliniche. Secondo gli autori, la comprensione che si sviluppa in psicoanalisi non è ricerca. Per la ricerca è necessario mettere in campo un'esplorazione delle connessioni causali e comprende la trascrizione audio ed i commenti annotati dell'analista, che possono essere valutati da osservatori indipendenti. E perché la valutazione sia scientifica, dev'essere basata su misure affidabili, come viene documentato in questo libro. L'esame sistematico e multidimensionale dei cambiamenti pre- e post-trattamento nel caso esemplare potrebbe, ad esempio, confermare l'ipotesi di Blatt (2008) secondo cui il lavoro psicoanalitico è ottimale per l'organizzazione della personalità basata sull'introiezione, al contrario delle tipologie anaclitiche e supportive di trattamento.

Nel capitolo finale gli autori si occupano di tali aspetti difficili sia a livello del materiale su cui operano i fattori mutativi in psicoanalisi sia del ruolo della suggestione e dell'effetto placebo. Senza riuscire a rispondere a queste questioni, essi forniscono delle prove convincenti che il lavoro clinico psicoanalitico può essere soggetto ad una ricerca sofisticata sul piano metodologico e che una tale ricerca può identificare specifici 'patterns' di cambiamento. Concordo pienamente con la conclusione che un'indagine attenta e a lungo termine del processo analitico in una ricerca empirica sul singolo caso può portare a risultati che potrebbero non essere evidenti per l'analista che compie il trattamento. In più, la mia esperienza negli studi prospettici longitudinali rinforza la visione che tali 'patterns' di cambiamento potrebbero essere difficilmente identificati ad un livello di sedute a breve termine e richiedono una prospettiva a lungo termine sul decorso del trattamento. Nel suo complesso, questo libro è un'impressionante invocazione di un pluralismo metodologico e di una multidimensionalità nella ricerca sull'impatto dei processi inconsci sull'esperienza ed il comportamento conscio.  Naturalmente, <<tale ricerca è realizzabile, a patto che vengano spesi abbastanza impegno, passione e risorse finanziarie>>(p. 394). A questo riguardo il successo del "Ulm Psychoanalytic Process Research Study Group" è anche un risultato straordinario.

Un aspetto che vorrei commentare è la scelta metodologica di trascrivere le sedute e l'esclusione delle interviste con entrambi i partecipanti del contesto psicoanalitico. Gli autori riconoscono che indagare in modo empirico un sistema a due persone richiede dati provenienti da due persone, ossia un esame dei pensieri e dei sentimenti interni dell'analista e del paziente (p. 15). Questo concetto si applica anche ad altri sistemi psicoanalitici a due persone (ad es., alla diade di supervisione), come anche alla ricerca sul processo e sull'esito. C'è un bisogno pressante di ricerca psicoanalitica che raccolga dati da entrambi i partecipanti nelle situazioni diadiche. Al fine di avvicinare le tacite costruzioni di significato degli analizzandi e dei loro analisti - le loro teorie private di cura - applichiamo nei nostri studi un modello di intervista specificamente concepito. Contrariamente ai timori originariamente espressi dal Gruppo di Studio di Ulm, l'intervistare ripetutamente entrambi i partecipanti all'analisi non ha influenzato negativamente né ha rappresentato un'intrusione rispetto al processo clinico. Questa esperienza, condivisa con altri gruppi di ricerca, riceve anche un riconoscimento nel capitolo finale di questo libro (p. 394).

Il più importante contributo di questo lavoro pionieristico per gli sviluppi della psicoanalisi è il fare un passo in avanti rispetto ad una visione "sacra", autoritaria o "magica" del ruolo dell'analista come interprete neutrale ed 'iniziato' di un preesistente messaggio nascosto, e ad idee più o meno utopiche di condurre 'l'analisi propriamente detta'. La più rilevante conseguenza della ricerca empirica sul singolo caso per la pratica psicoanalitica consiste, secondo le parole degli autori, nel fatto che <<l'analista, piuttosto che fare delle inferenze potenti e piuttosto che trarre delle forti conclusioni... è ottimale che abbia umiltà e disposizione a mettersi alla prova in tutti i suoi interventi>> (p. 400). E' mia convinzione profonda che una tale ricerca possa aiutarci a riempire il divario tra come stiamo lavorando come analisti e cosa crediamo che dovremmo fare per condurre un'"analisi propriamente detta".

Di conseguenza, gli autori raccomandano di porre termine alle infinite discussioni sulla validità degli specifici interventi e sulle cornici paradigmatiche di riferimento. Come mostrato altrove (Bernardi, 2002, 2003), gli analisti non cambiano i loro modelli teorici secondo i canoni della scienza, ma piuttosto secondo i cambiamenti nelle loro private teorie, influenzati anche da cambiamenti della cultura e della società. Per navigare nell'oceano dell'odierno pluralismo in psicoanalisi, ci vuole più ricerca.

Come è anche testimoniato da molti altri ricercatori che si sono dedicati al compito ingrato di condurre studi psicoanalitici empirici, gli autori rivelano quanto sia enorme l'impatto di condurre la propria ricerca sul proprio pensiero psicoanalitico. Non sono sicuro che l'impatto di questa pubblicazione sulla comunità psicoanalitica dei clinici sarà ugualmente impressionante. Il capitolo più breve è quello sulle conseguenze per la pratica psicoanalitica. Il compito di trarre delle conclusioni teoriche e cliniche a partire dal corpus fino ad ora accumulato di risultati di ricerca degli studi empirici deve essere ancora portato a termine. Boesky pose l'interrogativo nel 2002: perché i nostri istituti non insegnano la metodologia dell'evidenza clinica psicoanalitica? Concluse che abbiamo bisogno di inventare una nuova disciplina, ossia la psicoanalisi comparativa (Boesky, 2002). In realtà, il modello di Ulm di resoconto del trattamento è stato sviluppato come base per la psicoanalisi comparativa. Spero che questo libro epocale possa essere già incluso nel curriculum formativo psicoanalitico di molti istituti. Il futuro  della psicoanalisi è nelle mani dei nostri studenti, ma è obbligo dell'attuale generazione di psicoanalisti didatti e di supervisori di incorporare i corsi di studio di ricerca all'interno dell'abc psicoanalitico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Bibliografia:

 

 

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