Chiesa in transizione
verso una nuova fase del rapporto tra fede cristiana e cultura moderna

Che cosa attualmente rende di fatto difficile la nostra vita come Chiesa  e nella Chiesa così da poter parlare in modo pertinente di "migrazione nel deserto"? Naturalmente si possono enumerare molti motivi; ma per la comprensione, l'interpretazione ed il superamento della situazione dipende molto da come si cerca il "nocciolo della questione", a quale fenomeno si attribuisce una posizione chiave euristica per tutti gli altri problemi. Vorrei pertanto porre a fondamento della mia diagnosi teologica del tempo attuale la tesi seguente:

La tesi

le radici vere e proprie della problematica moderna del cristianesimo e della Chiesa in Europa (di provenienza sia cattolica che evangelica) risiedono a mio avviso nell'intreccio o nel distacco tra Chiesa e cultura occidentale moderna, emerso storicamente ed attualmente entrato in una nuova fase. Poichè la cultura della modernità europea, forgiata dall'Illuminismo, si trova a propria volta in una fase di forte trasformazione (a questo riguardo si parla spesso, di una spinta alla modernizzazione interna alle società europee), tutte le maggiori associazioni o istituzioni sociali soggetti di cultura che vogliano trasmettere, a partire dalla loro rispettiva tradizione una determinata convinzione ideologico - contenutistica (dunque per esempio i sindacati, la socialdemocrazia europea, la scuola, l'università ed anche le chiese) partecipano a loro modo alle difficoltà che nascono da questa generale fase di sviluppo culturale. La Chiesa cattolica, in particolare, è ancora più interessata da questa fase, dal momento che grazie al suo ambiente, cresciuto negli ultimi due secoli, ed alle sue strutture guida di tipo centralistico e gerarchico, ha potuto condurre una vita autonoma di sub - cultura relativamente forte. Questa tuttavia si dissolve in un attimo ogni volta che si cerca, in una contrapposizione conflittuale con la cultura moderna, di definire di nuovo luogo, senso e forma di fede e di Chiesa.

Ciò avviene tra perdite considerevoli del senso tradizionale di appartenenza ecclesiale da parte dei fedeli, il chè si ripercuote anche sulla forma strutturale delle chiese e delle comunità. Per questo la ricerca di nuove forme sociali, in cui la fede cristiana possa adeguatamente vivere e continuare ad essere trasmessa in una cultura fortemente modernizzata e che và ampiamente liberandosi da elementi tradizionali, è la sfida della Chiesa europea attuale. A ciò si aggiunge come aggravante che la guida della Chiesa universale a Roma ed anche, come diretta conseguenza, i responsabili delle diverse chiese locali, offrono un sostegno attualmente poco creativo e flessibile a questo necessario processo di innovazione. Sembrano, a partire da una profonda sfiducia nei confronti della modernità, favorire piuttosto un cattolicesimo d'ambiente (omogeneo in sè stesso e verso l'esterno) di impronta tradizionale, anche se ad un livello significativamente inferiore rispetto ad ancora 20/30 anni fa, il ché, in ogni caso, concerne la quantità e la presenza della Chiesa, in grado di influire sulla cultura. Fin qui la tesi.

Mi preme molto sottolineare che i numerosi conflitti intraecclesiali "caserecci", propri degli ultimi anni, appesantiscono notevolmente un confronto creativo fra Chiesa e modernità; aprono troppi fronti di guerra civile inutili, eccessivamente determinanti e deformanti l'immagine pubblica della Chiesa. Non sono loro, però, a mio avviso, le cause vere e proprie ad esempio del fatto che l'annuncio ecclesiale della fede nella liturgia, nella catechesi, nella vita della comunità e nell'insegnamento della religione sia diventato negli ultimi decenni significativamente più difficile, che il rapporto tra membri attivi ed inattivi della Chiesa si faccia sempre più asimmetrico, che tutte le vocazioni ecclesiali, in primo luogo le vocazioni sacerdotali e religiose, trovino sempre meno consenso, e via di questo passo. Di una cosa sono persuaso: anche se potessimo affrontare in modo abbastanza comunicativo i nostri conflitti intraecclesiali, e potessimo andare incontro ad una soluzione soddisfaciente, continuerebbe tuttavia a restare irrisolta questa problematica che tocca i punti deboli della nostra esistenza ecclesiale. Da ciò però, non consegue in alcun modo che possiamo continuare a differire, rimuovere o sottovalutare la soluzione dei problemi intraecclesiali; no, solo che questi non devono essere percepiti e affrontati in modo isolato, dunque non semplicemente muovendo da una prospettiva fortemente incentrata sulla Chiesa e dalla sua polarizzazione fra concezione tradizionalistica e concezione liberale (della Chiesa), bensì nel più ampio contesto del nostro complessivo sviluppo culturale europeo.

Sgomenti, ma non disperati

Ora in una tale prospettiva culturale, si manifesta in modo molto marcato un problema fondamentale di tutte le maggiori chiese cristiane europee - vale a dire lo sgomento di fronte al modo in cui noi oggi possiamo annunciare la nostra fede in Dio come personale "fonte primigenia" di ogni vita, come  la forza universale di "simpatia" amorevole ed accompagnatrice, così che negli uomini (e particolarmente nei giovani) scocchi la scintilla e comprendano con la mente e con il cuore che è cosa buona e profondamente liberante fondare la propria vita su questo Dio, seguirlo con e in Gesù e partecipare all'edificazione del suo regno. Abbiamo sempre più difficoltà a far emergere questo nucleo del messaggio cristiano, sia a parole che con la nostra vita. Le istituzioni classiche della trasmissione della fede fanno ormai presa solo sporadicamente; sembra che questa abbia buon esito quasi solo se passa attraverso relazioni personali, dialoghi, esempi, piccoli gruppi o altre cose, il chè però è possibile naturalmente, tanto in modo intensivo quanto estensivo, solo assai limitatamente. I concetti e le realtà centrali della nostra fede (Dio, creazione, redenzione, Gesù Cristo, grazia, peccato, salvezza, risurrezione, ecc.) in molti cuori della generazione di mezzo e di quella più giovane subiscono la morte dell'incomprensione, dell'indifferenza, dell'insignificanza.

Per questo motivo, proprio nei cristiani impegnati i dubbi personali si fanno sempre più angosciosi: in che cosa consiste, in generale, il ruolo della Chiesa nella società moderna? Qual'è la sua missione, quando ciò che ne costituisce il cuore, la fede personale in Dio, è così poco oggetto di domanda? Se il desiderio di Dio è apparentemente andato perduto - o quanto meno può essere soddisfatto in molteplici modi - a che cosa serve ancora l'annuncio della Chiesa? La fede cristiana ha ancora, in generale, un futuro in Europa? L'esperienza di una società del "post cristianesimo" (L. Bertsch) rappresenta per noi qualcosa di nuovo e di profondamente inquietante, specie se la si fa in modo sempre più crudo nell'ambito della propria famiglia, degli amici o di attività. Per trovare una risposta a queste domande, è assolutamente decisivo, come prima cosa, sopportare questa situazione e ammettere onestamente il proprio sgomento; e precisamente quello sgomento che ci coglie di fronte al comprensibile desiderio di iniziative ampie, per così dire in grado di coprire vaste superfici e di migliorare sensibilmente la situazione, per un nuovo slancio della Chiesa qui da noi.

Abbiamo infinite buone idee e buoni programmi; oggi parliamo molto della "nuova evangelizzazione dell'Europa". Ma in fondo, nessuno, nè il papa, nè i vescovi, nè i parroci, i profeti, i teologi o altri portatori di carismi nella Chiesa, sa come queste idee possono essere trasformate in realtà, così che diventino efficaci su un piano più vasto. Nè il dialogo della Chiesa con la cultura moderna, incominciato dopo il Concilio e che giustamente continua, nè il confronto diretto dei nostri contemporanei con il vangelo ( nel senso dei metodi missionari degli evangelici o della Chiesa libera), nè un isolamento tradizionalistico rispetto alla modernità nell'ambito interno alla Chiesa si mostrano gravidi di conseguenze in grande stile. Al momento facciamo l'esperienza di una Chiesa povera e sgomenta, certamente non dal punto di vista materiale e delle strutture, ma sicuramente da quello spirituale.

Accettare onestamente e umilmente ciò può essere un importante passo verso la guarigione - proprio secondo il vecchio adagio (cristologico) dei Padri della Chiesa "Ciò che non è assunto non può neppure essere sanato". Oppure espresso in modo un pò più profano: riusciamo ad essere dei buoni perdenti (ed anche intraecclesiale) per avere riconoscimento e risonanza? Siamo capaci di accettare davvero, con nobiltà e decoro, senza una passività paralizzante e senza vilipendio altrui, il fatto di diventare una minoranza culturale? Riusciamo persino nella sfera privata dei nostri figli, dei nostri nipoti, amici o partner, ad invocare quella calma che consente loro di andare per la propria strada che, apparentemente, li conduce lontano dalla nostra fede, senza reagire con rimproveri, mezzi di pressione o con una mortificazione della nostra inclinazione?

"Relativizzare" in senso buono, i conflitti tra le chiese

Rispetto a tali domande, i nostri problemi ecclesiali "caserecci", specificamente cattolici, sono realmente secondari. Con ciò non voglio in alcun modo minimizzarli (sono causa di molta sofferenza e di un superfluo dispendio di energie), ma certo relativizzarli, vale a dire riportarli nel più grande contesto socio - globale e culturale. In questo modo, molti fenomeni possono essere interpretati in modo assai più corrispondente alla realtà. Nel contempo, una tale prospettiva, secondo la mia esperienza, alleggerisce e rilassa notevolmente la discussione intraecclesiale - infatti, senza volerci in nessun modo sottrarre alla responsabilità per ciò che attualmente avviene a livello culturale e ecclesiale (il secolare rimuovere e tabuizzare i conflitti intraecclesiali irrisolti naturalmente non fa che acutizzarli di anno in anno!), dobbiamo però, con sincera modestia personale, ammettere: in molti degli sviluppi, tanto interni quanto esterni alla Chiesa, fondamentali e anche pericolosi per la fede cristiana, non siamo in grado di cambiare granchè; dobbiamo per prima cosa osservarli scrupolosamente, sine ira et studio, ed anche accettarli nella fede, per quanto talora ci possano fare male.

A tale riguardo, non posso di quando in quando reprimere l'impressione che oggi in qualche impietosa critica alla Chiesa ed ai suoi ministri, specialmente nel triste ed improduttivo girare costantemente intorno alle sempre uguali domande irrisolte sulle strutture, sia all'opera anche (non solo) un certo meccanismo da capro espiatorio. Infatti, suppongo che nella nostra cultura ci sia una sorta di lutto per la scomparsa della fede nel Dio cristiano, e precisamente per la propria crescente incapacità di credere e di pregare. Da alcuni, forse, questa scomparsa viene (inconsciamente) vissuta anche come una perdita di valori e di cultura. Ora l'elaborazione pubblica di questa perdita si esprime tra l'altro anche in una massiccia attribuzione di colpa alla Chiesa: "Essa è colpevole del fatto che noi ed altri non siamo più in grado di credere in Dio; infatti ad una istituzione così disumana e rigida non si può credere proprio per nulla; se essa stessa si presenta così poco degna di fede, anche il suo annuncio di fede non diventa molto efficace". Un elenco sempre nuovo, ed in parte anche giustificato dei peccati del passato e del presente della Chiesa, può costituire uno schermo sempre più impenetrabile nei confronti della propria responsabilità nella ricerca religiosa della verità e nei confronti della chiamata a prendere, in materia di fede, una motivata decisione pro o contro di essa.

Fino ad una trentina d'anni fa questo contrasto esistenziale con la fede era per i singoli molto alleviato, anche se non eliminato affatto, dai riconosciuti vantaggi ecclesiali e culturali. Nel momento in cui tali vantaggi non vengono più assunti come ovvi, facilmente prende piede al loro posto la critica alle chiese, pubblicamente istituzionalizzata e legittimata: essa oggi, assume spesso su di sè - certo con caratteri opposti, cioè negativi - la medesima funzione di alleggerimento nei confronti del conflitto personale con la fede, funzione che prima si assumeva la Chiesa altamente istituzionalizzata del contesto confessionale.

Non vorrei essere frainteso: con queste riflessioni non intendo assolutamente misconoscere o minimizzare i molti peccati della Chiesa nella storia e nel presente! La Chiesa non è affatto innocente per il fatto che tale ottica attualmente trova una così grande risonanza perfino tra i cristiani; il timore di confessare apertamente le sue mancanze ed i suoi errori, l'infelice e ancora sempre persistente prassi delle decisioni autoritarie, la scarsa trasparenza di molti processi intraecclesiali preparano alla fine il terreno per simili reazioni di rifiuto.

E tuttavia non mi pare che sia sufficiente soltanto questo atteggiamento della Chiesa (a dire il vero già migliorato rispetto a epoche preconciliari) per spiegare l'attuale asprezza della polemica contro la Chiesa ed il cristianesimo. I motivi di ciò sono piuttosto frutto di condizionamenti culturali: il rapporto secolare, certo sempre carico di tensione, ma in ogni caso in grado di forgiare la cultura, tra le società europee e le culture si presenta attualmente come un processo di emancipazione di grandi dimensioni, che porta inevitabilmente con sè aggressioni, ferite e perplessità specifiche. Per superare da parte ecclesiale questo processo nella calma (e soprattutto nell'amore ininterrotto per gli uomini della nostra cultura), occorre tanto una conoscenza obiettiva della situazione, quanto una valutazione spiritualmente e teologicamente adeguata.

tratto dal primo capitolo di "Dove và la Chiesa?" di Medard Kehl, Queriniana