"La donna che visse due volte"
Un
investigatore privato in pensione, affetto da acrofobia, si trova a dover
vigilare sulla moglie di un amico, la quale da segni di instabilità
mentale (sdoppiamento di personalità); pedinata e pedinatore finiscono
però per innamorarsi fino a che ci scappa il morto.
L’inizio (diciamo la prima oretta) dà l’idea di un banale
thriller, con il solito retrogusto di paranormale (“c’era una
volta una misteriosa ragazza che, all’età di 26 anni, persa la
figlia, finì per diventare pazza e togliersi la vita. La cosa si ripete
poi per la nipote e ora, l’unica discendente, 26enne pure lei, inizia
a uscire di senno e comportarsi in maniera piuttosto strana. Coincidenza?”)..
niente di mai eccessivamente scontato, sia ben chiaro (così Hitch evita
di far venire ogni possibile dubbio..), e lo spettatore si abbandona fiducioso
alla storia, sperando che il simpatico investigatore in borghese riesca a
far rinsavire la bella signora di cui si è innamorato. Arrivati a un’ora
e venti circa di spettacolo, lo spettatore, con un po’ di rammarico
per gli sviluppi presi dalla storia, rassegnato, inizia a pensare che i titoli
di coda debbano iniziare a scorrere di lì a pochi minuti. Ma, inaspettatamente,
il finale viene rimandato, e poi ancora e ancora, e lo spettatore, spaesato,
si abbandona alla mano del regista, in attesa di qualche chiarimento (ma in
realtà, non c’è niente di più divertente di questa
sana raffica di sorprese spiazzanti).
Azzeccatissimo il titolo originale “vertigo”, mentre quello italiano
ci porta a chiedere quante volte sia effettivamente (ri)vissuta questa donna:
solo due?
Fin’ora devo ancora trovare un film di Hitchcock che mi sia riuscito
a deludere (anche se è da dire che ne ho visti pochini, eh!), ma non
posso proprio fare a meno di ammirare sempre di più la sua capacità
di spaventare senza quell’abuso di effetti speciali di oggi: vogliamo
parlare dei corvacci neri davanti alla scuola elementare usati ne “Gli
Uccelli”, della sagoma indefinita del serial killer che si intravede
dietro alla doccia in “Psyco”,…? Forse in “la donna
che visse due volte”, le folli visioni che assalgono il protagonista
verso la metà possono avere inevitabilmente un ché di datato,
ma tutto il climax, la suspance crescente, se non sono quelli di “the
ring” che ti fanno guardare per un mese, tutte le sere, sotto al letto
e nell’armadio, hanno la meravigliosa capacità di immobilizzarti
sulla poltrona del divano e, una volta apparso il rullo dei titoli di coda
(davvero vogliamo dire “finalmente”?), si ha quella piacevolissima
sensazione che solo i grandi film possono dare, di un impalpabile rapporto
regista-spettatore, di un inusuale rispetto tra le due figure.