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Firenze, 9.05.2008 "ATTRAVERSARE
LA PSICHIATRIA
"; Sede: Aula La Colombaria;
Info:
info@quidcom.com ; Fees= n.d.
CENTRO PSICOANALITICO DI FIRENZE
REGIONE TOSCANA
ATTRAVERSARE LA PSICHIATRIA
DINAMICA
Firenze, venerdì 9 maggio 2008
Mattina
“ LA RAGIONE NOSOGRAFICA, LE PILLOLE E LE PAROLE “
Franco Mori
( Firenze )
:
Presiede
09,00 Antonello
Correale ( Roma ) :
Introduce al tema
09,45 Mario Rossi
Monti ( Urbino ) :
La diagnosi sporca
10,30 Giuseppe Berti
Ceroni ( Bologna ) :
L’agire tra pillole e parole
11,10 coffee break
11,40 Romolo Rossi
( Genova ) :
Che fine ha fatto l’isteria
12,20 Graziano
Graziani ( Firenze ) :
Sulla malattia creativa
13,00 discussione
13,30 pausa pranzo
Pomeriggio
“GRUPPO DI LAVORO E GRUPPO TERAPEUTICO”
Stefania
Nicasi ( Firenze ) :
Presiede
14,45 Stefano
Calamandrei ( Firenze ) :
Introduce al tema
15,10 Vincenza
Quattrocchi ( Empoli ) :
Dipartimento di Salute Mentale:
un’organizzazione “psico-dinamica”
15,55 Giovanni
Foresti ( Pavia ) :
L’organizzazione necessaria: istituzione e psicoanalisi
16,40 Giuseppe Saraò
( Firenze ) :
Sulla soglia: le dimensioni verticali ed orizzontali nel
gruppo di lavoro
17,15 Giuseppe
Riefolo ( Roma ) :
Il gruppo terapeutico
17,50 discussione
18,20 test di
valutazione ai fini ECM
INFORMAZIONI GENERALI:
SEDE
Il
corso si terrà presso la sala convegni Aula Letteraria della Colombaria,
Via S. Egidio Firenze
Iscrizione al Corso di Aggiornamento
L’iscrizione al corso è a titolo gratuito
Segreteria Organizzativa
QUID Communications srl - Via G. C. Vanini, 5 - 50129 Firenze tel:
0554633701 fax: 0554633698
info@quidcom.com
Segreteria Scientifica
Graziano Graziani
Educazione Continua in Medicina – ECM
Sono stati richiesti la Ministero della Salute i crediti formativi per
un massimo di 90 discenti, individuati fra le discipline di medici
psichiatri, neuropsichiatri infantili e neurologi, e 30 psicologi. Per
acquisire i crediti assegnati, i partecipanti dovranno compilare il
questionario di verifica dell’apprendimento e la scheda di valutazione
dell’evento. Sono obbligatorie le firme di entrata e di uscita e il 100%
di presenza all’intera giornata.
Attestato di Frequenza
L’attestato con i crediti formativi verrà recapitato direttamente al
partecipante dopo la verifica del questionario di valutazione
dell’apprendimento.
Variazioni
La
Segreteria Scientifica e la Segreteria Organizzativa si riservano il
diritto di apportare al programma tutte le variazioni che si rendessero
necessarie per ragioni tecniche e/o scientifiche.
CURRICULA DOCENTI
ROSSI ROMOLO
Romolo Rossi è professore ordinario
di Psichiatria presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università
degli Studi di Genova, e dopo essere stato Direttore dell’Istituto di
Clinica Psichiatrica è stato Direttore del Dipartimento di Scienze
Psichiatriche dell’Università di Genova. Dal 1992 a oggi ha diretto la
Scuola di Specializzazione in Psichiatria presso la stessa Università.
E’ titolare degli insegnamenti di Psichiatria presso la Scuola di
Specializzazione in Psichiatria, di Psicoterapia presso la Scuola di
Specializzazione in Psicologia, e di Psicoterapia presso la Scuola di
Specializzazione in Criminologia Clinica. E’ stato presidente della
Società Italiana di Psicoterapia Medica. E’ membro ordinario della
Società Psicoanalitica, e membro del Collegium Internazionale
Psychopharmacologicum. E’ presidente del Corso di Laurea in
Riabilitazione Psichiatrica presso l’Università di Genova.
Ha pubblicato globalmente 400 lavori
scientifici, tra cui 14 monografie o trattati. E’ co-editor di un
Manuale di Psichiatria, del Trattato Italiano di Psichiatria e del
Trattato di Igiene Mentale.
I suoi precipui interessi sono
rivolti tra gli altri ai seguenti campi:
1) Aspetti
terapeutici della depressione, dimensioni psicodinamiche dei disturbi
bipolari, ed inquadramento nosologico dei disturbi affettivi;
2) Concezione e
interazioni tra psicofarmacoterapia e psicoterapia analitica dei vari
disturbi psichiatrici;
3) Relazioni tra
psicodinamica, precipuamente psicoanalisi e psicopatologia;
4) Aspetti
nosologici ed etiopatogenetici dei disturbi somatoformi, narcisistici,
dissociativi, nell’area psicogenetica in correlazione coi dati
biologici.
ANTONELLO CORREALE
Primario Psichiatra del Dipartimento
Salute Mentale ASL Roma B Area II. Membro Ordinario della Società
Psicoanalitica Italiana.
Ha scritto numerose pubblicazioni,
tra cui Il campo istituzionale, Quale psicoanalisi per le psicosi?, (con
Luigi Rinaldi), Psicoanalisi e Psichiatria (con Giuseppe Berti Ceroni),
Borderline (con A. Correale, A.M. Alonzi, A. Carnevali, P. Di Giuseppe,
N. Giachetti), Il Gruppo in Psichiatria (con Veronica Nicoletti) e Area
traumatica e campo istituzionale.
GIUSEPPE BERTI CERONI
Giuseppe Berti Ceroni, psichiatra,
psicoanalista, autore di molti articoli e curatore di alcuni libri, fra
cui Psicoanalisi e Psichiatria(Cortina, 1999) e Come cura la
psicoanalisi? (FrancoAngeli 2005) .
GIUSEPPE RIEFOLO
Giuseppe Riefolo, psichiatra, è
membro associato della Società Psicoanalitica Italiana. Dirige il Centro
di Salute Mentale di via A. Di Giorgio della ASL Roma/E. Ha collaborato
con l'istituto di Psichiatria dell'Università Cattolica del S. Cuore di
Roma e con quello dell'Università G. D'annunzio di Chieti dove ha
insegnato presso la scuola di specializzazione in Psichiatria. Effettua
una serie di seminari e supervisioni cliniche attualmente presso i
Dipartimenti di Salute Mentale di Modena, Sassuolo (MO), Vignola (MO)
Pavullo (MO), Padova., Ortona (CH), ASL Roma/B e RM/A. Sul piano della
ricerca si è occupato di Storia della psichiatria sia riguardo alle
istituzioni manicomiali che di temi di psicopatologia classica. In
questa linea con Filippo M. Ferro ha pubblicato "Figure dell'isteria" (Metis,
1996); “Isteria e campo della dissociazione” (Borla, 2006) ed una serie
di note relative a particolari personaggi della psichiatria classica
quali, Sementini, Chiarugi, Clérambault. Parallelamente a temi di
carattere storico, recentemente si è occupato dell'analisi dinamica
delle istituzioni territoriali con il volume: "Psichiatria Prossima. La
psichiatria territoriale in un'epoca di crisi" (Bollati Boringhieri,
2001).Sul tema dell’uso del cinema in psicoanalisi e psichiatria
recentemente ha pubblicato “Le visioni di uno psicoanalista” (Antigone,
Torino, 2006). Insegna presso l’Associazione Psicoanalitica Abruzzese (APA)
di Chieti.
GIOVANNI FORESTI
(13.11.1957) è laureato in
medicina, specialista in psichiatria, membro della Società
Psicoanalitica Italiana e dell’International Psycho-Analytic
Association. Ha esperienze gestionali sia come consulente e supervisore
di diverse istituzioni (in Lombardia, Emilia e Veneto), sia come
responsabile di servizi sanitari (primario e direttore sanitario). Ha
conseguito un Dottorato di Ricerca in Scienze Relazionali nel 1983 e
attualmente è Professore a contratto all’Università di Pavia
(Riabilitazione Psichiatrica e Psicologia del lavoro e delle
Organizzazioni). Inoltre, è docente nei Corsi di Formazione Manageriale
della Regione Lombardia (Scuola di Direzione in Sanità dello IREF) e ha
collaborato a diversi corsi di specializzazione post-lauream organizzati
dall’Università di Padova e di Urbino.
MARIO ROSSI MONTI
1. STUDI
Mario Rossi Monti è nato a Milano il
7 marzo 1953. Si è laureato in medicina e chirurgia nell'Università
degli Studi di Firenze il 15 settembre 1977 discutendo una tesi in
psichiatria (relatore prof. Adolfo Pazzagli), intitolata Contributi
della psichiatria fenomenologico‑esistenziale alla teoria e alla prassi
della psichiatria attuale. Laureatosi con il massimo dei voti e la
lode, nel novembre dello stesso anno ha conseguito la abilitazione alla
professione di medico‑chirurgo e dal gennaio 1978 è iscritto all'Ordine
dei Medici della Provincia di Firenze.
Nel gennaio 1978, avendo superato
l'esame di ammissione e risultando secondo in graduatoria, è stato
ammesso al primo anno di corso della Scuola di Specializzazione in
Psichiatria dell'Università degli Studi di Firenze, diretta dal prof.Adolfo
Pazzagli. Il 10 luglio 1981 ha conseguito il diploma di specialista in
psichiatria con il massimo dei voti e la lode, discutendo una tesi dal
titolo La paranoia come caricatura di un sistema scientifico.
Avendo completato una analisi
didattica con un membro didatta della Società Psicoanalitica Italiana,
il sottoscritto è attualmente iscritto alla Società Psicoanalitica
Italiana con la qualifica di «Membro Associato».
E' inoltre socio della Società
Italiana per la Psicopatologia.
Ha partecipato inoltre ai seguenti
corsi di aggiornamento:
1.il 19 gennaio 1990 ha partecipato
al seminario «La relazione terapeutica e l'attività psicoterapeutica
nel Dipartimento di Salute Mentale» tenutosi presso il Centro
Formazione e Aggiornamento della U.S.L. 10E in Firenze nell'ambito del
Programma Regionale per l'Aggiornamento de gli operatori dei D.S.M.
2.«Corso di Aggiornamento
Obbligatorio per il personale della Unità Operativa di Psichiatria
della USL 10 B» svolto si nel periodo compreso tra marzo e maggio del
1991.
3.dal 10 al 13 ottobre 1991 ha
partecipato al Corso di Aggiornamento Permanente per lo Psichiatra
«Psichiatria '90», tenutosi a Gubbio.
Collabora alla rivista ATQUE‑Materiali
tra filosofia e psicoterapia ed è stato o è membro del Comitato
Editoriale o Scientifico delle seguenti Riviste:
Rivista Sperimentale di Freniatria
Psichiatria nella Comunità
Comprendre. Archive International
pour l'Anthropologie et la Psychopathologie Phénoménologiques
Psiche. Rivista di Cultura
Psicoanalitica
Psichiatria e Psicoterapia Analitica
(ora Psichiatria e Psicoterapia)
Evidence Based
Mental Health (edizione italiana)
Psichotech – Rivista della Società
Iatliana di Psicotecnologie e Clinica dei Nuovi Media
Psicopatologia Cognitiva
Dirige la Collana "Psicopatologia"
della Giovanni Fioriti Editore
2. ESPERIENZE
Durante gli anni degli studi
universitari ha frequentato per un anno come studente interno l'Istituto
di Anatomia Umana Normale ed ha frequentato come tirocinante l'Ospedale
Neuropsichiatrico Provinciale di Firenze. Tale tirocinio pratico è
proseguito anche dopo il conseguimento della laurea e fino al luglio
1978.
In data 16 luglio 1978 è stato
assunto come «medico assistente straordinario» ed ha svolto tale
servizio fino al 15 novembre 1978.
Il 23 novembre 1978
l'Amministrazione Provinciale di Firenze ha stipulato con il
sottoscritto una convenzione relativa all'esame clinico di soggetti che
presentano problematiche e disturbi della sfera psichica, nell'ambito
dei Servizi per la Salute Mentale. In particolare fu stabilita
l'assegnazione ai Servizi di Salute Mentale del Valdarno Fiorentino
diretti dal prof. Arnaldo Ballerini. Tale convenzione è stata via via
prorogata fino al 30 giugno 1980.
Dal 9 gennaio 1979 all' 8 aprile
1980 ha svolto il servizio militare come sottotenente medico di
complemento (ruolo ufficiali medici) prestando servizio presso
l'Istituto di Medicina Legale della Scuola di Sanità Militare di
Firenze.
Dal 7 luglio 1980, essendo risultato
vincitore del concorso pubblico per 5 posti di medico assistente
psichiatra nei Servizi Provinciali per la Salute Mentale, ha prestato
servizio come medico assistente psichiatra di ruolo dipendente
dall'ex‑Ospedale Neuropsichiatrico di Firenze, prima nella U.S.L. 18 (Empolese‑Val
d'Elsa) poi, a partire dal gennaio 1984, presso la U.S.L. 1O B di
Firenze.
Nel gennaio 1989, essendosi
classificato primo nella graduatoria, gli è stato conferito l'incarico
di aiuto psichiatra presso la U.S.L. 10 B per il periodo 1.1.1989‑
31.8.1989. Dopo avere ripreso servizio come assistente, il 9.4.1990 è
stato nominato Aiuto Corresponsabile Ospedaliero presso la USL 10 B
essendosi classificato al primo posto nella graduatoria del pubblico
concorso. Ha assolto a tale funzione fino al 20.12,1994, data in cui ha
rassegnato le dimissioni volontarie.
Dal 27.12.94, essendo risultato
vincitore di un posto di Ricercatore Universitario presso la Facoltà di
Medicina e Chirurgia dell'Università di Firenze per il gruppo di
discipline M11E, ha preso servizio come Ricercatore Universitario, ruolo
che ricopre a tutt'oggi, prestando servizio presso la Unità Operativa di
Psicologia Clinica e Psicoterapia, nell'ambito del Dipartimento di
Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell'Università di Firenze..
Sal 1.11.98 essendo risultato
vincitore del Concorso a professore di seconda fascia per il
raggruppamento M11E (Psicologia Clinica) è stato nominato Professore
Associato di Psicologia Clinica presso la Facoltà di Scienze della
Formazione dell'Università di Urbino.
Dall'aprile 1984 al 31 dicembre 1989
ha svolto funzioni di consulente del Centro Rieducazione Minorenni del
Ministero di Grazia e Giustizia a favore dell'Istituto Osservazione
Minorenni «G.Paolo Meucci» di Firenze, nell'ambito di una convenzione
che prevedeva un impegno pari a 24 ore mensili.
3. INSEGNAMENTI
1) Nell'anno accademico 1981‑1982 ha
collaborato all'attività didattica della Clinica Psichiatrica dell'
Università degli Studi di Firenze conducendo, insieme alla prof. Paola
Benvenuti, un seminario per studenti di medicina e magistero sul tema
«Maternità come crisi».
A partire dal 1979 ha inoltre
collaborato ad un programma di ricerca della Clinica Psichiatrica di
Firenze avente per oggetto i disturbi psicopatologici della maternità e
della paternità, nell'ambito del quale sono stati pubblicati numerosi
contributi su riviste specializzate ed il volume di A. Pazzagli,
P.Benvenuti, M.Rossi Monti, Maternità come crisi, Il Pensiero
Scientifico, Roma, 1981
2) Ha ricoperto l'incarico di
insegnamento di Psicopedagogia presso la Scuola per Infermieri
Professionali della U.S.L. 1O E e presso la Scuola per Infermieri
Professionali della U.S.L. 1O H negli anni 1981/82, 1982/83, 1983/84.
3) Ha ricoperto l'incarico di
insegnamento di Psichiatria presso la Scuola per Infermieri
Professionali della U.S.L. 1O E negli anni 1983/84, 1984/85, presso la
U.S.L. 1O H nell'anno 1983/84 e presso la Scuola Infermieri
Professionali della U.S.L. 1O D nell'anno 1985/86.
4) Nell'anno accademico 1984/85 ha
svolto attività di insegnamento nella materia «Fattori che
influenzano lo sviluppo infantile» presso la Scuola di Specializzazione
in Psichiatria dell'Università di Siena. Negli anni accademici
successivi (1985/86, 1986/87, 1987/88, 1988/89, 1989/90) è stato
nominato docente di «Neuropsichiatria Infantile» presso la Scuola di
Specializzazione in Psichiatria dell'Università di Siena ed ha svolto la
relativa attività annuale di insegnamento; negli anni accademici
1990/91, 1991/92, 1992/93 ha insegnato «Patologia Speciale
Psichiatrica»; dall'anno accademico 1992/93 fino al 1997/98 è stato
inoltre nominato, presso la medesima Scuola di Specializzazione in
Psichiatria, docente di «Psicodinamica»..
5) Nell'anno scolastico 1992/93 ha
insegnato «Elementi di psichiatria e psicopatologia generale» agli
allievi del secondo anno (per un totale di 20 ore) della Scuola per
Educatori Professionali istituita dalla Unità Sanitaria Locale 10 B
Firenze.
6) Nel 1993 è stato nominato docente
di «Psichiatria» presso la Scuola di formazione per psicomotricisti
diretta dal Prof. Jean Le Boulch, funzione che ha svolto nell'anno
scolastico 1993-1994 e 1994-1995.
7) Nell'anno accademico 2000-2001 è
statp nominato Direttore del Corso di Perfezionamento Universitario
Dalla diagnosi alla terapia. Il ruolo della psicopatologia. (Università
di Urbino):
Contratto Integrativo nella Scuola
di Specializzazione in Psichiatria dell'Università degli Studi di
Firenze (1997/98-98/99) 2000-2001
Professore a Contratto per
Psicoterapie psicoanalitiche (Scuola di Specializzazione in Psicologia
Clinica - Università di Firenze)
4. PUBBLICAZIONI.
Le pubblicazioni (in allegato
elenco) possono essere distinte in base a tre principali filoni di
ricerca:
1)-L'indirizzo fenomenologico in
psichiatria e la psicopatologia fenomenologica di derivazione
jaspersiana.
L'interesse per l'indirizzo
fenomenologico esistenziale in psichiatria, nato all'epoca della scelta
del tema della tesi di laurea in psichiatria, si è in seguito
concretizzato in una raccolta antologica di testi di ambito filosofico,
psichiatrico e psicopatologico (M.Rossi Monti, Psichiatria e
fenomenologia, Loescher, Torino, 1978) ed in un breve saggio (M.Rossi
Monti, S.Vitale, Dall'analisi esistenziale alla teoria dei sistemi,
Feltrinelli, Milano, 1980). Questo tipo di interesse, iniziato con un
taglio di carattere storico-epistemologico, si è tradotto in studi di
clinica psichiatrica e di impostazione psicopatologica che hanno dato
luogo a due libri, scritti in collaborazione con Arnaldo Ballerini: il
primo dedicato al cosiddetto Defekt post‑schizofrenico (A.Ballerini,
M.Rossi Monti, Dopo la schizofrenia, Feltrinelli, Milano, 1983); il
secondo dedicato ad una riconsiderazione del «delirio di rapporto
sensitivo» di Kretschmer, visto come modello di molti scompensi di
natura paranoidea (A.Ballerini, M.Rossi Monti, La vergogna e il delirio,
Bollati Boringhieri, Torino, 1990).
Altri studi, in forma di articoli,
sono stati dedicati alle sindromi schizoaffettive, ai sintomi negativi
della schizofrenia nel loro rapporto con le depressioni
post‑psicotiche e con il concetto di autismo, alla psicopatologia
dell'età involutiva, ai problemi di carattere epistemologici suscitati
dalla classificazione dei disturbi mentali e ai problemi che sono venuti
in primo piano con la adozione di un nuovo modello di assistenza
psichiatrica. Un tentativo di mostrare la attualità della riflessione
psicopatologica e soprattutto la possibilità di una sua declinazione
nell'approccio clinico ai problemi che si pongono nell'ambito della
psichiatria comunitaria ha dato luogo al volume M.Rossi Monti (a cura
di), Manuale di psichiatria nel territorio, La Nuova Italia, Firenze,
1994. Una riflessione di carattere epistemologico sulle potenzialità
dell'approccio psicopatologico nell'ambito della psichiatria odierna è
stata recentemente pubblicata su «Comprehensive Psychiatry» (fascicolo
3,1996).
2) La psicopatologia della
genitorialità: dalle psicosi puerperali agli scompensi della
paternità.
Uno studio della psicologia e della
psicopatologia della gravidanza è stato pubblicato in forma di libro (A.Pazzagli,
P.Benvenuti, M.Rossi Monti,Maternità come crisi,Il Pensiero
Scientifico,Roma,1981). Alla luce di concetti come quelli di identità,
cambiamento e crisi, la gravidanza è stata vista come un punto di snodo
nella vita della donna, una condizione per certi versi analoga a quella
adolescenziale, sia per l'importanza delle trasformazioni somatiche in
atto, sia per il fatto che entrambe queste situazioni si configurano
come veri e propri «riti di passaggio» verso nuove posizioni evolutive.
Concetti come quelli di personalità come‑se e di personalità border‑line
hanno consentito di mettere in relazione certe modalità di affrontare
la crisi della maternità con le vicende psicologiche e
psicopatologiche della gravidanza e del puerperio. In particolare
l'attenzione si è indirizzata alle psicosi puerperali, un capitolo
controverso della nosografia psichiatrica, alle evoluzioni in senso
caratteriale che si possono verificare a seguito di una mancata
assunzione del ruolo materno ed al post‑partum blue nell'ambito dei
disturbi affettivi del puerperio. Il lavoro del diventare genitori ha
rappresentato il punto comune di partenza per un'analisi anche dei
vissuti connessi alla paternità e delle manifestazioni psicopatologiche
eventualmente connesse all'assunzione della funzione paterna (sindrome
della couvade, i cosiddetti «acting» della paternità e le psicosi della
paternità).
3) La paranoia come caricatura di un
sistema scientifico: il vissuto della scoperta nella scienza e nel
delirio.
Una riflessione di carattere
epistemologico sulla posizione della psichiatria tra scienze naturali e
scienze dell'uomo ha portato alla organizzazione di un Congresso,
tenutosi a Siena nel 1987, i cui atti sono stati in seguito pubblicati
in un volume (M.Nardini, M.Rossi Monti [a cura di], Psicopatologia e
teorie della conoscenza, Athena, Roma, 1989), preceduti da un'ampia
introduzione. In libro pubblicato qualche anno prima (M.Rossi Monti, La
conoscenza totale, il Saggiatore, Milano, 1984) era stata tentata una
messa a fuoco del problema della paranoia, questa entità nosografica
«ideale» che costituisce una sorta di «caso limite» della
psicopatologia. Nell'analisi della costruzione delirante paranoicale,
caratterizzata da una estrema sistematicità, erano stati usati modelli
e concetti tratti dall'epistemologia post‑critica, come ad esempio il
concetto di paradigma in senso kuhniano, di accomodamento ad hoc o la
distinzione proposta da Imre Lakatos tra teorie della "cintura
protettiva" e una sorta di metafisica influente contenuta invece nel
nocciolo duro del sistema. Una analisi di questo tipo, attenta ai
meccanismi in base ai quali il paranoico costruisce ed articola la sua
visione del mondo, in un crescendo di complicazioni e difficoltà, fino
ad arrivare ad una complessa, rigida, dogmatica ed inattaccabile
costruzione delirante aveva permesso di porre in evidenza somiglianze,
ma anche differenze, con il modo di procedere dello scienziato, sempre
impegnato in un difficile equilibrismo tra i due pericolosi estremi del
dogmatismo e dell'opportunismo. Ad un aspetto più specifico di questo
problema, vale a dire al vissuto della scoperta nella scienza e nel
delirio sono stati dedicati altri lavori nei quali i resoconti che
alcuni scienziati hanno dato del processo della scoperta sono posti a
confronto con l'esperienza di «eureka» tipicamente riferita dai
pazienti nelle fasi iniziali del delirio.
VINCENZA QUATTROCCHI
Nata a Palermo il 05/10/49 Studi classici Laurea in
Medicina e Chirurgia 1974 Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile
1979 Specializzazione in Psichiatria 1983 Training terapia sistemico
relazionale 1977 Psicoanalista Società Italiana di Psicoanalisi (dal
1996 Membro associato) Training per psicoterapie di gruppo (Bauleo)
Assistente Medico Psichiatra c/o i servizi per la Salute Mentale –
Regione Emilia Romagna
1974/76 Assistente Medico Psichiatra c/o i servizi per
la Salute Mentale – Regione Toscana 1976/87 Aiuto corresponsabile
psichiatra c/o i servizi per la Salute Mentale – Regione Toscana
1987/91… Primario U.O. di Psichiatria c/o i servizi per la Salute
Mentale – Regione Toscana 1991 ad oggi
- Partecipazione a corsi di aggiornamento sulle Comunità
terapeutiche Regione Toscana (durata 1 anno);
- Partecipazione a corsi di aggiornamento sulla
Psicopatologia ASL di Pistoia (durata 1 anno);
- Partecipazione a corso di Managment ASL 11 (durata 6
mesi);
- Partecipazione a corso di Managment Regione Toscana –
S.I.P. (durata 6 mesi);
- Partecipazione a corso sulla Riabilitazione U.C.L.A. –
Los Angeles Prof. Libermann – maggio 1996;
- Partecipazione a corso su DISTIMIA Univ. Lisbona –
maggio 1997;
- Partecipazione a corso disturbo Umore – Università di
Praga – marzo 1998;
- Partecipazione a corso su Schizofrenia e neuroimmagini
Columbia University – Prof. Wanderberger – Washington maggio 1999;
- Partecipazione a corso su Schizofrenia – Università New
York ottobre 1999;
- Partecipazione a corso su Schizofrenia – Università New
York giugno 2001.
Partecipazione a vari congressi sia in ambito Nazionale
che Internazionale (in qualità di Partecipante ovvero di Relatore).
Dirigente II livello ASL 11 U.O. di Psichiatria
Direttore Dipartimento Salute Mentale ASL 11
Responsabile Unità Funzionale Salute Mentale Adulti Zona
Empolese – Valdelsa
Responsabile U.O. di Psichiatria gia’Presidente
Commissioni Pari Opportunità ASL 11
Membro del direttivo Società Italiana di Riabilitazione
Regione Toscana
Referente Regionale per il coordinamento nazionale dei
Centri Diurni di Psichiatria
Referente Regionale e Consulente Assessorato Sanità
Regione Toscana
Circa 70 interventi in qualità di Relatore presso
Convegni Regionali Nazionali:
Pubblicazioni varie relative a: * S.P.D.C. e
sua specificità
* Elementi generali della riabilitazione psichiatrica
Fra questi il
volume: * Comunità
terapeutica
(S. Montagano-V.
* Centri Diurni e Riabilitazione
Quattrocchi- A. Zanobini)
* Riabilitazione e lavoro
“A colloquio con la follia”
* Psicoigiene dei gruppi di lavoro
Di Donato Edizioni –
1979 * Psicofarmacologia e
psicoterapia
* Casi clinici e relazione terapeutica
Docente IV anno scuola di specializzazione di Psichiatria
per la facoltà di Medicina (Università di Firenze) nell’ambito
dell’insegnamento di Psicoterapia;
Trainer di gruppi di formazione per operatori (gruppo
secondo il modello della Scuola Argentina Pichon Riviere, Bleger)
Attività di supervisore e consulente presso Comunità
terapeutica per pazienti con doppia diagnosi (Comunità Incontro Pistoia)
Lezioni e corsi per operatori di varia appartenenza
professionale (Medici, Psichiatri, Assistenti Sociali, Infermieri
Professionali, Educatori Professionali, OTAA) nel corso degli anni con
scadenza annuale.
Consulente in qualità di supervisore per la gestione dei
“CASI GRAVI” presso il DSM Salute Mentale PISA
Consulente in qualità di supervisore
per la gestione dei “CASI GRAVI” presso il DSM Salute Mentale di
firenze
GIUSEPPE SARAO’
Responsabile M.O.M. Salute Mentale
Adulti, Distretto Firenze 2
Giuseppe Saraò,medico
chirurgo- psichiatra ,specializzato all'università di Firenze nel 1983,
è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana. Dirige il
Modulo Operativo Multiprofessionale Salute Mentale Adulti Distretto 2-
Firenze.Per diversi anni ha diretto la comunità terapeutica di
borgognissanti, si è occupato di strutture intermedie, di formazione del
personale. Ha pubblicato numerosi lavori in congressi nazionali e
internazionali su temi riguardanti : la relazione terapeutica, la
psicoterapia di pazienti psicotici, la riabilatazione psicosociale. E'
fondatore e attuale presidente dell'associazione " Centro ricerca
psicoanalitica Coppia-Famiglia" che si occupa della psicoterapia
psicoanalitica della coppia e della famiglia sia nel setting pubblico
che in quello privato
GRAZIANO GRAZIANI
Nato a Forlì il 13-09-1951 e
residente in Firenze. Laureato in Medicina e Chirurgia presso
l’Università di Firenze il 26 ottobre 1976 con votazione di 110 e
lode/110.
Specializzazione in Psichiatria
presso l’Università di Firenze il 4 luglio 1980. SpeciaLIZZAZIONE IN
Neuropsichiatria Infantile presso l’Università di Pisa il 5 novembre
1984.
Corsi Post-Laurea:
Qualifica di Psicoanalista: traning
presso l’Istituto Psicoanalitico di Roma della Società Psicoanalitica
Italiana secondo gli standard di formazione previsti dall’International
Psychoanalytical Association, 1984-1993.
Corso quadriennale di Terapia
Familiare presso l’Istituto di Terapia Familiare di Roma. 1977-1981.
Esperienza biennale di Infant
Observation sotto la supervisione della Prof.ssa G. Ferrara Mori.
Ordine Professionale: Iscrizione
all’Ordine dei Medici e Chirurghi della Provincia di Firenze e
all’elenco degli Psicoterapeuti del medesimo Ordine.
Attività Professionale:
Pratica Istituzionale
1977 Tirocinio Pratico Ospedaliero
(D.M. 28-10-1975) presso il Servizio Universitario Psichiatrico di
Firenze.
1977-1979 Assistente Volontario
presso l’Ospedale Psichiatrico e i Centri di Salute Mentale della
Provincia di Firenze.
1979-1982 Medico a Convenzione
presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Pistoia e presso i Centri
di Salute Mentale della Provincia di Firenze.
1982-1987 Assistente Psichiatra di
ruolo presso l’U.O. di Psichiatria della U.S.L. 10/A (Firenze Centro).
1987-2004 Specialista Ambulatoriale
Interno nella branca di Psichiatria presso l’ A.S.L. 4 (Prato).
Pratica privata
Dal 1980 esercita attività libero
professionale come psichiatra e psicoterapeuta, quindi anche come
neuropsichiatra infantile (1984) e psicoanalista (1993).
Attività di Ricerca e di Consulenza:
1981-1982 Vincitore, dopo pubblico
concorso, di una borsa di studio del Ministero della Sanità. “Progetto
per la realizzazione di un intervento multidimensionale nella psicosi
infantile”. B orsa svolta presso l’Università di Pisa.
1983-1988 Collaboratore retribuito
della ricerca finalizzata quinquennale del C.N.R. . “Prevalenza ed
evoluzione dei problemi della sfera emotivo – affettivo – relazionale
nei bambini e negli adolescenti” ( Progetto finalizzato med. Preventiva
e riabilitativa, Sottoprogetto SP3, Malattie degenerative del sistema
nervoso).
1984-1985 Nomina a Ricercatore
consulente retribuito della ricerca biomedica del Ministero della
Sanità. “Validazione di un modello di intervento terapeutico nelle
psicosi precoci”. Università di Pisa.
1985-1988 Nomina a Ricercatore
consulente retribuito della ricerca biomedica del Ministero della
Sanità. “ Criteri diagnostici e rilievi longitudinali in relazione
all’intervento terapeutico nelle psicosi infantili”. Università di Pisa.
1999-2002 Membro (su nomina del
Consiglio Sanitario della Regione Toscana e dell’Assessore al Diritto
alla Salute) della Commissione Regionale sui Servizi di Salute Mentale
al fine di verificare l’attuazione del progetto obiettivo “Tutela della
Salute Mentale”.
Attività di Insegnamento e
Collaborazione Didattica
1980-1982 Incarico di esercitazione
nella disciplina “Strutture e dinamiche patologiche” presso la Scuola
Magistrale Ortofrenica della Fondazione Stella Maris (Pisa).
1984 Membro, con atto di giunta 55
del 15/10/84 della Regione Toscana, del gruppo pluridisciplinare di
esperti per la produzione di due filmati didattici di educazione
sanitaria sui temi della pubertà e dell’adolescenza.
1995 Organizzatore scientifico e
docente dei seminari mensili di aggiornamento per operatori
socio-sanitari denominati “Adolescenza e Psicoanalisi”. Seminari
finalizzati della Regione Toscana ( Progetto Infanzia Adolescenza).
Anni Accademici 1994-1995,
1995-1996, 1996-1997, 1997-1998, 1998-1999, 1999-2000, collaborazione a
seminari ed esperienze guidate presso il Corso di Laurea in Psicologia,
Facoltà di Scienze della Formazione; Università di Firenze.
Anni Accademici 2000-2001, 2001-2002
Professore a Contratto integrativo nella disciplina di Storia della
Psicologia presso il Corso di Laurea in Psicologia della Facoltà di
Scienze della Formazione, Università di Firenze.
Anni Accademici 2002-2003,
2003-2004, Professore a Contratto integrativo nella disciplina di Storia
della psicologia presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di
Firenze.
Anni Accademici 2002-2003,
2003-2004, Docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia
dell’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica ASPPI-Sogekli (Bari).
Anno Accademico 2003-2004, Docente
presso il Corso di Perfezionamento “Aspetti normali e patologi dello
sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza” del Dipartimento di
Psicologia dell’Università di Firenze.
Pubblicazioni
Autore e coautore di 49
pubblicazioni su riviste a carattere scientifico.
Ha pubblicato i seguenti saggi:
Graziani G., Gori Savellini S.
(1999), Ricordare Janet: la dissociazione ieri e oggi, Edizioni G:
Laterza, Bari.
Graziani G., Magherini G. (2003),
L’abuso infantile, Nicomp L.E., Firenze.
ABSTRACT
G.
GRAZIANI
La definizione di “Malattia
creativa” si deve a Henri Ellenberger ( 1964 ), essa designa una
condizione di profondo travaglio interiore, con sintomatologia
poliedrica, cui consegue un positivo cambiamento di personalità ed un
fecondo sviluppo ideativo. La venatura romantica di tale quadro trovò
descrizione in Novalis sotto la voce di “Ipocondria sublime”, tuttavia,
dall’epoca romantica ad oggi, forme di “Malattia creativa” hanno
attraversato, sotto varie vesti, tutta la storia della psichiatria e dei
suoi armamentari terapeutici. L’induzione di una “malattia” a fini
terapeutici accomuna, infatti, gran parte degli indirizzi psichiatrici :
sia in campo dinamico ( ad es., la artificiale nevrosi di transfert nel
processo psicoanalitico ), sia sistemico (ad es., il sintomo quale
positiva istanza di cambiamento ), sia biologico ( ad es., la crisi
epilettica indotta con le terapie di shock ). Il presente contributo
cercherà di ripercorre la vicenda della “Malattia creativa”
contestualizzandola nelle epoche e nelle discipline psichiatriche
discutendone il significato euristico.
MARIO
ROSSI MONTI
LA DIAGNOSI SPORCA
I sistemi diagnostici standardizzati
ci hanno abituato a ragionare nei termini di quadri nosografici dai
confini chiari e ben delineati nei loro reciproci rapporti.
In realtà la proliferazione della
comorbilità segnala una intriseca carenza della nosografia imperante,
quando la si trasponga acriticamente nella attività clinica reale. In
particolare gli operatori dei servizi si trovano quasi sistematicamente
difronte a situazioni cliniche complesse, multiproblematiche che
possiamo considerare “sporche” rispetto all’ideale di “purezza” che la
nosografia trasmette. Lungi dal costituire un limite, le diagnosi
“sporche” dei servizi rappresentano uan fondamentale sollecitazione a
ripensare la nosografia e la pratica clinica.
ROMOLO
ROSSI
*Come faremo senza isteria?*
Si prende in considerazione l’origine del concetto di isteria come si
inserisce nella letteratura scientifica. Vengono esaminati i concetti
Freudiani di Abwehrneuro, psychosen e di conversione, a partire dalle
metafore che esprimono. Esiste una unità fondamentale metodica
nell’isteria che è basata sulla modificazione degli strumenti di
relazione di fronte all’impossibilità di affrontare la contraddizione
emozionale. Ciò comporta l’alterazione dello strumento del livello più
primitivo (funzione del corpo), e quello più complesso (motorio o
sensoriale), o ancora più complesso (memoria e coscienza dell’Io), fino
a strutture più complicate di relazione (menzogna, tecniche di teatro).
In questo senso l’isteria è una realtà necessaria e non necessariamente
patologica. Oggi l’isteria perduta per la psichiatria, si ripristina
con la tripartizione legata all’alterazione dello strumento relazionale
(d. somatoforme, d. dissociativo, d. di
conversione)
G. BERTI CERONI
L'argomento della relazione riguarda
fondamentalmente in tre aspetti:
1.la relazione terapeuta-paziente
(atti e parole) comunque sottesa a qualunque intervento specifico. Ho
chiamato questi fattori terapeutici specifici comuni (FTSC).
2.La scelta fra farmacoterapia e
psicoterapia quando motivata da specifiche indicazioni (linee guida) e
quando scelta culturale nel triangolo paziente- terapeuta e contesto. Il
comportamento sociale di cura
3..La funzione di integrazione fra
farmaco e psicoterapeuta: quando è meglio che sia lo psicoterapeuta a
prescrivere i farmaci e quando è meglio che le funzioni siano separate
in due terapeuti?.L'integrazione è solo affidata al paziente?
FORESTI
AMBASCIATORE PORTA PENA
La supervisione psicoanalitica nelle
istituzioni‘aziendalizzate’: contesti, funzioni, metodi
INTRODUZIONE«Un’istituzione non è
“sana” o “malata” quando non ci sono conflitti al suo interno, ma quando
è in grado di esplicitare i suoi conflitti e ha i mezzi e la possibilità
di applicare le misure adatte per la loro risoluzione.»
J. Bleger (1989, p. 72)
«Cercate il personaggio […] che si è
impossessato del potere all’interno dell’istituzione; non otterrete
nulla finché non avrete restaurato l’autorità medica, solo in seguito
potrete nuovamente decentrarla.»
P. C. Racamier (1972, p. 178)
Nei servizi
sanitari, le trasformazioni prodotte dalla cosiddetta aziendalizzazione
delle cure (managed care) hanno determinato un’imponente serie di
conseguenze politiche, organizzative e culturali (Correale, 2006; Guimón
& Sartorius, 1999; Perini, 2007). Nonostante la loro storica
marginalità, anche le istituzioni psichiatriche sono state influenzate
da questo nuovo contesto e stanno andando incontro ad una metamorfosi
che coniuga, in modo spesso confuso, sconcertanti fenomeni regressivi e
importanti progressi scientifici (Barale, 2003; Berti Ceroni & Correale,
1999; Foresti & Rossi Monti, 2003; 2004). Oltre ai molti disagi di cui
il presente contributo tratterà più avanti, le istituzioni sanitarie
sono così caratterizzate, oggi, da possibilità di dialogo
interdisciplinare e da opportunità di integrazione multiprofessionale
che in passato erano semplicemente inimmaginabili (Barale et al., 2006;
Ferro, 2002, 2003; Ferruta, 1998, 2003, 2005; Gabbard, 1995, 1997;
Gunderson & Gabbard, 1999; Person, Cooper & Gabbard, 2006; Rinaldi,
2003; Roth & Fonagy, 1996).
Come già
chiarito dal sottotitolo, l’argomento qui affrontato è la supervisione
psicoanalitica dei processi di cura che si praticano in psichiatria.
Scopo del lavoro è quello di descrivere quali problemi si pongono
all’analista, quando opera come supervisore in organizzazioni che sono
state, appunto, ‘aziendalizzate’. La domanda che ho provato a pormi è in
sostanza la seguente: se si tiene conto dei cambiamenti cui è andato
incontro il sistema sanitario, come si possono ripensare le funzioni e i
metodi della supervisione istituzionale[1]?
L’ipotesi
qui discussa è sintetizzata dalle parole che costituiscono il titolo, e
può essere ulteriormente chiarita dalla lettura dei brani che sono stati
posti in esergo: quello di Bleger sui conflitti istituzionali e quello
di Racamier sul nesso autorità/potere. Per rendere ancora più netta
l’impostazione adottata, ho però cercato di esplicitare il più possibile
la prospettiva di lavoro qui esplorata.
Le attività di supervisione mirano a
migliorare le modalità di funzionamento dei servizi che la richiedono. I
processi psico-sociali promossi dal lavoro del supervisore sono però
fenomeni turbolenti, che accrescono le competenze emotive e relazionali
degli operatori rimettendo in discussione le ambiguità con cui sono
state ricomposti numerosi conflitti, intra- e inter-personali, e
compensate diverse contraddizioni macro- e micro-sociali[2].
Solo se
riesce a far suo il disagio del gruppo, portandone in un certo senso la
pena (cioè ‘contenendola’: Ferruta, 2000, 2005; Ogden, 2004); solo se
tiene presente che il suo lavoro produce fenomeni di ‘ansia sociale’ che
vanno dal significativo al tossico (inevitabili e persino utili i primi;
dannosi e decisamente controproducenti i secondi: Obholzer & Zagier
Roberts, 1998); solo, insomma, se ripensa la sua funzione adeguandola al
contesto in cui opera, il supervisore può contribuire efficacemente alla
costruzione di un assetto istituzionale più evoluto e dinamico.
METODOLOGIA
Una
psicoanalista madrilena che ha lavorato a lungo nelle istituzioni
psichiatriche, ha pubblicato tempo fa un libro originale e utile,
intitolato Sono possibili le terapie nelle istituzioni? (Utrilla Robles,
1998). Nello schema della Figura 1, ho cercato di sintetizzare le idee
suscitate dalle tesi della Dott.ssa Robles nel gruppo dei Colleghi con
cui collaboro (Ferruta et al., 1998; Vigorelli, 2005). L’approccio
metodologico qui descritto è il risultato di una combinazione di modelli
concettuali ricavati dalla tradizione italiana (Boccanegra, Magrini &
Milella, 2003; De Martis, Ambrosi & Petrella, 1987; Neri 2007) e
franco-svizzera (Diatkine, Quartier-Frings & Andreoli, 1991; Kaës,
2007), integrati con metodi e teorie che provengono dalla cultura delle
Leicester Conferences (Brunner, Nutketich & Sher, 2006): una metodologia
di ricerca/intervento sviluppata da diversi Autori (ad esempio:
Hinshelwood & Skogstad, 2005; Miller, 2004; Perini, 2007) che operano in
organizzazioni a orientamento psicodinamico come il Tavistock & Portman
NHS Trust, in Inghilterra, l’Istituto Rice, negli Stati Uniti, e OFEK,
in Israele.
L’impostazione metodologica che
risulta da questa integrazione può essere illustrata sinteticamente. Per
sviluppare un realistico progetto d’intervento caso-specifico, occorre –
secondo Manuela Utrilla Robles – che il gruppo di lavoro faccia,
preliminarmente, una “analisi situazionale” del contesto in cui opera.
Si tratta di un lavoro di valutazione multi-dimensionale, che dovrebbe
esaminare partitamente problemi che hanno almeno tre diversi livelli di
complessità:
la psicologia e la psicopatologia
individuale,
le dinamiche gruppali e
l’analisi istituzionale.
L’esperienza
maturata servendosi dello schema della Figura 1, dimostra che il livello
di analisi più problematico (perché più complesso e decisamente contro-
intuitivo) è il secondo. Per questo motivo, esso è stato evidenziato con
un campo grigio ed è raffigurato con una freccia bidirezionale, che
indica l’esistenza di un equilibrio dinamico perennemente instabile fra
i sistemi di fattori che lo costituiscono. Richiamando la
concettualizzazione proposta da Bion in Esperienze nei gruppi (1961), il
funzionamento di un collettivo umano può essere inteso come la
risultante di due diverse modalità funzionali (sempre compresenti, anche
se non sempre ugualmente evidenti[3]).
L’acronimo AdB sta per ‘assunto di base’ (basic assumption), mentre la
formula GdL è la sigla che rimanda alla formula ‘gruppo di lavoro’ (work
group): la modalità di funzionamento gruppale che viene strutturata
dalle metodologie e dalle procedure di cui l’équipe si serve per
perseguire il compito primario dell’organizzazione (Armstrong, 2002,
2005).
Vediamo però
brevemente, ora, quali sono gli altri livelli di questo schema.
Figura 1
funzioni
apicali
sintesi/programmazione/verifica

leadership
gruppo
AdB GdL

prodotto (output)
paziente
risultato (outcome)
Il
funzionamento del sistema gruppale e inter-gruppale intrattiene una
relazione biunivoca con il livello sovraordinato del campo
istituzionale. L’equilibrio integrato o lo squilibrio disfunzionale fra
fantasie collettive e gruppo di lavoro è condizionato dalle funzioni
messe in campo dalla leadership. C’è tutta una letteratura sulle carenze
e sulle patologie della dirigenza e sugli effetti che esse possono
produrre sul funzionamento complessivo del dispositivo organizzativo
(Correale, 2006; Kets de Vries & Miller, 1984; Kets de Vries, 1984,
1993). Questo fenomeno può essere riassunto con la freccia che va
dall’alto in basso (¯).
Le funzioni di sintesi, di programmazione e di verifica che sono
competenza del gruppo dirigente, possono però essere condizionate anche
‘bottom-up’ ().
Se è vero, cioè, che lo stile della leadership influenza il
funzionamento gruppale, è altrettanto vero che le dinamiche gruppali e
intergruppali possono influenzare fortemente il funzionamento del gruppo
dirigente (Kernberg, 1998).
Lo schema
della Figura 1 propone poi di considerare il risultato complessivo del
funzionamento istituzionale come un fenomeno da intendere a due diversi
livelli. Facendo un paragone con l’industria manifatturiera, la
differenza fra output e outcome è la stessa che passa fra qualità della
produzione e successo nella valorizzazione dei prodotti. Nel caso dei
servizi sanitari, il prodotto è una prestazione che si costruisce in
rapporto ad un destinatario – il paziente – che nel processo produttivo
è anche co-produttore del prodotto (è il tema della alleanza
terapeutica: Lingiardi, 2002; Ponsi, 2002). Il servizio sanitario
concretamente erogato è il prodotto del dispositivo organizzativo
(output), mentre l’esito clinico di questo, ossia il risultato delle
cure sui pazienti, è l’outcome del trattamento (Roth & Fonagy, 1996;
Gunderson & Gabbard, 1999).
Ovviamente,
i concetti e le simbologie utilizzate vanno intesi come semplificazioni
deliberatamente e necessariamente riduttive, che servono a distinguere,
nella dimensione virtuale dell’astrazione, fenomeni individuali,
gruppali e sociali che accadono simultaneamente e che si influenzano
reciprocamente. Questi concetti sono paragonabili a lenti oculistiche e
le immagini che producono non dovrebbero essere scambiate per la cosa
stessa (Obholzer, 2007).
MATERIALE CLINICO
Per
illustrare come lo schema descritto nel paragrafo precedente possa
essere utilizzato nell’attività di supervisione, presenterò ora un caso
clinico che pone un problema difficile e spesso disatteso: il
contenimento e la cura delle manifestazioni aggressive (Asioli, 1999;
Sansa, 1999).
La scena si
svolge nella struttura ambulatoriale di un servizio pubblico. E’ il
primo incontro del secondo anno (la serie è molto limitata, perché la
ASL mette a disposizione risorse che rendono possibili solo tre incontri
l’anno).
Sono le nove del mattino. Dato che
sono arrivato in anticipo, molti colleghi sono ancora impegnati con i
loro pazienti. Una delle infermiere mi accompagna allora in cucina, dove
promette di prepararmi un buon caffé. Appena rimaniamo soli, mi racconta
il suo dispiacere per un fatto che le è accaduto di recente. Mentre
cercava di disciplinare l’uso del telefono da parte di un paziente
seguito da anni presso il Centro Diurno, la Signora A è stata aggredita
fisicamente. “Non mi era mai capitato un fatto del genere” – osserva.
“Sto per andare in pensione. Credo di saperci fare con i pazienti e non
ho mai avuto paura di loro. Avrò sbagliato qualcosa, sicuramente… forse
gli sono andata troppo sotto [corsivo mio]: non lo so. Mi sono davvero
spaventata. Mi ha preso con forza e mi ha scaraventata lungo il
corridoio. Poi si è pentito, naturalmente, e mi ha chiesto scusa…”
“Lacrime da
coccodrillo” – conclude.
Mentre
finisco di bere il caffè, proseguiamo il nostro discorso chiacchierando
d’altro. Conosco il paese da cui provengono i suoi genitori, e
commentiamo le imponenti trasformazioni cui sono andate incontro le aree
rurali della provincia lombarda. Relazioni sociali e sistemi culturali
divenuti ‘post’: post-confessionali, post-rurali, post-industriali,
post-moderni, post-ideologici… ‘post’ tutto. Il clima emotivo è
un’ottimismo di circostanza (“… comunque non pensiamoci: bisogna andare
avanti”), dietro la quale si affacciano intense ansie depressive e
persecutorie (la pensione, l’aziendalizzazione, il degrado della qualità
del lavoro etc).
Inizia la
riunione. Avvertito dalla Signora A. che il caso che discuteremo è
quello che mi è stato presentato in cucina, mi stupisco della
composizione del gruppo con cui lavorerò. “Come mai non è presente
proprio l’infermiera che è stata aggredita?” mi chiedo. “Perché non si è
sentito il bisogno di discutere questo problema con la persona a cui è
successo un simile incidente?”.
Taccio e
aspetto.
Il caso è
presentato dal Responsabile del servizio ambulatoriale (una Collega di
cui ho molta stima e che trovo singolarmente solida e competente). Il
paziente infatti è ‘suo’. Occorre precisare – a questo punto – che
l’equipe di questo servizio è da anni senza primario, e che in questo
periodo sta per andare in pensione anche l’Aiuto che ne ha sinora fatto
le veci. Le responsabilità apicali sono ricadute, come si dice in questi
casi, “in capo” al Direttore di Dipartimento, che però è il Primario di
un’altra unità operativa. Quando più avanti ricordo che questo assetto
organizzativo anomalo è un elemento rilevante dello scenario
istituzionale, il gruppo risponde all’osservazione con una battuta di
spirito.
“Dicono che
arriverà qualcuno in aprile” annuncia un operatore.
“Si –
risponde un altro – probabilmente arriverà il primo di aprile!”
Tutti
ridono.
Durante la
prima ora di lavoro il clima emotivo sembra torpido, quasi spento. Il
fatto mi colpisce, perché questo è, di solito, un gruppo molto attivo e
persino caoticamente vitale. La descrizione del caso è precisa e
competente, ma un po’ improvvisata e per certi versi lacunosa. Non c’è
alcuna sintesi scritta e la Collega parla consultando la cartella
clinica che tiene aperta sulle ginocchia.
Il paziente,
che chiamerò Michele, è il terzogenito di una famiglia di emigranti.
Originari della provincia di Napoli, i Signori P hanno vissuto per circa
sei anni negli Stati Uniti, dove però le cose non sono andate come
speravano. Tornati a vivere in Italia, si sono stabiliti in un piccolo
comune dello sterminato hinterland milanese.
Apprendo che
il paziente ha ora 35 anni. I suoi disturbi sono insorti quando ne aveva
circa sedici e sono sempre stati di una gravità tale da compromettere
sia il suo rendimento scolastico (non ha alcun diploma di studio), sia
la sua capacità lavorativa (nonostante i diversi tentativi, non è mai
riuscito a mantenere un’occupazione stabile). La diagnosi che si porta
addosso e alla quale tutti fanno continuamente riferimento, è un
acronimo, che dato il contesto sociale sfortunato suona lievemente
grottesco. È infatti un caso DOC, ossia un disturbo ossessivo-compulsivo.
La storia
che lega la famiglia P al servizio è molto lunga.
Le relazioni
fra i due gruppi – famiglia da un lato e gli operatori del servizio
pubblico dall’altro –, non sono mai state buone. Giustamente molto
esigenti ma irregolari e contraddittori nelle loro richieste, i Signori
P hanno sempre cercato di integrare la terapia proposta dai Colleghi del
servizio pubblico, con interventi prestati alcune volte da altri
specialisti qualificati e altre volte da cultori di trattamenti non
tradizionali. Nel corso degli anni, Michele è stato così paziente di un
prestigioso istituto universitario che soddisfava l’aspettativa
famigliare di una cura moderna e aggiornata – “americana” –, e poi
cliente di vari guaritori ed esperti della più varia natura. Quando
questi viaggi della speranza fallivano, e quando anche i pellegrinaggi
alla ricerca della soluzione magica si dimostravano inefficaci, la
famiglia P tornava a chiedere interventi al servizio. Ciò accadeva,
però, sempre malvolentieri e senza nascondere la propria persistente
sfiducia.
Terreno
esemplare di questo complesso e conflittuale sfondo relazionale: la
terapia farmacologica. Quest’ultima è infatti ‘co-gestita’ dalla madre,
che da sempre si documenta, contesta, propone e – insistendo – dispone.
Quasi mai, gli operatori del servizio sono in condizione di sapere
esattamente che cosa il loro paziente stia assumendo: certamente non il
dosaggio, e spesso nemmeno il tipo di farmaco. In compenso, siccome
“evidentemente gli fa bene” (sic), il paziente è un consumatore di
Cannabis. Sono i genitori stessi che lo accompagnano al parco dove
Michele incontra gli spacciatori che gli vendono ciò che gli occorre.
Quando
un’educatrice riferisce cosa si sta facendo per il paziente al Centro
Diurno e accenna all’incidente aggressivo, minimizzandolo, un’infermiera
interviene per sostenere che l’accaduto è stato un fatto molto
importante e che non capisce perché debba essere passato sotto silenzio.
A questo punto, osservo che in effetti è un po’ strano che l’interessata
non sia presente alla discussione.
Il clima
della riunione muta improvvisamente.
Tutti
sembrano sentire il bisogno di dire quello che pensano. Serpeggia prima,
e poi esplode una vivace polemica fra gli operatori. Contrariamente al
solito, il conflitto non si organizza come una contesa
interprofessionale, ma fa intravedere polemiche che attraversano
internamente il gruppo degli infermieri. Quelli accusati di non essersi
precipitati a prestare aiuto alla Collega si scherniscono: non avevano
sentito, non potevano sapere, non sembrava loro che fosse successo
niente di grave ecc.
Il clima
emotivo del gruppo resta caotico per più di un’ora.
Intervengo
più volte e in vario modo per far notare che la discussione è divenuta
quasi impossibile. Si sono creati, disorganizzati e nuovamente ricreati
almeno tre diversi sottogruppi, che sembrano tutti intenzionati a
proseguire al loro interno la discussione.Quando ritengo che sia
arrivato il momento di avviarsi alla conclusione, constato che non
riesco a farmi ascoltare e sono costretto ad annunciare che la riunione
– comunque vadano le cose – si concluderà a mezzogiorno.
DISCUSSIONE
Non ho
registrato la discussione che si è sviluppata nella seconda parte della
riunione e dunque posso ricostruire ciò che è accaduto solo avvalendomi
della fallibilissima assistenza della memoria. Ricordo essenzialmente
due focus d’attenzione, che sono stati oggetto di interventi specifici e
che hanno avviato due diversi cicli tematici.
Il primo:
l’episodio accaduto è da
valorizzare; si tratta della prima manifestazione di aggressività agita
del paziente nei confronti degli operatori; è importante che l’episodio
venga discusso accuratamente, perché esso costituisce un’occasione di
rielaborazione delle relazioni fra i diversi gruppi che danno vita a
questa vicenda: i famigliari da un lato e il sistema curante dall’altro.
Il secondo:
questa storia clinica rende
necessario affrontare sia il problema terapeutico individuale sia il
sistema delle relazioni istituzionali e inter-istituzionali; data la
storia del paziente (due processi migratori, numerose
rotture/discontinuità culturali, poca collaborazione e scarsa fiducia
fra i diversi gruppi coinvolti), la cura di Michele implica – e anzi
potrebbe forse facilitare – una discussione sull’organizzazione del
servizio.
Dividendo la
riunione grosso modo in due parti, direi che la prima è stata
caratterizzata da un clima emotivo riconducibile alla ‘cultura’ (Kets de
Vries & Miller, 1994), o allo ‘assunto di base’ (Bion, 1961; Perini,
2007), di dipendenza. Quest’ipotesi potrebbe spiegare la passività,
l’apparente disinteresse, l’attesa svogliata di indicazioni da parte
della dirigenza. La seconda, invece, sembra essere stata all’insegna
della configurazione emotiva che si suole definire fight/flight:
attacco-e-fuga.
I cicli
comunicativi riconducibili alla prima serie di interventi del
supervisore hanno probabilmente avviato il passaggio dalla prima alla
seconda configurazione del funzionamento gruppale (come dice un
infermiera a un certo punto, rivolgendosi al supervisore e commentando
la turbolenza che è all’improvviso esplosa nella sala riunioni: “Sarà
contento adesso!”). Inaugurato da un commento inteso ad affrontare
esplicitamente l’aggressività del gruppo (“Quando un supervisore si
azzarda a discutere i conflitti dell’équipe, di solito perde il
contratto di collaborazione… ”), il lavoro di discussione si è
sviluppato intorno ad un asse discorsivo che potrebbe essere
sintetizzato in questo modo: condivisione e/o contestazione della prima
ipotesi proposta.
E’ davvero un episodio importante
quello che è accaduto?
Una parte
del gruppo sostiene che sì, l’episodio va discusso a fondo ed è davvero
significativo; mentre un'altra parte ritiene che no: il paziente ha
fatto quello che fa abitualmente in famiglia e l’incidente non
giustifica, dunque, alcuna sottolineatura particolare.
Quando il
primo sottogruppo riesce ad affermare la propria tesi, tuttavia, la
discussione si incaglia nuovamente. Rabbia, risentimento, confusione
impediscono di conferire al discorso un andamento abbastanza ordinato.
Si determinano subito sottopartizioni gruppali, e coloro che sembravano
condividere una certa ipotesi, si dividono polemicamente dagli
interlocutori con cui hanno costituito il nuovo sotto-gruppo.
Nel suo
insieme, il gruppo si difende dai sentimenti di responsabilità e
incompetenza biasimando il funzionamento del sistema istituzionale.
Vengono evocate e criticate la follia economicistica che governa le
logiche gestionali e i dogmatismi dei tecnici, che impediscono processi
di collaborazione interistituzionale efficace.
La seconda
serie di interventi del supervisore mira a riportare la discussione sul
caso clinico, mettendo in secondo piano le dinamiche istituzionali. Ciò
costituisce un passo ulteriore nell’articolazione del lavoro. Si tratta
di aiutare l’équipe a darsi una rappresentazione clinicamente utile del
funzionamento soggettivo di Michele e delle possibili ragioni dei suoi
gesti. A questo scopo (e con il rischio di generare ipotesi psico- o
socio-genetiche semplicistiche), viene ripresa la descrizione della
storia del paziente. I primi anni di vita in un contesto familiare reso
estremamente disagiato e instabile dall’emigrazione. Poi la
risocializzazione in un nuovo contesto, non più pluri-linguistico, ma
certamente ancora multiculturale. Infine, le prime manifestazioni
cliniche durante la pubertà/adolescenza e la difficoltà della famiglia e
dei servizi a fornire un contesto di cura in cui il soggetto potesse
fare degli investimenti affettivi abbastanza stabili.
Ridimensionata dalla focalizzazione del lavoro sul problema clinico, la
vivace dinamica intra- e inter-gruppale lentamente si riorganizza.
Viene
individuata a questo punto la possibile ragione della crisi aggressiva.
Il telefono
è lo strumento col quale Michele è continuamente in contatto con i
famigliari e grazie al quale questi ultimi possono controllare ciò che
accade nel servizio. Disciplinarne l’utilizzo, significa intervenire
sull’assetto delle relazioni interpersonali e interistituzionali. Si
ragiona allora su come servirsi delle nuove idee che sono emerse, allo
scopo di rinegoziare con la famiglia il programma terapeutico.
Il clima
emotivo muta nuovamente.
I medici
scherzano sulle loro rispettive appartenenze ideologiche, a partire
dalla necessità di rimettere in discussione la diagnosi e di ripensare
la terapia farmacologica. La riunione finisce puntualmente, come
convenuto.
Mi allontano
dal servizio emotivamente provato, con un vago sentimento di coloritura
persecutoria che integra confusamente smarrimento e sospetto. Ciò che ho
fatto, sarà stato d’aiuto alla Collega responsabile? Ho giovato o
nuociuto alla sua autorità? Avrà compreso, il gruppo, l’intento del
lavoro e i modi coi quali esso è stato perseguito? Su un piano di
auto-osservazione più immediato (psicopatologia della vita quotidiana?
rêverie? identificazioni proiettive e conseguenti controidentificazioni?),
mi sorprendo a chiedermi: ma dove è finita la biro con la quale stavo
prendendo appunti? Perché ora non ricordo più dove l’ho messa?
CONTENIMENTO E HOLDING NELLE
ISTITUZIONI: ALCUNE IPOTESI
Vediamo ora
come si possono concettualizzare le dinamiche psicosociali descritte nei
paragrafi precedenti. La supervisione psicoanalitica viene praticata,
oggi, in un contesto sociale che è caratterizzato da livelli inconsueti
di instabilità istituzionale e di incertezza professionale (Sennett,
1999; Stapley & Cave, 2006). Le diverse funzioni che essa assolve, sono
il risultato di un’interazione fra gli strumenti e i metodi utilizzati
dal supervisore, e le risorse umane e materiali messe concretamente a
disposizione nella “situazione” istituzionale.
Il problema
clinico che in questo caso dovrebbe essere affrontato – e che il gruppo
tende invece ad eludere –, può essere riassunto con una domanda molto
sintetica: che cosa possiamo fare per affrontare la situazione creata
dal gesto di Michele? Per rispondere al quesito, il gruppo dovrebbe
considerare distintamente le due serie di fenomeni che si stanno
sviluppando parallelamente – ossia i processi psichici propri del
paziente, da un lato, e dall’altro quelli che caratterizzano il
funzionamento dell’équipe curante. Tenendo presente i propri obiettivi
terapeutici e riabilitativi, esso dovrebbe anche considerare,
successivamente, gli inevitabili e decisivi effetti d’interazione fra
questi due processi.
Perché
Michele si è arrabbiato così violentemente?
Cosa vuol
dire: “forse gli sono andata troppo sotto”?
Che reazione
ha suscitato il gesto di Michele nell’equipe?
E perché non
si riesce a parlarne?
Il tema
teorico-tecnico che mi pare consenta l’analisi più accurata della
situazione descritta è quello del contenimento. Un adeguato
‘contenimento’ richiede infatti l’esercizio di diverse funzioni
psichiche e psicosociali, che possiamo concettualizzare variamente. In
un articolo pubblicato nel 2004, Thomas Ogden ha sottolineato
l’importanza di distinguere con cura rigorosa le teorizzazioni che
stanno alla base di questa nozione così diffusa.
Le teorie di Bion e di Winnicott
sono gli archivi concettuali da cui originano le idee condensate nella
nozione di contenimento. Queste concezioni ormai classiche non sono in
antitesi fra loro, poiché si sono sviluppate in parallelo, probabilmente
nutrendosi delle stesse influenze e discussioni. Esse devono però essere
intese chiaramente, tenendo presente le specifiche differenze teoriche
che le connotano.
La teoria di Bion nasce come un
modello concettuale che mira a dar conto dei fattori che possono
distruggere la capacità di pensiero di un gruppo (“power to destroy the
capacity of a group for thinking”: Odgen, 2004, p. 1357). Il modello
concettuale messo a punto dall’Autore (Bion, 1962) – ossia la coppia
♀↔♂: contenitore/contenuto – è fondato su un ripensamento della nozione
kleiniana di identificazione proiettiva e trova nella coppia
madre/bambino un’esemplificazione che secondo Ogden è solo metaforica. A
differenza di Winnicott (“who is always the paedriatician”: Ogden, ibid),
Bion era infatti interessato a elaborare un modello teorico che
tematizzasse specificamente i processi di elaborazione del pensiero. In
questo quadro di interessi, elaborò un’ipotesi che postulava una
relazione di determinazione reciproca fra contenitore e contenuto. Per
mettere in evidenza che cosa differenzi la coppia ♀↔♂ dalla nozione
winnicottiana di holding, Ogden dà alcune definizioni dei concetti
bioniani e sviluppa un articolato ragionamento.
“Il
contenitore non è una cosa – scrive – ma un processo.” Per la
precisione, esso è un insieme di processi che si sviluppano
contemporaneamente e a diversi livelli. Nel quadro di questa
concettualizzazione, l’effetto contenitore è inteso come il risultato
della “capacità di lavoro psicologico inconscio del sogno, che opera di
concerto con la capacità di pensiero preconscio simil-onirico (rêverie),
e con la capacità di [produrre] processi secondari di pensiero
pienamente consci” (ibid. p. 1356). Dati i nostri scopi, l’enunciazione
più incisiva è tuttavia la seguente. “In breve: nell’individuo sano,
contenitore e contenuto sono del tutto dipendenti l’uno dall’altro: la
capacità di sognare (il contenitore) ha bisogno dei pensieri onirici, e
i pensieri onirici (il contenuto) hanno bisogno della capacità di
sognare; in assenza di pensieri onirici non si ha un vissuto da sognare,
e in mancanza della capacità di sognare non è possibile realizzare il
lavoro psicologico sulla propria esperienza emotiva (e di conseguenza
non si ha coscienza di quella esperienza)” (Ogden, ibid. p. 1359; 2006,
p. 164; corsivo mio).
Paragonata
con questa prospettiva teorica, la descrizione winnicottiana della
funzione di holding sembra riflettere interessi e obiettivi assai
diversi, che sono condizionati da esperienze e prospettive cliniche
specifiche. Maturata anch’essa in una prospettiva radicalmente
relazionale (“there is not such a thing as a baby”), la concezione di
Winnicott ha infatti una connotazione che è sì psicodinamica, ma anche
micro-sociale e concretamente fisica, medica: pediatrica appunto. Il
prototipo del “facilitating environment” winnicottiano –
l’esemplificazione originaria e più efficace della funzione di holding –
è la situazione relazionale creata nella psiche infantile dall’abbraccio
materno.
Queste
diverse nozioni sono entrambe necessarie per riflettere sui fenomeni
psicopatologici e psicoterapeutici. Solo la loro utilizzazione distinta
può conferire ricchezza multiprospettica, cioè ‘profondità
stereoscopica’ (“stereoscopic depth”), alla comprensione dell’esperienza
clinica (Ogden 2004, p. 1362; 2006. p. 168).
In un saggio
dedicato al valore psicoterapeutico del lavoro infermieristico, Anna
Ferruta ha descritto tre tipi di funzione psico-sociale del gruppo
curante che possono essere concettualizzati con questi modelli:
l’ascolto, la rêverie, il contenimento (Ferruta, 2000). Nella
teorizzazione che il saggio propone, gli effetti di contenimento del
gruppo curante sono considerati il risultato di un continuo esercizio di
attività in cui fattori interpersonali e intrapsichici si coniugano con
attività concrete come l’accudimento fisico, la somministrazione
farmacologica, il sostegno fornito durante le attività riabilitative e
persino, quando occorre, la contenzione fisica.
Fra le
funzioni necessarie affinché il gruppo curante riesca a mantenere il
livello di funzionamento più efficace, viene inoltre sottolineata la
capacità della leadership di provvedere al pensiero del gruppo con una
periodica e provvisoria sintesi delle idee che sono in corso di
elaborazione: la “formulazione psicodinamica” del caso (Ferruta, 2005;
Foresti & Rossi Monti, 2002; Kassaw & Gabbard, 2001). Nei termini
proposti da Winnicott, si potrebbe dire che questa ipotesi
caso-specifica svolge una funzione di holding, in quanto ‘raccoglie i
pezzi’ (“gathering of bits”: Ogden, ibid.) della vicenda clinica[4]
e conferisce stabilità al sentimento di ‘continuare-a-esistere’ (“going
on being”: Winnicott, 1956, p. 303) che è necessario per portare avanti
il lavoro. È questo sentimento di continuità dell’esperienza del gruppo
curante che promuove, indirettamente, gli effetti di coalescenza e
progressiva riorganizzazione dei nuclei esperienziali ancora dispersi
del paziente (Ferruta, 2005; Correale, 2006).
Facendo uso del linguaggio proposto
da Peter Senge (un teorico delle organizzazioni di cui è molto
interessante studiare le ricerche[5]),
la formulazione psico-dinamica caso-specifica può essere intesa come
un’attività di visioning — una funzione di guida emotivo-cognitiva
aperta e insatura, che si è dimostrata particolarmente adatta allo scopo
di creare ‘organizzazioni che apprendono’ (“learning organizations”).
Nei termini proposti da Bion,
l’attività di sintesi, di programmazione e di verifica del gruppo
dirigente (visioning, planning, reviewing) consente lo sviluppo di una
dialettica contenuto/contenitore (♀↔♂) che influisce sull’equilibrio
sempre necessariamente instabile fra ‘assunti di base’ e ‘gruppo di
lavoro’ (AdB«GdL).
Nel caso
della situazione clinica qui descritta, il contenuto da elaborare è
particolarmente ‘saturo’ sul piano emotivo e potrebbe essere ricondotto
alla categoria dei “contenuti killer” (Ferro, 2002; Mazzacane, 2007). Si
tratta infatti di un oggetto di pensiero estremamente pregnante, in cui
la quantità/qualità degli “elementi
b”
da bonificare è tale da compromettere il lavoro della “funzione
a”.
Esso costituisce dunque un contenuto psichicamente indigesto, che può
produrre un’effrazione e un ingorgo nel funzionamento del contenitore (o
per meglio dire nel processo che determina gli effetti di contenimento).
Con una
terminologia più classica e una diversa prospettiva teorica, si potrebbe
dire che la riflessione clinica richiederebbe, in questo frangente, una
funzione simbolica singolarmente robusta, caratterizzata da aspetti
responsabilizzanti e paterni (Corradi Fiumara, 1980; Foresti, 1998). La
condotta di Michele, infatti, è un gesto antisociale importante, che può
innescare una di quelle situazioni di impermeabilità al lavoro clinico
che furono descritte da Freud in Alcuni tipi di carattere tratti dal
lavoro psicoanalitico (Freud, 1916)[6].
Per
comprendere appieno le difficoltà dell’équipe a questo riguardo, è
tuttavia necessario un mutamento del registro teorico: dall’analisi del
problema clinico individuale occorre cioè procedere allo studio della
struttura istituzionale.
Quando
Racamier scriveva la frase riportata nell’epigrafe, la minaccia più
importante all’autorità dei curanti era abitualmente costituita da
elementi interni al gruppo clinico, che traducevano in rivalità
interprofessionali le contraddizioni del sistema istituzionale
(classicamente, la contraddizione cura versus custodia). La frase tratta
da Lo psicoanalista senza divano era infatti la seguente: “Cercate il
personaggio (solitamente una capo-sala) che si è impadronito del potere
all’interno dell’istituzione…” (Racamier, 1972, ibid.; corsivo mio).
Nelle istituzioni sanitarie ‘aziendalizzate’, la sottrazione di autorità
ai danni dei responsabili clinici è divenuta un’evenienza molto comune,
che compromette specificamente l’autorità e la funzione di sintesi del
gruppo dirigente (Foresti, 2003). A differenza che in passato, la
mancanza di legittimità del gruppo dirigente è un fenomeno che si
determina dall’alto, e consiste, concretamente, in decisioni (o mancate
decisioni) che alterano in modo sostanziale la struttura organizzativa
del servizio.
Quando
un’intera unità operativa è lasciata per anni senza figure dirigenti
(come in questo caso) e quando il volume delle risorse viene
continuamente e surrettiziamente ridotto (come accade spessissimo), non
possono non prodursi fenomeni che influenzano negativamente la dinamica
dell’organizzazione. Privato della funzione di orientamento al compito
che è caratteristica di una leadership autorevole, il gruppo curante può
perdere di vista sia il contesto in cui opera che i vincoli da questo
determinati. Messo in condizioni di lavorare senza una chiara
consapevolezza del limite che struttura necessariamente i suoi progetti
d’intervento, il collettivo umano che dà vita all’istituzione rimane
così in balia delle sue istanze emotive più immediate. Sappiamo che in
questa situazione, l’attività di qualsiasi gruppo umano tende a
degenerare in prassi emotivamente e cognitivamente disorganizzate, che
possono essere descritte come “improvisaciòn caotica” (Utrilla Robles,
1998) o come “self assigned impossibile task” (Zagier Roberts, 1994).
Intesa nei
termini dello schema presentato nel secondo paragrafo, la situazione
descritta nelle pagine precedenti potrebbe essere allora sintetizzata in
questi termini.
Indebolita
dalla sua cronica instabilità (squilibrio persistente fra responsabilità
e autorità dei dirigenti), l’istituzione curante stenta a produrre le
funzioni di direzione e contenimento che potrebbero orientare la
dinamica gruppale verso il compito istituzionale.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
«Il motivo centrale del discorso che
vorrei fare oggi … [riguarda il fatto] che un importante problema dei
servizi psichiatrici del Sistema Sanitario Nazionale sia rappresentato
dal personale che li coordina.»
A. Correale (2006a, p. 271)
«Tutto ciò che avviene all’interno
dell’équipe deve essere analizzato a due livelli in interazione: quello
dell’équipe in rapporto al compito, e quello del compito da portare a
termine»
J. Bleger (1989, p. 90)
Nell’attuale
contesto istituzionale, l’attività del supervisore implica l’esercizio
di molte funzioni caratteristiche delle professioni che Freud riteneva
impossibili. Si tratta infatti di contribuire a curare i pazienti,
cercando di educare gli operatori, affinché accrescano le competenze che
loro occorrono per governare efficacemente il dispositivo istituzionale
a cui danno vita (Freud, 1937).
Mentre le prime due funzioni sono da
sempre implicite nel lavoro di supervisione, l’ultima è una novità dei
tempi in cui viviamo e costituisce una conseguenza specifica delle
attuali politiche gestionali (Grilli & Taroni, 2004). A rendere sempre
più improbo questo compito, bisogna inoltre ricordare che lo
psicoanalista supervisionava, sino a non molto tempo fa, nel quadro di
contratti di collaborazione che prevedevano tempi di lavoro protratti
(il più delle volte era il supervisore che si doveva porre il problema
di concludere il suo lavoro, allo scopo di promuovere la crescita del
gruppo). Le limitazioni imposte alle spese sanitarie invece impongono,
oggi, tempi d’intervento estremamente ridotti, che rendono davvero
difficile produrre prestazioni adeguate al compito
(nel caso dell’équipe citata, le
supervisioni previste sono solo tre in tutto l’anno). Lo psicoanalista è
così posto sempre più frequentemente di fronte a un dilemma
imbarazzante: colludere col disfunzionamento dell’istituzione, oppure
opporsi con chiarezza a ciò che accade?
Questo contributo è nato
dall’esigenza di organizzare i pensieri suscitati dalle esperienze di
supervisione, allo scopo di individuare le novità concettuali e
metodologiche grazie alle quali si può cercare di affrontare questo
aut-aut troppo netto. Sia la descrizione della discussione col gruppo
curante che le ipotesi riassunte e argomentate nel paragrafo di sintesi,
sono state infatti rielaborate durante una serie di riunioni ad hoc e
sono dunque il frutto di un lavoro di riflessione collettivo.
Nel testo
più volte citato, Bleger sostiene che nel lavoro istituzionale
“l’elemento maggiormente perturbatore e più difficile da trattare non è
il conflitto, ma l’ambiguità”. Quest’ultima agisce infatti “come un
ammortizzatore o come un fattore capace di sfumare i conflitti” (ibid.
76). Quando, grazie al lavoro di supervisione, questi ultimi finiscono
per manifestarsi, la loro soluzione non è affatto automatica. Il disagio
e la pena che la supervisione comporta, cioè le conseguenze dei
conflitti di cui essa (la supervisione) ha promosso il riconoscimento,
vanno affrontati con metodi adatti a favorire la loro modulazione e, nei
limiti del possibile, la loro risoluzione.
Nelle
istituzioni ‘aziendalizzate’, le strutture organizzative elementari del
lavoro sono messe continuamente in discussione. Gli assetti gerarchici
(tutti “dirigenti”, dunque nessuno veramente dirigente), le risorse a
disposizione (in teoria razionalizzazione, in pratica razionamento:
defunding), la ‘missione’ stessa del servizio (gli obiettivi terapeutici
fondamentali: cura/custodia oppure outsourcing, cioè esternalizzazione/risparmio?)
sono fattori di produzione che vengono fatti oggetto di una
rinegoziazione continua e pressoché interminabile. Ciò rende
estremamente arduo fare ciò che distingue un’istituzione sana da
un’altra che sana non è: “applicare le misure adatte per la (…)
risoluzione” dei conflitti (Bleger, ibid, p. 72). In questo contesto, le
funzioni della supervisione psicoanalitica richiedono dunque un radicale
ripensamento.
I concetti e i metodi qui discussi,
sono un’espansione di alcuni classici principi psicoanalitici, la cui
sostanza è riassunta nelle affermazioni che aprono questo paragrafo. Ci
sono sempre almeno due livelli di funzionamento che sono continuamente
in interazione. Il “compito da portare a termine” è l’insieme degli
obiettivi clinici che l’équipe persegue con la cura dei casi di cui
riconosce la responsabilità. A questo livello, il supervisore mira a
contribuire alla formulazione del ‘progetto terapeutico-riabilitativo’
con una “formulazione psico-dinamica” caso-specifica (Ferruta, 2005;
Kassaw & Gabbard, 2002) che ha potuto essere elaborata grazie al lavoro
di visioning clinico del gruppo curante (Foresti & Rossi Monti, 2002).
Il secondo
dei livelli citati – ossia il funzionamento dell’équipe in rapporto al
compito primario – pone al supervisore problemi paragonabili a quelli
posti, nel lavoro analitico, dall’interpretazione di transfert e dalla
struttura del setting. Affrontare le problematiche che ostacolano il
perseguimento del compito da parte dell’equipe, è dunque un lavoro
insieme inevitabile, rischioso e interminabile. È inevitabile, perché la
discussione di questo tipo di problemi prima o poi si impone
all’attenzione del gruppo curante. È rischioso, perché discutere il
funzionamento dell’équipe può compromettere il sistema delle relazioni
gruppali e intergruppali, facendo esplodere i conflitti che erano
mantenuti latenti dall’assetto anti-task (contrario al compito) del
funzionamento collettivo. È poi interminabile, poiché il tema
dell’organizzazione è oggetto di un negoziato intergruppale e
intersistemico, che non ha mai fine: si tratta infatti della continua
produzione e riproduzione delle relazioni che stabiliscono la struttura
e la distribuzione dell’autorità istituzionale.
Riassunto
Il contributo descrive un’esperienza
di supervisione in un servizio psichiatrico ambulatoriale. La
complessità delle dimensioni cliniche e istituzionali poste dal caso,
consente di illustrare i sistemi di fattori che sono in gioco in questo
tipo di attività. Facendo uso di diverse ipotesi di lavoro, l’Autore
propone di distinguere tre diversi livelli di articolazione
dell’analisi, che richiedono strumenti metodologici e concettuali ben
differenziati: psicopatologia individuale, dinamiche gruppali e assetto
istituzionale. Il lavoro mira a dimostrare come queste prospettive
metodologicamente eterogenee possono essere utilizzate in modo
ordinatamente integrato solo se si tiene conto dei contesti in cui si
opera e delle funzioni che si è chiamati a svolgere.
Parole-chiave
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VINCENZA
QUATTROCCHI
Dipartimento Salute Mentale:
un'organizzazione "psico-dinamica"
Intendiamo il Dipartimento per la
Salute Mentale come un contenitore osmotico che ha come mission la la
tutela e la promozione di salute mentale.
E’ una struttura che nell’assicurare
la complessità dell’intervento si colloca come garante di due aspetti da
considerare come cardini dell’assetto assistenziale:l’unitarietà e la
simultaneità dell’intervento rispetto alla complessità delle tre
componenti biologica-psiclogica-sociale del disagio
psichico,l’unitarietà e simultaneità dell’intervento multidisciplinare,laddove
in entrambi gli aspetti, il termine integrazione non può essere
soddisfacente.
I luoghi della cura si identificano
più che altro con gli attori della scena terapeutica ,invertendo la
logica dell’istituzione totale del recente passato laddove il luogo
della cura si identificava con la cura medesima. Oggi,pertanto i luoghi
della cura in senso stretto,sono indispensabili ma assolutamente privi
di significato se carenti di osmosi, se asfissiati dalla
autoreferenzialità e dalla assenza delle”coordinate temporo -spaziali”.
Lo smantellamento dell’istituzione
ha visto nel migliore dei casi una sorta di virtuale trasposizione,
dalle mura istituzionali a mattoni più invisibili,più dinamici(psico-dinamici)che
sono gli operatori medesimi:la loro mente è il vero luogo della cura. Il
riferimento è alla mente del singolo e la mente del gruppo.I luoghi
della cura sono nodi di una rete che li mette in stretta relazione tra
loro senza che nessuno di essi sia egemone dell’altro.. Se nessun luogo
è egemone dell’altro,la funzione del Centro Salute Mentale è oltremodo
la più complessa:punto centrale del processo terapeutico,punto di
partenza,ma anche il punto di arrivo,nel senso che è la sede più
frequente per il primo accesso ed è la sede nella quale si mantiene il
rapporto con il paziente anche alla conclusione di un trattamento più
complesso. E’ opportuna la specificità dell’accoglienza sin dalla prima
fase del contatto utente/servizio (l’atteggiamento psicoterapeutico in
wireless). La multi-disciplinareità è ovviamente di casa e le attività
si articolano in visite specialistiche ambulatoriali e domiciliari,in
psicoterapie individuali,di gruppo e familiari,in colloqui di
sostegno(anche domiciliari) nelle varie fasi del percorso
terapeutico,sia rivolti all’utente che alla famiglia. Il CSM è anche il
luogo privilegiato per incontri multiprofessionali strutturati, ovvero
per incontri di tipo formativo. Altra importante funzione del CSM è
quella,sviluppatasi negli ultimi anni,della somministrazione quotidiana
della terapia farmacologia,a tutela di quella fascia di utenti che va
sostenuta nella conquista di quella compliance.Il farmaco oscilla tra
l’essere uno schermo che ostacola la relazione perché vissuto come
violazione del corpo ed anche il suo contrario come elemento che
favorisce il mantenimento delle distanze tra chi cura e chi è curato,
all’ombra di una sorta di evitamento dell’indagine psicologica. Sappiamo
anche che nel superare l’attacco al narcisismo ed
all’onnipotenza(emozione bifronte condivisa dal curante e dal curato),il
farmaco è un mezzo per rendere possibile la relazione per il suo
meccanismo d’azione in senso stretto e specifico ed anche perché
costituisce un legame con il terapeuta introiettato,presente anche in
assenza. Nella rappresentazione mentale dei curanti,ora mezzo di
allontanamento o “contenzione”,ora espressione di attitudine
terapeutica,ma anche mezzo di comunicazione e supporto delle parti sane.Il
consolidamento di un servizio territoriale porta a superare l’assetto di
un sevizio “allertato”esclusivamente all’accoglienza della crisi..
Certamente non possiamo identificarci con la figura dell’ esperto
esclusivo per l’emergenza . Piuttosto attraverso azioni multiple, è
necessario affrontare il problema dell’acuzie a monte e sotto vari
aspetti, dalla prevenzione possibile, all’intervento precoce verso una
solida presa in carico da parte di un Servizio, sempre più visibile,
riservato rispetto all’intimità della cura e nel contempo riconoscibile
rispetto all’offerta. Il gruppo di lavoro ha il compito di fare
profondamente suo il concetto che la relazione terapeutica costituisce
l’essenza di tutto il processo,pertanto è indispensabile cimentarsi sul
significato dell’alleanza terapeutica che fonda le proprie radici nella
relazione primaria,configurandosi come identificazione reciproca
attraverso elementi preverbali ed empatici,di sostegno e di accudimento
e sull’aspetto più elaborato della alleanza medesima, l’alleanza di
lavoro(Greenson)in cui un Io osservante si allea con quello del curante.
Nell’approfondire questo concetto è
opportuno dire che gli aspetti psicologici,relazionali e quindi
psicoterapici sia in senso lato che in senso specifico e
ristretto,hanno,nel trattamento una certa supremazia in quanto ogni
atto, dalla prescrizione farmacologia alla riabilitazione psicosociale,è
mediato dalla relazione terapeutica ed è “dentro”la relazione
terapeutica medesima. Riflettiamo su quanto dinamico(psico-dinamico)è il
clima nei luoghi della riabilitazione, in maniera quasi del tutto
spontanea laddove il passaggio dalla spontaneità alla consapevolezza
qualifica come terapeutico l’intervento.
Una attenta considerazione dei
luoghi della cura(il CSM,il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura,i
Centri Diurni,le Residenze e le Comunità Terapeutiche la cui funzione
verrà descritta nella relazione ) che facilitano la condivisione della
vita tra pazienti ed operatori,porta a definire le azioni
psichiatriche,riabilitative reali e condivise con il paziente,come
espressione di un intervento che, nell’agire sul mondo esterno ,mira a
raggiungere il mondo interno del paziente.
Le azioni dunque sono “pensanti” (RACAMIER),nel
senso che corrispondono a pensieri e parole strettamente connesse con le
strategie psicoterapeutiche. Il rispetto della vulnerabilità comporta
che l’intervento terapeutico venga forgiato come se fosse la chiave per
la serratura(kay and look). Diventa cronico tutto ciò che è trascurato
ora per carenze di risorse,ora per la mancanza di riflessioni aggiornate
sul caso,sui percorsi fatti,sugli strumenti terapeutici.Possiamo dire
che diventa cronico, tutto ciò che non è più pensato.
Pertanto, la complessità
dell’intervento riguardante l’ambito riabilitativo altro non è che la
cura nella sua accezione più ricca e forse l’unica psicoterapia
possibile in situazioni gravi e complesse.
Inoltre la psicoterapia,intesa in
senso stretto viene regolata attraverso uno studio sulla appropriatezza
delle psicoterapie rivolte a singoli individui,a gruppi di pazienti ed a
famiglie.
GIUSEPPE
BERTI CERONI
L'argomento della relazione riguarda
fondamentalmente in tre aspetti:
1.la relazione terapeuta-paziente
(atti e parole) comunque sottesa a qualunque intervento specifico. Ho
chiamato questi fattori terapeutici specifici comuni (FTSC).
2.La scelta fra farmacoterapia e
psicoterapia quando motivata da specifiche indicazioni (linee guida) e
quando scelta culturale nel triangolo paziente- terapeuta e contesto. Il
comportamento sociale di cura
3..La funzione di integrazione fra
farmaco e psicoterapeuta: quando è meglio che sia lo psicoterapeuta a
prescrivere i farmaci e quando è meglio che le funzioni siano separate
in due terapeuti?.L'integrazione è solo affidata al paziente?
GIUSEPPE
SARAO’
“ SULLA SOGLIA : le dimensioni
orizzontali e verticali nel gruppo di lavoro multiprofessionale “
Il lavoro riguarda alcuni modelli di
funzionamento del gruppo di lavoro multiprofessionale, descritto come un
insieme di funzioni, di corpi e di menti. Il gruppo di lavoro può essere
una risorsa fortemente terapeutica se viene utilizzato come organismo
unitario ma che nel contempo ha necessità di possedere funzioni e
apparati specializzati. Un corpo-gruppo che naturalmente si organizza su
più dimensioni ma che per essere accogliente e trasformativo, nel
senso di cogliere i transfert massivi e frammentati dei pazienti, deve
riconoscere ed articolare le dimensioni orizzontali (la funzione coesiva
fraterna e la rivalità degli operatori) con le dimensioni verticali
della leadership (le capacità emotive e le valenze genitoriali del
leader). Questa difficile e faticosa articolazione può avvenire in varie
zone del servizio; in particolare vanno ricercate le zone di transito,
di passaggio ( aspetti interstiziali della vita istituzionale) dove è
possibile cogliere movimenti e aggregati emozionali che poi si potranno
attualizzare e realizzare nel lavoro sul compito ( pazienti gravi e
famiglie).
GIUSEPPE
RIEFOLO
Il servizio e i suoi gruppi
Il servizio territoriale pubblico
può essere individuato come particolare contesto terapeutico per la
terapia di pazienti psicotici. In tale contesto la terapia
gruppoanalitica può essere assunta come funzione terapeutica della
istituzione più generale. Il gruppo psicoterapeutico viene ad
individuare, gradualmente, un proprio specifico setting che risulti
coerente soprattutto con la cornice più generale dell’istituzione, prima
ancora che aderente a un modello tecnico prestabilito. Pertanto, una
serie di elementi che rendono complessa una istituzione pubblica,
possono essere assunti come specifici elementi di un setting capace
soprattutto di risonanze con i livelli psicotici di pazienti molto
regrediti.
|
Roma, 18.05.08 "TRAUMA
PRECOCE E RELAZIONE TRANSFERALE
"; Sede:
VIALE GORIZIA, 24, 00198 ROMA
; Info:
sipsiaroma@tin.it
LIVIA.TABANELLI@TIN.IT
Fees= euro 35,00
Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Infanzia,
dell’Adolescenza
e della Coppia
GIORNATA
DI STUDIO
Sabato 17 Maggio 2008
TRAUMA PRECOCE E RELAZIONE TRANSFERALE
PROGRAMMA
Ore 8,30
Registrazione partecipanti
Ore 9,00
Salvatore Grimaldi Introduzione
Ore 9,15 Luìs
Martìn Cabré:
Sul concetto di trauma nella relazione analitica
Ore 10,15 Pausa
caffè
Ore 10,30 M.
Grazia Fusacchia: Ripensare al trauma nella relazione
analitica
Ore 11,30 Luis
Martin Cabrè: Discussione della relazione
Ore 12,00
Discussione con la sala
Ore 13,15
Salvatore Grimaldi Valutazione dei partecipanti
ABSTRACT
Sul concetto di
trauma nella relazione analitica
(Luis Martin Cabrè)
Il trauma, a partire
soprattutto dall’apporto di Ferenczi, appare come un’invasione
nell’Io. É il campo dell’intersoggettivo dello scambio tra
l’inconscio della vittima e dell’aggressore, oggetto della passione
o della pazzia dell’amore o dell’odio che turba o perturba il
funzionamento psichico del bambino.
E, tuttavia, sembra che
ci sia qualcosa in comune tra questi due scenari. Se si ripercorrono
le peripezie della fantasia masochista del saggio freudiano “Un
bambino viene picchiato” (1919) sorgono numerosi interrogativi e
questioni. L’Autore si propone di ripensarle alla luce delle
aspirazioni e dei bisogni d’amore del bambino, che includono una
componente di eccitazione, difficilmente gestibile, la quale si
organizza attorno alla fantasia del castigo. Si tratta forse di una
ripetizione d’una esperienza traumatica compromessa e mescolata con
tutto il componente pulsionale ed erotizzato? Fino a che punto la
ripetizione non si configura come un concetto chiave per vincolare
certe caratteristiche essenziali del funzionamento perverso con la
dinamica del trauma? Ció che non é rappresentabile del trauma, non
si riferisce in qualche modo a questo concetto d’inconscio non
rimosso?
Ripensare al trauma
nella relazione analitica
(Maria Grazia Fusacchia)
L’A. presenta un
materiale clinico per riflettere sulle questioni che pone la
gestione del setting nella psicoterapia psicoanalitica con i bambini
vittime di esperienze di abuso sessuale. In particolare, s’interroga
sulle vicissitudini dell’effrazione traumatica che sembrano dare
luogo a peculiari configurazioni del transfert e del corrispettivo
controtransfert. Nella misura in cui, la relazione è permeata da
una compulsiva tendenza alla ripetizione che svuota di senso e
riattualizza l’evento abusante, spetta all’analista individuare quei
possibili nessi che nel permetterne la sua significazione affettiva
ed emotiva, interrompono la sua coercitiva riedizione.
CURRICULUM
Luis Jorge MARTÍN
CABRÉ
membro ordinario
e analista con funzioni di training de la “Asociación
Psicoanalítica de Madrid”. (Societa componente della IPA)
Dal 1995 é stato
Segretario scientifico, componente della Segreteria Generale di
Training e del “Consejo Científico Administrativo”. É stato inoltre
coordinatore della Commisione che studia i rapporti fra psicoanalisi
e psicoterapia. Attualmente è componente del Comitato di Training
del Instituto Psicoanalitico di Madrid. Collaboratore del
International Journal of Psycho-Analysis. Membro di CAPSA,
Comissione appartenente all’IPA.E inoltre membro Ordinario della
Sociedad Española de Psiquiatria y Psicoterapia del niño y del
adolescente (Societa
appartenente a la FEAP)
|
Roma,
23-25.05.2008
"INTERVENTO
PSICOTRAUMATICO IN FASE ACUTO POST TRAUMATICA DA STRESS: DAGLI
INCIDENTI QUOTIDIANI ALLE MAXI-EMERGENZE"
Sede:
A. O. SAN CAMILLO FORLANINI
; Info:
psicoemergenza@hotmail.com
FORMAZIONE@SCAMILLOFORLANINI.RM.IT
;
Fees= euro
160,00.
Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini
Servizio di Psicologia Clinica / Area Crisi ed Emergenza
Responsabile dr.ssa Raffaella Gorio
O6 5870 4693 fax 06 5870 4375
psicoemergenza@hotmail.com
Evento E. C. M.
Progetto formazione – addestramento – aggiornamento
Titolo
“
Intervento psicotraumatologico in fase acuta e post traumatica da
stress: dagli incidenti
quotidiani alle maxi – emergenze ”
Problema
Disagio psichico
della persona in condizioni critiche: il pronto soccorso
psicologico. L’esperienza di un Trauma coinvolge,
intensamente, la sfera emozionale di ognuno; è necessario porre
attenzione alle reazioni sintomatiche specifiche per un’ adeguata
e peculiare risposta clinico psicologica – tecnica alla
richiesta d’aiuto.
Destinatari
10 psicologi / psicoterapeuti, 10 infermieri e 10 medici;
3 posti sono riservati all’organico aziendale.
E' prevista una quota d'iscrizione di 160,00 euro, ridotta del 50%
per i dipendenti dell'Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini
Obiettivi nazionali
33 - Gruppo 2
Obiettivo generale
Saper affrontare l’evento traumatico tecnicamente
preparati, attraverso idonei corsi di formazione in ambito
psicotraumatologico al fine di conoscere le linee guida gli
aspetti legislativi e i percorsi diagnostico – terapeutici
nell’ambito della Psicologia dell’Emergenza.
L’apprendimento si focalizza sulle tecniche e modalità di
comunicazione e di gestione del Trauma per il trattamento
delle dinamiche di gruppo e individuali nel conflitto e nello
stress che possono essere utilizzate nel trattamento
psicologico in caso di Disturbo Acuto e Post
Traumatico da Stress per la prevenzione e il contenimento
delle crisi emozionali
come reazioni sintomatiche durante e dopo un evento
altamente critico da parte
dei pazienti, dei familiari e degli
operatori sanitari;
quindi, porsi in grado di aiutare e sostenere anche
i propri pari appartenenti alle
varie categorie professionali coinvolte nei soccorsi;
saper gestire e
monitorare efficacemente, tramite le opportune strategie e
conoscenze apprese, l’elevato livello di stress causato da Traumi
presenti nelle Vittime di I, II e III tipo coinvolte in
eventi critici; prevenire il bourn out degli operatori
sanitari ed delle categorie di assistenza coinvolte nei soccorsi.
Obiettivi specifici
- Acquisire conoscenze teoriche e
pratiche attraverso
aggiornamenti in tema di competenze e capacità
operative di gestione psicologica e psicotraumatologica
in occasione di incidenti critici e di eventi calamitosi
- Acquisire abilità tecniche in tema di supporto
psicologico rivolto alle vittime di eventi critici
- Migliorare le capacità relazionali e comunicative
nell’ approccio alla crisi psicologica
Articolazione
Una edizione di tre giorni per un totale di ventiquattro ore di
formazione / addestramento.
Aula Belli, A. O. San Camillo – Forlanini, Roma.
23 – 24 – 25 Maggio 2008
Materiale didattico
CD e dispense di ogni docente per ognuno dei partecipanti,
riferimenti bibliografici.
Metodologia
didattica
Lezione magistrale ( A )
Relazioni su temi didattici preordinati ( B
)
Confronto e dibattito tra discenti ed
esperti guidati da un conduttore ( D )
Dimostrazioni tecniche senza esecuzione
diretta da parte dei partecipanti ( E
)
Presentazione di problemi o di casi clinici
in seduta plenaria ( F )
Esecuzione diretta da parte di tutti i
partecipanti in attività pratico – tecniche ( H
)
Simulate, role playing ( I )
Supervisione
clinica
PROGRAMMAZIONE
|
Orario
|
Tipologia metodologia
didattica
|
Titolo lezione |
Nome del docente e suo sostituto |
23
Maggio
|
8.30 – 9.00
9.00 - 10.00 |
A
|
Presentazione del Corso
La
funzione e l’esperienza clinica dello psicologo in Emergenza e
Maxi –Emergenza.
Presentazione di un Modello tecnico – clinico e
organizzativo per l’Intervento psicologico in emergenza
|
Raffaella Gorio
Raffaella Gorio
|
Paola Ciurluini
|
|
10.00 - 11.00 |
F
|
La Comunicazione
internazionale in Emergenza Umanitaria.
|
Sergio Cecchini |
Andrea Pontiroli |
|
11.00 - 11.15 |
|
intervallo |
|
|
|
11.15 - 12.15 |
F
|
Gestione delle informazioni attraverso i Mass Media |
Sergio Cecchini |
Andrea Pontiroli |
|
12.15 - 13.15 |
F |
Osservazione di materiale
audiovisivo e condivisione delle
Esperienze sul campo di
Médecins Sans
Frontières
|
Sergio
Cecchini |
Andrea Pontiroli |
|
13.15 - 14.15 |
|
pausa pranzo
|
|
|
|
14.15 - 15.15
|
F
|
I
Diritti Umanitari nella legislazione internazionale:
influenza culturale ed
antropologica.
L’esperienza di Amnesty
International
|
Stefano Pratesi |
Francesca Cesarotti |
|
15.15 - 15.30 |
|
intervallo |
|
|
|
15.30 - 16.30
|
F
|
Il recupero delle vittime di Tortura.
l'Esperienza italiana dei Medici contro la Tortura
|
Carlo Bracci
|
Flavia Citton |
|
16.30 - 17.30 |
F
|
La funzione e l’esperienza infermieristica in
Pronto Soccorso
|
Roberta Delle Fratte |
Carla De Simone |
|
17.30 - 18.30 |
B
|
Il lavoro
interdisciplinare
d’equipe e
il contributo dei volontari.
Il
supporto dei pari
|
Stefania Guarrasi |
Anna Contardi |
24
Maggio
|
9.00 - 10.00 |
F
|
L'Intervento psicologico nella gestione del Panico
individuale / collettivo e delle situazioni emotive in
situazioni altamente critiche |
Raffaella Gorio
|
Stefania Guarrasi
|
|
10.00 - 11.00 |
D
|
Osservazione di materiale
audiovisivo
Esperienza Pratica Guidata
|
Raffaella Gorio
|
Stefania Guarrasi |
|
11.00 - 11.15 |
|
intervallo
|
|
|
|
11.15 - 12.15 |
B
|
Approccio Cognitivo –
Comportamentale ad
un evento critico.
Strategie di coping
|
Anna Contardi |
Rubina D’Errico |
|
12.15 – 13.15 |
E
|
Modalità d'Intervento: Briefing, Defusing,
Debriefing Psicologico
Strategico alle Vittime
|
Anna Contardi |
Rubina D’Errico |
|
13.15 - 14.15 |
|
pausa pranzo
|
|
|
|
14.15 - 15.15 |
E
|
L’Approccio
della Psicologia Strategica Breve ai Disturbi d’ansia
|
Giulietta Vulcano |
Stefania Guarrasi |
|
15.15 – 16.15 |
F
|
Psicofisiologia del Trauma: Intervento integrato nella
psicologia d'Urgenza
|
Gaetano Persico |
Vezio Ruggieri |
|
16.15 - 16.30 |
|
intervallo |
|
|
|
16.30 - 18.30 |
H
|
Tecniche di trattamento psicofisiologico per il Disturbo Acuto
e Post Traumatico da Stress.
|
Gaetano Persico |
Vezio Ruggieri |
25
Maggio
|
9.00 - 10.00 |
B
|
La Comunicazione
terapeutica con il paziente
in fase Acuta e Post
Traumatica da Stress
|
Stefano Boschi |
Mauro Macchio |
|
10.00 - 11.00 |
E
|
Tecniche di Comunicazione:
la Comunicazione Empatica ed Efficace
|
Stefano Boschi |
Mauro Macchio |
|
11.00 - 11.15 |
|
intervallo
|
|
|
|
11.15 - 13.15 |
H
|
Aspetti della
Programmazione Neuro
Linguistica applicata alla
Psicologia Clinica
|
Stefano Boschi |
Mauro Macchio |
|
13.15 - 14.15 |
|
pausa pranzo
|
|
|
|
14.15 - 16.15 |
I
|
Trauma pregresso e attuale:
aspetti transgenerazionali nella trasmissione della Memoria
Traumatica
Gli scenari degli eventi e Supervisione clinica
|
Stefano Boschi |
Mauro Macchio |
|
16.15 - 16.30 |
|
intervallo |
|
|
|
16.30 - 17.30 |
D
|
Teorie
modalità e tecniche apprese applicabili in un Debriefing
Psicologico Strategico nel
fronteggiamento
del
Disturbo
Acuto e Post
Traumatico da
Stress: la gestione del Trauma psichico
|
Stefania Guarrasi |
Anna Contardi |
|
17.30 - 18.30 |
D
|
Confronto e
dibattito
sugli
interrogativi riguardo
il disagio
operativo
nell’approccio psicologico
clinico
all’ evento traumatico
|
Stefania Guarrasi |
Anna Contardi
|
|
18.30 – 19.30 |
|
Valutazione dei partecipanti:
verifica, questionario.
Somministrazione questionario gradimento
E. C. M.
Conclusioni e saluto
|
Raffaella Gorio |
Paola Ciurluini |
Valutazione di fine
corso
L’apprendimento da parte dei
partecipanti viene verificato attraverso
un
questionario a domande a risposta aperta circa gli
argomenti
specifici trattati durante il Corso.
I discenti
avranno a disposizione 45 minuti per rispondere; la prova
sarà
ritenuta superata se risponderanno almeno a 10 domande.
In
conclusione, ai partecipanti sarà somministrato un
questionario di
gradimento E. C.
M.
Proponente
l’Evento formativo
-
Raffaella Gorio
Responsabili
scientifici
-
Raffaella Gorio, Stefania
Guarrasi
Progettazione
-
Stefania Guarrasi
Organizzazione
-
Anna Carderi
Servizio di Psicologia Clinica / Area Crisi ed Emergenza
O6 58704693
fax. 06 58704375
psicoemergenza@hotmail.com
3294087906 –
3383719426 – 3383279034
Supervisione
aziendale
- Anna Di Marsico,
Maria Bricca, Adriana Nitto
U. O. C. SVILUPPO DELLA FORMAZIONE E DEL GOVERNO CLINICO
Nel considerare l’approccio al disagio del paziente critico,
l’integrazione interdisciplinare, come mostra il
programma nei suoi contenuti, rappresenta un suggerimento
funzionale per
l’Intervento Psicotraumatologico sulla persona che
ha in atto un Disturbo Acuto da Stress; Intervento che ha
valenza anche preventiva sulla possibile trasformazione del
sintomo acuto che tende alla cronicizzazione nell’evolversi in
Sindrome Post Traumatica da Stress. Le tecniche e le modalità
integrate dei diversi approcci della psicologia durante e dopo un
intervento d’urgenza, rivelano la loro valenza preventiva per il
bourn out degli stessi operatori coinvolti in un soccorso.
Le emergenze
della vita sono tante ed hanno un filo conduttore che si chiama
shock da frattura psichica.
“ L’incidente quotidiano ”
è quello di un ragazzo che perde una gamba, il burn out, il
mobbing, un abuso, un lutto, una incalzante patologia organica e
così via come ancor peggio nella vita possono presentarsi gli
eventi critici, per arrivare a quelli straordinari come
le maxi – emergenze che coinvolgono la
partecipazione della collettività in un dramma condiviso e da
condividere.
Gli orientamenti
della psicologia clinica adottati dal corso sono:
psicofisiologico, relazionale,
cognitivo comportamentale,
strategico breve ed
insieme,
la proposta di un aggiornamento
in merito ai protocolli della
comunicazione efficace.
Una panoramica
sull’azione
degli organismi internazionali che operano sul campo, quali
il ricco contributo scientifico e la presenza al corso di
rappresentanti di
Amnesty International,
Medici contro la Tortura
e
Médecins Sans Frontières,
tende a definire il senso dell’integrazione per un intervento
di “ urgenza ” offrendo una ampia possibilità di confronto con
le nostre realtà, individuando punti di contatto e suggerendo
riflessioni.
L’esigenza
e
l’obiettivo
per la gestione di un pronto
soccorso psicologico sono quelli di avvalersi di
strumenti idonei clinico – tecnici, relazionali e di comunicazione
durante la fase dell’accoglienza, del monitoraggio, della
valutazione del livello di criticità di una Vittima
e nelle
fasi della prevenzione e del contenimento delle crisi emozionali
individuali e di gruppo.
Raffaella
gorio
Stefania
guarrasi
|
|
Roma, 20.05-10.06.2008 "TEMI
DI CONFINE NELLA CLINICA E NELLA TEORIA PSICOANALITICA
";
Sede:
CENTRO DI PSICOANALISI ROMANO VIA PANAMA 48 ROMA
; Info:
segreteria@centropsicoanalisiromano.it
Fees= euro 144,00.
CORSO DI AGGIORNAMENTO
Dr.
Giuseppe Riefolo
"TEMI DI
CONFINE NELLA CLINICA E NELLA TEORIA PSICOANALITICA"
PROGRAMMA:
|
20/05/2008 |
1.
Configurazioni analitiche e processo psicoanalitico
|
|
27/05/2008 |
2. Scissione e
dissociazioni
|
|
03/06/2008 |
3. Dalle
nevrosi alle psicosi passando per l'isteria
|
|
10/06/2008 |
4. In tema di
autenticità
|
Abstract.
Nei quattro seminari proposti si toccano alcuni temi di confine
della teoria e della clinica psicoanalitica che riguardano, da un
lato il tema dei quadri clinici di confine quali le nevrosi e le
psicosi letti soprattutto attraverso il registro dei quadri isterici
che, soprattutto nella clinica pre-psicoanalitica e nei primi
scritti di Freud e Breuer, contemplavano i quadri delle nevrosi
quanto delle psicosi (o follie) isteriche. In linea col tema
dell'isteria si situa una riflessione e puntualizzazione sia storica
che clinica sul tema della Spaltung/splitting/scissione rispetto
alle varie forme di dissociazione introdotte in modo specifico dalla
psicoanalisi. In un seminario ci si soffermerà sul concetto di
"configurazione" rispetto al concetto di "processo" psicoanalitico
cogliendo il le configurazioni come momento in sé definito,
elementare e di base del processo. Infine ci si soffermerà a
considerare il concetto di autenticità come caratteristica del
processo analitico, rintracciabile continuamente nelle dinamiche del
campo. Ciascun seminario avrà una introduzione di ordine teorico, ma
si organizzerà soprattutto sull'analisi di vignette o intere sedute
analitiche proposte dal conduttore. Una terza parte del seminario
sarà dedicata alla discussione in gruppo sia degli esempi clinici
che delle proposizioni teoriche. L'obiettivo di base dell'intera
serie dei seminari è soprattutto la riflessione sulla posizione
dell'analista nella seduta analitica
ORARI:
|
Ore 21,00 – 22,00
|
Relazione del docente |
|
Ore 22,00 – 23,00
|
Discussione con la sala |
|
Ore 23,00– 23,30 (solo 10/06/2008)
|
Questionario di apprendimento |
|
| Alessandria,
24.05.2008 "DAL
DUE AL TRE: DALLA RELAZIONE MADRE BAMBINO AL RAPPORTO COI GENITORI E
COI GRUPPI
"; Sede:
ALESSANDRIA, SALA CHESSA - SERT- AL, VIA MAZZINI 85
; Info:
esterferrando@tiscali.it
ANNALISA.SCEPI@TISCALINET.IT
Fees= euro 30,00.
ABSTRACT
Simona Capolupo
‘E’ solo l’orco che mangia i
bambini? Analisi dell’amore fagocitante materno’
In questa relazione si vuole porre
l’attenzione non tanto sulle madri-streghe, frustranti assenti e
poco affettuose, di cui peraltro la letteratura psicoanalitica è
piena, ma piuttosto di quelle mamme iperprotettive, troppo presenti,
invadenti , le mamme definite nel mio libro come “mamme che amano
troppo”.
Come dice lo psicoanalista Carloni
(1975): “Che dire di quei comportamenti iperprotettivi e possessivi
di certe madri che divorano letteralmente l’identità distinta dei
propri figli...”
Di queste mamme problematiche, e
spesso inconsapevoli delle loro difficoltà anche perchè c’è una
realtà mediatica manipolatoria che sostiene il troppo amore materno,
si vorrà prendere in considerazione:
l’aspetto aggressivo sottostante a
comportamenti di totale dedizione e sacrificio rispetto ai figli;
l’aspetto narcisistico insito in
certi atteggiamenti e confuso con la capacità di amare l’altro;
il bisogno inconsapevole di queste
mamme di vivere il figlio come parte di sè (una propaggine) e
quindi non permettendo, o per lo meno a non facilitando, l’aspetto
evolutivo e autonomo nè di se stesse nè dei figli.
E’ mia opinione che l’eccesso di
affetto e di premure verso i figli, il cui risultato è spesso
nefando, potrebbe essere rivisitato se una madre potesse dare un
senso all’aspetto di ostilità insito nel rapporto verso il figlio
(come d’altra parte in tutti quei rapporti in cui entra in gioco un
forte coinvolgimento affettivo!)
Donata
Maglietta
Bambini e
adolescenti: disarmare i mostri
Il piccolo gruppo analitico è la
terapia che meglio si adatta al mondo infantile e adolescenziale per
un infinità di ragioni. In gruppo i bambini e gli adolescenti
costruiscono legami e rispecchiamento, imparano a condividere il
tempo e lo spazio, imparano ad esprimersi e a separarsi e lo fanno
prevalente attraverso il linguaggio elettivo del gioco con la guida
di uno psicoterapeuta che
ha la funzione di testimone e guardiano dello sviluppo dei processi.
Il gruppo contribuisce a
costruire la pensabilità, che é uno dei compiti della crescita. La
costruzione e’lespansione della pensabilità fonderà il benessere
psicofisico dell’individuo e del suo modo di essere presente nel
mondo. I bambini e gli adolescenti in gruppo sono aiutati a
trasformare la sensorialità, le somatizzazioni, gli atti, le
scariche motorie in scene e in storie che, dando forme e suono alle
emozioni, conducono all’alfabetizzazione degli affetti: i giochi, le
scene e le storie rendono quindi pensabili i pensieri sugli eventi.
Un attenzione particolare viene rivolta alla formazione dei conduttori
dei gruppi analitici di bambini. Il tema del viaggio nel tempo è il
filo conduttore più frequente nel lavoro analitico in gruppo poiché
il viaggio non è solo una metafora ricorrente ma un evento reale.
Se la psicoanalisi è un viaggio che affronta dimensioni del tempo e
dello spazio che vanno dal presente al passato e dal passato al
futuro, con i bambini e gli adolescenti il percorso analitico è
dentro al tragitto evolutivo, mentre tocca il passato diventa
presente e si dirige verso il domani. Lavorando con l'età evolutiva
non ci si può fermare, stando accanto ai ragazzi anche gli adulti
terapeuti diventano apprendisti del futuro..
Fiorella Pezzoli
"Il sostegno alla competenza
genitoriale: una proposta innovativa”
Verranno introdotti brevemente i
principali cambiamenti avvenuti nella famiglia italiana negli ultimi
quarant’anni sia nei termini strutturali sia valoriali e si
evidenzieranno le difficoltà che i genitori incontrano oggi nello
svolgimento della loro funzione.
La contestualizzazione
storico-geografica ha la finalità di evidenziare come i
cambiamenti sociali in atto hanno modificato il campo di riferimento
entro cui i genitori sono chiamati a compiere la loro funzione.
Il gruppo di genitori, condotto
psicodinamicamente, può rendere più intelligibile tale campo e
permettere l’attivazione o il recupero delle competenze genitoriali
di ciascun genitore.
Verrà esplicitato attraverso quali
processi e quali meccanismi questo è reso possibile e verrà esposta
qualche esemplificazione clinica.
|
|
Firenze, 23.05.2008 "CIÒ
CHE TEMO ACCADE, E QUEL CHE MI SPAVENTA MI RAGGIUNGE.IL SUICIDIO
"; Sede:
ACCADEMIA DI SCIENZE LA COLOMBARIA-FIRENZE
; Info:
info@quidcom.com ;
Fees= n.d.
PROGRAMMA:
“…ciò che temo accade, e quel che mi
spaventa mi raggiunge.”
Il Suicidio
Firenze, 23/05/2008
Presso
Accademia La Colombaria
Ore 8.45 Apertura dei lavori:
Ass. Graziano Cioni,
assessore politiche sociali Comune di Firenze
Dr. Paolo Rossi Prodi,
resp. UFSMA Firenze
Ore 9.00 Introduzione:
Le domande inevase
Laura Belloni, psichiatra,
Responsabile del Centro Regionale sulle Criticità Relazionali
Sandro Domenichetti,
psichiatra, resp. MOM SMA 5
Chairman/Discussant: Giuseppe Saraò
Ore 9.30
Epidemiologia e il Suicidio in Toscana
Fabio Voller,
epidemiologo area epidemiologia sociale ARS
Caterina Silvestri, psicologa, ARS
Ore 10.00 Suicidio & Mass Media: l'effetto
Werther
Luciano Massimo Canova,
professore di "Psichiatria Sociale"
Dipartimento di Neuroscienze/Sez. Psichiatria Università di
Siena
Ore 10.30 Le possibili risposte (Presentazione
Progetto Sperimentale)
Laura Belloni, Dario
Iozzelli, Alberto Bacchereti, Angelo Avarello, AOUC
Ore 11.00 COFFEE BREAK
Ore 11.15 DIBATTITO
Ore 13.30 LUNCH
Chairman/Discussant: Marco Armellini
Ore 14.30 Non esserci più...Il tentativo di
suicidio in adolescenza
G. Pietropolli Charmet,
Docente Psicologia Dinamica Univ. Milano
Ore 15.00 Attualità in tema di prevenzione e
trattamento del comportamento suicidario
Giuseppe Corlito,
resp.DSM ASL 9 Grosseto
Ore 15.30 Dibattito
Ore 16.30 Conclusioni
Galileo Guidi
Responsabile Salute Mentale, Regione Toscana
Ore 16.45
Interventi preordinati:
Gemma Brandi
Walter Ciardo
Paolo Cioni
Michele Conte
Massimo De Berardinis
Maurizio Ferrara
Roberto Leonetti
Franco Sirianni
Andrea Tanini
Lucia Zani
ore 17.45 Test finale ECM
Segreteria scientifica:
Laura Belloni, Sandro Domenichetti
INFORMAZIONI GENERALI
Sede del Corso di Aggiornamento:
Accademia di Scienze e Lettere La Colombaria –
Via s. Egidio 23 - Firenze
Iscrizione al Corso di Aggiornamento
L’iscrizione al corso è gratuita.
E’ necessario inviare alla Segreteria
Organizzativa l’allegata “Scheda di Iscrizione” debitamente
compilata entro e non oltre il 30 aprile 2008.
Segreteria Organizzativa
QUID Communications srl
Via G.C. Vanini, 5-50129 Firenze tel.:
0554633701 fax: 0554633698
info@quidcom.com
Educazione continua in medicina - ECM
Sono stati richiesti al Ministero della Salute
i crediti formativi per un numero massimo di 70 medici individuati
fra medici psichiatri e psicologi. Per acquisire i crediti
assegnati, i partecipanti dovranno compilare il questionario di
verifica dell'apprendimento e la scheda di valutazione dell'evento.
Sono obbligatorie le firme di entrata ed uscita, ed il 100% di
presenza al corso.
Attestato di Frequenza
L’attestato con i crediti formativi verrà
recapitato direttamente al partecipante dopo la verifica del
questionario di valutazione dell’apprendimento.
Variazioni
La Segreteria Scientifica e la Segreteria
Organizzativa si riservano il diritto di apportare al programma
tutte le variazioni che si rendessero necessarie per ragioni
tecniche e/o scientifiche.
OBBIETTIVO DELL’EVENTO:
Far acquisire conoscenze teoriche ed
aggiornamenti in tema di citologia endometriale
PAROLE CHIAVE: 1) Suicidio 2) Prevenzione 3)
Psicopatologia.
TIPOLOGIA DELL’EVENTO: f) Convegno
MODULO ELENCO OBBIETTIVI: Obbiettivo N° 21
SCHEDA DI ISCRIZIONE
da inviarsi alla Segreteria Organizzativa entro
il 30 aprile 2008.
L’ammissione deve essere confermata da parte
della Segreteria Organizzativa via e-mail;
(COMPILARE IN STAMPATELLO)
Cognome_______________________________Nome____________________________________
Nato
a_________________________________il________________________________________
Codice fiscale
personale___________________________________________________________
Professione______________________________________________________________________
Disciplina_______________________________________________________________________
Ente____________________________________________________________________________
Indirizzo Ente/Studio
Privato_______________________________________________________
CAP_________________________Città______________________________________________
Telefono____________________________________Fax_________________________________
Numero di
cellulare_______________________________________________________________
e-mail__________________________________________________________________________
Esprimo il consenso al trattamento dei miei
dati per le finalità consentite dalla legge n. 675/96
data______________________________________firma________________________________________________
RAZIONALE
"Il
suicidio è la forma più eclatante di aggressività verso se stessi, è
un atto che comunica disperazione, incapacità di valutare
obiettivamente il futuro, convinzione profonda che nulla abbia più
un senso. La frequenza del suicidio giovanile è molto elevata: le
stime mondiali parlano di un milione di morti per suicidio all'anno,
corrispondenti a 16 casi su 100.000 abitanti. Negli ultimi 50 anni
l'incidenza del suicidio è aumentata del 60%, diventando la terza
causa di morte per gli adolescenti ed i giovani adulti.
Mentre fino a poche decine di anni fa il gruppo più a rischio era
rappresentato dagli uomini anziani, in molti paesi oggi sono gli
adolescenti e i giovani ad avere il più alto rischio di suicidio.Da
un lato dovremmo saper prestare attenzione alla presenza di fattori
di rischio, riconoscendoli precocemente: tra questi, la presenza di
un disturbo psichico riconosciuto (depressione, disturbi psicotici,
disturbo da uso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare),
la presenza di sintomi psichici nuovi, non riconosciuti o trattati e
la variazione nei comportamenti (ad esempio, il calo del profitto
scolastico, il ritiro sociale).Il convegno è un momento nella
definizione di un progetto di azioni preventive nella città di
Firenze che coinvolga i Servizi di Salute Mentale e L'università".
ABSTRACT DELLE RELAZIONI
Belloni Dr.ssa Laura
Tentato suicidio
Introduzione
Il tentato suicidio è un fenomeno
frequentemente riscontrato nella pratica clinica e pur non
costituendo una categoria nosografia specifica determina una
peculiare situazione nella quale l’operatore si trova a vivere
sentimenti ed emozioni significativi.
Attingendo dall’esperienza clinica
consulenziale svolta nell’Azienda Ospedaliera Universitaria di
Careggi (Firenze), costituita da circa 350 interventi consulenziali
annui rivolti a soggetti che hanno tentato il suicidio, questo
articolo si propone di vedere il tentato suicidio non solo come
sintomo psicopatologico ma come espressione di un momento di crisi
dell’individuo, intesa come opportunità di trattamento, “occasione”
per il soggetto di pensare una risposta alla crisi diversa
dall’attentare alla propria vita.
La “complessità del fenomeno” (W. Festini
Cucco, L. Cipollone, 1992) non consente di formulare ipotesi di
intervento preordinate o generalizzabili, come protocolli di
trattamento o linee guida applicabili a tutti i casi
indiscriminatamente; si può invece pensare un intervento fondato sul
prendersi cura della persona nella sua complessità bio-psico-sociale
attraverso l’ipotesi di percorsi terapeutici dedicati.
Approcciarsi al tentativo di suicidio secondo
un modello di causalità lineare risulta impossibile, poiché “ogni
singolo suicidio come fatto incondizionato non si presta mai ad
essere compreso e spiegato in maniera sufficiente secondo una legge
causale di validità generale, possiamo solamente cercare di
ricostruire e mettere insieme alcune circostanze che hanno reso
possibile il fenomeno.” (K. Jaspers, 1948).
Attribuire al tentativo di suicidio l’esclusivo
significato di sintomo psicopatologico impedisce di comprendere la
multidimensionalità dell’evento, precludendo la possibilità di
indagare le componenti soggettive e relazionali che sottendono il
fenomeno.
Occuparsi di tentati suicidi diventa quindi
occuparsi principalmente di quel soggetto che ha tentato il
suicidio, senza dimenticare di occuparsi di noi stessi come
operatori e delle nostre reazioni emotive, strumento terapeutico
fondamentale nella relazione col paziente.
Il senso del tentato suicidio come sintomo
La comprensione del fenomeno del tentato
suicidio alla luce di un unico paradigma
(psicopatologico/psichiatrico o sociologico/statistico) non sembra
possibile né utile: da un lato comprimere in categorie rigide un
atto così contraddittorio e multideterminato rischia di darne una
lettura quantomeno parziale e incompleta, dall’altro la rigidità di
un’unica prospettiva sembra sottolineare l’incapacità di porsi in
modo flessibile di fronte a questo fenomeno, in un atteggiamento
difensivo e distanziante nei confronti del carico di angoscia e
sofferenza che esso porta con sé.
Utilizzare più sistemi di riferimento possibili
rende giustizia della multiformità dell’oggetto di studio e può
consentire una lettura più articolata ed esaustiva, che non permetta
semplificazioni e riduzioni rassicuranti.
Dall’esperienza derivata dalla nostra ricerca
emerge la consapevolezza di quanto dietro l’etichetta di tentato
suicidio si apra un mondo molteplice e diversificato, nel quale la
storia di ogni singolo paziente ha diritto di essere conosciuta e
compresa nel rispetto della sua unicità.
Se è lecito e utile cercare dei fattori comuni
che individuino costellazioni specifiche (sociali, psicopatologiche
ecc), e quindi percorsi terapeutici mirati, è pur vero che suona
convincente l’affermazione di Hillman (1964), per il quale “in sé il
suicidio non è né sindrome né sintomo”. Forse, tenendo presente
questo, sarà possibile cercare insieme al paziente il significato
che il suo gesto ha avuto e ha per lui, in modo che diventi oggetto
di un pensiero, senza che sia il peso della patologia o del disagio
a determinarne il percorso terapeutico.
Le domande che ci poniamo sono dunque queste:
qual è la storia della persona che abbiamo di fronte? attraverso
quale percorso di vita è arrivato alla decisione di farsi del male o
cercare la morte? che significato ha avuto quel gesto, e quale
significato ha adesso? quale significato hanno i sentimenti che
muove nel reparto, negli infermieri e nei medici? e nella famiglia?
Prescindere dal porsi queste domande rischia di
far vedere prevalentemente il sintomo: magari si riesce ad agire su
di esso, ma si può non incontrare la persona che ne è portatrice e
ignorare, anche noi, quello che ha da dire.
Le competenze dei pazienti
Il tentato
suicidio è un gesto complesso, che evoca l’ambivalenza dell’uomo nei
confronti della morte; attraverso l’atto di cercare la morte la
persona afferma il desiderio di decidere della propria vita,
esprimendosi in un gesto relazionale carico di significati. Secondo
Fornari (1967) “ogni suicida sul piano cosciente sembra voler negare
il proprio rapporto con il mondo, ma nell’inconscio in realtà lo
ricerca in modo disperato.(…) Il togliere di mezzo se stessi è la
forma più radicale di tirare in ballo gli altri. (…) Ogni suicida in
qualche modo vuole gettare il proprio cadavere sulle spalle di
qualcuno”.
Se il suicidio è
un taglio (“cidere”) del filo della propria (“sui”)
vita, è comunque un atto relazionale, di dialogo con il mondo, in
cui assume un ruolo centrale l’impossibilità di figurarsi una realtà
diversa da quella in cui si è presenti.
Il tentato
suicidio appare dunque in questa ottica come agito con una valenza
comunicativa a cui porgere attenzione; da qui la necessità di
domandare e domandarsi quale sia la richiesta d’aiuto sottesa.
Il paziente
sembra utilizzare il gesto autolesivo come risposta ad una
situazione di crisi disperante: l’atto suicidario, che solitamente è
considerato disadattativo, può così essere visto in senso adattativo
come tentativo, seppur estremo, di recuperare il controllo della
propria vita, segnale di una lotta attiva contro quello che J. T.
Maltsberger (2004) chiama “emotional flooding” (“inondazione
emotiva”).
Se pensiamo alla
“crisi” così come la intende Pagliarani (1993), quella che il
paziente vive può essere considerata non più come un vuoto di senso
e significato, un “nulla” da superare che provoca spavento e
terrore, ma un’“occasione di scoperta, difficile, dolorosa ma
redditizia”, in cui lo spazio negativo diventa momento generativo di
pensieri nuovi.
La sfida che si
pone al clinico può essere allora sia quella di scoprire nel
paziente risorse comunicative e reattive che possono essere
utilizzate nel lavoro con lui, sia di rendere possibile un pensiero
sull’agito, nel tentativo di vedere la crisi da una diversa
prospettiva, non abisso in cui sprofondare ma varco, finestra che
può aprirsi su di una profondità nuova, possibilità di trasformare
una mancanza in risorsa, capace di alimentare la creatività.
Atteggiamento e difese del clinico
Merita una riflessione ciò che il clinico prova
di fronte al paziente che ha tentato il suicidio, in quanto si
tratta di un incontro che muove inevitabilmente delle reazioni che è
necessario riconoscere se vogliamo evitare le collusioni o gli agiti
controtransferali.
Le emozioni più frequenti che si provano di
fronte a questi pazienti sono l’angoscia, il senso di impotenza o il
desiderio salvifico di “risolvere” il problema.
Il paziente che ha tentato il suicidio può
richiamare alla mente del clinico fantasie sulla possibilità di
uccidersi, o comunque sull’eventualità di fronteggiare la propria
morte (A. C. Ballerini, F. Fonnesu, P. Benvenuti), ed è quindi
possibile che questo provochi l’attivazione di meccanismi di
negazione e di fuga.
D’altra parte, il desiderio onnipotente di
salvare il paziente può, in modo speculare ma non meno pericoloso,
indurre ad affrontare con difficoltà e ambivalenza questi pazienti
notoriamente e per definizione “difficili” e a forte rischio di
insuccesso, provocando sentimenti di vergogna connessi al rischio di
una ferita narcisistica.
Da considerare infine la reazione emotiva che
la reiterazione del gesto autolesivo provoca nel clinico che ha in
carico il paziente (ma anche nel consulente che si trova a
fronteggiare fenomeni di revolving doors consistenti) ovvero
un profondo senso di colpa per ciò che è stato o non è stato fatto.
L’atteggiamento di negazione del problema è ben
espresso nel “comportamento di iperattività terapeutica, che tende a
sfuggire e a minimizzare il rischio suicidario continuando ad agire,
senza soffermarsi a riflettere sul problema e ad avvicinarsi in
maniera comprensiva al paziente” (A. C. Ballerini, F. Fonnesu, P.
Benvenuti).
Il desiderio di fare come impedimento al
pensare sembra un ripetersi nel clinico dell’atteggiamento
proprio del paziente, là dove invece la sospensione dell’azione e lo
sviluppo di una riflessione sull’agito sembra essere l’unica
“azione” clinica che abbia un senso terapeutico.
Prendere coscienza dei percorsi emotivi che
emergono dalla relazione con i pazienti, riuscire a darne una
lettura e ad utilizzarli anche nella relazione con loro diventa
parte integrante dell’atteggiamento del clinico che si trova di
fronte a situazioni complesse e angoscianti come i tentati suicidi.
A questo si aggiunge l’atteggiamento di
sospensione del giudizio e di indagine sui significati dell’atto
autolesivo, dei contenuti della crisi nella quale esso si inserisce,
del contesto del paziente e delle sue possibilità di sostegno,
nonché delle sue risorse e ambivalenze, per valutare il prevalere
dell’istinto di vita su quello di morte e parlarne insieme.
Necessario appare esaminare in dettaglio il
percorso verso il tentativo di suicidio con tutte le sue componenti
di crisi (“crisis markers”). L’obiettivo principale è la
comprensione dell’atto suicidario, a cui seguirà una riflessione
condivisa, che sviluppi un pensiero generativo, e forse terapeutico.
Proposte
La centralità del paziente e del suo contesto
nelle teorie che riguardano il tentato suicidio dovrebbe trovare un
corrispettivo pratico all’interno dell’agire terapeutico. E’
determinante considerare il soggetto come attore del gesto
autolesivo ma anche come detentore di risorse e capacità
utilizzabili attraverso e all’interno della relazione terapeutica.
Realizzare un percorso dedicato a ciascun
paziente passa attraverso la costruzione di un rapporto di fiducia
spesso complesso, complicato dal frequente alternarsi dei vari
operatori durante il corso dell’incontro terapeutico, con elevato
rischio di fallimento che può risultare fatale per il paziente;
appare necessario curare con particolare attenzione le fasi di
passaggio e in comunicazione tra le diverse figure professionali che
interagiscono con il paziente, al fine di evitarne fenomeni di
drop-out e sentimenti di rabbia e senso di abbandono, che possono
diventare nuovi fattori precipitanti di un ulteriore gesto
autolesivo.
Altrettanto importante risulta il benessere
psicologico degli operatori che affrontano le persone che tentano il
suicidio: confrontarsi quotidianamente con la sofferenza di chi
attenta alla propria vita può esaurire le capacità emotive e
relazionali degli operatori, soprattutto quelli privi del supporto
di un gruppo di lavoro. Esercitare le proprie funzioni professionali
all’interno di un’equipe può sollevare l’operatore da sentimenti di
solitudine e impotenza che possono ridurre la soddisfazione e la
capacità professionale.
Sarebbe utile pertanto strutturare uno spazio
di ascolto dedicato agli operatori coinvolti, che renda possibile
pensare e parlare insieme, esprimere e confrontare all’interno del
gruppo di lavoro i sentimenti, le fantasie e le reazioni suscitati
dal rapporto con le persone che hanno tentato il suicidio, in
relazione alla propria esperienza e alla propria storia.
Bibliografia
W. Festini Cucco, L. Cipollone (1992)
Suicidio e complessità, Giuffrè Editore, Milano
J. Hillman (1964) Il suicido e l’anima,
Astrolabio, Roma
K. Jaspers (1948) La mia filosofia,
Einaudi, Torino
F. Fornari (1967) Osservazioni
psicoanalitiche sul suicidio, Rivista di Psicoanalisi, vol. 13,
n. 1, pp. 21-36
L. Pagliarani (1993) Violenza e bellezza,
A..Guerini e Associati, Milano
A. C. Ballerini, F. Fonnesu, P. Benvenuti Lo
psichiatra di fronte al suicidio, da Dolore e angoscia di
morte, Borla
J. T. Maltsberger (2004) The descent into
suicide, International Journal of Psycho-Analysis, n.85,
pp.111-119
Brandi Dr.ssa Gemma
PENSANDO AL SUICIDIO
Consulente Psichiatra del Ministero della Giustizia
Responsabile del MOM SMA 4 dell’Azienda Sanitaria di Firenze
Direttore della rivista ‘Il reo e il folle’
Prendendo le mosse dalla necessità di valutare
epidemiologicamente il problema nella anagrafe della salute mentale
di un certo territorio, e di correlare quanto dovesse emergere con
altri elementi, magari schiacciati da un giudizio negativo, quale è
il numero di ricoveri e di TSO, ad esempio -cosa concludere
scoprendo che un’area ad alto indice di ospedalizzazione è anche
quella con una minore virulenza suicida o viceversa?- tre sono le
provocazioni che nel breve spazio assegnatomi vorrei gettare sul
tavolo del coraggioso tentativo di pensare insieme il suicidio,
1)
Il tentativo di suicidio e il suicidio dismetrico, ovvero il
carattere comunicativo del gesto autolesivo, vuoi pure estremo, a
sostegno di interventi preventivi di interpretazione/azione e di
coazione benigna.
2)
Il dovere degli operatori della salute mentale di imparare
dal suicidio delle persone che curano, ovvero la eredità del suicida
e la utilità retrospettiva e prospettica di una morte.
3)
La dialettica omicidio/suicidio, ovvero la famiglia che
uccide in metafora e nei fatti, tra indifferenza e morbosa
intrusione.
Canova Dr. Luciano
|
| Roma, 23-24.05.08
"IL
"COMPLESSO DEL PICCOLO HANS. QUALI CAMBIAMENTI NELLE COSTELLAZIONI
EDIPICHE CONTEMPORANEE?
";
Sede:
RESIDENZA DI RIPETTA
;
Info:
iprs@iprs.it
Fees= euro 100,00

|
|
Milano, 31.05.08 "INCONTRO/CONFRONTO
CON NANCY MCWILLIAMS: TRA UMILIAZIONE E ONNIPOTENZA - IL LAVORO
ANALITICO CON I VISSUTI PARANOIDI
";
Sede:
MILANO - SALA BRACCO DEL CIRCOLO DELLA STAMPA - CORSO
VENEZIA, 16
; Info:
massimofontana@sipreonline.it
MAXIMFONT@LIBERO.IT
Fees= euro
120,00
INCONTRO/CONFRONTO
CON
NANCY McWILLIAMS
TRA UMILIAZIONE E ONNIPOTENZA
Il
lavoro analitico con i vissuti paranoidi
Sebbene i criteri del
DSM per la diagnosi di Disturbo Paranoide di Personalità comportino
tratti osservabili dall'esterno come la sospettosità, gli
psicoanalisti hanno seguito Freud nel considerare la paranoia come
un processo intrapsichico caratterizzato da proiezione e
diniego. Sebbene osservabili più frequentemente in condizioni
psicotiche, gli stati paranoici della mente sono comuni anche in
persone ad alto funzionamento e rappresentano una notevole sfida
terapeutica. La Dott.ssa McWilliams rivisiterà la teoria analitica e
lo stato della ricerca sulla paranoia, sottolineandone l'origine nei
sentimenti di umiliazione. Darà, inoltre, indicazioni ai terapeuti
che lavorano con pazienti paranoici.
Gli obiettivi
formativi del seminario sono:
o
Identificare
non solo le più comuni dinamiche paranoidi, come la proiezione e il
diniego della rabbia, ma anche quelle che includono la proiezione
degli altri sentimenti problematici (come accade nella erotomania,
nella gelosia paranoide, nella megalomania, ecc.)
o
Discutere
l’eziologia delle dinamiche paranoidi, che riguarda l’esperienza di
essere (proiettivamente) trattato come un oggetto cattivo da parte
del caregiver e, di conseguenza, soggetto ad umiliazione.
o
Evitare le
tendenze terapeutiche che rischiano di far sentire minacciati questi
pazienti (ad es., eccessiva compassione, sforzi di essere neutrali o
astinenti al punto da risultare inautentici).
Sarà assicurata la
traduzione
Responsabile: Dott. Michele Minolli
Presidente della Società Italiana di Psicoanalisi della
Relazione (SIPRe)
Comitato scientifico e organizzativo
Romina Coin, Adriana Cornacchia, Massimo Fontana, Michele Minolli,
Maria Pia Roggero, Maria Luisa Tricoli
PROGRAMMA
Mattina 9.00 – 13.30
TEORIA
Chair Massimo
Fontana/Alberto
Lorenzini
08.30 – 09.00
Registrazione
09.00 – 09.15
Massimo Fontana/Alberto
Lorenzini
PRESENTAZIONE DEL SEMINARIO
09.15 – 10.45
Nancy McWilliams (Relazione su tema preordinato)
STATI PARANOICI
DELLA MENTE IN PAZIENTI AD ALTO
FUNZIONAMENTO: LA
RELAZIONE ANALITICA NELLE
DINAMICHE DI
UMILIAZIONE
(Prima parte)
10.45 – 11.00
Coffee Break
11.00 – 12.30
Nancy McWilliams (Relazione su tema preordinato)
STATI PARANOICI
DELLA MENTE IN PAZIENTI AD ALTO
FUNZIONAMENTO: LA
RELAZIONE ANALITICA NELLE
DINAMICHE DI
UMILIAZIONE
(Seconda parte)
12.30 – 13.30
CONFRONTO/DIBATTITO CON IL PUBBLICO
Pomeriggio 14.30 –
17.30 CLINICA
Chair Maria
Luisa Tricoli
14.30 – 16.30 Nancy
McWilliams (Relazione su tema preordinato)
LA
SFIDA ALL'ANALISTA DEL PAZIENTE PARANOIDE:
PRESENTAZIONE DI UN CASO CLINICO
16.30 – 17.30
CONFRONTO/DIBATTITO CON IL PUBBLICO
---------------------------------
17.45 Consegna
questionario di verifica dell’apprendimento
17.55 Ritiro
questionario di verifica dell’apprendimento
|
Milano, 17.05.08
"DISTURBI
ALIMENTARI: NUOVE STRATEGIE DI DIAGNOSI E TRATTAMENTO
";
Sede:
ARP STUDIO ASSOCIATO - PIAZZA SANT'AMBROGIO 16 -
20123 MILANO
; Info:
arp@arpmilano.it
Fees= euro 100,00
Sabba Orefice
17 maggio 2008
La casistica dei disturbi alimentari è caratterizzata da
un’elevata frequenza di disturbi dell’alleanza e quindi di
fallimenti diagnostici e terapeutici, che avvengono a prescindere
dall’orientamento teorico dei clinici. Questo fenomeno comporta,
nelle consultazioni, la presenza di un significativo numero di
pazienti pluritrattate.
Il disturbo dell’alleanza è concomitante a un grave disturbo
nei processi emotivi primari, che è alla base della complessa
relazione che la paziente instaura con il cibo, che persiste
immutata nel corso della vita.
Una strategia diagnostica finalizzata a indagare, già nelle
prime fasi della consultazione, i processi emotivi primari – e
specificamente il modo in cui questi ultimi e la qualità della
relazione tra madre e figlia determinano il modo di sentire e
percepire il cibo - permette di migliorare l’efficacia
dell’approccio diagnostico, di differenziare gli aspetti primari da
quelli secondari del disturbo - quali, ad esempio, il complesso
apparato di controllo ritualistico, caratteristico di queste
pazienti – e modifica il modo di pensare i trattamenti,
individuali, familiari o della coppia madre-figlia, aumentandone
l’efficacia.
Nella clinica con soggetti adulti i processi emotivi primari
possono essere rilevati grazie a un accurato lavoro diagnostico con
le pazienti e a specifici colloqui con le madri, che individuano la
presenza di precoci disturbi nella relazione emotiva correlata
all’alimentazione.
Nel corso del seminario i principi teorici e le metodologie
diagnostiche e terapeutiche impiegate saranno descritti con l’ausilio di
materiale clinico videoregistrato.
Sede
ARP Studio
Associato - P.zza Sant’Ambrogio, 16 – 20123 Milano
Orario
Mattina dalle 9.30
alle 13.30, pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30
€ 100,00+ IVA
€ 70,00+ IVA
associati ARP Associazione, allievi e
tirocinanti ARP
ECM - Sono
stati richiesti crediti formativi per i medici, gli psicologi e
psicoterapeuti che compileranno i questionari di valutazione
dell’evento e di valutazione dell’apprendimento.
Per informazioni e
iscrizioni rivolgersi all’ARP (dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00
alle ore 18.30) al numero di telefono 02.89013106, via mail
all’indirizzo
info@arpmilano.it. L’iscrizione è possibile anche consultando il
sito
www.arpmilano.it.
La partecipazione è
subordinata al limitato numero di posti disponibili. Verrà quindi
tenuto conto dell’ordine di iscrizione.
Dott. Sabba Orefice
Medico Chirurgo
Specialista in Malattie Nervose e Mentali
Psicoanalista
20123 MILANO
Via Matteo Bandello, 8 - Tel. 4690893
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