Home page 

Biblioteca on-line

Chronology

 

CONGRESSI 

I semestre 2008

  Questo servizio di informazione sugli eventi ECM deve necessariamente fare i conti con l'ingente mole di eventi accreditati e, soprattutto, in fase di accreditamento per il 2008. Pertanto, abbiamo operato una selezione, forzatamente 'arbitraria', di congressi che ci sono sembrati maggiormente attinente alla formazione psicoterapica. Mano a mano che un evento sarà accreditato, verrà aggiornata la sua scheda completa del punteggio assegnatogli. Per gli eventi formativi che non compaiono nel sito ECM-sanità (http://ecm.sanita.it) verrà indicata la fonte informativa  (a fondo pagina).                                                                                           

     Per visualizzare gli eventi ECM del SECONDO SEMESTRE 2007 clicca qui

 

 Per visualizzare gli eventi ECM del PRIMO SEMESTRE 2007 clicca qui

 

Per visualizzare gli eventi ECM del SECONDO SEMESTRE 2006 clicca qui

 

 

Per visualizzare gli eventi ECM del PRIMO SEMESTRE 2006 clicca qui

 

 

Per visualizzare gli eventi ECM del SECONDO SEMESTRE 2005 clicca qui

 

 

 

 

 

 

Per visualizzare gli eventi ECM del PRIMO SEMESTRE 2005 clicca qui

 

Eventi ECM  PRIMO SEMESTRE 2008 in attesa di accreditamento:  
Per visualizzare gli eventi ECM del SECONDO SEMESTRE 2004 clicca qui

Per visualizzare gli eventi ECM del PRIMO SEMESTRE 2004    clicca qui

 

 

 
Napoli, 23.06.2008 "I PERCORSI DELL'ATTACCAMENTO NORMALE E PATOLOGICO:DIAGNOSI E INTERVENTO "; Sede: NAPOLI ISTITUTO ITALIANO STUDI FILOSOFICI ; Info: segreteria@ordpsicamp.it Fees= n.d.

Giornata di  studio

Napoli- Ordine degli Psicologi della Campania

 

I PERCORSI  DELL'ATTACCAMENTO NORMALE E PATOLOGICO:DIAGNOSI E INTERVENTO

 

Abstract

 

Nella giornata di studio verranno presentati i principi della teoria dell’attaccamento evidenziandone l’utilità per lo studio e la cura delle psicopatologie in età infantile e in età adulta. Saranno analizzate le strutture di personalità che emergono da cure genitoriali carenti o distorte e verranno discussi i processi di formazione dei modelli mentali dell’attaccamento dall’infanzia all’età adulta nonché la loro influenza sulla qualità della relazione con il partner e, all’interno della famiglia, con i figli.

Saranno presentati alcuni  strumenti di diagnosi dell’attaccamento normale e patologico quali il Separation Anxiety Test e il Relationships Questionnaire con un training sul loro utilizzo.

 

Obiettivi generali

La giornata di studio intende promuovere l’approfondimento delle più recenti acquisizioni nell’ambito della Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby e si propone di sviluppare capacità specifiche e competenze concrete per la valutazione delle alterazioni patologiche delle relazioni affettive.

 

 Obiettivi specifici

 Nella giornata di studio verranno fornite le basi per l’utilizzo di alcuni degli strumenti diagnostici sviluppati nell’ambito della teoria dell’attaccamento. Verranno proposte metodiche per la valutazione delle tipologie dell’attaccamento in età infantile e per la diagnosi dei disturbi collegati alla relazione madre-bambino. Verrà presentato uno strumento semi-proiettivo per la misura dell’ansia da separazione sia nei bambini che negli adulti, e verrà fornito uno strumento per l’ individuazione  degli stili relazionali all’interno della coppia. Verranno discussi alcuni disturbi della personalità in termini di patologie dell’attaccamento.

 

 

Padova, 21.06.2008 "LO SPAZIO E IL TEMPO NELL'ADOLESCENTE, LO SPAZIO E IL TEMPO PER L'ADOLESCENTE NELLA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA "; Sede: PADOVA, POLICLINICO UNIVERSITARIO - AULA "VESALIO", VIA N. GIUSTINIANI 2 ; Info: sipp@mclink.it Fees= euro 120,00

Convegno

“Lo spazio e il tempo nell’adolescente, lo spazio e il tempo

per l’adolescente nella psicoterapia psicoanalitica”

                                   

Sabato, 21 Giugno 2008

Policlinico  Universitario, Aula  “Vesalio”

Padova, Via N. Giustiniani 2

Mattina:

Otre 8.30        Registrazione partecipanti  e iscrizioni

Ore 9.00         Saluto del Presidente della SIPP Prof.  Mario  Fiore (Socio Ordinario con FT SIPP)

Saluto del Segretario Scientifico della SIPP Dott.ssa Maria Luisa Califano (Socio Ordinario SIPP)

Ore 9.45          Relazione del  Prof.  Philippe Jeammet, (Psicoanalista, Psichiatra) “Lo spazio e il tempo nell’adolescente: rappresentazioni e trasformazioni tra realtà interna e realtà esterna”

Ore 11.00       Break

Ore 11.15        Relazione della  Dott.ssa Marysa Gino (Socio Ordinario SIPP), “La funzione del setting nella riformulazione del preconscio in adolescenza”

Ore 12.30       Dibattito con i relatori

Ore 14.00       Pausa pranzo

 

Pomeriggio:

Ore 15.00       Relazione della Dott.ssa   Silvana Valle  (Socio Associato SIPP), “Portici inattuali:

brevi percorsi psicoterapeutici in un servizio per adolescenti”

Ore 16.15       Relazione della Dott.ssa Natalia Campana (Socio Associato SIPP), “Adolescenza:

trasformazione e cambiamento”

Ore 17.30       Dibattito con i relatori

Ore 19.00       Compilazione del questionario ECM

Ore 19.30       Conclusione dei lavori


 

CURRICULA DEI RELATORI

 

Curriculum

Prof. Philippe Jeammet

-          E’ Direttore del Dipartimento di Psichiatria dell’Adolescente e del Giovane Adulto dell’Istituto Mutualiste Montsouris di Parigi.

-          E’ Presidente dell’Ecole des Parents et des Educateurs dell’Ile de France.

-          E’ stato Presidente della Società Europea di Psichiatria del Bambino e dell’Adolescente.

-          E’ Direttore del Servizio di Psichiatria del’Hopital International de l’Universitè di Parigi.

-          E’ Presidente della Società Internazionale di Psichiatria dell’Adolescenza (I.S.A.P.)

-          E’ Professore di Psichiatria presso l’Università di Paris VI.

-          E’ Psicoanalista dell’International Psychoanlytical Assocition (I.P.A.)

 

Relazione:

“Lo spazio e il tempo nell’adolescente: rappresentazioni e trasformazioni tra realtà interna e realtà esterna”.

 

Abstract

L’adolescenza è per eccellenza  il periodo della vita nel quale si verificano complesse trasformazioni somato-psichiche. 

L’adolescente, alle prese con  rilevanti cambiamenti corporei e con riattivazioni pulsionali,  ma anche con nuovi movimenti pulsionali, deve affrontare  un  delicato e spesso difficile processo di  integrazione psichica  che tenga conto  di questi cambiamenti e movimenti. In questo processo  una funzione di rilievo assume la dimensione spazio-temporale. 

Quale spazio interno è necessario perché avvenga una buona integrazione?  E cosa accade se viene a mancare un sufficiente spazio elaborativo e integrativo?  Inoltre: in che modo la realtà esterna  può in misura maggiore o minore contribuire a questo processo?  Quale funzione, in particolare, può svolgere lo spazio esterno rappresentato dal gruppo dei coetanei e quali rappresentazioni interne di quest’ultimo sono possibili?

La relazione, attraverso la presentazione di materiale clinico, si propone di esplorare e approfondire queste tematiche alla luce dei principali orientamenti di pensiero.

Particolare attenzione viene posta anche alla dimensione temporale affrontata nella sua intrinseca connessione con quella spaziale.

 

Relazione di M. Gino:

“La funzione del setting nella riformulazione del preconscio in adolescenza”

 

Abstract

“In adolescenza il mondo interno tende a divenire un mondo allargato nella realtà.

Perciò l’inconscio, cui non appartengono le categorie dello spazio e del tempo, si espande, mettendo in crisi le coordinate spaziot-temporali che fanno parte dell’esame di realtà. Ciò crea un urto ed una difficile contrattazione tra le richieste dell’inconscio e la realtà esterna che presenta comunque la sua ineluttabilità.

In questo frangente, una relazione terapeutica di qualità psicoanalitica, che in se stessa comprende la funzione ed il significato psicoanalitico del setting, deve adeguarsi a quanto la realtò psichica dell’adolescente può tollerare.

Il setting fornisce gradualmente gli strumenti per una riformulazione delle funzioni del preconscio, con la ricontrattazione e la revisione dei significati delle fantasie infantili, che vengono in partte disinvestite ed in parte realizzate mediante trasformazione dei loro significati che possono inserisri nel flusso temporale.

La funzione della mente pensante del terapeuta e la sua empatia psicoanalitica, possono consentire all’adolescente in terapia di far emergere creativamente la nuova contrattazione interna e fornire il tempo interno necessario per riconsiderare il tempo reale come una progettuale conquista.”

 

Relazione di Silvana Valle :

“Portici inattuali: brevi percorsi psicoterapeutici in un servizio per adolescenti”

 

Abstract

Il testo propone scorci di percorsi di consultazione all’interno di un progetto, poi diventato un servizio per l’adolescente, evidenziando il fecondo innesto dell’ascolto psicoanaliticamente orientato con i singoli adolescenti, nello spazio istituzionale a loro dedicato.

Tale spazio, plasmato anche dall’adolescente, si presta a diventare luogo di riconoscimento individuale e gruppale,d’iniziale integrazione e consapevolezza di sé.

Come in un gioco gestaltico figura-sfondo, a seconda dei problemi presentati e della modalità di fare relazione dell’adolescente, a volte è la configurazione ambientale a diventare promotrice di cambiamento, a volte è la relazione con il consulente che assume la centralità e la reciprocità di un vero e proprio contratto terapeutico.

Relazione di Natalia Campana:

“Adolescenza:trasformazione e cambiamento”

 

Abstract

Attraverso materiale clinico si proporrà la discussione intorno ad alcuni aspetti:

-         trasformazione del corpo,

-         cambiamento in continuità con l’infanzia,

-         trasformazioni e cambiamenti a partire dall’adolescenza.

Se possiamo pensare all’adolescenza come un tempo che segue le esperienze infantili e che pertanto le rivede, rielabora e reintegra in un nuovo assetto fisico e psichico, dobbiamo anche considerare l’adolescenza come un tempo a sé, in cui nuovi processi prendono avvio. I recenti studi di neuroscienziati come Jay Giedd ci chiedono di considerare aperto il processo di sviluppo proprio in considerazione del fatto che non tutto è già avvenuto nell’infanzia, e che gli avvenimenti dell’adolescenza possono produrre altrettante dannose conseguenze nello sviluppo, ben visibili in pazienti adulti.

Dice Jacobs: “Sebbene, chiaramente, la nevrosi adolescenziale attinga…dai conflitti e dalle formazioni di compromesso, dei periodi precedenti, deve essere anche compresa come un’entità separata, nuova e diversa, formata non solo dalla brace delle vecchie lotte nuovamente risvegliate, ma dalle singolari forze psicologiche e biologiche che entrano in gioco e che influenzano la personalità in questo  momento particolare della vita.

Quando parliamo degli effetti dell’adolescenza su un dato individuo è comunque, importante valutare il ruolo che ciascuna delle sue fasi ha giocato nell’insieme del quadro clinico [1]


 

[1] Jacobs T.J., Sulla nevrosi adolescenziale, in “Gli Argonauti”, n°114, CIS Milano,  pp. 181-201.

 

 

Brescia, 9.06.2008 "LA SFIDA DEGLI INTERVENTI PRECOCI "; Sede: IRCCS CENTRO SAN GIOVANNI DI DIO - VIA PILASTRONI, 4 - BRESCIA ; Info: obonometti@fatebenefratelli.it  Fees= n.d.

CONVEGNO

LA SFIDA DEGLI INTERVENTI PRECOCI

9 GIUGNO 2008

Sala Fra Giovanni Maria Alfieri

IRCCS Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli

Via Pilastroni, 4 – Brescia

 

PROGRAMMA

 

Moderatori: Dott.ssa R. Pioli, Dott. G. Rossi

 

9,00 Registrazione dei partecipanti

9,30 Saluti e apertura dei lavori

9,45 La sfida degli interventi precoci - prima sessione

            Prof. L. Cortese

 

11,00 Pausa Caffè

 

11,15 La sfida degli interventi precosi – seconda sessione

            Prof. L. Cortese

 

12,30 Discussione

 

13,00 – 14,00 Pausa pranzo

 

14,00 – 16,00 Tavola rotonda: presentazione e discussione di casi clinici

                        Intervengono:  Dott. G.B. Tura

                                               Dott. F.M. Saviotti (o suo sostituto)

                                               Dott.ssa C. Porteri

                        Discutono:        Prof. L. Cortese

                                               Prof. P. Morosini

                                               Dott. A. Materzanini

                                               Dott. P. Valsecchi

 

16,00  – 16,30 Domande dei partecipanti

 

16,30 – 17,00 Compilazione questionari ECM e chiusura evento


 

ABSTRACT

Convegno 9 giugno 2008

 

 

 

Il riconoscimento e la gestione delle psicosi all’esordio è divenuto negli ultimi anno un obiettivo da perseguire per molti clinici, ricercatori e anche per riformatori dei servizi per la salute mentale.

Di recente si è raggiunta la consapevolezza che una particolare attenzione alle fasi precoci della malattia mentale può avere come risultato una riduzione della morbilità e una migliore qualità di vita per i pazienti e i famigliari.

“L’ individuazione precoce e un trattamento multimodale dei primi episodi, sono una priorità poichè l’impatto psicosociale e probabilmente anche quello biologico può essere minimizzato e l’esito migliorato (Royal Australian and New Zealand College of  Psychiatrist ).

La ricerca ha  messo in evidenza dati importanti: bisogni specifici dei giovani pazienti con psicosi all’esordio, gli effetti  iatrogeni delle terapie tradizionali e le potenzialità di un’ampia gamma di interventi nella prevenzione secondaria .

Intervento precoce significa ”prima di quanto sia usuale”  e implica la necessità di un cambiamento di atteggiamenti e di pratiche per ricercare e applicare  strategie specifiche ed efficaci fondate sulle evidenze scientifiche.

La giornata di studio si pone  l’obiettivo di offrire un contributo in termini di ricerca, intervento clinico e modello concettuale in un ambito che può essere definito preventivo, nel senso di ridurre o prevenire la transizione alla psicosi.

 

Napoli, 6.06.2008 "PERVERSIONE E PERVERSITÀ: RIFLESSIONI TEORICO CLINICHE "; Sede: NAPOLI, ISTITUTO ITALIANO DEGLI STUDI FILOSOFICI, VIA MONTE DI DIO 14 ; Info: sipp@mclink.it ; Fees= euro 70,00

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

Palazzo Serra di Cassano - Napoli

 

 

Seminario Nazionale

 

 

Venerdi 6 Giugno 2008

 

Perversioni e perversità: riflessioni  teorico cliniche

 

Programma

Ore 9,00         Saluto di Benvenuto

 

Ore 9,15         Introduzione dei lavori: Maria Luisa Califano, Membro ordinario e  Segretario Scientifico della SIPP

                        Chairperson: Luisa Perrone, Membro ordinario con F.T.  SIPP

 

Ore 10,00       Orazio Costantino, Membro ordinario con F.T.  SIPP

                        "Narcisismo e perversione". 

 

Ore 11,00       Break

 

Ore 11,15       Sarantis Thanopulos, Didatta SPI

                        "La centralità del masochismo nella perversione"

 

Ore 12,15       Discussione sulle relazioni del mattino

 

Ore 13,15       Break

 

Ore 15,15       Maurizio Russo, Membro associato SIPP

                         “La scena primaria nella perversione”

 

Ore 16.15       Egidio T. Errico, Membro ordinario SIPP

“Il (non) lavoro dell'Io nelle perversioni e nelle perversità”

 

Ore 17.15       Discussione sulle relazioni del mattino

 

Ore 18.15       Somministrazione questionario

 

Ore 19.00       Chiusura dei lavori

Abstract delle relazioni

 

"Narcisismo e  perversione"

Orazio Costantino

Nel lavoro si fa riferimento alla soluzione perversa del narcisismo per la quale il soggetto individua una zona "franca" tra la realtà e la fantasia dove nella indistinzione dei due mondi ha modo di attribuire alla realtà i contenuti propri del suo mondo immaginario. Egli individua così un oggetto che sintetizza magicamente in sè gli elementi di una realtà parallela a quella reale.Perchè ciò si realizzi il paziente deve sospendere il giudizio di esistenza (vedi Freud) contravvenendo al principio di realtà rendendo fattuale nel mondo esterno la presenza dei suoi oggetti non più percepibili perchè

assenti. Nel lavoro si fa riferimento ad una linea di trattamento che tenda ad attivare la funziona rappresentazionale del sogggetto a partire dal dato di realtà.

 

 

"La centralità del masochismo nella perversione"

Sarantis Thanopulos

L'autore pone il masochismo al centro della condizione perversa. Diversamente da Freud che collega il masochismo primario alla pulsione di morte l'autore considera il masochismo come condizione universale, che ha il suo punto originario nel legame madre-bambino degli inizi, quando la madre (la madre normalmene folle degli inizi, secondo A. Green) tende a travolgere il figlio nel contesto della loro relazione erotica. Esiste quindi un masochismo fisiologico, che può essere descritto come capacità di perdersi nell'incontro con l'altro (perdersi, per così dire, tra le sue mani), senza la quale nessun godimento sarebbe possibile. Il masochismo patologico, invece, deriva  da un eccesso di invasività della madre, che determina un eccesso di difficoltà del bambino a gestire in modo personale il proprio desiderio, di modo che il perdersi nell'incontro con l'altro rischia di smarrire il suo collegamento con il ritrovarsi in sé. La presenza di un masochismo patologico rende a sua volta ingestibile la perdita dell'altro (che è sempre anche perdita, mutilazione,di sé) complicando il vissuto di castrazione e disturbando potentemente, ma non abolendola completamente, la possibilità di assumerla simbolicamente dentro di sé. La perversione (in tutte le sue varianti: masochismo, sadismo, voyerismo, feticismo, necrofilia, esibizionismo) è sempre diniego della castrazione che è, al tempo stesso,  diniego della perdita dell'altro (vissuto come troppo invadente, castrante per diventare oggetto di lutto). Sospeso tra morte dell'altro e morte (castrazione) propria, il soggetto insegue un godimento che  piuttosto che affermare la vita sconferma la morte.  

 

 

“La scena primaria nella perversione”

Maurizio Russo

Dopo aver effettuato una disamina della letteratura selle perversioni, a partire dal concetto freudiano di perversione come il negativo della nevrosi fino alla teoria della Chasseguet- Smirgel e di Khan, l’Autore mette in evidenza come nella dinamica della perversioni giochi un ruolo di primo piano il vissuto legato ad una scena primaria arcaica e persecutoria, sottolineando che la perversione non può essere considerata una regressione e una fissazione ad uno stadio di sviluppo primitivo, ma un ritiro, in bambini emotivamente carenziati, in un mondo in cui la sessualizzazione riempie il vuoto persecutorio dell’angoscia, al fine di preservare l’integrità e la coesione del sè. Attraverso due vignette cliniche l’Autore descrive anche gli aspetti differenziativi tra nuclei perversi e strutture perverse.

 

 

Il (non) lavoro dell'Io nelle perversioni e nelle perversità

Egidio Errico

L’autore descrive la struttura dell'Io nei comportamenti perversi, nelle perversioni e nelle perversità. Emerge che  oggi qualsiasi riflessione sulle perversioni non può prescindere dal considerare il ruolo che l'Io occupa e le funzioni che assume nei comportamenti perversi e nelle organizzazioni stabili delle personalità perverse e antisociali. Questo anche di particolare importanza non solo per comprendere l’intera organizzazione della personalità dei pazienti perversi, ma anche ii comportamenti perversi in persone non perverse, o su gli atti perversi in persone non necessariamente dominate dalla perversità. Il riferimenti a casi clinici dimostra come tale approccio risulta rilevante anche ai fini strettamente terapeutici.

________________________________________________________________________

 

 

Roma, 20-21.06.2008 WORKSHOP" SOGNARE E RACCONTARE I SOGNI IN GRUPPO" Sede: SGAI V.PARIOLI,90 ; Info: annalfe@libero.it ; Fees= euro 120,00

Workshop" Sognare e raccontare i sogni in gruppo"

 

Nei giorni di  workshop  sul dreamtelling, sognare e raccontare sogni in gruppo, con Robi Friedman  i partecipanti verrano messi in grado di entrare   in contatto con i loro sogni  e i loro processi inconsci e  comprendere le differenze tra sognare e raccontare i sogni,tra contenuti del sogno e processi interpersonali attivati dal racconto dei sogni.

I partecipanti verranno messi in condizione di  lavorare con i sogni in gruppo, con modalità e tecniche differenti, sia in piccoli gruppi che in gruppi più larghi .

L’approccio al sogno verrà intrapreso sul versante sia personale che sociale. I partecipanti verranno messi in contatto con i sogni utilizzando patterns (modelli) interpersonali. Verranno altresì formati  anche ad altri approcci al lavoro con i sogni (approcci non interpretativi al sogno,come quello gestaltico,quello psicodrammatico,ecc.).

A conclusione  Friedman  metterà ogni partecipante in condizione  di verbalizzare,all'interno dei sogni raccontati, il  tema psichico centrale del sogno,il pattern, inteso come movimento emotivo ricorrente che può esser consciamente o inconsciamente rappresentato nel sogno e aiuterà a riconoscere all’interno di  tale pattern gli elementi che stanno chiedendo un contenimento nel gruppo.

 

Social dreaming

 

Il Social Dreaming è una tecnica di lavoro che risale agli inizi degli anni 80: fu proposta da Gordon Lawrence, che sviluppò un approccio al gruppo basato sul concetto di relazionalità, intendendo con ciò il modo in cui l’esperienza ed il comportamento di un individuo sono ordinati da costrutti consci ed inconsci del gruppo o dell’organizzazione che sono presenti nella sua mente. Per questo motivo il Social Dreaming può essere utilizzato in vari contesti: consulenza aziendale, corsi d’aggiornamento, congressi. I momenti fondamentali del lavoro con i sogni in gruppo sono: -la narrazione dei sogni dei partecipanti; -le libere associazioni relative ai sogni; -amplificazioni emotive e tematiche. Parte del lavoro del Social Dreaming implica la ricerca di elementi comuni ai sogni dei partecipanti, con particolare attenzione alla sequenza con cui i sogni vengono raccontati. Il “Social Dreaming” utilizza il sogno per comprendere meglio la realtà sociale dei partecipanti alle sedute, e non hanno un fine terapeutico. Esso potrebbe essere definito come: “un metodo di lavoro con i sogni, secondo il quale i sogni vengono condivisi in un gruppo di persone che si riunisce per questo motivo. Durante le sedute, i partecipanti presentano sogni che sono offerti al gruppo in modo che sia possibile stabilire legami e connessioni”. (Armstrong, 1998; Lawrence, 1998a)

 

Robi Friedman

Prof Friedman vive ad Haifa. Lavora e insegna alla "Tecnion", il centro di ricerca più avanzato in Israele.

Si è laureato in Israele e specializzato presso l’Università di Zurigo( Ph.d. in Psychology)

È  Co-fondatore dell’Istituto Israeliano di Gruppo-analisi.

È Visiting lecture presso l’Università di Haifa

È stato membro del Comitato Direttivo IAGP.

E’ Senior Supervisor in Psicoterapia e Psicodiagnosi per l’Association for Clinical Psychologists

È co-fondatore (2001) del Psychotherapy Mikbatz, the Israel Journal for Group Therapy

È Co-editor del Journal “Group Analysis”.

È stato membro del Comitato Organizzatore IAGP (International Ass. of Group Psychotherapy)  per il convegno di Jerusalem nel 2000

Si è specializzato rispetto ai sogni che vengono portati nei gruppi, nell'elaborarli, nello studio di come questi sogni vengono raccontati e resi fruibili per il gruppo.

 

Tiene seminari presso numerose università europee.

 

È autore di numerosi articoli e libri.

 

Roma, 7.06-19.10.2008 "FORMAZIONE E SUPERVISIONE IN GRUPPO NELLA PROSPETTIVA DELLA PSICANALISI E PSICODRAMMA ANALITICO "; Sede: ROMA VIA GIOVANNI ANDREA BADOERO, 67 SCALA A INT.1 ; Info:  annalisa.scepi@tiscali.it Fees= euro 216,00

Dott.ssa MARIE NOELLE GAUDE’ (Francia)

 

Gaudé Marie Noelle, nata Screpel, il 16.10.1945 a Sallanches 74000, Francia.

Residente a Parigi, 9 Rue Brezin, 75014.

 

Laureata in Filosofia presso l’Università di Strasburgo nel 1967.

Laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Parigi VII nel 1979.

Psicoanalista, membro della Fondazione Europea per la Psicoanalisi.

Psicodrammatista, membro della S.E.P.T., ex Presidente, membro della Commissione di insegnamento.

Direttore Responsabile della rivista «Psychodrame».

 

Attività attuale.

Psicoanalista impegnata in una struttura pubblica di pedopsichiatria.

Psicoanalista con attività privata.

Psicodrammatista dirigente di un gruppo didattico e responsabile di un seminario di formazione e ricerca.

 

Pubblicazioni.

Diversi articoli per la rivista «Psychodrame».

Partecipazione al libro collettivo Les enfants de la Dass (Denoël).

Articolo sulla formazione degli psicodrammatisti in «Rivista di psicoterapia analitica di gruppo» n.48 (Erès).

In Fede

Marie Noelle Gaudé

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Firenze, 9.05.2008 "ATTRAVERSARE LA PSICHIATRIA "; Sede: Aula La Colombaria; Info: info@quidcom.com ; Fees= n.d.

CENTRO PSICOANALITICO DI FIRENZE

 

REGIONE TOSCANA

 

ATTRAVERSARE LA PSICHIATRIA DINAMICA

Firenze, venerdì 9 maggio 2008

 

Mattina

“ LA RAGIONE NOSOGRAFICA, LE PILLOLE E LE PAROLE “

 

Franco Mori ( Firenze )                                                 : Presiede

09,00             Antonello Correale ( Roma )          : Introduce al tema

09,45             Mario Rossi Monti ( Urbino )         : La diagnosi sporca

10,30             Giuseppe Berti Ceroni ( Bologna ) : L’agire tra pillole e parole

11,10             coffee break

11,40             Romolo Rossi ( Genova )                 : Che fine ha fatto l’isteria

12,20             Graziano Graziani ( Firenze )         : Sulla malattia creativa

13,00             discussione

13,30             pausa pranzo

 

Pomeriggio

“GRUPPO DI LAVORO E GRUPPO TERAPEUTICO”

 

Stefania Nicasi ( Firenze )             : Presiede

14,45             Stefano Calamandrei ( Firenze )  : Introduce al tema

15,10             Vincenza Quattrocchi ( Empoli ) : Dipartimento di Salute Mentale:

                                                                                                                                             un’organizzazione “psico-dinamica”

15,55             Giovanni Foresti ( Pavia )             : L’organizzazione necessaria: istituzione e psicoanalisi

16,40             Giuseppe Saraò ( Firenze )            : Sulla soglia: le dimensioni verticali ed orizzontali nel

gruppo di lavoro

17,15             Giuseppe Riefolo ( Roma )            : Il gruppo terapeutico

17,50             discussione

18,20             test di valutazione ai fini ECM

 

INFORMAZIONI GENERALI:

SEDE

Il corso si terrà presso la sala convegni Aula Letteraria della Colombaria, Via S. Egidio Firenze

Iscrizione al Corso di Aggiornamento

L’iscrizione al corso è a titolo gratuito

Segreteria Organizzativa

QUID Communications srl - Via G. C. Vanini, 5 - 50129 Firenze tel: 0554633701 fax: 0554633698  info@quidcom.com

Segreteria Scientifica

Graziano Graziani

Educazione Continua in Medicina – ECM

Sono stati richiesti la Ministero della Salute i crediti formativi per un massimo di 90 discenti, individuati fra le discipline di medici psichiatri, neuropsichiatri infantili e neurologi, e 30 psicologi. Per acquisire i crediti assegnati, i partecipanti dovranno compilare il questionario di verifica dell’apprendimento e la scheda di valutazione dell’evento. Sono obbligatorie le firme di entrata e di uscita e il 100% di presenza all’intera giornata.

Attestato di Frequenza

L’attestato con i crediti formativi verrà recapitato direttamente al partecipante dopo la verifica del questionario di valutazione dell’apprendimento.

Variazioni

La Segreteria Scientifica e la Segreteria Organizzativa si riservano il diritto di apportare al programma tutte le variazioni che si rendessero necessarie per ragioni tecniche e/o scientifiche.

CURRICULA DOCENTI

ROSSI ROMOLO

Romolo Rossi è professore ordinario di Psichiatria presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Genova, e dopo essere stato Direttore dell’Istituto di Clinica Psichiatrica è stato Direttore del Dipartimento di Scienze Psichiatriche dell’Università di Genova. Dal 1992 a oggi ha diretto la Scuola di Specializzazione in Psichiatria presso la stessa Università. E’ titolare degli insegnamenti di Psichiatria presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria, di Psicoterapia presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia, e di Psicoterapia presso la Scuola di Specializzazione in Criminologia Clinica. E’ stato presidente della Società Italiana di Psicoterapia Medica. E’ membro ordinario della Società Psicoanalitica, e membro del Collegium Internazionale Psychopharmacologicum. E’ presidente del Corso di Laurea in Riabilitazione Psichiatrica presso l’Università di Genova.

Ha pubblicato globalmente 400 lavori scientifici, tra cui 14 monografie o trattati. E’ co-editor di un Manuale di Psichiatria, del Trattato Italiano di Psichiatria e del Trattato di Igiene Mentale.

I suoi precipui interessi sono rivolti tra gli altri ai seguenti campi:

1)                    Aspetti terapeutici della depressione, dimensioni psicodinamiche dei disturbi bipolari, ed inquadramento nosologico dei disturbi affettivi;

2)                    Concezione e interazioni tra psicofarmacoterapia e psicoterapia analitica dei vari disturbi psichiatrici;

3)                    Relazioni tra psicodinamica, precipuamente psicoanalisi e psicopatologia;

4)                    Aspetti nosologici ed etiopatogenetici dei disturbi somatoformi, narcisistici, dissociativi, nell’area psicogenetica in correlazione coi dati biologici.

ANTONELLO CORREALE

Primario Psichiatra del Dipartimento Salute Mentale ASL Roma B Area II. Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

Ha scritto numerose pubblicazioni, tra cui Il campo istituzionale, Quale psicoanalisi per le psicosi?, (con Luigi Rinaldi), Psicoanalisi e Psichiatria (con Giuseppe Berti Ceroni), Borderline (con  A. Correale, A.M. Alonzi, A. Carnevali, P. Di Giuseppe, N. Giachetti), Il Gruppo in Psichiatria (con Veronica Nicoletti) e Area traumatica e campo istituzionale.

GIUSEPPE BERTI CERONI

Giuseppe Berti Ceroni, psichiatra, psicoanalista, autore di molti articoli e curatore di alcuni libri, fra cui Psicoanalisi e Psichiatria(Cortina, 1999) e Come cura la psicoanalisi? (FrancoAngeli 2005) .

GIUSEPPE RIEFOLO

Giuseppe Riefolo, psichiatra, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana. Dirige il Centro di Salute Mentale di via A. Di Giorgio  della ASL Roma/E. Ha collaborato con l'istituto di Psichiatria dell'Università Cattolica del S. Cuore di Roma  e con quello dell'Università G. D'annunzio di Chieti dove ha insegnato presso la scuola di specializzazione in Psichiatria. Effettua una serie di seminari e supervisioni cliniche attualmente presso i Dipartimenti di Salute Mentale di Modena, Sassuolo (MO), Vignola (MO) Pavullo (MO), Padova., Ortona  (CH), ASL Roma/B e RM/A. Sul piano della ricerca si è occupato di Storia della psichiatria sia riguardo alle istituzioni manicomiali che di temi di psicopatologia classica. In questa linea con Filippo M. Ferro ha pubblicato "Figure dell'isteria" (Metis, 1996); “Isteria e campo della dissociazione” (Borla, 2006) ed una serie di  note relative a particolari personaggi della psichiatria classica quali, Sementini, Chiarugi, Clérambault. Parallelamente a temi di carattere storico, recentemente si è occupato dell'analisi dinamica delle istituzioni territoriali con il volume: "Psichiatria Prossima. La psichiatria territoriale in un'epoca di crisi" (Bollati Boringhieri, 2001).Sul tema dell’uso del cinema in psicoanalisi e psichiatria recentemente ha pubblicato “Le visioni di uno psicoanalista” (Antigone, Torino, 2006). Insegna presso l’Associazione Psicoanalitica Abruzzese (APA) di Chieti.

GIOVANNI FORESTI

 (13.11.1957) è laureato in medicina, specialista in psichiatria, membro della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psycho-Analytic Association. Ha esperienze gestionali sia come consulente e supervisore di diverse istituzioni (in Lombardia, Emilia e Veneto), sia come responsabile di servizi sanitari (primario e direttore sanitario). Ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Scienze Relazionali nel 1983 e attualmente è Professore a contratto all’Università di Pavia (Riabilitazione Psichiatrica e Psicologia del lavoro e delle Organizzazioni). Inoltre, è docente nei Corsi di Formazione Manageriale della Regione Lombardia (Scuola di Direzione in Sanità dello IREF) e ha collaborato a diversi corsi di specializzazione post-lauream organizzati dall’Università di Padova e di Urbino.

MARIO ROSSI MONTI

1. STUDI

Mario Rossi Monti è nato a Milano il 7 marzo 1953. Si è laureato in medicina e chirurgia nell'Università degli Studi di Firenze il 15 settembre 1977 discutendo una tesi in psi­chiatria (relatore prof. Adolfo Pazzagli), intitolata Contributi della psichiatria fenomenologico‑esistenziale al­la teoria e alla prassi della psichiatria attuale. Lau­rea­to­si con il massimo dei voti e la lode, nel novembre dello stes­so anno ha conseguito la abilitazione alla professione di medico‑chirurgo e dal gennaio 1978 è iscritto all'Ordine dei Medici della Provincia di Firenze.

Nel gennaio 1978, avendo superato l'esame di ammissione e risultando secondo in graduatoria, è stato ammesso al primo anno di corso della Scuola di Specializ­zazione in Psichia­tria dell'Università degli Studi di Firenze, diretta dal prof.Adolfo Pazzagli. Il 10 luglio 1981 ha conseguito il di­plo­ma di specialista in psichiatria con il massimo dei voti e la lode, discutendo una tesi dal titolo La paranoia come ca­ricatura di un sistema scientifico.

Avendo completato una analisi didattica con un membro didatta della Società Psicoanalitica Italiana, il sot­toscritto è attualmente iscritto alla Società Psicoa­nalitica Ita­liana con la qualifica di «Membro Associato».

E' inoltre socio della Società Italiana per la Psicopatologia.

Ha partecipato inoltre ai seguenti corsi di aggiornamento:

1.il 19 gennaio 1990 ha partecipato al seminario «La relazione tera­peutica e l'attività psicoterapeutica nel Dipartimento di Sa­lute Mentale» tenutosi presso il  Cen­tro Formazione e Aggiornamento della U.S.L. 10E in Fi­renze nell'am­bito del Programma Regionale per l'Aggiornamento de gli operatori dei D.S.M.

2.«Corso di Aggiornamento Obbligatorio per il personale del­la Unità Operativa di Psichiatria della USL 10 B» svol­to­ si nel periodo compreso tra marzo e maggio del 1991.

3.dal 10 al 13 ottobre 1991 ha partecipato al  Corso di Ag­giornamento Perma­nente per lo Psichiatra «Psichiatria '90», tenutosi a Gubbio.

Collabora al­la rivista ATQUE‑Materiali tra filosofia e psico­tera­pia ed  è stato o è membro del Comitato Editoriale o Scientifico delle seguenti Riviste:

Rivista Sperimentale di Freniatria

Psichiatria nella Comunità

Comprendre. Archive International pour l'Anthropologie et la Psychopathologie Phénoménologiques

Psiche. Rivista di Cultura Psicoanalitica

Psichiatria e Psicoterapia Analitica (ora Psichiatria e Psicoterapia)

Evidence Based Mental Health (edizione italiana)

Psichotech – Rivista della Società Iatliana di Psicotecnologie e Clinica dei Nuovi Media

Psicopatologia Cognitiva

Dirige la Collana "Psicopatologia" della Giovanni Fioriti Editore

2. ESPERIENZE

Durante gli anni degli studi universitari ha frequentato per un anno come studente interno l'Istituto di Anatomia Uma­na Normale ed ha frequentato come tirocinante l'Ospedale Neu­ropsichiatrico Provinciale di Firenze. Tale tirocinio pra­tico è proseguito anche dopo il conseguimento della laurea e fino al luglio 1978.

In data 16 luglio 1978 è stato assunto come «medico as­si­sten­te straordinario» ed ha svolto tale servizio fino al 15 novembre 1978.

Il 23 novembre 1978 l'Amministrazione Provinciale di Fi­ren­ze ha stipulato con il sottoscritto una convenzione relativa all'esame clinico di soggetti che presentano pro­blematiche e disturbi della sfera psichica, nell'ambito dei Servizi per la Salute Mentale. In particolare fu stabilita l'assegnazione ai Servizi di Salute Mentale del  Valdarno Fio­rentino diretti dal prof. Arnaldo Ballerini. Tale con­ven­zione è stata via via prorogata fino al 30 giugno 1980.

Dal 9 gennaio 1979 all' 8 aprile 1980 ha svolto il servizio militare come sottote­nente medico di complemento (ruolo ufficiali medici) prestando servizio presso l'Istituto di Medicina Legale della Scuola di Sanità Militare di Firenze.

Dal 7 luglio 1980, essendo risultato vincitore del con­cor­so pubblico per 5 posti di medico assistente psi­chia­tra nei Servizi Provinciali per la Salute Mentale, ha prestato servizio come medico assistente psi­chia­tra di ruolo dipendente dall'ex‑Ospedale Neuropsi­chia­trico di Firenze, prima nella U.S.L. 18 (Empolese‑Val d'Elsa) poi, a partire dal gennaio 1984, presso la U.S.L. 1O B di Fi­ren­ze.

Nel gennaio 1989, essendosi classificato primo nella gra­dua­toria, gli è stato conferito l'incarico di aiuto psi­chia­tra presso la U.S.L. 10 B per il periodo 1.1.1989‑ 31.8.1989. Dopo avere ripreso servizio come assistente, il 9.4.1990 è stato nominato Aiuto Corresponsabile Ospe­da­liero presso la USL 10 B essendosi classificato al primo po­sto nella graduatoria del pubblico concorso. Ha assolto a tale funzione fino al 20.12,1994, data in cui ha rassegnato le dimissioni volonta­rie. 

Dal 27.12.94, essendo risultato vincitore di un posto di Ricercatore Universitario presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Firenze per il gruppo di discipline M11E, ha preso servizio come Ricercatore Universitario, ruolo che ricopre a tutt'oggi, prestando servizio presso la Unità Operativa di Psicologia Clinica e Psicoterapia, nell'ambito del Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell'Università di Firenze..

Sal 1.11.98 essendo risultato vincitore del Concorso a professore di seconda fascia per il raggruppamento M11E (Psicologia Clinica) è stato nominato Professore Associato di Psicologia Clinica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Urbino.

Dall'aprile 1984 al 31 dicembre 1989 ha svolto funzioni di consulente del Centro Rieducazione Minorenni del Mini­stero di Grazia e Giustizia a favore dell'Istituto Osservazione Mi­norenni «G.Paolo Meucci» di Firenze, nell'ambito di una con­venzione che prevedeva un impegno pari a 24 ore mensili.

3. INSEGNAMENTI

1) Nell'anno accademico 1981‑1982 ha collaborato all'at­ti­vità didattica della Clinica Psichiatrica dell' Università degli Studi di Firenze conducendo, insieme alla prof. Paola Benvenuti, un seminario per studenti di medicina e magistero sul tema «Maternità come crisi».

A partire dal 1979 ha inoltre collaborato ad un programma di ricerca della Clinica Psichiatrica di Firenze avente per oggetto i disturbi psicopatologici della mater­nità e della pa­ternità, nell'ambito del quale sono stati pubblicati nu­mero­si contri­buti su riviste specializzate ed il volume di A. Pazzagli, P.Benvenuti, M.Rossi Monti, Maternità come crisi, Il Pensiero Scientifico, Roma, 1981

2) Ha ricoperto l'incarico di inse­gna­mento di Psicopedagogia presso la Scuola per Infermieri Pro­fessionali della U.S.L. 1O E e presso la Scuola per In­fer­mieri Pro­fessionali della U.S.L. 1O H negli anni 1981/82, 1982/83, 1983/84.

3) Ha ricoperto l'incarico di insegnamento di Psi­chia­tria presso la Scuola per Infermieri Pro­fessionali della U.S.L. 1O E negli anni 1983/84, 1984/85, presso la U.S.L. 1O H nell'anno 1983/84 e presso la Scuola Infermieri Pro­fes­sionali della U.S.L. 1O D nell'anno 1985/86.

4) Nell'anno accademico 1984/85 ha svolto attività di in­se­gna­mento nella materia «Fattori che influenzano lo sviluppo infantile» presso la Scuola di Specializza­zione in Psi­chia­tria dell'Università di Siena. Negli anni accademici successivi (1985/86, 1986/87, 1987/88, 1988/89, 1989/90) è stato nominato docente di «Neuropsichiatria Infantile» presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell'Università di Siena ed ha svolto la relativa attività annuale di in­segna­men­to; negli anni accademici 1990/91, 1991/92, 1992/93 ha insegnato «Patologia Speciale Psichiatrica»; dall'anno accademico 1992/93 fino al 1997/98 è stato inoltre nominato, presso la medesima Scuola di Specializzazione in Psichiatria, docente di «Psicodinamica»..

5) Nell'anno scolastico 1992/93 ha insegnato «Elementi di psichiatria e psicopa­tologia generale» agli allievi del secondo anno (per un totale di 20 ore) della Scuola per Educatori Professionali istituita dalla Unità Sanitaria Locale 10 B Firenze.

6) Nel 1993 è stato nominato docente di «Psichiatria» presso la Scuola di formazione per psicomotricisti diretta dal Prof. Jean Le Boulch, funzione che ha svolto nell'anno scolastico 1993-1994 e 1994-1995.

7) Nell'anno accademico 2000-2001 è statp nominato Direttore del Corso di Perfezionamento Universitario Dalla diagnosi alla terapia. Il ruolo della psicopatologia. (Università di Urbino):

Contratto Integrativo nella Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell'Università degli Studi di Firenze (1997/98-98/99) 2000-2001

Professore a Contratto per Psicoterapie psicoanalitiche (Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica - Università di Firenze)

4. PUBBLICAZIONI. 

Le pubblicazioni (in allegato elenco) possono essere distinte in base a tre principali filoni di ricerca:

1)-L'indirizzo fenomenologico in psichiatria e la psicopatologia fenomenologi­ca di derivazione jaspersiana.

L'interesse per l'indirizzo fenomenologico esistenziale in psichiatria, nato all'epoca della scelta del tema della tesi di laurea in psichiatria, si è in seguito concretizzato in una raccolta antologica di testi di ambito filosofico, psichiatrico e psicopatologico (M.Rossi Monti, Psichiatria e fenomenologia, Loescher, Tori­no, 1978) ed in un breve saggio (M.Rossi Monti, S.Vitale, Dall'analisi esisten­ziale alla teoria dei si­stemi, Feltrinelli, Milano, 1980). Questo tipo di interesse, iniziato con un taglio di carattere storico-epistemologico, si è tradotto in studi di clinica psichiatrica e di impostazione psi­copatologica che hanno dato luogo a due libri, scritti in collaborazione con Arnaldo Ballerini: il primo dedicato al cosid­detto Defekt post‑schi­zo­fre­nico (A.Ballerini, M.Rossi Monti, Dopo la schizofre­nia, Fel­tri­nelli, Milano, 1983); il secondo dedicato ad una riconsiderazione del «delirio di rap­por­to sensitivo» di Kretschmer, visto come modello di molti scom­pensi di natura paranoidea (A.Ballerini, M.Rossi Monti, La vergogna e il delirio, Bol­lati Boringhieri, Torino, 1990).

Altri studi, in forma di articoli, sono stati dedicati alle sindromi schizoaf­fet­tive, ai sintomi negativi della schi­zo­fre­nia nel loro rapporto con le depressioni po­st‑psicotiche e con il concetto di autismo, al­la psicopatologia dell'età involutiva, ai problemi di carattere epistemologici suscitati dalla classificazione dei disturbi mentali e ai problemi che sono venuti in primo piano con la adozione di un nuovo modello di assistenza psichiatrica. Un tentativo di mostrare la attualità della riflessione psicopatologica e soprattutto la possibilità di una sua declinazione nell'approccio clinico ai problemi che si pongono nell'ambito della psichiatria comunitaria ha dato luogo al volume M.Rossi Monti (a cura di), Manuale di psichiatria nel territorio, La Nuova Italia, Firenze, 1994. Una riflessione di carattere epistemologico sulle potenzialità dell'approccio psicopatologico nell'ambito della psichiatria odierna è stata recentemente pubblicata su «Comprehensive Psychiatry» (fascicolo 3,1996).

2) La psi­co­pa­tologia della genitorialità: dalle psicosi puerperali agli scom­pen­si della paternità.

Uno studio della psicologia e della psicopatologia della gravidanza è stato pub­blicato in forma di libro (A.Pazzagli, P.Benvenuti, M.Rossi Monti,Maternità come crisi,Il Pensiero Scientifico,Roma,1981). Alla luce di concetti come quelli di identità, cambiamento e crisi, la gravidanza è stata vista come un punto di snodo nella vita della donna, una condizione per certi versi analoga a quella adolescenziale, sia per l'importanza delle trasformazioni somatiche in atto, sia per il fatto che entrambe queste situazioni si configurano come veri e propri «riti di passaggio» verso nuove posizioni evolutive. Concetti come quelli di personalità come‑se e  di personalità border‑line hanno consentito di mettere in re­lazione certe modalità di affrontare la crisi della ma­ter­nità con le vicende psicologiche e psicopatologiche del­la gravidanza e del puerperio. In particolare l'at­tenzione si è indirizzata alle psicosi puerperali, un capitolo con­tro­verso della nosografia psi­chiatrica, alle evoluzioni in sen­so caratteriale che si possono verificare a seguito di una  mancata assunzione del ruolo materno ed  al  post‑partum blue nell'am­bito dei disturbi affettivi del puerperio. Il lavoro del diventare genitori ha rappre­sentato  il punto comune di partenza per un'analisi anche dei vissuti connessi alla paternità e delle manifestazioni psicopatologiche eventualmente connesse all'as­sunzione della funzione paterna (sindrome della couvade, i cosiddetti «acting» della paternità e le psicosi della paternità).

3) La paranoia come caricatura di un si­stema scientifico: il vissuto della scoperta nella scienza e nel delirio.

Una riflessione di carattere epistemologico sulla posizione della psichiatria tra scienze naturali e scienze dell'uomo ha portato alla organizzazione di un Congresso, tenutosi a Siena nel 1987, i cui atti sono stati in seguito pubblicati in un volume (M.Nardini, M.Rossi Monti [a cura di], Psicopatologia e teo­rie della conoscenza, Athena, Roma, 1989), preceduti da un'ampia introduzione. In libro pubblicato qualche anno prima (M.Rossi Monti, La conoscenza totale, il Saggiatore, Milano, 1984) era stata tentata una messa a fuoco del problema della paranoia, questa entità nosografica «ideale» che costituisce una sorta di «caso limite» della psicopatologia. Nell'analisi della costruzione delirante pa­ra­noi­ca­le, caratterizzata  da una estrema sistematicità, erano sta­ti usati modelli e concetti tratti dall'epistemologia post‑critica, come ad esempio il concetto di paradigma in sen­so kuhniano, di accomodamento ad hoc o la distinzione pro­posta da Imre Lakatos tra teorie della "cintura pro­tet­tiva" e una sorta di metafisica influente contenuta invece nel nocciolo duro del sistema. Una analisi di questo tipo, at­tenta ai meccanismi in base ai quali il paranoico co­strui­sce ed articola la sua visione del mondo, in un crescendo di com­plicazioni e difficoltà, fino ad arrivare ad una com­ples­sa, rigida, dogmatica ed inattaccabile costruzione delirante aveva permesso di porre in evidenza somiglianze, ma anche dif­fe­renze, con il modo di procedere dello scienziato, sempre im­pegnato in un difficile equilibrismo tra i due pericolosi estremi del dogmatismo e dell'opportu­nismo.  Ad un aspetto più specifico di questo pro­blema, vale a dire al vissuto della scoperta nella scienza e nel delirio sono stati dedicati altri lavori  nei qua­li i resoconti che alcuni scienziati hanno dato del pro­cesso della scoperta sono posti a confronto con l'esperienza  di «eureka» ti­picamente riferita dai pazienti nelle fasi iniziali del delirio.

 

VINCENZA QUATTROCCHI

Nata a Palermo il 05/10/49 Studi classici  Laurea in Medicina e Chirurgia 1974 Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile 1979 Specializzazione in Psichiatria 1983 Training terapia sistemico relazionale 1977 Psicoanalista Società Italiana di Psicoanalisi (dal 1996 Membro associato) Training per psicoterapie di gruppo (Bauleo) Assistente Medico Psichiatra c/o i servizi per la Salute Mentale – Regione Emilia Romagna

1974/76  Assistente Medico Psichiatra c/o i servizi per la Salute Mentale – Regione Toscana  1976/87 Aiuto corresponsabile psichiatra c/o i servizi per la Salute Mentale – Regione Toscana 1987/91… Primario U.O. di Psichiatria c/o i servizi per la Salute Mentale – Regione Toscana  1991 ad oggi

- Partecipazione a corsi di aggiornamento sulle Comunità  terapeutiche Regione Toscana (durata 1 anno);

- Partecipazione a corsi di aggiornamento sulla Psicopatologia ASL di Pistoia (durata 1 anno);

- Partecipazione a corso di Managment ASL 11 (durata 6 mesi);

- Partecipazione a corso di Managment Regione Toscana – S.I.P. (durata 6 mesi);

- Partecipazione a corso sulla Riabilitazione U.C.L.A. – Los Angeles Prof. Libermann – maggio 1996;

- Partecipazione a corso su DISTIMIA Univ. Lisbona – maggio 1997;

- Partecipazione a corso disturbo Umore – Università di Praga – marzo 1998;

- Partecipazione a corso su Schizofrenia e neuroimmagini Columbia University – Prof. Wanderberger – Washington maggio 1999;

- Partecipazione a corso su Schizofrenia – Università New York ottobre 1999;

- Partecipazione a corso su Schizofrenia – Università New York giugno 2001.

Partecipazione a vari congressi sia in ambito Nazionale che Internazionale (in qualità di Partecipante ovvero di Relatore).

Dirigente II livello ASL 11 U.O. di Psichiatria

Direttore Dipartimento Salute Mentale ASL 11

Responsabile Unità Funzionale Salute Mentale Adulti Zona Empolese – Valdelsa

Responsabile U.O. di Psichiatria  gia’Presidente Commissioni Pari Opportunità ASL 11

Membro del  direttivo Società Italiana di Riabilitazione Regione Toscana

Referente Regionale per il coordinamento nazionale dei Centri Diurni di Psichiatria

Referente Regionale e Consulente Assessorato Sanità Regione Toscana

Circa  70  interventi in qualità di Relatore presso Convegni Regionali Nazionali:

Pubblicazioni varie relative a:             * S.P.D.C. e sua specificità

                                                                                                                                             * Elementi generali della riabilitazione psichiatrica

Fra questi il volume:                                                       * Comunità terapeutica

(S. Montagano-V.                                                             * Centri Diurni e Riabilitazione

       Quattrocchi- A. Zanobini)                                     * Riabilitazione e lavoro

      “A colloquio con la follia”                                    * Psicoigiene dei gruppi di lavoro

      Di Donato Edizioni – 1979                                   * Psicofarmacologia e psicoterapia

* Casi clinici e relazione terapeutica

Docente IV anno scuola di specializzazione di Psichiatria per la facoltà di Medicina  (Università di Firenze) nell’ambito dell’insegnamento di Psicoterapia;

Trainer di gruppi di formazione per operatori (gruppo secondo il modello della Scuola Argentina Pichon Riviere, Bleger)

Attività di supervisore e consulente presso Comunità terapeutica per pazienti con doppia diagnosi (Comunità Incontro Pistoia)

Lezioni e corsi per operatori di varia appartenenza professionale (Medici, Psichiatri, Assistenti Sociali, Infermieri Professionali, Educatori Professionali, OTAA) nel corso degli anni con scadenza annuale.

Consulente in qualità di supervisore per la gestione dei “CASI GRAVI” presso il  DSM Salute Mentale PISA

Consulente in qualità di supervisore per la gestione dei “CASI GRAVI” presso il  DSM Salute Mentale  di   firenze

GIUSEPPE SARAO’

Responsabile M.O.M. Salute Mentale Adulti, Distretto Firenze 2

Giuseppe Saraò,medico chirurgo- psichiatra ,specializzato all'università di Firenze nel 1983, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana. Dirige il Modulo Operativo Multiprofessionale Salute Mentale Adulti Distretto 2- Firenze.Per diversi anni ha diretto la comunità terapeutica di borgognissanti, si è occupato di strutture intermedie, di formazione del personale. Ha pubblicato numerosi lavori in congressi nazionali e internazionali su temi riguardanti : la relazione terapeutica, la psicoterapia di pazienti psicotici, la riabilatazione psicosociale. E' fondatore e attuale presidente dell'associazione " Centro ricerca psicoanalitica Coppia-Famiglia" che si occupa della psicoterapia psicoanalitica della coppia e della famiglia sia nel setting pubblico che in quello privato

GRAZIANO GRAZIANI

Nato a Forlì il 13-09-1951 e residente in Firenze. Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Firenze il 26 ottobre 1976 con votazione di 110 e lode/110.

Specializzazione in Psichiatria presso l’Università di Firenze il 4 luglio 1980. SpeciaLIZZAZIONE IN Neuropsichiatria Infantile presso l’Università di Pisa il 5 novembre 1984.

Corsi Post-Laurea:

Qualifica di Psicoanalista: traning presso l’Istituto Psicoanalitico di Roma della Società Psicoanalitica Italiana secondo gli standard di formazione previsti dall’International Psychoanalytical Association, 1984-1993.

Corso quadriennale di Terapia Familiare presso l’Istituto di Terapia Familiare di Roma. 1977-1981.

Esperienza biennale di Infant Observation sotto la supervisione della Prof.ssa G. Ferrara Mori.

Ordine Professionale: Iscrizione all’Ordine dei Medici e Chirurghi della Provincia di Firenze e all’elenco degli Psicoterapeuti del medesimo Ordine.

Attività Professionale:

Pratica Istituzionale

1977 Tirocinio Pratico Ospedaliero (D.M. 28-10-1975) presso il Servizio Universitario Psichiatrico di Firenze.

1977-1979 Assistente Volontario presso l’Ospedale Psichiatrico e i Centri di Salute Mentale della Provincia di Firenze.

1979-1982 Medico a Convenzione presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Pistoia e presso i Centri di Salute Mentale della Provincia di Firenze.

1982-1987 Assistente Psichiatra di ruolo presso l’U.O. di Psichiatria della U.S.L. 10/A (Firenze Centro).

1987-2004 Specialista Ambulatoriale Interno nella branca di Psichiatria presso l’ A.S.L. 4 (Prato).

Pratica privata

Dal 1980 esercita attività libero professionale come psichiatra e psicoterapeuta, quindi anche come neuropsichiatra infantile (1984) e psicoanalista (1993).

Attività di Ricerca e di Consulenza:

1981-1982 Vincitore, dopo pubblico concorso, di una borsa di studio del Ministero della Sanità. “Progetto per la realizzazione di un intervento multidimensionale nella psicosi infantile”. B orsa svolta presso l’Università di Pisa.

1983-1988 Collaboratore retribuito della ricerca finalizzata quinquennale del C.N.R. . “Prevalenza ed evoluzione dei problemi della sfera emotivo – affettivo – relazionale nei bambini e negli adolescenti” ( Progetto finalizzato med. Preventiva e riabilitativa, Sottoprogetto SP3, Malattie degenerative del sistema nervoso).

1984-1985 Nomina a Ricercatore consulente retribuito della ricerca biomedica del Ministero della Sanità. “Validazione di un modello di intervento terapeutico nelle psicosi precoci”. Università di Pisa.

1985-1988 Nomina a Ricercatore consulente retribuito della ricerca biomedica del Ministero della Sanità. “ Criteri diagnostici e rilievi longitudinali in relazione all’intervento terapeutico nelle psicosi infantili”. Università di Pisa.

1999-2002 Membro (su nomina del Consiglio Sanitario della Regione Toscana e dell’Assessore al Diritto alla Salute) della Commissione Regionale sui Servizi di Salute Mentale al fine di verificare l’attuazione del progetto obiettivo “Tutela della Salute Mentale”.

Attività di Insegnamento e Collaborazione Didattica

1980-1982 Incarico di esercitazione nella disciplina “Strutture e dinamiche patologiche” presso la Scuola Magistrale Ortofrenica della Fondazione Stella Maris (Pisa).

1984 Membro, con atto di giunta 55 del 15/10/84 della Regione Toscana, del gruppo pluridisciplinare  di esperti per la produzione di due filmati didattici di educazione sanitaria sui temi della pubertà e dell’adolescenza.

1995 Organizzatore scientifico e docente dei seminari mensili di aggiornamento per operatori socio-sanitari denominati “Adolescenza e Psicoanalisi”. Seminari finalizzati della Regione Toscana ( Progetto Infanzia Adolescenza).

Anni Accademici 1994-1995, 1995-1996, 1996-1997, 1997-1998, 1998-1999, 1999-2000, collaborazione a seminari ed esperienze guidate presso il Corso di Laurea in Psicologia, Facoltà di Scienze della Formazione; Università di Firenze.

Anni Accademici 2000-2001, 2001-2002 Professore a Contratto integrativo nella disciplina di Storia della Psicologia presso il Corso di Laurea in Psicologia della Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Firenze.

Anni Accademici 2002-2003, 2003-2004, Professore a Contratto integrativo nella disciplina di Storia della psicologia presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Firenze.

Anni Accademici 2002-2003, 2003-2004, Docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia dell’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica ASPPI-Sogekli (Bari).

Anno Accademico 2003-2004, Docente presso il Corso di Perfezionamento “Aspetti normali e patologi dello sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza” del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Firenze.

Pubblicazioni

Autore e coautore di 49 pubblicazioni su riviste a carattere scientifico.

Ha pubblicato i seguenti saggi:

Graziani G., Gori Savellini S. (1999), Ricordare Janet: la dissociazione ieri e oggi, Edizioni G: Laterza, Bari.

Graziani G., Magherini G. (2003), L’abuso infantile, Nicomp L.E., Firenze. 

 

ABSTRACT

G. GRAZIANI

La definizione di “Malattia creativa” si deve a Henri Ellenberger ( 1964 ), essa designa una condizione di profondo travaglio interiore, con sintomatologia poliedrica, cui consegue un positivo cambiamento di personalità ed un fecondo sviluppo ideativo. La venatura romantica di tale quadro trovò descrizione in Novalis sotto la voce di “Ipocondria sublime”, tuttavia, dall’epoca romantica ad oggi, forme di “Malattia creativa” hanno attraversato, sotto varie vesti, tutta la storia della psichiatria e dei suoi armamentari terapeutici. L’induzione di una “malattia” a fini terapeutici accomuna, infatti, gran parte degli indirizzi psichiatrici : sia in campo dinamico ( ad es., la artificiale nevrosi di transfert nel processo psicoanalitico ), sia sistemico (ad es., il sintomo quale positiva istanza di cambiamento ), sia biologico ( ad es., la crisi epilettica indotta con le terapie di shock ). Il presente contributo cercherà di ripercorre la vicenda della “Malattia creativa” contestualizzandola nelle epoche e nelle discipline psichiatriche  discutendone il significato euristico.

MARIO ROSSI MONTI

LA DIAGNOSI SPORCA

I sistemi diagnostici standardizzati ci hanno abituato a  ragionare nei termini di quadri nosografici dai confini chiari e ben delineati nei loro reciproci rapporti.

In realtà la proliferazione della comorbilità segnala una intriseca carenza della nosografia imperante, quando la si trasponga acriticamente nella attività clinica reale. In particolare gli operatori dei servizi si trovano quasi sistematicamente difronte a situazioni cliniche complesse, multiproblematiche che possiamo considerare “sporche” rispetto all’ideale di “purezza” che la nosografia trasmette.  Lungi dal costituire un limite, le diagnosi “sporche” dei servizi rappresentano uan fondamentale sollecitazione a ripensare la nosografia e la pratica clinica.

ROMOLO ROSSI

*Come faremo senza isteria?*
Si prende in considerazione l’origine del concetto di isteria come si  inserisce nella letteratura scientifica. Vengono esaminati i concetti  Freudiani di Abwehrneuro, psychosen e di conversione, a partire dalle metafore che esprimono. Esiste una unità fondamentale metodica nell’isteria  che è basata sulla modificazione degli strumenti di relazione di fronte  all’impossibilità di affrontare la contraddizione emozionale. Ciò comporta  l’alterazione dello strumento del livello più primitivo (funzione del  corpo), e quello più complesso (motorio o sensoriale), o ancora più  complesso (memoria e coscienza dell’Io), fino a strutture più complicate  di relazione (menzogna, tecniche di teatro). In questo senso l’isteria è  una realtà necessaria e non necessariamente patologica. Oggi l’isteria  perduta per la psichiatria, si ripristina con la tripartizione legata all’alterazione  dello strumento relazionale (d. somatoforme, d. dissociativo, d. di
conversione)
G. BERTI CERONI

L'argomento della relazione riguarda fondamentalmente in tre  aspetti:

1.la relazione terapeuta-paziente (atti e parole) comunque sottesa a qualunque intervento specifico. Ho chiamato questi fattori terapeutici specifici comuni (FTSC).

2.La scelta fra farmacoterapia e psicoterapia quando motivata da specifiche indicazioni (linee guida) e quando scelta culturale nel triangolo paziente- terapeuta e contesto. Il comportamento sociale di cura

3..La funzione di integrazione fra farmaco e psicoterapeuta: quando è meglio che sia lo psicoterapeuta a prescrivere i farmaci e quando è meglio che le funzioni siano separate in due terapeuti?.L'integrazione è solo affidata al paziente?

FORESTI

AMBASCIATORE PORTA PENA

La supervisione psicoanalitica nelle istituzioni‘aziendalizzate’: contesti, funzioni, metodi

INTRODUZIONE«Un’istituzione non è “sana” o “malata” quando non ci sono conflitti al suo interno, ma quando è in grado di esplicitare i suoi conflitti e ha i mezzi e la possibilità di applicare le misure adatte per la loro risoluzione.»

J. Bleger (1989, p. 72)

«Cercate il personaggio […] che si è impossessato del potere all’interno dell’istituzione; non otterrete nulla finché non avrete restaurato l’autorità medica, solo in seguito potrete nuovamente decentrarla.»

P. C. Racamier (1972, p. 178)

                        Nei servizi sanitari, le trasformazioni prodotte dalla cosiddetta aziendalizzazione delle cure (managed care) hanno determinato un’imponente serie di conseguenze politiche, organizzative e culturali (Correale, 2006; Guimón & Sartorius, 1999; Perini, 2007). Nonostante la loro storica marginalità, anche le istituzioni psichiatriche sono state influenzate da questo nuovo contesto e stanno andando incontro ad una metamorfosi che coniuga, in modo spesso confuso, sconcertanti fenomeni regressivi e importanti progressi scientifici (Barale, 2003; Berti Ceroni & Correale, 1999; Foresti & Rossi Monti, 2003; 2004). Oltre ai molti disagi di cui il presente contributo tratterà più avanti, le istituzioni sanitarie sono così caratterizzate, oggi, da possibilità di dialogo interdisciplinare e da opportunità di integrazione multiprofessionale che in passato erano semplicemente inimmaginabili (Barale et al., 2006; Ferro, 2002, 2003; Ferruta, 1998, 2003, 2005; Gabbard, 1995, 1997; Gunderson & Gabbard, 1999; Person, Cooper & Gabbard, 2006; Rinaldi, 2003; Roth & Fonagy, 1996).

                        Come già chiarito dal sottotitolo, l’argomento qui affrontato è la supervisione psicoanalitica dei processi di cura che si praticano in psichiatria. Scopo del lavoro è quello di descrivere quali problemi si pongono all’analista, quando opera come supervisore in organizzazioni che sono state, appunto, ‘aziendalizzate’. La domanda che ho provato a pormi è in sostanza la seguente: se si tiene conto dei cambiamenti cui è andato incontro il sistema sanitario, come si possono ripensare le funzioni e i metodi della supervisione istituzionale[1]?

                        L’ipotesi qui discussa è sintetizzata dalle parole che costituiscono il titolo, e può essere ulteriormente chiarita dalla lettura dei brani che sono stati posti in esergo: quello di Bleger sui conflitti istituzionali e quello di Racamier sul nesso autorità/potere. Per rendere ancora più netta l’impostazione adottata, ho però cercato di esplicitare il più possibile la prospettiva di lavoro qui esplorata.

Le attività di supervisione mirano a migliorare le modalità di funzionamento dei servizi che la richiedono. I processi psico-sociali promossi dal lavoro del supervisore sono però fenomeni turbolenti, che accrescono le competenze emotive e relazionali degli operatori rimettendo in discussione le ambiguità con cui sono state ricomposti numerosi conflitti, intra- e inter-personali, e compensate diverse contraddizioni macro- e micro-sociali[2].

                        Solo se riesce a far suo il disagio del gruppo, portandone in un certo senso la pena (cioè ‘contenendola’: Ferruta, 2000, 2005; Ogden, 2004); solo se tiene presente che il suo lavoro produce fenomeni di ‘ansia sociale’ che vanno dal significativo al tossico (inevitabili e persino utili i primi; dannosi e decisamente controproducenti i secondi: Obholzer & Zagier Roberts, 1998); solo, insomma, se ripensa la sua funzione adeguandola al contesto in cui opera, il supervisore può contribuire efficacemente alla costruzione di un assetto istituzionale più evoluto e dinamico.

METODOLOGIA

                        Una psicoanalista madrilena che ha lavorato a lungo nelle istituzioni psichiatriche, ha pubblicato tempo fa un libro originale e utile, intitolato Sono possibili le terapie nelle istituzioni? (Utrilla Robles, 1998). Nello schema della Figura 1, ho cercato di sintetizzare le idee suscitate dalle tesi della Dott.ssa Robles nel gruppo dei Colleghi con cui collaboro (Ferruta et al., 1998; Vigorelli, 2005). L’approccio metodologico qui descritto è il risultato di una combinazione di modelli concettuali ricavati dalla tradizione italiana (Boccanegra, Magrini & Milella, 2003; De Martis, Ambrosi & Petrella, 1987; Neri 2007) e franco-svizzera (Diatkine, Quartier-Frings & Andreoli, 1991; Kaës, 2007), integrati con metodi e teorie che provengono dalla cultura delle Leicester Conferences (Brunner, Nutketich & Sher, 2006): una metodologia di ricerca/intervento sviluppata da diversi Autori (ad esempio: Hinshelwood & Skogstad, 2005; Miller, 2004; Perini, 2007) che operano in organizzazioni a orientamento psicodinamico come il Tavistock & Portman NHS Trust, in Inghilterra, l’Istituto Rice, negli Stati Uniti, e OFEK, in Israele.

L’impostazione metodologica che risulta da questa integrazione può essere illustrata sinteticamente. Per sviluppare un realistico progetto d’intervento caso-specifico, occorre – secondo Manuela Utrilla Robles – che il gruppo di lavoro faccia, preliminarmente, una “analisi situazionale” del contesto in cui opera. Si tratta di un lavoro di valutazione multi-dimensionale, che dovrebbe esaminare partitamente problemi che hanno almeno tre diversi livelli di complessità:

la psicologia e la psicopatologia individuale,

le dinamiche gruppali e

l’analisi istituzionale.

                        L’esperienza maturata servendosi dello schema della Figura 1, dimostra che il livello di analisi più problematico (perché più complesso e decisamente contro- intuitivo) è il secondo. Per questo motivo, esso è stato evidenziato con un campo grigio ed è raffigurato con una freccia bidirezionale, che indica l’esistenza di un equilibrio dinamico perennemente instabile fra i sistemi di fattori che lo costituiscono. Richiamando la concettualizzazione proposta da Bion in Esperienze nei gruppi (1961), il funzionamento di un collettivo umano può essere inteso come la risultante di due diverse modalità funzionali (sempre compresenti, anche se non sempre ugualmente evidenti[3]). L’acronimo AdB sta per ‘assunto di base’ (basic assumption), mentre la formula GdL è la sigla che rimanda alla formula ‘gruppo di lavoro’ (work group): la modalità di funzionamento gruppale che viene strutturata dalle metodologie e dalle procedure di cui l’équipe si serve per perseguire il compito primario dell’organizzazione (Armstrong, 2002, 2005).

                        Vediamo però brevemente, ora, quali sono gli altri livelli di questo schema.

                        Figura 1

 

 


 

                                                         funzioni apicali

                             sintesi/programmazione/verifica

                                                                                                                                                                                            leadership

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                            gruppo

 

                                               AdB               GdL

 

 

 

 

 

 


 

                                                                          prodotto (output)

 

                                                                                                                                                                                            paziente

 

                                                                           risultato (outcome)

 

 

 

                        Il funzionamento del sistema gruppale e inter-gruppale intrattiene una relazione biunivoca con il livello sovraordinato del campo istituzionale. L’equilibrio integrato o lo squilibrio disfunzionale fra fantasie collettive e gruppo di lavoro è condizionato dalle funzioni messe in campo dalla leadership. C’è tutta una letteratura sulle carenze e sulle patologie della dirigenza e sugli effetti che esse possono produrre sul funzionamento complessivo del dispositivo organizzativo (Correale, 2006; Kets de Vries & Miller, 1984; Kets de Vries, 1984, 1993). Questo fenomeno può essere riassunto con la freccia che va dall’alto in basso (¯). Le funzioni di sintesi, di programmazione e di verifica che sono competenza del gruppo dirigente, possono però essere condizionate anche ‘bottom-up’ (­). Se è vero, cioè, che lo stile della leadership influenza il funzionamento gruppale, è altrettanto vero che le dinamiche gruppali e intergruppali possono influenzare fortemente il funzionamento del gruppo dirigente (Kernberg, 1998).

                        Lo schema della Figura 1 propone poi di considerare il risultato complessivo del funzionamento istituzionale come un fenomeno da intendere a due diversi livelli. Facendo un paragone con l’industria manifatturiera, la differenza fra output e outcome è la stessa che passa fra qualità della produzione e successo nella valorizzazione dei prodotti. Nel caso dei servizi sanitari, il prodotto è una prestazione che si costruisce in rapporto ad un destinatario – il paziente – che nel processo produttivo è anche co-produttore del prodotto (è il tema della alleanza terapeutica: Lingiardi, 2002; Ponsi, 2002). Il servizio sanitario concretamente erogato è il prodotto del dispositivo organizzativo (output), mentre l’esito clinico di questo, ossia il risultato delle cure sui pazienti, è l’outcome del trattamento (Roth & Fonagy, 1996; Gunderson & Gabbard, 1999).

                        Ovviamente, i concetti e le simbologie utilizzate vanno intesi come semplificazioni deliberatamente e necessariamente riduttive, che servono a distinguere, nella dimensione virtuale dell’astrazione, fenomeni individuali, gruppali e sociali che accadono simultaneamente e che si influenzano reciprocamente. Questi concetti sono paragonabili a lenti oculistiche e le immagini che producono non dovrebbero essere scambiate per la cosa stessa (Obholzer, 2007).

MATERIALE CLINICO

 

                        Per illustrare come lo schema descritto nel paragrafo precedente possa essere utilizzato nell’attività di supervisione, presenterò ora un caso clinico che pone un problema difficile e spesso disatteso: il contenimento e la cura delle manifestazioni aggressive (Asioli, 1999; Sansa, 1999).

 

                        La scena si svolge nella struttura ambulatoriale di un servizio pubblico. E’ il primo incontro del secondo anno (la serie è molto limitata, perché la ASL mette a disposizione risorse che rendono possibili solo tre incontri l’anno).

Sono le nove del mattino. Dato che sono arrivato in anticipo, molti colleghi sono ancora impegnati con i loro pazienti. Una delle infermiere mi accompagna allora in cucina, dove promette di prepararmi un buon caffé. Appena rimaniamo soli, mi racconta il suo dispiacere per un fatto che le è accaduto di recente. Mentre cercava di disciplinare l’uso del telefono da parte di un paziente seguito da anni presso il Centro Diurno, la Signora A è stata aggredita fisicamente. “Non mi era mai capitato un fatto del genere” – osserva. “Sto per andare in pensione. Credo di saperci fare con i pazienti e non ho mai avuto paura di loro. Avrò sbagliato qualcosa, sicuramente… forse gli sono andata troppo sotto [corsivo mio]: non lo so. Mi sono davvero spaventata. Mi ha preso con forza e mi ha scaraventata lungo il corridoio. Poi si è pentito, naturalmente, e mi ha chiesto scusa…”

                        “Lacrime da coccodrillo” – conclude.

                        Mentre finisco di bere il caffè, proseguiamo il nostro discorso chiacchierando d’altro. Conosco il paese da cui provengono i suoi genitori, e commentiamo le imponenti trasformazioni cui sono andate incontro le aree rurali della provincia lombarda. Relazioni sociali e sistemi culturali divenuti ‘post’: post-confessionali, post-rurali, post-industriali, post-moderni, post-ideologici… ‘post’ tutto. Il clima emotivo è un’ottimismo di circostanza (“… comunque non pensiamoci: bisogna andare avanti”), dietro la quale si affacciano intense ansie depressive e persecutorie (la pensione, l’aziendalizzazione, il degrado della qualità del lavoro etc).

                        Inizia la riunione. Avvertito dalla Signora A. che il caso che discuteremo è quello che mi è stato presentato in cucina, mi stupisco della composizione del gruppo con cui lavorerò. “Come mai non è presente proprio l’infermiera che è stata aggredita?” mi chiedo. “Perché non si è sentito il bisogno di discutere questo problema con la persona a cui è successo un simile incidente?”.

                        Taccio e aspetto.

                        Il caso è presentato dal Responsabile del servizio ambulatoriale (una Collega di cui ho molta stima e che trovo singolarmente solida e competente). Il paziente infatti è ‘suo’. Occorre precisare – a questo punto – che l’equipe di questo servizio è da anni senza primario, e che in questo periodo sta per andare in pensione anche l’Aiuto che ne ha sinora fatto le veci. Le responsabilità apicali sono ricadute, come si dice in questi casi, “in capo” al Direttore di Dipartimento, che però è il Primario di un’altra unità operativa. Quando più avanti ricordo che questo assetto organizzativo anomalo è un elemento rilevante dello scenario istituzionale, il gruppo risponde all’osservazione con una battuta di spirito.

                        “Dicono che arriverà qualcuno in aprile” annuncia un operatore.

                        “Si – risponde un altro – probabilmente arriverà il primo di aprile!”

                        Tutti ridono.

                        Durante la prima ora di lavoro il clima emotivo sembra torpido, quasi spento. Il fatto mi colpisce, perché questo è, di solito, un gruppo molto attivo e persino caoticamente vitale. La descrizione del caso è precisa e competente, ma un po’ improvvisata e per certi versi lacunosa. Non c’è alcuna sintesi scritta e la Collega parla consultando la cartella clinica che tiene aperta sulle ginocchia.

                        Il paziente, che chiamerò Michele, è il terzogenito di una famiglia di emigranti. Originari della provincia di Napoli, i Signori P hanno vissuto per circa sei anni negli Stati Uniti, dove però le cose non sono andate come speravano. Tornati a vivere in Italia, si sono stabiliti in un piccolo comune dello sterminato hinterland milanese.

                        Apprendo che il paziente ha ora 35 anni. I suoi disturbi sono insorti quando ne aveva circa sedici e sono sempre stati di una gravità tale da compromettere sia il suo rendimento scolastico (non ha alcun diploma di studio), sia la sua capacità lavorativa (nonostante i diversi tentativi, non è mai riuscito a mantenere un’occupazione stabile). La diagnosi che si porta addosso e alla quale tutti fanno continuamente riferimento, è un acronimo, che dato il contesto sociale sfortunato suona lievemente grottesco. È infatti un caso DOC, ossia un disturbo ossessivo-compulsivo.

                        La storia che lega la famiglia P al servizio è molto lunga.

                        Le relazioni fra i due gruppi – famiglia da un lato e gli operatori del servizio pubblico dall’altro –, non sono mai state buone. Giustamente molto esigenti ma irregolari e contraddittori nelle loro richieste, i Signori P hanno sempre cercato di integrare la terapia proposta dai Colleghi del servizio pubblico, con interventi prestati alcune volte da altri specialisti qualificati e altre volte da cultori di trattamenti non tradizionali. Nel corso degli anni,  Michele è stato così paziente di un prestigioso istituto universitario che soddisfava l’aspettativa famigliare di una cura moderna e aggiornata – “americana” –, e poi cliente di vari guaritori ed esperti della più varia natura. Quando questi viaggi della speranza fallivano, e quando anche i pellegrinaggi alla ricerca della soluzione magica si dimostravano inefficaci, la famiglia P tornava a chiedere interventi al servizio. Ciò accadeva, però, sempre malvolentieri e senza nascondere la propria persistente sfiducia.

                        Terreno esemplare di questo complesso e conflittuale sfondo relazionale: la terapia farmacologica. Quest’ultima è infatti ‘co-gestita’ dalla madre, che da sempre si documenta, contesta, propone e – insistendo – dispone. Quasi mai, gli operatori del servizio sono in condizione di sapere esattamente che cosa il loro paziente stia assumendo: certamente non il dosaggio, e spesso nemmeno il tipo di farmaco. In compenso, siccome “evidentemente gli fa bene” (sic), il paziente è un consumatore di Cannabis. Sono i genitori stessi che lo accompagnano al parco dove Michele incontra gli spacciatori che gli vendono ciò che gli occorre.

                        Quando un’educatrice riferisce cosa si sta facendo per il paziente al Centro Diurno e accenna all’incidente aggressivo, minimizzandolo, un’infermiera interviene per sostenere che l’accaduto è stato un fatto molto importante e che non capisce perché debba essere passato sotto silenzio. A questo punto, osservo che in effetti è un po’ strano che l’interessata non sia presente alla discussione.

                        Il clima della riunione muta improvvisamente.

                        Tutti sembrano sentire il bisogno di dire quello che pensano. Serpeggia prima, e poi esplode una vivace polemica fra gli operatori. Contrariamente al solito, il conflitto non si organizza come una contesa interprofessionale, ma fa intravedere polemiche che attraversano internamente il gruppo degli infermieri. Quelli accusati di non essersi precipitati a prestare aiuto alla Collega si scherniscono: non avevano sentito, non potevano sapere, non sembrava loro che fosse successo niente di grave ecc.

                        Il clima emotivo del gruppo resta caotico per più di un’ora.

                        Intervengo più volte e in vario modo per far notare che la discussione è divenuta quasi impossibile. Si sono creati, disorganizzati e nuovamente ricreati almeno tre diversi sottogruppi, che sembrano tutti intenzionati a proseguire al loro interno la discussione.Quando ritengo che sia arrivato il momento di avviarsi alla conclusione, constato che non riesco a farmi ascoltare e sono costretto ad annunciare che la riunione – comunque vadano le cose – si concluderà a mezzogiorno.

DISCUSSIONE

 

                        Non ho registrato la discussione che si è sviluppata nella seconda parte della riunione e dunque posso ricostruire ciò che è accaduto solo avvalendomi della fallibilissima assistenza della memoria. Ricordo essenzialmente due focus d’attenzione, che sono stati oggetto di interventi specifici e che hanno avviato due diversi cicli tematici.

                        Il primo:

l’episodio accaduto è da valorizzare; si tratta della prima manifestazione di aggressività agita del paziente nei confronti degli operatori; è importante che l’episodio venga discusso accuratamente, perché esso costituisce un’occasione di rielaborazione delle relazioni fra i diversi gruppi che danno vita a questa vicenda: i famigliari da un lato e il sistema curante dall’altro.

                        Il secondo:

questa storia clinica rende necessario affrontare sia il problema terapeutico individuale sia il sistema delle relazioni istituzionali e inter-istituzionali; data la storia del paziente (due processi migratori, numerose rotture/discontinuità culturali, poca collaborazione e scarsa fiducia fra i diversi gruppi coinvolti), la cura di Michele implica – e anzi potrebbe forse facilitare – una discussione sull’organizzazione del servizio.

                        Dividendo la riunione grosso modo in due parti, direi che la prima è stata caratterizzata da un clima emotivo riconducibile alla ‘cultura’ (Kets de Vries & Miller, 1994), o allo ‘assunto di base’ (Bion, 1961; Perini, 2007), di dipendenza. Quest’ipotesi potrebbe spiegare la passività, l’apparente disinteresse, l’attesa svogliata di indicazioni da parte della dirigenza. La seconda, invece, sembra essere stata all’insegna della configurazione emotiva che si suole definire fight/flight: attacco-e-fuga.

                        I cicli comunicativi riconducibili alla prima serie di interventi del supervisore hanno probabilmente avviato il passaggio dalla prima alla seconda configurazione del funzionamento gruppale (come dice un infermiera a un certo punto, rivolgendosi al supervisore e commentando la turbolenza che è all’improvviso esplosa nella sala riunioni: “Sarà contento adesso!”). Inaugurato da un commento inteso ad affrontare esplicitamente l’aggressività del gruppo (“Quando un supervisore si azzarda a discutere i conflitti dell’équipe, di solito perde il contratto di collaborazione… ”), il lavoro di discussione si è sviluppato intorno ad un asse discorsivo che potrebbe essere sintetizzato in questo modo: condivisione e/o contestazione della prima ipotesi proposta.

E’ davvero un episodio importante quello che è accaduto?

                        Una parte del gruppo sostiene che sì, l’episodio va discusso a fondo ed è davvero significativo; mentre un'altra parte ritiene che no: il paziente ha fatto quello che fa abitualmente in famiglia e l’incidente non giustifica, dunque, alcuna sottolineatura particolare.

                        Quando il primo sottogruppo riesce ad affermare la propria tesi, tuttavia, la discussione si incaglia nuovamente. Rabbia, risentimento, confusione impediscono di conferire al discorso un andamento abbastanza ordinato. Si determinano subito sottopartizioni gruppali, e coloro che sembravano condividere una certa ipotesi, si dividono polemicamente dagli interlocutori con cui hanno costituito il nuovo sotto-gruppo.

                        Nel suo insieme, il gruppo si difende dai sentimenti di responsabilità e incompetenza biasimando il funzionamento del sistema istituzionale. Vengono evocate e criticate la follia economicistica che governa le logiche gestionali e i dogmatismi dei tecnici, che impediscono processi di collaborazione interistituzionale efficace.

                        La seconda serie di interventi del supervisore mira a riportare la discussione sul caso clinico, mettendo in secondo piano le dinamiche istituzionali. Ciò costituisce un passo ulteriore nell’articolazione del lavoro. Si tratta di aiutare l’équipe a darsi una rappresentazione clinicamente utile del funzionamento soggettivo di Michele  e delle possibili ragioni dei suoi gesti. A questo scopo (e con il rischio di generare ipotesi psico- o socio-genetiche semplicistiche), viene ripresa la descrizione della storia del paziente. I primi anni di vita in un contesto familiare reso estremamente disagiato e instabile dall’emigrazione. Poi la risocializzazione in un nuovo contesto, non più pluri-linguistico, ma certamente ancora multiculturale. Infine, le prime manifestazioni cliniche durante la pubertà/adolescenza e la difficoltà della famiglia e dei servizi a fornire un contesto di cura in cui il soggetto potesse fare degli investimenti affettivi abbastanza stabili.

                        Ridimensionata dalla focalizzazione del lavoro sul problema clinico, la vivace dinamica intra- e inter-gruppale lentamente si riorganizza.

                        Viene individuata a questo punto la possibile ragione della crisi aggressiva.

                        Il telefono è lo strumento col quale Michele è continuamente in contatto con i famigliari e grazie al quale questi ultimi possono controllare ciò che accade nel servizio. Disciplinarne l’utilizzo, significa intervenire sull’assetto delle relazioni interpersonali e interistituzionali. Si ragiona allora su come servirsi delle nuove idee che sono emerse, allo scopo di rinegoziare con la famiglia il programma terapeutico.

                        Il clima emotivo muta nuovamente.

                        I medici scherzano sulle loro rispettive appartenenze ideologiche, a partire dalla necessità di rimettere in discussione la diagnosi e di ripensare la terapia farmacologica. La riunione finisce puntualmente, come convenuto.

                        Mi allontano dal servizio emotivamente provato, con un vago sentimento di coloritura persecutoria che integra confusamente smarrimento e sospetto. Ciò che ho fatto, sarà stato d’aiuto alla Collega responsabile? Ho giovato o nuociuto alla sua autorità? Avrà compreso, il gruppo, l’intento del lavoro e i modi coi quali esso è stato perseguito? Su un piano di auto-osservazione più immediato (psicopatologia della vita quotidiana? rêverie? identificazioni proiettive e conseguenti controidentificazioni?), mi sorprendo a chiedermi: ma dove è finita la biro con la quale stavo prendendo appunti? Perché ora non ricordo più dove l’ho messa?

CONTENIMENTO E HOLDING NELLE ISTITUZIONI: ALCUNE IPOTESI

                        Vediamo ora come si possono concettualizzare le dinamiche psicosociali descritte nei paragrafi precedenti. La supervisione psicoanalitica viene praticata, oggi, in un contesto sociale che è caratterizzato da livelli inconsueti di instabilità istituzionale e di incertezza professionale (Sennett, 1999; Stapley & Cave, 2006). Le diverse funzioni che essa assolve, sono il risultato di un’interazione fra gli strumenti e i metodi utilizzati dal supervisore, e le risorse umane e materiali messe concretamente a disposizione nella “situazione” istituzionale.

                        Il problema clinico che in questo caso dovrebbe essere affrontato – e che il gruppo tende invece ad eludere –, può essere riassunto con una domanda molto sintetica: che cosa possiamo fare per affrontare la situazione creata dal gesto di Michele? Per rispondere al quesito, il gruppo dovrebbe considerare distintamente le due serie di fenomeni che si stanno sviluppando parallelamente – ossia i processi psichici propri del paziente, da un lato, e dall’altro quelli che caratterizzano il funzionamento dell’équipe curante. Tenendo presente i propri obiettivi terapeutici e riabilitativi, esso dovrebbe anche considerare, successivamente, gli inevitabili e decisivi effetti d’interazione fra questi due processi.

                        Perché Michele si è arrabbiato così violentemente?

                        Cosa vuol dire: “forse gli sono andata troppo sotto”?

                        Che reazione ha suscitato il gesto di Michele nell’equipe?

                        E perché non si riesce a parlarne?

                        Il tema teorico-tecnico che mi pare consenta l’analisi più accurata della situazione descritta è quello del contenimento. Un adeguato ‘contenimento’ richiede infatti l’esercizio di diverse funzioni psichiche e psicosociali, che possiamo concettualizzare variamente. In un articolo pubblicato nel 2004, Thomas Ogden ha sottolineato l’importanza di distinguere con cura rigorosa le teorizzazioni che stanno alla base di questa nozione così diffusa.

Le teorie di Bion e di Winnicott sono gli archivi concettuali da cui originano le idee condensate nella nozione di contenimento. Queste concezioni ormai classiche non sono in antitesi fra loro, poiché si sono sviluppate in parallelo, probabilmente nutrendosi delle stesse influenze e discussioni. Esse devono però essere intese chiaramente, tenendo presente le specifiche differenze teoriche che le connotano.

La teoria di Bion nasce come un modello concettuale che mira a dar conto dei fattori che possono distruggere la capacità di pensiero di un gruppo (“power to destroy the capacity of a group for thinking”: Odgen, 2004, p. 1357). Il modello concettuale messo a punto dall’Autore (Bion, 1962) – ossia la coppia ♀↔♂: contenitore/contenuto – è fondato su un ripensamento della nozione kleiniana di identificazione proiettiva e trova nella coppia madre/bambino un’esemplificazione che secondo Ogden è solo metaforica. A differenza di Winnicott (“who is always the paedriatician”: Ogden, ibid), Bion era infatti interessato a elaborare un modello teorico che tematizzasse specificamente i processi di elaborazione del pensiero. In questo quadro di interessi, elaborò un’ipotesi che postulava una relazione di determinazione reciproca fra contenitore e contenuto. Per mettere in evidenza che cosa differenzi la coppia ♀↔♂ dalla nozione winnicottiana di holding, Ogden dà alcune definizioni dei concetti bioniani e sviluppa un articolato ragionamento.

                        “Il contenitore non è una cosa – scrive – ma un processo.” Per la precisione, esso è un insieme di processi che si sviluppano contemporaneamente e a diversi livelli. Nel quadro di questa concettualizzazione, l’effetto contenitore è inteso come il risultato della “capacità di lavoro psicologico inconscio del sogno, che opera di concerto con la capacità di pensiero preconscio simil-onirico (rêverie), e con la capacità di [produrre] processi secondari di pensiero pienamente consci” (ibid. p. 1356). Dati i nostri scopi, l’enunciazione più incisiva è tuttavia la seguente. “In breve: nell’individuo sano, contenitore e contenuto sono del tutto dipendenti l’uno dall’altro: la capacità di sognare (il contenitore) ha bisogno dei pensieri onirici, e i pensieri onirici (il contenuto) hanno bisogno della capacità di sognare; in assenza di pensieri onirici non si ha un vissuto da sognare, e in mancanza della capacità di sognare non è possibile realizzare il lavoro psicologico sulla propria esperienza emotiva (e di conseguenza non si ha coscienza di quella esperienza)” (Ogden, ibid. p. 1359; 2006, p. 164; corsivo mio).

                        Paragonata con questa prospettiva teorica, la descrizione winnicottiana della funzione di holding sembra riflettere interessi e obiettivi assai diversi, che sono condizionati da esperienze e prospettive cliniche specifiche. Maturata anch’essa in una prospettiva radicalmente relazionale (“there is not such a thing as a baby”), la concezione di Winnicott ha infatti una connotazione che è sì psicodinamica, ma anche micro-sociale e concretamente fisica, medica: pediatrica appunto. Il prototipo del “facilitating environment” winnicottiano – l’esemplificazione originaria e più efficace della funzione di holding – è la situazione relazionale creata nella psiche infantile dall’abbraccio materno.

                        Queste diverse nozioni sono entrambe necessarie per riflettere sui fenomeni psicopatologici e psicoterapeutici. Solo la loro utilizzazione distinta può conferire ricchezza multiprospettica, cioè ‘profondità stereoscopica’ (“stereoscopic depth”), alla comprensione dell’esperienza clinica (Ogden 2004, p. 1362; 2006. p. 168).

                        In un saggio dedicato al valore psicoterapeutico del lavoro infermieristico, Anna Ferruta ha descritto tre tipi di funzione psico-sociale del gruppo curante che possono essere concettualizzati con questi modelli: l’ascolto, la rêverie, il contenimento (Ferruta, 2000). Nella teorizzazione che il saggio propone, gli effetti di contenimento del gruppo curante sono considerati il risultato di un continuo esercizio di attività in cui fattori interpersonali e intrapsichici si coniugano con attività concrete come l’accudimento fisico, la somministrazione farmacologica, il sostegno fornito durante le attività riabilitative e persino, quando occorre, la contenzione fisica.

                        Fra le funzioni necessarie affinché il gruppo curante riesca a mantenere il livello di funzionamento più efficace, viene inoltre sottolineata la capacità della leadership di provvedere al pensiero del gruppo con una periodica e provvisoria sintesi delle idee che sono in corso di elaborazione: la “formulazione psicodinamica” del caso (Ferruta, 2005; Foresti & Rossi Monti, 2002; Kassaw & Gabbard, 2001). Nei termini proposti da Winnicott, si potrebbe dire che questa ipotesi caso-specifica svolge una funzione di holding, in quanto ‘raccoglie i pezzi’ (“gathering of bits”: Ogden, ibid.) della vicenda clinica[4] e conferisce stabilità al sentimento di ‘continuare-a-esistere’ (“going on being”: Winnicott, 1956, p. 303) che è necessario per portare avanti il lavoro. È questo sentimento di continuità dell’esperienza del gruppo curante che promuove, indirettamente, gli effetti di coalescenza e progressiva riorganizzazione dei nuclei esperienziali ancora dispersi del paziente (Ferruta, 2005; Correale, 2006).

Facendo uso del linguaggio proposto da Peter Senge (un teorico delle organizzazioni di cui è molto interessante studiare le ricerche[5]), la formulazione psico-dinamica caso-specifica può essere intesa come un’attività di visioning — una funzione di guida emotivo-cognitiva aperta e insatura, che si è dimostrata particolarmente adatta allo scopo di creare ‘organizzazioni che apprendono’ (“learning organizations”).

Nei termini proposti da Bion, l’attività di sintesi, di programmazione e di verifica del gruppo dirigente (visioning, planning, reviewing) consente lo sviluppo di una dialettica contenuto/contenitore (♀↔♂) che influisce sull’equilibrio sempre necessariamente instabile fra ‘assunti di base’ e ‘gruppo di lavoro’ (AdB«GdL).

                        Nel caso della situazione clinica qui descritta, il contenuto da elaborare è particolarmente ‘saturo’ sul piano emotivo e potrebbe essere ricondotto alla categoria dei “contenuti killer” (Ferro, 2002; Mazzacane, 2007). Si tratta infatti di un oggetto di pensiero estremamente pregnante, in cui la quantità/qualità degli “elementi b” da bonificare è tale da compromettere il lavoro della “funzione a”. Esso costituisce dunque un contenuto psichicamente indigesto, che può produrre un’effrazione e un ingorgo nel funzionamento del contenitore (o per meglio dire nel processo che determina gli effetti di contenimento).

                        Con una terminologia più classica e una diversa prospettiva teorica, si potrebbe dire che la riflessione clinica richiederebbe, in questo frangente, una funzione simbolica singolarmente robusta, caratterizzata da aspetti responsabilizzanti e paterni (Corradi Fiumara, 1980; Foresti, 1998). La condotta di Michele, infatti, è un gesto antisociale importante, che può innescare una di quelle situazioni di impermeabilità al lavoro clinico che furono descritte da Freud in Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico (Freud, 1916)[6].

                        Per comprendere appieno le difficoltà dell’équipe a questo riguardo, è tuttavia necessario un mutamento del registro teorico: dall’analisi del problema clinico individuale occorre cioè procedere allo studio della struttura istituzionale.

                        Quando Racamier scriveva la frase riportata nell’epigrafe, la minaccia più importante all’autorità dei curanti era abitualmente costituita da elementi interni al gruppo clinico, che traducevano in rivalità interprofessionali le contraddizioni del sistema istituzionale (classicamente, la contraddizione cura versus custodia). La frase tratta da Lo psicoanalista senza divano era infatti la seguente: “Cercate il personaggio (solitamente una capo-sala) che si è impadronito del potere all’interno dell’istituzione…” (Racamier, 1972, ibid.; corsivo mio). Nelle istituzioni sanitarie ‘aziendalizzate’, la sottrazione di autorità ai danni dei responsabili clinici è divenuta un’evenienza molto comune, che compromette specificamente l’autorità e la funzione di sintesi del gruppo dirigente (Foresti, 2003). A differenza che in passato, la mancanza di legittimità del gruppo dirigente è un fenomeno che si determina dall’alto, e consiste, concretamente, in decisioni (o mancate decisioni) che alterano in modo sostanziale la struttura organizzativa del servizio.

                        Quando un’intera unità operativa è lasciata per anni senza figure dirigenti (come in questo caso) e quando il volume delle risorse viene continuamente e surrettiziamente ridotto (come accade spessissimo), non possono non prodursi fenomeni che influenzano negativamente la dinamica dell’organizzazione. Privato della funzione di orientamento al compito che è caratteristica di una leadership autorevole, il gruppo curante può perdere di vista sia il contesto in cui opera che i vincoli da questo determinati. Messo in condizioni di lavorare senza una chiara consapevolezza del limite che struttura necessariamente i suoi progetti d’intervento, il collettivo umano che dà vita all’istituzione rimane così in balia delle sue istanze emotive più immediate. Sappiamo che in questa situazione, l’attività di qualsiasi gruppo umano tende a degenerare in prassi emotivamente e cognitivamente disorganizzate, che possono essere descritte come “improvisaciòn caotica” (Utrilla Robles, 1998) o come “self assigned impossibile task” (Zagier Roberts, 1994).

                        Intesa nei termini dello schema presentato nel secondo paragrafo, la situazione descritta nelle pagine precedenti potrebbe essere allora sintetizzata in questi termini.

                        Indebolita dalla sua cronica instabilità (squilibrio persistente fra responsabilità e autorità dei dirigenti), l’istituzione curante stenta a produrre le funzioni di direzione e contenimento che potrebbero orientare la dinamica gruppale verso il compito istituzionale.

 

                        CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

«Il motivo centrale del discorso che vorrei fare oggi … [riguarda il fatto] che un importante problema dei servizi psichiatrici del Sistema Sanitario Nazionale sia rappresentato dal personale che li coordina.»

A. Correale (2006a, p. 271)

«Tutto ciò che avviene all’interno dell’équipe deve essere analizzato a due livelli in interazione: quello dell’équipe in rapporto al compito, e quello del compito da portare a termine»

J. Bleger (1989, p. 90)

                        Nell’attuale contesto istituzionale, l’attività del supervisore implica l’esercizio di molte funzioni caratteristiche delle professioni che Freud riteneva impossibili. Si tratta infatti di contribuire a curare i pazienti, cercando di educare gli operatori, affinché accrescano le competenze che loro occorrono per governare efficacemente il dispositivo istituzionale a cui danno vita (Freud, 1937).

Mentre le prime due funzioni sono da sempre implicite nel lavoro di supervisione, l’ultima è una novità dei tempi in cui viviamo e costituisce una conseguenza specifica delle attuali politiche gestionali (Grilli & Taroni, 2004). A rendere sempre più improbo questo compito, bisogna inoltre ricordare che lo psicoanalista supervisionava, sino a non molto tempo fa, nel quadro di contratti di collaborazione che prevedevano tempi di lavoro protratti (il più delle volte era il supervisore che si doveva porre il problema di concludere il suo lavoro, allo scopo di promuovere la crescita del gruppo). Le limitazioni imposte alle spese sanitarie invece impongono, oggi, tempi d’intervento estremamente ridotti, che rendono davvero difficile produrre prestazioni adeguate al compito

(nel caso dell’équipe citata, le supervisioni previste sono solo tre in tutto l’anno). Lo psicoanalista è così posto sempre più frequentemente di fronte a un dilemma imbarazzante: colludere col disfunzionamento dell’istituzione, oppure opporsi con chiarezza a ciò che accade?

Questo contributo è nato dall’esigenza di organizzare i pensieri suscitati dalle esperienze di supervisione, allo scopo di individuare le novità concettuali e metodologiche grazie alle quali si può cercare di affrontare questo aut-aut troppo netto. Sia la descrizione della discussione col gruppo curante che le ipotesi riassunte e argomentate nel paragrafo di sintesi, sono state infatti rielaborate durante una serie di riunioni ad hoc e sono dunque il frutto di un lavoro di riflessione collettivo.

                        Nel testo più volte citato, Bleger sostiene che nel lavoro istituzionale “l’elemento maggiormente perturbatore e più difficile da trattare non è il conflitto, ma l’ambiguità”. Quest’ultima agisce infatti “come un ammortizzatore o come un fattore capace di sfumare i conflitti” (ibid. 76). Quando, grazie al lavoro di supervisione, questi ultimi finiscono per manifestarsi, la loro soluzione non è affatto automatica. Il disagio e la pena che la supervisione comporta, cioè le conseguenze dei conflitti di cui essa (la supervisione) ha promosso il riconoscimento, vanno affrontati con metodi adatti a favorire la loro modulazione e, nei limiti del possibile, la loro risoluzione.

                        Nelle istituzioni ‘aziendalizzate’, le strutture organizzative elementari del lavoro sono messe continuamente in discussione. Gli assetti gerarchici (tutti “dirigenti”, dunque nessuno veramente dirigente), le risorse a disposizione (in teoria razionalizzazione, in pratica razionamento: defunding), la ‘missione’ stessa del servizio (gli obiettivi terapeutici fondamentali: cura/custodia oppure outsourcing, cioè esternalizzazione/risparmio?) sono fattori di produzione che vengono fatti oggetto di una rinegoziazione continua e pressoché interminabile. Ciò rende estremamente arduo fare ciò che distingue un’istituzione sana da un’altra che sana non è: “applicare le misure adatte per la (…) risoluzione” dei conflitti (Bleger, ibid, p. 72). In questo contesto, le funzioni della supervisione psicoanalitica richiedono dunque un radicale ripensamento.

I concetti e i metodi qui discussi, sono un’espansione di alcuni classici principi psicoanalitici, la cui sostanza è riassunta nelle affermazioni che aprono questo paragrafo. Ci sono sempre almeno due livelli di funzionamento che sono continuamente in interazione. Il “compito da portare a termine” è l’insieme degli obiettivi clinici che l’équipe persegue con la cura dei casi di cui riconosce la responsabilità. A questo livello, il supervisore mira a contribuire alla formulazione del ‘progetto terapeutico-riabilitativo’ con una “formulazione psico-dinamica” caso-specifica (Ferruta, 2005; Kassaw & Gabbard, 2002) che ha potuto essere elaborata grazie al lavoro di visioning clinico del gruppo curante (Foresti & Rossi Monti, 2002).

                        Il secondo dei livelli citati – ossia il funzionamento dell’équipe in rapporto al compito primario – pone al supervisore problemi paragonabili a quelli posti, nel lavoro analitico, dall’interpretazione di transfert e dalla struttura del setting. Affrontare le problematiche che ostacolano il perseguimento del compito da parte dell’equipe, è dunque un lavoro insieme inevitabile, rischioso e interminabile. È inevitabile, perché la discussione di questo tipo di problemi prima o poi si impone all’attenzione del gruppo curante. È rischioso, perché discutere il funzionamento dell’équipe può compromettere il sistema delle relazioni gruppali e intergruppali, facendo esplodere i conflitti che erano mantenuti latenti dall’assetto anti-task (contrario al compito) del funzionamento collettivo. È poi interminabile, poiché il tema dell’organizzazione è oggetto di un negoziato intergruppale e intersistemico, che non ha mai fine: si tratta infatti della continua produzione e riproduzione delle relazioni che stabiliscono la struttura e la distribuzione dell’autorità istituzionale.

Riassunto

Il contributo descrive un’esperienza di supervisione in un servizio psichiatrico ambulatoriale. La complessità delle dimensioni cliniche e istituzionali poste dal caso, consente di illustrare i sistemi di fattori che sono in gioco in questo tipo di attività. Facendo uso di diverse ipotesi di lavoro, l’Autore propone di distinguere tre diversi livelli di articolazione dell’analisi, che richiedono strumenti metodologici e concettuali ben differenziati: psicopatologia individuale, dinamiche gruppali e assetto istituzionale. Il lavoro mira a dimostrare come queste prospettive metodologicamente eterogenee possono essere utilizzate in modo ordinatamente integrato solo se si tiene conto dei contesti in cui si opera e delle funzioni che si è chiamati a svolgere.

Parole-chiave

Aziendalizzazione, supervisione, leadership, contenitore, assunti di base, gruppo di lavoro

Bibliografia

Armstrong D. (2002) The ‘Work Group’ Revisited: reflections on the practice of group relations, relazione discussa allo study week end della Tavistock Institute’s Leadership and Organisation Unit, 7-9 febbraio 2002

Armstrong D. (2005) Organization in the mind’, Karnac

Asioli F. (1999) Presentazione, in: Sanza M. (1999) cit.

Barale F. (2003) L’inconscio ai tempi dell’aziendalizzazione. L’istituzione e la memoria, in Rinaldi L. cit.

Barale F., Bertani M., Gallese V., Mistura S. & Zamperini A. (2006) Psiche. Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi e neuroscienze, Giulio Einaudi Editore, Torino

Bleger J (1989) Psicoigiene e psicologia istituzionale, Libreria Editrice Lauretana

Boccanegra L., Magrini M. & Micella M. (2003) Autocredibilità insatura: l’apporto del gruppo dei colleghi all’elaborazione controtransferale dell’analista, in Rinaldi L. cit.

Civitarese G. (2004) Vincolo simbiotico e setting, Rivista di Psicoanalisi, L, 4, 1117-1147

Corradi Fiumara G. (1980) Funzione simbolica e filosofia del linguaggio, Boringhieri

Correale A. (1991) Il campo istituzionale, Borla

Correale A. (2006) Area traumatica e campo istituzionale, Borla

De Martis D., Petrella F. & Ambrosi P. (1987) Fare e pensare in psichiatria. Relazione e istituzione, Raffaello Cortina Editore , Milano

Diatkine R., Quartier-Frings F. & Andreoli A. (1991) Psychose et changement, Presses Universitaires de France, Paris

Ferro A. (1998) Teoria e tecnica della supervisione psicoanalitica. Seminari clinici di San Paolo, Raffaello Cortina Editore

Ferro A. (2002) Fattori di malattia, fattori di guarigione, Raffaello Cortina Editore

Ferruta (2000) Un lavoro terapeutico, Franco Angeli Editore, Milano

Ferruta A (2006) (a cura di) Pensare per immagini, Borla

Ferruta A. (2003) La psicoanalisi fuori dalla nicchia ideologica, in L. Rinaldi (a cura di) Stati caotici della mente, Raffaello Cortina Editore, Milano

Ferruta A. (2005) L’accoglimento in Comunità Terapeutica: una formulazione psicodinamica. I mobiles di Calder, in Asioli F. & Purpura M. (a cura di) La comunità terapeutica. Istruzioni per l’uso, Biblink Omnia Editori, Roma

Foresti G. (2003) Pater semper incertus. Funzioni genitoriali e responsabilità sociali nell’attività clinica e nel lavoro istituzionale., in: Cattorini P. & Foresti G. (a cura di) Gli impulsi del Signor S. Psichiatria, psicoterapia ed analisi etica, Franco Angeli Editore, Milano

Foresti G. (2005) Teorie laiche e culture religiose di fronte al problema della colpa, in: Francesconi M. (a cura di), L’interpretazione della colpa e la colpa dell’interpretazione, Mondatori

Foresti G. & Rossi Monti M. (2002) La diagnosi e il progetto. Visioning clinico e organizzatori psicopatologici, Psicoterapia e Scienze Umane, XXXVI, pp. 65-81.

Foresti G. & Rossi Monti M. (2003) Lo psicoanalista di fronte al dilemma “manage-or-perish”, Psichiatria di Comunità, 2, pp. 67-71.

Foresti G. e Rossi Monti M. (2004) La “psicoterapia istituzionale” trent’anni dopo. Rivista di Psicoanalisi, L, pp. 233-249

Freud S. (1917) Alcuni tipi di carattere tratti dalla pratica psicoanalitica, OSF, Vol 8, pp. 629-653

Freud S. (1921) Psicologia delle masse e analisi dell’Io, OSF, Vol 9, pp. 261-333

Freud S. (1937) Analisi terminabile e interminabile, OSF, Vol 11, pp. 499-539

Gabbard G. (1995) TPD-II: Treatment of Psychiatric Disorders, Second Edition, American Psychiatric Press, Washington D.C. and London, England

Gabbard G. (1997) Borderline personality disorders and rational managed care policy, Psychoanalytic Inquiry, 17: pp. 17-28

Grilli R. & Taroni F. (2004) Governo clinico. Governo delle organizzazioni sanitarie e qualità die servizi, Il Pensiero Scientifico Editore

Guimon J. & Sartorius N. (1999) Manage or perish? The challenges of managed mental health care in Europe, Kluwer Academic/Plenum Publishers

Hinshelwood R. & Skogstad W. (2001) trad.it. Osservare le istituzioni. Ansia, difesa e cultura nei servizi sanitari, Ananke Edizioni, Torino

Kaës R. (1999) Le teorie psicoanalitiche del gruppo, Borla 2006

Kaës R. (2007) Un singulier pluriel. La psychanalyse à l’épreuve du groupe, Dunod, Paris

Kaës R., Kernberg O., Correale A., Diet E e Duez B (1996) Souffrance et psychopathologie des liens institutionnels, Dunod, Paris

Kassaw K. & Gabbard G. Creating a psychodynamic formulation from clinical evaluation, American Journal of Psychiatry, 159: pp.721-726

Kernberg O. (1998) trad it. La relazioni nei gruppi. Ideologia, conflitto e leadership, Raffaello Cortina Editore

Kets de Vries M. & Miller D. (1984) L’organizzazione nevrotica, Raffaello Cortina

Kets De Vries M. (1984) (Ed.) The irrational executive. Psychoanalytic studies in management, International University Press

Kets De Vries M. (1993) trad.it. Leader, giullari e impostori, Raffaello Cortina Editore

Lingiardi V. (2002) L’alleanza terapeutica. Teoria, clinica, ricerca, Raffaello Cortina Editore

Maier G.J. & Van Rybroeck G.J. (1995) Managing countertransference reactions to aggressive patients, in: Eichelman B. S. & Hartwig A. C. (Eds) Patient, Violence and Clinician, American Psychiatric Press

Mazzacane F. (2007) L’analista e i contenuti killer, in Ferro et al., Sognare l’analisi, Boringhieri, Torino

Miller E. (2004) “The ‘Leicester’ Model” revisited, in: Gould L., Stapley L. & Stein M. (Edit.) Experiential learning in organizations. Application of the Tavistock group relation approach, Karnac

Neri C. (2007) La nozione allargata di campo in psicoanalisi, Rivista di Psicoanalisi, LIII, pp. 103-134

Obholzer A. (2007) Le organizzazioni e l’inconscio, in: Perini 2007 cit

Ogden T. (1989) trad.it. Il limite primigenio dell’esperienza, Astrolabio, 1992, Roma

Ogden T. (2004) On holding and containing, being and dreaming, Internationa Journal of Psuchoanalysis, 6, 1349-1364

Perini M. (2007) L’organizzazione nascosta. Dinamiche inconsce e zone d’ombra nelle moderne organizzazioni, Franco Angeli

Ponsi M. (2002) Paradigma relazionale e alleanza terapeutica, in Lingiardi V. (2002) cit.

Quaglino (1999) Leadership. Nuovi profili di leader per nuovi scenari organizzativi, Raffaello Cortina Editore

Rinaldi L. (2003) Stati caotici della mente. Psicosi, disturbi borderline, disturbi psicosomatici, dipendenze, Raffaello Cortina Editore, Milano

Sanza M. (1999) Il comportamento aggressivo e violento in psichiatria. Valutazione intervento, Centro Scientifico Editore

Senge P. (1990) La quinta disciplina. L’arte e la pratcica dell’apprendimento organizzativo, Spelino & Kupfer Editori

Senge P. (1990) The Leader’s New Work: Building Learning Organizations, Sloan Management Review, Vol. 12, pp. 7-24

Sennett R. (1999) trad.it L’uomo flessibile, Feltrinelli

Stapley & Cave (2006) Global Dynamics at the Dawn of 2006, Organizational and social Dynamics, 6, 111-142

Utrilla Robles M. (1998) trad.it. Sono possibili le terapie nelle istituzioni? Fazi Editore, Roma

Vanni A. (1999) Comportamenti violenti e atmosfera del SPDC di Ferrara. Un programma per il miglioramento continuo di qualità, in Sanza M. cit.

Vigorelli M. (2005) Il lavoro della cura nelle istituzioni. Progetti, gruppi e contesti nell’intervento psicologico, Franco Angeli Editore, Milano

VINCENZA QUATTROCCHI

Dipartimento Salute Mentale: un'organizzazione "psico-dinamica"

Intendiamo il Dipartimento per la Salute Mentale come un  contenitore osmotico che ha come mission la la tutela e la promozione di salute mentale.

E’ una struttura che nell’assicurare la complessità dell’intervento si colloca come garante di due aspetti da considerare come cardini dell’assetto assistenziale:l’unitarietà e la simultaneità dell’intervento rispetto alla complessità delle tre componenti biologica-psiclogica-sociale del disagio psichico,l’unitarietà e simultaneità dell’intervento multidisciplinare,laddove in entrambi gli aspetti, il termine integrazione non può essere soddisfacente.

I luoghi della cura si identificano più che altro con gli attori della scena terapeutica ,invertendo la logica dell’istituzione totale del recente passato laddove  il luogo della cura si identificava con  la cura medesima. Oggi,pertanto i luoghi della cura in senso stretto,sono indispensabili ma assolutamente privi di significato se carenti di osmosi, se  asfissiati dalla autoreferenzialità e dalla assenza delle”coordinate temporo -spaziali”.

Lo smantellamento dell’istituzione ha visto nel migliore dei casi una sorta di virtuale trasposizione, dalle mura istituzionali a mattoni più invisibili,più dinamici(psico-dinamici)che sono gli operatori medesimi:la loro mente è il vero luogo della cura. Il riferimento è  alla mente del singolo e la mente del gruppo.I luoghi della cura sono nodi di una rete che li mette in stretta relazione tra loro senza che nessuno di essi sia egemone dell’altro.. Se nessun luogo è egemone dell’altro,la funzione del Centro Salute Mentale è oltremodo la più complessa:punto centrale del processo terapeutico,punto di partenza,ma anche il punto di arrivo,nel senso che è la sede più frequente per il primo accesso ed è la sede nella quale si mantiene il rapporto con il paziente anche alla conclusione di un trattamento più complesso. E’ opportuna la specificità dell’accoglienza  sin dalla prima fase del contatto utente/servizio (l’atteggiamento psicoterapeutico in wireless). La multi-disciplinareità è ovviamente di casa e le attività si articolano in visite specialistiche ambulatoriali e domiciliari,in psicoterapie individuali,di gruppo e familiari,in colloqui di sostegno(anche domiciliari) nelle varie fasi del percorso terapeutico,sia rivolti all’utente che alla famiglia. Il CSM è anche il luogo privilegiato per incontri multiprofessionali strutturati,  ovvero per incontri di tipo formativo. Altra importante funzione del CSM è quella,sviluppatasi negli ultimi anni,della somministrazione quotidiana  della terapia farmacologia,a tutela di quella fascia di utenti che va sostenuta nella conquista di quella compliance.Il farmaco oscilla tra l’essere uno schermo che ostacola la relazione perché vissuto come violazione del corpo ed anche il suo contrario come elemento che favorisce il mantenimento delle distanze tra chi cura e chi è curato, all’ombra di una sorta di evitamento dell’indagine psicologica. Sappiamo anche che nel superare l’attacco al narcisismo ed all’onnipotenza(emozione bifronte condivisa dal curante e dal curato),il farmaco è un mezzo per rendere possibile la relazione per il suo meccanismo d’azione in senso stretto e specifico ed anche perché costituisce un legame con il terapeuta introiettato,presente anche in assenza. Nella rappresentazione mentale dei curanti,ora mezzo di allontanamento o “contenzione”,ora espressione di attitudine terapeutica,ma anche mezzo di comunicazione e supporto delle parti sane.Il consolidamento di un servizio territoriale porta a superare l’assetto di un sevizio “allertato”esclusivamente all’accoglienza della crisi.. Certamente non possiamo identificarci con la figura dell’ esperto esclusivo  per l’emergenza . Piuttosto attraverso azioni multiple, è necessario affrontare il problema dell’acuzie a monte e sotto vari aspetti, dalla prevenzione possibile, all’intervento precoce verso una solida presa in carico da parte di un Servizio, sempre più visibile, riservato rispetto all’intimità della cura e nel contempo riconoscibile rispetto all’offerta. Il gruppo di lavoro ha il compito di fare profondamente suo il concetto che la relazione terapeutica costituisce l’essenza di tutto il processo,pertanto  è indispensabile cimentarsi sul significato dell’alleanza terapeutica che fonda le proprie radici nella relazione primaria,configurandosi come identificazione reciproca attraverso elementi preverbali ed empatici,di sostegno e di accudimento e sull’aspetto più elaborato della alleanza medesima, l’alleanza di lavoro(Greenson)in cui un Io osservante si allea con quello del curante.

Nell’approfondire questo concetto è opportuno dire che gli aspetti psicologici,relazionali e quindi psicoterapici sia in senso lato che in senso specifico e ristretto,hanno,nel trattamento una certa supremazia in quanto ogni atto, dalla prescrizione farmacologia alla riabilitazione psicosociale,è mediato dalla relazione terapeutica ed è “dentro”la relazione terapeutica medesima. Riflettiamo su quanto dinamico(psico-dinamico)è il clima nei luoghi della riabilitazione, in maniera  quasi del tutto spontanea laddove il passaggio dalla spontaneità alla consapevolezza qualifica come terapeutico l’intervento.

Una attenta considerazione dei luoghi della cura(il CSM,il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura,i Centri Diurni,le Residenze e le Comunità Terapeutiche la cui funzione verrà descritta nella relazione ) che facilitano la condivisione della vita tra pazienti ed operatori,porta a definire le azioni psichiatriche,riabilitative reali e condivise con il paziente,come espressione di un intervento che, nell’agire sul mondo esterno ,mira a raggiungere il mondo interno del paziente.

Le azioni dunque sono “pensanti” (RACAMIER),nel senso che corrispondono a pensieri e parole strettamente connesse con le strategie psicoterapeutiche. Il rispetto della vulnerabilità comporta che l’intervento terapeutico venga forgiato come se fosse la chiave per la serratura(kay and look). Diventa cronico tutto ciò che è trascurato ora per carenze di risorse,ora per la mancanza di riflessioni aggiornate sul caso,sui percorsi fatti,sugli strumenti terapeutici.Possiamo dire che diventa cronico, tutto ciò che non è più pensato.

Pertanto, la complessità dell’intervento riguardante l’ambito   riabilitativo altro non è che la cura nella sua accezione più ricca e forse l’unica psicoterapia possibile in situazioni gravi e complesse.

Inoltre la  psicoterapia,intesa in senso stretto viene regolata attraverso uno studio sulla appropriatezza delle psicoterapie rivolte a singoli individui,a gruppi di pazienti ed a famiglie. 

GIUSEPPE BERTI CERONI

L'argomento della relazione riguarda fondamentalmente in tre  aspetti:

1.la relazione terapeuta-paziente (atti e parole) comunque sottesa a qualunque intervento specifico. Ho chiamato questi fattori terapeutici specifici comuni (FTSC).

2.La scelta fra farmacoterapia e psicoterapia quando motivata da specifiche indicazioni (linee guida) e quando scelta culturale nel triangolo paziente- terapeuta e contesto. Il comportamento sociale di cura

3..La funzione di integrazione fra farmaco e psicoterapeuta: quando è meglio che sia lo psicoterapeuta a prescrivere i farmaci e quando è meglio che le funzioni siano separate in due terapeuti?.L'integrazione è solo affidata al paziente?

GIUSEPPE SARAO’

“ SULLA SOGLIA : le dimensioni orizzontali e verticali nel gruppo di lavoro multiprofessionale “

Il lavoro riguarda alcuni modelli di funzionamento del gruppo di lavoro multiprofessionale, descritto come un insieme di funzioni, di corpi e di menti. Il gruppo di lavoro può essere una risorsa fortemente terapeutica se viene utilizzato come  organismo unitario ma che nel contempo ha necessità di possedere funzioni e apparati specializzati. Un corpo-gruppo che naturalmente si organizza su più dimensioni ma che per   essere accogliente e trasformativo, nel senso di cogliere i transfert massivi e frammentati dei pazienti, deve  riconoscere ed articolare le dimensioni orizzontali (la funzione coesiva fraterna e la rivalità degli operatori) con le dimensioni verticali della leadership (le capacità emotive e le valenze genitoriali del leader). Questa difficile e faticosa articolazione può avvenire in varie zone del servizio; in particolare vanno ricercate le zone di transito, di passaggio ( aspetti interstiziali della vita istituzionale) dove è possibile cogliere movimenti e aggregati emozionali che poi si potranno attualizzare e realizzare nel lavoro sul compito ( pazienti gravi e famiglie).

 

GIUSEPPE RIEFOLO

Il servizio e i suoi gruppi

Il servizio territoriale pubblico può essere individuato come particolare contesto terapeutico per la terapia di pazienti psicotici. In tale contesto la terapia gruppoanalitica può essere assunta come funzione terapeutica della istituzione più generale. Il gruppo psicoterapeutico viene ad individuare, gradualmente, un proprio specifico setting che risulti coerente soprattutto con la cornice più generale dell’istituzione, prima ancora che aderente a un modello tecnico prestabilito. Pertanto, una serie di elementi che rendono complessa una istituzione pubblica, possono essere assunti come specifici elementi di un setting capace soprattutto di risonanze con i livelli psicotici di pazienti molto regrediti.

 


 

[1]

 

[2]

 

[3] 

 

 

 

 

 

Roma, 18.05.08 "TRAUMA PRECOCE E RELAZIONE TRANSFERALE "; Sede: VIALE GORIZIA, 24, 00198 ROMA ; Info: sipsiaroma@tin.it  LIVIA.TABANELLI@TIN.IT Fees= euro 35,00

Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Infanzia, dell’Adolescenza

e della Coppia

 GIORNATA DI STUDIO

 

Sabato 17 Maggio 2008

 

TRAUMA PRECOCE E RELAZIONE TRANSFERALE

 

PROGRAMMA

 

 

Ore  8,30   Registrazione partecipanti

Ore  9,00   Salvatore Grimaldi Introduzione

 

Ore  9,15   Luìs Martìn Cabré:  Sul concetto di trauma nella relazione analitica

 

Ore 10,15  Pausa caffè

Ore 10,30  M. Grazia Fusacchia:  Ripensare al trauma nella relazione analitica

Ore 11,30  Luis Martin Cabrè: Discussione della relazione

Ore 12,00  Discussione con la sala

Ore 13,15  Salvatore Grimaldi Valutazione dei partecipanti

 

ABSTRACT

 

Sul concetto di trauma nella relazione analitica

(Luis Martin Cabrè)

Il trauma, a partire soprattutto dall’apporto di Ferenczi, appare come un’invasione nell’Io. É il campo dell’intersoggettivo dello scambio tra l’inconscio della vittima e dell’aggressore, oggetto della passione o della pazzia dell’amore o dell’odio che turba o perturba il funzionamento psichico del bambino.

E, tuttavia, sembra che ci sia qualcosa in comune tra questi due scenari. Se si ripercorrono le peripezie della fantasia masochista del saggio freudiano “Un bambino viene picchiato” (1919) sorgono numerosi interrogativi e questioni. L’Autore si propone di ripensarle alla luce delle aspirazioni e dei bisogni d’amore del bambino, che includono una componente di eccitazione, difficilmente gestibile, la quale si organizza attorno alla fantasia del castigo. Si tratta forse di una ripetizione d’una esperienza traumatica compromessa e mescolata con tutto il componente pulsionale ed erotizzato? Fino a che punto la ripetizione non si configura come un concetto chiave per vincolare certe caratteristiche essenziali del funzionamento perverso con la dinamica del trauma? Ció che non é rappresentabile del trauma, non si riferisce in qualche modo a questo concetto d’inconscio non rimosso?

 

Ripensare al trauma nella relazione analitica

(Maria Grazia Fusacchia)

L’A. presenta un materiale clinico per riflettere sulle questioni che pone la gestione del setting nella psicoterapia psicoanalitica con i bambini vittime di esperienze di abuso sessuale. In particolare, s’interroga sulle vicissitudini dell’effrazione traumatica che sembrano dare luogo a peculiari configurazioni del transfert e del corrispettivo controtransfert. Nella misura in cui, la relazione è permeata da una  compulsiva tendenza alla ripetizione che svuota di senso e riattualizza l’evento abusante, spetta all’analista individuare quei possibili nessi che nel permetterne  la sua significazione affettiva ed emotiva, interrompono la sua coercitiva riedizione.

 

CURRICULUM

 

Luis Jorge MARTÍN CABRÉ

 membro ordinario e analista con funzioni di training de la “Asociación Psicoanalítica de Madrid”. (Societa componente della IPA)

Dal 1995 é stato Segretario scientifico, componente della Segreteria Generale di Training e del “Consejo Científico Administrativo”. É stato inoltre coordinatore della Commisione che studia i rapporti fra psicoanalisi e psicoterapia. Attualmente è componente del Comitato di Training del Instituto Psicoanalitico di Madrid. Collaboratore del International Journal of Psycho-Analysis. Membro di CAPSA, Comissione appartenente all’IPA.E inoltre membro Ordinario della Sociedad Española de Psiquiatria y Psicoterapia del niño y del adolescente (Societa appartenente a la FEAP)

 

 

 

Roma, 23-25.05.2008  "INTERVENTO PSICOTRAUMATICO IN FASE ACUTO POST TRAUMATICA DA STRESS: DAGLI INCIDENTI QUOTIDIANI ALLE MAXI-EMERGENZE" Sede: A. O. SAN CAMILLO FORLANINI ; Info: psicoemergenza@hotmail.com FORMAZIONE@SCAMILLOFORLANINI.RM.IT ; Fees= euro 160,00.

Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini 

 

 

Servizio di Psicologia Clinica / Area Crisi ed Emergenza

Responsabile dr.ssa Raffaella Gorio

O6  5870 4693       fax   06   5870 4375

psicoemergenza@hotmail.com

 

Evento E. C. M.

Progetto formazione – addestramento – aggiornamento

 

Titolo  

Intervento psicotraumatologico in fase acuta e post traumatica da stress: dagli incidenti 

   quotidiani alle maxi – emergenze

 

Problema  

Disagio psichico della persona in condizioni critiche: il pronto soccorso psicologico. L’esperienza di un Trauma coinvolge, intensamente, la sfera emozionale di ognuno; è necessario porre attenzione alle reazioni sintomatiche specifiche per  un’ adeguata e peculiare risposta clinico psicologica  –  tecnica alla richiesta d’aiuto.                        

                    

Destinatari             

10 psicologi  / psicoterapeuti, 10 infermieri e 10 medici; 3 posti sono riservati all’organico aziendale.

E' prevista una quota d'iscrizione di 160,00 euro, ridotta del 50% per i dipendenti dell'Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini

 

Obiettivi nazionali   

33 - Gruppo 2

 

Obiettivo generale      

Saper affrontare l’evento traumatico tecnicamente preparati, attraverso idonei corsi di formazione in ambito psicotraumatologico al fine di conoscere le linee guida gli aspetti legislativi e i percorsi diagnostico – terapeutici nell’ambito della Psicologia dell’Emergenza.

L’apprendimento si focalizza sulle tecniche e modalità  di comunicazione e di gestione del Trauma per il trattamento delle dinamiche di gruppo e individuali  nel conflitto e nello stress che possono essere  utilizzate nel trattamento psicologico in caso di Disturbo Acuto e Post                                           Traumatico da Stress per la prevenzione e il contenimento delle crisi                                          emozionali come reazioni sintomatiche durante e dopo un  evento                                          altamente critico da parte dei pazienti, dei familiari e degli operatori                                          sanitari; quindi, porsi in grado di aiutare e sostenere anche i propri pari                                   appartenenti alle varie categorie professionali coinvolte nei soccorsi;                                              saper gestire e monitorare efficacemente, tramite le opportune strategie e conoscenze apprese, l’elevato livello di stress causato da Traumi presenti nelle Vittime di I, II e III tipo coinvolte in eventi critici; prevenire il bourn out degli operatori sanitari ed delle categorie di assistenza coinvolte nei soccorsi.

                                     

Obiettivi specifici                                -   Acquisire conoscenze teoriche e pratiche attraverso 

                                                                      aggiornamenti in tema di competenze e capacità 

                                                                      operative di gestione psicologica e  psicotraumatologica 

                                                                      in occasione di incidenti critici e di eventi calamitosi

                                                                 -   Acquisire abilità tecniche in tema di supporto 

                                                                      psicologico rivolto alle vittime di eventi critici

                                                                 -    Migliorare le capacità relazionali e comunicative  

                                                                      nell’ approccio alla crisi psicologica  

 

Articolazione 

Una edizione di tre giorni per un totale di ventiquattro ore di formazione / addestramento.

Aula Belli, A. O. San Camillo – Forlanini, Roma.

23  –  24 –  25 Maggio 2008

Materiale didattico 

CD e dispense di ogni docente per ognuno dei partecipanti, riferimenti bibliografici.

 

Metodologia didattica 

Lezione magistrale ( A )

Relazioni su temi didattici preordinati ( B ) 

Confronto e  dibattito tra  discenti ed esperti guidati da un conduttore ( D )               

Dimostrazioni tecniche senza esecuzione diretta da parte dei partecipanti ( E )                                                        

Presentazione di problemi o di casi clinici in seduta plenaria ( F )

Esecuzione  diretta da parte di tutti i partecipanti in attività pratico –  tecniche ( H )                                        

Simulate, role playing ( I )

Supervisione clinica   

 

PROGRAMMAZIONE

 

 

Orario

 

Tipologia metodologia didattica

 

Titolo lezione

 

Nome del docente e suo sostituto

 

 

23 Maggio

 

 

 

8.30 –  9.00

 

9.00 - 10.00

 
A

Presentazione del Corso

 

La funzione e l’esperienza clinica dello psicologo in Emergenza e Maxi –Emergenza.

Presentazione di un Modello tecnico – clinico e organizzativo per l’Intervento psicologico in emergenza

 

 

Raffaella Gorio

 

Raffaella Gorio

 

 

 

 

 

Paola Ciurluini

 

 

 

 

 

10.00 - 11.00

F

 

La Comunicazione

internazionale in Emergenza Umanitaria.

 

 

Sergio Cecchini

 

Andrea Pontiroli

11.00 - 11.15

 

intervallo

 

 

 

11.15 - 12.15

F

 

Gestione delle informazioni attraverso i Mass Media

 

Sergio Cecchini

 

Andrea Pontiroli

 

12.15 - 13.15

 

F

 

Osservazione di materiale

audiovisivo e condivisione delle

Esperienze sul campo di Médecins Sans Frontières

 

 

Sergio Cecchini

 

Andrea Pontiroli

13.15 - 14.15

 

pausa pranzo

 

 

 

14.15 - 15.15

 

F

 

I Diritti Umanitari nella legislazione internazionale:

influenza culturale ed

antropologica.

L’esperienza di Amnesty

International

 

 

Stefano Pratesi

 

Francesca Cesarotti

15.15 - 15.30

 

intervallo

 

 

 

15.30 - 16.30

 

F

 

Il recupero delle vittime di Tortura.

l'Esperienza italiana dei Medici contro la Tortura

 

 

Carlo Bracci

 

                           

 

Flavia Citton

 

16.30 - 17.30

F

 

La funzione e l’esperienza infermieristica in

Pronto Soccorso

 

 

Roberta Delle Fratte

 

Carla De Simone

 

17.30 - 18.30

B

 

Il lavoro interdisciplinare

d’equipe e il contributo dei volontari.

Il supporto dei pari

 

 

Stefania Guarrasi

 

Anna Contardi

 

 

24 Maggio

 

 

 

9.00 - 10.00

F

 

L'Intervento psicologico nella gestione del Panico

individuale / collettivo e delle situazioni emotive in situazioni altamente critiche

 

Raffaella Gorio

 

 

 

 

 

 

Stefania Guarrasi

 

 

 

 

 

 

 

10.00 - 11.00

D

 

Osservazione di materiale

audiovisivo

Esperienza Pratica Guidata

 

 

Raffaella Gorio

 

 

Stefania Guarrasi

11.00 - 11.15

 

intervallo  

 

 

 

11.15 - 12.15

B

 

Approccio Cognitivo – 

Comportamentale ad

un evento critico.

Strategie di coping

 

 

Anna Contardi

 

Rubina D’Errico

 

12.15 – 13.15

E

 

Modalità d'Intervento: Briefing, Defusing,

Debriefing Psicologico

Strategico alle Vittime

 

 

Anna Contardi

 

Rubina D’Errico

13.15 - 14.15

 

pausa pranzo  

 

 

 

14.15 - 15.15

E

 

L’Approccio della Psicologia Strategica Breve ai Disturbi d’ansia

 

 

Giulietta  Vulcano

 

Stefania Guarrasi

 

15.15 – 16.15

F

 

Psicofisiologia del Trauma: Intervento integrato nella psicologia d'Urgenza

 

 

Gaetano Persico

 

Vezio Ruggieri

16.15 - 16.30

 

intervallo

 

 

 

16.30 - 18.30

H

 

Tecniche di trattamento psicofisiologico per il Disturbo Acuto e Post Traumatico da Stress.

 

 

 

Gaetano Persico

 

Vezio Ruggieri

 

 

 

 

25 Maggio

 

 

9.00 - 10.00

B

 

La Comunicazione

terapeutica con il paziente

in fase Acuta e Post

Traumatica da Stress

 

 

Stefano Boschi

 

Mauro Macchio

 

10.00 - 11.00

E

 

Tecniche di Comunicazione:                       

la Comunicazione Empatica ed Efficace

 

 

Stefano Boschi

 

Mauro Macchio

11.00 - 11.15

 

intervallo  

 

 

 

11.15 - 13.15

H

 

Aspetti della

Programmazione Neuro

Linguistica applicata alla

Psicologia Clinica

 

 

Stefano Boschi

 

Mauro Macchio

13.15 - 14.15

 

pausa pranzo  

 

 

 

14.15 - 16.15

I

 

Trauma pregresso e attuale:

aspetti transgenerazionali nella trasmissione della Memoria Traumatica

Gli scenari degli eventi e Supervisione clinica

 

 

Stefano Boschi

 

Mauro Macchio

16.15 - 16.30

 

intervallo

 

 

 

16.30 - 17.30

D

 

Teorie modalità e tecniche apprese applicabili in un Debriefing Psicologico Strategico nel

 fronteggiamento del

Disturbo Acuto e Post

Traumatico da Stress: la gestione del Trauma psichico

 

 

Stefania Guarrasi

 

Anna Contardi

 

17.30 - 18.30

D

 

Confronto e  dibattito

sugli interrogativi riguardo

il disagio operativo

nell’approccio psicologico

clinico all’ evento traumatico

 

 

Stefania Guarrasi

 

Anna Contardi

 

 

18.30 – 19.30

 

 

Valutazione dei partecipanti:

verifica, questionario.

Somministrazione questionario gradimento

E. C. M.

Conclusioni e saluto

 

 

Raffaella Gorio

 

Paola Ciurluini

 

 

 

Valutazione di fine corso   L’apprendimento da parte dei partecipanti viene verificato attraverso 

                                                        un questionario a  domande a risposta aperta circa gli 

                                                        argomenti specifici trattati durante il Corso. 

                                                        I discenti avranno a disposizione 45 minuti per rispondere; la prova 

                                                        sarà ritenuta superata se risponderanno almeno a 10 domande.

 

                                                        In conclusione, ai partecipanti sarà somministrato un questionario di 

                                                        gradimento  E. C. M.                                                                                                          

 

 

 

 

 

 

Proponente l’Evento formativo -    Raffaella Gorio

 

 

Responsabili scientifici -    Raffaella Gorio, Stefania Guarrasi

 

 

Progettazione -   Stefania Guarrasi

 

 

Organizzazione -   Anna Carderi

               Servizio di Psicologia Clinica / Area Crisi ed Emergenza

                                                  O6 58704693   fax. 06 58704375 psicoemergenza@hotmail.com

                                                  3294087906  –  3383719426  –  3383279034                                                 

 

 

Supervisione aziendale -    Anna Di Marsico, Maria Bricca, Adriana Nitto

                                            U. O. C. SVILUPPO DELLA FORMAZIONE E DEL GOVERNO CLINICO

                                                       


 

 

Abstract

 

 


 

Nel considerare l’approccio al disagio del paziente critico, l’integrazione interdisciplinare, come mostra il programma nei suoi contenuti, rappresenta un suggerimento funzionale per l’Intervento Psicotraumatologico sulla persona che ha in atto un Disturbo Acuto da Stress; Intervento che ha valenza anche preventiva sulla possibile trasformazione del sintomo acuto che tende alla cronicizzazione nell’evolversi in Sindrome Post Traumatica da Stress. Le tecniche e le modalità integrate dei diversi approcci della psicologia durante e dopo un intervento d’urgenza, rivelano la loro valenza preventiva per il bourn out degli stessi  operatori coinvolti in un soccorso.

  Le emergenze della vita sono tante ed hanno un filo conduttore che si chiama shock da frattura psichica.

“ L’incidente quotidiano ” è quello di un ragazzo che perde una gamba, il burn out, il mobbing, un abuso, un lutto, una incalzante patologia organica e così via come ancor peggio nella vita possono presentarsi gli eventi critici, per arrivare a quelli straordinari come le maxi – emergenze che coinvolgono la partecipazione della collettività in un dramma condiviso e da condividere.

  Gli orientamenti della psicologia clinica adottati dal corso sono: psicofisiologico, relazionale, cognitivo comportamentale, strategico breve ed insieme, la proposta di un aggiornamento in merito ai protocolli della comunicazione efficace.

  Una panoramica sull’azione degli organismi internazionali che operano sul campo, quali il ricco contributo scientifico e la presenza al corso di rappresentanti di Amnesty International, Medici contro la Tortura e Médecins Sans Frontières, tende a definire il senso dell’integrazione per un intervento di “ urgenza ” offrendo una ampia possibilità di confronto con le nostre realtà, individuando punti di contatto e suggerendo riflessioni.

 

 L’esigenza e l’obiettivo per la gestione di un pronto soccorso psicologico sono quelli di avvalersi di strumenti idonei clinico – tecnici, relazionali e di comunicazione durante la fase dell’accoglienza, del monitoraggio, della valutazione del livello di criticità di una Vittima e nelle fasi della prevenzione e del contenimento delle crisi emozionali individuali e di gruppo.

Raffaella gorio      Stefania guarrasi


 

 

 


 

 


 

                                                        


 

 

 

                                                                                                                                                      

 

 

 

Roma, 20.05-10.06.2008 "TEMI DI CONFINE NELLA CLINICA E NELLA TEORIA PSICOANALITICA "; Sede: CENTRO DI PSICOANALISI ROMANO VIA PANAMA 48 ROMA ; Info: segreteria@centropsicoanalisiromano.it Fees= euro 144,00.

CORSO DI AGGIORNAMENTO

Dr. Giuseppe Riefolo

 

"TEMI DI CONFINE NELLA CLINICA E NELLA TEORIA PSICOANALITICA"

 

PROGRAMMA:

 

20/05/2008

1. Configurazioni analitiche e processo psicoanalitico

 

27/05/2008

2. Scissione e dissociazioni

 

03/06/2008

3. Dalle nevrosi alle psicosi passando per l'isteria

 

10/06/2008

4. In tema di autenticità

 

 

Abstract.

 

Nei quattro seminari proposti si toccano alcuni temi di confine della teoria e della clinica psicoanalitica che riguardano, da un lato il tema dei quadri clinici di confine quali le nevrosi e le psicosi letti soprattutto attraverso il registro dei quadri isterici che, soprattutto nella clinica pre-psicoanalitica e nei primi scritti di Freud e Breuer, contemplavano  i quadri delle nevrosi quanto delle psicosi (o follie) isteriche. In linea col tema dell'isteria si situa una riflessione e puntualizzazione sia storica che clinica sul tema della Spaltung/splitting/scissione rispetto alle varie forme di dissociazione introdotte in modo specifico dalla psicoanalisi. In un seminario ci si soffermerà sul concetto di "configurazione" rispetto al concetto di "processo" psicoanalitico cogliendo il le configurazioni come momento in sé definito, elementare e di base del processo. Infine ci si soffermerà a considerare il concetto di autenticità come caratteristica del processo analitico, rintracciabile continuamente nelle dinamiche del campo. Ciascun seminario avrà una introduzione di ordine teorico, ma si organizzerà soprattutto sull'analisi di vignette o intere sedute analitiche proposte dal conduttore. Una terza parte del seminario sarà dedicata alla discussione in gruppo sia degli esempi clinici che delle proposizioni teoriche.  L'obiettivo di base dell'intera serie dei seminari è soprattutto  la riflessione sulla posizione dell'analista nella seduta analitica

 

 

ORARI:

 

Ore 21,00 – 22,00

 

Relazione del docente

Ore 22,00 – 23,00

 

Discussione con la sala

Ore 23,00– 23,30 (solo 10/06/2008)

 

Questionario di apprendimento

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandria, 24.05.2008 "DAL DUE AL TRE: DALLA RELAZIONE MADRE BAMBINO AL RAPPORTO COI GENITORI E COI GRUPPI "; Sede: ALESSANDRIA, SALA CHESSA - SERT- AL, VIA MAZZINI 85 ; Info: esterferrando@tiscali.it ANNALISA.SCEPI@TISCALINET.IT Fees= euro 30,00.

ABSTRACT

 

Simona Capolupo

‘E’ solo l’orco che mangia i bambini? Analisi dell’amore fagocitante materno’

 

In questa relazione si vuole porre l’attenzione non tanto sulle madri-streghe, frustranti assenti e poco affettuose, di cui peraltro la letteratura psicoanalitica è piena, ma piuttosto di quelle mamme iperprotettive, troppo presenti, invadenti , le mamme definite nel mio libro come “mamme che amano troppo”.

Come dice lo psicoanalista Carloni (1975): “Che dire di quei comportamenti iperprotettivi e possessivi di certe madri che divorano letteralmente l’identità distinta dei propri figli...”

Di queste mamme problematiche, e spesso inconsapevoli delle loro difficoltà anche perchè c’è una realtà mediatica manipolatoria che sostiene il troppo amore materno, si vorrà prendere in considerazione:

l’aspetto aggressivo sottostante a comportamenti di totale dedizione e sacrificio rispetto ai figli;

l’aspetto narcisistico insito in certi atteggiamenti e confuso con la capacità di amare l’altro;

il bisogno inconsapevole di queste mamme di vivere il figlio come parte di sè (una propaggine) e quindi  non permettendo, o per lo meno a non facilitando, l’aspetto evolutivo e autonomo nè di se stesse nè dei figli.

E’ mia opinione che l’eccesso di affetto e di premure verso i figli, il cui risultato è spesso nefando, potrebbe essere rivisitato se una madre potesse dare un senso all’aspetto di ostilità insito nel rapporto verso il figlio (come d’altra parte in tutti quei rapporti in cui entra in gioco un forte coinvolgimento affettivo!)

 

 

Donata Maglietta

Bambini e adolescenti: disarmare i mostri

 

Il piccolo gruppo analitico è la terapia che meglio si adatta al mondo infantile e adolescenziale per un infinità di ragioni.   In gruppo i bambini  e gli adolescenti costruiscono legami e rispecchiamento, imparano a condividere il tempo e lo spazio, imparano ad esprimersi e a separarsi e lo fanno prevalente attraverso il linguaggio elettivo del gioco con la guida di uno psicoterapeuta che ha la funzione di testimone e guardiano dello sviluppo dei processi.

Il gruppo contribuisce a costruire la pensabilità, che é uno dei compiti della crescita. La costruzione e’lespansione della pensabilità fonderà il benessere psicofisico dell’individuo e del suo modo di essere presente nel mondo. I bambini  e gli adolescenti in gruppo sono aiutati a trasformare la sensorialità, le somatizzazioni, gli atti, le scariche motorie in scene e in storie che, dando forme e suono alle emozioni, conducono all’alfabetizzazione degli affetti: i giochi, le scene e le storie rendono quindi pensabili i pensieri sugli eventi.   

Un attenzione particolare viene rivolta alla formazione dei conduttori dei gruppi  analitici di bambini. Il tema del viaggio nel tempo è il filo conduttore più frequente nel lavoro analitico in gruppo poiché  il viaggio non è solo una me­tafora ricorrente ma un evento reale. Se la psicoanalisi è un viaggio che affronta dimensioni del tempo e dello spazio che vanno dal pre­sente al passato e dal passato al futuro, con i bambini e gli adolescenti il percorso analitico è dentro al tragitto evolutivo, mentre tocca il passato diventa pre­sente e si dirige verso il domani. Lavorando con l'età evolutiva non ci si può fermare, stando accanto ai ragazzi  anche gli adulti terapeuti diventano apprendi­sti del futuro..

 

 

 

Fiorella Pezzoli

"Il sostegno alla competenza genitoriale: una proposta innovativa”

 

Verranno introdotti brevemente i principali cambiamenti avvenuti nella famiglia italiana negli ultimi quarant’anni  sia nei termini strutturali sia valoriali e si evidenzieranno le difficoltà che i genitori incontrano oggi nello svolgimento della loro funzione.

La contestualizzazione storico-geografica ha la finalità di  evidenziare come  i cambiamenti sociali in atto hanno modificato il campo di riferimento entro cui i genitori sono chiamati a compiere la loro funzione.

Il gruppo di genitori, condotto psicodinamicamente,  può rendere più intelligibile tale campo e permettere l’attivazione o il recupero delle competenze genitoriali di ciascun genitore.

Verrà esplicitato attraverso quali processi e quali meccanismi questo è reso possibile e verrà esposta qualche esemplificazione clinica.

 

 

 

 

 

Firenze, 23.05.2008 "CIÒ CHE TEMO ACCADE, E QUEL CHE MI SPAVENTA MI RAGGIUNGE.IL SUICIDIO "; Sede: ACCADEMIA DI SCIENZE LA COLOMBARIA-FIRENZE ; Info: info@quidcom.com ; Fees= n.d.

PROGRAMMA:

“…ciò che temo accade, e quel che mi spaventa mi raggiunge.”

Il Suicidio

 

Firenze, 23/05/2008

 

Presso

Accademia La Colombaria

 

Ore 8.45 Apertura dei lavori:

               Ass. Graziano Cioni, assessore politiche sociali Comune di Firenze

               Dr. Paolo Rossi Prodi, resp. UFSMA Firenze

        

Ore 9.00 Introduzione:

               Le domande inevase

              Laura Belloni, psichiatra, Responsabile del Centro Regionale sulle Criticità Relazionali

             Sandro Domenichetti, psichiatra, resp. MOM SMA 5

 

Chairman/Discussant: Giuseppe Saraò

 

 Ore 9.30 Epidemiologia e il Suicidio in Toscana 

               Fabio Voller, epidemiologo area epidemiologia sociale ARS

               Caterina Silvestri, psicologa, ARS

 

Ore 10.00 Suicidio & Mass Media: l'effetto Werther

                  Luciano Massimo Canova, professore di "Psichiatria Sociale" Dipartimento di      Neuroscienze/Sez. Psichiatria Università di Siena

 

 

Ore 10.30  Le possibili risposte (Presentazione Progetto Sperimentale)

                 Laura Belloni, Dario Iozzelli, Alberto Bacchereti, Angelo Avarello, AOUC

 

Ore 11.00 COFFEE BREAK

 

Ore 11.15 DIBATTITO

 

Ore 13.30 LUNCH

Chairman/Discussant: Marco Armellini

 

Ore 14.30  Non esserci più...Il tentativo di suicidio in adolescenza

                G. Pietropolli Charmet, Docente Psicologia Dinamica Univ. Milano

 

Ore 15.00 Attualità in tema di prevenzione e trattamento del comportamento suicidario

               Giuseppe Corlito, resp.DSM ASL 9 Grosseto

             

Ore 15.30  Dibattito

 

Ore 16.30 Conclusioni

                 Galileo Guidi Responsabile Salute Mentale, Regione Toscana

 

Ore 16.45

 

Interventi preordinati:

Gemma Brandi

Walter Ciardo

Paolo Cioni

Michele Conte

Massimo De Berardinis

Maurizio Ferrara

Roberto Leonetti

Franco Sirianni

Andrea Tanini

Lucia Zani

 

ore 17.45 Test finale ECM

 

 

Segreteria scientifica:

Laura Belloni, Sandro Domenichetti

 

 

INFORMAZIONI GENERALI

Sede del Corso di Aggiornamento:

Accademia di Scienze e Lettere La Colombaria – Via s. Egidio 23 - Firenze

 

 

Iscrizione al Corso di Aggiornamento

L’iscrizione al corso è gratuita.

E’ necessario inviare alla Segreteria Organizzativa l’allegata “Scheda di Iscrizione” debitamente compilata entro e non oltre il 30 aprile 2008.

 

Segreteria Organizzativa

QUID Communications srl

Via G.C. Vanini, 5-50129 Firenze tel.: 0554633701 fax: 0554633698 info@quidcom.com

Educazione continua in medicina - ECM

Sono stati richiesti al Ministero della Salute i crediti formativi per  un numero massimo di 70 medici individuati fra medici psichiatri  e psicologi. Per acquisire i crediti assegnati, i partecipanti dovranno compilare il questionario di verifica dell'apprendimento e la scheda di valutazione dell'evento. Sono obbligatorie le firme di entrata ed uscita, ed il 100% di presenza al corso.

Attestato di Frequenza

L’attestato con i crediti formativi verrà recapitato direttamente al partecipante dopo la verifica del questionario di valutazione dell’apprendimento.

Variazioni

La Segreteria Scientifica e la Segreteria Organizzativa si riservano il diritto di apportare al programma tutte le variazioni che si rendessero necessarie per ragioni tecniche e/o scientifiche.

OBBIETTIVO DELL’EVENTO:

Far acquisire conoscenze teoriche ed aggiornamenti in tema di citologia endometriale

PAROLE CHIAVE: 1) Suicidio 2) Prevenzione 3) Psicopatologia.

TIPOLOGIA DELL’EVENTO: f) Convegno

MODULO ELENCO OBBIETTIVI: Obbiettivo N° 21

 

SCHEDA DI ISCRIZIONE

da inviarsi alla Segreteria Organizzativa entro il 30 aprile 2008.

L’ammissione deve essere confermata da parte della Segreteria Organizzativa via e-mail;

(COMPILARE IN STAMPATELLO)

Cognome_______________________________Nome____________________________________

 

Nato a_________________________________il________________________________________

 

Codice fiscale personale___________________________________________________________

 

Professione______________________________________________________________________

 

Disciplina_______________________________________________________________________

 

Ente____________________________________________________________________________

 

Indirizzo Ente/Studio Privato_______________________________________________________

 

CAP_________________________Città______________________________________________

 

Telefono____________________________________Fax_________________________________

 

Numero di cellulare_______________________________________________________________

 

e-mail__________________________________________________________________________

 

Esprimo il consenso al trattamento dei miei dati per le finalità consentite dalla legge n. 675/96

 

 

data______________________________________firma________________________________________________

 

 

                                                                                              RAZIONALE

 

"Il suicidio è la forma più eclatante di aggressività verso se stessi, è un atto che comunica disperazione, incapacità di valutare obiettivamente il futuro, convinzione profonda che nulla abbia più un senso. La frequenza del suicidio giovanile è molto elevata: le stime mondiali parlano di un milione di morti per suicidio all'anno, corrispondenti a 16 casi su 100.000 abitanti. Negli ultimi 50 anni l'incidenza del suicidio è aumentata del 60%, diventando la terza causa di morte per gli adolescenti ed i giovani adulti.
Mentre fino a poche decine di anni fa il gruppo più a rischio era rappresentato dagli uomini anziani, in molti paesi oggi sono gli adolescenti e i giovani ad avere il più alto  rischio di suicidio.Da un lato dovremmo saper prestare attenzione alla presenza di fattori di rischio, riconoscendoli precocemente: tra questi, la presenza di un disturbo psichico riconosciuto (depressione, disturbi psicotici, disturbo da uso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare), la presenza di sintomi psichici nuovi, non riconosciuti o trattati e la variazione nei comportamenti (ad esempio, il calo del profitto scolastico, il ritiro sociale).Il convegno è un momento nella definizione di un progetto di azioni preventive nella città di Firenze che coinvolga i Servizi di Salute Mentale e L'università".

 

ABSTRACT DELLE RELAZIONI

Belloni  Dr.ssa Laura

Tentato suicidio

Introduzione

Il tentato suicidio è un fenomeno frequentemente riscontrato nella pratica clinica e pur non costituendo una categoria nosografia specifica determina una peculiare situazione nella quale l’operatore si trova a vivere sentimenti ed emozioni significativi.

Attingendo dall’esperienza clinica consulenziale svolta nell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Careggi (Firenze), costituita da circa 350 interventi consulenziali annui rivolti a soggetti che hanno tentato il suicidio, questo articolo si propone di vedere il tentato suicidio non solo come sintomo psicopatologico ma come espressione di un momento di crisi dell’individuo, intesa come opportunità di trattamento, “occasione” per il soggetto di pensare una risposta alla crisi diversa dall’attentare alla propria vita.

La “complessità del fenomeno” (W. Festini Cucco, L. Cipollone, 1992) non consente di formulare ipotesi di intervento preordinate o generalizzabili, come protocolli di trattamento o linee guida applicabili a tutti i casi indiscriminatamente; si può invece pensare un intervento fondato sul prendersi cura della persona nella sua complessità bio-psico-sociale attraverso l’ipotesi di percorsi terapeutici dedicati.

Approcciarsi al tentativo di suicidio secondo un modello di causalità lineare risulta impossibile, poiché “ogni singolo suicidio come fatto incondizionato non si presta mai ad essere compreso e spiegato in maniera sufficiente secondo una legge causale di validità generale, possiamo solamente cercare di ricostruire e mettere insieme alcune circostanze che hanno reso possibile il fenomeno.” (K. Jaspers, 1948).

Attribuire al tentativo di suicidio l’esclusivo significato di sintomo psicopatologico impedisce di comprendere la multidimensionalità dell’evento, precludendo la possibilità di indagare le componenti soggettive e relazionali che sottendono il fenomeno.

Occuparsi di tentati suicidi diventa quindi occuparsi principalmente di quel soggetto che ha tentato il suicidio, senza dimenticare di occuparsi di noi stessi come operatori e delle nostre reazioni emotive, strumento terapeutico fondamentale nella relazione col paziente.

 

Il senso del tentato suicidio come sintomo

 

La comprensione del fenomeno del tentato suicidio alla luce di un unico paradigma (psicopatologico/psichiatrico o sociologico/statistico) non sembra possibile né utile: da un lato comprimere in categorie rigide un atto così contraddittorio e multideterminato rischia di darne una lettura quantomeno parziale e incompleta, dall’altro la rigidità di un’unica prospettiva sembra sottolineare l’incapacità di porsi in modo flessibile di fronte a questo fenomeno, in un atteggiamento difensivo e distanziante nei confronti del carico di angoscia e sofferenza che esso porta con sé.

Utilizzare più sistemi di riferimento possibili rende giustizia della multiformità dell’oggetto di studio e può consentire una lettura più articolata ed esaustiva, che non permetta semplificazioni e riduzioni rassicuranti.

Dall’esperienza derivata dalla nostra ricerca emerge la consapevolezza di quanto dietro l’etichetta di tentato suicidio si apra un mondo molteplice e diversificato, nel quale la storia di ogni singolo paziente ha diritto di essere conosciuta e compresa nel rispetto della sua unicità.

Se è lecito e utile cercare dei fattori comuni che individuino costellazioni specifiche (sociali, psicopatologiche ecc), e quindi percorsi terapeutici mirati, è pur vero che suona convincente l’affermazione di Hillman (1964), per il quale “in sé il suicidio non è né sindrome né sintomo”. Forse, tenendo presente questo, sarà possibile cercare insieme al paziente il significato che il suo gesto ha avuto e ha per lui, in modo che diventi oggetto di un pensiero, senza che sia il peso della patologia o del disagio a determinarne il percorso terapeutico.

Le domande che ci poniamo sono dunque queste: qual è la storia della persona che abbiamo di fronte? attraverso quale percorso di vita è arrivato alla decisione di farsi del male o cercare la morte? che significato ha avuto quel gesto, e quale significato ha adesso? quale significato hanno i sentimenti che muove nel reparto, negli infermieri e nei medici? e nella famiglia?

Prescindere dal porsi queste domande rischia di far vedere prevalentemente il sintomo: magari si riesce ad agire su di esso, ma si può non incontrare la persona che ne è portatrice e ignorare, anche noi, quello che ha da dire.

 

 

Le competenze dei pazienti

Il tentato suicidio è un gesto complesso, che evoca l’ambivalenza dell’uomo nei confronti della morte; attraverso l’atto di cercare la morte la persona afferma il desiderio di decidere della propria vita, esprimendosi in un gesto relazionale carico di significati. Secondo Fornari (1967) “ogni suicida sul piano cosciente sembra voler negare il proprio rapporto con il mondo, ma nell’inconscio in realtà lo ricerca in modo disperato.(…) Il togliere di mezzo se stessi è la forma più radicale di tirare in ballo gli altri. (…) Ogni suicida in qualche modo vuole gettare il proprio cadavere sulle spalle di qualcuno”.

Se il suicidio è un taglio (“cidere”) del filo della propria (“sui”) vita, è comunque un atto relazionale, di dialogo con il mondo, in cui assume un ruolo centrale l’impossibilità di figurarsi una realtà diversa da quella in cui si è presenti.

Il tentato suicidio appare dunque in questa ottica come agito con una valenza comunicativa a cui porgere attenzione; da qui la necessità di domandare e domandarsi quale sia la richiesta d’aiuto sottesa.

Il paziente sembra utilizzare il gesto autolesivo come risposta ad una situazione di crisi disperante: l’atto suicidario, che solitamente è considerato disadattativo, può così essere visto in senso adattativo come tentativo, seppur estremo, di recuperare il controllo della propria vita, segnale di una lotta attiva contro quello che J. T. Maltsberger (2004) chiama “emotional flooding” (“inondazione emotiva”).

Se pensiamo alla “crisi” così come la intende Pagliarani (1993), quella che il paziente vive può essere  considerata non più come un vuoto di senso e significato, un “nulla” da superare che provoca spavento e terrore, ma un’“occasione di scoperta, difficile, dolorosa ma redditizia”, in cui lo spazio negativo diventa momento generativo di pensieri nuovi.

La sfida che si pone al clinico può essere allora sia quella di scoprire nel paziente risorse comunicative e reattive che possono essere utilizzate nel lavoro con lui, sia di rendere possibile un pensiero sull’agito, nel tentativo di vedere la crisi da una diversa prospettiva, non abisso in cui sprofondare ma varco, finestra che può aprirsi su di una profondità nuova, possibilità di trasformare una mancanza in risorsa, capace di alimentare la creatività.

 

Atteggiamento e difese del clinico

Merita una riflessione ciò che il clinico prova di fronte al paziente che ha tentato il suicidio, in quanto si tratta di un incontro che muove inevitabilmente delle reazioni che è necessario riconoscere se vogliamo evitare le collusioni o gli agiti controtransferali.

Le emozioni più frequenti che si provano di fronte a questi pazienti sono l’angoscia, il senso di impotenza o il desiderio salvifico di “risolvere” il problema.

Il paziente che ha tentato il suicidio può richiamare alla mente del clinico fantasie sulla possibilità di uccidersi, o comunque sull’eventualità di fronteggiare la propria morte (A. C. Ballerini, F. Fonnesu, P. Benvenuti), ed è quindi possibile che questo provochi l’attivazione di meccanismi di negazione e di fuga.

D’altra parte, il desiderio onnipotente di salvare il paziente può, in modo speculare ma non meno pericoloso, indurre ad affrontare con difficoltà e ambivalenza questi pazienti notoriamente e per definizione “difficili” e a forte rischio di insuccesso, provocando sentimenti di vergogna connessi al rischio di una ferita narcisistica.

Da considerare infine la reazione emotiva che la reiterazione del gesto autolesivo provoca nel clinico che ha in carico il paziente (ma anche nel consulente che si trova a fronteggiare fenomeni di revolving doors consistenti) ovvero un profondo senso di colpa per ciò che è stato o non è stato fatto.

L’atteggiamento di negazione del problema è ben espresso nel “comportamento di iperattività terapeutica, che tende a sfuggire e a minimizzare il rischio suicidario continuando ad agire, senza soffermarsi a riflettere sul problema e ad avvicinarsi in maniera comprensiva al paziente” (A. C. Ballerini, F. Fonnesu, P. Benvenuti).

Il desiderio di fare come impedimento al pensare sembra un ripetersi nel clinico dell’atteggiamento proprio del paziente, là dove invece la sospensione dell’azione e lo sviluppo di una riflessione sull’agito sembra essere l’unica “azione” clinica che abbia un senso terapeutico.

Prendere coscienza dei percorsi emotivi che emergono dalla relazione con i pazienti, riuscire a darne una lettura e ad utilizzarli anche nella relazione con loro diventa parte integrante dell’atteggiamento del clinico che si trova di fronte a situazioni complesse e angoscianti come i tentati suicidi.

A questo si aggiunge l’atteggiamento di sospensione del giudizio e di indagine sui significati dell’atto autolesivo, dei contenuti della crisi nella quale esso si inserisce, del contesto del paziente e delle sue possibilità di sostegno, nonché delle sue risorse e ambivalenze, per valutare il prevalere dell’istinto di vita su quello di morte e parlarne insieme.

Necessario appare esaminare in dettaglio il percorso verso il tentativo di suicidio con tutte le sue componenti di crisi (“crisis markers”). L’obiettivo principale è la comprensione dell’atto suicidario, a cui seguirà una riflessione condivisa, che sviluppi un pensiero generativo, e forse terapeutico.

 

 

Proposte

La centralità del paziente e del suo contesto nelle teorie che riguardano il tentato suicidio dovrebbe trovare un corrispettivo pratico all’interno dell’agire terapeutico. E’ determinante considerare il soggetto come attore del gesto autolesivo ma anche come detentore di risorse e capacità utilizzabili attraverso e all’interno della relazione terapeutica.

Realizzare un percorso dedicato a ciascun paziente passa attraverso la costruzione di un rapporto di fiducia spesso complesso, complicato dal frequente alternarsi dei vari operatori durante il corso dell’incontro terapeutico, con elevato rischio di fallimento che può risultare fatale per il paziente; appare necessario curare con particolare attenzione le fasi di passaggio e in comunicazione tra le diverse figure professionali che interagiscono con il paziente, al fine di evitarne fenomeni di drop-out e sentimenti di rabbia e senso di abbandono, che possono diventare nuovi fattori precipitanti di un ulteriore gesto autolesivo.

Altrettanto importante risulta il benessere psicologico degli operatori che affrontano le persone che tentano il suicidio: confrontarsi quotidianamente con la sofferenza di chi attenta alla propria vita può esaurire le capacità emotive e relazionali degli operatori, soprattutto quelli privi del supporto di un gruppo di lavoro. Esercitare le proprie funzioni professionali all’interno di un’equipe può sollevare l’operatore da sentimenti di solitudine e impotenza che possono ridurre la soddisfazione e la capacità professionale.

Sarebbe utile pertanto strutturare uno spazio di ascolto dedicato agli operatori coinvolti, che renda possibile pensare e parlare insieme, esprimere e confrontare all’interno del gruppo di lavoro i sentimenti, le fantasie e le reazioni suscitati dal rapporto con le persone che hanno tentato il suicidio, in relazione alla propria esperienza e alla propria storia.

 

Bibliografia

W. Festini Cucco, L. Cipollone (1992) Suicidio e complessità, Giuffrè Editore, Milano

J. Hillman (1964) Il suicido e l’anima, Astrolabio, Roma

K. Jaspers (1948) La mia filosofia, Einaudi, Torino

F. Fornari (1967) Osservazioni psicoanalitiche sul suicidio, Rivista di Psicoanalisi, vol. 13, n. 1, pp. 21-36

L. Pagliarani (1993) Violenza e bellezza, A..Guerini e Associati, Milano

A. C. Ballerini, F. Fonnesu, P. Benvenuti Lo psichiatra di fronte al suicidio, da Dolore e angoscia di morte, Borla

J. T. Maltsberger (2004) The descent into suicide, International Journal of Psycho-Analysis, n.85, pp.111-119

 

 

 

Brandi Dr.ssa Gemma

 

 

PENSANDO AL SUICIDIO

Consulente Psichiatra del Ministero della Giustizia

Responsabile del MOM SMA 4 dell’Azienda Sanitaria di Firenze

Direttore della rivista ‘Il reo e il folle’

 

 

                Prendendo le mosse dalla necessità di valutare epidemiologicamente il problema nella anagrafe della salute mentale di un certo territorio, e di correlare quanto dovesse emergere con altri elementi, magari schiacciati da un  giudizio negativo, quale è il numero di ricoveri e di TSO, ad esempio -cosa concludere scoprendo che un’area ad alto indice di ospedalizzazione è anche quella con una minore virulenza suicida o viceversa?- tre sono le provocazioni che nel breve spazio assegnatomi vorrei gettare sul tavolo del coraggioso tentativo di pensare insieme il suicidio,

1)                     Il tentativo di suicidio e il suicidio dismetrico, ovvero il carattere comunicativo del gesto autolesivo, vuoi pure estremo, a sostegno di interventi preventivi di interpretazione/azione e di coazione benigna.

2)                     Il dovere degli operatori della salute mentale di imparare dal suicidio delle persone che curano, ovvero la eredità del suicida e la utilità retrospettiva e prospettica di una morte.

3)                     La dialettica omicidio/suicidio, ovvero la famiglia che uccide in metafora e nei fatti, tra indifferenza e morbosa intrusione.

 

 

 

Canova Dr. Luciano

 

L’uso del termine “effetto Werther” sta ad indicare l’influenza esercitata dai mass-media sulle condotte suicidarie.

Il suicidio può essere osservato da diverse angolature: dal sociologo che pone l’attenzione sul rapporto con la società, dallo psicologo e dallo psichiatra che indagano su situazioni esistenziali e di patologie individuali e relazionali, dall’antropologo che cerca i segni di come una cultura si pone di fronte al suicidio.

Molti Autori hanno sostenuto posizioni critiche al riguardo: i mass-media avrebbero solo documentato un fenomeno come il suicidio senza peraltro influenzarlo.

Il problema non è in ogni modo semplice.

E’ ormai appurato da diverse fonti la possibile influenza dei mezzi di comunicazione.

Infatti il processo imitativo non si può escludere e molti studi hanno documentato che l’impulso a commettere azioni suicide può essere appreso o rinforzato da modalità nelle quali si dà particolare evidenza alle tecniche impiegate.

L’OMS stessa raccomanda che i mezzi di comunicazione esercitino estrema prudenza e riservatezza nelle notizie riguardanti suicidi.

Auspica inoltre che tale materiale e il modo di presentarlo venga discusso con esperti prima di essere reso pubblico.

 

 

Roma, 23-24.05.08 "IL "COMPLESSO DEL PICCOLO HANS. QUALI CAMBIAMENTI NELLE COSTELLAZIONI EDIPICHE CONTEMPORANEE? "; Sede: RESIDENZA DI RIPETTA ; Info: iprs@iprs.it  Fees= euro 100,00

 

 

Milano, 31.05.08 "INCONTRO/CONFRONTO CON NANCY MCWILLIAMS: TRA UMILIAZIONE E ONNIPOTENZA - IL LAVORO ANALITICO CON I VISSUTI PARANOIDI "; Sede: MILANO - SALA BRACCO DEL CIRCOLO DELLA STAMPA - CORSO VENEZIA, 16 ; Info: massimofontana@sipreonline.it  MAXIMFONT@LIBERO.IT  Fees= euro 120,00

 

INCONTRO/CONFRONTO

CON

NANCY McWILLIAMS

 

TRA UMILIAZIONE E ONNIPOTENZA

Il lavoro analitico con i vissuti paranoidi

 

 

 

Sebbene i criteri del DSM per la diagnosi di Disturbo Paranoide di Personalità comportino tratti osservabili dall'esterno come la sospettosità, gli psicoanalisti hanno seguito Freud nel considerare la paranoia come un processo intrapsichico caratterizzato da proiezione e diniego. Sebbene osservabili più frequentemente in condizioni psicotiche, gli stati paranoici della mente sono comuni anche in persone ad alto funzionamento e rappresentano una notevole sfida terapeutica. La Dott.ssa McWilliams rivisiterà la teoria analitica e lo stato della ricerca sulla paranoia, sottolineandone l'origine nei sentimenti di umiliazione. Darà, inoltre, indicazioni ai terapeuti che lavorano con pazienti paranoici.

Gli obiettivi formativi del seminario sono:

o       Identificare non solo le più comuni dinamiche paranoidi, come la proiezione e il diniego della rabbia, ma anche quelle che includono la proiezione degli altri sentimenti problematici (come accade nella erotomania, nella gelosia paranoide, nella megalomania, ecc.)

o       Discutere l’eziologia delle dinamiche paranoidi, che riguarda l’esperienza di essere (proiettivamente) trattato come un oggetto cattivo da parte del caregiver e, di conseguenza, soggetto ad umiliazione.

o       Evitare le tendenze terapeutiche che rischiano di far sentire minacciati questi pazienti (ad es., eccessiva compassione, sforzi di essere neutrali o astinenti al punto da risultare inautentici).

 

 

 

 

Sarà assicurata la traduzione

 

Responsabile:      Dott. Michele Minolli

Presidente della   Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione (SIPRe)

 

Comitato scientifico e organizzativo

Romina Coin, Adriana Cornacchia, Massimo Fontana, Michele Minolli, Maria Pia Roggero, Maria Luisa Tricoli

 

 

 

PROGRAMMA

 

Mattina  9.00 – 13.30            TEORIA          

 

Chair               Massimo Fontana/Alberto Lorenzini 

                       

08.30 – 09.00       Registrazione

 

09.00 – 09.15       Massimo Fontana/Alberto Lorenzini

PRESENTAZIONE DEL SEMINARIO

 

09.15 – 10.45       Nancy McWilliams (Relazione su tema preordinato)

STATI PARANOICI DELLA MENTE IN PAZIENTI AD ALTO

FUNZIONAMENTO: LA RELAZIONE ANALITICA NELLE

DINAMICHE DI UMILIAZIONE

(Prima parte)

 

 

10.45 – 11.00       Coffee Break

 

11.00 – 12.30       Nancy McWilliams (Relazione su tema preordinato)

STATI PARANOICI DELLA MENTE IN PAZIENTI AD ALTO

FUNZIONAMENTO: LA RELAZIONE ANALITICA NELLE

DINAMICHE DI UMILIAZIONE

 (Seconda parte)

 

12.30 – 13.30      CONFRONTO/DIBATTITO CON IL PUBBLICO

 

 

 

 

Pomeriggio  14.30 – 17.30                CLINICA

 

Chair               Maria Luisa Tricoli  

                       

14.30 – 16.30  Nancy McWilliams (Relazione su tema preordinato)

LA SFIDA ALL'ANALISTA DEL PAZIENTE PARANOIDE:

PRESENTAZIONE DI UN CASO CLINICO

 

16.30 – 17.30  CONFRONTO/DIBATTITO CON IL PUBBLICO

---------------------------------

17.45               Consegna questionario di verifica dell’apprendimento

17.55               Ritiro questionario di verifica dell’apprendimento

 

Milano, 17.05.08 "DISTURBI ALIMENTARI: NUOVE STRATEGIE DI DIAGNOSI E TRATTAMENTO "; Sede: ARP STUDIO ASSOCIATO - PIAZZA SANT'AMBROGIO 16 - 20123 MILANO ; Info: arp@arpmilano.it  Fees= euro 100,00

Sabba Orefice

 

 

       

17 maggio 2008

 

 

La casistica dei disturbi alimentari è caratterizzata da un’elevata frequenza di disturbi dell’alleanza e quindi di fallimenti diagnostici e terapeutici, che avvengono a prescindere dall’orientamento teorico dei clinici. Questo fenomeno comporta, nelle consultazioni, la presenza di un significativo numero di pazienti pluritrattate.

Il disturbo dell’alleanza è concomitante a un grave disturbo nei processi emotivi primari, che è alla base della complessa relazione che la paziente instaura con il cibo, che persiste immutata nel corso della vita.

Una strategia diagnostica finalizzata a indagare, già nelle prime fasi della consultazione, i processi emotivi primari – e specificamente il modo in cui questi ultimi e la qualità della relazione tra  madre e figlia determinano il modo di sentire e percepire il cibo - permette di migliorare l’efficacia dell’approccio diagnostico, di differenziare gli aspetti primari da quelli secondari del disturbo - quali, ad esempio, il complesso apparato di controllo ritualistico, caratteristico di queste pazienti – e  modifica il modo di pensare i trattamenti, individuali, familiari o della coppia madre-figlia, aumentandone l’efficacia.

Nella clinica con soggetti adulti i processi emotivi primari possono essere rilevati grazie a un accurato lavoro diagnostico con le pazienti e a specifici colloqui con le madri, che individuano la presenza di precoci disturbi nella relazione emotiva correlata all’alimentazione.

Nel corso del seminario i principi teorici e le metodologie diagnostiche e terapeutiche impiegate saranno descritti con l’ausilio di materiale clinico videoregistrato.

 

 

Sede

ARP Studio Associato - P.zza Sant’Ambrogio, 16 – 20123 Milano

 

Orario

Mattina dalle 9.30 alle 13.30, pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30

 

Quote di partecipazione

€ 100,00+ IVA

€   70,00+ IVA associati ARP Associazione, allievi e tirocinanti ARP

 

 

 

ECM - Sono stati richiesti crediti formativi per i medici, gli psicologi e psicoterapeuti che compileranno i questionari di valutazione dell’evento e di valutazione dell’apprendimento.

 

Per informazioni e iscrizioni rivolgersi all’ARP (dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 18.30) al numero di telefono 02.89013106, via mail all’indirizzo info@arpmilano.it. L’iscrizione è possibile anche consultando il sito www.arpmilano.it.

 

La partecipazione è subordinata al limitato numero di posti disponibili. Verrà quindi tenuto conto dell’ordine di iscrizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

       Dott. Sabba Orefice

                   Medico Chirurgo

 Specialista in Malattie Nervose e Mentali

                      Psicoanalista

                   20123 MILANO

    Via Matteo Bandello, 8 - Tel. 4690893    

          &